Ladro in pericolo

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LADRO IN PERICOLO

Psicodialogo

di CESARE MUSATTI

                                   

PERSONAGGI

GIOVANOTTO

PROFESSORE

Commedia formattata da

Giovanotto                    -  Lei è il professore?

Professore                     - Sì, si accomodi. La valigia h può lasciare in anticamera.

Giovanotto                    -  No, se permette la tengo con me. Contiene cose che le vorrei mostrare. Riguardano il mio caso.

Professore                     - Faccia come crede. Ma si segga intanto.

Giovanotto                    -  Grazie.

Professore                     - Che cosa la porta qui da me? È stato indirizzato da qualcuno?

Giovanotto                    -  Veramente, un anno fa, mi listato detto... Frequentavo il corso allie­vi ufficiali, ma non riuscivo come gli altri e fui mandato via prima della fine del cor­so. Il mio capitano congedandomi mi disse: « Tu, caro mio, hai qualche cosa che jnon va nella testa; dovresti consultare uno psicoanalista». Rimasi impressionato, ben-ìché non sapessi allora che cosa fosse la psicoanalisi. E non ne feci nulla naturalmente. Adesso però ho un problema preciso e vorrei che lei mi aiutasse. Io la conosco, sa. Posseggo tutti i suoi libri.

Professore                     - E qual è questo problema?

Giovanotto                    -  Vorrei cambiare professione. Lei crede di potermi aiutare?

Professore                     - Non so. Che cosa fa attual­mente?

Giovanotto                    -  Io faccio il ladro... No, non abbia timore. A lei non porto via nulla.

Professore                     - Ma io non...

Giovanotto                    -  Mi pareva di aver notato un suo gesto di preoccupazione.

Professore                     - No. Mi sono soltanto mera­vigliato un poco. Confesso che è la prima volta che mi capita di essere consultato per una cosa del genere. Ma non ci fac­cia caso. Mi racconti invece bene tutto di lei e della sua vita.

Giovanotto                    -  È presto detto. Ho venticin­que anni. Sono figlio unico e ho perduto mia madre quando ero bambino. Mio pa­dre è un gran lavoratore, e partendo da condizioni modeste si è fatto una discreta posizione. Di me si è sempre occupato poco.Ho frequentato le scuole, tirando avanti un po' stentatamente fino alla fine del liceo. Poi mi sono iscritto all'università in ingegneria. Però sono stato bocciato ai primi esami. Non mi riusciva più di stu­diare. Così pensai di fare intanto il servi­zio militare e fui ammesso al corso allievi ufficiali. Come le dissi, andò male anche là. Vivo con mio padre; lui crede che io guadagni qualche cosa facendo piccoli af­fari, e così mi mantiene in casa, ma ha smesso di darmi quattrini da quando ho finito il liceo. Invece io rubo. Sono molto bravo, sa, nel mio ramo e guadagno parecchio.

Professore                     - E qual è il suo ramo?

Giovanotto                    -  Libri. Questo almeno è il ra­mo principale. Frequento i negozi di li­braio e, senza che nessuno se ne accorga, prendo qualche volume, sopra tutto quelli di maggior prezzo: libri d'arte e trattati scientifici. Poi li porto a certi rivenditori, i quali per i libri nuovi danno il cinquan­ta per cento del prezzo di copertina. Nella mia città, a due ore di treno da qui, ci sono molte librerie, ma poi io anche mi sposto in altri grandi centri. Riesco così a guadagnare in media più di trentamila lire alla settimana. Per me è più che suffi­ciente, dato che ho anche altre risorse. Potrei guadagnare di più. Ma, vede, pa­recchi libri li tengo per me. Ho una bel­lissima biblioteca: libri di filosofia, di scien­ze, di letteratura, dì tutto insomma.

Professore                     - E lei li legge?

Giovanotto                    -  Ecco, li leggo qua e là. Però mi stanco molto presto. Mi piace egual­mente averli, questi libri. E li tengo bene, ordinati. Anzi in principio non rubavo per trarne un guadagno, ma solo per pro­curarmi i libri.

Professore                     -  E  quando  ha  cominciato?

Giovanotto                    -  Saranno sei o sette anni. Ero ancora in liceo. Mi ricordo di aver visto da un libraio un libro che trattava di fisio­logia sessuale. Mi interessava molto e non avevo i quattrini per acquistarlo. Lo presi e me lo portai via.Mi meravigliai che fosse una cosa tanto semplice. E allora continuai. In principio avevo paura di essere scoperto, ma poi mi specializzai. Divenni abilissimo. E adesso costituisce per me un gioco da ragazzi l'en­trare in un negozio e portar via tutto quel­lo che voglio, senza destare il minimo so­spetto nei commessi. Ho anche altri proventi. Sono un buon giocatore di tennis e ho vinto qualche pre­mio dì seconda categoria. Quando ci sono gare, è facile introdursi negli spogliatoi e prendere i quattrini dai portafogli lasciati nelle giacche. Ovviamente non bisogna far­lo troppo spesso, ma anche questo rende. I libri però rimangono la mia fonte di gua­dagno principale. E, come le ho detto, non mi posso lamentare.

Professore                     - E allora perché vuol cam­biare?

Giovanotto                    -  Vede, io mi rendo conto che quella del ladro non è una professione so­lida, da un punto di vista sociale, intendo. Non che io abbia paura di essere pesca­to. Ormai la mia tecnica è perfetta. Ma il lavoro richiede una notevole tensione; e poi non c'è sicurezza per l'avvenire, per la vecchiaia. Ormai ho venticinque anni, e aspiro a qualche cosa di più sicuro. Che cosa le pare?

Professore                     - Capisco. E che cos'altro le piacerebbe fare?

 

Giovanotto                    -  L'ufficiale nell'esercito, op­pure funzionario di pubblica sicurezza.

Professore                     - Interessante. Però direi che l'ufficiale è da escludere, dal momento che lei è stato allontanato dal corso.

Giovanotto                    -  Sì, è stato un grosso dispia­cere per me. Ma io pensavo... Sa, durante il corso mi sono sempre astenuto dal ru­bare. Capirà, l'ambiente militare... Ma, quando mi hanno mandato via, ho appro­fittato dell'ultimo giorno, e mi sono preso le dispense di tutte le materie. Così posso studiare per conto mio. Mi interessa so­pra tutto la topografia. Guardi, devo avere qui nella valigia il mio quadernetto (ru­bato anche questo, s'intende). Sì, eccolo. Ho ricopiato quattro volte di seguito tutte le dispense di topografia; per imparare. C'è tutto, vede?

Professore                     - Di questa sua passione per la topografia dovremo forse riparlarne. Però temo proprio che lei non possa fare l'allievo ufficiale come privatista.

Giovanotto                    -  Dice che non si può? Pec­cato.

Professore                     - Comunque, per il momento non è necessario che pensiamo a ciò che lei potrà fare, dopo aver abbandonato l'occupazione attuale. Ma lei vuole pro­prio sottoporsi a un trattamento analitico? Ci sono molte difficoltà, sa, e dobbiamo discuterle insieme.

Giovanotto                    -  Scusi professore, perché lei si faccia un'idea chiara di me, vorrei prima mostrarle la refurtiva dell'ultima set­timana. Proprio per potergliela portare ho fatto a meno di vendere i libri questa set­timana. Per questo ho la valigia. Ecco vede: un trattato di fisica nucleare in due volumi. Due libri di riproduzioni artìsti­che, in edizioni di lusso. Un vocabolario inglese. Una raccolta di un giovane poeta. E l'ultimo Premio Viareggio. Le dice qual­che cosa il tipo di libri?

Professore                     - Veramente non saprei. Però mi interessano di più le scelte che lei fa­ceva al principio della sua attività. Comun­que avremo occasione di parlarne se lei farà l'analisi.

Giovanotto                    -  Certo che la farò; sono ve­nuto per questo.

Professore                     - Lei deve però assumersi di­versi obblighi per l'analisi. Alcuni hanno carattere tecnico e consistono in un suo impegno a comportarsi in un certo modo durante le sedute.

Giovanotto                    -  Io mi impegno a tutto ciò che lei mi dirà.

Professore                     - Poi ci sono anche alcune esigenze materiali. Lei abita in un'altra città. Per l'analisi lei dovrebbe venire qui almeno tre volte alla settimana, perdendo quasi l'intera giornata per il viaggio di andata e ritorno e per l'ora della seduta. Lei ci deve pensare perché il tutto è fati­coso e costoso.

 

Giovanotto                    -  Ma io ho tutto il tempo li­bero che voglio! Quanto alla spesa, le dirò una cosa. Io non pago mai il biglietto in ferrovia. Passo da una vettura all'altra, mi fermo nei gabinetti, scendo alle sta­zioni intermedie per andare dalla testa alla coda, ecc. Quindi per me i viaggi sono sempre gratuiti. Qui naturalmente dovrò far colazione. Ma anche questo non rappresenta una spesa. Ho il mio sistema che funziona alla per­fezione. Mi siedo in una trattoria: con­sumo il primo e il secondo, poi ordino al cameriere la frutta, e prima che me la porti mi alzo di scatto, come per un pen­siero improvviso; esco e me la squaglio rapidamente. La cosa riesce infallibilmen­te. Debbo solo rinunciare alla frutta, ma a me francamente non interessa. Quindi, lei vede, per venir qui e fare l'analisi non debbo incontrare alcuna spesa, salvo, s'in­tende, il suo onorario. Penso con ì miei redditi ordinari di poter sostenere la spe­sa. E poi ho qualche risparmio.

Professore                     - No, no; così la cosa non va.

Giovanotto                    -  Perché? Si rifiuta di ricevere del denaro, frutto di una attività come la mia?

Professore                     - Non è questo. Guai se un professionista, prima di farsi pagare per il suo lavoro, dovesse esaminare la prove­nienza del denaro.

Giovanotto                    -  Ah volevo ben dire! Crede­vo che si trattasse di uno scrupolo di que­sto genere. Ma guardi: supponiamo che io sia beccato dalla polizia (facciamo le corna); dovrei pure essere difeso da un avvocato, no? E dovrei pagarlo con i sol­di che ho. Quello, sa, non farebbe tante storie. Con lei in fondo è la stessa cosa. L'avvocato dovrebbe adoperarsi per non farmi restare in prigione. Lei, facendomi cambiare mestiere, si adopera perché in prigione io non ci vada in seguito. Può quindi accettare anche lei i miei soldi.

Professore                     - Prima di tutto, badi, è pos­sibile che sia proprio io a farla andare in prigione.

Giovanotto                    -  Non mi vorrà mica denun­ciare?... Del resto non può. Non le ho detto il mio nome.

Professore                     - No} stia tranquillo. Sono le­gato dal segreto professionale, natural­mente, e lei non ha da temere cose del genere. Vi è però un altro motivo per cui potrei, indirettamente e involontariamen­te, divenire la causa di un suo arresto. Glielo spiegherò dopo. Ma la difficoltà per me di ricevere da lei, per la sua analisi, un denaro che proviene dalla sua attività, non è affatto una difficoltà morale; sol­tanto una difficoltà tecnica. Lei dice di voler cambiare mestiere. In realtà il suo mestiere attuale è soltanto una utilizzazione, in senso professionale, di una tendenza a impadronirsi di determinate cose non sue. La tendenza a ru­bare ha preceduto in lei la utilizzazione che ne ha fatta. Risulta chiaramente dal suo racconto. Il mio lavoro di psicoana­lista dovrebbe allora consistere nello sco­prire (con la sua collaborazione ovviamen­te) come e perché questa tendenza si sia sviluppata, e in luogo di quale altro suo bisogno essa stia. Così potrebbe accadere che lei, a un certo momento, non sentisse \più la necessità, o l'impulso, a rubare. Ma lei comprende che, fintanto che fosse costretto a rubare per pagarmi, non sa­rebbe mai in condizione di smettere.

Giovanotto                    -  Già, non ci avevo pensato.

Professore                     - D'altra parte non posso nep­pure farle l'analisi gratis. È giusto che il mio lavoro sia retribuito; e poi l'esperien­za dice che un paziente il quale non paga la propria analisi non s'impegna nella cura, e quindi ne subisce scarsamente l'azione. Posso farle un prezzo molto modesto, questo sì; ma qualche cosa lei dovrà pagare.

Giovanotto                    -  Ma come faccio senza il gua­dagno che ricavo dai libri?

Professore                     - Mi ha detto che suo padre si è fatto una discreta posizione. Gli dica che gli affari le sono andati male e che deve sospenderli. Gli dica anche che ha bisogno di fare una cura qui a Milano, e chieda un prestito che rimborserà quan­do sarà guarito e potrà riprendere a la­vorare.

Giovanotto                    -  Ma se racconto a mio padre che ho bisogno di curarmi perché sono un ladro, quello invece di farmi il prestito mi ammazza di botte!

Professore                     - Gli dica allora che ha qual­che altro disturbo. Per esempio, non so, che è impotente; e che è disperato per questo e vuol farsi curare.

Giovanotto                    -  Non sarebbe neanche una bugia intera, perché... con le ragazze le cose mi vanno assai male.

Professore                     - Ho visto giusto, dunque. E ci sarà connessione fra queste sue difficoltà e la propensione al furto. Ma mi racconti bene:   come   è    questa    faccenda    delle ragazze?

Giovanotto                    -  Sono sempre stato un po' timido con loro. Sui diciott'anni avevo vo­glia di provare, ma avevo le idee confuse. Andai una o due volte con una di quelle, ma non riuscii a far nulla. Pensavo che fosse perché, non avendo esperienza, non sapevo neppur bene come la donna è fatta. Fu proprio allora che mi presi quel libro di fisiologia sessuale. In seguito non provai più. L'interesse per le ragazze è come scomparso, e invece mi è venuta questa febbre di rubare più libri che posso.

Professore                     - Penso proprio che sarebbe bene che lei si facesse aiutare da suo pa­dre e facesse l'analisi.

Giovanotto                    -  Sì, sì, professore, farò come dice. Chissà però se mio padre si persuade. Sa, lui è un po' ignorante in queste cose.

Professore                     - Guardi che, oltre a pagarsi l'analisi, dovrà anche pagarsi i viaggi in treno e i pasti in trattoria.

Giovanotto                    -  No! Questo non glielo pro­metto. È tanto semplice per me rispar­miare questi quattrini. Perché dovrei ri­nunciare?

Professore                     - Eppure deve sforzarsi; come anche deve proporsi di non rubare più, fin da questo momento.

Giovanotto                    -  Ma mi domanda troppo, pro­fessore! Se fossi capace di tutto questo, non avrei più bisogno di lei. Lei sta ca­povolgendo le cose; sarebbe come se un medico a uno che ha la tosse, dicesse: « Guardi che se vuol guarire, non deve tossire più ».

Professore                     - Lei ha ragione, e so benis­simo che le domando qualche cosa di as­sai difficile. Per quanto riguarda l'analisi, sarebbe quasi un bene che lei continuasse a rubare. Partendo dalle singole situazioni, potremmo analizzare tutto il meccanismo del suo comportamento. Ma io ho l'ob­bligo morale, verso di lei, di metterla in guardia. Da questo momento lei è in stato di pericolo; e sempre più lo sarà se in­traprenderemo davvero l'analisi.

Giovanotto                    -  Perché in stato di pericolo? E quale pericolo?

Professore                     - Lei ha cominciato a rubare sei o sette ani fa. E poi ha continuato - salvo il periodo della scuola allievi uffi­ciali - in modo sempre più sistematico. In principio era esitante e timoroso; poi diventò sempre più sicuro e tecnicamente abile. Era certo di non venir preso, e so­pra tutto non aveva alcuno scrupolo per ciò che faceva; e proprio questa sua cer­tezza e questa mancanza di scrupoli le impedirono di commettere quelle piccole distrazioni nell'esercizio della sua attività, che avrebbero potuto farla scoprire. Oh Dio! Un certo margine di imprevisto poteva sempre esserci, e ha funzionato an­che una buona dose di fortuna, lasci che glielo dica! Ma lei deve la sua libertà so­pra tutto al modo naturale e disinibito con cui faceva le cose.

Giovanotto                    -  Sì, è proprio così.

Professore                     - Ma ecco che a un certo pun­to lei pensa di mutare mestiere. Sente la sua professione non solida da un punto di vista sociale: sono le sue parole. Ciò significa che comincia a far proprio il punto di vista sociale. Si propone anche di divenire ufficiale dell'esercito, oppure funzionario di pubblica sicurezza, cioè pre­cisamente una persona incaricata di far valere, con la forza, il punto di vista della società: quel punto di vista che interdice il furto come una delle colpe maggiori. Le ho detto che era interessante la sua scelta della nuova professione. Gli psicoanalisti sostengono che coloro i quali vio­lano la legge e coloro che sono incaricati di farla rispettare, i delinquenti e i loro persecutori, i ladri e le guardie insomma, hanno un'analoga struttura psicologica. Di­pende da fattori esterni e contingenti che uno si trovi da una parte o dall'altra della barricata. E lei... sta proprio attraversando la bar­ricata. Quando la sua traballante personalità di ladro si accingesse a commettere un furto, essa avrebbe per così dire a che fare con la sua incipiente mentalità di poliziotto. Scusi sa, ma lei come ladro è spacciato! La sua coscienza di ladro è entrata in crisi nel momento stesso in cui ha pensato di venire da me. Le rimane la jua abilità tecnica, questo sì. Ma, inconsapevolmente, lei farà di tutto per farsi pescare.

Giovanotto                    -  Ha ragione,

Professore                     - Ha ragione. Mi è già successo. Questa mattina, sa, in treno. Ero incantato pensando a come avrei dovuto esporle il mio caso, e non mi sono accorto del controllore. Così ho dovuto pagare la multa oltre al bi­glietto. È la prima volta che mi succede! La prima volta! E sono rimasto molto scosso.

Professore                     - Lo può considerare come un piccolo avvertimento. Se l'è cavata con la multa, perché si trattava del biglietto sol­tanto. Ma se la trovano a rubare libri in un negozio, e poi si accorgono che si tratta di furto continuato e che ha un in­tero magazzino di libri rubati a casa, lei anche se è incensurato, finisce per un bel po' in galera. Quanto all'analisi, essa non può fare altro che accentuare, in un primo momento, la sua situazione di crisi. Per questo ho detto prima che proprio io corro il rischio di farla andare in prigione.

Giovanotto                    -  Ma forse esagera un po'  Professore… Lei, scusi sa, di queste cose pro­prio non se ne intende; e io sono veramente molto abile.

Professore                     - Era un mio dovere metterla in guardia. Se crede, parli con suo padre nel senso che si è detto, e si ricordi di non esporsi a quello che attualmente è il suo pericolo maggiore. Poi al caso ritorni da me. Le confesso però che sono un po' preoc­cupato. Se lei non dovesse più farsi vivo, dovrei, con dispiacere, pensare al peggio. Dico con dispiacere, perché non le na­scondo che il suo caso mi interessa, e la prenderei in cura volentieri.

Giovanotto                    -  Ma no, professore, non si preoccupi per me! Vedrà che me la cavo. Grazie intanto. È stato molto gentile e comprensivo; e ho una grande fiducia che lei mi possa aiutare. Arrivederla.

Professore                     - Arrivederci e speriamo bene.

FINE

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