L’inferno

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L'INFERNO

Tre atti di Cesare Giulio Viola

PERSONAGGI

PORFIRIO GUERRA

GIOVANNA sua moglie

PIETRO

BARBARA

II Dott. CAMILLI

Donna Clementina RAZZETTA

1° CONTADINO

2° CONTADINO

Suor CELESTE

GIUSTINO

Ai nostri giorni.


ATTO PRIMO

La casa di Porfirio Guerra. Una stanza da pranzo tipicamente provin­ciale. A diritta una porta, a sinistra un'altra porta. Nel fondo a destra un mezzo arco che dà sulla sala d'entrata: si vedranno, oltre l'arco, un attaccapanni, e, appesi, qualche cappello, un pastrano con pelliccia di capra al bavero. Sempre sulla parete di fondo uno di quei mo­bili caratteristici delle vecchie stanze da pran­zo: la « credenza » e sulle mensole della al­zata che sovrasta il piano dello stipo infe­riore, ceramiche di pessimo gusto. Alle pa­reti oleografie. Nel mezzo della scena una grande tavola ricoperta da un tappeto. Sedie, qualche poltrona. A sinistra, sempre sulla parete di fondo una finestra praticabile. Le dieci del mattino. Quando s'alza la tela la scena è deserta. Poi apparirà Barbara sotto l'arco di destra: reche­rà un calamaio e una penna, che deporrà sul­la tavola.

Barbara              - (volgendosi all'interno) Don Pie­tro, venite qui...

Pietro                 - (con un registro sotto il braccio, so­stando sotto l'arco: miope, incerto) Dove?

Barbara              - Qui: sulla tavola vi ho messo pen­na e calamaio...

Pietro                 - Ma questa è la stanza da pranzo...

Barbara              - E sbrigate le bollette nella stanza da pranzo... Ringraziate Iddio che finalmente mi sia decisa, io, a mettere un po' d'ordine nello studio... Io non so come ci campate lì dentro... Pare un gallinaio...

Pietro                 - E se viene la signora? La signora non vuole...

Barbara              - (con un'alzata di spalle) La signo­ra!... (sulla porta verso l'interno) Venite anche voi... Don Pietro, oggi, riceve qui... (Entrano due contadini. Pietro siede alla tavola: apre il registro. I due contadini gli stanno accanto, in piedi).

Pietro                 - (sfogliando lento il registro) Allo­ra? Francesco Bollati...

I°Contadino      - Sono io...

Pietro                 - Ah! Voi... E voi?

2°Contadino      - Michele Corona...

Pietro                 - (controllando nel registro) B... B... B... Bollati... - C... C... Corona... Eccoci pronti: voi dovete consegnare 42 quintali di grano. E voi, 29... Prezzo stabilito, set­tanta a quintale...

I°Contadino      - Questo sarebbe il prezzo sta­bilito...

Pietro                 - Per contratto: a saldo dell'anticipo...

I°Contadino      - Mo' vi dico io: ma vi pare una cosa giusta...

Pietro                 - Figlio mio, io non so se è giusta o ingiusta: c'è la firma...

2°Contadino      - E che conta la firma?

Pietro                 - Come?!! Oh! Oh! Oh! questo mi dispiace: son parole che non si dicono...

I°Contadino      - E abbiamo faticato tutto l’an­no: arato, sarchiato, seminato...

Pietro                 - Ho capito... È la solita solfa... Ma il grano non è mio... Se fosse mio, allora... Ma io sono il segretario di don Porfirio Guerra... Vogliamo davvero fare la guerra?

1°Contadino      - E la guerra ci vorrebbe: bi­sognerebbe mettersi coi fucili vicino ai sac­chi del grano, e sparare...

Pietro                 - Per l'amore di Dio, questo ci manca,.,

 Barbara             - (che è entrata in quel momento, uno straccio per la polvere tra le mani) Che volete fare?

I°Contadino      - Eh! Sappiamo noi!!!

 Barbara             - (aggressiva) Che sapete voi? Posa­te il grano, e presto... Che se don Pietro...

Pietro                 - Che c'entro io...

Barbara              - Voi siete il manto della misericor­dia: voi li state a sentire... Questi sono più furbi delle faine... Fanno i gradassi d'esta­te e d'inverno se ne vengono a casa di don Porfirio Guerra con la coda fra le gambe... Avanti: che c'è? Perché il grano si vende a novanta, non vi garba di consegnarlo a settanta? Ma l'inverno chi vi sfama? E la semenza chi ve la dà? Don Porfirio li co­nosce uno ad uno, questi signori. E an­che io li conosco, perché io accompagno don Porfirio Guerra, quando va per le campagne. Tu stai alle Fratte?

I°Contadino      - Sissignore.

Barbara              - E tu alla Gravina?

2°Contadino      - Alle case del notaro Casulli...

Barbara              - Vi conosco. Quanti quintali devi consegnare tu?

I°Contadino      - Quarantadue.

Barbara              - Se hai seminato quarantadue quin­tali, con l'annata buona, avrai preso per lo meno al sette... 7 per 2,14, e porta uno, 7 per 4 28 e una 29... 294 quintali di gra­no... Se ne consegni 42 a settanta, per venderti il resto a novanta, dillo a don Pietro che non hai fatto un affare...

I°Contadino      - Ma io non ne ho seminato 42: come mangiavo io l'inverno?

Barbara              - E come seminavi se non mangia­vi? Consegna il grano e non lamentarti... Che don Porfirio Guerra è il benefattore dell'umanità...

2°Contadino      - (con ira sorda) Don Porfirio Guerra empie i magazzini a settanta, e aspetta, aspetta, aspetta... E non a novan­ta, ma a cento, a centoventi vende il grano nostro... E voi che siete una serva dovreste stare con noi...

Barbara              - Io sono, per regola vostra, la serva di questa casa... Non sono la serva di casa vostra...

 (Appare dall'arco di fondo Porfirio Guer­ra. Tutti si rabboniscono. Barbara esce).

Porfirio              - Che c'è?

Pietro                 - Niente: una piccola discussione...

Porfirio              - Sempre discussioni quando non ci sono io... Avete consegnato il grano?

I°Contadino      - L'abbiamo nel cortile: sulle carrette...

Porfirio              - Pietro, pesalo alla basculla: e fa la ricevuta...

Pietro                 - Sissignore...

Porfirio              - E perché poi t'eri messo qui den­tro? Non c'è lo studio per ricevere questi galantuomini?

Pietro                 - Barbara dice che sta pulendo lo studio...

Porfirio              - Ah! beh! Giusto... Se qui non ci fosse Barbara... Voi andate ad aspettare nel cortile... Ora viene don Pietro... (i due contadini escono).

Porfirio              - La solita storia!

Pietro                 - Eh! Povera gente...

Porfirio              - Ahi Povera gente?

Pietro                 - No: dicevo, così!... Io non posso sentire la gente che si lamenta...

Porfirio              - È giusto... E allora perché non cambi mestiere... Il mondo è così grande... Tu con la tua abilità...

Pietro                 - No... Io non valgo niente... Io fac­cio il mio dovere...

Porfirio              - E il tuo dovere non è di com­muoverti, quando la gente si lamenta: è quello di ricevere il grano... È un dovere comodo, sai... Chi meglio di te?... Che avresti fatto tu, se non avessi trovato me?... Lo scrivano pubblico!...

Pietro                 - Forse! È forse vergogna fare lo scri­vano pubblico?

Porfirio              - Ma ora ci sono le macchine da scrivere, e addio scrivano... L'elemosina: quella sì... Perché tutti son bravi a lamen­tarsi e a commuoversi: tutti contro Por­firio Guerra... Credi che non l'abbia sen­titi, di dentro? Ma Porfirio Guerra s'alza all'alba d'inverno, e gira per le campagne con la tramontana. Mai fermo. Sempre con le redini in mano. Non mi sono com­prato manco un automobile.

Pietro                 - E chi vi dice niente...

Porfirio              - No: tu non dici niente... Ma io so quello che pensate in giro, di me... Tutti, compresa mia moglie: la signora, la figlia del barone Drago di Modugno: la cugina tua... Che non fa niente: non fa niente a casa... Ed io zitto: perché quella è la baronessa, ed io sono il mercante di grano... Come se i maccheroni si facessero con i titoli baronali: col grano si fanno, caro...

Pietro                 - Avete ragione, avete ragione...

Porfirio              - Tu mi dai sempre ragione... L'hai vista, tua cugina, stamani?

Pietro                 - Nossignore...

Porfirio              - Già: quella s'alza tardi: riposa... I nervi!...

Pietro                 - Certo bisogna compatirla: non è forte di salute...

Porfirio              - Come te... Nessuno di voi è forte di salute... Tu, per esempio, potresti fare quello che faccio io?

Pietro                 - Io, forse, non potrei...

Porfirio              - Ecco: e hai trovato una sedia, un calamaio e una penna. Fortunato. Come lei, fortunata. Non aveva un soldo e ha trovato la casa piena.

 

Pietro                 - Avete ragione... Avete ragione...

Porfirio              - Ma tu credi che si possa seguitare così ?

Pietro                 - Perché? Che vorreste fare?

Porfirio              - Non so: ma so che non si può seguitare così... È venuto il dottore Ca-milli?

Pietro                 - Ancora non s'è visto....

Porfirio              - Io, quello?! Finirà che gli prote­sto le cambiali e gli faccio saltare il posto al manicomio... La puntualità... Io tengo alla puntualità... Tu lo sai... Anche io ho il giro dei miei affari, ma quando scade una tratta - cosa rara, perché io pago a contanti - il giorno prima il danaro è pronto... Che orrore, i pezzenti! Io per non vedermi più pezzenti intorno, ho proibito ai parenti di mia moglie di af­facciarsi in questa casa... Tu solo ti ci sci annidato... Ma ormai con te ho fatto il callo... Eppoi, sei un uomo onesto...

Pietro                 - Grazie...

Porfirio              - Forse perché non hai il coraggio di rubare... - Barbara! - Io vado in campagna con Barbara: tu sbriga quella faccenda del grano, e se viene Camilli, digli che don Porfirio non sente ragioni.

Pietro                 - E se quello non può?

Porfirio              - Deve... Si venda i pazzi del ma­nicomio, e paghi... - Barbara!

Barbara              - (sotto l'arco) Pronta, don Porfi­rio...

Pietro                 - (avviandosi verso l'arco) E allora ci vediamo stasera... Buona giornata...

(Esce).

Porfirio              - Il carrozzino è pronto?

Barbara              - Cosimo ha già attaccato il ca­vallo...

Porfirio              - Andiamo alla masseria dell'Accettulla, oggi... Noi due...

Barbara              - Sissignore...

Porfirio              - Con questo caldo! Ma non se ne può fare a meno...

Barbara              - Io, il caldo, non lo sento...

Porfirio              - (avvicinandosi a Barbara e ten­tando di prenderle un braccio) Già: tu non senti niente...

 Barbara             - (schermendosi) Fermo, don Por­firio...

Porfirio              - E che? Neppure un braccio ti si può toccare?

Barbara              - Niente si tocca...

Porfirio              - (torbido) E allora perché, al mat­tino, ouando mi porti il caffè, te ne vieni tutta sbracciata...

Barbara              - Io? (ironica) Forse perché fa caldo...

Porfirio              - E perché lasci la porta della tua camera aperta la notte?

Barbara              - Forse perché fa caldo...

Porfirio              - Ma chiudila, la porta: c'è qual­cuno che si sveglia la notte, perché il san­gue gli va alla testa: e passa pel corri­doio...

Barbara              - E lasciatelo passare...

Porfirio              - Malandrina... Tu mi vuoi fare impazzire...

Barbara              - Voi ci avete moglie...

Porfirio              - Per quello che mi serve... Ah, Bar­bara, se io fossi scapolo...

Barbara              - E che fareste?

 Porfirio             - Tu sei la donna che mi serviva... E tu sei la donna che mi servi, che importa se non sono scapolo...

Barbara              - Voi ci avete moglie...

Porfirio              - E dagli! Ma che vuoi che la cacci di casa?

Barbara              - Io?

Porfirio              - Vuoi che la scaraventi fuori della finestra? A questo mi vuoi condurre? Ma guarda a che si riduce don

Porfirio              - Guer­ra: tutti tremano di lui, e lui di fronte a questa cutrettoìa...

Barbara              - E che ci volete fare? Una volta l'uno e una volta l'altro. Ma io vi cono­sco, don Porfirio. Voi ne avete rovinate di ragazze! Mò vi piace Barbara. E Barbara risponde: nix!

Porfirio              - No: non credere. Le altre, sì, ma tu! Tu mi tieni la casa come uno spec­chio: tu quando vieni in campagna parli meglio di me, e un soldo non ti scappa. Tu fai l'interesse mio. E questo e. La donna che ti sta vicino deve capirti e fare l'interesse tuo. Tu ed io, insieme, alzerem­mo il mondo. E perciò ti voglio bene.

Barbara              - Solo per questo?

Porfirio              - No: anche perché mi piaci: sei giovane: sai di pane di casa: sei contadina, come me...

Barbara              - Voi siete un signore...

 Porfirio             - Perché mio padre mi mandò agli studi: perché mi son sposato la barones­sa? E che mi son serviti gli studi e la ba­ronessa, se io son tornato alla campagna, come mio padre, come mio nonno? Bar­bara! Barbara! Che debbo fare?

 Barbara             - (ironica) Dovete mettervi la giacca di lustrino, perché col sole la giacca di lustrino è più fresca. E io vi aspetto giù, nel cortile.

Porfirio              - E sta bene. ( Barbara esce dall'arco di fondo, Porfirio uscirà dalla porta di de­stra. Rientrerà subito con la giacca di lu­strino. Si incontrerà con Pietro che entra per l'arco).

Pietro                 - Abbiamo pesato il grano. Ora lo mettono in magazzino.

Porfirio              - Se ne sono andati bestemmiando, eh!? Non ci pensare: torneranno a gen­naio... (Esce dalla porta di fondo).Pietro è solo. Scrive nel registro. Poi suonano i campanelli del biroccio. Pietro si affaccia sotto l'arco: ascolta. Quando il suono dei cam­panelli si allontana, Pietro andrà alla porta di sinistra, e picchierà cauto.

Pietro                 - Giovanna! Giovanna! Venite: se n'è andato... (La porta si schiude: sulla soglia appare Giovanna. Spia nella stanza).

Giovanna           - Sei sicuro, Pietro?

Pietro                 - Sì: torna stasera...

Giovanna           - Che è accaduto, stamani... Tante grida...

Pietro                 - Ciò che accade ogni mattina... Voi state qui: non li sentite. Ma io, nello studio...

Giovanna           - Nessun rispetto. E sanno che ogni grido è come una stilettata per me! E quella ragazzaccia: come se si volesse far sentire dalla piazza... Tu mi devi aiu­tare, Pietro... Tu devi trovare il modo...

Pietro                 - Io ho fatto tutto. Io sapevo che sta­mattina andava in campagna. E ho avvi­sato vostra zia: sta lì, nel portone dirim­petto. Ora le faccio segno dalla finestra,e la facciamo salire (va rapido verso la fi­nestra, fa un segno di richiamo) Ecco: sale subito. Zia Clementina è donna che fa scappare i diavoli dell'inferno. Certo avrei dovuto io, che son uomo, mettermi di mezzo. Ma se io parlo, perdo il pane. Invece zia Clementina se la piglia lei, la responsabilità. (S'ode squillare il campa­nello) Vado ad aprire... (Entra dopo gual­che minuto donna Clementina Razzetta. È una donna formosa e parla in fretta).

Clementina        - (andando incontro a Giovanna e abbracciandola) O figlia mia, o creatura mia, sangue delle mie viscere! Fatti ve­dere! (Contemplando Giovanna) E così ti sei ridotta? Una baronessa Drago, ri­dotta in questo stato? Pietro!

Pietro                 - Ve l'avevo detto io...

Clementina        - E che ci stai a fare in questa casa tu, se hai permesso... Ora è chiaro, è lampante. Ora si capisce tutto: si ca­pisce perché a Donna Clementina Razzetta un bel giorno Porfirio Guerra chiude la porta di casa sul muso. Quei quattro sol­di che mi aveva prestato, e che io gli avrei restituiti - col tempo, ma glieli avrei re­stituiti - servono da pretesto per creare la sciarra. E il testimone più pericoloso è tolto di mezzo (a Giovanna) Prigioniera!

Giovanna           - Non esco più: da due anni non esco più: non so che sia una strada, un albero, una boccata d'aria.

Clementina        - Ecco che cos'è il matrimonio. Io lo dico sempre alle mie ragazze. Voi vi lamentate: Non ci sposiamo, non ci spo­siamo! Vostra cugina s'è sposata: la galera.

Giovanna           - Non tutti gli uomini saranno come Porfirio Guerra...

Clementina        - Tutti. Ti ricordi? Siediti! Se­diamo. Pietro, me la fai avere una tazza di caffè?

Pietro                 - E come? Ve la preparo io stesso.

Clementina        - Ti ricordi? Uscisti dalla chie­sa al braccio di quel bifolco, e tutti di­cevano: - Che fortuna! - Io dissi: - Disgraziata!

Giovanna           - Infatti: disgraziata, zia! Ahi Che sollievo, dopo tanto tempo, la voce d'una persona di famiglia. E le ragazze, si son fatte grandi? Rosaria, Angelina: che fanno, ditemi, che fanno!

Clementina        - Rosaria si occupa della casa e Angelina studia.

Giovanna           - Studia? Che studia?

Clementina        - Le scuole normali: diploma di maestra. Perché il nostro difetto è sta­to d'essere ignoranti. Rosaria ha voluto seguire la tradizione di famiglia, ma quel­l'altra l'ha capita.

Giovanna           - Sì: fa bene. Sì, quando ti vedi perduta, sai che puoi non dipendere da nessuno. Io, invece, come Rosaria: casa e chiesa. Ora mi hanno tolto la chiesa, an­che. Solo alla domenica, all'alba, alla pri­ma messa: si passa dal portone alla Cap­pella delle domenicane. Ma era tanto bello, alla sera, andarsene alla Cattedrale, per la benedizione. Ci conoscevamo tutti. «Bo­na vespera, bona vespera!». Ora sento le campane dalla mia camera. E seguo la vita, con le campane. E chi si sposa, e chi muore. L'altro giorno, mercoledì, se n'è andato il notaro Serra. Me l'ha detto Pietro. Ma io già lo sapevo che qualcuno se n'era andato.

 

Clementina        - Benissimo. E se seguita così, presto le campane annunceranno che te ne sei andata tu.

Giovanna           - Così fosse!

Clementina        - Così fosse? È vero che al mon­do noi siamo venuti per morire, ma non per essere uccisi. E che siamo, vitelli? Senti, Giovanna: io ho voluto sincerarmi con i miei occhi. Tu non ha\ madre, tu non hai fratelli. La parente più prossima sono io. E faccio io la causa.

Giovanna           - La causa?

Clementina        - La causa. Ho già parlato con l'avvocato. Io ti faccio separare per mal­trattamenti... E tuo marito ti deve pas­sare gli alimenti, e tu vieni a stare a casa mia...

Giovanna           - No, zia. Io non vi avevo chia­mato per questo.

Clementina        - E perché mi avevi chiamato?

Giovanna           - Prima di tutto per rivedervi. Poi perché voi dovete farmi una grazia: do­vete parlargli... (Entra Pietro col caffè).

Clementina        - Io? Io, a quello zoticone, dopo quello che mi ha fatto.

Giovanna           - Se gli parlate voi, può darsi... Gli dovete dire, solamente, che io voglio essere rispettata! Rispettata! Perché questo è tutto: è la mancanza di rispetto. Posso io dire che mi manca il pane? No. Ma io sono una signora, e voglio essere trattata da signora...

Clementina        - E se non ti tratta da signora vuol dire che ti maltratta. Dunque: mal­trattamenti.

Giovanna           - No, zia: non è questo. È una cosa assai più delicata. Come posso far-vela capire? Pietro, diglielo tu: tu che assisti ora per ora, alla mia vita. Mortifi­cata! Mi ha ridotto un cencio. Il cane conta più di me, in questa casa! E ora è troppo: ora non reggono più i nervi. Ora mi pare di impazzire. Cammino, così, come una canna vuota. Non oso più varcare la soglia della mia camera, per non incontrarlo, per non vederlo. Quel suo sorriso di dileggio! Quel suo lin­guaggio!

Clementina        - Incompatibilità di carattere.

Giovanna           - Forse! E forse è colpa mia...

Pietro                 - (pietoso) Calmatevi, Giovanna! Voi avete perduto l'abitudine di conversare. Bisogna andarci piano. La zia, Giovanna, ha capito. È vero che parlerete? E tutto si aggiusterà.

Giovanna           - Niente si aggiusta, se quella donna non esce da questa casa...

Clementina        - Una donna? E allora siamo a posto. Non ci scappa più: adulterio.

Pietro                 - Ma no, zia Clementina: questa è un'idea di Giovanna. Barbara...

Clementina        - Chi è Barbara?

Giovanna           - Una serva...

Clementina        - Beh! Se si tratta d'una serva...

Giovanna           - Ma è la serva che comanda: che s'è fatta padrona qui...

Pietro                 - È una ragazza svelta. E aiuta don Porfirio. Ecco tutto. In coscienza ve lo dico io. Ma non per questo don Porfirio deve mancare di riguardo alla moglie sua. Non vi pare? E forse una vostra pa­rola basterà. Per ciò ci siamo rivolti a voi che siete una donna di mondo.

Giovanna           - Io pranzo nella mia camera. E lui, con la serva, a tavola. Fu così che nacque la prima questione. Ma, ditemi voi, era possibile che accanto a me pran­zasse la serva? Io voglio essere rispettata: voglio essere rispettata! (Su queste parole s'ode la voce di

Porfirio              - Guerra nell'an­ticamera).

La voce di Porfirio- Favorite... Favorite, dottore... (i tre sgomenti, si levano).

Porfirio              - (entrando) Favorite... (Vedendo i tre) Beh?

Clementina        - Buon giorno, don Porfirio...

Porfirio              - E a che debbo l'onore di vedervi a casa mia?

Clementina        - Non siamo parenti, forse?

Porfirio              - Nossignore: non siamo parenti. Se permettete, i parenti me li scelgo io. O siete venuta per regolare quella vostra facccnduola? Se è per questo potevate scegliere un'ora in cui eravate sicura di trovarmi in casa. Scusate, dottore: vorreste attendermi un momento di là? (Apre la porta di destra e fa passare il Dottore) Così, questo non scappa! Dunque? Final­mente vi siete ricordata. Ce n'è voluto, ma insomma...

Clementina        - In verità non ero venuta per quel cornicino. Sono venuta per parlarvi.

Porfirio              - A me? E che avete da dire voi a me?

Pietro                 - (timido) Noi due ce n'andiamo di là: così voi due parlate più liberamente...

Porfirio              - No, eh! voi due restate. Tu hai aperto la porta: lei l'ha ricevuta: le hai offerto anche il caffè. Dunque, voi due re­state. Sono curioso di sentire che ha da dirmi donna Clementina Razzetta, parente vostra.

Clementina        - Perfettamente: parente loro. E proprio perché sono parente di vostra moglie, sono venuta a casa vostra, mi son preso il caffè, e parlo.

Porfirio              - In nome di chi?

Clementina        - In nome di mia sorella Cla­rice, la mamma di Giovanna, che voi non avete conosciuta. In nome di quel galan­tuomo di don Gerolamo Drago, del padre di Giovanna, che anche lui se Tè chia­mato il Signore...

Porfirio              - In nome dei morti, insomma... (a Giovanna che s'è levata di scatto) Non te ne andare... Non voglio offendere nes­suno... Io tua madre non l'ho conosciuta, ma tuo padre l'ho rispettato: gli ho fatto passare gli ultimi anni della sua vita in pace... L'ho mantenuto io...

Giovanna           - Rinfacciandoglielo sempre...

Porfirio              - Nient'affatto: ricordandoglielo... Perché ogni tanto se ne scordava, povero uomo: era superbo...

Giovanna           - Era un sant'uomo...

Porfirio              - Santissimo... S'era giocata a zec­chinetta tutta la sua fortuna...

Giovanna           - Povero papà...

Porfirio              - Sì: povero papà e povera te... Tutti e due poveri... Ma nobili... Ah, que­sto sì, nobili... Come donna Clementina Razzetta, e don Pietro De Franco, qui presenti... E allora, la parola è alla no­biltà... Come vedete, più arrendevole di così...

Clementina        - (con tono severo) Don Porfirio Guerra, io, a nome della famiglia di vostra moglie sono venuta qui per prote­stare, e per dirvi che qui bisogna cam­biare registro.

 Porfirio             - Ah! Sì? Di che proteste e di che registro parlate? Io potrei turarvi la bocca con quei due effetti che stanno in gia­cenza da quattro anni. Potrei anche dirvi che a casa mia comando io, e nessuno ha diritto di alzare la cresta. Ma, invece, vi voglio ascoltare. Perche- questo è un complottino. Io avevo dato ordini che a casa mia certa gente non mettesse più piede. E voi avete trasgredito gli ordini. Avete detto: - Ora se ne va in cam­pagna, e mentre lui sta in campagna! - Guarda combinazione, t'incontro proprio oggi il dottore, e son costretto a ritornare a casa. Beh! Che ci volete fare. Vi ho rotto le uova nel paniere.

Clementina        - Nient'affatto: né uova, né pa­niere, né complotto. Non c'è bisogno di complotti. È storia che sanno tutti questa: tutto il paese. Ed è uno scandalo. Io vi dico che voi non ve la siete comprata, ma l'avete sposata, mia nipote. E se Giovan­na Drago non vi ha portato la ricchezza, certo vi ha portato doti, don Porfirio, che voi manco ve l'immaginate...

Porfirio              - E poi?

Clementina        - Voi sacrificate vostra moglie...

Porfirio              - Ah! Sì? (alla moglie) Io ti sa­crifico? Oh! guarda. Se io ti sacrifico vuol dire che tu hai detto a tua zia tutti i sacrifizi che ti faccio fare; perché non li dici anche a me?

Giovanna           - Li sai...

Porfirio              - Io? Ti manca il mangiare? Ti manca il bere? Ti manca la servitù? Non ti alzi e ti corichi quando ti pare? In­somma, che ti manca?

Giovanna           - (con un grido) Mi manca la vital

Porfirio              - La vita? Ma, scusa, non sei viva.

Giovanna           - Son morta... Sono morta...

Porfirio              - Oh, guarda: non me n'ero ac­corto...

Clementina        - Voi credete che la vita stia nel mangiare, nel bere e nel dormire...

Porfirio              - E in che altro sta la vita? Ma che ci burliamo? Se siete venuta per par­larmi delle fisime di mia moglie, voltate i cavalli donna Clementina, e tornatevene a casa. E ringraziate Iddio che a don Porfirio gli giri pel verso buono, oggi...

Giovanna           - (scattando) No: no! Ti deve par­lare: ti deve dire quello che non posso dirti io... Perché io ho paura di te: ho paura...

Porfirio              - Paura? E che ti mangio? Ti bat­to forse?

Giovanna           - No...

Porfirio              - E che ti faccio?

Giovanna           - Mi uccidi... piano piano... piano piano... (S'accascia sfinita. Clementina ac­corre e la sostiene. Anche Pietro fa per avvicinarsi).

Porfirio              - (di scatto a Pietro) Levati di mezzo, tu. Con te poi faremo i conti. E va dal dottore, e fatti pagare! (L'ha preso per un braccio, lo spinge verso la Porta a destra. E Pietro esce. Pausa) Ea io vi dico, invece, che è lei a uccidermi, piano piano. Giacché siamo al tribunale, parlia­mo come se fossimo dinanzi ai giudici. E diciamo tutta la verità (Pausa). Quale interesse avevo io a sposarmi vostra nipotè? Ho fatto un affare? No. Io che le­sino il centesimo alla gente, io, lo strozzino - sì, sì, so che si dice di me! - non ho badato al soldo. Allora vuol dire che ero andato in campagna e il sole mi aveva dato alla testa. E invece, no: c'era una ragione. Io ho pensato - stupidamente: me ne sono accorto dopo, che i calcoli non andavano - che mi manca? Da­naro? No. La casa? No. La salute? No. Mi manca la donna! La donna che ap­prezza il denaro, la casa e la salute. La donna come dico io: che se mi nascono i figli, li fa degni della casa e del denaro che porto io. E alla salute basta il mio sangue. E dove la trovo una donna così fatta? Fu il notaro Serra che mi disse: « Sposatevi Giovanna Drago ». E sposia­moci Giovanna Drago. E diamole la casa. E diamole il denaro. Mi sarà grata almeno di questo. E mi darà i figli. E non mi ha dato i figli.

Giovanna           - È forse colpa mia? Se Iddio non ha voluto?

Porfirio              - Non so di chi sia la colpa! Non mi sei servita all'unico scopo per cui t'a­vevo sposata. Ma almeno mi fosti servita al resto. Un uomo come me, ha bisogno d'una donna che alzi la casa con una mano. Niente. Il dispetto fatto persona. E allora lei da una parte, ed io dall'altra. Non mi vuol vedere? Non me ne impor­ta. Non mi vuol parlare, ed io zitto. Mangiare, bere, dormire! Questo serve per vivere? Ed io provvedo. Lei dice che è morta? Ed ha ragione. Perché io sono vedovo dacché mi sono sposato.

Giovanna           - Ed anche io.

Porfirio              - Tu, no: perché io, per grazia di Dio, son vivo! Ecco: così stanno le cose! Che avete da dirmi ora?

Clementina        - Che tutto ciò non vi auto­rizza a non usarle quel rispetto che è do­vuto alla sua nascita, e a segregare vo­stra moglie...

Porfirio              - È bastato che vedesse una perso­na ed è già come se avessi messo i miei fatti in piazza. Se ne vede dieci, mi si rivolta il paese. Almeno che io viva in pace... In quanto al rispetto: fisime...

Clementina        - (tagliente) E Barbara?

Porfirio              - Fisime...

Giovanna           - Deve uscire di casa...

Porfirio              - E’ pazza. Io comincio a credere che tu sia pazza. S'è messo in testa che io... Ma fatemi il piacere... Ho altro a che pensare, io...

Giovanna           - E allora, dammi la libertà: me ne vado...

Porfirio              - Dove?

Giovanna           - Me ne vado da zia Clementina...

Porfirio              - Ah! Di questo si tratta... E io dovrei prestarmi... Consegnarvi mia mo­glie, col pretesto della mancanza di ri­spetto, col pretesto di Barbara, per man­tenere lei e voi, voi e le vostre figlie... Per mettermi in bocca a tutto il paese, er far dire alla gente: «Non solo gli anno portata via la moglie di casa, ma ora mangiano tutti alle sue spalle ».

Clementina        - Io non vi chiedo questo...

Porfirio              - Oggi. Ma domani? Vi conosco. State sempre fra gli avvocati. No: prefe­risco farmi la barba ogni giorno: non stare a tavola in maniche di camicia. Per­ché queste son le cose che offendono vo­stra nipote. Questa è la mancanza di rispetto. Ma a casa vostra, no! Siamo in­tesi? A casa vostra ci tornate voi, e su­bito: con la preghiera di non rimettere più i piedi per le mie scale. (Con altro tono) Ora tu rientra nella tua camera. E voi infilate, senza proteste, la porta.

Clementina        - Attento a voi, don Porfirio...

Porfirio              - Non mi costringete a protestarvi gli effetti, e a vendervi i mobili in piazza. E facciamo, per la pace di tutti, come se questo incontro non fosse avvenuto. Io sto in campagna, a quest'ora: alla masse­ria dell'Accettullo! Vi saluto: pochi mi­nuti di tempo: finché sbrigo il dottore. Quando sarò rientrato, che il terreno sia sgombro. (Le squadra. Esce dalla porta di destra. (Pausa).

Clementina        - Non c'è che la legge, Gio­vanna. Senti a me: non c'è che la legge per domarlo...

Giovanna           - No... No... È destino. Scusate­mi, zia, se vi ho chiamata. Ho pensato, per un momento, che a parlargli forse... Non è possibile... Non mi posso difen­dere... (Va verso la porta di sinistra).

Clementina        - Io gli accendo sotto il fuoco, se tu vuoi.

Giovanna           - No: ce n'è già tanto di fuoco.

Clementina        - Cosicché tu vorresti continua­re a vivere così?

Giovanna           - Oggi è stato l'ultimo tentativo. Vuol dire che qui debbo rimanere, chiusa fra queste mura, a marcire, a consumar­mi ora per ora... Finché non avrò più forza di respirare. Finché mi sarò spenta piano piano... Oh! Una malattia!... Qual­che cosa che mi portasse via d'improvviso.

Clementina        - Ma che dici?

Giovanna           - E voi zia non vi occupate più di me. Ve lo proibisco. Voi siete legata a lui da questioni di'ntercsse... Vi ha già minacciata... È uomo capace di vendicar­si... Voi avete due figliuole... La vostra vita non è facile... Non vorrei che per colpa mia...

Clementina        - Giovanna!

Giovanna           - Andate, zia. Salutatemi le ra­gazze. (Esce dalla porta a sinistra). (Clementina esita: poi esce anche lei per l'arco di fondo. Pausa. Porfirio s'affaccia alla porta di destra. Vede che non c'è nessuno. Sorride).

Porfirio              - (parlando a quelli che sono oltre la soglia della porta di destra) Qui... Staremo più comodi... (Entrano il dott. Camilli e Pietro) Barbara!... Gradisce un caffè, dottore? (A Barbara che è ap­parsa sotto l'arco di fondo) Un caffè al dottore... (Siede) Sedete... Scusatemi se vi ho fatto attendere... Una visita di fa­miglia... Voi non avete famiglia?

Camilli               - No... Scapolo...

Porfirio              - Beato voi... Dunque?

Camilli               - Io avevo già parlato a don Pietro... Ma lui non ha voluto ricevere il da­naro per gl'interessi...

Porfirio              - (a Pietro) E perché?

Pietro                 - Scusate: voi mi avevate detto...

Porfirio              - Che ti avevo detto? Io non ho detto niente... II dottore, se ho ben capito, vuol pagare gli interessi, e vuole un rinnovo...

 

Camilli               - È quello che dicevo...

Porfirio              - Concesso il rinnovo... Chi ti ha detto che io non avrei concesso il rinno­vo al nostro carissimo dottore... È lui che mi fa fare certe figure... Lui pare tomo tomo, ma sì, con quell'aria di bonaccio­ne, porta il coltello dentro la manica... Eppoi l'aguzzino sono io...

Pietro                 - Avete ragione, avete ragione... Non avevo capito...

Porfirio              - Va dal tabaccaio, e compra gli effetti... Dottore, dategli il danaro... (Pietro prende il denaro dal dottore ed esce) Quello, io, l'ho raccolto nella strada: quello mangia pane a casa mia... Beh! Se io ho un nemico, è lui... Tutti così: ba­sta sfamarli...

Camilli               - A me pare un brav'uomo...

Porfirio              - Tutti bravi! Io sono solo, caro dottore: solo.

(Entra Barbara e serve il caffè. Il volto di Porfirio s'illumina).

 Barbara             - Quanto zucchero?

Camilli               - Mi piace dolce.

 Barbara             - (seducente) E lo facciamo dolce.

Camilli               - Grazie...

Barbara              - Prego, dovere mio... (Esce).

Camilli               - Voi vi lamentate, don Porfirio. E che dovrei dire, io. Sul picco d'una montagna: solo davvero, tra i pazzi.

Porfirio              - E io non sto fra i pazzi?

Camilli               - Voi?

Porfirio              - Sì... Mia moglie è pazza...

Camilli               - No...

Porfirio              - Sì, sì... Mia moglie è pazza! Ed io tante volte mi ero proposto di farla visitare dal dott. Camilli... Ma un giorno mi deciderò...

Camilli               - Io sono a vostra disposizione...

Porfirio              - Eh, sì: bisognerà decidersi... Sa­rà un sacrifizio per me... Perché se poi il dott. Camilli trova che mia moglie è paz­za, che si fa?

Camilli               - Oh! Dio: si cura.... Ma speriamo che non si tratti di cosa grave...

Porfirio              - E come, e dove la curate!... Io ho anche una laurea in legge... E ho stu­diato medicina legale ai mici tempi... E so, quindi, come finiscono certe storie... Si osserva il malato, si fa la diagnosi, eppoi il dottore dice: - Due mesi di ri­poso in una casa di salutel

Camilli               - È probabile che non lo dica, ma se lo dice...

Porfirio              - E allora bisogna allontanarla da casa... E non è cosa che fa piacere...

Camilli               - Caro don Porfirio, se due mesi di cura, per modo di dire, possono ser­vire a salvarla, bisognerà avere il corag­gio... Vi sono casi cui basta un niente... Ma voi trascurate quel niente... E il caso s'aggrava... Invece, preso a tempo...

Porfirio              - Giusto: è un fatto di coscienza...

Camilli               - La signora, poi, affidata a per­sona... Voi conoscete la mia devozione per voi...

Porfirio              - Che c'entra... Voi pagate gli in­teressi come tutti gli altri.

Camilli               - Gli interessi che abbiamo pattuiti...

Porfirio              - Sì, ma anche di questo dovrem­mo parlare... Voi siete un uomo che la­vora, che si sacrifica la vita, e forse non è giusto che io vi tratti come certi si­gnorini di mia conoscenza che bussano a quattrini perché hanno passato la notte con le carte in mano... Quelli, giù, senza pietà... Ma voi... E voglio venirvi incon­tro: voi pagate il 20, e don Porfirio Guerra cala l'interesse al io...

Camilli               - Io vi ringrazio... Non so come potrò disobbligarmi...

Porfirio              - Sì, sì... Dev'essere così... Ma resti fra noi: che non lo sappia Pietro: mi rovinerebbe la piazza...

Camilli               - Resti fra noi! Spero di potermi liberare presto da questo debito...

Porfirio              - Con comodo... Con comodo!... Voi mi dite che lassù, da voi, mia mo­glie potrebbe trovare un'assistenza...

Camilli               - Vi giuro: di famiglia...

Porfirio              - Sta bene. È questo che volevo sapere. Se proprio sarà necessario... Io so che ho un amico in voi...

Camilli               - (stringendogli la mano) Don Por­firio: per la pelle...

Porfirio              - Grazie! Quell'animale dì Pietro, ci scommetto che s'è fermato a chiacchierare al caffè... Andategli incontro;.. Io vi raggiungo... (Camilli esce. Il Dot­tore è uscito).

Porfirio              - (quando il Dottore è uscito, dopo un'esitazione, va verso la porta di Giovan­na e picchia. Giovanna appare sulla so­glia) Io esco. Volevo dirti che io... io sono stato costretto a parlar chiaro con tua zia... E, mi raccomando, non voglio vederla più in questa casa... Altrimenti...

Giovanna           - Lo sa.... Gliel'ho detto... Ma l'avevo chiamata io... Porfirio... volevo anche dirti che a me non piace passare per un tiranno... Ora vedremo. Se tu non ti senti bene qui... C'è tanti modi di provvedere... Qualche passeggiata... Abbiamo la carrozza e i ca­valli... Che so: qualche viaggio... Tanto per cambiar aria...

Giovanna           - Ma io non chiedo tanto...

Porfirio              - Lo penso io, però... Sai, certe volte, basta un niente... Basta un po' di riposo...

Giovanna           - Perché mi dici questo, Porfirio?

Porfirio              - Così... Perche... perché a me non piace passare per un tiranno... (Entra in questo momento Barbara per togliere la tazza del caffè) Ora va.

Giovanna           - Sì, Porfirio, (esce).

(Pausa).

Porfirio              - Il cappello... Dove ho messo il cappello...

 Barbara             - (cercando per la stanza) Eccolo...

Porfirio              - (lentamente: con intenzione) E se noi rimanessimo soli?

 Barbara             - (con aria canzonatrice) Non si ri­mane soli, noi...

Porfirio              - (la guarda, sorride) E sta bene!

(Calca il cappello sul capo. Esce).

CALA LA TELA

 

ATTO SECONDO

Il salotto della casa di salute. In fondo una porta grande: una porta a si­nistra: una porta a destra. Due vecchie consolles a diritta e a manca della porta di fondo: e sul loro piano due campane di ve­tro che custodiscono uccelli imbalsamati: sedie, poltrone. È uno di quei salotti inutili, che nessuno frequenta. I salotti delle case di salute. Quando s'alza la tela Giustino entra per la porta di destra.

Giustino            - Favorite... Ora viene il dottore... (Entrano Porfirio e Pietro).

Porfirio              - Prego: non lo disturbate... Noi ci sediamo qui, e aspettiamo. Si può ave­re un bicchiere d'acqua?

Giustino            - Subito...

Porfirio              - (a Pietro) Lo vuoi anche tu?

Pietro                 - No: grazie...

Porfirio              - Allora, uno solo. Così risparmia­mo anche un bicchiere d'acqua... (Giu­stino esce) Tu non hai mai sete... Io, invece, ho già bevuto laggiù alla fonta­nella della stazione, ed ora ho la gola arsa... Sarà l'aria di montagna, ma quan­do giungo qui, mi viene sete e appetito... E a te?

Pietro                 - Così...

Porfirio              - Già... Perché tu fumi... Io non so che gusto ci provate... Stamattina quel­la compagnia di mietitori aveva appc­stato tutta la terza classe... Sempre con la pipa in bocca... Tu quanto fumi al giorno?

Pietro                 - Lasciate stare...

(Entra Giustino col bicchiere d'acqua. Porfirio lo beve. Giustino esce).

Porfirio              - (senza aver ringraziato) No... Dimmi: quanto fumi...

Pietro                 - Un pacchetto di sigarette...

Porfirio              - Popolari?

Pietro                 - Macedonia... Le popolari mi fan male alla gola...

Porfirio              - Due lire al giorno: sessanta li­re al mese: e all'anno setGecentoventi lire... E tu hai il coraggio di fumarti settecentoventi lire all'anno... Tu ti fumi, ogni anno, i calzoni, le maglie, le scarpe tue e dei tuoi figli... Che coscienza! Guar­da come sci vestito...

Pietro                 - (rassegnato) Voi mi volete togliere anche il gusto di fumare...

Porfirio              - No: seguita... Tu fai parte della categoria dei pazzi in libertà! Come il Capostazione, laggiù... L'hai visto sta­mattina? Su e giù, su e giù, con quel berretto rosso in capo... Gli parli e non risponde... Poi fischia... E quando il tre­no e partito lo sta a guardare, finché non e scomparso nella montagna... Quello, se seguita così, un giorno lo legheranno a dorso di mulo, e lo porteranno quassù, a far compagnia ai clienti del Dott. Camilli... Del resto, chissà se non sarebbe meglio per lui... E anche per te... Tu, per risolvere il tuo problema, dovresti impazzire tu e tutta la tua famiglia... Sei po­vero: il Comune provvederebbe a pa­garvi la retta... E finalmente tu staresti in pace.

Pietro                 - Avete ragione... Avete ragione...

Porfirio              - Non ti offendere: scherzo...

Pietro                 - State allegro, stamattina...

 Porfirio             - Già! Tu credi che mi metta al­legria a venire quassù!?

Pietro                 - E che? Non vorreste venire?..

Porfirio              - No: è obbligo. Nessuno dovrà mai dire che Porfirio Guerra ha man­cato al suo dovere...

Pietro                 - Avete ragione... Avete ragione... (Entra il Dott. Camilli.)

Camilli               - Salute agli amici: puntualis­simi...

Porfirio              - Come la scadenza d'una cam­biale... .

Camilli               - Sempre cambiali, voi...

Porfirio              - Scusate: sarà l'abitudine... Come va dottore?

Camilli               - Io?... E voi?

Porfirio              - Lo dicevo or ora a Pietro: que­sto viaggio ogni due mesi!... Mah! E qui come vanno le cose?

Camilli               - Così! Ho vista, stamani, la signo­ra alla visita... E le ho ricordato che og­gi sareste venuti... Ho già dato ordine che la colazione sia servita qui, come al solito... È una boccata d'aria di famiglia, che può, se non altro distrarla...

Porfirio              - Non si direbbe, che a colezione, dottore, se non ci fossimo noi due, non si sentirebbe volare una mosca...

Camilli               - Tuttavia il ritrovarsi fra gente che la riallaccia al suo passato...

Porfirio              - Si capisce: il marito... Vede il marito...

Camilli               - E vede anche il signor Pietro... Volete raggiungerla, signor Pietro, in giardino?... La solita chiacchierata, sotto l'albero d'acacia all'ombra... E le parlate.

Pietro                 - Sì, dottore... Con permesso... (Esce).

Porfirio              - E noi?

Camilli               - Noi ci fumiamo un sigaro, men­tre si apparecchia la tavola...

Porfirio              - Voi sapete che io non fumo...

Camilli               - Ah! già!... Voi siete virtuoso. Ma se io non fumassi quassù... (Ha trat­to dalla tasca un sigaro e l'accende) Ac­cetterete almeno un vermouth: stuzzica l'appetito... (Va a uno stipetto e ne trae una bottiglia di vermouth e due bicchieri).

Porfirio              - (mentre beve) Veramente, in quanto ad appetito... Voi vi lamentate, ma quest'aria...

Camilli               - E io vi ho fatto preparare un pranzetto degno di quest'aria.

Porfirio              - Sentiamo...

Camilli               - Maccheroni alla chitarra. Ora abbraccio una cuoca abruzzese...

Porfirio              - Buoni...

Camilli               - Polli alla cacciatora... Ma polli, non cornacchie... Il tutto innaffiato da un vino di dieci anni, che fu dato in dote dal fondatore della casa. E che è troppo alcoolico per i malati...

Porfirio              - E per questo ce lo beviamo noi...

Camilli               - Perfettamente... E infine: for­maggio, frutta e una sorpresa...

Porfirio              - Anche una sorpresa?... Voi siete un padreterno...

Camilli               - Già: io sono un padreterno... (Con altro tono) Dunque, don Porfirio... Ora che vi ho detto il menu, io vorrei approfittare di questi minuti di libertà per potervi parlare... Io ho avviato Pietro in giardino proprio per questo...

Porfirio              - Che c'è, dottore...

Camilli               - Oh, niente di grave... Sedetevi!... (Gli offre da sedere e siede anche lui) Potevo anche scrivervi, ma ho pensato che di certe cose e bene chiacchierare a quattr'occhi... Ci si intende meglio...

Porfirio              - Dite...

Camilli               - Voi, caro don Porfirio, avete avu­ta una grande fortuna...

Porfirio              - Cioè? Sarebbe la prima volta in vita mia... Sentiamo...

Camilli               - Quella di affidare vostra moglie a un amico...

Porfirio              - Certo! Voi sapete che io vi sono grato, dottore, di tutto quello che fate...

Camilli               - Sì, lo so... Anche voi avete usato qualche cortesia a me...

Porfirio              - Ho agito da amico ad amico. Come si fa tra gente seria... Ma non cre­diate che il favore di avere ospitato mia moglie quassù, non mi sia costato... Non parlo di quattrini... Ma di fatica... Per­ché a un uomo della mia età spostarsi da casa ogni due mesi, salire in treno all'alba, cinque ore di viaggio pel deserto della malaria, e quando sei giunto alla stazione, un'ora di carrozza, con quel ma­ledetto vetturale che schiocca la frusta ogni tre minuti, e non ti lascia manco dormire... Capirete... E quando sei giun­to quassù... Beh! Sapete perché io, quando giungo quassù, io, che le parole le conto, parlo e parlo... E non la smetto di parlare?... Perché?!... Certe cose a voi posso dirle: perché quella donna che mi guarda e non mi dice una parola, a me, non so, mi dà un fastidio...

Camilli               - Già.. Ed è proprio di questo che io volevo parlarvi.

Porfirio              - Perché? È accaduto qualche cosa a mia moglie?

Camilli               - No! Niente! Le cose stanno come prima... Ma il guaio, don Porfirio, sta proprio nel fatto che le cose stanno co­me prima... Io non so che idea vi siete fatta voi, del dottor Camilli: che pen­sate di me?

Porfirio              - E che debbo pensare?

Camilli               - Guardate: io fumo sigari del Brasile... È l'unico mio lusso..

Porfirio              - Ah! sì... E che c'entro io con i sigari del Brasile...

 

Camilli               - Io il vizio del fumo l'ho preso in America...

 Porfirio             - Voi siete stato in America?

Camilli               - Non ve l'avevo mai detto: tren­tasei anni fa...

Porfirio              - E che ci siete andato a fare in America?

Camilli               - Quello che ci andavano a far tutti, allora...

Porfirio              - Fortuna?...

Camilli               - Beh! Chiamiamola così! Io dovrei essere ricco: io i soldi li ho guadagnati a palate... Iersera in una vecchia valigia ho ritrovato il mio passaporto d'allora... (Glielo mostra).

Porfirio              - (guardando la fotografia) Questo eravate voi?

Camilli               - Già! Bel ragazzo, eh! E nel pas­saporto c'era anche la fotografìa di una donna che mi ha mangiato il cuore e i quattrini... Da allora ho girato il mondo, eppoi con quel poco che m'era ri­masto ho rilevato questa casa di salute... E da allora, piano piano, tante cose che mi parevano impossibili si son fatte pos­sibili... Ma, iersera, rivedendomi così, dinanzi agli occhi, la mia gioventù, c'è stato un momento in cui m'è parso mi riscotessi da un sonno... Questo per dirvi che io, forse, non sono quello che voi pensate... Dunque, don Porfirio: vostra moglie è qui da un anno...

Porfirio              - Perfettamente...

Camilli               - Questa è una piccola casa... C'è poca gente... Si sta un po' stretti... E con tutto ciò io son riuscito a dare a vostra moglie una camera appartata, in modo da evitarle il più possibile certi contatti...

Porfirio              - E io vi ringrazio...

Camilli               - Era un fatto di coscienza! Vole­vo, sì: volevo favorirvi, e nello stesso tempo volevo che la signora stesse qui, in condizioni... Voi mi avete capito...

Porfirio              - Capisco, capisco!... Ma non ca­pisco dove volete andare a parare...

Camilli               - Ecco: una donna nelle condizioni di vostra moglie, dopo un mese, due mesi, che si è tenuta in osservazione, se si stesse ai regolamenti...

Porfirio              - Che c'entrano i regolamenti... Se io avessi dovuto stare ai regolamenti, non mi sarei rivolto a voi, dottore... il nostro è un fatto, diciamo così, confidenziale... che è passato tra me e voi... Mia moglie, poveretta, non poteva più stare in casa.

Camilli               - Sì...

Porfirio              - Aveva dato alcuni segni preoc­cupanti...

Camilli               - Sì...

Porfirio              - E si è opportunamente provve­duto alla sua salute... (con fermezza) E si deve seguitare a provvedere...

Camilli               - Già...

Porfirio              - Perché, non sareste d'accordo?

Camilli               - Io? Io ho voluto farvi questo di­scorso, perché è già passato un anno... E dopo un certo tempo, un'inferma o si provvede a internarla...

Porfirio              - (sottile e volontario) Internarla? Ma che dite, dottore... Osservarla: ecco: osservarla... E in quanto a voi: a chi do­vete dar conto, sperduto, quassù? A me: solamente a me, che rappresento la fa­miglia... E dunque?

Camilli               - Ma vostra moglie non ha paren­ti... Non ha amici?

Porfirio              - Parenti? Gente che ha altro a che pensare! Amici?

Camilli               - Quel signor Pietro, per esempio...

Porfirio              - (rompendo a ridere) Pietro?!... Sentite, dottore: una volta in un caffè del mio paese vidi un levantino che ven­deva tappeti orientali... L'accompagnava un negro che gli portava sul capo la mer­canzia... Sulla testa calva gli si era fatto un callo... Era uno schiavo che il mer­cante aveva comprato nella città di Jafta. Dottore, mi avete capito?... E cambiamo discorso... Dottore, e che c'è dunque? E la vostra allegria?...

Camilli               - (come stordendosi) Da iersera se n'è calata sotto i tacchi! Scusatemi! For­se tutto questo ve l'ho detto per spie­garvi come ho preso il vizio del fumo! Voi, invece, il vizio, non l'avete preso e non lo prenderete mai! Beato voi, don Porfirio: bisognerebbe essere come voi... Sentite: stanotte non potevo dormire e ho fatto ia rassegna di quelli che ven­gono quassù: voi siete uno dei pochi che viene puntualmente, perché voi solo re­sistete a venir qui... Gli altri? I primi tempi, sì... Poi li abbandonano. Scrivono lettere... E io rispondo... Certe volte non scrivono più... Mandano la retta per non vederseli tornare a casa...

Porfirio              - Eh! Vedersi tornare a casa un pazzo... Voi scherzate...

Camilli               - Ma capita che qualche volta po­trebbero tornare... Gli altri però, si sono aggiustata la vita... E io aiuto questi e quelli a non guastarsi la vita... fino a che è possibile! Che ci vuole a far passare per pazzo, uno? Basca persuaderlo e persuadersi...

Porfirio              - Pietro, per esempio...

Camilli               - E voi?

Porfirio              - Io? Dottore?!

Camilli               - Scherzo, don Porfirio...

Porfirio              - Ah! Beh! Ma la storia di quella donna è vera?

Camilli               - E perché non dovrebbe essere ve­ra? Ho perduto una sola volta la testa per una donna. E voi?

Porfirio              - Io? Dottore, mangiamoci i mac­cheroni alla chitarra, e beviamoci quel vino di dicci anni... Le donne... E come fate voi, con le donne, quassù?!

Camilli               - Ne faccio a meno... Cinquanta­sei anni... Le scanso... Oh! Se una donna ti piglia all'età nostra don Porfirio...

Porfirio              - Dottore, oggi non mi piacete!

Camilli               - Ah! Ah! Ah! Vi ho messo il ma­lumore, perché vi ho ricordata la vostra età! Vado ogni due mesi a Napoli: due giorni... E me la spasso...

Porfirio              - Davvero?

Camilli               - Per ora... Poi piano piano dira­derò le gite: poi non ci andrò più... E avremo cniuso bottega...

Porfirio              - Ah! Ah! Ah! Ah! Già! Niente più... Nix...

Camilli               - Niente più... Liberati finalmente dalle donne... Ma voi ci pensate: libe­rati dalle donne...

(Ridono l'uno e l'altro. Su questa risata entra dalla porta di destra Giustino).

Giustino            - Permesso, direttore? Possiamo portare la tavola...

 

Camilli               - Fate pure, Giustino (Giustino esce) Questo è uno di quelli abbando­nati. Ora fa l'inserviente...

Giustino            - (rientra dalla stessa porta ed è aiu­tato da un altro inserviente a trasportare nel salotto una tavola già apparecchiata). Qui?

Camilli               - Lì. Sta bene. (Dopo che Giustino ha messo a posto la tavola) Come va il giardino, Giustino?...

Giustino            - (indicando la tavola, dove stanno in un vaso alcun grosse dalie) Ecco. Voi dicevate che le dalie non attecchiscono qui. Ecco.

Camilli               - Infatti, bellissime. È un miracolo. Non vi pare, don Porfirio?

Porfirio              - Io non me ne intendo di fiori...

Giustino            - E voi, di fronte a questi mira­coli, mi tenete a stecchetto. È giunto ieri, il nuovo catalogo. Che vi costano tre sac­chetti di semi? E a settembre, vedrete, che del vostro giardino io faccio il para­diso terrestre. Voi mi avete messa tra le mani la zappetta e la forbice.

Porfirio              - La forbice?

Giustino            - Sissignore: la forbice: la porto sempre con me. (Cava la forbice dalla ta­sca) E, con questa, taglio, spunto, livel­lo le siepi: affilatissima: ogni mattina ci passo la pietra.

Porfirio              - Ah!

Giustino            - Perche io non ero giardiniere. Io ero sarto per signora. E credettero che io fossi pazzo perche un giorno comin­ciai a ritagliare tutti i fiori delle stoffe che mi portavano le mie clienti. Passione pei fiori! Solo il dottore l'ha capita. Il si­gnore e il marito della Baronessa?

Porfirio              - Precisamente.

Giustino            - E i primi fiori sono sempre per la Baronessa! Eh! La Baronessa capisce i fiori... Con permesso: e buon appetito...

(Esce).

Porfirio              - Io, veramente, non gli lascerei le forbici in mano...

Camilli               - Non c'è da temere...

Porfirio              - Se lo dite voi...

(S'ode il campanello della mensa, che squilla lungo e monotono)

Camilli               - Oh! Finalmente... Ed ora a ta­vola...

Porfirio              - E a mare tutti i brutti pensieri, dottore. Vi voglio allegro, come le altre volte. Questo è un giorno di riposo per me: se voi me l'avvelenate... (Entra dalla porta a sinistra Pietro).

Camilli               - E la signora Giovanna?

Pietro                 - Viene subito...(Pietro è fermo presso la porta a sinistra. Entra una Suora. In silenzio, con un ge­sto, pare che inviti qualcuno ad entrare. Entra Giovanna. È pallida, ieratica, in un abito grigio).

Camilli               - Avanti, signora.

La suora            - (prendendo pel braccio Giovanna) Avanti...

Giovanna           - (prima di avanzare) Buon giorno...

Porfirio              - Buon giorno, Giovanna... (Si av­vicina, fa per stringerle la mano, che Giovanna ritrae) Come stai?

Giovanna           - (fissandolo e scandendo le parole) Sto bene.

Porfirio              - Ah! Mi fa piacere...

La suora            - Vuol sedersi, signora?

Giovanna           - Grazie, sì...

La suora            - (accompagnandola fino alla ta­vola la fa sedere) Buon appetito, si­gnora...

Giovanna           - Grazie, suor Celeste...

La suora            - Poi tornerò a prenderla più tardi.

Giovanna           - Grazie...

Camilli               - Allora, suor Celeste, vuol dire-che possono servire a tavola?

La suora            - Subito, dottore... (esce).

Camilli               - (indicando i posti) Qui lei, qui Pietro... Ed io di fronte alla signora... Come sempre... Riuniti per la nostra so­lita colezione... Fa piacere ritrovarsi... Ho fatto preparare i maccheroni alla chitar­ra per suo marito, signora... Ma ora, qua­si me ne pento...

Porfirio              - E perché?

Camilli               - Perché a una certa età... - Ecco: don Pietro è perfetto... Voi siete alto?

Pietro                 - Non so: alla leva misurai uno e sessantotto...

Camilli               - E voi certo non pesate più di ses­santotto chili.. Peso giusto... - Mentre voi, don Porfirio, voi, come statura, toc­cate all’incirca l'uno e ottanta, ma co­me peso i novanta chili non ve li toglie nessuno..

Porfirio              - Novantadue...

Camilli               - Troppi. Dodici chili in più... -Bisogna muoversi, fare ginnastica... (men­tre servono i maccheroni) rinunciare ai fa­rinacei...

Porfirio              - (quasi gli vogliano impedire di mangiare i maccheroni) Voi che dite, dottore... Voi volete farmi morire!... - Si vede che non avete a che pensare.. Io fac­cio certa ginnastica dalla mattina alla se­ra!... Eppoi: noi avevamo in paese Fran­co Sgarra, il direttore del Dazio, che quan­do saliva in carrozza, lui solo occupava i due posti di spalla! (allungando le brac­cia) Tanto era! È morto a novantaquattro anni... Ora, se ce l'ha fatta lui!... Certo a essere come Pietro, si andrebbe più leg­geri...

Pietro                 - Noi siamo di razza magri...

Camilli               - Infatti, anche la signora... Né si può dire che qui non si abbia un trattamento...

Porfirio              - Ci volesse! Con la pensione che si paga..

Camilli               - Ma spesso bisogna forzarla... Eh! Questo è un rimprovero che debbo farle di fronte a suo marito... Speriamo che oggi ci faccia onore... Non bisogna inti­midirsi per la mia presenza... Anzi, poi­ché il dottore desina con noi, bisogna di­mostrargli che Paria giova, che si è con­tenti della casa, e che l'appetito non manca...

Porfirio              - Giustissimo... Mia moglie si è in­debolita perché non voleva mangiare... Non puoi negarlo: io fui costretto a chia­mare il dottore, perché da otto giorni non toccavi cibo... Aveva fatto lo sciopero della fame... Mi vidi perduto, dottore...

Camilli               - Ma queste son cose passate.. È vero, signora?

 

Giovanna           - (sempre scandendo le parole) Queste son cose passate.. Vi prego: non parliamo di me... Io sto qui con voi... Ma voi fate come se io non ci fossi...

Porfirio              - Tu parli solo con Pietro: ed io lo porto qui, per farti piacere... Non ti dico sempre: Tu devi venire, perché se non vieni tu?

Giovanna           - E io ti ringrazio...

Porfirio              - Eppure, io vorrei sapere di che parlate... Io son convinto che dite male di me...

Giovanna           - Come si può dir male di te?

Porfirio              - Per fortuna sci tu a riconoscerlo... Perché io, e tu lo sai, Pietro (quasi commovendosi) che ne ho, io, della vita!... Tu, almeno, stai qui, accudita, senza pensieri.

Giovanna           - Già, senza pensieri...

Porfirio              - Ti sei fatte le tue amicizie... Suor Celeste... La Marchesa Vinciguerra... Come sta la marchesa Vinciguerra?

Giovanna           - Sta bene, la marchesa...

Porfirio              - Qui stanno tutti bene: merito del dottore... E merito del cuoco... questi maccheroni!

Camilli               - Ed ora datemi il vostro giudizio sul vino...

Porfirio              - (ironico) Deve parlare Pietro, che e buon intenditore...

Pietro                 - Io me n'intendo poco... A casa mia non beviamo vino...

Porfirio              - E allora per una volta tanto giu­dicherà Giovanna...

Giovanna           - Non posso: mi andrebbe alla testa...

Porfirio              - E bevi! Non è vero, dottore, che le fa bene?

Camilli               - Un sorso: tanto per tenerci com­pagnia...

Giovanna           - (alza il bicchiere colmo, lo guar­da, poi decisa) Sì... Bevo... (lo tracanna d'un fiato).

Porfirio              - Ohe! Tutto un bicchiere...

Giovanna           - Tutto un bicchiere...

Pietro                 - Signora Giovanna...

Porfirio              - Sia benedtto Iddio! Ti rimetterà in forza...

Giovanna           - Ho bisogno di forza... Tutti ab­biamo bisogno di forza...

Camilli               - Però, ora andiamoci piano...

Giovanna           - E perche dottore? Una volta tan­to... Così mio marito è contento..

Porfirio              - Contentissimo! Avessi fatto sem­pre così! Perché a me piacciono le donne forti, dottore, che non temono il vino, non temono l'aria... Donne e uomini for­ti... Prendi esempio da lei... Pietro... (gli versa da bere)

Pietro                 - Per carità, Don Porfirio...

Giovanna           - Bevi, Pietro... Anche tu hai bi­sogno di forza..

Porfirio              - (mentre Pietro beve) E Pietro obbedisce... Non obbedisce che a lei... Vi­no della nostra terra, dottore... 18 gradi... In America non si trova... Che il dottore è stato in America: me l'ha confidato stamani... Come si chiamava quella don­na? Già: non me l'avete detto... Avete paura di comprometterla? A quest'ora sa­rà morta... E se non è morta, uno qui, uno là... E così è la vita: soli! Il dottore per star solo s'è rintanato sul cocuzzolo di questa montagna, e noi veniamo a rompergli le scatole ogni tanto... Chi me­glio di lui? Non ha moglie, non ha figli, non ha Pietro... Se un giorno vuol but­tarsi sotto le ruote d'un treno non ha da render conto a nessuno. Un'ora di cam­mino, e il capostazione non lo trattiene. Il capostazione fischia: - Avanti! Par­tenza! - E il dottore parte per l'Infer­no... Perché, con tutti i vostri peccati, voi andrete all'inferno...

Camilli               - E voi?

Porfirio              - In paradiso... L'inferno lo sconto qui, io, sulla terra...

Camilli               - Ne siete proprio convinto?

Porfirio              - E lo chiamate paradiso, questo?

Giovanna           - Tutti hanno il proprio in­ferno...

Porfirio              - Sì... Ma c'è chi sta nel fuoco fin sotto al mento, e chi si scotta i piedi... L'Inferno: una parola!... (D'improvviso, oltre la porta di fondo si ode un gran clamore. Voci, grida, piatti che s'infrangono).

Porfirio              - (balzando in piedi) Dottore, che succede! (Ha brandito la sedia, come a difesa).

Camilli               - Un momento... (Si leva, va verso la porta) Permettetemi... (Ma la porta si spalanca e s'apre sul refet­torio delle ricoverate. La scena sarà fulmi­nea; si vedranno le ricoverate in tumulto. Colei che grida si dimena ed ora è tenuta da due infermieri, che a malapena la reg­gono e le impediscono di varcare la soglia).

Un infermiere    - (sulla porta) Dottore, dot­tore...

Camilli               - Chiudete.. Chiudete... - Scusa­temi signori... - Voi non interrompete la vostra colazione... Torno subito (esce per la porta di destra)

(La porta del refettorio, intanto, s'è chiu­sa rapidamente. Il clamore, quasi subito, s'è placato. Ma nel salotto s'è fatto un grande silen­zio. Giovanna s'è levata: si tura con le mani le orecchie: si è addossata a una porta: è convulsa. Pietro pare, anche lui, tramortito. Porfirio in piedi non osa parlare.)

Giovanna           - Oh! queste grida: queste grida...

Pietro                 - Signora Giovanna, volete che vi ac­compagni di là?

Giovanna           - No grazie: seguitate voi... Se­guitate, se volete...

Porfirio              - Eh! seguitate?... A me si è fer­mato il pollo sullo stomaco... Accidenti... E chi è quell'encrgumena?...

Giovanna           - È Anna Gargiulo... Anna Gargiulo che passa le notti, gridando, nella sua camera., disperata!...

Porfirio              - E proprio oggi, e a quest'ora, doveva... Hai sentito che grida, Pietro?

Giovanna           - E tu le hai sentite, Porfirio?

Porfirio              - Io avevo già brandito la sedia! - È pazza da legare...

Giovanna           - Forse...

Porfirio              - Come « forse »... Se non è pazza quella, son pazzo io...   

Giovanna           - È tanto facile far passare per pazza la gente... È vero, Porfirio? Anche io è vero, sono pazza?...

 Porfirio             - Che c’entri tu? Chi parla di te?

Giovanna           - Eh! sì! Chi sta chiusa, da un an­no, qui... Fra queste grida, Porfirio. È pazza... Perché, se no, starebbe dove stai tu, dove sta Pietro ...

Porfirio              - Ma che ti prende... Pietro, qui bisogna chiamar gente...

Giovanna           - No, Pietro, non ce n'è bisogno... Tu sai che non c'è bisogno di nessuno... È un anno che aspetto: un anno ch mi sforzo a venir qui, alla tua tavola. - Ed ora è Dio che m'esaudisce! - È Dio che fa gridare Anna Gargiulo perche Gio­vanna Drago parli... Oh! Anna Gargiulo, sii benedetta, nella tua pena, nel tuo dolo­re... - Tante notti, io mi dicevo: Perché? - Perché questo soffrire? - Ed ora forse lo so: forse per aiutare me... per darmi la forza di difendermi e di parlarti...

Porfirio              - Ma chi ti offende... Chi t'impe­disce di parlare?...

Giovanna           - Tu: parlavi sempre tu: e io volevo, ma non era possibile, perché par­lavi sempre tu. - E ora! - Finalmente! Finalmente! - Dimmi che vuoi fare di me: Dimmi fino a quando deve durare questa condanna...

Porfirio              - Condannar - Pietro... E perché piangi ora... Che t'ho portato a fare, dun­que... - Qui c'è davvero da perdere la testa... Questo è un trabocchetto... Io vi pianto... Io me ne vado...

Giovanna           - No... Tu devi restar qui... - Tu devi rispondermi... - E tu, Pietro, non piangere... Sorrèggimi, dammi corag­gio... - Non ho più paura, io, vedi! - E anche tu, Porfirio, non temere! - Ve­di: io ti parlo senza odio... Ti parlo con remissione... - Vedi: la mia vita! - .Tanto, ci ho ripensato in questo tempo! Che è stata la mia vita? - Perché mi hai tolto alla mia casa e alla mia povertà!? Io avrei chiuso la mia vita, come tante creature che nessuno le guarda. Non mi hai amata. Forse dovevo passare, così, senza essere amata! - Colpa mia! Colpa mia! Dovevo rifiutarmi, dovevo resi­stere! Non sì sposa così. - E io ti chiedo perdono, per non averti compreso, per non averti dato i figli, per non essere stata la donna che tu desideravi..! - An­che tu, forse, hai sofferto per tutto ciò che ti è mancato per colpa mia... - Ma non per questo: non per questo tu hai il di­ritto di seppellirmi qui.

Porfirio              - Ma questa è un'accusa indegna...

Giovanna           - Lo fai senza accorgertene, forse, senza saperlo...

Porfirio              - Ma io so tutto ciò che faccio: non sono un bimbo io...

Giovanna           - E allora, se lo sai, mettiti una mano sulla coscienza... E guardami bene i negli occhi... - Io voglio credere che tu sia buono, Porfirio... E m'inginocchio din­nanzi a te... (Cade in ginocchio).

Pietro                 - (accorrendo e tentando di rialzarla) Signora Giovanna...

Giovanna           - Lasciami, Pietro... Lui deve ve­dermi così, inginocchiata come dinanzi alla croce: come chi chiede una grazia dinanzi alla croce...

Porfirio              - Alzala... Alzala...

Giovanna           - Io non mi muovo di qui, se lui non mi giura di portarmi via...

Pietro                 - Signora Giovanna: su: andiamo... (Pietro   ha sollevato di viva fona Gio­vanna).

Porfirio              - Falla sedere... - E dalle un bic­chiere d'acqua... - E non facciamo scan­dali. - Ci mancherebbe anche questo... - Ma guarda che deve capitare a un pover'omo... Sia fatta la volontà di Dio...

Giovanna           - (con un filo di voce: testarda e ossessionata) Riportami a casa...

Porfirio              - A casa? E vuoi che io riporti a casa una persona che può farmi da un momento all'altro scene di questo genere... Per ricondurti qui, dopo dicci giorni...

Giovanna           - No: te lo prometto... Tacerò... Mi piegherò a tutto... - Tu non sai che vuol dire vivere qui... Tu vieni ogni due mesi... Ma non sai. non vedi niente... Io ci vivo giorno e notte... È terribile, la notte, qui! - E non voglio impazzire... Non voglio ridurmi al punto che voi non possiate più riportarmi via...

Porfirio              - Tu credi che io voglia questo?

Giovanna           - Non so... So che, oggi, ragiono ancora... Ma non so se domani... E que­sto è il terrore: che domani non possa ftiù difendermi, non possa più trovare la orza di dirti ciò che ti ho detto oggi... - Tu puoi salvarmi... Salvami, per carità... Non pensare che sono tua moglie: non sono più Giovanna Drago: e dimmi se una creatura che è sana può vivere qui. tra questa gente...

Porfirio              - (riprendendosi) Io non so nulla: io so che la mia coscienza è a posto... Lo giuro dinanzi a Dio.

Giovanna           - Non bestemmiare: tu sai che questa non è la verità...

Porfirio              - Ma allora... Ma allora tu vorresti dire che io ti tengo qui per il mio capriccio...

Giovanna           - Non ho detto questo...

Porfirio              - Ma scusa... Se non essendo tu pazza... io ti costringo a stare qui, vuol dire o che sono impazzito io, o che lo faccio per il mio capriccio, non s'esce... E io butterei i miei quattrini per il gusto di tenere mia moglie in una casa di salu­te... - Senti: io credo che se dovessimo stare a quello che dici tu, oggi, dovresti tornartene a casa, e io dovrei prendere il tuo posto qui... - Evidentemente il paz­zo son io? - E il dottore? - Il dottore o s'è sbagliato, o se non s'è sbagliato... (Entra su queste parole il Dottore dalla porta di destra).

Camilli               - Scusatemi tanto, signori... - In­certi del mestiere! - Ma voi perché non avete seguitato...

Porfirio              - Niente scuse, dottore... - Qui c'è da seguitare, ma non a tavola, pur­troppo! - Dottore, qui, noi due siamo accusati... Non da mia moglie...

Giovanna           - Io... Io ho parlato...

Porfirio              - Tu non c'entri... .Tu non ragio­ni... (indicando Pietro) Ma da questo signore...

Pietro                 - Io?

Porfirio              - Da te: sì... Credi che non l'ab­bia capito? Non sei tu che ogni volta, hai parlato con lei, nel giardino? - E sei tanto vile che non hai detto una paro­la! Lei, almeno, ha avuto il coraggio; ma tu no: tu a piangere e a tacere!... - Dunque siamo a questo, dottore: io avrei chiuso mia moglie, sana di corpo e di mente, nella vostra casa... - E voi sarete il mio complice..

Camilli               - Ma che parole son queste, don Porfirio...

Giovanna           - Non ho detto questo, io: Por­firio, non fare come fai sempre... Mi son rivolta al tuo cuore, Porfirio...

Porfirio              - Lasciamo da parte il cuore! Stia­mo ai fatti! Dottore, qui bisogna chia­rire ogni cosa: e ognuno deve assumersi le proprie responsabilità..

Giovanna           - No, dottore: non parlate. Voi sapete che io posso tornare a casa. È que­sto che ho chiesto. Questa non è un'ac­cusa. È la preghiera d'una povera donna. A questa preghiera dovete rispondere. E io starò a ciò che direte voi.

Camilli               - (dopo una pausa) Dio mio! Per la verità, se la signora volesse tornare a casa...

Porfirio              - (violento) E voi per un anno...

Camilli               - No, don Porfirio: prego: que­st'anno è giovato alla signora... Ma se la signora sente di poter tornare in fa­miglia, e noi constatiamo che le sue condizioni consentono questo ritorno, noi abbiamo il dovere... Ma perché non l'ha detto a me, signora?

Giovanna           - Io dovevo parlare con lui... Tutto dipende da lui...

Porfirio              - Da me? Io ho fatto il mio do­vere: io sono in regola. E starò a ciò che dirà il dottore! Va bene così? Sci contenta? Ecco. Ora va: riposati... Dot­tore, vi prego, osservatela...

Camilli               - (esegue) Sì, ha il polso eccitatissi­mo! Si calmi, signora: sappia che qui nessuno le vuol male... Venga con me: l'accompagno io...

Giovanna           - (mentre s'avvia col dottore verso la porta di sinistra) Dottore, confido nel­la vostra carità... (Sulla soglia) La carità, Porfirio...

Camilli               - Ma sì, andiamo... Torno subito... (Esce reggendo per il braccio Giovanna).

 (Pausa.

Porfirio tace. Pietro non osa fa­re un gesto. Uno di quei silenzi tesi. Ognuno sta con i propri pensieri)

Porfirio              - (Dopo un lungo silenzio: di scat­to) Ora tu te ne vai... Vattene..

Pietro                 - (timido) E dove debbo andare?...

Porfirio              - (cattivo) A piedi: alla stazione; e parti col primo treno che ti capita... Solo...

Pietro                 - Sissignore.

Porfirio              - Eppoi domani, vedremo se avrai il coraggio di presentarti a casa mia... Hai pagata la retta?

Pietro                 - No: ancora no...

Porfirio              - E allora, posa i quattrini... Me la vedrò io, con quel ladro... Tu, assas­sino!... A un uomo della mia età, col sangue che gli va d'improvviso alla te­sta, s'organizza un simile agguato... Io non so come non mi sia venuto un colpo... E quell'altro: ladro... Si becca i mici quat­trini, eppoi d'improvviso mi dice: - Se vuol portarsela a casa! - Oh! La por­terò; la porterò! Ma basta con questo me­stiere di vittima... La vittima sono io, che reggo sulle spalle tutta la baracca...Con quale costrutto? Alla prima svolta, cmando meno te l'aspetti, un colpo man-ano. E io accetto la croce. Mia madre diceva sempre: Sia fatta la volontà di Dio. Queste parole son Tunica eredità che m'ha lasciato! Vattene... Vattene...

Pietro                 - Sissignore, don Porfirio... (Esce).

Porfirio              - (solo: beve un bicchiere d'acqua, è affranto. Pare che la vittima sia lui: pausa. Poi entrerà dalla porta di sinistra il dottore).

Camilli               - Ah! Voi siete solo, don Porfirio...

Porfirio              - Già... Come sempre...

Camilli               - Ho provveduto perché la signora vada a letto subito...

Porfirio              - . Ah! si? Avete fatto bene..

Camilli               - Certo se si poteva evitare questo incidente...

Porfirio              - Non s'è evitato... Vuol dire che non si poteva... Come se il diavolo ci a-vesse messo la coda... E sia fatta la vo­lontà del diavolo! Sicché?

Camilli               - Che potevo rispondere io?

Porfirio              - Quello che avete risposto.

Camilli               - Certo, capisco che per voi... Ma « d'altra parte... Porfirio ... d'altra parte, mia moglie tor­na a casa... Non è questo che si e deciso?

Camilli               - Qui, dopo quanto è accaduto sta­mani, non si può più tenere...

Porfirio              - È giusto... .

Camilli               - Per fortuna siamo d'accordo...

Porfirio              - D'accordissimo...

Camilli               - (deciso) Don Porfirio... Mi pare che... Voglio ricordarvi che io vi sono stato molto amico...

Porfirio              - E chi vi dice niente?

Camilli               - Ma più che vostro, sono stato ami­co di vostra moglie... Il giorno in cui voi mi chiamaste per visitare la signora Giovanna, se io non l'avessi fatta ricove­rare qui...

Porfirio              - Moriva...

Camilli               - Non so! Ma fu bene che fosse tra­sferita qui! Ho fatto, quindi, il mio do­vere di medico e d'uomo... Oggi la mia coscienza...

Porfirio              - Come?        

Camilli               - (sottolineando le parole) La mia coscienza di medico è a posto... E an­che quella di uomo coglie l'occasione per mettersi a posto... Che avreste fatto voi nella mia situazione?

Porfirio              - E che son medico io?

Camilli               - Siete uomo, però... Volete dire che Porfirio« pover'omo». Un pover'omo, cui si ta fare tutto ciò che si vuole... E, anche questa volta, agisco , al comando. Però, giacché si doveva tor­nare a casa, avrei preferito risparmiare quest'anno di pensione... E queste gite ogni due mesi, che mi stancavano... Ma, ormai! A proposito: io dovrei versare il trimestre alla cassa... Vorreste farmi il piacere di pagarlo voi, in conto a quan­to mi dovete?

Camilli               - Sta bene.

Porfirio              - E per il resto?

Camilli               - Vi pare che questo sia il momen­to di parlarne?

Porfirio              - E che altro abbiamo da dirci, noi due? Chissà se ci vedremo più. Per il resto, vi sarò grato se mi spedirete, alle scadenze, regolarmente un vaglia... Co­sì non vi incomodate a venire fino in pae­se. E grazie ancora per tutto quel­lo che avete fatto per me. Caro dottore! (fa per prendere il cappello che aveva deposto sopra una sedia) Voi avete un orario ferroviario? se vo-

Camilli               - È un vecchio orario... Ma lete informazioni.

Porfirio              - (guardando l'orologio) Son le due... Potete dirmi a che ora parte il primo treno? 

Camilli               - Ce n'è uno alle tre e tre quarti... :

Porfirio              - Sicché partendo subito... Si, fa­remo così! Un quarto d'ora per attaccare i cavalli, e un'ora per raggiungere la sta­zione... C'è tempo... E per il ritorno di...

Camilli               - Io sarei d'opinione di trattenerla ancora qualche giorno: eppoi, se voi non
volete ritornare qui, potrei accompagnar­la io... Vedete che forse saremo costretti a rivederci per lo meno una volta anco­ra... Tranne che voi non vogliate inviare Pietro... Pietro è persona affiatata con la signora...!

Porfirio              - Affiatatissimo... Ma Pietro da og­gi non è più al mio servizio..

Camilli               - Ah! 

Porfirio              - Si; piazza pulita.

Camilli               - Posso darvi un ultimo consiglio?

Porfirio              - Se non costa niente...

Camilli               - Io, in verità, non avrei il diritto di parlare. Uscita da questa casa, vostra moglie è nelle vostre mani. Ma è una signora che ho accudita per un anno! Guardiamoci bene in faccia, don Porfi­rio... Pietro con la sua presenza può gio­vare alla vita vostra e a quella di vostra moglie... È un cuscinetto che serve a smor­zare gli urti...

Porfirio              - Quel marpione ha accalappiato anche voi...

 

Camilli               - No... Sapevo che l'avevate licen­ziato... L'ho incontrato pel corridoio Ora se ne va a piedi per la strada... Lo raggiungerete con la carrozza: racco­glietelo: incominciate da lui...      

Porfirio              - Un cuscino di più nella carroz­za... E raccogliamo il cuscino. Bella gior­nata! Questa era la sorpresa che mi ave­vate preparato?

Camilli               - No... Io non prevedevo... Vi a-vevo, Invece, preparato un fagiano farcito...

Porfirio              - Ah!

Camilli               - Se permettete, ve lo faccio incar­tare e ve lo portate... Ultimo segno d'a­micizia del dottor Camilli... (Con inten­zione) Così stasera, quando vi metterete a cena, con Barhora..

Porfirio              - (lo fissa, poi rompendo nella sua interna verità) Dottore... Come faccio io... Come faccio a portarla a casa...

Camilli               - E perché l'avevo trattenuta, io, qui, per un anno?! Io speravo che in un anno...   

Porfirio              - Né in uno, né in dieci, né in cen­to! Voi, dottore, forse voi solo mi potete capire... Quella femina d'America: le avete dato danaro, sangue, vita... Non è vero che ci sono uomini senza cuore. Tut­ti hanno un cuore... Anche i porci, gli assassini, i malfattori, come me... e come voi. Dipende da chi sa toccarlo questo cuore! Ed io sono pazzo di quella don­na: pazzo... È l'inferno, dottore: è l'in­ferno... (agitato cammina per la camera, quando dalla porta a sinistra entra Gio­vanna. È già vestita per la partenza). Ma scusi, signora, non s'era Camilli (sorpreso) deciso...

Giovanna           - No, dottore... Suor Celeste mi ha aiutata a far le valige. E io vado con lui... Vi ringrazio, dottore, di tutto quel­lo che avete fatto per me...

Camilli               - Prego, signora...

Porfirio              - E così: d'improvviso...

Giovanna           - Sì: non ti lascio andar via... Potresti non tornare più... O potrei cam­biare idea io... E allora... Invece, così...

Porfirio              - Ma tu sai che vuol dire tornare a casa ?

Giovanna           - Lo so: e accetto tutto pur di tornare a casa... Fra le mie mura... Nel mio letto...

Porfirio              - E tu?!...

Giovanna           - Lo so, ci vuole molto coraggio... Ma io l'avrò te lo prometto: l'avrò que­sto coraggio.

CALA LA TELA

 

ATTO TERZO

 La stessa scena del primo atto. Mattina di novembre. Quando s'alza la tela, presso la tavola, stan­no Barbara e Pietro, in piedi. Pietro cava dalla tasca una busta donde trae del denaro.

Pietro                 - (posando i biglietti di banca sulla ta­vola) Cento... duecento... quattro... cinque... E venti... Cinquecentoventi: que­sto è il fitto del giardino...

 Barbara             - (fredda) E voi lo consegnate a don Porfirio...

Pietro                 - Perché? L'ho consegnato sempre a voi...

Barbara              - E ora lo consegnate a don Por­firio... O alla signora... C'è la signora...

Pietro                 - Come volete...

 Barbara             - (come per cambiar discorso) Scu­sate, don Pietro: il mio libretto postale ce l'avete voi?

Pietro                 - Sissignora... Ci devo mettere i sol­di di questo mese...

Barbara              - E Cosimo stamattina, sapete se va col traino in campagna?

Pietro                 - No... Oggi non va... Perché?

Barbara              - No... Niente... Avete bisogno d'al­tro?

Pietro                 - La signora s'è alzata?

Barbara              - Non lo so... Sta nella sua camera...

Pietro                 - Dovevo parlarle...

Barbara              - E voi bussate alla porta...

Pietro                 - E don Porfirio?

Barbara              - È andato in piazza... Torna su­bito... (Esce per l'arco di destra)

(Pietro è solo. Il tono della voce e l'at­teggiamento di Barbara l'hanno meravigliato. Dopo una pausa, come riscuotendosi, va alla porta di sinistra e picchia cautamente).

Giovanna           - (apparendo sulla soglia: reca tra le mani un lavoro a maglia) Oh! Pietro sei tu? Buon giorno..

Pietro                 - Buon giorno, Giovanna... Scusate­mi se vi ho disturbata...

Giovanna           - No: figurati... Stavo accanto al­ai finestra e lavoravo... (mostrandogli il lavoro a maglia) Tu dici che andrà bene per il tuo ragazzo?

Pietro                 - Perfetto... Voi siete troppo buona...

Giovanna           - Una cosa da niente... Ma, certo, quest'inverno gli terrà caldo...

Pietro                 - Grazie, Giovanna... - Io vi ho chiamata perché volevo parlarvi.

Giovanna           - Che c'è, Pietro? ...

Pietro                 - (impacciato) Ecco: io sono un ese­cutore di ordini... E tante volte, sapeste, il cuore farebbe una cosa, e Pietro è co­stretto a farne un'altra... Io quel giorno quando lui mi licenziò, avrei dovuto ave­re Ja forza di non tornare indietro...

Giovanna           - E io? Come avrei fatto io?

Pietro                 - Infatti: io pensai a voi... E dissi: - Beh, sia fatta la volontà di Dio... Per­ciò son rimasto... - Ma in questi tre mesi la mia vita s'è fatta ancora più difficile... (accennando a Porfirio) Non so: è come se lo tenga il demonio, quell'uomo: ed io son diventato la mano del diavolo...

Giovanna           - Che c'è Pietro! Dimmi che c'è... Tu sai che io vivo qui al buio di tutto...

Pietro                 - Beata voi! Son dieci anni che sto con lui, ma come in questo momento non l'ho mai visto... In casa non parla...

Giovanna           - Lo so: tutto è silenzio in casa. Si pranza in silenzio... Ci si incontra in silenzio... E io debbo ringraziarlo, perche in fondo... anche questo e un riguardo... È terribile non scambiare una parola con nessuno, ma io ormai ci sono abituata... A te posso dirlo: certe sere, quando mi corico, mi pare che l'ombra di mia madre mi venga accanto al letto... È proprio co­me se mi prendesse la mano... E allora soltanto parlo... Parlo con lei...

Pietro                 - (seguendo il suo pensiero) Ma fuori: è diventato come un torchio... E stringe, stringe, stringe.... Come se volesse vendi­carsi, non contro le persone, ma contro la vita... E ogni occasione è buona... Sta­mattina, per esempio, - e io per questo son venuto da voi, - vende in piazza i mobili di zia Clementina...

Giovanna           - Come?

Pietro                 - Sì... E bisogna impedirlo. E io non so come fare... E mi rivolgo a voi, perché quella povera donna, quelle povere ragaz­ze... Voi dovete fare quest'opera di carità: voi dovete parlargli... La vergogna, oltre tutto! Se si vendono i mobili, quelle deb­bono sloggiare dal paese...

Giovanna           - E che conto io? Che posso fare? Perché non me i'hai detto prima?

Pietro                 - Per angustiarvi la vita? Gli hanno mandato l'avvocato: gli hanno scritto: volevano venire qui per parlargli... Ma voi sapete com'è zia Clementina, sarebbe stato peggio... Le ho detto: - Calma! - Pregherò io Giovanna...

Giovanna           - Sta bene. Gli parlerò! - Ma dì a zia Clementina, che anche se non si vendono i mobili, se ne vada lontana da quest'aria avvelenata. Sua figlia, ormai, ha un posto vicino a Roma. Si porti via l'al­tra ragazza. Lavoreranno Camperanno. Non facciano come ha fatto Giovanna Drago.

Pietro                 - Già: anche quello d'andarsene è un modo di risolvere la vita... Ma perché poi, uno non se ne va?... Va a capirlo! - Voi gli direte che zia Clementina vi ha scritto... - E se fa questa buona azione, chissà! Perché - vedete - se lui facesse una buona azione... E voi forse potete aiutarlo in questo... (s'ode il campanello della porta) Eccolo... (indicando il tavolino da lavoro presso la finestra) Voi vi sedete là... Fingete di lavorare... Poi quando sarà il momento...

Intanto Barbara è passata per il conidoio oltre l'arco a destra. Avrà aperta la porta. Ripasserà eretta, Porfirio apparirà sotto l'arco, ermetico.

Pietro                 - Buon giorno, don Porfirio...

Porfirio              - Buon giorno... (accorgendosi della moglie) Ah! tu stai là... Buon giorno...

Giovanna           - Buon giorno...

Porfirio              - (a Pietro) È molto che aspetti?...

Pietro                 - No: son giunto ch'è poco... Vi avevo portato il fitto del giardino...

Porfirio              - Non l'hai consegnato a Barbara?

Pietro                 - Barbara ha detto che debbo darlo a voi...

Porfirio              - Ah!... Dà qui: no: è inutile con­tare: dà qui... (ripone il danaro che gli porge Pietro, nel portafogli. Siede presso la tavola) Hai portato lo scadenzario...

Pietro                 - Sissignore...

Porfirio              - Avanti... Leggi i nomi...

Pietro                 - (sfogliando lo scadenzario che ha trat­to dalla tasca) . Giuseppe Costantino... L. 280...

Porfirio              - Protesto e sequestro... Fa un segno col lapis, così non te ne scordi...

Pietro                 - Cavaliere Angelo...

Porfirio              - Come sopra...

Pietro                 - Michele Servillo...

Porfirio              - Questo poi... Ha creduto di far­mela... Ha messo tutto in testa alla mo­glie... Lo brucerò vivo, lui e la moglie... - Insomma: controlla le scadenze, e chi non paga, passa all'ufficiale giudiziario...

Pietro                 - E per il Dott. Camilli? Vogliamo attendere ancora?

Porfirio              - Il Dott. Camilli sulla forca: co­me tutti gli altri... - Va non perdere tempo... In quanto a quella vendita, sai come devi regolarti...

Pietro                 - Sta bene... (fa per uscire, ma in­tanto fa segno a Giovanna) Buon gior­no, Giovanna...

Giovanna           - Buon giorno, Pietro...  

Pietro                 - aspetta un momento... (Si leva dal suo posto, va verso Porfirio).

Porfirio              - Che c'è!

Giovanna           - Scusa: ma proprio è deciso per zia Clementina?

Porfirio              - E tu come lo sai?... Glie l'hai detto tu?

Giovanna           - No... L'ho saputo... Mi ha scritto stamani...

Porfirio              - Beh! E che vuoi farci? Ora poi si sono aggiunte le spese...

Giovanna           - Si tratta di mia zia... che diran­no in paese... Anche per te, Porfirio...

Porfirio              - Non me n'importa. Dicono male di me? E io dico peggio di loro...

Giovanna           - Si... Ma i mobili in piazza...

Porfirio              - Sissignore: i mobili son fatti per la casa, e quando non paghi per la piaz­za... Il bello è che a conti fatti io ci ri­metterò...

Giovanna           - E proprio per questo non si potrebbe trovare un modo?

Porfirio              - Proprio per questo sono stato più che generoso con tua zia... Le ho fatto credito... Le ho dato tempo... Ma biso­gnava pure che, a un certo momento, se non in tutto, in parte rientrassi nel mio...

Giovanna           - E se io, non a nome di mia zia Clementina- io so che fra te e lei non c'è stato mai buon sangue - se io ti pregassi a nome delle due ragazze...

Porfirio              - Non conosco le ragazze! E tu... Tu ricami è vero: non so, che fai: l'uncinetto... E ognuno ricama a modo suo...

Giovanna           - Deciso, insomma...

Porfirio              - Decisissimo...

Giovanna           - Pietro ...

Porfirio              - Beh!?

Giovanna           - No... Niente... Veggo che è inutile insistere... Io speravo: ma veggo che è inutile insistere... Tu forse vedrai la zia, Pietro... Le dirai che io ho tentato, ma che lui non ha voluto...

Porfirio              - Non ho potuto! Dirai che non ho potuto... E del resto la brutta figura ce la faccio io! Va, Pietro! E fa ciò che ti ho detto... (Pietro esce).

Giovanna           - Perché sei così, Porfirio?

Porfirio              - Come sono? Quand'uno s'è fatto un nome, è meglio che se lo goda... (Appare in questo momento Barbara sot­to l'arco di destra. Reca alcune lettere).

Barbara              - La posta! (Giovanna appena ode la voce di Barbara si riscuote, si avvia verso la sua camera, ostentando un suo atteggiamento di sprezzo. Barbara la osserva, mentre Porfirio sfoglia la posta).

Porfirio              - Tasse! Tasse! E io dovrei aver pietà della gente! (Aprendo una busta) oh! il signor dottore... Vorrà certo un rin­vio... Sta fresco... (Ha inforcato gli oc­chiali e legge) Tò... E bravo... Hai capito?

Barbara              - Che debbo capire...

Porfirio              - Il dottore paga e parte... Ci an­nuncia una sua visita per domani... Viene col portafoglio gonfio... E sai dove va? Ha trovato un cretino che gli ha offerto un posto in Egitto,.. Beato lui! Quando verrà voglio dirgli che mi trovi un posto di spazzino al Cairo...

Barbara              - Anche lui parte?

Porfirio              - Perché? Chi altro parte?

Barbara              - Io.

Porfirio              - Ma va! Anche tu vai in Egitto? E allora ce n'andiamo tutti all'estero...

Barbara              - È cosa che non v'importa dove vado... Volevo avvertirvi di provvedere a qualcuno che serva a tavola stamatti­na... Stanotte io ho preparata la mia roba...

Porfirio              - Questa è la solita solfa! Lo dici con un tono che mi verrebbe proprio voglia di risponderti: Vattene! Son tre mesi che facciamo il tira e molla. E ora ho paura che la corda si spezzi...

 Barbara             - . Ed è per questo che io vi tolgo l'incomoda.. Allora posso dire a Cosi­mo che prepari il carretto per la mia roba?

Porfirio              - Dillo pure...

 Barbara             - E i conti debbo farli con don Pietro?

Porfirio              - Falli pure... E buon viaggio...

Barbara              - Voi, ormai, ci avete la compa­gnia...

Porfirio              - Compagnia o non compagnia, hai detto che vuoi andartene, e quella è la porta...

Barbara              - Sta bene... E buona permanenza... La signora la saluterete voi per conto mio... (Si avvia verso l'arco)

 

Porfirio              - (quando Barbara è sotto l'arco) Dove vai? Fermati! Ferma lì... Ti sei al­zata col cervello svoltato stamattina!... Che vuoi!... Dimmi che vuoi!...

Barbara              - Niente, don Porfirio... Ormai èdeciso...

Porfirio              - Che cosa è deciso? Chi l'ha de­ciso?

Barbara              - Io... Non sono io la padrona delle mie quattro ossa? E me le porto dove mi pare e piace... E se passo per la strada, quanti ne voglio ne trovo... Dovevo veni­re in questa casa per essere trattata peg­gio di una vecchia ciabatta... A ventisei anni!... Don Porfirio: io ho ventisei an­ni... E ora basta...

 Barbara             - Sonnino se ne va... Lascia la piazza libera.

Porfirio              - Che vuoi... Dimmi che vuoi... (S'è levato, le si avvicina) Tutti volete qualche cosa quando minacciate e quando pregate... Beh! Vieni qua... (Le ha preso un braccio, l'accarezza, poi baciandola di improvviso sul collo nudo) Ah! Carne mia! Carne maledetta...

 Barbara             - (ritirandosi) E per questa carne, quando s'ebbe la febbre due anni fa, non u chiamato manco un veterinario... men­tre per gli altri si sono spese le migliaia di lire in casa di salute...

Porfirio              - E che ci volevi andare tu, in casa di salute?...

Barbara              - Io la salute la vendo... Con que­sta salute non ho paura di niente... Vo­levo salutarvi! E volevo restituirvi anche l'oro che m'avete dato in questi tre an­ni... (cava di sotto al grembiule un pac­chetto che depone sulla tavola).

Porfirio              - No... Questo è tuo...

Barbara              - Alla serva non si regalano gli orologi d'oro, i braccialetti, l'anello con la cerniola, e le collane con pendaglio! Questi voi li ripigliate, e ne fate un pre­sente, quand'è la festa di S. Giovanni, alla signora. E questa è la chiave del pol­laio. Ho già governate le galline. Stasera non vi dimenticate di metterci l'acqua per la notte! E così la vostra casa si mette in pace, don Porfirio.

 Barbara             - se ne va, com'è venuta! Vi ha regalato qualche an­no della sua gioventù! Gliene resta tanto da scialare...

Porfirio              - E credi che io ti lasci andare?

Barbara              - Non siete voi che mi scacciate! È un'altra persona che, quando entra Bar­bara, s'alza e se ne va...

Porfirio              - È con lei che ce l'hai?

Barbara              - Io? Lei è la padrona...

Porfirio              - II padrone sono io...

Barbara              - E io me ne andrei se voi foste il padrone?...

Porfirio              - Io lo so che tu non stai contenta qui... Ma che potevo fare io? Mi hanno tradito... Tutù mi tradiscono... E io pen­savo che tu sola non m'avresti tradito... E ora anche tu... Perché se tu te ne vai... T'ho detto: ti metto la casa in campa­gna... Stai, come un regina...

Barbara              - Invece io me ne vado in città... Le braccia non mi mancano per faticare... E almeno, quand'è la domenica, me ne vado al cinematografo...

Porfirio              - Con qualche soldataccio...

Barbara              - No: con un bel maresciallo dei carabinieri... E perché dovrei andarci sola? Sono stufa ormai: mi voglio godere la vita...

 Porfirio             - Con chi?!... Con chi?!... Con chi ti vuoi godere la vita?! Dimmi che vuoi... Eccomi qui! Tutù sto massacrando, per vendicarmi di questo coltello che m'avete messo alla gola! Ma non basta! Perché ora mi si vuole scannare! Se tu te ne vai tu mi scanni: e io scanno gli altri: io faccio la strage! Che vuoi? Vuoi che la chiami e la faccia inginocchiare dinan­zi a te? Vuoi che serva a tavola al tuo posto? Vuoi dormire nel suo letto?

 Barbara             - (fredda) No, don Porfirio! (scan­dendo le parole) Voglio soltanto che mi dica lei di restare... Una parola... Basta una parola...

Porfirio              - Ah! Di questo si tratta? Io cre­devo?! Ma se lei la dice...

Barbara              - Agli ordini vostri...

Porfirio              - E sta bene! (restituendole il pac­chetto dell'oro) E tieni, che questo è tuo... È niente, di fronte alla gioventù che tu m'hai data... E mia, ancora mia, dev'es­sere questa tua gioventù... Io ho capito: tu vuoi la soddisfazione! E che le costa a lei, una parola... E tu resti qua: per­ché tu non te ne puoi andare... Va di là: e aspetta... Va...

( Barbara esce dall'arco di destra. Don Porfirio è solo).

Porfirio              - Una parola! (Sosta indeciso. Poi fa il segno della croce. Va verso la porta di sinistra. Con voce strozzata) Giovanna!

Giovanna           - (sulla porta di sinistra) Volevi me?...

Porfirio              - Sì... Volevo te... Che facevi di là?

Giovanna           - (mostrando un farsetto di lana) Lavoravo... a questo...

Porfirio              - Ah! (palpando il giubbetto) Per chi è questo?

Giovanna           - C'era un po' di lana in un cas­setto... È per il piccolo di Pietro... Ora viene l'inverno...

Porfirio              - Già... E l'inverno è duro... Si sta sempre a casa, gomito a gomito... Voi, donne, almeno, vi mettete in un angolo a sferruzzare... E il tempo passa... Ma noi... Dunque: sai che domani avremo una visita?

Giovanna           - (meravigliata) Una visita? Da chi?...

Porfirio              - Ti sorprende?

Giovanna           - Eh! Sai: non viene mai nes­suno qui...

Porfirio              - Il dott. Camilli... Giovanna (insospettita) E perché, il dottor Camilli...?

Porfirio              - No... Non temere... Parte... Va al Cairo... Me l'ha scritto oggi... Doveva regolare quella sua pendenza qui... E al­lora, di passaggio, si ferma anche per salutarci... Son tre mesi che tu sei tor­nata, e forse una visita del dottore po­trà essere utile... Ma io voglio chiederti, prima che venga il dottore, se sei contenta della vita di questi tre mesi...

Giovanna           - Ti ho detto qualcosa in con­trario?

Porfirio              - Non credo che ne avresti ra­gione...

Giovanna           - Io ti ho promesso che non avresti avuto a dolerti in nulla di me... E credo...

 Porfirio             - Sì... Anzi, se qualcuno è in di­fetto, quello forse son io...

Giovanna           - No...

Porfirio              - Sì!... Che vuoi: a furia di trattar con la gente bassa... Ma non credere che sotto questa scorza, tutto sia da buttar via... Stamattina, per esempio, la faccen­da di zia Clementina...

Giovanna           - Scusami se io ho osato... Si trat­tava d'una mia parente... Son certa che se fosse venuta a parlare con te...

Porfirio              - Invece s'è rivolta a te... Perché io son Torco... E con Torco non si parla... Torco mette paura! Dunque tu stai bene..

Giovanna           - Ti ripeto...

Porfirio              - Non hai a lamentarti di nulla! E anche io credo di aver corrisposto co­me potevo... Io avevo licenziato Pietro... Poi l'ho ripreso, per te... Fu il dottore a consigliarmi... E Pietro, come disse il dot­tore, serve da cuscinetto... Ma, forse, qui sta Terrore: nel mettere fra noi sempre terze persone... Se si parlasse direttamen­te... Io, pochi momenti fa, ti ho risposto con un no secco... Avevo le mie ragioni: perché più bene fai, e peggio fai... Ma voglio dimostrarti che anche se in un pri­mo momento, io poi ci ripenso... (con marcata indifferenza) E ho deciso, sì, ho deciso, di non far vendere in piazza i mobili di tua zia...

Giovanna           - (meravigliata) Porfirio...

Porfirio              - (calcolando sull'effetto delle sue pa­role) Eh! Che c'è?

Giovanna           - Grazie, Porfirio...

Porfirio              - Butto a mare qualche migliaio di lire! Perché tu non possa dire: L'u­nica volta in cui gli ho chiesta una gra­zia, me l'ha negata! Vado da Cosimo, e gii dico di raggiungere  Pietro con l'ordine di sospendere... (Esce dall'arco di destra)

Giovanna           - Grazie, Porfirio... (Quando Porfirio è uscito, vinta dalla commozione alza gli occhi al cielo) Oh, Signore... È un tuo miracolo questo... Oh! Signore, come potrò ringraziarti?! (Si ricompone appena s'odono i passi di Porfirio che torna).

Porfirio              - È fatto! Così donna Clementina Razzetta pranza stasera alla sua tavola... E speriamo che mandi una benedizione su questa casa...

Giovanna           - Oh! Vedrai... Verrà qui... verrò a baciarti le mani...

Porfirio              - Come se fossi un vescovo! Lascia­mo andare! Mi basta una benedizione per la pace della casa!... Tu vuoi che la casa stia in pace, è vero?

Giovanna           - E come si può volere il contra­rio?

Porfirio              - E credi che questa casa stia in pace?...

Giovanna           - Io non so, Porfirio... L'importan­te è che tu sia contento..

Porfirio              - Di chi?

Giovanna           - Di tutti.

Porfirio              - E com'è possibile? Se accontenti Tuno, scontenti l'altro... E chi sta nel mezzo è quello che brucia da tutte le par­ti... Pollo allo spiedo sul girarrosto!

Giovanna           - Perché dici questo?

Porfirio              - Perché brucio... E tu sola potre­sti, forse...

Giovanna           - Io? Se io servissi a qualche cosa...

Porfirio              - Sei servita per esempio, ad evita­re una vendita all'asta... E potresti servi­re a salvare l'ordine della casa... Questa, non ci pare, ma è una baracca grossa.... Se manca un pilastro crolla tutto... Allora bisogna aiutarsi a reggere in piedi i pila­stri...

Giovanna           - Cioè?

Porfirio              - Barbara! Capisci che se Barbara     va via, siamo a terra.

Giovanna           - E chi ha detto che Barbara deve andar via?

Porfirio              - Nessuno... Ma è lei che... A te non dice niente, perché con te... Ma lo dice a me... Perché io son quello su cui tutti i chiodi debbono battere... Io l'ho pregata: resta! che ti manca? E nossignore! Non sono io che glielo debbo dire...

Giovanna           - E chi dovrebbe dirglielo?

Porfirio              - Tu! Una parola... La chiami e glie la dici...

Giovanna           - (dopo una pausa) E tu avresti sospeso la vendita di mobili di zia Clementina per chiedermi questo?

Porfirio              - No! Ma anche l'avessi fatto? Una parola... Che ti costa?...

Giovanna           - (con uno sforzo) Chiama Barbara...

Porfirio              - Oh! Finalmente. (Fa per avviarsi verso l'arco).

Giovanna           - (fermandolo) No... Scusami... Ma io non posso...

Porfirio              - Come non puoi?... Ma non m'avevi detta..

Giovanna           - Si, ma non posso! Vendi pure i mobili della zia... Vuol dire che Dio aiuterà lei e le sue ragazze...

Porfirio              - Ma allora tu sci una canaglia... Tu getti sul lastrico una famiglia...

Giovanna           - Giudicami come vuoi, ma non posso...

Porfirio              - Senti, Giovanna: io t'ho presa con le buone... Ed è meglio che tu faccia ciò che devi fare, con le buone... Senti a me... Per il bene di tutti... per la pace di tutti... per la vita di tutti...

Giovanna           - Sono minacce, queste?

Porfirio              - No: è un consiglio... È il con­siglio d'un uomo che sta sui carboni ardenti...

Giovanna           - Credi d'essere il solo?

Porfirio              - E va bene... Bruciamo tutti... E allora dobbiamo fare a chi si cuoce prima? A chi mette più legna sulla ca­tasta? E tu diventi la più infernale, tu con la tua bontà, con la tua gentilezza, con la tua carità... Bada che tutto di­pende da te: da una tua parola... Fac­ciamo come se tu non m'avessi risposto... Ti dò il tempo di ripensarci... Terrò a bada, io, Barbara...

Giovanna           - (calma) Io ci ho già pensato... È tanto tempo che ci penso... E ti ho già risposto, tollerando una condizione che mi umilia, ma sulla quale ho chiuso gli occhi proprio per la pace della casa-anche perché il giorno in cui tu mi hai ricondotto qui, io ti ho promesso che avrei taciuto... E ho taciuto... Ma credi che io non vegga e non sappia?

 

Porfirio              - Che vedi? Che sai?

Giovanna           - Tutto!... Ma questo non mi of­fende più...

Porfirio              - Beh! E se non ti offende...

Giovanna           - Già... Ma tu, ora mi chiedi l'impossibile... Perché io ho potuto tollerare questo stato di cose, ma il giorno in cui dicessi aBarbara di restare lo ac­cetterei... Perché vuoi che mi metta sotto i suoi piedi?... Son sempre la donna che porta il tuo nome... Anche per il tuo decoro, Porfirio...

Porfirio              - Che c'entra... Barbara sta in casa, è utile alla casa, e tu preferisci che resti piuttosto che se ne vada... Ecco tutto... Non complichiamo le cose...

Giovanna           - No, Porfirio... - Tu hai detta una grande verità, oggi: hai detto che noi non ci siamo mai parlato a quat­tr'occhi... Per la prima volta, oggi, in dieci anni, non c'è nessuno fra noi... Forse perché alla presenza d'altri non oseresti chiedermi ciò che mi chiedi... È enorme, sai! Davvero tu sei cieco, Porfi­rio... Povero Porfirio!...

Porfirio              - Che povero Porfirio! - Tu mi cambi le carte in tavola. Oh! non scher­ziamo...

Giovanna           - Io? Sapessi con che cuore ti parlo, io? Che voglia di scherzare io abbia? Lassù il dottore se ne va: e non si può più tornare lassù... qui dovrei dire a Barbara... E se non lo dico...

Porfirio              - Lo dirai... Vedrai che lo dirai...

Giovanna           - E se non lo dicessi?... Se la mia bocca si rifiutasse?... Se d'improvvi­so diventassi come una povera bestia che la si può picchiare fino a sangue, ma non si muove?... Perché io, non mi muo­vo!... Che ti resterebbe a fare, Porfirio?

Porfirio              - Tu sei una donna, non sei una bestia... Dovresti muoverti: dovresti ca­pire che è necessario muoversi... Per la pace di tutti, te lo ripeto!

Giovanna           - Quale pace? Dove mi vuoi condurre?... Tu non sai, tu non ti accor­gi che avviene in me in questo momen­to... Come io vegga chiara, precisa, !a mia strada... E sono tanto sola: tanto sola di fronte alla mia vita...

Porfirio              - Non c'è che una strada!

Giovanna           - Quale, Porfirio?

Porfirio              - Piegarsi alla vita e tirare in­nanzi...

Giovanna           -No!

Porfirio              - Come no!... Oh! Signore! Oh Signore!...

Giovanna           - Lascia in pace il Signore...

Porfirio              - E che vuole da me? Vuol met­termi colle spalle al muro? (Deciso) - E allora! - (Chiamando) Barbara! Bar­bara!

Giovanna           - Che fai?

Porfirio              - Chiamo Barbara.

Giovanna           - Non fare questo! Tu mi co­stringi a una pazzia...

Porfirio              - Non dire sciocchezze... Bar­bara...

 Barbara appare sotto l'arco di sinistra. Pausa.

Barbara              - Mi avete chiamato?

Porfirio              - (cercando le parole) Sì... C'è la signora... La signora ha saputo che tu vuoi lasciare la casa... E ti prega... ti prega di restare...

 Barbara             - (lenta) È la signora che mi dice questo? O siete voi?

Porfirio              - È lo stesso... quando te Pho det­to io, alla sua presenza...

Barbara              - Io vi ho detto che me lo deve dire la signora...

Giovanna           - (decisa) Io non ho niente da dire...

 Barbara             - (senza scomporsi) Ecco... E siamo d'accordo, signora... Questo vuol dire che Barbara se ne deve andare... La roba è pronta... E Barbara se ne va...

Porfirio              - Tu non ti muovi di qui... E tu le dirai di restare...

Giovanna           - No...

Porfirio              - Bada, Giovanna...

Giovanna           - No... No... No...

 Barbara             - (come sopra) La signora ha ra­gione: la signora è la padrona qui... Ed io non posso restare in una casa, dove ogni volta che passo mi si voltano le spalle... Io non sono abituata a questo, signora...

Giovanna           - Voi siete abituata a ben altro... Lo so...

Porfirio              - (intervenendo a evitare l'attrito) Giovanna! (a Barbara) Fuori tu... Va fuori tu...

 Barbara             - (rivelandosi) E tu permetti che mi s'insulti?! E dici d'essere tu il pa­drone?... Tu non sci niente... Perché se contassi tanto: a quest'ora... E ora, an­che se mi si dice di restare, non conta: me ne vado lo stesso...

Porfirio              - Fermati... Te la darò io la sod­disfazione... (avvicinandosi a Giovanna e prendendola per il polso) Inginocchiati! E dille che è una santa... E dille che la padrona è lei...

Giovanna           - No... No.. - Lasciatemi! - (con un grido) Oh! Mamma mia... Ah, mamma! sci tu che mi chiami! (s'è libe­rata dalla stretta di Porfirio, e arretra verso la finestra).

Porfirio              - (ha capito. Fa per raggiungere con un balzo Giovanna. Ma è trattenuto da Barbara) Che fai?

 Barbara             - (spietata) E lasciala andare... E che si levi di mezzo per sempre...

Giovanna           - (ha raggiunto la finestra: con le due mani ha stretto la maniglia) Oh! Mamma mia! Oh! Mamma mia!

 

Porfirio              - (smarrito: con un grido di terrore) Giovanna...

(È il momento in cui Giovanna decisa­mente ha girato la manìglia, ha aperto la finestra. Porfirio s'è svincolato da Bar­bara. Barbara si è coperta gli occhi per non vedere il salto. Ma Giovanna al grido di Porfirio si ferma: si addossa ad uno dei due battenti aperti della finestra, le mani ciondoloni sui fianchi: sfinita. Intanto Pietro richiamato dalle grida di Giovanna è corso. La scena dovrà svolgersi rapidissima).

Pietro                 - (ha raggiunto Giovanna, le prende la mano. Poi si volge e guarda negli occhi Porfirio) E tu!... (terribile, vindice) Basta... Basta... Basta... ormai... Basta con la tua ferocia, basta col tuo egoi­smo... Basta con la tua sopraffazione...

Porfirio              - Io non volevo... (di scatto volgen­dosi a Barbara) Sei tu che volevi... Tu, che mi hai avvelenato la vita... mi hai fatto impazzire... Tu che mi conduci al delitto... Fuori... Fuori... Non voglio macchiarmi di sangue per te... Fuori... Fa il tuo fagotto, e vattene... Vattene, maledizione di Dio sulla mia casa... (a Pietro) Portala via.... (Pietro trae fuori della stanza Barbara. Si fa un grande silenzio. Ora sono soli Porfirio e Giovanna. Giovanna s'è rial­zata, muove qualche passo. Porfirio è sconvolto).

Giovanna           - Anche questo... Anche questo non ho saputo fare...

Porfirio              - Che volevi fare!... E come hai potuto...

Giovanna           - Così. Perché così finiva por sempre...

 Porfirio             - Che cosa?

Giovanna           - Questo martirio... E questo inutile pesare sulla vita degli altri... Vie­ne un attimo in cui non si regge più... Non c'è più scampo... E bisogna deci­dersi... È stato come se una voce mi chiamasse di lontano. Ho capito final­mente che il mio posto non era qui...

Porfirio              - E invece il tuo posto è qui...

Giovanna           - Perché? Perché rimarrei? Per­che mi hai impedito con quel grido?

Porfirio              - Eh! Chissà! Perché nulla acca­de che non sia scritto. Anche questo tuo soffrire di tanti anni... Anche questa tua prova... (come per una lenta illuminazione) Volevi andartene... E invece è scritto che non te ne devi andare... (brancolando an­cora nel buio) Perché staresti qui? Perché Dio ti avrebbe messa qui? Perché Pietro ha gridato oggi quella parola: « Basta? » Perché oggi era necessario... Perché ognu­no ha il suo momento... Perché dovevi tro­vare un gesto, una parola per riscattarmi... Per questi attimi si vive: per quest'atti­mo sci stata messa accanto a me... E ba­sta per compensarti di tutto quello che hai sofferto per me, e che t'ho fatto soffrire... (s'è coperto il volto con le mani ed è ca­duto a sedere quasi piangendo).

Giovanna           - (estatica, meravigliata) Porfirio!

Pietro                 - (appare sotto l'arco)

Giovanna           - Pietro ...

Pietro                 - (lento) È andata via.

Giovanna           - (va verso Porfirio)

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