Le mamme

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LE MAMME

Commedia in un atto

di CARLO TERRON

PERSONAGGI

CLOTILDE

MAURA

(signore per bene dedite al culto

 della maternità anche prima

degli anni roventi della menopausa)

Un salotto fine, affollato di cose rare, in casa di Clotilde.

Milano, viale Bianca Maria. Clotilde è una si­gnora che si conserva. Bionda, ben vestita, di educato spirito e di gentile aspetto, tutto con­siderato, anche in tempi dì arte cosmetica ad alto livello e di chirurgia plastica prodigiosa, affronta gli anni critici in condizioni di van­taggio sulle sue coetanee. Quando non si tratti di sfidare l'insolenza di un mezzogiorno asso­lato - ma, poi, non è nemmeno vero; lo po­trebbe testimoniare il romantico sir L. che, con algido fuoco, ne tentò l'assedio, l'estate scorsa a Santa Margherita Ligure, ottenendo molto e pochissimo allo stesso tempo, una cosa parecchio inglese — emana il prezioso fascino dell'incipiente autunno che indugia sulla tarda estate. Essa lo sa, ma non se ne cura molto come non se n'è mai troppo curata, rendendola, con ciò, più. insinuante. Anni fa le fecero un complimento del cui ricordo si compiace an­cora. Fa venire in mente, le dissero, la Passeg­giata di D'Annunzio. Eppure, non è in questa direzione che procedono i suoi interessi senti­mentali e morali, tutt'altro. Entra, getta un'occhiata all'orologio appuntato sul petto, si pone davanti ad una specchiera del Settecento, un po' opaca e quindi amica, si dà qualche lieve colpo coll’ala della mano sui capelli, si passa un'ombra di rossetto, un pallido rosa, sulle labbra; fa due passi indietro e mezzo giro su se stessa per controllare la linea del sobrio ed elegante abito scuro, gesto spontaneo, abitudine inavvertita. Poi, va al te­lefono e compone un numero. Rimane un po' all'apparecchio ma nessuno risponde. Le si leg­ge un vago allarme sul volto tenero ed appren­sivo. Accende una lampada a gambo, avvicina l'apparecchio telefonico per averlo a portata di mano e s'accomoda in una poltrona di fianco al caminetto acceso; è novembre ed è subito sera. Prende un lavoro a maglia già ben avanti, si mette a pensare ed il pubblico la sente. In­time ed automatiche, le parole sembrano venire da un registratore, senza riscontro nella com­postezza del volto di sempre e nella quotidiana normalità dell'occupazione.

—Alle quattro, fine della lezione di latino. Un minuto per infilare il cappotto e mettersi la sciarpa dì lana. Un minuto per salutare i com­pagni. Un altro per scendere le scale, purché non scivoli. Alle quattro e cinque è fuori dal cancello, in compagnia del Guido. Cinque mi­nuti, massimo sei, di strada: corso di Porta Nuova, due passi dal « Parini ». Oggi tocca a lui andare dal Guido per i compiti, domani verrà il Guido da noi. Ascensore, campanello: altri due minuti. Sei e cinque undici; undici e due tredici. Mettiamo quindici per gli impre­visti. (Torna a guardare l'orologio) Sono le quattro e venti e nessuno risponde. Non sono ancora arrivati... Perché non sono ancora arri­vati? Lo sa pure che mi agito. (Sbaglia un punto alla maglia) Un'automobile! E' andato sotto a un'automobile. Sì, sì. Me la sentivo. La nebbia. Non fa mai attenzione ad attraversare la stra­da. Mai che cammini sulle righe... Ha un'an­tipatia per le righe, perfino gli abiti; bisogna capirlo... Ma anche le righe, che sicurezza dan­no se, poi, si leggono cose così: (Piglia su il « Corriere della Sera ») « Ucciso sulle righe, tra­volto da un pirata della strada »... E se, invece, fosse stato il Guido? Povera Maura, se fosse stato il Guido... Ma lei è un temperamento più forte del mio. Peggio per me se fosse stato Massimiliano. No eh, no eh, Massimiliano; alla tua mamma, no! Ci sono, santo Dio, le righe? Cammina sulle righe... E perché no, tutti e due? Le disgrazie non sono avare. Maura, sì, è avara, ma le disgrazie, no. (Torna a telefonare senza risultato) O, magari, si è soltanto sentito male. Dico magari e soltanto. Guarda là: quasi, qua­si, sarei contenta che si fosse sentito male per escludere che sia stato travolto da un pirata della strada, sulle righe. Povere mamme, ridot­te ad augurare, ai propri figli, una malattia, in cambio di un investimento... Lo stomaco, no, digerisce anche i sassi; l'intestino nemmeno, va di corpo tutti i giorni; i bronchi: è debole di bronchi e non c'è verso che si tenga chiusa la sciarpa di lana davanti... Ma se, poi, si fosse sentito male il Guido? Perché no? E' così pal­lido quel bel ragazzo pallido!... Apparenza. Sot­to, è forte, robusto e ben fatto, anche lui, come un puledro. Momento... la Maura, però, da ra­gazza, deve aver avuto qualcosa alla pleura. Un pezzo di donna, ma quella cera terrea, quegli occhi caldi... Forme che si superano, però si ereditano... Le quattro e mezza. (Telefona nuo­vamente e ancora nulla) In un caso o nell'altro - cuor mio non scoppiare! - lo hanno ricove­rato all'ospedale. Ma quale? Ci saranno almeno venti ospedali in questa maligna città, piena di righe e nemica delle madri... Ah, che visione! Solo, nel letto di un ospedale sconosciuto, toc­cato da mani estranee... Ma perché all'ospedale, se si è soltanto sentito male? In questo caso, lo avrebbero portato a casa; o dal Guido, se si è trattato del Guido. Dunque, il peggio: ossa fratturate, commozione cerebrale, sfigurato il suo bel volto altero. Menomato fin che vive, per bene che vada. Ma perché il Guido non mi tele­fona per avvertirmi? L'ho sempre trattato bene, gli ho sempre dimostrato tanta simpatia. Come un altro figlio. E perché non mi telefona il Mas­similiano se è toccato al Guido? Sono come fra­telli, tali e quali io e Maura. Oddio, sono all'ospedale tutti e due! E' curioso, pensarne due all'ospedale, invece di uno solo, dovrebbe au­mentare la pena. Invece diminuisce. Un po' di­minuisce. E va bene. Poi me lo porterò a casa e me lo curerò. Oh, se me lo curerò!... (E' finito il monologo interiore. Forse le è venuto un dub­bio. Si riattacca al telefono; ma, questa volta, cambia numero ed è la voce d'adesso).

Clotilde                         - L'ora esatta, per piacere... Si sba­glia. Guardi che non è possibile... Soltanto le quattro e tredici?... Ne è proprio sicura?... Gra­zie. (Depone il telefono) Avevo l'orologio avanti venti minuti. Tutto cancellato. Ho sofferto tan­to per niente. Adesso, bisogna ricominciare da capo... Quattro e tredici: sono al portone... Sca­le... ascensore... un minuto di tolleranza nel caso che l'ascensore non funzioni... Campanello. (E infatti, squilla un campanello) Ma non qui. Deve suonare là? Chi è? (Compare Maura. Un tipo eguale. Anche l'età. Soltanto in bruno. An­che il temperamento, molto in bruno. La sua stravolta drammaticità condiziona la comicità ambigua di tutto il colloquio) Maura. E i ra­gazzi? La pena, non ti dico, coll'orologio avanti e il telefono di casa tua che non risponde.

Maura                            - Sono venuti in anticipo di mezz'ora. Dicono che la lezione di latino è saltata. E così li ho chiusi in casa a fare i compiti e sono ve­nuta prima.

Clotilde                         - Soli? E se gli succede qualcosa?

Maura                            - C'è la Tina, coll'ordine di affacciarsi all'uscio ogni cinque minuti. (Osserva il lavoro a maglia dell'amica) Cos'è, un pullover per il Massimiliano?

Clotilde                         - No. Per il Guido. Il Massimiliano ne ha già uno, uguale, beige. Un regalo per le feste.

Maura                            - Grazie. Io al Massimiliano, vedrai, gli faccio trovare sull'albero, un paio di slip da bagno. Elastici, rosso cardinale, belli ade­renti. Un amore.

Clotilde                         - Per Natale?

Maura                            - Li userà quest'estate. Intanto, se li conserva e ci pensa. (Torna ad osservare la maglia) Per il Guido è stretto di spalle. Vanno cresciuti almeno dieci punti.

Clotilde                         - Mi son tenuta sulle misure del Massimiliano.

Maura                            - Appunto. E' stretto di spalle.

Clotilde                         - Ma se si scambiano i paletò.

Maura                            - Possono scambiarsi anche le mutan­de, è stretto lo stesso.

Clotilde                         - Sta' a sentire che adesso vieni fuori a dire che il Guido ha le spalle più larghe del Massimiliano.

Maura                            - Sicuro che le ha.

Clotilde                         - Intanto farebbe poca fatica, ha an­che un anno di più.

Maura                            - Le avrebbe avute più larghe comun­que. Questione di complessione.

Clotilde                         - Non vorrai mettere la complessio­ne di mio figlio col tuo.

Maura                            - Ma certo che la metto. Il mio è largo di spalle e stretto di fianchi. Il tuo, invece, vi­ceversa. Non so che farci, ma è così.

Clotilde                         - Per te, non c'è che il Guido. Il Guido qua, il Guido là. Come non esistesse nessun altro al mondo.

Maura                            - Cosa conta? Ti strangolerei quando fai questi discorsi. Sono due stupendi ragazzi, tutti e due. Non c'è eguali. I più belli di Mi­lano. Tipo nordico e tipo latino. Aristocrazia e popolo.

Clotilde                         - (con le lacrime agli occhi) Scusa!... Mi vieni a dire che è largo di sedere. Per que­sto gli vuoi regalare gli slip. Per farlo notare.

Maura                            - Mi sono limitata a dire di fianchi. E un pochino lo è. Non lasciarti accecare dall'af­fetto. E ha anche le gambe un po' corte per il mio gusto, se lo vuoi sapere.

Clotilde                         - E il Guido le ha un po' lunghe per il mio, se vuoi che te lo dica.

Maura                            - Meglio lunghe che corte. L'hai visto in costume da bagno? Un levriero.

Clotilde                         - Guarda il mio in costume da ba­gno. Un Apollo.

Maura                            - Di fronte all'evidenza non trovi altro di meglio che attaccarti alla mitologia. In fon­do, chi era 'sto Apollo? Un chitarrista perma­loso e pieno di boria. Ma si levi dai piedi, si levi!

Clotilde                         - Tu mi odii. Ti sei rivelata. Credi che non lo sappia? Mi odii. Mi hai sempre odia­ta perché il Massimiliano è più intelligente, più forte, più bello, più bravo.

Maura                            - Mettiti il cuore in pace, Clotilde. Non sei nemmeno logica. Per questo non potrò odia­re mai alcuna donna al mondo. Bisognerebbe non avere occhi, né orecchie, né tatto, né nes­suno dei sei sensi...

Clotilde                         - Cinque.

Maura                            - Tira via. Sono sei. Lo dicono i preti che sono cinque per ragioni misteriose che sanno solo loro. Poter pensare che esiste un ragazzo meglio del Guido! E il Massimiliano lo vale. Quasi. E tu ne senti tutta la responsabilità. Come me. Per questo, dobbiamo essere alleate. Per difendere due tesori minacciati da tutte le parti.

Clotilde                         - Ma il Massimiliano non ha il sedere largo.

Maura                            - Sarà un'impressione perché è più basso.

Clotilde                         - Ma ha anche un anno di meno!

Maura                            - E, poi, sai cosa ti dico? Peggio per lui se non ce l'ha. Faceva atletico. Era una ga­ranzia.

Clotilde                         - Una garanzia di che?

Maura                            - Era una garanzia!

Clotilde                         - Robusto ce l'ha. Ecco... Pigliati un whisky. Sai dov'è. (Maura apre un trumò del diciottesimo secolo, dove nessuno si sarebbe sognato che fosse nascosto un bar, e si serve).

Maura                            - Ne ho proprio bisogno. Mi calma. Ah, io finirò o alcoolizzata o pazza. (Frattanto Clo­tilde si mette a telefonare).

Clotilde                         - Massimiliano, caro. Sei venuto all'apparecchio tu? Finalmente... Perché non mi hai avvertita che era saltata l'ora di latino?... Sì, è qui, ma sai che sto in pensiero... Va bene... e che fatica facevi? Ti senti bene, almeno?... Che ne so? Sei così sbadato!... Davvero! Posso crederci?... Non affaticarti troppo, però... Ciao. Sì... bacino... Da' un bacino alla mamma, su... Che importa anche se è per telefono?... Bravo. Ciao... Mi passi un momento il Guido?... Allò, Guido... Bigiato scuola, per caso?... Va là, va là... Sta' attento che se mi conduci al male il Mas­similiano, ti cavo gli occhi... Impertinente!... Cosa state facendo, ora, su, sentiamo... 'Sto Catullo, 'sto Catullo... Va bene. Orazio: è lo stesso, se non è anche peggio. Per quanto mi ricordo, erano due sporcaccioni... Mi racco­mando... Guarda che, dopo, il Massimiliano me lo dice... A domani. Hai capito? A domani. Vi preparo la zuppa inglese. Bello! (Prima che metta giù il telefono, Maura glielo toglie di mano) Un momento. C'è tua madre. Ciao...

Maura                            - ...Mi fai un favore?... Sta' bene at­tento. Prendi il metro, nel cassetto a destra della scrivania piccola... metro, metro, sì... Un momento!... Poi ti levi la giacchetta, la fai le­vare anche al Massimiliano... Se mi lasci par­lare... Bene. Prendi la misura delle spalle... Na­turalmente, tutti e due... Una curiosità... Senti, senti... Oh!... Poi vi misurate anche i fianchi... Non voglio sentir parolacce, lo sai: ho detto i fianchi!... Ma sì... No, un po' più giù... da un osso all'altro... le punte in fuori, sai, lì... toc­cati... Ma no. Un po' più a destra del posto del­le iniezioni... due dita sopra l'articolazione. Ec­co, bravo... il giro dei fianchi, insomma... No. I pantaloni, no! Non è necessario... Teneteli... Quando hai le misure, più tardi, me le telefoni. Intesi?... Hai capito bene?... Fa' come ti dico e passami, un momento, il Massimiliano... Ciao, gioia... Che stavate facendo?... Subito, senza starci su a pensare... Non ci credo... Sì?... Pro­prio?,.. Bene, ora smettete per dieci minuti. In sala da pranzo, c'è pane, marmellata e bur­ro... La Coca-Cola è nel frigidaire... Guido lo sa. Fatevela dare dalla Tina... Parti eguali, mi rac­comando... Ma no, voi due soli. Ci mancherebbe altro che la serva facesse merenda!... Ciao... bacino anche a me. Ciao. Ripassami il Guido... Ricordati le misure... Figurarsi, perché hai di­ciassette anni, adesso non ti si può più ripe­tere una cosa. Ciao... Fate i bravi.

Clotilde                         - (prima di finire le ritoglie il microfono) E pensate alle mamme vostre!... (Basta).

E poi trovano incomprensibile che ì loro figli acquistino abitudini fuori del comune. Quando, tre anni dopo, incontreremo Guido M., sarà ad un ballo mascherato riservato a soli uomini - si fa per dire - in una villa del Lago Maggiore dalla fama un po' particolare. Sarà travestito da Manon Lescaut - un costume espressamente disegnato da Lìla De Nobili -con gli smeraldi - autentici - di famiglia alle orecchie e al collo, alla base di una parrucca pervinca di fili di seta e al vertice di una scollatura inevitabilmente discreta nel versante an­teriore, ma, in compenso, vertiginosamente pre­cipite in quello posteriore. Ciò sembrava met­tere un'eccitazione da non dire negli anelanti alani della gioventù dorata lombarda, presenti in pantaloni, ma per niente gradita a Massimi­liano F., vestito da De Grieux e malinconica­mente trattenuto in disparte da una gelosia ir­ritata che accendeva lampi omicidi nell'ombra del velluto scuro dei suoi occhioni mortificati. Annotazioni di dialogo, dagli appunti di quella sera senza alibi: «Manon-Guido: Soffri? - De Grieux-Massimiliano: Ti ucciderei. - Manon-Guido: Come sono cattive... gli uomini. - De Grieux-Massimiliano: Sgualdrina! - Manon-Guido: Va bene così, tesoro. Stai per rivivere il ful­gido momento dell'Abbiezione radiosa, quando De Grieux deciderà di seguire la sua folle e innamorata Manon alla Caienna... ». Frasi realmente udite o soltanto supposte dal gusto di teatralizzare la situazione? Questione trascurabile, poiché potrebbe, al caso, trattarsi dell'argomento di un secondo atto che non sarà mai scritto. Quella che interessa, semmai, è la commedia delle cause, non degli effetti.

Clotilde                         - Che cari!

Maura                            - Mah...! Già, io non mi sentirò sicura fino al giorno che metteranno il telefono col video. E a figura intera. Ci credi, tu, che sia saltata la lezione di latino?

Clotilde                         - Se sono arrivati con mezz'ora di anticipo...

Maura                            - E' ben questo. La lezione dura un'ora. L'altra mezz'ora dove sono stati? Con chi? Che hanno fatto?

Clotilde                         - Io, quando tardano, penso che si siano fatti del male.

Maura                            - Io, invece, che abbiano fatto delle porcherie. Coi tempi che corrono e con tutti i pericoli che, oggi, insidiano la gioventù, in mezz'ora ti trovi rovinati i figli senza sapere chi ringraziare. Figli così, poi!... Migliori sono e più pensieri sono. La mela guasta non dà preoccu­pazioni. Guasta è e guasta rimane. Una incrocia le braccia, sarà quel che sarà. Si rassegna. Cerca di venderla come buona e, qualche volta, ci riesce. Ma la mela sana... Non si vive. Le cure, le preoccupazioni, gli spasimi perché si man­tenga sana! Si ingrossi, si erga sul ramo, si rassodi senza che vi penetri il baco; bella, lucida, profumata, rossa fiammante; dura come il legno al tatto, tenera e dolce sotto i denti. Il baco può venire da tutte le parti, entrare in tutti i modi. Li leggi, tu, i giornali?

Clotilde                         - Li leggo, sì.

Maura                            - Fanno paura, quel che scrivono.

Clotilde                         - Investimenti, scontri ferroviari, te­neri giovinetti che affogano nei fiumi, quando non si arruolano nella legione straniera,

Maura                            - Tu capisci tutto e non indovini niente. Tentazioni e corruzione, vizio, cara mia. Dio solo conosce le mie angosce. Lui che mi ha messo in petto il tormento di questo cuor carnefice. Mamme ce ne sono tante. Ma, degne di questo nome, quante siamo? Ad esprimersi così può sembrare che si dica male delle altre mamme. No, no. Le mamme non si toccano. La categoria è sacra. Non ci sono mamme cattive. Ci sono solo mamme più o meno buone. Ma su mille mamme pronte a tutto, non ce n'è due di eguale. Io e tu, forse. C'è mamma e mamma. Non si toglie niente alle altre dicendolo: c'è mamma e mamma.

Clotilde                         - A proposito di mele.

Maura                            - Vorrai dire di mamme.

Clotilde                         - No. Di mele. Un giorno mi dovrò spiegare come certe mele col baco, a non accor­gersene, siano egualmente saporite e anche di più, qualche volta; hai notato?

Maura                            - Le metamorfosi del male.

Clotilde                         - Vorrai dire delle mele.

Maura                            - No. Del male. Tali e quali, le meta­morfosi del male. Quante mele col baco ci sono? Uno sterminio. Ma non lo si sa. Non si vedono. Si confondono con quelle sane. Se uno dovesse contare i vermi che ingoia, senza saperlo, nella sua vita, gli verrebbe il voltastomaco. Ma per­ché possono contenere il verme non si deve mangiar più mele, se piacciono?

Clotilde                         - Ti piacciono le mele?

Maura                            - Tanto.

Clotilde                         - E allora?

Maura                            - Allora bisogna cercare che i vermi non entrino nelle mele.

Clotilde                         - E' semplice.

Maura                            - Ma è difficile. La vita moderna non è che un'immensa fabbrica di vermi introdotti nelle giovani mele all'insaputa delle mamme. E nessuno che ci aiuti in questa titanica lotta. Siamo sole contro l'universo.

Clotilde                         - Lo puoi ben dire. Suo padre, che è suo padre: un incosciente. Ogni momento ad­dosso... voleva sempre, intendi? Oltretutto, uno spreco economico, lui che, nette, bilancio alla mano, guadagnava tremila lire al minuto.

Maura                            - Anche quando dormiva?

Clotilde                         - No. Solo da sveglio, quando lavo­rava. E' ben qui!...

Maura                            - Questi capitalisti del nord, quante maggior ricchezze potrebbero produrre se pen­sassero meno al piacere. Il paese è povero. Sfi­do I Sono sempre a letto con qualcuna che non è la loro moglie e la produzione ne risente. Si pagano le loro orge con la miseria del sud, altroché!

Clotilde                         - Be', lui anche con me. Non ne aveva mai abbastanza. E poi, mali di testa, una fiac­ca...! Già, io non c'ero molto portata...

Maura                            - Io sì, a dire il vero.

Clotilde                         - ...Ma anche dopo. Quando il Mas­similiano aveva già sei e anche sette anni.

Maura                            - Orrore!

Clotilde                         - Ti figuri? Io, madre nata. Dalla testa ai piedi. Col Massimiliano che dormiva dietro alla parete, nell'altra stanza. Sai che trauma psichico poteva derivarne?! Può, una donna, votarsi alla maternità e continuare...?

Maura                            - Col proprio marito, no. Oh no! La mia idea è una società altamente specializzata. Con uomini che fanno soldi e uomini che fanno l'amore. Ben separati. Si starebbe meglio tutti, voglio dire le donne e le mamme.

Clotilde                         - Ti dico io se ne ho passate poche! Tutto nella vita, guarda, ma non incomprese.

Maura                            - Vuoi paragonarti con me, una povera vedova sola con tutta quella sostanza da ammi­nistrare?

Clotilde                         - Non c'era verso di fargliela capire. Se non rispetti la donna, rispetta almeno la madre, lo scongiuravo. Come parlare al vento. Avrei avuto vergogna di fronte al viso puro e riposato di mio figlio, farmi vedere con gli oc­chi pesti, il volto sciupato. A me mi si legge su­bito in faccia, capisci? E così ci siamo separati. Per quello. E ne sono contenta. Mi sono sentita - a non contare il miglioramento dell'aspetto -come si dice? Riconsacrata, ecco. Una cosa pulita, finalmente. Lui paghi e non ci pensi. Di mio figlio mi occupo solo io. Gli basto io.

Maura                            - Ma naturale. Naturale! Io l'ho reso orfano a undici anni. E più il tempo passa, più mi persuado che, mai, cucchiaino di arsenico fu meglio impiegato. I padri di lunga durata sono nocivi ai figli. Diventano esempi pericolosissimi, fomite di imitazioni nefaste. S'era messo in te­sta... la delinquenza, ecco. « Per crescere preco­cemente sano, va sottratto in tempo alle sottane di casa », non faceva che ripetere... « Era stato segretario federale... ». Massimo a quattordici anni, deve conoscere la vita. Come i romani an­tichi... Penserò io a scozzonartelo fuori...

Clotilde                         - (un grido) Sco...? Nooo!

Maura                            - Parole, parole, soltanto le parole da ammazzare un tenero virgulto... « Dovere mio. Se non le compiono i padri, queste opere educa­tive, chi le deve compiere? ». Le opere educa­tive erano le donne.

Clotilde                         - Le donnacce.

Maura                            - Tutte le donne sono donnacce quando si avvicinano ai figli delle altre. Non dimenti­carlo mai. Ridurlo un porco come lui voleva, quel delinquente privo di timor di Dio. Il mio Ugo santo, ancora un bambino...! Dissolutezza, libidine e crapula. Si permetteva di avere una teoria. Educazione maschia! «Uno non è in grado di affrontare il matrimonio - diceva -prima di aver fatto fuori cento donne almeno. E' la minima esperienza indispensabile, per far­si una famiglia e partire per l'Africa orientale »,

Clotilde                         - Cosicché, era anche dell'idea che il Guido si sarebbe dovuto sposare, un giorno.

Maura                            - E andare in Africa, a conquistare l'Im­pero.

Clotilde                         - Per chi?

Maura                            - Per il duce. Bell'uomo, con tutti i suoi difetti, bell'uomo, a vero dire. Fra le negre! Ca­pisci? Se ti dico la delinquenza?!...

Clotilde                         - Aver conosciuto almeno cento don­ne. Ti immagini lo spavento?

Maura                            - Anche al di fuori della maternità, met­titi nei miei panni... Ci sei? Io, pensavo, sarò la centounesima. Hai voglia! Una sera, per com­memorare la presa di Giarabub, aveva bevuto e così venni a sapere che, nella migliore delle ipotesi, avrei dovuto cominciar a contare dalle trecento in su. Un continuo esame, una perpetua gara di superamento... I nervi a pezzi. E il Gui­do così fine, aristocratico, immacolato...!

Clotilde                         - Macché cento. Basta una a rovinare un ragazzo.

Maura                            - Mezza, basta. L'odore. Fa' che una trac­cia d'odore di donna gli passi attraverso la ma­teria cerebrale e tutto è perduto. Si mettono in moto i peggiori istinti e poi è un precipizio. Lo vedi dai loro padri. No, guarda, anche i meglio mariti, riguardo ai figli sono dei criminali. Toglierseli dai piedi, più presto che sia possibile, con ogni mezzo. Non mi capiterà, ma se nascessi un'altra volta, la fecondazione artificiale e poi più. E, ai minuti piaceri, provvedere fuori casa.

Clotilde                         - Ma non mi hai sempre detto che il Guido è figlio dell'ex aiutante di campo del no­stro povero sovrano?

Maura                            - E che vuol dire? Suo padre figurava lui. Purtroppo. Tanto peggio ancora, il mio Gui­dino! Che diritti aveva, quel cialtrone? Sacri­ficato due volte, povera vittima. Già, così, nes­suno avrebbe potuto mai sapere che, nelle sue vene, scorre sangue blu piemontese d'un gene­rale di cavalleria. E, per giunta, corromperlo con la scusa d'istruirlo.

Clotilde                         - Ma anche mandarlo in Africa, il deposito della sifilide! E con quel caldo.

Maura                            - Io non sono per la pena di morte, sono anzi zoofila, ma in questi casi... in questi casi! Legislatori, date alle misere madri le armi per difendere le loro creature!

Clotilde                         - (tornando, per un momento, sulla ter­ra) Io so che gli ho dedicato la vita. E nella felicità di vivere unicamente per lui, mentre cre­sceva come lo desideravo, come la mia ambi­zione lo voleva: un fiore raro dal quale sta per nascere un frutto meraviglioso; mentre gli anni si accumulavano sulla sua bella testa bruna; an­ziché diminuire, i pensieri aumentavano. Mi in­vadeva un'angoscia... un rimpianto... una paura, non so di che. Ed è ogni giorno peggio.

Maura                            - Te lo spiego io. (E via di nuovo per la tangente della retorica letteraria) Nel mondo esiste una congiura per recidere il legame sacro che avvince figli e madri: catena d'oro e piom­bo, rose e spine per noi; baluardo di salute fisica e integrità morale per loro. La mano nera contro le madri ha tentacoli innumerevoli, le sue tagliole sono dolci e inesauribili, dalla pre­sa diabolica irresistibile. Siamo sole. Ed essa ha dalla sua tutte le risorse dell'universo, a co­minciare dalla Natura. Cielo, terra, la botanica, la zoologia: batterie puntate a zero contro la maternità. Osservali. Quando sono svegli, tenta­zioni spalancate d'ogni genere; quando dormo­no, il segreto inquietante dei sogni. Tutto converge ad esaltare la loro spavalda sicurezza: la rapina del vento e la furia del mare, la tenerezza dell'alba e l'afrodisiaco dei tramonti; gli accop­piamenti indecenti degli animali per le strade, i fiori impudichi che deflagrano sulle piante diffondendo profumi vertiginosi che introdu­cono fiamme nelle vene. I loro corpi luminosi sono come circonfusi da un'aureola di desideri impudichi. La salute! La loro stessa offensiva salute; quei muscoli vermigli, sangue solidifi­cato, concentrato di violenza, pronta ad esplo­dere sotto l'oro levigato di quella calda pelle bionda. La dolcezza criminale dei loro sguardi febbrili e golosi che la timidità anziché attenua­re accentua!... Li guardi, li vedi quando planano sulle cose? Ventose che succhiano. Involucri angelici celano vitalità demoniache. Archi tesi con ferocia verso bersagli ignoti ed esaltanti che li trascinano lontano lasciandoci vedove, volevo dire abbandonate, sole, insomma.

Clotilde                         - Lo pubblichi?

Maura                            - Cosa?

Clotilde                         - Questo discorso. E' il pianto delle mamme. Tutte dovrebbero impararlo a me­moria.

Maura                            - Vedremo. Sai cosa ti dico?

Clotilde                         - Sì...

Maura                            - Ah, lo sai?

Clotilde                         - No.

Maura                            - Dico un'eresia che è una santa verità. Comincia la salute dei figli ad essere la prima nemica delle madri. Tutto ciò che li fortifica ce li allontana; soltanto ciò che lì indebolisce ce li avvicina.

Clotilde                         - Si arrendono a noi, sono totalmente nostri solo quando giacciono nei loro piccoli letti tiepidi, fragranti dei loro capelli; e noi vi­cine, la mano nella mano, un corpo solo, nel silenzio delle stanze in penombra, odorose di medicine. Si salpa per oasi isolate dal resto del mondo, cullate dal mare della tenerezza. Poi guariscono, guariscono sempre - hai notato come si rimettono in fretta? - e li sentiamo un po' più distaccati di prima.

Maura                            - Cominciano dal momento che aprono gli occhi. Dovrebbero rimaner sempre dentro di noi, carcerati nel nostro grembo, murati nelle nostre viscere. Noi siamo tutto e cominciamo a diventar niente dal loro primo vagito. La ma­ternità è un bene che si realizza distruggendosi. Si esordisce regine e si finisce schiave!

Clotilde                         - Dio, Dio, perché devono crescere i figli?

Maura                            - Crescere: questa maledizione. Ecco la vera, irreparabile malattia dei figli per le madri.

Clotilde                         - Con tanti rimedi che inventano, nessuno che ne cerchi uno: un'erba, una vita­mina, una penicillina, per farli rimaner bam­bini

Maura                            - Anzi, il contrario. Se ne guardano bene. Mano nera. C'è un piano, ti dico. Ogni cosa per irrobustirli, svilupparne l'intelligenza, ren­derli forti, disinvolti, sicuri, belli. E indipen­denti. Noi stesse, orgogliose di ciò che ce li to­glierà. L'assurdo! Le prime, noi, complici della congiura per farne tenere prede alla voracità dei draghi in agguato.

Clotilde                         - Ssst...!

Maura                            - Che c'è? Mi hai spaventata.

Clotilde                         - Ti svelo un segreto. (Prende per mano l'altra mantide religiosa e la conduce a una finestra di cui socchiude la tenda) Là, die­tro a quel balcone.

Maura                            - I draghi?

Clotilde                         - No. Oh, là no. Ora è chiuso, ma, al mattino, lo aprono. Fino alle tre. Poi, più; si difendono dalla luce. Io sto qui, ore, a spiare, divorata dall'invidia.

Maura                            - Lussuriosi che non chiudono le im­poste?

Clotilde                         - No. Infelici che vivono appartati. C'è un ragazzo, vent'anni, su una carrozzella, perso nelle gambe. Nessuna speranza che gua­risca; proprio niente, la portinaia lo sa. Dalla nascita. Bianco, come le piante cresciute al bu­io. Un alabastro. E sua madre lo cura. Quella camera? La sua reggia, un regno di tre metri intorno a un trono. Lo lava, lo pettina, i capelli d'un bel castano pallido; gli inumidisce la nuca e i lobi delle orecchie con tocchi leggeri dei pol­pastrelli intrisi di acqua di Colonia... Tutto!

Maura                            - Tutto?

Clotilde                         - Tutto. E' paralitico, capirai... Con la sacra austerità d'un rito. Fa colazione davanti a luì, su un piccolo tavolo basso; mai prima che abbia mangiato lui. Gli allaccia il tovagliolo al collo, ogni volta uno di bucato, candido; gli pre­para, tagliati, i bocconi sul piatto; gli sbuccia la frutta e ne assaggia un pezzetto, soffia sul caffè che non si scotti... Una parola ogni tanto. Poche. E carezze, carezze... Qualche volta, raramente, spinge la carrozzella fin sul balcone. Ma di schiena, che non lo ferisca la vista volgare degli infelici che passano sani e clamorosi per la stra­da. Gli legge dei libri e lui sorride: un piccolo sorriso perso, una lieve polvere di tenerezza intorno alle labbra. Lei non sorride mai. Ma la malinconia beata che esprime il suo sacrificio è il volto d'una felicità sicura.

Maura                            - Non c'è proprio pericolo che guarisca?

Clotilde                         - Escluso.

Maura                            - 8un grido dell'anima) Madre fortu­nata! Lei ha visto i chiodi della sua croce tra­sformarsi nelle gemme della sua corona; il su­dore e il sangue del suo calvario, nell'ambrosia del suo trionfo! Noi avremo soltanto cenere e pianto. Ah, fermate il mondo. Voglio scendere. (Che ci devo fare? Oggi è in vena lirica. Si sono allontanate dalla finestra, le pazze) Ci sei pre­parata? Ci sei preparata?

Clotilde                         - A che?

Maura                            - Ci sei preparata? Non farmi dire. A formulare la cosa, mi si apre una ferita in petto. E, oltre tutto porta male. Ma il tempo è vicino. Si erigono barricate di illusioni da opporre con­tro una battaglia la cui sorte è già segnata. E le tagliole stanno lì, aperte sul loro cammino... Sanno già tutto a sette, otto anni...: come si viene al mondo, come si fa, quanto ci si mette e così via. Chi gliel'ha detto? E l'educazione non è da meno della natura. Si trovano immersi, da quando nascono, in un'atmosfera di tentazione. Cominciano a scuola. In quello che gli fanno imparare non c'è che pericoli, avventure, eroi­smi e viaggi.

Clotilde                         - Hai ragione. Le Crociate, ad esem­pio, santodio! Gli insegnano a maneggiare le ar­mi, ad andarsene via da casa e a non farsi più vivi.

Maura                            - E cosa credi, che partano per le Cro­ciate con gli antibiotici nel tascapane e la cin­tura di castità lasciando a casa la chiave? Violenza e lussuria. Quei pochi che sono tornati, non hanno fatto che vantarsi di avventure con bellissime donne vestite da guerrieri pieni di piume, che non si capisce, altro che quando hanno finito, se siano maschi o femmine. Am­plessi e sciabolate. Quando non si tratta di veri e propri stupri.

Clotilde                         - No, questo no. Il Massimiliano ed il Guido non sarebbero mai capaci di commet­tere degli stupri. Innocenti, non sanno nemme­no cosa siano!

Maura                            - E' da quel dì che sono passati di mo­da. E quando mai, oggigiorno, per far la festa alle donne sono necessari gli stupri?

Clotilde                         - Meno male che le Crociate non ci sono più.

Maura                            - C'è di peggio.

Clotilde                         - Certo che quei classici che gli fanno tradurre...

Maura                            - Oh, per questo, anche la nostra lin­gua te la raccomando. Quanti canti ha la « Di­vina Commedia »? Di' su, quanti canti ha?

Clotilde                         - Mah, un centinaio...

Maura                            - E qual è che gli fanno imparare a me­moria? Uno solo: Paolo e Francesca:... « La boc­ca mi baciò, tutto tremante »! A dodici, a tredici anni: « la bocca mi baciò, tutto tremante ». Cor­sari dell'innocenza! Elena, Beatrice, Laura, Ani­ta Garibaldi... infestano le loro menti virginee con donne di facili costumi. E perché? Perché dimentichino più presto le loro madri.

Clotilde                         - Evidente. I maestri? Sono i loro primi corruttori. A scuola gli insegnano due cose sole: la guerra e l'amore.

Maura                            - E, quando non c'è di mezzo battaglie o donne, gli montano la testa con Cristoforo Colombo, e, via per i mari, chi s'è visto s'è visto. Li affidi alla custodia della religione. Peggio che andar di notte. Intanto, cominciano col susci­tare dei dubbi sull'onestà della madre di Nostro Signore; e, poi, la prima donna che incontrano chi è? Maria Maddalena. Buona, quella.

Clotilde                         - Be', s'è pentita, dicono.

Maura                            - Ma, prima, quanti ragazzi ha rovinato? E, poi, quelle domande in confessione?!... Nella migliore delle ipotesi, turbamenti e basta. Si rialzano assolti - di che? - e sono tutti dei bianchi fiori appassiti prima di sbocciare. Per­ché i preti possono far loro certe domande e le madri no? Perché loro devono conoscere tutti i segreti dei nostri figli e noi niente? Son tre notti che non chiudo occhio.

Clotilde                         - Perché? Lo vuoi confessare?

Maura                            - Magari. Sabato (Così veniamo a sapere che è martedì) mi ha chiesto una motocicletta. Così, fra il formaggio e la frutta. Per Natale, vuole una motocicletta.

Clotilde                         - Guarda combinazione. A me, il Mas­similiano, una barca. Per questa estate.

Maura                            - Ma naturale. Lo vedi? Sono d'accordo.

Clotilde                         - Dici?

Maura                            - Se non fossero d'accordo t'avrebbe chiesto una motocicletta anche lui. Sono d'ac­cordo. La motocicletta in città e la barca in campagna. Sai che significa una motocicletta?

Clotilde                         - Figurati. Vorrei piuttosto sapere prima che significa una barca.

Maura                            - Strumenti di emancipazione. Hai mai visto una motocicletta, e non parliamo una bar­ca, che abbia un posto solo?

Clotilde                         - No, mi pare di no. Sempre almeno due.

Maura                            - E sul posto a disposizione chi ci sale?

Clotilde                         - Vorranno star insieme, loro due. Non si lasciano mai.

Maura                            - Mica sempre sono insieme. E quando l'altro non c'è, chi lo occupa? Oh, è una regola generale: i posti liberi vengono occupati. Come a teatro; e sempre gratis. Mai che ci sia su una valigia! Però c'è sempre una coperta scozzese. E da chi viene occupato?

Clotilde                         - Già, da chi?

Maura                            - Quell'osceno sellino posteriore; là, co­me un invito! Su cento motociclette che pas­sano per la strada, quante ne vedi passare con, sopra, un ragazzo solo? di' su.

Clotilde                         - Poche. Due, tre al massimo.

Maura                            - Sono quelli che vanno all'appunta­mento. Hai mai visto l'ombra di una madre, appesa dietro?

Clotilde                         - Vuoi andare in motocicletta?

Maura                            - E perché no! Ma non mi ci cariche­rebbe. Eppure, c'è sempre una donna vestita di chiaro.

Clotilde                         - Chissà perché si vestono di chiaro?

Maura                            - Per la polvere. Una donna vestita di chiaro e non è la loro madre. Stanno là, quelle infami, alla pioggia, al vento; con le gambe diva­ricate: a cavallo! Chi è quella donna a cavallo di mio figlio?

Clotilde                         - (frastornata) Il Massimiliano.

Maura                            - Dico quando il Massimiliano non c'è.

Clotilde                         - Ah già... Mah... Chi è? Mi si spezza il cuore.

Maura                            - Senza contare che, a stringersi un po', ci si può stare anche in tre. E non oso parlare di ciò a cui può servire una barca.

Clotilde                         - Col rischio, se non si sono ammaz­zati in motocicletta, di affogare in barca.

Maura                            - Sanno nuotare, sanno nuotare. Non è fuori dalla barca il pericolo, è dentro alla barca. Io so che se pigli un binocolo e osservi le bar­che al largo, vedi cose che fanno rizzare i ca­pelli. Io stessa ho dei ricordi di barca che, al solo pensarci, mi vengono i crampi alla co­scienza.

Clotilde                         - No, no. Niente motocicletta e niente barca.

Maura                            - E quanto tempo guadagni? Qual­che mese d'angoscia. Oggi è la motocicletta e l'avranno, l'avranno; domani sarà la chiave di casa per uscire la sera e avranno quella... Il momento si avvicina... Agnelli che corrono verso il sacrificio senza sospettarlo.

Clotilde                         - Quasi quasi, sai che ti dico? Era meglio mettere al mondo delle femmine. Meno ansie.

Maura                            - Non bestemmiare. Saremmo delle ma­dri incomplete. Delle femmine non si può essere madri come lo si è dei maschi. Si può essere solo delle mezze madri e delle rivali in potenza. Perché, vedi, un giorno, diventeranno madri an­che loro. E lo sanno, quelle maledette; senza saperlo, lo sanno. Lo sanno nella carne. Nella carne. Lo sanno. Le femmine non corrono mai pericoli. Sono storie. Li fanno correre alle madri altrui, alle quali rubano i figli. Sono quelle del sellino di dietro, loro! (Tacciono, finalmente, mezzo minuto, per riprender fiato, le blasfeme eroine. Maura, reduce dall'aver sogguardato, alla finestra, il balcone della madre felice del paralitico) Che ora sarà?

Clotilde                         - Le cinque e mezza. Che staranno facendo?

Maura                            - Vedi un po' se si degnano di telefo­nare, quelle lenze! Nemmeno si curano di noi. Ciabatte da gettare nella spazzatura.

Clotilde                         - Non maltrattarli così. Non posso sentirti. Poveri piccoli. E' una brutta età, ecco tutto.

Maura                            - Chi lo dice? E' un'età bellissima. La nostra è una brutta età. Sono degli ipocriti, dei perversi, degli infingardi, delle carogne; pronti a rinnegarci alla prima occasione. Per cosa credi che ci siamo tanto affezionate? per quello; per l'inesauribile capacità che hanno di farci sof­frire. Ma osservali, le occhiate inquiete che si scambiano. Si muovono con gli occhi lucidi, i passi felpati, posano le loro belle mani ladre dappertutto, hanno rossori offensivi peggiori delle più sfacciate insolenze. Possono ingannare chiunque, non una madre. Sono i segni del ma­schio che si prepara a tradire. Vergogna e clan­destinità.

Clotilde                         - (col groppo in gola) Mi metto a pian­gere, se continui. Il Massimiliano, il Guido, po­veri angeli!

Maura                            - Vengono momenti che non so più quel che mi dico, perché vedo arrivare la catastrofe. E' un'agonia. Stanno assaporando, sai?... l'esi­tazione, quella sorta di pigrizia complice che la Natura ha verso gli adolescenti prima dì tra­sformarli in uomini, ecco...; col presentimento febbrile di chi si prepara a gettare la maschera e dedicarsi, anima e corpo, al godimento pieno che gli è riservato. Attendono i loro diciotto anni come lo schiavo lo spezzarsi della catena. Il battesimo della gioia. Senza fretta e senza pietà. Sette mesi ancora: il trenta di maggio. E poi?

Clotilde                         - Fortunata nella mia sventura che, il mio, ha un anno di meno.

Maura                            - Togliti certe illusioni dalla testa, Clo­tilde. Mi sa che tu avresti da preoccuparti più di me. Che è tutto dire. Fidati del mio fiuto. Ricordati che t'ha chiesto una barca. Una barca, in un certo senso, è peggio di una motocicletta. Per certe cose, il Massimiliano è più precoce e preparato del Guido. E' perché tu l'hai sempre sotto gli occhi. Continui, povera mamma, a ve­derlo da mamma. Cammina già come un uomo. La stessa sicurezza indolente. Fa girar la testa.

Clotilde                         - Ci arrivano, ci arrivano! Oh, per questo, anche il Guido...

Maura                            - Vedi che siamo d'accordo. Basta guar­dare, l'una quello dell'altra, e ci si accorge su­bito a che punto sono. Son curiosa dì vedere, guarda, chi dei due sarà il primo. E l'altro, questione di ventiquattr'ore. Figurarsi se vorrà restar da meno. Seppure non...

Clotilde                         - Taci, taci. Mi sento venir meno... Dicevi... che facciano il colpo insieme?

Maura                            - Sì. A donne insieme! E mica telefo­nano. A quest'ora, hanno avuto tempo di misu­rarsi anche le dita dei piedi.

Clotilde                         - Ora che ci penso: se sono arrivati da te mezz'ora prima, quando ho telefonato avrebbero dovuto rispondere. Invece niente. Perché?

Maura                            - Per farci soffrire. Naturale.

Clotilde                         - E la Tina, perché non ha risposto lei?

Maura                            - Oddio! (Afferra il telefono e chiama casa. Appena sente rispondere preme la palma della mano sul microfono) E' proprio lei... Sei tu, Tina?... Sì, sì. Di' un po'. Com'è che, un'ora fa, ha telefonato la signora Clotilde e nessuno ha risposto?... Lì, sì, lì... A far che?... Bene. Chia­mami il signorino... (All'amica) Dice che era in solaio a stendere la biancheria... Strano, perché il martedì, non è giorno di bucato. Sei tu, caro?... Perché non siete venuti al telefono, quando ha chiamato zia Clotilde?... Sì, ha telefonato... No, prima, prima. Eravate scesi dal cartolaio a prendere un quaderno... Niente, niente. E queste misure?... Ascolto... Siete sicuri? Avete misurato bene? Da osso a osso?... Mi pare impossibile... Un momento. (All'altra) Un centimetro più largo di spalle il Guido, e i fianchi uguali.

Clotilde                         - (raggiante. Ma per poco) Hai visto? Lo sapevo. Sarà un po' più stretto di spalle ma non è più largo di sedere.

Maura                            - (sempre al telefono, soffocando) ...Co­sa?... Avete preso le misure anche alla Tina?... Credevate?... Che credevate...? (Alla compagna) Hanno preso le misure anche alla Tina!... Sen­tiamo, sentiamo... Nego. Nessuna ragazza può avere un giro di spalle di quell'ampiezza. A che altezza l'avete misurata, mascalzoni? (Così, a occhio, dai movimenti a onda che fa, l'altra deve star per svenire) Ti dico di no. Dovete averla misurata più giù... Va bene. Quando torno a casa verificherò... Ah, e centoventotto di fian­chi... Esagerata!... Sì, mi basta. (Deve essersi accorta delle condizioni dell'amica) Ciao, ciao... No, non passarmelo. Ho da fare. (Mette giù il telefono e va ad assistere la compagna) Su, su... Clotilde... Respira, apri gli occhi. Riprenditi... Dai... che, poi, tocca a me. (Versa dello whisky, glielo fa ingoiare e beve anche lei) Fa' presto che debbo sfogarmi anch'io.

Clotilde                         - Non so più dove mi trovo. Qualcuno largo di sedere c'era, ma non era il Massimi­liano! Mi sento venir meno di nuovo.

Maura                            - No, eh! La casa brucia e si sta qui a perder tempo con gli svenimenti.

Clotilde                         - Anche il diritto allo svenimento vorresti negarmi, in una circostanza simile!

Maura                            - Prendi e cerca di ragionare. (La fa bere di nuovo e lei dietro) Ti sei resa conto che bisogna fare qualche cosa? Il tempo delle pa­role è finito.

Clotilde                         - E che vuoi fare, ormai?

Maura                            - Forse il delitto non è stato ancora con­sumato fino in fondo. Non ci avrebbero messo in sospetto a telefonarcelo. Se sono colpevoli non sono ingenui e se sono ingenui non sono colpevoli.

Clotilde                         - Magari, nella loro innocenza, hanno già fatto tutto senza rendersene conto.

Maura                            - Hai voglia!

Clotilde                         - Che ti dicevo? Una cosa qui, in mez­zo al petto, una schioppettata, mi avverte che l'irreparabile è avvenuto.

Maura                            - Non è avvenuto, li conosco. Però sta per avvenire. Forse è questione di giorni, forse domani stesso. Ormai ce l'hanno in testa. Chis­sà da quando.

Clotilde                         - Il mio Massimiliano santo! La sacra iniziazione dell'amore. La prima volta, fra le braccia di una serva. Entrare nella vita per la porta di servizio! Colpa tua, a lasciarli in casa soli, con una svergognata.

Maura                            - Rimedierò!

Clotilde                         - Ah, l'hai saputo difendere bene il figlio del generale di cavalleria. In un solaio, con la serva. Al freddo, fra le ragnatele. Senza nemmeno un materasso. Si saranno anche am­maccati le ossa. (Tornano a bere per farsi co­raggio. Allucinate e cionche).

Maura                            - No, no. Piuttosto gli regalo la moto­cicletta, la barca... Gli dò le chiavi di casa. Tutto ciò che vuole, ma togliergli quell'idea dalla mente.

Clotilde                         - E così, ciò che non gli ha insegnato una serva, glielo insegnerà la prima donnaccia incontrata per la strada. Figlio, figlio, figlio mio!... Sono là, pronte, le Circi. Fanno gola a tutte e li avranno loro. Ce li rubano... Quei viali, di notte. Qui, sotto casa. Non ha che da uscire dal portone: la prostituzione motorizzata, i pro­tettori delle mercenarie che sparano sui clienti avari, le camionette della polizia... (Un grido) E le malattie veneree? mi dimenticavo le malat­tie veneree! Per quei viali, le spirochette si rac­colgono con la scopa. Non bastava la sifilide di suo nonno!

Maura                            - Hai finito di spaventarmi?

Clotilde                         - No. (Lirica) L'amore, luce dell'uni­verso, conosciuto così. Se proprio non c'è rime­dio, se ci si deve rassegnare, che almeno, la cosa, non avvenga nell'abiezione e nella volga­rità. Tenere creature dolci, mandate al macello. Quella tristezza, quel malumore che gli cala addosso dopo, chi glielo consolerà? Non avran­no una mano disinteressata e comprensiva ad abbassargli le palpebre sugli occhi sconsacrati, una carezza materna che medichi, coll'oblio del sonno, la stanchezza della carne contaminata e il disgusto delle anime calpestate. (Si slancia verso la finestra con intenzioni brutte) Io mi uccido!... Non vedrò quest'orrore.

Maura                            - (che l'ha fermata al passaggio) Ed io ho il dovere d'impedirtelo, vile e cattiva madre! Soltanto per tuo figlio, non per te. Tu non lo meriti. Per te sarei io la prima a spalancare il balcone e dirti: salta!

Clotilde                         - Oh, lo so. Te, basta averti amica e non c'è più alcun bisogno di procurarsi dei ne­mici.

Maura                            - Se ti piace essere una donna conven­zionale, accomodati; io preferisco avere un carattere.

Clotilde                         - Se credi che ti doni... Nove volte su dieci, avere un carattere significa avere un cattivo carattere.

Maura                            - Vergogna. Non vedi un palmo aldilà del tuo egoismo. Quanto migliore sono, io, di te. Tu sei capace solo a disperarti. Io so bere fino alla feccia il calice dell'amarezza. Io sono forte e sfido le fionde e i dardi della sorte crudele. (Il guaio quando un personaggio ha nel cas­setto una laurea in lettere).

Clotilde                         - Che posso fare?

Maura                            - Regolati come credi. Io conosco il mio dovere. Che almeno uno dei due si salvi. Non posso salvare mio figlio, salverò il tuo.

Clotilde                         - Ma che dici?

Maura                            - Sono pronta, Clotilde.

Clotilde                         - A che?

Maura                            - Quanto sei inferiore alla situazione!

Clotilde                         - Mi fai paura.

Maura                            - Avevi ragione tu.

Clotilde                         - Cosa, avevo ragione io?

Maura                            - Ciò che mi chiedesti in sogno.

Clotilde                         - Ti chiesi qualcosa in sogno?

Maura                            - Rinnegata! « Salva il Massimiliano, salva il Massimiliano! », dicevi. Te l'ho anche raccontato. Ebbene, lo salverò. Non gli mancherà nulla di tutto ciò che hai detto. Conoscere l'amore non sarà, per lui, una vergogna. Conta su di me. (Pausa. Eh, Cristo, ci vuole!).

Clotilde                         - E va bene. Visto e considerato che non mi lasci via di scampo, che metti la que­stione sulla gara del sacrificio e vuoi dimostrare che tu sola sei una buona madre, perché è que­sto che ti preme..., io salverò il Guido! (Ci sono arrivate).

Maura                            - Ma non c'è fretta. Devi ponderare bene. Io ragiono, tu no. Il tuo è soltanto un impulso dettato da un maledetto amor proprio. Abbi pazienza. Poi, magari, ti penti. Sono sicura che ti penti.

Clotilde                         - Non mi pentirò.

Maura                            - Per il Guido non è così urgente.

Clotilde                         - Ma se è anche più vecchio!

Maura                            - Appunto. Ha maggior discernimento. E poi, il Guido non è sensuale come il Massimi­liano. Può aspettare.

Clotilde                         - A quel che ho capito, qui non può aspettare nessuno.

Maura                            - Per il Guido, vedremo in seguito. Ciò che importa in questo momento è spezzare una congiura.

Clotilde                         - In due la spezzeremo meglio.

Maura                            - Non essere precipitosa. Sono sacrifici che pesano, chi non abbia la forza d'animo di sopportarli.

Clotilde                         - Li posso sopportare quanto te. Ve­dremo chi, delle due, è migliore. Una buona madre, sì, povero Guido!

Maura                            - Così, sui due piedi, non posso per­metterlo.

Clotilde                         - (recisa) O tutti e due, o nessuno. (Altra breve riflessione necessaria a pesare il prò e il contro).

Maura                            - Testarda! E va bene. Tutti e due. (Be­vono un'ultima volta per trovare la forza di poter passare all'azione, e sembra un brindisi).

Clotilde                         - (crollando) Povere noi.

Maura                            - Lo vedi? Aspetta; tu, aspetta. Vado avanti io.

Clotilde                         - Nemmeno per sogno. Sono pronta anch'io.

Maura                            - 8in direzione dell'uscio, gettandosi alle spalle un sospiro che è uno strascico regale) E' ora di andare. Se non si interviene a tempo, la turpe realtà decapiterà i nostri sogni e le loro glorie. Troverò una scusa. Non è la prima volta che uno dei due dorme dall'altro,

Clotilde                         - Ma mandamelo.

Maura                            - Non sai quanto mi costi.

Clotilde                         - A chi lo dici? Non ci debbo pensare. Lasciartelo là...!

Maura                            - Ed io, trovare il coraggio di dirgli: va'!

Clotilde                         - Se non mi mandi il tuo vengo a riprendermi il mio.

Maura                            - Che discorsi! Dovresti pensare che lo facessi per vizio, E poi, come faccio, resto a casa con tutti e due?

Clotilde                         - Potrebbe...

Maura                            - Potrebbe cosa?

Clotilde                         - Venire a prendermi per condurmi a cena da voi. Io non mi sento bene... si fa tardi ­la nebbia... Una telefonata e ognuno rimane dov'è.

Maura                            - Cosa sei!... Povera creatura.

Clotilde                         - Come si fa?!

Maura                            - Colle buone. Deluse e dolorose; la­mentarsi ognuna del proprio e decantare le vir­tù dell'altro. E, soprattutto, dir male dei loro padri. Che venga come una consolazione.

Clotilde                         - Ma certo, lo so. Dicevo: come si fa...? Esclamativo. Una resa al destino.

Maura                            - Spiegati meglio. Come si fa...! ? Sai che rende bene?

Clotilde                         - Ti dò un suo pigiama.

Maura                            - Brava. Tanto vale andargli a dire che ci siamo messe d'accordo e, magari, pensino che ci siamo scambiate i figli per consumare un incesto.

Clotilde                         - Sempre gli devi attribuire delle per­versità e delle malizie che non hanno. La tua brutalità di dir le cose.

Maura                            - Scusa. Sono tutta eccitata, volevo dire confusa. Gliene darò uno del Guido.

Clotilde                         - Di flanella. E coprilo bene. E io, uno del Massimiliano. Mi farà meno impres­sione.

Maura                            - Di popeline. In fondo è l'unica diffe­renza che esista fra loro. Poi, domani, mi rac­conterai.

Clotilde                         - Anche tu. Ci telefoniamo.

Maura                            - Ah, mi dimenticavo; è abituato a dor­mire sul lato destro.

Clotilde                         - Hai fatto bene a dirmelo. Mi met­terò a sinistra. E tu... mi raccomando... con de­licatezza.

Maura                            - (abbracciandola e poi esce) Cara. Come se si trattasse del mio. Lo so prendere. (Giorni dopo, a duplice olocausto consumato, venne su la Tina ad avvisare che aveva idea di essere incinta di tre mesi. Non poteva dire se del Guido o del Massimiliano. Avevano sempre fatto tutto in tre, come riuscire a saperlo? Poi misero di mezzo un ginecologo e non se ne sentì più parlare).

FINE

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