La tua giovinezza

Stampa questo copione


LA TUA GIOVINEZZA

Titolo originale: La Jeunesse

Commedia in tre atti

di DENYS AMIEL

Versione italiana di Carlo Lari

PERSONAGGI

ISABELLA CHANCEREL

GILBERTA CHANCEREL, sua figlia

MAURIZIO CHANCEREL, marito di Isabella

RAUL MERIGNAC

ANNA MARIA e YVONNE, cameriere.

L'azione si svolge in una bella tenuta, nelle vicinanze di Nancy


ISABELLA:                   ha 40 anni. Appena la si vede si capisce subito come Maurizio abbia potuto passare sopra a tutto piuttosto che rinunziare a questa magnifica creatura. Grande classe. Femminilità assoluta, con tutto quello che comporta di splendore e di umane debolezze. Adora suo marito, l'uomo della sua vita; ma sembra esistere fra lei e sua figlia tutto un mondo e forse un abisso di dif­ferenze.

MAURIZIO:                  uomo simpatico, seducente; grande clas­se. Nobiltà di modi, ma una nobiltà cordiale. Si sente ogni tanto che, dietro la sua apparente serenità e la sua padronanza di sé, sonnecchia una possibilità di passioni ardenti, che forse egli sa dominare, ma che non sono, per questo, meno possibili e sempre reali.

GILBERTA:                  ha 22 anni. Ad onta della sua età, è ado­rabilmente ed infantilmente impulsiva. I conformisti borghesi le rimprovererebbero un'educazione troppo mo­derna. E' una natura che è portata alle contraddizioni e nella quale presumibilmente si urtano due atavismi an­tagonistici. Ragazza molto attraente. Un calore morale emana da lei, rendendola irresistibile.

RAUL DI MERIGNAC: giovanotto della buona borghe­sia. Tipo convenzionale.

ANNA MARIA:            la vecchia domestica fedele, e, per questo, un poco autoritaria. Sessant'armi.

ATTO PRIMO

Sala di ricevimento in una casa di campagna

Una bella ampia stanza comune in una grande casa dì campagna nella regione dei Vosgi, che serve da sala di ricevimento e da biblioteca. In lontanan­za il bosco. Si scorge qualche tetto di un agglome­rato di case operaie in basso; poiché la casa sorge su una collina che domina la conca di un centro in­dustriale. Industria di segheria. A sinistra, un gran­de canapè. Dinanzi a questo, un tavolo di notevoli dimensioni e piuttosto basso; a destra una grande tavola collocata obliquamente, Più indietro, in mezzo alla parete di destra, un camino monumentale. Il fuoco è acceso. Mobili rustici, ma rigorosamente di stile. Porte in primo piano, a sinistra e a destra. In fondo, una grande porta che dà su una galleria i cui finestroni si aprono sul paesaggio descritto. La galleria disimpegna i locali della casa a destra e a sinistra. Attraverso questa galleria avverranno la maggior parte delle entrate e delle uscite. Un pome­riggio di domenica, sulla fine dell'inverno.

(Isabella, seduta, sta scrivendo alla tavola di de­stra, con la faccia volta al pubblico. Dal fondo en­tra la seconda cameriera Yvonne).

Yvonne                           - La signora desidera che imposti la sua corrispondenza a Nancy? Ci devo andare proprio ora.

Isabella                           - Scommetto che andrete a chiudervi in un cinematografo, in questa bella domenica!

Yvonne                           - Sì, signora.

Isabella                           - Grazie, non c'è nulla di urgente. Le mie lettere possono benissimo aspettare domani mat­tina. Il signore e la signorina sono usciti?

Yvonne                           - Mi era sembrato di sentirli. Comun­que non possono tardare. Credo siano andati a pro­vare qualche cosa che non andava bene nell'auto­mobile della signorina. (Esce dal fondo. Si sente un brusìo di voci proveniente dalla galleria. Yvonne rientra quasi subito dicendo) Eccoli! (Ed esce, ti­randosi da parte per cedere il passo a Maurizio e Gilberta, i quali entrano discutendo).

Maurizio                         - Siamo d'accordo; ma se tu avessi la precauzione di adoperare sempre la medesima qua­lità di olio, non andresti incontro a questi incon­venienti.

Gilberta                           - (andando a rimettersi in ordine i ca­pelli, davanti allo specchio) Giustissimo; ma in questo momento bisogna accontentarsi di quello che si trova.

Maurizio                         - (si porta alle spalle di Isabella, la quale ha continuato a scrivere; osserva quello che sta facendo e la bacia sui capelli).

 Gilberta                          - Ha telefonato qualcuno?

Isabella                           - Che sappia io, no.

Gilberta                           - Silvia aveva promesso di chiamarmi... se fosse venuta... Ma siccome, in ogni modo, non ho intenzione di uscire di nuovo... che si fa questo pomeriggio?

Isabella                           - Io devo terminare la mia corrispon­denza.

Maurizio                         - (a Gilberta) Prima di tutto, mi devi una rivincita alla partita che mi hai vinto poco fa...

Gilberta                           - (con un grido) Ho trovato! Giochia­mo al gioco dell'altro giorno... Ai ritratti degli ani­mali... con l'album di famiglia, sai...

Maurizio                         - (ridendo) E' vero! Ne avevamo an­cora tanti da guardare.

Gilberta                           - E' divertentissimo. (Va a prendere su un mobiletto un grosso album di fotografie di fa­miglia, stile novecento; si siede sul divano e apre l'album sulle sue ginocchia) Restiamo qui perché nel salottino fa troppo freddo. Vieni, siediti qui. (Batte con la mano a indicare il posto vicino a lei. Maurizio si siede. Allora si appoggia a lui mettendo­gli anche un braccio intorno al collo, dopo avere ste­so l'album sulle ginocchia di tutti e due) Sai che ne ho trovati degli altri, dopo l'ultima volta; sto di­ventando un asso. (Sfoglia rapidamente l'album) Ecco!... Eravamo rimasti qui. Guarda: questo sem­bra un barboncino!

Maurizio                         - (con aria dubitativa) Sì... presso a poco! Non dico che salti agli occhi!

Gilberta                           - Oh, senti, è indiscutibile: un vero barbone... ha perfino i capelli ricci... e i baffi arruf­fati... Cosa vuoi di più? Marco un punto. (Segna con un lapis su un blocco che ha messo accanto a sé sul canapè. Una pausa. Cercano sfogliando).

Maurizio                         - (scoprendo un soggetto) Questo è un tapiro... un vero tapiro!

Gilberta                           - (con una risata) Oh, guarda che na­so... il naso è magnifico!

Isabella                           - Gilberta, ti prego... più piano... Sto scrivendo. (Gilberta marca dei punti sul blocco. Ad ogni momento abbraccia Maurizio o lo prende a braccetto o gli dà un buffetto in faccia).

Gilberta                           - Tu sei abilissimo per le somiglianze... Hai già sette punti ed io tre. Bisogna assolutamen­te che ti vinca. E questo, di', guarda come è buffo! Ah! non c'è che dire... una rana!

Maurizio                         - Brava. Ben trovato... E' davvero brutto! Un vero ranocchio!

Isabella                           - Maurizio! Siete ridicoli tutti e due; e anche un po' sconvenienti!

Gilberta                           - Oh, mamma, ci si diverte tanto! E' un gioco appassionante, te lo giuro, appassionante. Non hai il senso dell'umorismo, tu.

Isabella                           - Ti dico che è sconveniente prendere in giro delle brave persone.

Maurizio                         - Ti assicuro, Isabella... sei in errore. Ci divertiamo a cercare qual è l'animale che assomi­glia di più a questa o a quella persona.

Gilberta ---------------- - E facciamo a gara a chi trova più somiglianze. io

 Maurizio                        - E' molto divertente, ed è ottimo per tenere in esercizio lo spirito d'osservazione.

Gilberta                           - E questa vecchia, guarda, sembra un lama; un lama sdentato.

Maurizio                         - Temo che sia una prozia di tua ma­dre. (Ride).

Isabella                           - (si alza, guarda di chi si tratta, s'impa­dronisce dell'album, lo chiude e lo posa su una ta­vola) Prima di tutto, chi ti ha permesso di portar" giù quest'album?

Gilberta                           - Mamma!

Isabella                           - Scommetto che l'hai preso nell'arma­dio al secondo piano. Ti ho detto cento volte che non voglio che tu frughi là dentro!

Gilberta                           - Ma è perfettamente inutile avere de­gli antenati per lasciarli ammuffire nel fondo di un armadio.

Isabella                           - E non capisci che possa darmi noia sentir insultare, come state facendo, delle persone che ho conosciuto e alle quali ho voluto anche bene!

Maurizio                         - Ti assicuro, Isabella, che non c'è un'ombra di malignità in quello che abbiamo fatto. (Così dicendo, si è alzato ed è andato dinanzi allo specchio per ripettinarsi. Gilberta gli prende il pet­tinino di mano).

Gilberta                           - Ti pettino io...

Isabella                           - Lascia un po' tuo padre tranquillo.

Gilberta                           - (dopo averlo pettinato, gli dà un bacio) E' questa la mia mancia. Mi pago.

Isabella                           - Gilberta, hai sentito quello che ti ho detto?

Gilberta                           - Oh, senti, ne approfitto! Non è qui che la domenica!

Isabella                          - Non potreste trovare un'occupazione più intelligente? E' impossibile scrivere... impossi­bile. Ci rinuncio.

Gilberta                           - Puoi andare a scrivere in ca­mera tua.

Isabella                           - Anch'io non ho tuo padre che la do­menica, e ho almeno quanto te il diritto di godere della sua presenza.

Gilberta                           - Ma sei tu che ti apparti... scrivi le tue missive...

Isabella                           - Scrivo le mie lettere perché voi vi siete messi a giocare a carte subito dopo colazione... Devo pur fare qualche cosa anch'io... E vi assi­curo che non è divertente! Guardate: (passa ad una ad una le lettere scritte) Signora Miribel! Si­gnora Fourcault, Libreria... Signor Direttore del Credito Lionese a Nancy... Signor Direttore della Compagnia del Gas di Nancy... Sono Madame de Sévigné dei tempi moderni. E, in generale, è così tutte le domeniche.

Gilberta                           - Oh, sentì, mamma, sei ingiusta. In­giusta e in mala fede.

Isabella                           - Oh, basta, Gilberta. Basta!

Maurizio                         - Mie care, non vorrete mica litigare per questo!

Isabella                           - Insomma, Maurizio, tu sei testi­mone...

Maurizio                         - Hai ragione, hai ragione. Esageri, Gilberta. Sì, tesoro mio, esageri. Un pochino... un pochino così... (Mostra scherzando la punta di un dito) Non è una cosa grave, va...

Isabella                           - E dalle anche ragione.

Gilberta                           - No, mamma, ho detto in quel modo come ti avrei detto: ah no, bella mia, non capisci un corno...

Isabella                           - Ah... come correttivo non c'è male! Non mi abituerò mai.

Gilberta                           - Mammina, ti tratto come un com­pagno... (Riprendendosi) Sì... insomma come una amica.

Isabella                           - Non vorrei che mi fossero riservati soltanto gli inconvenienti dell'amicizia.

Maurizio e Gilberta         - (insieme) Oh... oh!

Gilberta                           - Lo vedi, lo vedi! Non ci eravamo messi d'accordo. E' stato il grido del cuore. Ci hai sbalorditi tutti e due insieme, soffocati...

Maurizio                         - Maggioranza schiacciante. Sembra un plebiscito. Gilberta, marca un punto, senza conte­stazioni possibili. Del resto, l'arbitro sono io. Gil­berta vince due a zero.

Isabella                           - Maurizio, basta. Mi stanchi anche tu!

Maurizio                         - (va a baciare Isabella) Sei nervosa! Cosa c'è?

Gilberta                           - E' vero, mamma, sei nervosa. Ed è già un po' di tempo che l'ho notato...

Isabella                           - Ragione di più per non farmi ar­rabbiare.

Maurizio                         - Cosa c'è? Cos'hai?

Isabella                           - Niente, te lo giuro, niente... Vado in camera a finir di scrivere.

Maurizio                         - (che la vuol trattenere) Ah no, no!

Isabella                          - Non posso immobilizzare tutti per le mie lettere. Lascia che mi levi questo pensiero. (Esce).

Maurizio                         - (che sembra addirittura un compagno di Gilberta) Però, un po' di ragione tua madre l'ha... Cerchiamo di alzare il tono della conversa­zione. Dunque, che cosa hai letto questa settimana?

Gilberta                           - Mi avevi portato « Soliman ». L'ho letto. Bellissimo.

Maurizio                         - L'hai finito?

Gilberta                           - In tre giorni; ed ho preso nella tua biblioteca « Il Duca d'Alba » che incomincerò sta­sera.

Maurizio                         - (accento spagnuolo) Ah, ah! « Fer­dinando Alvarez de Toledo, Duca d'Alba ». Ecco un uomo. Interessantissimo: vedrai.

Gilberta                           - (con ammirazione) Conosci anche lui? Come fai a sapere tutte queste cose?

Maurizio                         - La storia del Duca d'Alba?

Gilberta                           -  Domenica mi hai parlato almeno per un'ora di Filippo II; la domenica precedente, di Francesco I, e prima ancora di Enrico VILI.

Maurizio                         - Mia cara figliola, come avrei potuto impiegare meglio che nella lettura le migliaia di serate che abbiamo passate da quindici o venti anni?

Gilberta                           - Sai che i ragazzi d'oggi non potranno vivere con i loro Agli come viviamo noi due?! Giorgio Breal, levato dalla sua meccanica... Michele Laurent dai suoi prodotti chimici... quel caro Raoul non pensa che alle marmellate... Tu, invece, non ci parli mai della tua officina.

Maurizio                         - Ma perché è un'industria nella quale non c'è mai nulla di nuovo. Non ci sono mille ma­niere di segare il legname.

Gilberta                           - Non fa niente. Però ne ho imparate delle cose con te... Eppure non ci vediamo molto spesso... Aspetto la domenica con un'impazienza... Meno male che oggi è domenica!

Maurizio                         - Vale la pena... vale proprio la pena...

Gilberta                           - Cosa vuoi dire?

Maurizio                         - Allora non ti sei accorta che da quattro settimane, ogni sabato, ritorno dall'officina alle quattro, e ti dedico tutta la fine della giornata?

Gilberta                           - Ti sei veramente accorto che sono quattro settimane?

Maurizio                         - Esattamente quattro.

Gilberta                           - Esattamente?

Maurizio                         - Cosa vuoi scommettere?

Gilberta                           - Ma lo so. Figurati se non li ho con­tati io... io soprattutto...

Maurizio                         - Perché « tu soprattutto »? Allora cre­devi che fosse per puro caso... (Cambia discorso) A proposito, ti prego - mi capisci - ti prego di essere un po' più carina con tua madre... sì un po' più...

Gilberta                           - Allora?

Maurizio                         - Ecco, voglio dirti che da qualche tempo ho osservato che sei poco gentile con lei... dura... angolosa...

Gilberta                           - Sono gentilissima con la mamma... insomma sono gentile.

Maurizio                         - Ah, ti sembra? Se tu avessi una figlia come te, ne saresti soddisfatta?

Gilberta                           - (ridendo) No.

Maurizio                         - Meno male!

Gilberta                           - E' lei che non è gentile con me.

Maurizio                         - Non puoi sapere quanto ti voglia bene...

Gilberta                           - Sì, ma non è aperta con me... manca di agilità... e qualche volta mi sono accorta che mi osserva senza indulgenza... senza piacere, si di­rebbe.

Maurizio                         - (un poco indignato) Stupidaggini! Ti proibisco... E tu non le fai mai feste... non mo­stri mai la felicità di starle vicino... Ed invece, ti giuro, le puoi voler bene... Certo. Le puoi volere pro­prio molto bene!

Gilberta                           - (come se stesse per fare una grande confidenza) Vuoi sapere una cosa? Credo... no, no, niente. E' stupido.

Maurizio                         - Avanti, su, parla!

Gilberta                           - Ebbene... credo che sia un po' an­noiata... voglio dire... insomma sembra accorgersi che io ti preferisco.

Maurizio                         - Spero però che questo non sia vero.

Gilberta                           - No, no. E' vero! Ti adoro.

Maurizio                         - (alza le spalle e ride un po' goffamente) Cerca di perdere l'abitudine di usare il verbo« adorare » in un modo così generico: adoro la vaniglia, adoro le vostre scarpe, adoro questo ca­ne... adoro tutto, insomma!

Gilberta                           - Sì. Ma io, veramente non adoro né la vaniglia, né le scarpe, né il cane: adoro te, e basta.

Maurizio                         - Non mi seccare.

Gilberta                           - Mi addolori, molto. (Si volta e non vediamo più il suo volto, ma ci accorgiamo che è al colmo dell'emozione).

Maurizio                         - (le si avvicina) Cos'hai? Cosa ti prende? Scherzerai, no? (Ridendo di un riso in­sincero, le vuol levare le mani dagli occhi. Gilberta si difende) Gilberta, andiamo, via!... (L'abbraccia).

Gilberta                           - Non puoi sapere il dispiacere che mi hai dato.

Maurizio                         - Oh, ma ho detto così... non so... ca­ra, cara la mia piccola...

Gilberta                           - (sempre piangente) Mi hai trattata come una noiosa.

Maurizio                         - (veramente addolorato) Mi dispiace... Ti ho risposto così perché ... ora te lo spiego! In fondo io sono molto timido, capisci... Ho un difetto, e la mia povera mamma ne ha molto sofferto: quando mi si fa un complimento, quando mi si attesta, o, molto raramente che io non ho nessun merito, insomma quando qualcuno mi dimostra un pò di ammirazione, non so più dove andarmi a nascondere.

Gilberta                           - Ma io, tua figlia, io! Non ne ho il diritto, forse? E qualche volta fai lo stesso quando ti bacio... Anche l'altro giorno...

Maurizio                         - Che cosa ho fatto?

Gilberta                           - Non te ne ricordi? Ho sfiorato i tuoi capelli e ti ho detto: mi piace enormemente baciarti. Ti sei alzato come se avessi commesso una sconvenienza, hai alzato le spalle e sei andato via. E allora, ti puoi figurare che rimenata mi ha fatto la mamma! (Maurizio, improvvisamente rabbuiato, riflette).

Maurizio                         - (sgarbato e sfuggente) Non me nericordo.

Gilberta                           - Oh che bugiardo! Per fortuna che non c'è tua madre. Dinanzi a lei non l'avrei detto. E' un istinto, capisci, un riflesso. Con te mi sento libera. E non penso. E' proprio quello che rimprovero alla mamma, l'obbligo di costruirmi... Non posso essere naturale con lei. E' più forte di me. Con te mi sento a mio agio, respiro fino in fondo. (Si abbandona ai suoi pensieri, cammina in su e in giù per la stanza, poi fa una giravolta brusca e tutto a un tratto lan­cia queste parole) E poi senti: non riesco ad imma­ginare la possibilità di vivere tutta la vita se non vicino a te. Oh! dico quello che penso, per bacco!

Maurizio                         - Sei incommensurabile! Sei...

Gilberta                           - Sei?... Non sai neppure che cosa... ma sei felice! (Ride beata) Ma siccome sei timido - lo sappiamo - e non sai più dove cacciarti quando ti fanno un complimento, ti credi obbligato a lan­ciare fulmini... Toccato, caro papà, toccato!

Maurizio                         - Sei addirittura pazza. In ogni modo, ascoltami: non dire mai, mai, capisci, una cosa simile dinanzi a tua madre.

Gilberta                           - (trionfante) Vedi che anche tu lo sai... Sai che alla mamma dà noia il mio affetto per te!

Maurizio                         - Tua madre! E' una donna ammire­vole... Non lo saprai mai!

Gilberta                           - (scettica) Ah, sì?

Maurizio                         - (alza il tono, per onestà) Come: ah sì? Ripeto che è stata sempre magnifica nei tuoi riguardi, anche nel più remoto passato.

Gilberta                           - Non c'è bisogno di arrabbiarsi!

Maurizio                         - Ma anche tu, per bacco, non hai l'aria di esserne convinta.

Gilberta                           - Lo sono, lo sono... a condizione però di non risalire troppo lontano nel passato, vero? Perché ... mio Dio... il passato... Perché allora mi ha lasciata tanto tempo a balia, in campagna? (Maurizio ha un sussulto) Sì, mi dirai che vado troppo lontano, ma ti faccio osservare che sei stato tu il primo a parlare del passato, è vero? Rispon­dimi. Perché mi ha lasciata a balia tanto tempo? Non è normale. Sì, sì, lo so. Diceva che la mia salute esigeva l'aria aperta, ma caspita, son rimasta in campagna fino a dieci anni! E poi è stata la volta dell'Istituto Bellecour a Zurigo! E poi mi ha spe­dita in Inghilterra e mi ci ha lasciata per tre anni e di là a Losanna, dove mi ha inchiodata sino a un anno fa.

Maurizio                         - Perché dici: «mi ha messo qui, mi ha spedito là? ». Io sono tuo padre. Dunque sono responsabile anch'io... In ogni modo tutto questo ti ha fatto molto bene e tua madre non ha agito che nel tuo interesse.

Gilberta                           - Ammettiamolo pure. Però tu, solo, non lo avresti fatto. Vuoi che ti dia una prova irre­futabile che è stata soltanto lei a spedirmi lontana?

Maurizio                         - Sentiamo questa prova irrefutabile!

Gilberta                           - (commossa) La tua gioia, la tua felicità quando io venivo a casa; e l'ultima volta, dieci mesi fa, non hai potuto trattenerti dal manifestarla, questa tua gioia, una gioia sconfinata... Caro il mio paparino, io sono un'osservatrice...

Maurizio                         - (felice, ma non volendo farlo vedere) «Sconfinata». Esageri. Ero contento come do­vevo esserlo...

Gilberta                           - Sta zitto. Non mi togliere questa pic­cola illusione, anche se è un'illusione.

Maurizio                         - No, Gilberta mia, non è una illu­sione. Ero tanto felice di riaverti, tanto felice! E di riaverti per sempre. Credo che ora mi opporrei tenacemente a vederti «spedire»... come dici tu.

Gilberta                           - (con grande slancio si attacca a lui) Ah lo vedi... lo vedi? Più, mai più me ne andrò di qui.

Maurizio                         - (scoppia dal ridere tanto è felice, ma per mettere un freno alla sua euforia) « Mai più, mai più »... alla tua età queste parole non hanno valore. Sono delle eternità da ragazzine.

Gilberta                           - Ah sì? Non mi conosci. Non ho nes­suna voglia di maritarmi.

Maurizio                         - Si dice... si dice sempre così; e poi un bel gàomo: «mamma, papà, vorrei presentarvi il mio fidanzato! ».

Gilberta                           - Sì. Ho capito. Alludi a Raoul Merignac... Ebbene, detto fra noi, "confidenzialmente: non c'è pericolo... Non dico... è simpatico, ma perché stringermi la corda al collo quando qui, con voi due, sto magnificamente bene? Con te, spe­cialmente, caro il mio papà, vicino a te. Abbiamo tanto tempo da recuperare, noi due! O bisognerebbe che andassi a battere il naso in un uomo ecce­zionale.

Maurizio                         - (onisco, subitaneo) Senti... vuoi la­vorare per me? Così saresti utile a qualche cosa.

Gilberta                           - Cosa ti prende?

Maurizio                         - (ridendo) Eccoti una stilografica... (Va a un tavolinetto a prendere un blocco) E qui c'è della carta. Scrivi.

Gilberta                           - (si è comodamente messa a posto) « Signore... ». (Maurizio cammina su e giù visibil­mente preoccupato e non pensa per niente a ciò che dovrebbe dettare, e Gilberta ripete) «Signore» o « Caro signore » ?

Maurizio                         - Cosa?

Gilberta                           - Ti domando se devo scrivere « Si­gnore » oppure « Caro signore» o « Signora » op­pure « Cara signora » ?

Maurizio                         - Ma non è una lettera. Sono delle note, che devono servire a me, domani. Ho la riu­nione del Consiglio sindacale a Nancy e non ho avuto tempo di preparare niente. (Detta) « Infor­mare i fornitori di legno delle miniere che c'è at­tualmente richiesta di pali telegrafici». (Continua a camminare su e giù, si ferma e bruscamente!):, Sentì... tua madre non può passare il pomeriggio in camera sua. E' ridicolo. (Esce. Gilberta si alza, passeggia pensando intensamente. In questo mo­mento Anna Maria viene a ritirare le tazze da caffè che sono rimaste qua e là. Gilberta va ad un mobile e vi prende una lettera).

Gilberta                           - Anna Maria, vai a Nancy?

Anna Maria                     - Vorrei fare una scappata all'ora del vespro.

Gilberta                           - Impostami questa lettera.

Anna Maria                     - Ah... a proposito... Sai che ho ritrovato il tuo spillino?

Gilberta                           - (con un balzo) No, davvero? Do­v'era?

Anna Maria                     - Attaccato a quel pull-over che portavi l'ultima volta che sei uscita a cavallo. E' un miracolo che non sia andato perso.

Gilberta                           - Che bellezza! Come sono contenta! Meriti proprio un bacio. (Le salta al collo).

Anna Maria                     - Sì, ma però dovresti stare un po' più attenta.

Gilberta                           - Va bene, vecchia brontolona! (Anna Maria porta via il vassoio con le tazze ed esce per la porta di destra, primo piano. Gilberta sentendo che, attraverso la porta aperta, giungono delle voci, ritorna al mobiletto dinanzi al quale era seduta e prende un atteggiamento da stenografa dinanzi al blocco di carta. Entra Maurizio, portando per mano Isabella e avendo egli stesso in mano il « necessaire » per scrivere di Isabella, il medesimo che questa ha portato via poco prima, quando è andata in ca­mera sua).

Maurizio                         - Ma no, ma no... E' proprio ridicolo. Non ci disturbi affatto e noi non ti disturberemo. Mettiti qui. Io detto soltanto qualche nota a Gil­berta. Un minuto, al massimo...

Isabella                           - Puoi dettare... avevo proprio finito di scrivere alcune lettere... e stavo per rileggere l'ultima.

Maurizio                         - (a Gilberta) Dove eravamo rimasti? (Passa dietro a lei, leggendo quello che ha scritto e tiene la mano appoggiata sulla sua spalla e le accarezza i capelli) Secondo: «Ricordare ai nostri aderenti che hanno degli affari con la S.N.C.F. che essi beneficeranno del premio di celerità... a con­dizione che i traversini e gli incroci siano ricevuti e caricati nelle proporzioni stabilite nei rispettivi contratti». Ecco, può bastare. Avrei potuto di­menticarmene. (Prende il foglio e lo pone nel por­tafogli dopo averlo scorso) Ottimamente.

Gilberta                           - Insomma, potrei benissimo farti da segretaria? E perché non potrei fare un po' di tirocinio all'officina? Perché? No, non rido mica. Un giorno potrei essere chiamata ad occuparmi de­gli affari... Perché no? Tutti e due i miei nonni erano direttori di officina...

Isabella                           - Ma non dire sciocchezze! La tua vita non è qui!

Gilberta                           - Come?

Isabella                           - Ma sì, via... la vita di una donna è là ove suo marito ha la sua.

Gilberta                           - E allora?

Isabella                           - E allora... sai forse dove tuo marito organizzerà il suo lavoro? Magari a cinquecento chilometri da qui.

Gilberta                           - E tu credi che io accetterei di an­dare... via, cambiamo discorso.

Isabella                           - Come « cambiamo discorso »! No, no. Non cambiamolo affatto. Per una volta che si parla del tuo matrimonio, mi pare che valga la pena di trattenersi sull'argomento.

Gilberta                           - Non mi voglio sposare. (Si dirige a Maurizio) Ti ricordi quando dicevo: «Non sposerò mai nessuno, se non papà ». Era una cosa carina, non è vero? Quanti anni avevo? Sette... otto?

Maurizio                         - A otto anni si ha l'età della ragione e non sembra veramente che tu avessi l'età della ragione.

Gilberta                           - Ed ero anche gelosa di te, e come gelosa! E lo sono ancora un pochino, sai! (Ora Isa­bella appare evidentemente seccata).

Isabella                           - Gilberta, hai finito di dire delle stu­pidaggini? Ti faccio osservare che poco fa mi hai interrotto a metà di una frase. Sta' attenta. Ti dicevo dunque che una donna ha la sua vita là dove suo marito trova la sua.

Gilberta                           - Precisamente; ed bai anche parlato di vivere a 500 chilometri dalla propria famiglia. Tu credi allora che io potrei maritarmi e stabilirmi a 500 chilometri da voi?

Isabella                           - Che cosa ci sarebbe di straordinario? H tuo pensiero è gentile, ma... tutte le signorine vogliono bene ai loro genitori e non per questo...

Gilberta                           - Scusa. Conosco delle signorine e dei giovanotti della mia età che non possono soffrire i loro genitori.

Isabella                           - In questo caso sono dei mostri, dei veri mostri.

Gilberta                           - No!

Isabella                           - Sì!

Gilberta                           - Insomma, anche senza odiarli, se ne infischiano, perché i loro genitori non li capi­scono, non sono abbastanza i compagni dei loro figli. Ed io, cosa vuoi, esigo che le persone alle quali sto vicino, siano per me dei compagni; ed è per questo che, « adoro » la mia famiglia. (Preci­samente a questo punto Gilberta che camminava con energia attraverso la stanza viene a trovarsi dietro a sua madre in modo che questa non la vede, ed è invece in faccia a Maurizio, al quale fa segni quando pronunzia la parola « adoro »: è per te che dico in questo modo e gli manda un bacio).

Isabella                           - (intenerita suo malgrado) Non vuol dire, figlia mia... Ci sono poche probabilità che tu sposi un giorno un giovanotto il quale per puro miracolo si occupi di legnami come tuo padre, perché insomma potrebbe anche essere...

Gilberta                           - (ironica) Un chimico!... inventore di un prodotto per la conservazione delle marmel­late di frutta. Bisognerebbe, in questo caso, che io lo scortassi docilmente al paese ove fioriscono gli aranci, i limoni, i cedri... Non fa per me. (Mau­rizio non può trattenersi dal sorridere).

Isabella                           - (a Gilberta) Stupida! Ebbene, giacché tu fai un'allusione a Raul Mérignac, vuoi che te lo dica? T'auguro un marito come lui... e dicendoti questo non penso che alla tua felicità.

Gilberta                           - Ci siamo! E' così. «Signori, entra la Corte! ». Ecco: comincia il processo. Introducete la ragazza Gilberta Chancerel. (Riproduce comi­camente l'ingresso nell'aula di una prevenuta, mani legate come Giovanna d'Arco).

Isabella                           - Ma sì, ma sì! Sai benissimo quello che voglio dire.

Gilberta                           - Sì che lo so! Oh sì! (Voltandosi ver­so Maurizio) Figurati: la mamma vorrebbe che spo­sassi Raul fra quindici giorni: fra 24 ore... se fosse possibile... (Alta madre) Tu vorresti in ogni modo che la cosa non andasse per le lunghe.

Isabella                           - Certamente no. Perché credo che quando una signorina ha dato a un giovanotto, che è d'altronde perfettamente serio e gradito ai geni­tori, tutte le ragioni di considerarsi un po' come un fidanzato, si deve al più presto possibile...

Gilberta                           - (comica) Regolarizzare... Ho detto bene?

Isabella                           - Dopo il tuo ultimo soggiorno qui, un anno fa, non credi che Raul avrebbe potuto ragio­nevolmente considerarsi un po' come il tuo fidan­zato?

Gilberta                           - Un po'... ma non molto!

Isabella                           - ... non vi siete lasciati un secondo per più di tre settimane... tutti a Nancy la pensa­vano come me.

Gilberta                           - Naturalmente. Non c'era nessuno in paese in quel momento., perfino papà era in viag­gio di affari... bisognava pure...

Isabella                           - E perché gli hai fatto perdere la testa?

Gilberta                           - Io?

Isabella                           - Tu... ed anche a tutti i suoi compagni.

Gilberta                           - (inorridita) Oh!

Isabella                           - Ma sì... bastava osservare come ti guardavano Alberto Fescourt, Giacomo Brunoy, Luigi Valot... Ma sì, diciamolo una buona volta davanti a tuo padre il quale non potrà che darmi ragione.

Maurizio                        - (seccato) Giacché tu invochi la mia testimonianza, io, personalmente, non ho mai rile­vato...

Isabella                           - (a Gilberta) E' certo per incoscienza, ma hai uno strano contegno con tutti gli uomini, in generale: ti ci butti addosso - parlo dèi giova­notti beninteso - ti strofini a loro, li prendi per le braccia, per il collo, accavalli le gambe senza pu­dore... Sono certa che tu lo fai inconsciamente... ma ricordati, Gilberta, una donna deve sapersi com­portare come si conviene dinanzi ad un uomo, chiunque egli sia, chiunque egli sia.

Gilberta                           - (indignata) Non è vero, papà! Non ho mai fatto queste cose. Anche perché di tutti questi giovanotti me ne infischio altamente! Non è vero, non è vero, non è vero!

Isabella                           - .Intanto Raul è pazzo di te. Stia ma­dre, che è la mia migliore amica, ne è tutta allar­mata. Egli non capisce più niente per pensare a te.

Maurizio                         - (con la asprezza di un'ironia nervosa) Al posto di sua madre, io triplicherei ed anche decuplerei i suoi assegni mensili con l'aggiunta di alcuni consigli un po' delicati, ma utilissimi, ad un giovanotto così frenetico. Ne parlerò al signor Lafargue, suo zio. Ha delle idee larghe e capirà be­nissimo.

Isabella                           - In questo momento, Maurizio, sei ridicolo. (Pausa) Non ne parliamo più! (E rimpian­gendo di aver mortificato sua figlia, le passa vaga­mente la mano sui capelli).

Gilberta                         - Mamma, ti faccio osservare che è la seconda scenata che mi fai, da ieri. E' molto, in 24 ore! (A Maurizio) Tanto peggio, sì, glielo dico: ieri, nel pomeriggio, abbiamo avuto una scena penosa, sì, penosa.

Isabella                           - Come esageri!

Gilberta                           - Per niente, sai... per un abito! Vor­rei che giudicassi tu...

Isabella                           - Benissimo! Anch'io voglio sentire il tuo parere. (A Maurizio) Sono stanca di vedere Gilberta per tre quarti della giornata in calzoni, in pigiama, quando non indossa i suoi eterni cal­zoni da cavallo.

Gilberta                           - Per la semplice ragione che vado a cavallo un giorno sì ed uno no... e il resto del tem­po vado in auto.

Isabella                           - Ebbene, avrei bisogno di vederla una volta tanto sotto gli aspetti normali dì una sem­plice signorina. Allora le ho fatto fare un abito delizioso.

Gilberta                           - Che a te sembra...

Isabella                           - Che è delizioso. Del resto, aspetta. Ora lo vediamo. Le avevo fatto fare quest'abito per un ricevimento all'aperto che volevo organiz­zare per la fine del mese, esattamente per il giorno 21, inizio di primavera.

Gilberta                           - Hai capito l'idea? Signorina Pri­mavera « All'ombra di fanciulla in fiore »...

Maurizio                         - Ma è carina, è un'idea carina.

Isabella                           - Almeno mi è sembrata... ma invece pare di no. Ha dichiarato che quell'abito le fa orrore.

Maurizio                         - Ebbene, chiedo di vedere questo orrendo vestito. Io sono l'arbitro.

Gilberta                           - Un momento. Non ho detto che fos­se orrendo. Soltanto lo trovo un po' « gnau gnau ». Un po' « signorina di buona famiglia »... Insomma troppo « conformista », ecco !

Maurizio                         - Ora fammi il piacere di andare ad indossare il tuo vestito conformista, se mi ricono­sci la capacità di dare un giudizio.

Gilberta                           - (squisita, a Maurizio, con una rive­renza di stile) Mi rimetto a te, ciecamente.

Isabella                           - (urtata) Grazie tante. Va' a vestirti, presto.

Gilberta                           - (esce).

Isabella                           - Insomma, non ho ragione? Non so più cosa fare per toglierle quel fare da rompicollo, quei gusti sportivi, quella smania di fare il ragaz­zaccio... E tutto questo perché in Svizzera e in Inghilterra, dice lei, tutte facevano così. Ha anche delle fotografie! Sembra .di essere in una scuola di fantini!

Maurizio                         - In Svizzera, ha passato quasi cinque mesi senza levarsi gli «sci »... Che vuoi...

Isabella                           - Sì, ma noi siamo in Francia ed in provincia per di più, e questo atteggiamento da giovinotto, sfiora, in certi casi, l'indecenza. Ora, vedrai questo abito. Se vuoi essere imparziale, mi dirai se merita tanta avversione. Sono sicura che le dirai chiaramente la tua opinione.

Maurizio                         - Te lo prometto.

Isabella                           - Tu non mi aiuti affatto, mio caro... insomma non mi aiuti quanto dovresti. Son sempre io che devo sostenere la parte odiosa e fare tutte le osservazioni... e tu hai sempre l'aria di un invi­tato il quale non abbia che l'obbligo di fare tutti i giorni dei complimenti alla signorina.

 Maurizio                        - Non sono in casa che un paio di ore il giorno, non ho nessuna voglia di fare delle osservazioni, perché questi rari momenti rappre­sentano per me il riposo. Ti chiedo soltanto un fa­vore, mia cara Isabella: cerca un poco di addolcire il tono con Gilberta... finirà per credere che tu non le voglia bene.

Isabella                           - Io?

Maurizio                         - Ma sì, santo Dio, tutte le volte che ti rivolgi a lei, hai l'aria... certo senza accorgerte­ne... (In questo momento entra Anna Maria).

Anna Maria                     - Signora, potrebbe venire un mi­nuto di là? C'è la cameriera della signora Lagari-ge che le vorrebbe dire una parola. Ha un pac­chettino in mano. Vorrebbe spiegare da sé alla si­gnora... (Isabella esce. Maurizio si ferma qualche istante, e dalla porta opposta a quella per la quale è uscita Isabella, entra Gilberta. E' vestita di un abito tipicamente da signorina, chiaro e di uno sti­le che rammenta un Wintechilter. Prende subito un atteggiamento neutro, o, si potrebbe dire anche, imparziale, affinché Maurizio possa imparzialmente giudicare. Questi la osserva a lungo, senza dire una parola, e questo silenzio si prolunga in modo da creare un'atmosfera di disagio. Una vera emozione si legge sulla fisionomia di Maurizio).

Gilberta                           - Su, parla... dì qualche cosa... mi guardi come se fossi un'apparizione.

Maurizio                         - (ammirato) E' proprio così... sei una apparizione... Sei radiosa... radiosa... radiosa!

Gilberta                           - Non scherzare. Parli sul serio o mi prendi in giro?

Maurizio                         - Non ti ho visto mai un abito così delizioso... e che ti stia meglio... Non c'è che una parola: ideale!

Gilberta                           - (confusa) Ma è proprio vero... hai l'aria di parlare sul serio!

Maurizio                         - Commovente! veramente commo­vente!

Gilberta                           - A questo punto?

Maurizio                         - (con molta commozione nella voce) Se tu potessi restare sempre così!... Guarda... sia­mo soli... se ci fosse tua madre mi potresti rimpro­verare di far lega con lei contro di te, ma io ti dico proprio quello che penso... Vestiti sempre così, da signorina... Per me, cara, fallo per me!...

Gilberta                           - Però, ammetterai che qualche volta potrò...

Maurizio                         - Sì, sì... va bene. Capisco benissimo. Però vestiti il più possibile da signorina. Non c'è niente di più bello che una fanciulla. (Ha detto queste cose con tanta convinzione e quasi con ar­dore che Gilberta, commossa, non sa più che dire) Oggi, gli uomini fanno mostra di non dare impor­tanza a questo tipo di donne... Usano la maniera forte - e del resto si cominciava già ai miei tem­pi - ...ma in fondo, vedi, sono semplici atteggia­menti da spaccamontagne... L'uomo è sempre lo stesso. Rimarrà eternamente inconsolabile di es­sere stato sopraffatto in certe iniziative... privato della gioia di certe scoperte... di esser stato estra­niato da certi monopoli... queste cose, alla tua età, le puoi capire.

Gilberta                           - (Umidamente) Credi?... Sì... Può darsi.

Maurizio                         - Credi a me, cara, credi a me. Niente di più bello che una vera fanciulla. (Isabella entra su questa frase che percepisce completamente. Gil­berta, turbata, senza accorgersene, dall'emozione di Maurizio, che confusamente si comunica a lei, si affretta ad andare a specchiarsi, come farebbe una indossatrice).

Gilberta                           - Sul serio?... e non ti sembra che sia un po' borghese, che tradisca insomma lo sforzo un po' laborioso di ben catalogarmi: ragazza da marito?

Maurizio                         - (non osserva l'espressione bruscamente contratta di Isabella, dal momento in cui è entrata. Parla indirizzandosi alla moglie) E' di una fre­schezza! Di un romanticismo! E' ben semplice: a vederla così, ci si domanda come possa preferire un qualsiasi altro abito a quello. Da parte mia ti dò piena ragione.

Gilberta                           - Sono felice... non sono cocciuta... vedi... sono felice. E non ti pare che una cintura blu vivo, o arancione... per troncare...

Maurizio                         - Ah, no! Porse l'idea della cintura non è da buttar via, ma la vedo in toni molto « Ma­rie Laurencin » in colori pastello...

Gilberta                           - Bisogna riconoscere, papà, che hai un gusto magnifico. Sì, lo confesso, mi hai con­vinta. E poi dal momento che ti piace, piace anche a me.

Isabella                           - Tuo padre ha una bella fortuna! Io non sono mai stata onorata di tanta approvazione.

Gilberta                           - A cosa serve piacere alle donne? L'importante è piacere agli uomini.

Isabella                           - (brusca) Bene... va su nella tua ca­mera. Vestiti come ti fa piacere, non ha importan­za. Però lasciaci soli. Devo parlare con tuo padre.

Gilberta                           - Cosa ti prende?

Isabella                           - Hai capito?... (Gilberta esce).

Maurizio                         - Ma perché? Perché le parli con tanta durezza? Non era veramente il caso di essere così severa, dal momento che ti ha dato ragione con tanta buona grazia... e anch'io ti ho dato ra­gione.

Isabella                           - Per una volta!

Maurizio                         - Ma cos'hai? Ti ho dato ragione perché l'avevi... quell'abito ne fa un tapino delizioso che preferisco anch'io a quel disinvolto stile spor­tivo. Sì, lo confesso.

Isabella                           - Allora perché non ne hai mai parla­to? Porse il fatto che non piacesse a me...

Maurizio                         - Hai torto, mia cara, a parlarmi con questa amarezza! Mi sono sempre astenuto dal cri­ticare questo gusto che effettivamente non mi pia­ceva, perché ho sempre dubitato che tu vedessi da parte mia una specie di disapprovazione... di ostilità personale a un certo atavismo di Gilberta.

 Isabella                          - Se questo è stato il tuo sentimento... ti ringrazio. (Pausa).

Maurizio                         - (con precauzione) Se fosse stata ve­ramente mia figlia, io mi sarei mostrato un poco più esigente... ma lei... è perfettamente normale.

Isabella                           - In ogni modo avremo suscitato la sua alta meraviglia se le avessimo detto che i suoi modi non ti piacevano, perché tu hai sempre vis­suto nell'estasi delle sue parole e dei suoi atti.

Maurizio                         - Ti diverti ad esagerare, parli come se fossi stato il testimone quotidiano della sua vita, da vent'anni!... E' soltanto da un anno che io posso aver mostrato di andare in estasi a ognuno dei suoi gesti. Detto questo, confesso che quando l'ho veduta con quell'abito, fu per me veramente un'apparizio­ne... e sono andato in estasi... se ti piace questa espressione... In poche parale: ti approvo senza ri­serve! (Pausa) Ho avuto una piacevole impressione di freschezza... E' prodigioso. Mi ha rammentato il giorno in cui ho pranzato per la prima volta dai tuoi genitori, a Valencia. Te ne ricordi? Avevi un abito quasi uguale. (Tutto ciò è detto con squisita gentilezza).

Isabella                           - Possibile?

Maurizio                         - Te lo assicuro. Ne ho serbato un ricordo incancellabile... (Pausa) E poco fa, appena è entrata... Sconvolgente! Eri tu a ventitré anni, l'età in cui ti ho conosciuta... (Un'idea gli balena improvvisamente) Del resto, la sua età... Inaudito... Tu, tu... identica! Tu... ma con qualche cosa in Gilberta, qualche cosa di più... come dire? E' inde­finibile... qualche cosa...

Isabella                           - Di più innocente. Eh, via... dillo! Io, alla sua età, ero madre, lo sappiamo! E per di più, lei ha diciotto anni meno di me, in questo momen­to... Anche questo lo sappiamo!

Maurizio                         - Cosa ti prende?

Isabella                           - Faccio delle semplici deduzioni. Del resto, quando sono entrata, non sapevi nascondere la tua emozione, e parlavi col cuore in mano! « Non c'è niente di più bello che una vera fanciulla». (Ripete la frase come se volesse ferirsi con questo ricordo) « Non c'è niente di più bello che una vera fanciulla». Non ti mancava che aggiungere: «E sventuratamente io non ne ho mai conosciute ». La aspettavo, questa frase, te lo giuro!... E' orribile!

Maurizio                         - Mai come in questo momento ho capito l'espressione: « rimanere senza parole ». Co­me ho potuto lasciarti andare fino in fondo al tuo pensiero? (Con vera solennità) Isabella, ti giuro, da onest'uomo, capisci?...

Isabella                           - (improvvisamente gli mette la mano sulla bocca con dolorosa tenerezza) Taci... Basta... Taci... mi basta. Sono certamente su una falsa stra­da; torno indietro; basta, basta. ,

Maurizio                         - (disarmato) Benissimo. Anch'io tor­nerò indietro. Non se ne parlerà più. Cancelliamo questi ultimi dieci minuti... Cancelliamoli anche dal nostro ricordo. (Si baciano. Lunga pausa durante la quale si sente che tutti e due, ad onta del loro ac­cordo, seguono i loro pensieri) Ed ora, sebbene si tratti ancora di Gilberta, ciò che sto per dirti non si riferisce affatto a quello che abbiamo già dimen­ticato. Sai che dianzi sei stata veramente senza pietà? L'hai accusata con estrema violenza di com­portarsi male con gli uomini in generale; come se le fosse capitato, a mia insaputa, un incidente che avresti fatto di tutto per nascondermi... Scommetto che non è vero... a meno che...

Isabella                           - Allora, ci tieni proprio a ritornare sull'argomento... Si vede che ti sta a cuore!

Maurizio                         - Andiamo, via! Sono stato colpito dal tono delle sue proteste, di cui la sincerità non può trarre in inganno.

Isabella                           - Maurizio, vorrei lasciare Gilberta da parte, per oggi. E' per causa sua che noi due ab­biamo costeggiato delle regioni pericolose... Ti chie­do dunque...

Maurizio                         - (non sorride più. Accetta il dibattito) Scusami, ai miei occhi la cosa è troppo impor­tante... Se Gilberta si fosse compromessa per il sto modo di fare equivoco con un giovanotto, chiunque sia, non avrei lasciato a te la cura di rimproverar­la. Porse non Raul, ma probabilmente i suoi ami­chetti fanno il loro mestiere di uomini, il loro vol­gare mestiere di uomini, ronzando intorno a Gil­berta e giocando una partita di cui tua figlia è la posta! E di questo tu la rendi responsabile. Bi­sogna forse che si costruisca una personalità repel­lente per servire da antidoto e di calmante alla febbre di pubertà di questi giovanotti? Ah, no, no! Nessuno ha domandato mai... nessun legislatore, per quanto pudico e pedante, ha mai obbligato le donne a mutilarsi per assicurare la tranquillità agli uomini, perdio!... (Cammina rabbiosamente).

Isabella                           - Ma calmati, mio caro! Non c'è ra­gione che tu la prenda a questo modo; non capisco proprio...

Maurizio                         - Ma no, cara. Soltanto, vedi, mi dà noia l'ingiustizia! (Osserva sua moglie, di cui il volto, ad onta di tutti gli sforzi, tradisce una certa angoscia, e tutto a un tratto, assolutamente sincero e forse pieno di rimorso, si avvicina a lei e la pren­de per le mani) Isabella, amor mio, voglio sapere quello che hai, voglio che tu me lo dica... Qualche f cosa c'è... non c'è dubbio.

Isabella                           - Ma ti giuro, non c'è niente... ti ho detto tutto.

Maurizio                         - (in un tono che non ammette più si­mulazione) Isabella! (All'improvviso Isabella lo stringe fra le braccia perdutamente) Ah, vedi, dun­que, che c'è qualche cosa. Lo sapevo.

Isabella                           - No, no, ti assicuro. Sono cose impon­derabili. (Una pausa) In linea generale, i modi di Gilberta qualche volta mi urtano... mi danno noie... mi avviliscono... sì, mi avviliscono...

Maurizio                        - Ma è mai possibile? (Con estrema violenza) Hai completamente torto, completamente... Sì, posso ammettere che qualche volta non abbia forse con te il tono giusto, insomma che non sia al diapason esatto del registro familiare... il che, d'altra parte, è molto frequente oggi fra genitori e figli... tutte le tue amiche te lo diranno. E poi credi che prenda veramente con me il tono che deve avere una figlia con suo padre? Perché io, in ogni modo, sono suo padre per tutti, e in particolare per lei.

Isabella                           - Benissimo. Giacché ne parli, sono contenta che tu faccia per il primo questa osser­vazione... Trovi naturale, « filiale » direi, il modo col quale Gilberta si comporta abitualmente con te? (Maurizio mostra di essere stupefatto) Tu non te ne accorgi! Te lo giuro, amore mio... ma lei ti trascina, tuo malgrado, in una specie di camera­tismo, di familiarità, che non sopporteresti se ti sentissi fisicamente suo padre... e se tu lo fossi! Ti darebbe noia, ne sono sicura, ne proveresti una specie di disagio morboso.

Maurizio                         - (simulando ammirabilmente)... di «disagio morboso»?... Ti assicuro che non capisco tutte queste complicazioni...

Isabella                           - Ma è una cosa naturale, mio caro, istintiva! Non puoi sentirti urtato da certi modi che Gilberta usa con te, come ti sentiresti se tu fossi veramente suo padre. Davvero, sai... Non mi far dire di più!...

Maurizio                         - Ah, ti ringrazio, Isabella, ti ringra­zio... (Punto sul vivo) Credevo di aver acquistato il diritto dopo... esattamente diciotto anni... di con­siderarmi proprio...

Isabella                           - (disarmata) Caro, amore mio... non credere... non ho voluto... te lo giuro!... Grazie a Dio, sei stato per Gilberta un uomo meraviglioso, il più devoto, il più affettuoso... dei padri.

Maurizio                         - Voglio che tu lo riconosca! Voglio... perché ho la piena coscienza...

Isabella                           - Siamo ridicoli. Siamo noi due soli e parliamo come davanti a un testimone che debba giudicare un grande contrasto sentimentale. Chi vogliamo convincere? Noi stessi no, non è vero? E allora? (Lunga pausa) Gilberta mi fa paura. Sono ossessionata e certi pensieri... Ascoltami, Mau­rizio. (Accento patetico) Su Gilberta pesa un terri­bile atavismo... «terribile », non bisogna esagerare... ma d'altra parte... con la sua natura esuberante, vibrante, troppo accesa può, da un momento all'altro, prepararci le più grandi sorprese... le più gravi!

Maurizio                         - Sono letteralmente... come dire? non mi sarei mai aspettato...

Isabella                           - Per questo, vivo sempre in uno stato di preoccupazione, di apprensione... Ho paura che...

Maurizio                         - Di che hai paura?

Isabella                           - Mi sembra pericolosa... pericolosa... (Cerca la parola e conclude categorica)... perico­losa! E non parlo da madre in questo momento...

Maurizio                         - Gilberta?

Isabella                           - Sì, sì. Gilberta... Se ne parla da mezz'ora.

Maurizio                         - Isabella, Isabella mia... In questo momento non sei normale.

Isabella                           - Vivo infatti in un'atmosfera così anormale! (Fa un gesto largo per indicare l'am­biente. Pausa).

[Maurizio                        - Cosa vuoi che ti dica...

Isabella                           - Cambiamo discorso. Per oggi basta... Abbiamo fatto un gran passo!... e difficile! Se sta­mani, quando mi sono alzata, mi avessero detto che sarei arrivata a questo punto prima di sera...

Maurizio                         - Isabella, guardami in faccia! Non ti posso permettere queste espressioni torbide, ambi­gue!... Se acconsentissi a cambiare discorso, come dici tu, avresti il diritto di essere disgustato della mia indifferenza.

Isabella                           - (si prepara prima, e lancia, il colpo) La tua presenza, la tua semplice presenza fa molto male a Gilberta. (Taglia subito corto alla sorpresa ben costruita di Maurizio) Gilberta confronta tutti gli uomini con te, tutti i giovanotti... ed evidente­mente nessuno regge il confronto... Nessuno meglio di me la può capire... io che ti amo... E siccome lei è una creatura mia, e mi rassomiglia in molte cose... Lo so... come potrebbe non essere affascinata, in­consciamente, da te?... Emana dalla tua persona una tal forza di seduzione!... Te l'ha detto lei stessa molto chiaramente, mi pare... Del resto ha fatto due o tre riflessioni, di cui, spero tu abbia sentito il lato tragico...

Maurizio                         - «Tragico»? (Lungo silenzio).

Isabella                           - Voglio che Gilberta prenda marito, e che vada a vivere altrove. Questa mia decisione è irrevocabile. Ho l'intenzione di mandarla con Maddalena Berland e la sua famiglia a passare qualche settimana a Chamonìx.

Maurizio                         - (ironico e glaciale) Ci sono infatti molti forestieri.

Isabella                           - Può darsi che Raul Mérignac non vada bene per Gilberta... dopo tutto, è possibile... che preferisca un giovanotto più... seducente, più ardente, sì... insomma, un giovanotto che abbia maggiore personalità...

Maurizio                         - (cercando di contenersi) Ecco. Ac­consentiresti anche a cacciarla nelle grinfie di un avventuriero, pur di sbarazzartene. Hai torto, Isa­bella. (Pausa) Ti disapprovo vivamente. Per tutte le ragioni che hai dette poco fa, per tutte le accu­se che hai lanciato contro Gilberta, essa è ora al punto in cui la sua educazione esige unicamente e imperiosamente la sorveglianza e l'autorità di una madre... e di un padre!

Isabella                           - Non sono affatto della tua opinione.

Maurizio                         - Se chiedi la mia autorizzazione al tuo progetto, te la rifiuto.

Isabella                           - (tono alto) Maurizio, Gilberta è figlia mia. Mia.

Maurizio                         - (riceve il colpo, tace, riprende ansi­mante ma con padronanza di sé) Isabella, pensa a quello che dici! Non hai assolutamente il diritto di togliermi ora... Ricordati che otto anni fa abbia­mo perduto un figlio e che la presenza di un bambino in una casa è necessaria anche alle coppie più felici.

Isabella                           - Gilberta non è più una bambina, e tu eri un marito perfetto quando essa era lontana. Ed ora non posso più parlare. Sono sfinita. (Esce. Da quando è uscita Isabella, Maurizio rimane pen­soso, lo sguardo fisso nel vuoto come se esaminasse la verità, ora che è solo dì fronte ad essa. Rimane cosi per un mezzo minuto. Poi con precauzione, Gilberta che è entrata dal fondo, lo osserva un mo­mento e si fa avanti fino a venirgli vicino. Si è rimesso l'abito che aveva all'inizio dell'atto).

Gilberta                         - E ti meravigli che possa essere arrab­biata con la mamma quando so che ti dà dei di­spiaceri? Basta guardarti! (Gli mette una mano sulla spalla e gli accarezza i capelli. Dal tono della voce di Gilberta - piuttosto grave - ci si accorge che dalla fanciulla sta nascendo una donna, in­consciamente turbata. Allora Maurizio si libera len­tamente dall'abbraccio ed esce dal fondo, senza fretta. E Gilberta, disorientata, lo guarda andar via, senza capire).

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

La stessa scena dell’atto precedente. Tre settimane dopo.

 (All'aprirsi del velario, Anna Maria e Yvonne, altra cameriera, sono occupate a fare dei pacchetti che mettono in una grande borsa da viaggio posta su una delle tavole. Fra i pacchetti si vedono dei piccoli « thermos »).

Anna Maria                     - Che roba è questa?

Yvonne                           - Cioccolata.

Anna Maria                     - Avvolgila meglio, con un altro foglio... col calore dell'auto potrebbe sciogliersi. Dove sono le arance?

Yvonne                           - Le metteremo dentro soltanto all'ul­timo momento perché non si schiaccino. Non porta via altro la signorina?

Anna Maria                     - Oh! ben poco... delle caramelle... delle pastiglie... qualche biscotto... Non vuol mai portare con sé tanta roba. (Indicando un pacchetto) Questo riportalo in cucina, non ne vuole. « Non sono ile trattorie che mancano, per la strada», mi ha detto. Son tutte qui le arance che hai preparato?

Yvonne                           -  Ho preso tutte quelle che erano rima­ste da Amabric. Ma perché la signora non ha detto prima che la signorina partiva? Qui si fanno sem­pre le cose all'ultimo momento.

Anna Maria                     - Che vuol? Hanno deciso ieri se­ra... I signori Berland partivano oggi in macchina, la signorina li doveva raggiungere col treno fra qualche giorno... e poi tutto a un tratto la signora ha deciso che avrebbe profittato della loro vettura anziché andare in treno.

Yvonne                           - Però avrebbe potuto aspettare il ritor­no di suo padre.

Anna Maria                     - L'ho detto anch'io alla signora. Non sarà contento domattina quando arriverà.

Yvonne                           - (con i due thermos in mano) In que­sto c'è il brado, in quest'altro il caffè.

Anna Maria                     - Bollente?

Yvonne                           - Sì, non dubitare, è bollente. Li ho riempiti io tutti e due. La signora ha detto di ser­bare un po' di posto perché porterà una scatola che ora prepara nell'« office». (Guarda nella borsa) Oh... ce n'è ancora del posto. (Quando sta per pas­sare nella galleria di destra, si sente un rumore d'auto. Va a guardare dal balcone della galleria) Chi c'è? Sembra un taxi... Chi può essere? Oh, guarda! E' il signore! Si vede che ha preso un taxi a Nancy...

Anna Maria                     - Meno male. Così potrà salutare Gilberta. (Entra Maurizio).

Maurizio                         - Non mi aspettavate, eh?... Non ho avuto il tempo di avvertire... Cosa state facendo?

Anna Maria                     - (già un po' a disagio) I signori Berland partono fra poco in vettura per Chamonix... allora la signora ha preferito che la signorina an­ticipasse -un poco la sua partenza per viaggiare in auto con loro piuttosto che fare questo lungo viag­gio in ferrovia, e di notte, per giunta, fra qualche giorno.

Maurizio                         - (assolutamente, sbalordito) Come, come? La signorina va a Chamonix?

Anna Maria                     - Ma sì, signore. Ma sì. Non lo sa­peva? Non glielo ha scritto la signora?

Maurizio                         - Ma quando? quando parte? E' paz­zesco!

Anna Maria                     - Vengono a prenderla fra un'ora... L'hanno deciso ieri nel pomeriggio, all'improvviso... La signora le dirà... (Anna Maria e Yvonne si av­viano per uscire).

Maurizio                         - Anna Maria... Andate subito a tele­fonare alla signor Berland, ma subito... Ditele: il signor Chaneerel è arrivato in questo momento... m'incarica di dirvi che la signorina Gilberta non partirà oggi.

Anna Maria                     - Benissimo, signore.

Maurizio                        - E per tagliar corto a tutte le spie­gazioni, le direte che li raggiungerà a Chamonix col treno... uno di questi giorni. E' pazzesco! E la signorina dov'è?

Anna Maria                     - Termina di fare i bagagli, in ca­mera sua. (Esce di corsa per la galleria verso sini­stra).

Yvonne                           - (rientrando in scena) Però glielo avrebbero potuto dire.

Anna Maria                     - Forse lo avranno avvertito, ma sai, le lettere non arrivano mai quando si cambia indirizzo tutti i giorni.

Yvonne                           - Non sembrava davvero soddisfatto il signore.

Anna Maria                     - Lo capisco.

Yvonne                           - E non abbiamo avvertito la signora! Bisogna che vada a dirglielo. (Esce. Anna Maria termina di fare il bagaglio che chiude proprio nel momento in cui Isabella, affannata, entra per la stessa porta).

 Isabella                          - Che cosa sento! E' arrivato il signore? E' uno scherzo.

Anna Maria                     - Sì, proprio ora. E' andato su, dalla signorina.

Isabella                           - Che cosa ha detto?

Anna Maria                     - Che non aveva potuto avvertire... E' venuto con un taxi di Nancy.

Isabella                           - Sa che Gilberta parte fra poco?

Anna Maria                     - Naturalmente. E' arrivato mentre facevamo la borsa. E' rimasto molto male... molto male. Devo anche telefonare subito il contrordine alla signora Berland.

Isabella                           - (smarrita) E' terribile, terribile, ter­ribile... Cosa penseranno i Berland?

Anna Maria                     - Allora... vado a telefonare?

Isabella                           - Per forza! Telefonerai anche al, signor Mérignac perché non si disturbi. Doveva venire a salutare Gilberta fra poco. Non dimenticartene. In ogni modo... dì che Gilberta non sta bene... un po' d'influenza. Accomoda la cosa, fammi il piacere.

Anna Maria                     - Tanto più che è stata lei a chie­dere ai signori Berland di anticipare la partenza.

Isabella                           - Eh, già! Proprio così!

Anna Maria                     - n signore non voleva che par­tisse... La signora ha fatto male, glie l'ho detto, si ricorda?

Isabella                           - Dov'è?

Anna Maria                     - Dalla signorina. (Macchinal­mente è andata a guardare nella galleria verso sinistra, ma all'improvviso torna indietro) Eccolo... (Scappa da destra, portando via il bagaglio. Entra Maurizio. Va incontro ad Isabella, senza baciarla).

Maurizio                         - Ma Isabella, cos'è questa storia? Sei pazza! Dunque Gilberta partiva per Chamonix quando sapevi benissimo che questo progetto non aveva la mia approvazione? E parte senza che io ne sia avvertito, e durante la mia assenza! No... mi sembra di sognare!... Ma hai veramente la testa a posto?

Isabella                           - Maurizio, non ti controlli!

Maurizio                         - Non ho il tempo né la voglia di controllarmi.

Isabella                           - Potresti darmi un bacio...

Maurizio                         - (trascurando quest'osservazione) Sono assolutamente... devo ritenere la scarsa con­siderazione che si ha della mia persona e della mia opinione come la più grave, la più offensiva delle ingiurie... la più inattesa... ed anche la più imper­donabile.

Isabella                           - Parola d'onore... si direbbe che Gil­berta va al Polo Nord!

Maurizio                         - Sai benissimo che 'ho subito disap­provato e con energia il progetto di mandarla a passare l'inverno a Chamonix. Tre settimane fa qui, proprio qui, in questa stanza, abbiamo avuto su questo argomento una conversazione molto chiara... e poi tu approfitti della mia assenza... Pino ad ora non mi aveva abituato a queste mancanze di riguardo... Non lo potrò dimenticare... non lo po­trò dimenticare...

Isabella                           - Dio, che esagerazione! Che scenata inattesa ed eccessiva! Se proprio lo vuoi sapere, mi. era sembrato che Gilberta fosse in questi ultimi tempi un po' palliduccia, stanca; mi è capitata la occasione insperata di un viaggio sulle Alpi senza la fatica d'interminabili ore in un vagone ferro­viario... e ho voluto procurarle questo piacere.

Maurizio                         - Non dici la verità.

Isabella                           - Maurizio! Non posso davvero sop­portare...

Maurizio                         - E' lo stesso. Non dici la verità! E poi non ammetto discussioni. Gilberta non partirà. Ne ho abbastanza di queste partenze... ne ho ab­bastanza! Ormai non voglio più che ci lasci... Il suo posto non è più nelle pensioni di famiglia o negli alberghi: è qui. Deve essere così e basta. L'idea che ella potrebbe ancora partire, l'idea della casa vuota senza di lei... mi è insopportabile... Non mi ci posso abituare, non mi ci potrò abituare...

Isabella                           - Io non ti ho mai...

Maurizio                         - ...sentito parlare così? Ebbene, per una volta mi sentirai dire: voglio e non voglio.

Isabella                           - Maurizio... Maurizio... L'eco delle tue parole è ancora in me... Tu hai parlato di Gilberta come avresti parlato di una donna. Voglio dire, come un uomo parlerebbe di una donna che lo avesse completamente preso! Non di Gilberta come di una figlia. Se qualcuno avesse potuto sentire, non avrebbe lontanamente supposto che tu parlassi dì tua figlia.

Maurizio                         - (d'impeto) Non è mia figlia!

Isabella                           - (come colpita da una terribile rivela­zione) Mio Dio! Mio Dio! Mio Dio! (Si prende la testa fra le mani) E' così! Ecco! E' così... così... (E con un voltafaccia brusco guarda fisso Maurizio e con accento disperato, ma nel quale non c'è la minima violenza) Dunque tu ami Gilberta?

Maurizio                         - Come, « amo Gilberta »? Beninteso, le voglio un bene enorme... e non sarai tu a la­mentartene, spero.

Isabella                           - (con più fermezza) Tu ami Gilberta... non giocare sulle parole. Non sei l'uomo delle scap­patoie... (Maurizio fa un gesto interrogativo, come chiedendo una spiegazione) ...non obbligarmi a pre­cisare.

Maurizio                         - Cosa intendi dire?

Isabella                           - Ami Gilberta d'amore? Mi sembra di essere chiara.

Maurizio                         - (senza che faccia un movimento ci si accorge che è improvvisamente colpito) Non lo so.

Isabella                           - (un silenzio opprimente) Soltanto il fatto che tu non abbia protestato subito con orrore...

Maurizio ---------------- - Puoi forse rimproverarmi un gesto, un atteggiamento, che non siano stati sempre esat­tamente e strettamente quelli di un padre? Che cosa chiedo, in fondo? Niente, niente! Se non una presenza di cui ho bisogno, lo confesso... di cui ho un bisogno... un bisogno vitale... E' un bisogno uni­camente sentimentale... lo dico ad alta voce!... Ed esigo che sia rispettato. L'idea che tra lei e me possa esistere... quello che tu temi... mi fa orrore... mi fa orrore, capisci... perché - abbiamo il corag­gio di dirlo - tu temi che diventi la mia amante... Avanti, dillo... diamo alle cose il loro nome, il loro nome, il loro nome! Ah, questa smania disgustosa di dare dei falsi aspetti ai sentimenti! Io invece sono pronto a rivelarti la vera sostanza dei miei pensieri, delle mie mete... Posso dirti in questo pre­ciso momento tutto quello che intendo rivendicare e tutto quello che respingo per sempre e con or­rore.

Isabella                           - Ebbene, poiché tu desideri dare ai sentimenti il loro preciso nome, danne uno a quel­lo che provi per Gilberta. Amore paterno? Non aver paura, Maurizio, non aver paura... al punto in cui siamo... (Maurizio riflette a lungo) Ma è amore, via!... Non puoi negarlo... E' amore... forse ancora in embrione, ma amore.

Maurizio                         - (con una sincerità quasi clinica) Forse è amore... ma è amore nobile, elevato, pura­mente cerebrale e nel quale mai ha avuto la mi­nima parte l'istinto... il materialismo... insomma... diciamo la parola: il desiderio. E' terribile questa parola, detta da me, in tua presenza, trattandosi di Gilberta.

Isabella                           - Povero Maurizio, povero davvero. Una domanda, una sola: l'ultima. Insisto perché è molto importante. Questo sentimento ha qualcosa di comune con quello che potresti provare per una creatura tua... tua... una creatura che tu mi avessi data... di cui tu fossi il vero padre, il papà... il pa­pà... capisci bene, Maurizio... il papà?

Maurizio                         - (una breve pausa) No.

Isabella                           - Ecco. Basta così. Basta così... Sei coraggioso, Maurizio, sei di una sincerità ammire­vole, ma sei perduto - te lo dico io - sei perduto; anzi siamo perduti, perché lo sono anch'io come lo è lei. Tutto è finito.

Maurizio                         - Ma cosa pensi mai? E' mostruoso questo tuo pensiero, mostruoso...

Isabella                           - No, no, taci. Non sei in grado di ra­gionare. Qui non ci sono che io a veder chiaro, con lucidità, con freddezza. Sei sull'orlo di un pre­cipizio, e fai tentativi per non cadervi, ma vi pre­cipiterai lentamente, irrimediabilmente, finché ar­riverai al fondo trascinandoci tutti con te... E' ine­vitabile. Il solo fatto che tu possa confessare ora il tuo sentimento con tanta magnifica sincerità, è la prova più lampante che esso è in te da molto tempo e che ha radici profonde. Vi sono accenti di rivendicazione nella tua sincerità. (Tendendo il dito verso di lui) E tu lo sai!

Maurizio                         - Non so che farci. Non so che farci. Mi potrai considerare un povero disgraziato... non responsabile di quello che accade. Non è mia figlia, non è mia figlia... non è una creatura mia... Che posso dirti? E' forse la natura cieca che si vendica e riprende i suoi diritti... sempre, la natura, ha qualche cosa da reclamare... lo esige e lo prende. Non è una creatura mia, niente da fare, niente da fare. Ho un bel gridare a me stesso: è tua figlia, è come se fosse la tua bambina... l'hai sempre co­nosciuta... insomma «quasi sempre». Ho un bel gridarlo a me stesso... qualche volta anche ad alta voce. Non sono responsabile... ed è colpa tua del resto! Eh sì, è colpa tua!

Isabella                           - Ma cosa dici, Maurizio? Sei pazzo?

Maurizio                         - Sì, quando ho saputo che avevi quella bambina, era troppo tardi. Ti amavo di già, lo sai. Ti amavo ciecamente. Ed è per questo che insieme abbiamo costruito questa menzogna. Chi può prevedere le ramificazioni mostruose di una menzogna? Perché io, Isabella, non avevo mai men­tito prima di conoscerti. E' così... non me ne insu­perbisco. Ho sempre amato la verità. Per istinto. Ma con Gilberta dalla mattina alla sera non fac­cio altro che mentire.

Isabella                           - Allora tu rinneghi cosi i nostri vent'anni di vita perfetta, meravigliosa, unica. E' fi­nita, è finita... Non sono mai esistiti questi venti anni! (Isabella scoppia in singhiozzi. Maurizio la guarda con pietà, cammina un momento in su e in giù, poi con una certa impazienza).

Maurizio                         - Ti supplico, per l'amor di Dio, di non complicare la situazione con delle lacrime. Parliamone come dei buoni amici... Cosa volevo dire? (Cerca) Ah, sì... sì. Soprattutto c'è stata da parte tua una grave colpa. Hai tenuto Gilberta lon­tana da noi.

Isabella                           - Ma non hai capito allora Maurizio tutta la delicatezza del mio modo di agire?

Maurizio                         - ...l'ho conosciuta troppo poco da bambina. Quando ha incominciato a entrare vera­mente nella nostra vita, due anni or sono, è stata con me così adorabile! Ah, se quello che provo per Gilberta e che non esito un attimo a confessare, se potesse essere amore paterno, una forma esal­tata di questo amore... tu non puoi sapere quanto ne sarei felice... nessuno lo potrebbe sapere.

Isabella                           - Sì, ma tu sai benissimo che non è così.

Maurizio                         - (riflette a lungo) Non si sa mai, al momento in cui un sentimento ha inizio, come pos­sa trasformarsi... Isabella cara, comprendimi... io provo il bisogno di essere onesto con te.

Isabella                           - Perché non ho parlato prima! Di­sgraziato, credi che non ti vedessi quando la guar­davi... Ed ora, dieci volte al giorno, quando le par­li... chiudo gli occhi: basta ascoltarti quando le dici: «Piccola mia, hai dormito bene? Come ti senti stamane? ».

Maurizio                         - (ferito nel suo pudore) Anche que­sto è colpa tua! Tre settimane fa mi hai fatto quel­la scenata! Pino a quel momento io vivevo sereno, e non davo un nome alla felicità di vederla vivere nel mio ambiente, vicino a noi... Sei stata tu, che hai fatto prendere corpo, che "hai dato consistenza alla mia inquietudine... Ed oggi al mio turbamento, alla mia sofferenza - sì, debbo dirlo, alla mia sofferenza  quando sento che potrebbe lasciarmi.

Isabella                           - (lo osserva terrificata) Maurizio, se tu fossi stato il mio avvocato, non avresti potuto parlare meglio... Tu hai coscienza di tutto, hai dosato tutto, tutto hai definito perfettamente, hai fatto una diagnosi sicura del tuo male, che è assai più grave di quel che non credessi... (Una pausa) Allora?... Lascio giudicare a te.

Maurizio                         - Lasci giudicare a me! Che cosa devo giudicare? (Cammina in su e in giù e all'improv­viso) No, non si bara con la vita. (Continua a carni-minore nervosamente, e ad un tratto, con una spe­cie dì violenza esasperata) Una cosa sola può proi­bire ad un uomo ancora giovane un sentimento per una donna... per «la donna»: la consanguineità!... Se è suo fratello o suo padre, all'infuori di questo, la donna è un essere da amarsi... da desiderarsi, e per il quale un uomo ha almeno il diritto di sof­frire in silenzio. Ed ha anche quello di amare que­sta sua sofferenza e di rifugiarvisi come in una specie di ritiro, dove nessuno, capisci, nessuno ha il diritto di entrare. Ecco come giudico, ecco come mi giudico.

Isabella -                          - (La sua espressione è passata gradata­mente dal dolore alla freddezza, ed ora si sente che c'è una specie di energia glaciale nella sua risoluzione) Senti, Maurizio: abbiamo esauriti tutti gli argomenti, ora ti rispondo io. La mia ri­sposta è definitiva e te lo giuro, è irrevocabile: o Gilberta se ne andrà, e questa volta per sempre; op­pure me ne andrò io. Basta! (Falsa uscita).

Maurizio                         - (fermandola) No, non basta. C'è una terza soluzione. Ed è che potrei andarmene io... Pensaci bene! La mia ultima parola è questa: o Gilberta rimane, o io me ne andrò. (Si ferma deciso, ansimante, cammina in su e in giù) No, non siamo più in grado di discutere... E poi debbo andar subito all'officina dove mi aspettano. In ogni modo ti dico che esigo una tua decisione prima di sera, e in base a questa mi regolerò. (Fa per uscire, poi ritorna) Ilnostro avvenire, quello di noi tre, è nelle tue mani. (Esce. Nel momento in cui Mauri­zio sta per uscire, Isabella getta un grido disperato e si attacca a lui).

Isabella                           - Maurizio, come vuoi che in una mezz'ora io possa prendere una decisione dalla quale dipendono il nostro avvenire e la nostra felicità? Tutta la nostra felicità fino alla morte? Perché tu sai che la nostra vita comune può essere irrimedia­bilmente spezzata. Lo sai, Maurizio, lo sai? (Mau­rizio che si era fermato sulla soglia, torna indietro, riflette, rimane un momento in piedi, poi va a se­dersi, busto in avanti, con le braccia appoggiate sulle ginocchia, nell'atteggiamento di un uomo che è di fronte a un problema difficile. Poi si erge: ha preso la sua decisione).

Maurizio                         - Forse .hai ragione... Allora ecco quello che ho deciso io. Parto stasera, vado in Alvernia, dove stanno per cominciare i lavori di quello sbarramento. Avrei potuto ritardare, ma a conti fatti, è meglio che vada subito. Faccio porta­re le mie valigie all'officina, da dove andrò diret­tamente alla stazione. Spero che apprezzerai tutta la sovrumana buona volontà che c'è in questa mia decisione! Ed è laggiù che mi farai sapere quello che avrai deciso. Hai dunque un mese di tempo per riflettere, per prendere questa grave decisione da cui effettivamente dipende, forse, tutto il nostro avvenire! Gilberta non capirà perché io sia ripar­tito senza salutarla... (C'è una grande tristezza in questa prospettiva) Le dirai che ho telefonato dall'ufficio, che sono stato chiamato con un tele­gramma, insomma troverai qualche cosa... (Al col­mo dell'imbarazzo) Isabella, ho fiducia in te; per il momento non ci rimane che rimetterci al tempo. Addio, Isabella. (Le prende la mano).

Isabella                           - Addio, Maurizio... ti adoro... (Ferma­to istantaneamente da questa parola, ritorna verso Isabella, le prende la mano e gliela bacia con ga­lanteria, poi si volta ed esce. Isabella rimasta sola si lascia cadere su una poltrona).

Anna Maria                     - (entra).

Isabella                           - Cosa vuoi?

Anna Maria                     - Mi ha mandato Gilberta a ve­dere... Non ha osato scendere... ma aveva sentito che alzavano la voce... E poi il signore poco fa era molto seccato quando è andato su, e l'ha trovata a preparare le valigie... (Un silenzio. Isabella è impenetrabile).

Isabella                           - (con dolcezza) Lasciami sola, Anna Maria.

Anna Maria                     - Gilberta è fuori di sé... Vi fate tutti del male... Non so proprio capire la ragione.

Isabella                           - Gilberta è in camera sua?

Anna Maria                     - Sì.

Isabella                           - Bene. Adesso vado. (Anna Maria è uscita. Isabella si tuffa di nuovo nelle sue medi­tazioni; e all'improvviso ergendosi come mossa da una subitanea decisione, si avvia verso la galleria, quando appare Gilberta).

Gilberta                           - Mamma, ma cosa succede? Cosa ave­vate, tu e papà? (Gilberta è molto angosciata ed estremamente nervosa: fa un grande sforzo a con­tenersi) Perché è tornato prima? Non gli ho mica telegrafato io che partivo per Chamonix... te lo giuro... voglio dirtelo perché avresti potuto credere...

Isabella                           - Siediti.

Gilberta                           - Quando l'ho visto apparire a un tratto in camera mia ho pensato che avrei dovuto informarlo che la mia partenza era stata antici­pata di due giorni. Perché gli avevo scritto che sa­rei partita venerdì.

Isabella                           - Cosa? Gli avevi scritto?

Gilberta                           - (rimanendo in piedi) Ma non sa­peva neanche che partivo. Era fuori della grazia di Dio! Lo avresti dovuto avvertire, almeno.

Isabella                           - (drizzando gli orecchi) Dunque gli avevi scritto che dovevi andare a Chamonix? Perché lo hai fatto senza dirmelo?

Gilberta                           - (quasi indignata) Cosa? E tu perché non gli hai detto una parola di questo viag­gio, lasciandomi credere per di più che eravate perfettamente d'accordo? Dunque lui non sapeva proprio niente... Adesso capisco che si sia preci­pitato qui appena ricevuta la mia lettera... (Una pausa) Del resto, ora di partire non se ne parla più. Mi ha dato l'ordine formale di disfare le mie valigie. (Una pausa) Era fuori di sé, irriconoscibi­le... mi ha fatto paura.

Isabella                           - (dopo averla osservata per un momen­to) Siediti. Ascoltami bene, Gilberta, e facciamo tutto il possibile per evitare una discussione. Ci sono dei momenti nella vita in cui, bambine, ragazze o donne, bisogna saper ascoltare la propria madre senza discutere. Bisogna avere in lei una fiducia cieca; e astenersi dal penetrare, persino dal tentare di conoscere le ragioni che la spingono ad agire in un modo piuttosto che in un altro. Noi ci troviamo oggi in una... situazione per cui io sono obbligata, dolorosamente obbligata, a pregarti di seguire le mie direttive senza chiedermi una spiegazione. Fino ad ora io ti ho detto sempre i motivi delle mie de­terminazioni, ma oggi non posso, credimi.

Gilberta                           - E allora? Voglio sapere cosa vuoi da me.

Isabella                           - Tuo padre è dunque contrario alla tua partenza? Ebbene, io ti chiedo, bambina mia, di non tener conto dei suoi ordini.

Gilberta                           - Come! Ma come posso... ma come vuoi che...

Isabella                           - (man mano che parla sempre più de­cisa) Prima di tutto io sono tua madre, e per quello che ti concerne, nessuno può contare più di me! mettitelo bene in testa... (Di fronte allo stu­pore di Gilberta, addolcisce il tono e l'argomento) Perché una madre, ha sulla sua creatura assoluta priorità... Un giorno, del resto, le saprai dalla vita queste cose...

Gilberta                           - Tutto questo va bene, ma io, cosa dico a papà per questo viaggio?

Isabella                           - Ma... prenderai tu la responsabilità... Gli dirai che per te è una gran gioia raggiungere i Berland a Chamonix fra qualche giorno... Arriva fino a supplicarlo di non privarti dì questo piace­re... Fa così, Gilberta, te ne prego, fa così. E poi, vorrai convenirne, non è un sacrificio insopporta­bile passare qualche settimana a Chamonix... Non bisogna esagerare!

Gilberta                           - Sì, normalmente, mi avrebbe fatto molto piacere... Soltanto questo bel progetto è av­velenato dalla mia certezza che questo viaggio è ancora una volta un allontanamento diplomatico, un esilio! E non riesco a capire da quali reconditi motivi dipenda la mia... partenza... il mio esilio! Mi si spedisce... eh sì, me ne sono accorta: tu mi spedisci... Ci tieni troppo ad allontanarmi, e non lo sai nascondere...

Isabella                           - Dici certe cose...

Gilberta                           - Ma via, mamma, perché non dirmi semplicemente la verità? Voglio sapere la verità.

Isabella                           - Ecco, lo vedi, incominci di nuovo a discutere !

Gilberta                           - Senti, se ti rifiuti di parlare, vado a chiudermi in camera mia, e non mi muovo più. Non potrai spedirmi come un pacco postale. Non sono più una bambina, insomma, sono una donna.

Isabella                           - Lo so. Se non altro ne prendi il tono. Ma non voglio forzarti. Siedi, Gilberta mia cara, parliamo un po' fra noi.

Gilberta                           - (sì siede) Hai ragione, mamma, par­liamo.

Isabella                           - Se parti, voglio che tu lo faccia spontaneamente. (Gilberta ha un gesto che sua madre ferma subito) Un momento! Tu sai quanto io desideri questa partenza. Sai ora che tuo padre è contrario a questo progetto. Puoi dunque facil­mente concludere da questa divergenza di opinio­ni, che esiste in questo momento, un disaccordo fra me e mio marito. Quando si vive nella magnifi­ca armonia in cui io e lui abbiamo vissuto, questa improvvisa disarmonia può avere qualche volta delle conseguenze incalcolabili. Ascoltami, figlia mia; in questo momento la mia felicità coniugale è compromessa. Il motivo mi permetterai di tacer­lo. Sappi però che tale felicità non può sussistere se tu non prendi da sola la decisione di partire, e soprattutto si creda che io non ti ho consigliata né spinta. Accordami questa fiducia, rassegnati, sia pure penosamente, a « non capire ». E' come se ti chiedessi in prestito una grossa somma di danaro, senza dirti che cosa ne volessi fare... E' una specie di aiuto che ti chiedo... e comunque un grande fa­vore.

Gilberta                           - (con un brusco voltafaccia) Insom­ma, mamma, non è possibile, non è possibile! Que­ste sono parole! Ah no... hai preso troppe precau­zioni perché non ci debba essere sotto qualche co­sa... Voglio saperlo. Voglio assolutamente saperlo.

Isabella                           - (si alza per sfuggire allo sguardo ter­ribilmente interrogativo di Gilberta) Non posso dirti di più. Se lo potessi, non sarei così impacciata dinanzi a te, in questa schermaglia...

Gilberta                           - Non posso sentirti così supplican­te... E d'altra parte non capisco che tu rifiuti osti­natamente, con tanta durezza...

Isabella                           - E va bene. Poiché è necessario, poi­ché non hai il pudore di risparmiare a tua madre l'odiosità di una spiegazione che non pretende­resti da un'altra donna... da un'altra donna qual­siasi, ti dirò tutto!

Gilberta                           - Dunque, non sai più cosa fare e mi chiedi aiuto?

Isabella                           - (non potendone più) Sì, sì... Ebbe­ne, Sì!

Gilberta                           - Insomma, cosa c’è?

Isabella                           - (penosamente) Dio mio, come sono imbarazzata! Bisogna proprio che ti consideri co­me un'amica! Dopo tutto, slamo due donne. Bi­sogna mettersi su questo piano. Da dieci mesi che vivi con noi, da che fai parte della nostra quotidiana esistenza, hai portato qui in casa, senza rendertene conto, un non so che di giovi­nezza... di vivacità... un senso di freschezza pri­maverile. Ricevi delle amiche, molte ragazze della tua età... anche qualche giovane signora... è na­turale... naturalissimo... Ma ho l'impressione che, in fondo, questi contatti non siano una bella cosa per un uomo ancora giovane... sicuro! Dovrà suo malgrado, oh certo suo malgrado... fare dei con­fronti... allora una donna meno giovane, come me, perde un po' di terreno, perché il confronto può nuocerle. Bada, cara, che questa differenza l'uomo la osserva incoscientemente. Ma a lungo andare possono nascere in lui delle sensazioni sfavore­voli per la moglie un po' meno giovane, un po' meno piacevole. E' così attraente e affascinante la freschezza della gioventù! Ti confido in questo momento un profondo segreto della mia vita, della mia felicità; credo, del resto, che una donna non abbia mai fatto simili confessioni a sua figlia... Ascoltami: io amo Maurizio... sì... tuo padre... lo adoro... nessuno saprà mai ciò che egli è per me e ciò che per me è stato nel passato.

Guberta                           - Insomma, oramai, so benissimo che vuoi bene a papà. Perché provi il bisogno dì dirmelo?

Isabella                           - Ascoltami... si inizia per me l'età in cui una donna comincia ad avere delle preoc­cupazioni perché per la prima volta, essa ha la vera nozione del tempo e la percezione esatta dell'avvenire. Non vive più soltanto del suo presente. L'uomo, a parità di anni, rimane sempre un po' più giovane della donna. E' legge di natura... Sul quarant'anni l'uomo marca il passo, mentre la donna, obbediente alle leggi del tempo, invecchia davvero di un anno ogni anno. Vedrai... vedrai. Quando questo accade, la donna si mette a di­fendere disperatamente la sua felicità. Sta con­tinuamente all'erta, come se temesse il soprag­giungere di qualcuno che venisse per portarle via il meglio di ciò che possiede: il suo amore.

Gilberta                           - (quasi amichevole) Ma dove vuoi arrivare, mamma? E perché, proprio a me, dici queste cose?

Isabella                           - (non sapendo come uscirne) Ebbe­ne, volevo dirti che le tue amiche... tutte queste ragazze, che sono piuttosto belle... qualcuna ad­dirittura bellissima... Elsie Verdan, per esempio, o Mado Journet...

Gilberta                           - (vibrata) Va bene, va bene... E al­lora? Elsie... Mado... precisa... che cosa hanno fatto? (Alza il tono).

Isabella                           - Ah, non dico che abbiano fatto nulla di male...

Gilberta                           - Lo spero. E se ci fosse qualcosa da rimproverare all'una o all'altra, dovresti dirmelo! E stando così le cose, vorresti che me ne andassi? (Riflette) Ma no, no... Mado è fidanzata a Bernar­do de Clavaux, e se proprio lo vuoi sapere, Elsie... (un poco esitante) ebbene, Elsie è l'amante del si­gnor Leverrier, che ha 19 anni più di lei, che ha moglie, è vero, ma sono innamorati pazzi... Quindi, come vedi... Ti ho confidato un grande segreto, mamma! Ma l'ho fatto per dimostrarti che non hai niente da temere... Avevi l'aria di insinuare che esse avrebbero potuto turbare papà... perché è questo, non è vero? E' questo...

 Isabella                          - Ma, cara... sono convintissima che esse non pensano neppure lontanamente... Tutta­via... esistono, vi sono... e diffondono un senso di vita ardente, una vivacità... insomma una freschez­za alla quale Maurizio...

Gilberta                           - Oh senti, mamma... ti prego... dì « papà »: è la seconda volta che parlando con me lo chiami « Maurizio ». E' antipatico.

Isabella                           - (riprendendosi) Sì sì, è vero... hai mille ragioni. Ma mi sembrava di parlare con un'a­mica... Ora basta... ti ho detto tutto. (Si alza e si avvia verso la porta).

Gilberta                           - (riflette, poi con violenza) No, mam­ma, no!

Isabella                           - (si ferma di scatto sulla soglia) Gil­berta, ti prego, non mi costringere a spiegarmi me­glio. Tu devi ben convincerti che la mamma deve avere le sue buone ragioni per parlarti con tale disperata emozione.

Gilberta                           - (avvicinandosi a lei, in tono aggres­sivo) Ti chiedo ancora una volta perché queste cose le dici a me, proprio come se io fossi una di quelle donne di cui tu temi. (Una pausa, e ad un tratto, con un po' di collera) E perché poi dovrei io sbattermi a Chamonix, mentre Elsie e Mado ri­mangono a Nancy come tutte le altre? Vuoi rispon­dermi? (Isabella tace) Ah, è così? Non rispondi? Mamma, senti: Mado è innocente, Elsie è inno­cente come tutte le mie amiche che sono venute in casa. Se no, me ne sarei accorta io, per la prima. No, la verità è che tu stai facendo il processo alla mia giovinezza facendolo alla loro.

Isabella                           - (debolmente) Ma come puoi...

Gilberta                           - Tutte queste lamentele, queste ansie non sono che il seguito di quelle mille osservazioni, raccomandazioni, che mi fai ad ogni istante. Ti dà perfino noia di vedere che io, tua figlia, vostra fi­glia, avvicini mio padre, gli dia un bacio... Ora capisco tante cose...

Isabella                           - Ma cosa dici, cosa vai a pensare?

Gilberta                           - (aggressiva e indignata) E' proprio a me che, senza dirlo, vorresti fare il processo! Dì il contrario, se puoi... Dillo. Ti sfido a dirlo. (Isa­bella che è stata a nervi tesi fino a questo momento, scoppia improvvisamente in singhiozzi, la testa fra le mani) Tu, mamma, come hai potuto!... Da pa­recchi mesi non c'è stato un giorno in cui ti abbia sentita serena, a tal punto da farmi moderare per­fino i miei slanci verso papà. Tu ci sorvegli, ci spii. Hai paura che ti rubi qualcosa dell'affetto di tuo marito! Non sei intelligente. Ti comporti con tua figlia come una moglie gelosa! Ma sì... è così... e per calmare questa degradante gelosia, non hai esi­tato a scaraventarmi lontana da mio padre. E' una cosa indegna!

Isabella                           - (si alza improvvisamente con la violenza di una belva, trovando però in certi momenti degli accenti strazianti) Non è tuo padre! Ah! basta, non ne posso più. Questa menzogna è durata anche troppo e deve finire! Deve finire! No! Non è tuo padre e lo sa. Lo sa, lo sa... Hai voluto sapere, piccola presuntuosa, che vorresti dare lezioni d'espe­rienza a tutti... Ecco, cos'hai guadagnato a rifiu­tarmi la fiducia che ti chiedevo! Sono stata una ragazza sedotta: « Signorina disonorata », come si diceva a quei tempi. Mi ha sposata malgrado que­sto. Non avevi ancora tre anni quando mi incontrò e ti ha riconosciuta, perché era perdutamente in­namorato di me. n nostro amore è stato un poema di felicità fino al giorno in cui tu sei ritornata dalla Svizzera con la tua giovinezza provocante! Sei contenta, ora? ti basta? Hai voluto strapparmi questa verità. Sei contenta? (Si abbatte su una pol­trona, la testa rovesciata sulla spalliera. Non ca­pisce più niente. Gilberta, curva, ha ascoltato la battuta precedente col viso affondato tra le mani, poi, non potendone più, esce barcollante. Dopo un momento, Isabella solleva la testa, guarda e non vede Gilberta. Si guarda intorno. E' tragicamente sola. A poco a poco prende coscienza di ciò che ha fatto, si alza, gli occhi sbarrati, con un'espres­sione di terrore. A un tratto si porta la mano al volto e mormora già scossa dai primi singhiozzi) Che cosa ho fatto, mio Dio, che cosa ho fatto!

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

La stessa scena degli altri atti.

La stessa scena, ma assolutamente irriconosci­bile poiché la maggior parte dei mobili è stata por­tata via, e si ha invece immediatamente l'impres­sione di trovarsi in una bianca serra di fiori. E' ad­dirittura un'orgia di rose, di lilla, di garofani; e dappertutto rosai, piante decorative, piccole palme adornate di fiocchi e di veli vaporosi. Per un istante la scena è vuota.

(Attraverso la porta si sente un vocìo indistinto. Entrano poi Isabella e Gilberta. Isabella in abito da giorno molto elegante, conduce per mano Gil­berta, che è vestita da sposa, ma senza velo né co­rona di fiori d'arancio).

Isabella                           - Rifugiamoci qui, cara... si potrà stare finalmente un po' tranquille. (Va a chiudere le porte) Ah, tutta questa gente, da stamani... non ne posso più. Ho la testa che mi gira. Sediamoci. A che ora avete intenzione di partire?

Gilberta                           - Raul avrebbe voluto partire presto... perché si vorrebbe arrivare a Poligny prima di notte... Del resto, fra poco andrà a vestirsi. E' an­cora giù con una quantità di amici e di parenti che non aveva visto chi sa da quanto tempo. Ah... io vado a cambiarmi.

Isabella                           - Aspetta un momento! Senti!... Non sono ancora le quattro e mezzo... Dimmi una cosa: ti metterai per viaggio il tuo bel «completo » nocciuola?

Gilberta                           - Sì, è pratico. Mi tiene caldo e nello stesso tempo è leggero.

Isabella                           - E' perfetto, e come pesantezza è pro­prio indicato, soprattutto se volete andare diret­tamente nel Tirolo... Che bel discorso ha fatto il signor Jeannetier... che nobiltà d'animo e che spi­rito! Con tuo padre erano grandi amici, prima che ci sposassimo... (Bussano alla porta. Entra Anna Maria).

Anna Maria                     - Vogliano scusarmi. Non avrei vo­luto disturbarle in questo momento... Hanno tanto poco tempo da rimanere insieme... ma devo andare subito ad accompagnare alla stazione la signora Salverac, e siccome ho pensato che al mio ritorno non avrei più trovato qui la signora, ho voluto sa­lutarla. Che peccato levarsi di già quell'abito bian­co! Ma è necessario... Allora la signora ci lascia?

Gilberta                           - (a sua madre) Hai sentito? Mi chia­ma già « signora » e mi parla in terza persona! Cara la mia vecchia Anna Maria! Cos'è questo modo di trattarmi?

Anna Maria                     - Da oggi le cose sono un po' cam­biate. Caspita! Ora siete una signora! Che direbbe il signor Raul se vi dessi del « tu » ?

Gilberta                           - Spero che vorrai lo stesso darmi un bacio !

Anna Maria                     - Oh sì, e di tutto cuore! (La bacia) Ah mio Dio, com'è lontano il Marocco! Come se non ci fosse abbastanza posto in Francia! E ci re­sterete tanto tempo?

Gilberta                           - Raul è un funzionario all'Agricol­tura! La moglie del funzionario deve seguire il marito ovunque piaccia allo Stato di destinarlo. E stai tranquilla... ha un magnifico posto con le più belle prospettive per l'avvenire!

Anna Maria                     - Ti auguro ogni felicità!... m'è scappato! Pazienza! Ti dò del «tu» per l'ultima volta. (La bacia ancora con molto affetto, e, com­mossa, esce. In questo momento entra Raul di Mérignac. E' in abito da cerimonia, fiore all'occhiello. E' un bel ragazzo senza niente di particolarmente attraente, ma di un conformismo inattaccabile).

Isabella                           - Ecco il nostro Raul!

Raul                                - Vengo a farmi ammirare un'ultima vol­ta, perché chi sa quando metterò dì nuovo quest'abito...

Isabella                           - Vi abbiamo preparato la camera al secondo piano.

Gilberta                           - La porta proprio in faccia alla scala. Vi ho fatto mettere la vostra roba.

Raul                                - Lo so, lo so. Anna Maria mi ha già dato tutte le indicazioni. Ora uscirò da questo bozzolo matrimoniale per così dire, e mi metterò addosso un prosaico « tweed » di taglio sportivo. Credo che anche voi farete altrettanto.... (A Isabella) Sono dolente di suonare l'adunata...

Isabella                           - Ma vi pare...

Raul                                - (a Gilberta) A proposito... sapete che tutti i miei amici sono pazzi di voi? Me lo aspet­tavo, naturalmente... ma mi ha fatto molto piacere e ha soddisfatto anche la mia vanità.

Gilberia                           - Poverini! Non sono molto difficili.

 Raul                               - Mi permetto, già fin da ora, di proibirvi... di dir male di voi; in secondo luogo, del gusto dei miei amici... e in terzo luogo, del mio!

Gilberta                           - Fate presto... andate a cambiarvi.

Raul                                - A fra poco. (Esce).

Isabella                           - Tuo marito mi piace moltissimo. Tu lo avessi visto stamane quando andava a pren­dere uno ad uno tutti i suoi amici per portarteli! Aveva l'aria di dire ad ognuno dì loro: « Ora la vedrai, e dopo mi saprai dire se non sono un uomo fortunato! ».

Gilberta                           - Hai visto quella povera Anna Maria? Credevo mi soffocasse... Se dipendesse da lei darmi la felicità, sarei indubbiamente la donna più felice del mondo.

Isabella                           - Sì, ma... ecco... non è da lei, ahimè, che dipende la tua felicità! (Prende con forza le mani dì Gilberta e la fa sedere vicino a sé sul divano) Allora, allora? Dimmi, Gilberta.. io non penso più che a questo... ogni minuto che passa è un'ossessione sempre più grande... ti ho osservata di continuo, in chiesa, durante quella interminabile ora. Nessuno, nessuno, capisci, potrà mai sapere quello che allora è passato in me; e non soltanto allora, ma in tutta questa interminabile giornata. Ho seguito ogni minima espressione del tuo volto, ho notato la falsa allegria che sfoggiavi coi tuoi amici ed ho visto anche, in certi momenti, il tuo sguardo fissarsi angosciato. (Gilberta vuol prote­stare) Stai zitta... Credi che una mamma possa ingannarsi?

Gilberta                           - Hai proprio osservato tutto questo? Hai una fervida immaginazione!

Isabella                           - Non un solo momento ho sentito in te la felicità raggiante della giovane sposa! Insom­ma, dimmi, dimmi... tuo padre sta per venire... sa che siamo qui... ci sono di là cinquanta persone che ci aspettano... Puoi garantire a me che sarai felice, mia cara?

Gilberta                           - Lo spero bene, mamma; ci conto proprio. E ti assicuro che farò tutto il possibile.... Raul è molto caro ed io ne ho molta stima... voglio essere con lui assolutamente leale. Del resto, è un bravissimo ragazzo, lo sai.

Isabella                           - Sai che è tremendo... aver detto quello che hai detto con tanta calma. Parli come se tu avessi ottant'anni.

Gilberta                           - Che cosa è tremendo? Ognuno co­struisce la sua felicità a suo modo. Io sono decisa a costruire la mia, solidamente. E poi il buon Dio me lo deve. Ho fatto quello che ho potuto per assi­curare la pace di tutti.

Isabella                           - Ecco. E' quello che mi aspettavo... e che mi tormenta... perché l'idea che tu possa essere infelice...

Gilberta                           - Ma no, no... Sarò come quasi tutte le mie amiche, una donna senza storia, senza infe­licità... e per conseguenza felice. «La felicità con­siste soprattutto nel non essere infelice ». Da quan­to tempo imi ripeto questa frase! Ed è proprio vero!

 Isabella                          - E dire che avrei desiderato vedere mia figlia affrontare la vita con quell'entusiasmo travolgente che io non ho mai conosciuto!

Gilberta                           - Ah, senti mamma... (Esita un mo­mento) Beh, pazienza... te lo dico e non ne riparle­remo mai più! Se non avessi preso questa decisione della quale ora sembri lamentarti...

Isabella                           - Sta' zitta, sta' zitta!... Sono ossessio­nata dall'idea del tuo sacrificio... ho l'incubo di quello che ho provocato... il rimorso! Se credi che dorma tranquillamente tutte le notti!

Gilberta                           - Rassicurati: l'ho fatto per me quan­to per te! Perché c'è una cosa alla quale io tenevo al disopra di tutto; ed era di conservare intatta, inalterata l'affettuosa tenerezza e la magnifica in­tesa col « mio papà ». E non voglio considerarlo altrimenti che come il mio vero padre, il mio papà; non è stato che questo, io voglio che non sia mai stato altro che questo.

Isabella                           - Non parlare, non parlare più, mia cara. Sta zitta. Ora sono io che devo parlarti. Per questo ti ho portata qui. Da quando tuo padre è ritornato, io ho vissuto gli otto giorni più tragici della mia vita, peggiori - te lo giuro - di quelli che hanno preceduto la tua nascita! Fino all'ul­timo momento, ho temuto che in una crisi di debo­lezza, tu gli raccontassi la nostra orribile scena di un mese fa, o che qualche cosa nel tuo contegno ti tradisse... Se questo fosse accaduto, sarei stata perduta. Non me l'avrebbe mai perdonato.

Gilberta                           - Basta. Sta zitta, mamma, per amor di Dio! E' cosa finita.

Isabella                           - E invece hai saputo tacere... hai sa­puto, amore mio. Hai saputo e mi hai salvata, ma sì, mi hai salvata. Nessuno saprà mai l'amore scon­finato che ho per te! Un patto ci unisce indissolu­bilmente; ci fa l'una solidale con l'altra. Ti am­miro, Gilberta mia.

Gilberta                           - . Ah no, no, mamma. Taci, te ne sup­plico.

Isabella                           - Sei stata sublime, e sono disperata perché tu vai via.

Gilberta                           - Anch'io, mamma. Ho improvvisa­mente visto chiaro nella tua vita... Ora ascoltami, devo farti qualche raccomandazione. (L'indice teso come se si rivolgesse a una donna della sua stes­sa età)... Avrà tanto bisogno della tua tenerezza... e devi giurarmi che quando sarò partita, non dirai mai una parola, non uscirà mai dalla tua bocca un'allusione che possa ricordare questa crisi. Oggi ho estirpato tutto questo dalla radice. Ho distrutto tutto. Non se ne parla più.

Isabella                           - Gilberta mia cara... come puoi...

Gilberta                           - E che egli non debba mai, per l'amor di Dio, neppure supporre di essere stato l'origine della mia improvvisa decisione di sposarmi. Se un giorno io venissi a sapere che egli conosce la ve­rità, ti dico con tutta calma che non mi rivedresti mai più.

Isabella                           - (prendendole le mani) Ma non capi­sci, dunque, che soltanto in questo modo posso sal­vare la mia vita?

Gilberta                           - Ti pregherei, quando egli verrà, di lasciarci soli. Voglio parlargli di te.

Isabella                          - Mia cara! Siete meravigliose, magni­fiche, voi donne d'oggi! (L'abbraccia. La porta si apre; appare Maurizio, in abito da cerimonia).

Maurizio                         - Vedo che siamo già agli addii com­moventi... Scusatemi, bambine mie... ero con un sacco di gente.

Isabella                           - Ti aspettavamo.

Maurizio                         - Lo so... Ma con tutte queste persone da sbrigare... con tutte queste combinazioni di vet­ture per il ritorno... mi chiamavano da tutte le parti. Ma ora ho messo nel corridoio la brava Yvonne con una consegna da cerbero. Ora nessuno ci disturberà. Del resto, Raul mi ha detto che non partirete prima di una buona mezz'ora.

Gilberta                           - Si vorrebbe, senza fare delle velocità esagerate, essere a Poligny prima di notte...

Maurizio                         - E così, tutti i tuoi bagagli sono pronti? Hai dimenticato nulla?

Gilberta                           - Tutto è a posto. La mamma è un amore, ha pensato a tutto. E' stata meravigliosa di attenzione, di intelligenza, di tenerezza... Insom­ma, « la mamma ». Sei fortunato tu, che rimani con lei. (Isabella al colmo dell'emozione si copre la faccia).

Maurizio                         - Lo so... lo so bene.

Gilberta                           - Grazie a voi due, questa giornata è riuscita magnifica... Sì, prima di andarmene volevo rimanere un po' soli, «finalmente soli» tutti e tre; perché da una settimana, con tutti questi prepa­rativi, non ci siamo visti, o ci siamo visti tanto poco. (Prende per mano Maurizio e Isabella) Cari, cari tutti e due... siete tutta la mia vita!... Siete stati tutta la mia vita... Non dimenticherò mai quello che avete fatto per me. Mi auguro soltanto di assomigliarvi, formate una unione meraviglio­sa... oggi me lo dicevano tutti: «Gilberta, vi augu­riamo semplicemente di essere felici come i vostri genitori...». E' vero!... (Isabella porta la mano agli occhi) Mamma, mamma cara, cos'hai?

Isabella                           - (con gli occhi pieni di lacrime) Darei la vita per la tua felicità.

Gilberta                           - Ma cosa dici? Mamma! (Rivolgen­dosi a Maurizio) La conosci? Te la presento! Oggi è la seconda volta che mi dice queste cose. (A Isa­bella) Non è carino quello che dici; se Raul ti sen­tisse, ne avrebbe un gran dispiacere, poverino. Io gli voglio un gran bene al mio Raul, mamma. (Tono dì rimprovero) Sì, ,sì, proprio così! La mamma avrebbe voluto che saltassi come un capretto e che gridassi la mia felicità ai quattro venti! Invece io tengo la mia felicità dentro di me... e ti giuro che sono la donna più felice della terra. Sei contenta?

Isabella                           - Quale gioia mi dai!... (Squilla il te­lefono interno) Vuoi sentire, caro?

Maurizio                         - Subito... Pronto... sì... sì... ma cer­tamente. D'accordo. (A Isabella) E' tua zia: deve partire. Ha detto che ne avrà almeno per tre ore di macchina prima di arrivare a Rozans. Non può aspettare di più. Vuol vederti.

Gilberta                           - Dio, che noiosa! Che vuoi farci? Va! Mi raggiungerai in camera mia. Fra poco debbo cambiarmi. Avrò bisogno di te per l'ultima volta.

Isabella                           - (si alza e bacia sua figlia con slancio) Cara, cara... come ti voglio bene... Sono dispe­rata per la tua partenza.

Gilberta                           - E fra tutte queste cose, non ti ho nemmeno detto che il tuo abito è una meraviglia! Complimenti a Lanvin; Ti hanno fatto un vero splendore !

Isabella                           - (beata) Grazioso, non è vero? Sei tanto cara, bambina mia! (Esce).

Maurizio                         - Hai osservato, mia cara, che per la prima volta dal mio ritorno dall'Alvernia, otto giorni fa, ci troviamo soli?

Gilberta                           - Davvero? Senza scherzi? Possibile? Ne sei sicuro?

Maurizio                         - Certo. Sicurissimo.

Gilberta -                        - E' proprio vero. Ma come è potuto accadere? E' buffissimo... non si è trovato neppure il tempo... questi preparativi sono davvero la cosa più esasperante e odiosa di un matrimonio. Ma an­che tu, papà mio, ti sei trattenuto tanto in quella benedetta Alvernia... Cosa vuoi farci? Tutto è an­dato a rovescio...

Maurizio                         - Eh, sì... da dieci anni a questa parte non mi è accaduto mai di essere così occupato... La mia presenza laggiù era indispensabile.

Gilberta                           - Anch'io ho avuto tante cose da fa­re. Guarda, durante la colazione, Raul mi diceva: « Ora potremo finalmente conoscerci ». (Mostrando di ridere) Comico, eh?

Maurizio                         - Mi auguro per te che non abbiate aspettato oggi per conoscervi.

Gileerta                           - (riprendendosi) Naturalmente. E' un modo di dire. Lo sai benissimo.

Maurizio                         - Ma no... ma no... non so niente di voi. Di te, io non so niente.

Gilberta                           - Ma via, papà...

Maurizio                         - E' così. Quando ho saputo, laggiù nel fondo dell'Alvernia, la tua improvvisa deci­sione, ne sono stato...

Gilberta                           - Oh! la «mia improvvisa decisione»! Ma te l'ho spiegato, via... ti ho scritto che ci siamo decisi a precipitare le cose perché Raul aveva il posto a Marrakeck... Data la morte improvvisa del suo predecessore, era necessario che egli raggiun­gesse la sede il primo maggio... Così stanno le co­se... del resto lo sai... te l'ho scritto.

Maurizio                         - Non mi hai scritto molto. (Un silen­zio. Si alza e si dirige verso il canapè) Bada che ti approvo, bambina mia... se c'è qualcuno che ha sempre rispettato le tue idee...

Gilberta                           - (con grande spontaneità gli prende le Titani) Sei tu... questo è certo... sei tu... (Mau­rizio si siede vicino a lei e, a sua volta, le prende una mano, quella che porta l'anello nuziale, guar­da quest'anello e lo fa girare intorno al dito di lei).

Maurizio                         - Credo che la mia sorpresa non ti possa meravigliare... Tu non mi avevi molto pre­parato...

Gilberta                           - E' vero, ma ti ho subito scritto... appena la cosa è stata certa...

Maurizio                         - Non subito... Tanto più - te ne ri­cordi? - io ero partito senza rivederti;..

Gilberta                           - (grave) Me ne ricordo benissimo... me ne ricordo.

Maurizio                         - Ed è proprio questo che mi ha... non puoi sapere... non puoi...

Gllberta                           - Dimmi, papà mio, dimmi che cosa c'è che io non possa sapere?

Maurizio                         - No... niente. Non voglio turbare que­sta giornata, che è per te una grande giornata, con delle idee ridicole di vecchio cinquantenne.

Gilberta                           - Come puoi dire « ridicole » tu? Niente è ridicolo in te, papà. E ti proibisco di par­lare di «vecchio cinquantenne»... Sì, ammetto che tu sia stato un po' sorpreso... mi avevi sempre sen­tito parlare di Raul con una certa... disinvoltura... Era soltanto per fare arrabbiare la mamma, che teneva a questo matrimonio in modo frenetico... Lo devo confessare... con la mamma sono stata sem­pre lo spirito di contraddizione. Ma in fondo, di Raul, ero innamorata... sì... innamorata.

Maurizio                         - Perché non l'hai detto a me? Al tuo grande amico? Perché hai voluto defraudarmi di questa fiducia?

Gilberta                           - Perché in realtà non mi sono resa conto del mio grande attaccamento a Raul che un mese fa. Proprio così. Un mese fa. Eri appena par­tito.

Maurizio                         - E così... io mi sono chiesto se nella tua vita non fosse intervenuto qualche cosa di nuovo... un dolore segreto... insospettato...

Gilberta                           - Quale dolore?

Maurizio                         - Ho cercato... ho esaminato tutte le ipo-tesi, anche le più assurde... mi sono chiesto se tu non volessi fuggire questa casa...

Gilberta                           - lo? Perché? Ma papà, dici delle cose insensate... Ma cosa sei andato a pescare? Questa poi...

Maurizio                         - (una pausa) Ho avuto paura che du­rante la mia assenza, i rapporti che non sono mai stati troppo facili fra te e tua madre, non si fos­sero aggravati al punto...

Gilberta                           - Ti giuro che sbagli. Sbagli proprio. La mamma invece è stata un amore.

Maurizio                         - Ebbene, meglio così. Non parliamo­ne più.

Gilberta                           - E' una mamma meravigliosa. E mai avevo avuto il modo di apprezzarla come ora... E sono disperata di lasciarla... Insomma... di la­sciarvi... di lasciarvi tutti e due...

Maurizio                         - Lo credo... (Con un sorriso) Lo spero.

Gilberta                           - Ti dico proprio la verità... la pura verità... Sì, la pura verità!

Maurizio                         - Gilberta, piccola mia, tu stai per partire! Non ho l'intenzione di recitare nella tua vita la parte del padre ingombrante... del suocero geloso; perché ci sono dei suoceri - almeno lo di­cono - che sono gelosi dei loro generi... lo dicono.

Gilberta                           - (fingendo di divertirsi) Davvero?

Maurizio                         - Ma io sarò un signor padre molto discreto... però tutte queste esigenze vorrei riassu­mertele per sbarazzarmene in una volta sola, e non parlarne mai più. (Lentamente) Gilberta, mia cara, la tua partenza sarà il primo o comunque il più grande dolore della mia vita. (Nel lungo silenzio che segue questa confessione, egli, a un certo mo­mento guarda l'orologio col proposito di trovare in questo gesto una via d'uscita) E' tardi. Bisogna che tu vada a cambiarti. (Gilberta si precipita con un moto improvviso sulla mano di Maurizio che bacia a lungo. Poi si alza e va ad isolarsi nel fondo della stanza osservando un fiore di ortensia gigante e poco dopo appare Raul in abito da viaggio).

Gilberta                           - Bello, siete proprio bello, Raul! Mi piacete! Però bisognerà decidersi a andare.

Raul,                               - Sono dolente di dover condividere la vostra opinione, ma credo proprio che fra breve vi dovrò rapire.

Gilberta                           - E a me non rimane che trasformare questa bianca crisalide in una qualsiasi fanciulla.

Raul                                - Che peccato!

Gilberta                           - Se proprio lo desiderate, posso viag­giare in bianco... (Ridono) Il più imbarazzato sare­ste voi. Signori, vi lascio. (A Raul) Vi raccoman­do il mio papà perché , lo capisco, sotto la sua ma­schera impassibile è un poco addolorato, un po­chino... (Esce. Durante tutta questa scena, Mauri­zio si siederà, si alzerà, camminerà, sì fermerà, profondamente assorto nei suoi pensieri; poi torne­rà presso Raul, ecc. E' un uomo in preda all'emo­zione, impaziente di liberarsi dall'incubo di tenerla contenuta. In certi momenti sembra che non si accorga neppure che gli sta dinanzi una persona).

Maurizio                         - Ci siamo visti pochissimo dopo il vostro fidanzamento, perché mi è capitato proprio allora quel malaugurato viaggio in Alvernia...

Raul                                - Ne sono stato molto dispiacente... Mi avrebbe fatto tanto piacere parlare un po' con voi...

Maurizio                         - Anche a me... anche a me. Avrei proprio voluto... Avremmo potuto dirci parecchie cose... Quando due uomini... vogliano bene alla stessa creatura, c'è già fra loro un buon soggetto di conversazione. (Raul sorride gentilmente, Mau­rizio lo osserva riflettendo prima di continuare) So benissimo che per gli uomini della mia gene­razione è molto presuntuoso voler dare dei consi­gli a quelli della vostra... Perché il mondo ha cam­minato molto tra le nostre due età... Per conseguen­za non vi darò consigli...

Raul                                - Sarei lietissimo di accettarli invece, ve l'assicuro, poiché ho per voi tanta considerazione, tanta ammirazione. Non ho avuto mai l'occasione di dirvelo.

Maurizio                         - Voi avete sposato stamane, mio caro Raul, una brava figliuola, una creatura davvero eccezionale... Sì! Sì-

 Raul                               - Lo so, lo so! E in verità non sono in grado ancora di realizzare pienamente la felicità che improvvisamente mi è capitata. Già da molto tempo nutrivo per Gilberta un sentimento... vi confesso che un momento mi ero scoraggiato, e non avrei mai osato sperare che un giorno...

Maurizio                         - Sedetevi.

Raul                                - (si siede).

Maurizio                         - Tra tutte le signorine che conosco non ne vedo una che possa sostenere il confronto con Gilberta... E' una donna... sì, insomma, diven­terà una donna magnifica, sotto tutti i punti di vista: fascino, coraggio, giovialità, tenerezza, lealtà. Quando penso alla «donna»... a questa creatura che per un uomo è forse la più bella opera del Creatore, è Gilberta che mi si profila subito nel pensiero... Insomma voglio dire che i miei occhi la vedono un po' così... c'è indubbiamente un po' di fatuità a parlare in questo modo della propria creatura. Scusatemi.

Raul                                - E' molto bello invece, è bello... E' raro infatti che un padre possa esprimersi così a propo­sito della sua figliuola, ma in questo caso il sog­getto...

Maurizio                         - Un padre, capite, per una ragazza, è come un amico che la natura le abbia elargito. Mentre gli amici sono i genitori che noi stessi sce­gliamo. Ebbene, a me sembra essere stato un padre ed insieme un amico, e più ancora forse di un pa­dre, un amico... Oggi vi faccio dono del mio miglior amico, voi mi portate via la mia migliore amica.

Raul                                - Sì, è vero, capisco... veramente... capi­sco...

Maurizio                         - Ci sono, in una ragazza, mille par­ticolari d'animo e di carattere che soltanto un padre può individuare... Una madre non può... essa è donna... e le donne leggono male nell'anima delle altre donne. Un padre, qualunque cosa se ne voglia dire, è il primo uomo di una fanciulla. E' lui che per il primo ha conosciuto le sue civetterie, le sue graziosità, la sua femminilità.

Raul                                - Ma sì, è proprio vero... a pensarci bene...

Maurizio                         - Io credo, senza voler togliere niente alla felicità che vi aspetta... credo che l'affezione di un padre e di una figlia sia la formula ideale della felicità.

Raul                                - Può essere, può essere... Io sono forse ancora troppo giovane per...

Maurizio                         - E' strano quello che provo in que­sto momento... ed anche doloroso... molto doloro­so. Gilberta mi ricorda tanto sua madre quando aveva la sua età, che mi è sembrato, in certi mo­menti, oggi, di avere... venticinque anni e di rico­minciare la mia vita... Sì, qualche volta si hanno di questi sdoppiamenti in date circostanze... Sì, ma questo ora non c'entra... Dunque, capirete, sapere che fra poco se ne andrà... Devo probabilmente sembrarvi...

Raul                                - Ma no, al contrario... vi capisco perfet­tamente.

Maurizio                         - Amatela... abbiatene cura... guidatela con abilità... (Le sue dita si muovono come se scol­pissero nella creta) E' una creatura tanto delicata e sensibile sotto quell'aspetto di spavalderia mo­derna. Perché quello che c'è di speciale in lei, così personale e attraente, è appunto questa misurata mescolanza, ricca e completa, di sentimentalismo e di illibata spregiudicatezza... Come avrei voluto essere un uomo qualunque, e un giorno incontrare Gilberta sul mio cammino! Con quanta cura mi sarei dedicato alla sua formazione spirituale, a tra­sformare in una donna, una creatura simile.

Raul                                - (la prospettiva che gli si presenta, di una sì bella impresa, suscita in lui una specie di alle­gria; si alza, non potendo più star fermo) Avete detto una cosa meravigliosa! Figuratevi se non sono della vostra opinione.

Maurizio                         - (tutto preso dalla ma idea) Avere fra le mani per la prima volta un essere che si presenta alla vita, e di cui si è l'iniziatore, che si educa poco a poco... che è cosa vostra, e che tante cose ignorava prima di avervi conosciuto! Credo veramente che questo lavoro di creazione che l'uo­mo compie su questa materia prima, che è una fanciulla intatta, deve essere una delle gioie più profonde e più necessarie della vita. Gilberta era ciò che di meglio avevo al mondo. Ed ora è finita,

Raul                                - Capisco perfettamente, credetemi, il sa­crificio che comporta per voi questa separazione...

Maurizio                         - (lo guarda con attenzione e questo esame è molto significativo. Poi gli porge il porta-sigarette) Volete fumare? Che ora è?

Raul                                - Quasi le sei.

Maurizio                         - Tra poco saranno qui. (Accende con il suo fiammifero la sigaretta di Raul. Si trova faccia a faccia con lui. Prende l'atteggiamento di chi stia per dire una cosa importante, ma tutto ad un tratto si mette a fissare la spilla da cravatta di Raul come per far deviare la conversazione) Bella questa spilla.

Raul                                - Vi piace? E' un regalo di mia cugina De Lorrieux.

Maurizio                         - Starebbe ancora meglio su una cra­vatta da caccia, provate. (Rimane così per qualche secondo, con gli occhi fissi sulla spilla da cravatta, ma in realtà non la guarda, perché con modo bru­sco, prendendo Raul per l'avambraccio) Di tutto quello che vi ho detto, non una parola a nessuno, non una parola!

Raul                                - Ve lo prometto.

Maurizio                         - Del resto, non so perché vi abbia detto queste cose... (Entrano Isabella e Gilberta la quale è in abito da viaggio).

Isabella                           - Eccoci.

Raul                                - Non è per contraccambiare il compli­mento; ma questo « tailleur » mi sembra indicatissimo per l'occasione, ciò che è. a mio avviso, il non plus ultra dell'eleganza.

Isabella                           - Vero? E' perfetto.

 Raul                               - Se avessi dovuto dargli un nome, ad occhi chiusi lo avrei chiamato «Viaggio di nozze».

Gilberta                           - Benissimo. Ci sono ancora in salone cinquanta persone ma. noi fileremo dall'uscita di servizio. Ho detto a Renato di trovarsi lì con la macchina.

Isabella                           - Avete ragione, ragazzi. Del resto, tutti giustificheranno la vostra fuga.

Maurizio                         - Mi raccomando, Raul, andate piano. Se non potete giungere a Poligny prima di notte, fermatevi prima. Ci sono, sulla strada, dei paesi deliziosi.

Raul                                - Ho dei fari eccellenti e, del resto, abbiamo ancora tre ore buone dì luce. (Breve pausa di disagio).

Maurizio                         - (con energia) Ed ora, bisogna che andiate. (La sua voce è già velata) Se non vi di­spiace, io rimango qui.

Gilberta                           - (con una semplicità tutta femminile) Rimani anche tu, mamma. (Una pausa di gran­de disagio. Finalmente Gilberta si decide: abbrac­cia sua madre mentre Raul stringe la mano di Maurizio. Subito dopo va a baciare la mano a Isa­bella e questa, per non essere d'imbarazzo all'ul­timo saluto di Maurizio e Gilberta e, soprattutto per non vedere, accompagna Raul verso la porta, in ma­niera che Maurizio e Gilberta rimangano soli. Gil­berta esita un attimo, poi si getta nelle braccia dì Maurizio, il quale, senza baciarla, la tiene a lungo sul suo petto. Poi Gilberta si allontana, si avvia verso la porta, e, al momento di passare la soglia, si volta e da lontano, col braccio teso verso Mauri­zio) Addio papà. (Esce rapidamente. Maurizio, sem­pre in una fissità di automa, si siede, guarda lon­tano. Una pausa. Isabella entra ed è molto turbata. Cerca, senza riuscirvi, un diversivo e cambia posto a diversi oggetti. Si sofferma a contemplare la stes­sa ortensia gigante che Gilberta aveva osservato poco prima).

Isabella                           - Chi sa come faranno a ottenere del­le ortensie di queste dimensioni. L'hai vista? (Mau­rizio rimane immobile. La sua attitudine non sfug­ge a sua moglie, prende macchinalmente il porta­sigarette, ci giocherella, lo guarda fisso, assente. Prende una sigaretta e la batte a lungo contro il portasigarette richiuso. Isabella che da lontano lo osserva ha un'espressione di grande tenerezza e di intelligente compassione. Si avvicina a lui e molto materna, gli accarezza i capelli. Il suo sguar­do che è stato fino a questo momento sorridente, cede ad una specie di malinconia e s'immobilizza in una specie di fissità. Con il suo silenzio, Mauri­zio mostra di accettare la comprensione di sua moglie per il dolore che non cerca più di nascon­dere. Lentamente si chiude il sipario).

FINE

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 0 volte nell' ultimo mese
  • 9 volte nell' arco di un'anno