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LUTERO

LUTERO

di John Osborne

(1962)

Traduzione italiana di Elio Nissim

Persone

Cavaliere

Priore

Martino

Hans

Lucas

Weinand

Tetzel

Staupitz

Gaetano

Miltitz

Leo

Eck

Caterina

Hans, il bambino

Agostiniani

Domenicani

Araldo

Imperatore

Contadini, ecc.

Atto primo

Scena prima                  Il convento dell’Ordine degli Eremiti Agostiniani a Erfurt. 1506.

Scena seconda.             La stessa. Un anno dopo.

Scena terza.                   Due ore dopo.

Atto secondo

Scena prima                  La piazza del mercato. Jüterborg. 1517.

Scena seconda.             Il Chiostro degli Eremiti. Wittenber. 1517.

Scena terza.                   La gradinata della chiesa del Castello. Wittenberg. Vigilia di Ognissanti. 1517.

Scena quarta                 Il Palazzo Fugger. Augusta. Ottobre 1518

Scena quinta.                Un casino da caccia. Magliana, in Italia. 1519.

Scena sesta.                   La porta di Elster. Wittenberg. 1520.

Atto terzo

Scena prima                  La Dieta di Worms. 1521

Scena seconda.             Wittenberg. 1525

Scena terza.                   Il Chiostro degli Eremiti. Wittenberg. 1530

Nota. All’inizio di ogni atto, appare il cavaliere. Brandisce uno stendardo e grida rapidamente al pubblico il tempo e il luogo della scena, poi si ritira.

ATTO PRIMO

Scena prima

La cappella del convento degli Eremiti di Sant’Agostino, a Erfurt, in Turingia, 1506. Martino sta per essere accolto nell’Ordine. È in ginocchio dinanzi al Padre Priore e in presenza dei frati del convento, riuniti nella cappella.

PADRE PRIORE         A te ora la scelta: abbandonare noi o abbandonare il mondo per consacrarti tutto a Dio e al nostro Ordine. Una cosa devo aggiungere: una volta assunto l’impegno, non sarai libero, per nessuna ragione, di scrollarti dal gioco dell’obbedienza, poiché tu lo avrai accettato liberamente quando ancora potevi spezzarlo. (L’abito e il cappuccio dell’Ordine sono presentati al Padre Priore che li benedice) Investi, o Signore, di Vita Eterna, colui che la Tua Volontà ha rivestito del Saio di quest’Ordine. (Spoglia Martino). Il Signore ti svesta dell’uomo che eri prima e di tutte le sue opere e ti investa dell’uomo nuovo.

Il coro intona un canto mentre Martino viene rivestito dell’abito e del cappuccio. Il lungo scapolare bianco gli viene passato sul capo e gli va a scendere dietro e davanti: poi Martino si inginocchia davanti al Padre Priore e, ponendo la mando sulla regola dell’Ordine, presta il giuramento.

MARTINO                   Io, frate Martino, faccio voto di obbedienza al Signore Onnipotente, alla Santa Vergine, e a Voi, fratello Priore di questo convento, in nome del Vicario generale dell’Ordine degli Eremiti, del Vescovo di Sant’Agostino e dei suoi successori, e prometto di vivere in povertà e in castità secondo la Regola del nostro Venerabile Padre Agostino, sino al giorno della mia morte.

Il Padre Priore mormora una preghiera e Martino si prostra, le braccia aperte, a forma di croce.

PADRE PRIORE         Signor Gesù Cristo, guida e forza nostra, con il fuoco dell’umiltà Tu hai messo in disparte questo Tuo servo Martino da tutto il resto degli uomini. Noi preghiamo umilmente acciocché questo fuoco lo distacchi dai rapporti carnali e dalla comunanza degli interessi terreni degli altri uomini, mediante la santità elargitagli dal Cielo; e acciocché Tu gli conceda la grazia di restare Tuo servo e di meritare la vita eterna. Poiché, non colui che comincia, ma colui che persevera, sarà salvo. Amen.

Il coro canta il Veni Creator Spiritus oppure il Gran Padre Agostino. Una candela accesa viene messa in mano a Martino ed egli è condotto sui gradini dell’altare dove i monaci lo accolgono col bacio della pace. Poi, in mezzo a loro, lentamente, oltrepassa la transenna e scompare. La processione si dilegua e, mentre le voci si vanno perdendo, di tutti i presenti restano solo due persone. Una è Hans, che si alza di scatto e viene avanti. È il padre di Martino, un uomo tarchiato, con muscoli forti da minatore. È un uomo di media condizione, che già si avvia a diventare un piccolo capitalista, del capitalismo primitivo. È sbalordito: pieno di orgoglio e risentimento. Il suo compagno, Lucas, termina una rispettosa preghiera e poi lo raggiunge.

HANS                        Allora?

LUCAS                      Allora?

HANS                           E non ripetere sempre quello che dico io, vecchio scemo. Allora, che ne pensi?

LUCAS                        Che ne penso…di che?

HANS                           Cosa ne pensi, cosa ne pensi – fuori, parla – cosa ne pensi di tutto questo.

LUCAS                        Oh…

HANS                           Di tutti questi frati, di Martino e di tutto il resto, che ne pensi? Sei stato tutta la mattina a sedere in mezzo a questo bel consesso di chiappe molli, e hai visto, no? Allora?

LUCAS                        Sì…devo dire che tutto è stato molto solenne, una grande impressione.

HANS                           Ah sì?

LUCAS                        Non posso negarlo.

HANS                           Impressione?

LUCAS                        Molta. Era commovente e…

HANS                           E cosa?

LUCAS                        Anche a te deve aver fatto una grande impressione.

HANS                           Impressione? Eh, ci vuol altro, per me!

LUCAS                        Su, via!...

HANS                           Impressione!

LUCAS                        Certo, impressione, e tu lo sai meglio di me.

HANS                           Tu, tu te lo puoi permettere di farti impressionare.

LUCAS                        È un po’ tardi, adesso, per i rimpianti e le recriminazioni, Hans. È la volontà del Signore e basta.

HANS                           E basta: esatto. Andrà benissimo per te, caro mio, benissimo… Tu perdi soltanto un genero e ne puoi scegliere quanti ne vuoi come lui, ma io? Io sai cosa perdo? Un figlio. Ecco cosa perdo. Ricordatelo: un figlio.

LUCAS                        Come puoi dire una cosa simile?

HANS                           Come posso dirla? La dico, e basta. Due figli dati alla peste e ora questo! Hai visto quella tonsura? Frate Martino!

LUCAS                        Non c’è un Ordine migliore di questo, neppure i Domenicani o i Francescani…

HANS                           Sembrava un uovo con la barba.

LUCAS                        …e lo hai detto tante volte anche tu.

HANS                           Be’, saranno cristiani anche loro sotto quelle maledette tonache.

LUCAS                        C’è della brava gente qua dentro – della gente importante – e tu lo sai.

HANS                           Sì, certo; gente brava, gente importante.

LUCAS                        Gente pia, dottissimi, uomini che hanno fatto l’Università come Martino…

HANS                           Dottissimi? Ce n’è qualcuno che non sa leggere neppure il suo nome.

LUCAS                        E con questo?

HANS                           E con questo? Io sono un minatore, non ho bisogno di libri. Non si può leggere sottoterra; però Martino è uno studioso.

LUCAS                        Certo che lo è.

HANS                           È dottore! E ora cos’è, me lo sai dire?

LUCAS                        Be’, è così: Dio ha vinto, tu hai perduto.

HANS                           Se la metà di questi frati non fa altro che lavar piatti e chiedere l’elemosina!

LUCAS                        Mi pare che sia ora di andarsene.

HANS                           Avrebbe potuto diventar qualcuno.

LUCAS                        Lo diventerà, con l’aiuto di Dio.

HANS                           Fammi il piacere! Avrebbe potuto essere un uomo di legge.

LUCAS                        E va bene: non lo sarà.

HANS                           Hai maledettamente ragione: non lo sarà. Non sarà mai nessuno, né per l’Arcivescovo, né per il Duca, né…

LUCAS                        Già.

HANS                           …né per nessun altro.

LUCAS                        Andiamocene.

HANS                           Proprio per nessun altro.

LUCAS                        Io me ne vado.

HANS                           Frate Martino!

LUCAS                        Hans!

HANS                           E tu lo sai perché, Lucas? Perché? Perché lo ha fatto?

Ormai Hans ripete la domanda solo come aspettasse una breve, ma diretta risposta.

HANS                           Perché lo ha fatto?

Lucas lo prende per un braccio.

LUCAS                        Andiamocene a casa.

HANS                           Perché? È questo che non riesco a capire. Perché?... Perché?...

LUCAS                        Andiamo a casa, su, andiamo a casa.

Escono. La campanella del convento suona. Alcuni monaci sono, in piedi, intorno al tavolo del refettorio. Dopo la preghiera si siedono e mangiano in silenzio mentre uno dei frati legge dinanzi a un leggio. Durante questa breve scena, Martino, indossando un grembiule sull’abito, serve gli altri frati.

LETTORE                  Quali sono gli strumenti per bene operare?

Primo, amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze.

Poi, amare il prossimo tuo come te stesso.

Poi, non uccidere,

Non commettere adulterio

Non rubare

Non desiderare la roba d’altri

Non dar falsa testimonianza

Onorare tutti gli uomini

Rinunziare a te stesso, per seguire Cristo

Mortificare il corpo

Non cercare la vita comoda

Amare il digiuno

Vestire gli ignudi

Visitare gli infermi

Seppellire i morti

Aiutare i bisognosi

Consolare gli afflitti

Nulla preferire all’amore di Cristo

Non cedere all’ira

Non serbare rancore

Non celare nel cuore l’inganno e la frode

Non far pace che non sia sincera

Temere il giorno del Giudizio

Aver paura dell’Inferno

Desiderare la vita eterna con tutto l’animo tuo

Aver sempre la morte dinanzi agli occhi

Vigilare costantemente sulle azioni della tua vita

Esser convinto che Dio ti vede ovunque

Sopprimere immediatamente per amore di Cristo i cattivi pensieri del tuo  cuore, e manifestarli al tuo padre spirituale

Tener lontani dalla tua bocca discorsi malvagi o depravati

Non parlar troppo

Non pronunciare parole vane o tali da provocare il riso

Ascoltare in letizia le sante letture

Consacrarti frequentemente alla preghiera

Ogni giorno, nelle tue preghiere, confessare a Dio i tuoi peccati con lagrime e sospiri

Non soddisfare i desideri della carne

Odiare la tua volontà

Ecco, questi sono gli strumenti dell’arte spirituale. Se li adopereremo, giorno e notte e ne renderemo conto nel giorno del Giudizio, allora riceveremo dal Signore quel premio che Egli ci promise: occhio non vide né orecchio ascoltò ciò che Dio tiene in serbo per coloro che lo amano. Questa è la bottega in cui eseguiremo con diligenza tutti questi compiti. Possa il Signore concedervi di seguire queste norme con la letizia di chi ama la bellezza spirituale, spargendo intorno a voi, col raccoglimento del vostro contegno, il dolcissimo profumo di Cristo.

La campanella suona di nuovo. I frati si alzano, chinano il capo in preghiera, poi si avviano in fondo dove si inginocchiano sui gradini. Martino, assistito da un frate, sparecchia la tavola. Poco dopo i frati si prostrano e alla luce delle torce ha inizio la confessione comune. Martino ritorna e si prostra nel proscenio, dietro gli altri. Tutta questa scena sarà incalzante, recitata in sordina, quasi sussurrata, confidenziale e segreta, come una preghiera.

FRATE                         Confesso a Dio, alla Vergine Maria e al nostro Santo Padre Agostino; a tutti i Santi e a tutti i presenti, che ho gravemente peccato col pensiero, le parole e le opere, per mia colpa, mia massima colpa. Pertanto supplico Maria Benedetta e tutti i Santi del Signore e voi tutti qua riuniti, di pregare per me. Confesso di avere lasciato la mia cella per recarmi all’Uffizio Notturno senza lo scapolare e di avere dovuto tornar indietro a prenderlo. Il che costituisce una trasgressione mortale del primo grado dell’umiltà, quello della obbedienza immediata. Per questa mia mancanza verso Cristo io, confuso, chiedo perdono e imploro la punizione che il Padre Priore e la comunità vorranno infliggermi

MARTINO                   Un verme io sono e non un uomo, oggetto di obbrobrio e di scherno. Schiacciate il verme che è in me, calpestatemi.

FRATE                         Confesso di avere sbagliato tre volte nell’Oratorio, al Salmo e all’Antifona.

MARTINO                   Stavo lottando contro un orso in un giardino senza fiori, che immetteva in un deserto. Le grinfie della bestia mi facevano sanguinare le braccia, tentavo di aprire un cancello che mi avrebbe ridato la libertà. Ma il cancello non era un cancello – era soltanto un vuoto attraverso il quale io avrei potuto passare – ma ero coperto di sangue. Vidi una donna nuda che cavalcava una capra e la capra cominciò a bere il mio sangue e io credetti di svenire dal dolore e mi svegliai nella mia cella, tutto inzuppato del bagno di Satana.

FRATE                         Che frate Norberto ricordi anche di essersi interrotto mentre lavorava in cucina.

FRATE                         Lo ricordo e lo confesso in tutta umiltà.

FRATE                         E ricordi anche la sua ancor più grave trasgressione per non essersi presentato immediatamente dinanzi al Padre Priore e alla comunità a far penitenza del suo peccato, aumentando così la sua colpa.

MARTINO                   Sono solo. Solo e contro me stesso.

FRATE                         Lo confesso. Lo confesso e vi imploro di pregare perché mi sia inflitta la punizione più dura per quanto ho fatto.

MARTINO                   Come posso giustificarmi?

FRATE                         Consolati, sarai punito, e severamente.

MARTINO                   Come posso trovare giustificazione?

FRATE                         Confesso di non essermi alzato dal letto con la dovuta sollecitudine. Sono arrivato all’Uffizio Notturno dopo il Gloria del XCIV salmo e, pur avendo mostrato di fare ammenda della mia onta col non prendere il mio posto nel coro e il restarmene invece nel luogo stabilito dal Padre Priore per chi commette tale peccato di negligenza, affinché questi possa essere veduto da tutti, la mia colpa è troppo grave e chiedo di essere punito.

MARTINO                   Mi trovavo in mezzo a un gruppo di uomini e donne, completamente vestiti, e giacevamo gli uni sugli altri in sette, otto file ben ordinate, che diventarono sempre più alte fino a trasformarsi in una pila umana tanto terrorizzante per me che, pur trovandomi in cima, mi misi a gridare: «E quelli che son rimasti sotto? Sotto a tutti? E quelli in mezzo?». Ci alzammo con ordinata lentezza e, guardandoci intorno, ci accorgemmo che di coloro schiacciati – non restavan ormai che le vesti – le vesti là in terra e ben piegate – solo le vesti restavano là in terra e ben piegate.

FRATE                         Ho dimenticato di tenere pronta la candela per la Messa.

FRATE                         Due volte, nella mi accidia, non mi sono fatto la barba e ho persino cercato di scusarmi con il pretesto che la mia pelle è più chiara di quella dei miei fratelli e la mia barba meno dura e, così, meno obbligante il mio dovere. Sono stato vano e accidioso e chiedo perdono e penitenza.

MARTINO                   Se la mia carne volasse via e si dissolvesse, se potessi vivere solo come ossa, se fossi costruito di ossa, ridotto a ossa e cervello, cuore osseo e calore solo nei capelli, mi sentirei di brandirmi senza paura – senza paura – potrei essere indistruttibile.

FRATE                         Ho chiesto di fare un bagno con la scusa che era necessario alla mia salute, ma quando immersi il mio corpo nell’acqua compresi che si trattava soltanto di appagare una intemperanza. Era piuttosto la mia anima che aveva bisogno di essere lavata.

MARTINO                   Le mie ossa mi abbandonano. Le mie ossa mi tradiscono e si sfasciano. Si dissolvono, e tutto ciò che resta di me è midollo raschiato e gelatina inerte.

FRATE                         Che frate Paolino ricordi la visita al vicino convento dei nostri fratelli e come egli in città abbia alzato gli occhi più di una volta su una donna che gli stava facendo l’elemosina

FRATE                         Lo ricordo e chiedo perdono.

FRATE                         Ricordi anche che per quanto il nostro Padre Agostiniano non ci vieti di vedere donne, Egli ci biasima se le desideriamo ovvero se desideriamo essere l’oggetto del loro desiderio. Poiché non solo col contatto o esternando sentimenti, ma anche con un semplice sguardo, si può turbare un cuore femminile. Non puoi dire che la tua mente è pura se i tuoi occhi sono lascivi. Occhio impudico, cuore impudico. Anche se non corra parola o gesto impuro, quando cuori non puri si dimostrato con lo sguardo una reciproca inclinazione godono della reciproca brama, distruggono la propria innocenza. Colui che posa i suoi occhi su una donna e trae piacere dallo sguardo di lei, non pensi di passare inosservato ai suoi fratelli.

MARTINO                   Confesso di avere gravemente peccato di orgoglio poiché non sempre ho accettato lietamente il peggio e l’infimo di ogni cosa. E non ho voluto riconoscere non solo apertamente con me stesso, ma neanche nel profondo del cuore, di essere ben povera cosa e di valere meno di chiunque altro.  Per varie settimane, e mi sono sembrate molte, sono stato messo a pulire latrine. L’ho fatto, e l’ho fatto senza indolenza, con energia e con zelo, senza protestare o lamentarmi con alcuno. Ma pur avendo adempiuto al mio dovere – e quel che ho fatto l’ho fatto bene – talvolta il mio cuore ha mormorato. Ho pregato perché il mio cuore cessasse di mormorare sapendo che a Dio – che legge nei cuori – non sarebbe stato accetto il mio lavoro e quindi era come se non l’avessi fatto. Mi sono rivolto al mio superiore ed egli mi ha punito imponendomi due giorni di digiuno. Ne ho fatti tre, ma anche così non sono sicuro che il mio cuore abbia cessato di mormorare. Vi chiedo di pregare perché mi sia concesso di continuare nello stesso lavoro.

FRATE                         Che frate Martino si ricordi di tutti i gradi della umiltà e continui a pulire le latrine.

La campanella del convento suona. Dopo essere rimasti prostrati alcuni secondi, tutti i frati, compreso Martino, si alzano e si avviano verso il Coro. L’Uffizio comincia (Versetto, Antifona, Salmi) e Martino si confonde tra gli altri frati. Dopo poco si ode un gemito violento, ma sommesso, appena percettibile tra le altre voci: gemito che diventa poi più forte e più disperato, con grida violente che creano una certa confusione nel settore dov’è Martino. Il canto continua e soltanto alcune teste si voltano a guardare. Sembra che lo scompiglio sia cessato. Martino appare vacillando fra gli scanni. Molte braccia si tendono verso di lui, ma non riescono a fermarlo: ormai tutti lo possono vedere con i muscoli rigidi, il respiro sospeso, scuotersi, senza più possibilità di controllo. È in preda a un attacco di convulsioni. Due frati lo afferrano, ma Martino si contorce con tale violenza che non riescono a tenerlo. Martino cerca di parlare con sforzo immane e riesce, finalmente a urlare, una parola alla volta.

MARTINO                   No!... Io, no! No!!

L’attacco raggiunge lo spasimo e Martino indietreggia come se si fosse morsicato la lingua e la sua bocca fosse piena di saliva e di sangue. Altri due frati vengono in suo aiuto e Martino riesce quasi a divincolarsi, ma crolla e i frati riescono a trascinarlo via quando sta per vomitare. L’Uffizio continua come se nulla fosse accaduto.

Scena seconda

Un coltello da macellaio, ma enorme, è sospeso orizzontalmente in alto con il filo della lama volta in su. Dal coltello pende il torso nudo di un uomo a testa in giù. Sotto, un enorme cono, come l’interno di un barile, circondato dall’oscurità.

Dal fondo, in apparenza lontanissima, una figura nera si profila contro l’accecante luce interna e diventa, poi, più visibile. La figura si avvicina attraversando la base del vasto cono e si ferma quando arriva all’apertura di questo, verso il proscenio. È Martino, smagrito e grondante di sudore.

MARTINO                   Io persi il corpo di fanciullo, il corpo di un fanciullo, gli occhi di un fanciullo; e questo fin dal primo suono della mia voce infantile. Persi il corpo di fanciullo. E mi spaventai, e tornai indietro a cercarlo. E – ancor oggi – ho paura, paura…e basta! Ma io intendo dire… (urlando) …sempre! Ho paura del rumore che fa il cane del Priore nel silenzio della sera, quando si rotola sul fianco e si lecca i denti. Ho paura del buio e del suo vuoto. Lo vedo quel vuoto ogni giorno, a una certa ora! Qualche giorno persino più di una volta, e non ha fondo quel vuoto, e non ha fondo per il mio respiro, e non posso arrivarci. Perché? Me lo volete dire perché? Un pugno chiuso mi stringe le viscere, le immobilizza, e devo starmene seduto tutto in sudore nella mia cella, nella mia celletta di frate, per liberarmi di quella stretta. Il corpo perduto di un fanciullo appeso al capezzolo della madre, accanto al corpo grande e caldo di un uomo. Ed io non posso ritrovarlo.

Scende e si allontana dalla luce abbagliante dell’interno del cono e va nella sua cella sulla sinistra. Si inginocchia accanto al letto, prova a pregare, ma dopo un momento si abbatte al suolo. Appare da destra una processione di frati, che portano diverse vesti sacerdotali, candele e oggetti per la Messa. In testa alla processione è frate Weinand. Passano davanti alla cella di Martino e dopo alcune parole proseguono, lasciando frate Weinand con Martino, e spariscono in fondo a sinistra entro una specie di cornamusa dell’epoca, enorme, molle, e dall’aspetto assurdo e osceno. 

WEINAND                Frate Martino! Frate Martino!

MARTINO                 Sì?

WEINAND                È arrivato tuo padre.

MARTINO                   Mio padre?

WEINAND                  Ha chiesto di vederti, ma io gli ho detto che era meglio dopo.

MARTINO                   Dov’è?

WEINAND                  Sta facendo colazione col Priore.

MARTINO                   È solo?

WEINAND                  No: ci sono con lui almeno una ventina di amici.

MARTINO                   C’è anche mia madre?

WEINAND                  No.

MARTINO                   Ma che è venuto a fare? Avrei dovuto dirgli di non venire.

WEINAND                  Sarebbe strano che un padre non venisse ad assistere alla prima Messa del figlio.

MARTINO                   Non mi aspettavo che sarebbe venuto. E perché non me lo ha detto?

WEINAND                  Be’, in ogni modo ora è qui, e ha dato anche venti fiorini di regalo al Capitolo. Vuol dire che non è poi tanto scontento di te.

MARTINO                   Venite monete d’oro?

WEINAND                  Allora, sei pronto?

MARTINO                   Tre volte tanto quanto gli è costato mantenermi all’Università.

WEINAND                  Non mi sembri pronto. Sei di nuovo tutto un sudore. Ti senti male?

MARTINO                   No.

WEINAND                  Aspetta, che ti asciugo la faccia. Non c’è molto tempo. Sei proprio sicuro di non sentirti male?

MARTINO                   Sono solo gli intestini che non funzionano. Ma ci sono abituato.

WEINAND                  Ti sei fatto la barba?

MARTINO                   Sì, prima della confessione. Perché, credi che me la dovrei fare di nuovo?

WEINAND                  No, qualche peluzzo dimenticato non sarà cosa grave, non più che dimenticare qualche peccatuccio immaginario. Ecco, così va meglio.

MARTINO                   Che vuoi dire?

WEINAND                  Stavi grondando sudore come un maiale nella bottega del beccaio. Lo conosci quel detto? La malinconia prepara la strada al diavolo.

MARTINO                   No, no; cosa intendevi quando hai parlato di dimenticare dei peccati immaginari?

WEINAND                  Voglio dire che c’è una quantità di preti che amministrano i Sacramenti con gli orecchi sporchi. Ma non è il momento per questi discorsi. Su, Martino, andiamo; tu non hai nulla da temere.

MARTINO                   Come lo sai?

WEINAND                  Tu parli come se da un momento all’altro ti aspettassi di essere colpito alle spalle da un fulmine.

MARTINO                   Ma spiegami quello che hai voluto dire.

WEINAND                  Ho semplicemente voluto dire che tutto il convento sa che tu t’inventi continuamente dei peccati che tu non hai commesso. Non è così? E nessun confessore con un po’ di cervello ti darà più retta.

MARTINO                   A che serve tutto questo parlar di contrizione se non l’ho nel cuore?

WEINAND                  Padre Nathin mi ha detto che ancora l’altro ieri ti ha dovuto punire perché eri in uno stato di vero isterismo per certi versetti dei Proverbi o qualcosa di simile.

MARTINO                   «Guarda di conoscere bene lo stato delle tue pecore».

WEINAND                  E tutto, a quanto pare, per la interpretazione di una parola. Ma quando imparerai? Devi pur renderti conto di quello che fai. Ci sono dei fratelli che ridono di te, apertamente; si burlano di te e dei tuoi scrupoli. Hanno torto, lo so, ma tu devi capire perché lo fanno.

MARTINO                   Sono le singole parole che mi turbano.

WEINAND                  Hai appena finito di confessarti e ti stai avviando all’altare che già invochi di nuovo un prete. Dicono che corri dal confessore tutte le volte che molli un peto.

MARTINO                   Questo dicono?

WEINAND                  È la loro battuta preferita.

MARTINO                   Ah, così dicono.

WEINAND                  Qui, Martino, sei protetto da molti dei mali del mondo. Il tuo dovere però è di dominarli questi mali, non di esserne ossessionato. Il Signore, nella Sua infinita misericordia, ci comanda di avere speranza. Certa di tenertelo a mente.

MARTINO                   Ma sei proprio tu a dirmi questo? A cosa mi è servito entrare in questo Ordine? Non sono sempre lo stesso? Invidioso, impaziente, preda delle passioni?

WEINAND                  È una domanda da farsi?

MARTINO                   La faccio. E la faccio a te! A cosa mi è servito?

WEINAND                  Tutto ciò che possiamo imparare è come si deve morire.

MARTINO                   Non è una risposta.

WEINAND                  È la sola che so darti in questo momento. Andiamo.

MARTINO                   Qui dentro mi avete insegnato solo a dubitare.

WEINAND                  Se appena ti è concessa la minima lode, ecco che per un po’ ti rincuori; ma alla minima prova di peccato o di morte che sfiori il tuo passo, crolli. Non è forse così?

MARTINO                   Ma è questo che mi avete insegnato, è tutto quello che mi avete insegnato; e intanto io vivo preda del demonio.

WEINAND                  Mi fa male vederti così, a succhiare angosce come una sanguisuga.

MARTINO                   Mi starai accanto, là, vero?

WEINAND                  Certo, e se qualche cosa non andrà come deve andare, o ti dimentichi qualche parola…be’, ci penseremo noi. Ma tutto andrà bene, non commetterai errori.

MARTINO                   Ma se commettessi un errore solo? Una parola? Una parola – un peccato.

WEINAND                  Martino – inginocchiati.

MARTINO                   Perdonami, fratello Weinand, ma la verità è questa, di…

WEINAND                  In ginocchio.

MARTINO                   (si genuflette) È questa, proprio questa: che tutto quello che servo, tutto quello che riesco a servire, è l’odio di Dio.

WEINAND                  Ripeti il Credo degli Apostoli.

MARTINO                   È ingordo, non è mai soddisfatto, mi divora. Mi divora, e poi mi vomita a pezzi!

WEINAND                  Ripeti con me: «Io credo in Dio Padre Onnipotente, Creatore del cielo e della terra…»

MARTINO                   Sono un truogolo. Te lo assicuro, e lui ci sbevazza dentro, senza darmi tregua.

WEINAND                  «E in Gesù Cristo, Suo unico Figliuolo, Signor nostro…»

MARTINO                   «E in Gesù Cristo, Suo unico Figliuolo, Signor nostro…»

WEINAND                  «Il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato…»

MARTINO                   (quasi in un soffio) «Fu crocefisso, morto e seppellito; discese all’inferno; il terzo dì risuscitò da morte; salì al Cielo, siede alla destra di Dio Padre Onnipotente; di là ha da venire a giudicare i vivi e i morti». Ogni sorger di sole è un canto alla morte.

WEINAND                  «Io credo…»

MARTINO                   «Io credo…»

WEINAND                  Continua.

MARTINO                   «Io credo nello Spirito Santo, la Santa Chiesa Cattolica, la Comunione dei Santi, la remissione dei peccati…»

WEINAND                  Ripeti.

MARTINO                   «…la remissione dei peccati…»

WEINAND                  Ripeti ancora.

MARTINO                   «Credo nella remissione dei peccati».

WEINAND                  Ci credi? Allora ricordati questo: San Bernardo afferma che quando nel Credo degli Apostoli diciamo: «Credo nella remissione dei peccati» ciascuno di noi deve credere che i suoi peccati gli sono perdonati. Allora?

MARTINO                   Vorrei che i miei intestini funzionassero. Sono bloccato, chiuso come una vecchia cripta.

WEINAND                  Cercherai di ricordartelo, Martino?

MARTINO                   Sì, cercherò.

WEINAND                  Bravo. E ora preparati. Su, ti aiutiamo noi.

Alcuni frati escono dalla cornamusa, con vestimenta ecc. ed aiutano Martino a vestirsi.

MARTINO                 Quanto hai detto che mio padre ha regalato al Capitolo?

WEINAND                Venti fiorini.

MARTINO                   È una bella somma per mio padre. È un minatore, sai?

WEINAND                  Sì, me lo ha detto.

MARTINO                   È un uomo duro mio padre. Dove siederà?

WEINAND                  Nelle prime file, immagino. Sei pronto?

La campanella suona. Dalla cornamusa esce la processione

MARTINO                 Grazie, fratello.

WEINAND                Di cosa? Una giornata come questa sarebbe una gran prova per chiunque. Tra poco, per la prima volta, terrai fra le tue mani il Corpo e il Sangue di Cristo. Dio ti benedica, figliolo (Fa il segno della croce e gli altri frati escono)

MARTINO                 In qualche posto – nel corpo di un fanciullo – Satana previde in me quel che io ora sto soffrendo. Ecco perché mi prepara ogni sorta di trabocchetti e di tranelli per attirarmi giù, perché io mi domandi se sono davvero il solo ad essere adescato, ad essere circondato da incubi, ad avere paura di muovermi.

WEINAND                (ora veramente irritato) Sei un pazzo. Un pazzo. Dio non ce l’ha con te. Sei tu che ce l’hai con Lui. (Esce).

Gli altri frati attendono Martino, che si inginocchia.

MARTINO                Oh, Maria, Vergine Santa, tutto quello che io vedo di Cristo è la Sua fiamma e la Sua collera sul raggio di un arcobaleno. Implora il Figlio Tuo di spegnere la Sua ira perché io non posso alzare gli occhi verso di Lui. Sono forse io il solo, il solo a vedere tutto questo e a soffrire?

Si alza, si unisce alla processione e sparisce con essa. Si sente poi che la Messa ha inizio, fuori scena. La scena è vuota. Poi la luce dentro al cono aumenta e diviene più abbagliante e, dopo un po’, Martino riappare, attraversa il cono e viene avanti verso il pubblico. Ha in braccio un bimbo nudo. Scende dal cono, avanza verso il proscenio e rimane immobile.

MARTINO                 E così, la lode finì, e cominciò la bestemmia.

Martino rientra nel cono, la luce si spegne e la Messa ha termine.

Scena terza

Il refettorio del convento; alcuni frati sono a tavola con Hans e Lucas. Lucas sta chiacchierando animatamente con alcuni di essi, mentre Hans rimugina tra sé. Ha bevuto molto vino in poco tempo e il suo cervello comincia a scaldarsi.

HANS                        (a Weinand) Che ne direste di darmene un altro goccetto, eh? Se sperate di cavarvela con così poco state fresco! Voglio rifarmi dei miei venti fiorini prima che venga notte. Dopo tutto, è stato un gran giorno per tutti quanti. Dico bene?

LUCAS                      Benissimo.

WEINAND                Scusatemi, non avevo visto. (Riempie il bicchiere di Hans).

HANS                        (cerca di essere amichevole). A chi volete darla a intendere! Niente sfugge a voi frati. I vostri occhi sono succhielli e i vostri orecchi, fogne spalancate. Avanti, su, cosa ne pensate di frate Martino?

WEINAND                È un buon frate, molto devoto.

HANS                        Capisco, capisco: non potete sbottonarvi troppo sui vostri compagni, eh! In un certo senso siete un po’ come una squadra, voialtri. Ma ditemi un po’: secondo voi, in questo convento, o in un altro qualsiasi, secondo voi, la forza di tutta la squadra è uguale a quella del più debole dei suoi componenti?

WEINAND                No, questo no.

HANS                        Secondo voi, allora – badate bene, non intendo far critiche, me ne interesso solo date le circostanze – secondo voi un cattivo frate, diciamo, per esempio, un frate mostruosamente cattivo, una carogna di frate, se proprio si mettesse a farne di tutti i colori, secondo voi non finirebbe per dare a quest’ordine una così cattiva reputazione da doverlo – come dicono ora? – da doverlo liquidare? Sì, liquidazione. Questa è la parola. Voi siete un uomo istruito, conoscete il greco e il latino e l’ebraico…

WEINAND                Solo il latino, temo, e un pochettino di greco.

HANS                        (che ha finalmente lo spunto per una innocente vanteria). Davvero? Martino conosce il greco, il latino, e mi dicono che sia a buon punto con l’ebraico.

WEINAND                Martino è eccezionale. Non siamo tutti dotati come lui.

HANS                        No, certo: ma insomma, cosa mi rispondete?

WEINAND                Secondo me la Chiesa è più grande di quelli che ne fanno parte.

HANS                        D’accordo, d’accordo: ma non credete che anche pochi basterebbero a screditarla?

WEINAND                Molti ci hanno provato, ma la Chiesa è ancora lì. E poi, una voce umana è debole e il mondo è grande. La Chiesa però arriva dappertutto e la sua voce si fa sentire ovunque.

HANS                        E quel tale Erasmo, allora?

WEINAND                (con garbo, sapendo che Hans nulla sa di Erasmo). Sì?

HANS                        Erasmo. (Sperando che Weinand raccolga). E lui, allora? Cosa ne dite?

WEINAND                Erasmo, certo, è un grande studioso, rispettato in tutta Europa.

HANS                        (seccato della lezione). Andiamo, chi sia Erasmo lo so anch’io, non c’è bisogno che me lo diciate voi: vi ho chiesto cosa ne pensate.

WEINAND                Cosa ne penso – io – di Erasmo?

HANS                        Santo cielo! Volete smetterla di sguizzar via come un’anguilla evitando le risposte? Non critica la Chiesa, lui, o pressappoco?

WEINAND                Si tratta di uno studioso, e le sue critiche possono essere utilmente discusse solo da altri studiosi.

LUCAS                      Non vi lasciate trascinare in discussioni! Hans discuterebbe su tutto, specialmente quando non sa quel che dice.

HANS                        So benissimo quel che dico. Facevo semplicemente una domanda.

LUCAS                      In un giorno come questo non dovresti far domande. Rifletti, Hans…

HANS                        E che sto facendo, donnicciola svenevole, che non sei altro!

LUCAS                      È una cosa che succede una volta sola nella vita, come un matrimonio, se vogliamo.

HANS                        O un funerale. A proposito, dov’è il cadavere? Eh? Dov’è frate Martino?

WEINAND                Penso che sia ancora nella sua cella.

HANS                        A far cosa?

WEINAND                Sta benissimo, è solo un po’…agitato.

HANS                        (cogliendo la palla al balzo, felice). Agitato! Agitato! E perché è agitato?

WEINAND                Per un’anima sensibile celebrare la prima Messa può essere una grande prova.

HANS                        Ah, il pane, il vino e tutto il resto…?

WEINAND                Certo. E ci sono tante cose da tenere a mente.

LUCAS                      Io non so come fanno a ricordarsi di tutto.

HANS                        Lo so benissimo: non credevo mica che inventasse tutto lì per lì! Lo sa che siamo tutti qui ad aspettarlo? Non gliel’ha detto nessuno che siamo qua?

WEINAND                Non può tardare molto. Ecco, bevete un altro bicchiere del nostro vino. Ha semplicemente voluto restar solo per un po’, prima di veder gente.

HANS                        Credevo che ne avesse avuto abbastanza di star solo.

WEINAND                È probabilmente anche un po’…inquieto all’idea di rivedervi.

HANS                        Perché dovrebbe essere inquieto?

LUCAS                      Be’, tra l’altro sono circa tre anni dacché ti ha visto l’ultima volta.

HANS                        Sono io che ho visto lui. Lui non mi vide

Entra Martino.

LUCAS                      Finalmente, figliolo! Stavamo domandandoci cosa ti era successo. Vieni, siediti qua, da bravo. Fra me e tuo padre abbiamo quasi asciugato la cantina del convento. E, per me, è troppo presto cominciare a questa ora.

HANS                        Parla per te, allocco, che hai già gli occhi di fuori! Se non abbiamo neppure incominciato!

LUCAS                      Figliolo, ti senti bene? Sei così pallido!

HANS                        Sta benone. Frate Martino! Frate Lazzaro dovrebbero chiamarti!

Hans ride e Martino sorride allo scherzo. Martino è cauto, e così Hans, che studia la situazione.

MARTINO                 Grazie, Lucas, sto bene.

HANS                        Hai dato di stomaco?

MARTINO                 Sto molto meglio, ora, padre, grazie.

HANS                        (implacabile). Ti fa male il pancino? È questo che hai? Troppi digiuni, immagino. (Nascondendo la sua apprensione). Hai la faccia di un morto che cammina.

LUCAS                      Vieni, bevi un goccio. Ti è permesso, no? Ti farà star meglio.

HANS                        La conosco quella faccia bianca: l’ho vista già troppe volte. Hai vomitato, vero?

LUCAS                      Ha già cambiato un po’ faccia. Un goccio di vino gli ridarà colore. Stai bene, vero, figliolo?

MARTINO                 Sì, ma tu…

LUCAS                      Sta bene. Lo vedete che sta meglio? Sta benone.

HANS                        Hai vomitato nella tua cella, dappertutto, immagino. (A frate Weinand) Dovrà pulire tutto da sé, vero?

LUCAS                      (A Martino) Povero figliolo, non ci pensare più. Se sei stato male, per forza ti sei fatto aspettare.

HANS                        Stavolta, non c’è la mamma che viene a pulire per terra, a ginocchioni.

MARTINO                 Ho pulito tutto da me. Tu, piuttosto, come stai?

HANS                        (intuendo un assalto, ma deciso a non perder l’iniziativa). Io? Io sto benone. Vero, Lucas? Io sto bene sempre. Il tuo vecchio è ancora in gamba, perché la gente come noi, come Lucas e me, deve star bene per forza: se non siamo sani e forti in un momento ci liquidano, ci fanno piegare il groppone, o le ginocchia…o qualcos’altro. Ci piegano e liquidano: e questo non ce lo possiamo permettere perché se ci liquidano è la fine. Dobbiamo resistere come meglio possiamo. È la vita, no? 

MARTINO                 Quando sento qualcuno parlare così non capisco mai bene cosa vuol dire.

LUCAS                      A tuo padre le cose stanno andando bene, Martino. Ha investito i suoi soldi nella miniera e ora lavora per se stesso, capisci? Così fanno tutti, oramai.

MARTINO                 (a Hans) Sarai contento.

HANS                        Sono contento di far quattrini, ma non son contento di rompermi la schiena per farli.

MARTINO                 Come sta mia madre?

HANS                        Non c’è male. Troppo lavoro e troppi figli, ecco tutto. (Nascondendo il suo imbarazzo) Mi dispiace che non sia potuta venire, ma è un viaggio schifoso, e poi tutto il resto…così ti manda un abbraccio. Ah, c’era anche una torta, ma mi hanno detto (rivolgendosi a Weinand) che non potevo dartela, che la dovevo consegnare al Priore.

MARTINO                 È la regola, padre. Te ne eri dimenticato?

HANS                        Be’, spero che in ogni modo te ne toccherà un pezzetto. L’ha fatta con tanta cura! A proposito: la figlia di Lucas ti manda a salutare.

MARTINO                 Oh, grazie. Come sta?

HANS                        Vero, Lucas, che ci ha detto di salutare Martino?

LUCAS                      Oh, parla spesso di te, Martino. Anche ora. È sposata, sai.

MARTINO                 Non lo sapevo.

LUCAS                      Ha due bambini, un maschio e una femmina.

HANS                        Anzi, due in vetrina e uno in ordinazione, dico bene Lucas?

LUCAS                      Sì, ehm. È proprio una brava mammina.

HANS                        Che vuoi meglio di così! È il solo modo di fregare Satana e di fargli marameo quando viene a trovarti: spiattellargli davanti i figli. Questo se sei stato fortunato e la peste te li ha risparmiati. È l’unico modo per fregarlo: spiattellarglieli in faccia! Allora sì che ce l’hai fatta e per sempre. Per sempre. Amen. (Pausa). Su, frate Martino, non trascurare i tuoi ospiti. Il povero Lucas è lì col bicchiere vuoto come il ventre di una suora, vero, imbecille di un ubriacone?

MARTINO                 Oh, scusatemi.

HANS                        Così, bravo. E non dimenticare il tuo vecchio papà. (Pausa). Ecco – come ti dicevo – mi dispiace che tua madre non sia venuta, ma non credo che si sarebbe, dopotutto, divertita molto, per quanto le sarebbe certo piaciuto vedere suo figlio celebrare la Santa Messa. Una madre, dopo la cerimonia, dovrebbe ballare col figlio, no? Come Cristo ballò con sua madre. Be’, non me la immagino tua madre che balla. Forse tu pensi che invece ballerò io con te?

MARTINO                 Non sei obbligato a farlo, padre.

HANS                        È come quando si accompagna una figlia all’altare, no?

MARTINO                 Penso di sì.

Finora hanno tutti e due evitato un contatto diretto, ma ora si guardano e si lasciano un po’ andare.

HANS                        (incoraggiato). Capperi…pensandoci bene, lo sai che sembri una donna vestito così?

MARTINO                 Non una di quelle che piacciono a te, padre.

HANS                        E cosa ne sai tu, eh? Cosa ne sai? (Ride per un attimo). Allora, frate Martino?

MARTINO                 Allora? (Pausa). Ti hanno dato del pesce? O dell’arrosto, eh, ti piacerebbe un po’ di arrosto?

HANS                        Frate Martino, frate Martino…allora, frate Martino, ti sei sentito un re là sull’altare, vero? Eppure io non avrei voluto essere nei tuoi panni per tutto l’oro del mondo. Tutta quella gente a guardarti, ad ascoltarti, a sorvegliare ogni parola che pronunciavi, a spiare ogni minimo movimento per cogliere anche un errore da nulla. Non ti potevo staccare gli occhi di dosso. A un certo punto, credevamo tutti che non ce l’avresti fatta, vero, Lucas?

LUCAS                      Abbiamo avuto qualche attimo di apprensione…

HANS                        Apprensione! Altroché! Dentro di me pensavo: non ce la fa, non ce la fa. Qual era quel punto, il più difficile, quando ti sei fermato e…frate…

MARTINO                 Weinand.

HANS                        Weinand, esatto; frate Weinand, tanto buono. Ti ha aiutato, anzi, ti ha addirittura sorretto a un certo punto, vero?

MARTINO                 Sì.

WEINAND                È una cosa che capita spesso a un prete giovane,  alla sua prima Messa.

HANS                        Aveva l’aria di non sapere più se era Pasqua o Natale. Per un po’ abbiamo creduto che non andasse più avanti, eh? Tutti che aspettavamo e non succedeva niente. A che punto è stato, Martino, a che punto?

MARTINO                 Non mi ricordo.

HANS                        Ma sì che te lo ricordi, quel punto, quando ti sei fermato!

MARTINO                 (borbotta in fretta). «Ricevi, o Signore, Dio, Eterno e Onnipotente, questa Ostia Santa che io, indegno servo, Ti offro per i miei innumerevoli peccati di commissione e di omissione, e per tutti i presenti e per tutti i fedeli cristiani vivi e defunti, così che possa servire alla loro salvezza o vita eterna». Quando entrai in convento volevo parlare con Dio direttamente – senza timidezza volevo parlargli, ma quando il momento è arrivato la lingua mi si è seccata – come sempre.

LUCAS                      Non è vero, Martino, è stato un attimo solo, eppoi…

MARTINO                 Grazie a frate Weinand. Perché, padre, ti dispiace tanto che io sia qua?

HANS                        (offeso da questa domanda diretta). A me? Che vuoi dire? A me non dispiace affatto.

MARTINO                 Cerca di darmi una risposta precisa, se puoi. Ci tengo molto.

HANS                        Cosa dici mai, frate Martino, non sai quello che dici. Il guaio è che non hai bevuto abbastanza.

MARTINO                 E non dirmi che avrei potuto diventare un uomo di legge.

HANS                        Be’, è proprio quello che avresti potuto diventare, e anche di più. Borgomastro, giudice, cancelliere: a qualsiasi posizione avresti potuto aspirare. Be’, preferisco non parlarne. Ma cos’hai? Comunque, non voglio parlarne davanti a estranei.

MARTINO                 Mi fai disgusto.

HANS                        Ah, sì? Ti ringrazio, frate Martino; grazie per avermi detto la verità.

MARTINO                 Non è la verità. Non è affatto la verità. Stai bevendo troppo, padre, e io…

HANS                        Bevendo troppo! Non lo sai che potrei bere di questa piscia di convento da qui a quando suona la tromba dell’Arcangelo Gabriele? A parte il fatto che, a quanto raccontano, quella può suonare anche domani, quindi che differenza fa? (Hans beve) È questo il vino che usate? Questo? Be’, sono io ora che faccio una domanda diretta: è questo il vino che usate? (A Martino) Su, bevi. (Martino beve). Lo sai come dicono?

MARTINO                 Come dicono?

HANS                        Tu sei pane e tu sei vino, e in eterno sarai tale.

Pausa.

MARTINO                 Mio padre ha voglia di scherzare. È un uomo molto religioso, io lo so. (Alcuni frati si sono alzati per andarsene. Martino a Lucas) Ora frate Weinand vi mostrerà il convento; se avete finito, naturalmente.

LUCAS                      Volentieri. Ho mangiato e bevuto a sazietà. Allora, frate Weinand, vogliamo andare? Torno a riprenderti, Hans? Tu resti qua.

HANS                        Come vuoi.

LUCAS                      (a Martino). Hai una cera migliore, figliolo. Arrivederci. Ma tanto ti rivedo prima di andarmene, no?

MARTINO                 Certo.

Escono tutti e Hans e Martino rimangono da soli. Pausa.

HANS                        Martino, non intendevo metterti in imbarazzo.

MARTINO                 La colpa è stata mia.

HANS                        Non intendevo farlo, così, davanti a tutti.

MARTINO                 Non avrei dovuto farti una domanda come quella. Ma è stato un colpo rivederti all’improvviso, dopo tanto tempo. Vedi, è che la maggior parte della giornata la passo in silenzio, meno che durante l’Uffizio; e a me piace cantare, tu lo sai, ma parlare si parla poco, eccetto che al proprio confessore. Avevo quasi dimenticato la tua voce.

HANS                        Dimmi, figlio, cos’è che ti ha fatto imbrogliare a quel modo durante la Messa?

MARTINO                 Sei rimasto deluso, vero?

HANS                        Voglio saperlo, ecco tutto. Sono un uomo semplice, non uno studioso come te, ma le cose le vedo. Tu sei istruito, parli il greco, il latino, l’ebraico. Sin da quando eri piccino ti hanno insegnato a tenere a mente ogni cosa. Un uomo come te non si dimentica, così, di quello che ha da dire…

MARTINO                 Non so spiegarmi ciò che è accaduto. Ho alzato gli occhi verso l’Ostia e mentre pronunciavo le parole che dovevo pronunciare le ho sentite come se le udissi per la prima volta e di colpo sono rimasto fulminato.

HANS                        Non lo so – non lo so – forse, dopotutto, tuo padre e tua madre hanno torto e il Signore ha ragione. Forse, qualunque sia la cosa che cerchi, la potevi trovare soltanto facendoti frate. Forse la risposta è questa.

MARTINO                 Tu, però, non ne sei convinto, vero?

HANS                        No.

MARTINO                 Spiegami allora cosa vuoi dire.

HANS                        E va bene, se ci tieni te lo dico. Per me, un uomo si assassina quando si chiude in un luogo come questo.

MARTINO                 (ritirandosi immediatamente). Io sono consacrato. Non uccido altri che me stesso.

HANS                        Sarà, ma la cosa mi fa rabbrividire. Ed è per questo, se lo vuoi proprio sapere, che non ho potuto portare tua madre.

MARTINO                 Il Vangelo è la sola madre che io abbia mai avuto.

HANS                        (trionfante). E non hai mai letto nel Vangelo…Non lo sai cosa c’è scritto? C’è scritto «Onora il padre e la madre».

MARTINO                 Tu non mi capisci perché non mi vuoi capire.

HANS                        Il tuo sarà un bel parlare, oh, sì, bello e santo, ma non mi convinci, Martino. Non mi convinci perché tu non potrai mai, checché tu faccia, non potrai mai liberarti del tuo corpo, perché è nel tuo corpo che tu vivi, è in questo soltanto che dovrai morire e non puoi uscire dalla carne di tuo padre e di tua madre! Noi siamo corpi, Martino, e anche tu lo sei, e siamo legati insieme per sempre. Non sei diverso da nessuno altro nato su questa terra, Martino. A te piacerebbe credere che ti sei fatto da te, che sei stato tu a farti e non il corpo di una donna e di un altro uomo.

MARTINO                 Chiese, re, padri: perché mai chiedono tanto? E perché, tutti, ottengono tanto più di ciò che meritano?

HANS                        Questo è quello che pensi tu. Io penso di meritare qualcosa di più di quello che mi hai dato.

MARTINO                 Che ti ho dato! Io non devo darti nulla! Io esisto! E questo è il massimo che io possa darti. Questa è la tua grande ricompensa, è tutto quello che potrai mai avere e più di quanto un padre abbia diritto di avere. Hai voluto che imparassi il latino per farmi diventare dottore, uomo di legge. Sicuro, quello che tu vuoi è che io giustifichi te. Ebbene, non posso farlo, e oltre tutto non voglio farlo. Non posso giustificare nemmeno me. Smettila dunque di chiedermi cosa ho concluso e cosa ho fatto per te. Ormai ho fatto tutto quello che potevo per te: vivere e aspettare la morte.

HANS                        Perché buttar sempre tutta la colpa addosso a me?

MARTINO                 Non dico che sia colpa tua, ma non posso esserti grato.

HANS                        Stammi a sentire: io non sono un uomo particolarmente buono, lo so, ma credo in Dio e in Gesù Cristo figlio Suo e la Chiesa penserà a me, e io posso sempre farmi una vita che mi dia un po’ di gioia. Ma la tua gioia dove sta? Mi scrivesti una volta, quando eri all’Università, che soltanto Cristo può illuminare il luogo dove si vive, ma a che serve? A che serve che sia illuminato, quel luogo, se poi è solo un tugurio? Non credi che sarebbe meglio non vederci affatto?

MARTINO                 Preferisco vederci.

HANS                        Ma sentilo!

MARTINO                 Sei proprio deluso, vero? Dillo, su.

HANS                        Ma come? Vedo mio figlio, giovane, istruito, pieno di vita, sciupare la sua gioventù nella paura e nella mortificazione. Tu, stando qua, credi di guardare la vita in faccia, invece la sfuggi, ecco quello che fai, e non puoi evitarlo.

MARTINO                 Se qua dentro la vita è così facile, perché mai il resto dell’umanità non viene qui a bussare ala porta per entrare?

HANS                        Perché non si sono arresi, ecco perché.

MARTINO                 È così, dunque: io mi sono arreso, secondo te.

HANS                        Proprio così. Accidenti, questa piscia di frate mi ha fatto venire il mal di testa.

MARTINO                 Mi dispiace.

HANS                        Mi dispiace…ci dispiace…a che serve?

MARTINO                 Padri e figli si deludono a vicenda, sempre, credo.

HANS                        Ho sgobbato per te, ho fatto dei sacrifici per te.

MARTINO                 E con questo?

HANS                        E con questo! (Quasi con ansia) E se ti ho bastonato spesso, e talvolta anche sodo, non ne hai avute più di quante non ne prendano tutti gli altri ragazzi, vero?

MARTINO                 No.

HANS                        Cos’è allora che ti rende diverso? Gli altri la prendono come viene, ma tu no, tu eri cocciuto, sei sempre stato cocciuto, avevi sempre bisogno di fare resistenza.

MARTINO                 Anche tu hai deluso me e non soltanto qualche volta, ma ogni giorno che ricordo di averti visto e sentito. Forse, come dici tu, questo capita più o meno a tutti i ragazzi. Ma io ti amavo sopra ogni altro. Era sempre te che volevo. Volevo il tuo affetto più di quello di chiunque altro, e se qualcuno doveva prendermi in braccio, volevo che fossi tu. È strano, ma è mia madre quella che mi ha deluso di più eppure le volevo meno bene, molto meno. C’era un solco tra noi che nessuno avrebbe potuto colmare e tutto quello che ha fatto lei è stato di renderlo sempre più profondo, sempre più insopportabile.

HANS                        Non so cosa vuoi dire con tutti questi discorsi, proprio non lo so. È meglio che me ne vada, Martino. Credo proprio che è meglio. E poi tu, chissà quante cose hai da fare, adesso.

MARTINO                 Una volta mi picchiò perché avevo rubato una noce, tua moglie. Me lo ricordo così bene, mi picchiò sulle dita, a sangue. E io rimasi così male a vedermi quel sangue sulle mani. Sì, per avere rubato una noce. Ma non è questo il punto, perché avevo già il callo al sedere dalle botte. La questione è che prima di allora, ogni volta che le prendevo, mi sembrava che il dolore fosse al di fuori di me, in un certo senso, come se appartenesse a tutti gli altri, e non solo a me. Ma quel giorno, per la prima volta, il dolore mi appartenne, fu mio e di nessun altro, e mi rimane dentro, nel mio corpo piegato in due, tra le ginocchia e il mento.

HANS                        Lo sai, Martino, tu hai sempre avuto paura, sin da quando hai cominciato a fare i primi passi. E hai avuto sempre paura perché ti piace aver paura. Come quel giorno quando tornavi da Erfurt e ti colse il temporale e ti prese una fifa che ti buttasti per terra invocando Sant’Anna perché avevi visto un lampo e credevi d’aver avuto una visione.

MARTINO                 L’ho avuta.

HANS                        E promettesti a Sant’Anna che se ti salvava ti facevi frate.

MARTINO                 L’ho avuta, la visione.

HANS                        Ah, è così? Colpa di Sant’Anna, allora! Credevo che tu dessi la colpa a me e a tua madre di quest’accidenti di tonaca!

MARTINO                 Forse dovrei darvela.

HANS                        E forse, un giorno o l’altro, dovresti ripensarci un po’ sopra, a quell’apparizione celeste che ti ha fatto finire qua dentro.

MARTINO                 Cosa?

HANS                        Voglio dire che spero sia stata davvero un’apparizione. Non un’allucinazione o un trucco del diavolo. Spero che sia così, perché non potrei sopportare che fosse diversamente. (Pausa). E ora, addio, figliolo – mi dispiace che abbiamo bisticciato. Una giornata come questa non doveva finire così.

Pausa.

MARTINO                 Padre, perché mi hai dato il consenso?

HANS                        Consenso a che? A prendere la tonaca?

MARTINO                 Sì, avresti potuto rifiutarlo. Perché non lo hai fatto?

HANS                        Be’, quando la peste mi portò via i tuoi fratelli…

MARTINO                 Considerasti morto anche me, è così?

HANS                        Addio, figlio. Bevi un altro po’ di questo vino santo. (Esce).

Martino è in piedi col bicchiere in mano e lo fissa. Poi beve lentamente come per la prima volta. Siede al tavolo e posa il bicchiere di fronte a sé.

MARTINO                 Ma…ma se non fosse vero?

ATTO SECONDO

Nota per la scenografia. Dopo gli interni del primo atto, che accentuano il carattere intenso e privato delle scene, mediante una diffusa oscurità e la presenza di oggetti di grande evidenza e suggestione, a partire dal secondo atto bisogna dare degli effetti più complessi e corali, meno personali: tali da suggerire la presenza di uomini cronologicamente determinati piuttosto che di un particolare uomo con il suo inconscio. Caricatura, e non ritratto, sul tipo delle xilografie dell’epoca, quelle di Dürer ad esempio. In un angolo del proscenio c’è ora il pulpito massicciamente scolpito.

Scena prima

La piazza del mercato a Jüterborg, 1517. Suono di musiche e di campane, mentre una processione si va avvicinando al centro della piazza, ove convergono gli stendardi delle varie corporazioni, raccolte a dare il benvenuto. Alla testa della processione che avanza lenta, con i ceri accesi, accompagnata da canti, da preghiere e da fumo d’incenso, viene portata la Bolla della Grazia pontificia sopra un cuscino coperto di una stoffa preziosa. Dietro, le insegne del Papa e dei Medici. Poi, recando una grande croce di legno rosso, avanza il personaggio centrale della processione, Giovanni Tetzel, domenicano, inquisitore, e il più famoso venditore di indulgenze del suo tempo. Ha tutte le doti dell’imbonitore ecclesiastico: i capelli argentei e folti, la voce potente e abilmente calcolata, le intonazioni e la tecnica di un oratore consumato, il fascino terribile e implacabile del fanatico esperto nello spillar soldi dalle tasche dei poveri e dei disperati.

La croce viene presa dalle mani di Tetzel e posta in piena evidenza dietro di lui. Alla croce vengono sospese le armi del Papa.

TETZEL                     Vi domandate chi sono? O che sono venuto a fare? C’è nessuno tra di voi, magari un bambino, o uno storpio, o un povero idiota che non abbia sentito parlare di me o che non sappia chi sono? No? – No? – Se ce n’è qualcuno si faccia avanti. Come? Nessuno? Mi conoscete tutti, allora? Sapete tutti chi sono? Se è così, va bene. E così deve essere, niente di più di così. Però nel caso, solo nel caso, badate, che ci fosse oggi tra voi un nano cieco e minorato incapace di udire, ci penserò io a sturargli gli orecchi e a lavarglieli a forza di sapone benedetto. Quanto a tutti voialtri, so benissimo che mi ascolterete pazientemente mentre istruisco quel poveraccio. D’accordo? Posso cominciare? Ripeto: d’accordo? Posso cominciare? Allora: «Posso cominciare?» (Pausa). Grazie. E cosa c’è da spiegare a questo nano cieco e deficiente che è lì, da qualche parte, in mezzo a voi? No, non vi guardate intorno per cercarlo, potreste spaventarlo e allora perderebbe questa occasione unica, un’occasione che difficilmente si ripresenterà, o se si ripresenterà sarà forse troppo tardi. Bene. Che cos’è dunque la bella notizia che ti porto in questa magnifica giornata? Che notizia ti aspetti da me? Chi è questo frate con la sua croce di legno rosso? Chi l’ha mandato? Cos’è venuto a fare? Non cercare di indovinarlo, perché te lo dirò io e subito.

                                    Io sono Giovanni Tetzel, domenicano, inquisitore, vice-commissario dell’arcivescovo di Magonza. Ti porto indulgenze! Indulgenze rese possibili dal rosso sangue di Cristo, e questa croce che vedi dietro di me è il vessillo di coloro che le hanno in consegna. Guardala, avanti, guardala. E che cos’altro vedi pendere da questa croce? Ebbene? Che cosa sono? Sono le armi di Sua Santità. E perché? Perché io sono il suo emissario. Sì, amico mio, il Papa in persona mi ha dato queste indulgenze per te. Benone, dirai tu, «ma che sono le indulgenze?» o «che significano o per me?». Che cosa sono le indulgenze? Sono semplicemente il dono più alto e prezioso che il Signore abbia concesso all’umanità. Davanti al Signore, io ti dico che non cambierei questo mio privilegio neppure con quello di San Pietro in Paradiso, perché io, con queste indulgenze, ho già salvato più anime di quante non ne abbia salvate lui con tutti i suoi sermoni. Tu credi che esagero, vero? Ebbene, ascoltami con un po’ più di attenzione, amico mio, perché ti dirò qualcosa che riguarda proprio te. Le cose stanno così: per ogni peccato mortale che commetti, la Chiesa dice che, dopo la confessione e la contrizione, devi far penitenza, o in questa vita o in Purgatorio, per sette anni. Sette anni! Chiaro? Mi segui? Bene. Dimmi, allora: quanti peccati mortali commetti – sì, tu, proprio tu – in un solo giorno? Pensaci un momento: in un solo giorno della tua vita. La risposta? «Oh, neanche uno al giorno!». Bene, ma allora, quanti in un mese? E in sei mesi? Quanti in un anno? E quanti in tutta la vita? Inutile che ti dimeni: non puoi neanche pensarci, vero? La somma è così lunga che non riusciresti a farla senza l’aiuto di un contabile. Prova, prova un po’ a pensare quanti anni di tortura ti aspettano! Ma c’è qualcosa che puoi fare per uscire da questa tremenda situazione in cui ti sei cacciato? Vuoi proprio saperlo? Sì, qualcosa c’è e questo qualcosa ce l’ho io, qui con me: ecco: lettere, lettere di indulgenza. Tenetele in alto che tutti le possano vedere bene. C’è nessun nano che non riesca a vederle? Guardatele, eccole qua, ben sigillate, una indulgenza in ogni plico: ciascuno di voi ne può avere una, oggi, subito, prima che sia troppo tardi. Venite, avvicinatevi quanto volete, non sono un tipo che si lascia schiacciare facilmente. Guardatele, osservatele bene. Non esiste un peccato così grave che non possa venire rimesso da una di queste lettere. Sfido chiunque di voi a presentarsi davanti a me con un peccato, qualsiasi peccato, che io non possa rimettergli con uno di questi plichi preziosi. Ma come! Persino chi avesse recato gravissima offesa alla Santissima Vergine Madre di Dio sarebbe perdonato, purché paghi tutto quel che può pagare. Credete che esagero? Lo credete, eh? Ebbene: io sono autorizzato ad andare anche più in là. Non solo ho il potere di concedervi queste lettere di perdono per i peccati che avete già commesso, ma posso perfino darvi il perdono dei peccati che non avete commesso…(pausa, poi, lentamente)…ma che, tuttavia, avete intenzione di commettere! Mi domanderete – e con ragione - «perché Nostro Signore è pronto a distribuire tanta grazia proprio a me?». La risposta, amici miei, è anche troppo semplice. È per poter riedificare la Chiesa di San Pietro e Paolo a Roma così che in tutto il mondo non ne esista una eguale. Questa grande chiesa contiene non soltanto i corpi dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, ma anche quelli di centomila martiri e di non meno di quarantasei papi. Per non dir nulla delle reliquie, come il fazzoletto di Santa Veronica, il rovo ardente di Mosè e la corda, proprio la corda con la quale si impiccò Giuda Iscariota. Ahimè, questo edificio antico e meraviglioso minaccia di andare in rovina insieme a tutto ciò ch’esso contiene, se non si trovano i denari per restaurarlo, e presto, anche. (Con ironia appassionata) C’è forse qualcuno che osi dire che non si tratta di una causa degna? (Pausa) …Bene; e tu, amico mio, non vuoi, per un misero quarto di fiorino, comprarti una di queste lettere dimodoché, nell’ora della morte, le porte che ingoiano i peccatori destinati alle fiamme dell’inferno non si aprano per te, ma ti si spalanchino invece quelle che conducono alle gioie del Paradiso? E ricordatevi anche che queste lettere non servono solo per i vivi, ma anche per i morti. Chi, fra di voi, non ha almeno una persona cara che lo ha lasciato – e per quale destinazione? Ebbene, queste indulgenze serviranno anche per loro. Non c’è neppure bisogno di pentimento. Non esitate, dunque, venite avanti, pensate ai vostri cari morti, pensate a voi stessi. Per dodici soldi, o per qualsiasi altra somma che, secondo il nostro giudizio, sarete in grado di sborsare, potrete salvare vostro padre dai tormenti e voi stessi dal disastro sicuro. Anche se possedete solo il mantello che vi copre strappatevelo di dosso, senza perdere un momento, onde ottenere la grazia. Ricordatevi: nello stesso momento in cui il vostro denaro cade qua dentro, e si sente suonare il campanello della cassa, in quel preciso momento l’anima esce dal Purgatorio cantando. Avanti, avanti dunque. Tirare fuori il denaro. E che, allora? V’è sparito il senno insieme con la fede? Sentitemi bene: fra poco io porterò via la croce, chiuderò le porte del Paradiso e spegnerò la luce di questa grazia che, oggi, splende, qua su di voi. (Butta nella cassetta una grossa moneta che vi rotola dentro rumorosamente). Iddio Nostro Signore non regna più. Ha ceduto tutti i poteri al Papa. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Le monete ruzzolano nella cassetta con un gran rumore di pioggia, mentre la luce va morendo.

Scena seconda

Il Chiostro degli Eremiti a Wittenberg, 1517. Seduto sotto un pero Giovanni Von Staupitz. Vicario generale dell’Ordine Agostiniano. È un uomo di mezza età, tranquillo, dalla voce bonaria, d’una quasi stolida estaticità. Egli ha un profondo rispetto per Martino in cui riconosce uno straordinario potenziale d’intuizione, di coraggio e, anche, di fanatismo, che supera completamente la sua portata. Tuttavia, Staupitz capisce anche che un uomo con i suoi limiti può molto offrire a un giovane eccezionale che si trovi a quel punto della sua evoluzione. Il suo modo di trattare Martino è un felice impasto di simpatia e di presa in giro. Gli uccellini cinguettano, mentre Staupitz legge all’ombra del pero e Martino gli si avvicina e si prostra. Staupitz gli fa cenno di alzarsi.

MARTINO                 (guardando in alto). Appena arrivo io gli uccellini volano via.

STAUPITZ                 Gli uccellini, purtroppo, non hanno fede.

MARTINO                 Forse è solo perché io non gli vado a genio.

STAUPITZ                 Non hanno ancora imparato che tu non vuoi far loro alcun male.

MARTINO                 Un’altra delle vostre allegorie?

STAUPITZ                 Be’, in ogni caso l’hai capita.

MARTINO                 La dovevo capire. Dal momento che sono entrato nell’Ordine sono divenuto anch’io un maestro di allegorie. Ancora la settimana scorsa, parlando sui Galati, tre, versetto tre, ho allegorizzato sull’andare al gabinetto.

STAUPITZ                 (citando) «Siete voi così insensati? Dopo aver cominciato con lo Spirito, volete ora raggiungere la perfezione con la carne?».

MARTINO                 Esatto. Ma le allegorie non servono gran che in teologia: solo ad abbellire una casa già costruita sulla forza del ragionamento.

STAUPITZ                 Una casa che tu sei riuscito ad aprire a molti di noi. Non avrei mai pensato, quando venni qui per la prima volta, che la reputazione di questa Università sarebbe mai divenuta quella che è, e in così breve tempo, e per merito tuo, soprattutto.

MARTINO                 (deliberatamente deviando il complimento). Se la vita da frate farà mai entrare un uomo in Paradiso, quell’uomo sarò io.

STAUPITZ                 Non voglio dire questo: sai molto bene ciò che voglio dire. Parlo della tua cultura e dell’uso che ne fai, non della tua «vita da frate» come la chiami tu. Le tue mortificazioni mi hanno sempre infastidito e mi fa solo meraviglia che tutte le tue preghiere, le tue veglie e anche, sì, tutto il tuo gran studiare, non ti abbiano mandato all’altro mondo. Ma tutte queste tentazioni, queste prove che ti imponi…per te sono il pane quotidiano.

MARTINO                 (in tono paziente). Non la finirete mai di farmi la lezione?

STAUPITZ                 No che non la finirò! E tu, perché credi di essere venuto a trovarmi qua, in giardino, mentre avresti potuto restare dentro a lavorare?

MARTINO                 Be’, se proprio volete saperlo vi dirò che tra studio e lezione da fare ho poco tempo per rispettare perfino le esigenze più elementari della Regola del nostro Ordine.

STAUPITZ                 Questo mi fa molto piacere. Ma come spieghi di essere stato sempre ossessionato dalla Regola dell’Ordine? No, non voglio ascoltare di nuovo tutti i tuoi guai. Te lo spiego io: hai la mania della Regola perché questa ti serve e, molto bene, da riparo.

MARTINO                 Riparo? E da che?

STAUPITZ                 Sai benissimo ciò che intendo dire, Martino. Non fare quella faccia da innocente. Riparo dalle esigenze dei tuoi istinti, ecco da cosa. Vedi, Martino, tu credi di ammirare l’autorità, e l’ammiri infatti, ma, disgraziatamente, non puoi sottometterti da essa. Così, con la tua esagerata obbedienza alla Regola, non fai altro che render ridicola l’autorità. E lo fai perché sei deciso a sostituire quell’autorità con qualcos’altro: con te stesso. Oh, andiamo, Martino, sono vicario generale da troppo tempo per non esser capace di fare questa piccola scoperta. In ogni caso non dovresti preoccuparti troppo di una mancanza come questa; perché d’altra parte ti dà una grande sicurezza.

MARTINO                 Sicurezza? Io non la sento.

STAUPITZ                 Certo, ma ce l’hai, e molto più della maggior parte di noi.

MARTINO                 E come l’avrei raggiunta, questa strana sicurezza?

STAUPITZ                 Semplicissimo. Esigendo un grado di perfezione impossibile.

MARTINO                 Non vedo quali opere o meriti possano venire da un cuore come il mio.

STAUPITZ                 Oh, mio caro, caro amico, io ho giurato mille volte al Signore di vivere pienamente: forse che ci sono riuscito a mantenere i miei voti? No, naturalmente. Ormai ho rinunciato a fare promesse solenni, perché so di non poterle mantenere. Se il Signore non vorrà concedermi misericordia per amor di Cristo quando lascerò questo mondo, non saranno certo le mie promesse o le mie buone azioni a portarmi avanti a Lui: perirò, e basta.

MARTINO                 Secondo voi io do troppa importanza alle mie sofferenze, vero?

STAUPITZ                 È difficile dirtelo, Martino. Siamo fatti di pasta diversa, tu e io. Certo: tu ti preoccupi molto di te stesso, ma più grande è l’uomo, e più ne vale la pena. Come San Paolo, ci sono degli uomini che devono dire: «Io muoio ogni giorno».

MARTINO                 Ditemi, padre: vi siete mai sentito umiliato nell’accorgervi di appartenere a un mondo che sta morendo?

STAUPITZ                 No, credo di no.

MARTINO                 Noi stiamo vivendo gli ultimi istanti dell’epoca nostra. Ormai stiamo per toccare il fondo.

STAUPITZ                 Ti riferisci al Giudizio Universale?

MARTINO                 No. Il Giudizio Universale non c’entra. È qui e ora.

STAUPITZ                 Meno male. Meglio così, comunque.

MARTINO                 Io sono come un escremento nel dolorante sfintere del mondo, dal quale mi staccherò, da un momento all’altro.

STAUPITZ                 Che il mondo sia dannato o stia per morire o non abbia speranza non è cosa nuova. È stato sempre così e sarà sempre così. Ma che ti prende ora? Perché fai quella smorfia?

MARTINO                 Nulla, padre, un leggero disturbo.

STAUPITZ                 Un disturbo? Ma perché ti premi il ventre? Ti duole molto?

MARTINO                 Esso, sto meglio. È passato.

STAUPITZ                 Non ti capisco. Cos’è che è passato? Ti ho visto altre volte in queste condizioni, premerti così la pancia. Che hai?

MARTINO                 Non riesco ad andare di corpo.

STAUPITZ                 Stitichezza? Hai sempre qualcosa, frate Martino. Se non sono le coliche, o l’insonnia, la fede, la Regola, sono i foruncoli, l’indigestione o qualche altro malanno alla pancia. Tutti quei digiuni…

MARTINO                 È quel che dice mio padre.

STAUPITZ                 Tuo padre ha del buon senso.

MARTINO                 Certo che ce l’ha: ed è anche un teologo. L’ho scoperto ultimamente.

STAUPITZ                 Credevo che fosse un minatore.

MARTINO                 Lo è, ma anni e anni fa scoprì quello che io, poi, riuscii a scoprire a forza di sudore e di fatica.

STAUPITZ                 Non mi sorprende: ci sono sempre, seppellite da qualche parte, delle verità che l’uomo semplice riesce a scoprire con minor sforzo degli altri.

MARTINO                 Che l’uomo non si salva solo con le buone azioni mio padre lo ha sempre saputo. Ma non ha mai detto che la fede conti più di tutto.

STAUPITZ                 (citando) «Questa è la vita e checché tu faccia non la potrai mutare».

MARTINO                 Gli stessi discorsi!

STAUPITZ                 Non puoi cambiare la natura umana.

MARTINO                 Neppure voi lo potete.

STAUPITZ                 È così. E tu lo hai dimostrato anche troppo chiaramente nel tuo commento ai Vangeli e a San Paolo. Ma non dimenticare che tuo padre, anche lui, ha fatto voto di povertà, se pur diverso da quello che hai fatto tu. Lo ha fatto il giorno in cui ha detto a se stesso, e a te, che si sentiva un uomo completo, o, per lo meno, soddisfatto.

MARTINO                 Anche un maiale che si rivolta nel proprio sterco è soddisfatto.

STAUPITZ                 Appunto.

MARTINO                 Mio padre, di fronte a un’idea inconsueta, resta come un bue davanti a una stalla nuova. Come quelli che guardano la Croce e non vedono nulla. Sentono solo il prete quando li perdona.

STAUPITZ                 Una cosa ti prometto, Martino: tu non sarai mai uno spettatore, avrai sempre una parte tua.

MARTINO                 Come fate a trovare sempre il modo di infondermi coraggio?

STAUPITZ                 Io credo che alcuni di noi non siano molto di più che delle buone, ma modeste spugne; eppure possono forse riuscire meglio di altri a placare la sete più ardente. Come va la pancia?

MARTINO                 Meglio.

STAUPITZ                 Noi non dobbiamo pentirci onde ottenere il perdono del Signore, perché questo perdono è già in noi. Dobbiamo scendere in basso, raggiungere il fondo del pozzo, perché è là che Iddio ci giudicherà, e solo allora potremo alzare gli occhi alle ferite di Gesù. Mi dicesti una volta, che quando entrasti nell’Ordine, tuo padre osservò che era come accompagnare una sposa all’altare. Anche allora tuo padre aveva ragione. Tu sei una sposa e dovresti, come una sposa, tenerti pronto al concepimento. E quando viene la grazia e lo spirito penetra nell’animo tuo, non devi pregare o importi esercizi, ma semplicemente rimanere passivo.

MARTINO                 (sorridendo). Un ruolo difficile.

STAUPITZ                 (sorridendo anche lui). Troppo difficile per te, forse. Lo sai che il Duca mi ha parlato lamentandosi di te?

MARTINO                 Perché? Che ho fatto?

STAUPITZ                 Hai, di nuovo, predicato contro le indulgenze.

MARTINO                 Ah, per quelle. Ma sono stato molto mite.

STAUPITZ                 Ti ho sentito come sei mite dal pulpito! Quando penso alla paura che ti faceva un tempo, una paura tale che non riuscivi a salire i gradini! Paura, terrore, addirittura! Eri terrorizzato all’idea di diventare dottore in teologia e non lo saresti ora se non mi fossi imposto io. «Sono troppo debole, non sono abbastanza forte, non vivrò abbastanza…». Ti ricordi quello che ti rispondevo?

MARTINO                 «Non ti preoccupare, c’è da fare anche in Cielo e ci sono sempre posti vuoti lassù…».

STAUPITZ                 Già. E il Duca pagò tutte le spese dei tuoi esami. Era arrabbiatissimo quando mi ha parlato. Ha detto che tu hai persino accennato alla sua raccolta di sacre reliquie nella chiesa del Castello, e molte, come tu sai, sono state comperate grazie alla vendita delle indulgenze. Ne hai davvero parlato?

MARTINO                 Sì, ma non di quelle della chiesa del Castello. Ho parlato, così, di sfuggita, di un tale che pretende di possedere la penna di un’ala dell’Angelo Gabriele.

STAUPITZ                 Ah, sì, ne ho sentito parlare anch’io.

MARTINO                 E dell’Arcivescovo di Magonza che possiede, dice, una delle fiamme del rovo ardente di Mosè.

STAUPITZ                 Oh, poveri noi! Di questo non dovevi parlarne.

MARTINO                 E ho concluso chiedendo come mai Cristo aveva dodici apostoli se ve ne sono diciotto sepolti in Germania.

STAUPITZ                 Be’, il Duca ha detto che verrà al tuo prossimo sermone per sentirti con le sue orecchie, quindi cerca di evitare quest’argomento se puoi. Ricorda che tra poco è Ognissanti e che tutte quelle reliquie saranno messe in mostra. Il Duca non è cattivo, ma è molto fiero della sua collezione e non ci si guadagna nulla a criticarla.

MARTINO                 Ho cercato di non parlarne perché è un argomento su cui non ho alcun elemento sicuro. Per questo ho solo protestato molto blandamente, come ho già detto, in un paio di sermoni.

STAUPITZ                 Ho capito, ma si può sapere, esattamente, che hai detto?

MARTINO                 Che non si può commerciare con Dio. Che è un’eresia ebraica, turca, pelagiana, se volete.

STAUPITZ                 Sempre più blando…! Continua.

MARTINO                 Ah, ho detto che si tratta di un’aberrazione perché solo tu puoi vivere la tua vita, e solo tu puoi morire la tua morte. Nessun altro può farlo per te. Non ho forse ragione?

STAUPITZ                 (dubbioso). Forse, ma ciò che non è facile a spiegare è perché i tuoi sermoni abbian tanto successo.

MARTINO                 Molti mi stanno a sentire verdi dall’odio, ve lo assicuro. Lo leggo nei loro volti e non mi sbaglio. Ma volevo dirvi un’altra cosa…

STAUPITZ                 Cioè?

MARTINO                 Si tratta di questo. L’altro giorno mi hanno portato qui un uomo, un calzolaio; gli era appena morta la moglie e gli ho chiesto: «Che cosa hai fatto per lei?». E lui: «L’ho seppellita e ho raccomandato l’anima sua a Dio». «Ma non hai fatto dire una Messa per la pace della sua anima?». «No, - dice – e perché dovevo farlo? Appena morta è andata in Paradiso». «E come fai a saperlo?» gli domando. E lui: «Ho la prova, eccola qua». E tira fuori di tasca una lettera d’indulgenza.

STAUPITZ                 Oh!

MARTINO                 Me la butta in faccia e aggiunge: «E se voi sostenete ancora che c’è bisogno di una Messa, allora vuol dire che la mia povera moglie è stata truffata dal nostro Santo Padre, il Papa. E se non dal Papa, dal prete che me l’ha venduta».

STAUPITZ                 Tetzel?

MARTINO                 E chi altri?

STAUPITZ                 Quel procacciatore!

MARTINO                 C’è un’altra storia che circola su di lui, e che deve essere vera perché l’ho controllata presso fonti diverse. Sembra che un certo nobile sassone abbia sentito parlare Tetzel a Jüterborg. Quando Tetzel ha finito di dare il solito spettacolo, l’altro gli si avvicina e lo prega di ripetere una cosa che aveva detto, e cioè che lui – Tetzel – aveva il potere di perdonare anche i peccati che si ha intenzione di commettere. Tetzel, dandosi grande importanza, - lo conosciamo bene, no? – gli risponde: «Ma come, non mi siete stato a sentire? Certo che ho facoltà di perdonare non solo i peccati già commessi, ma anche quelli che si ha intenzione di commettere». «Benone, - risponde il nobile, - perché io vorrei vendicarmi di uno dei miei nemici. Nulla di serio, sapete – non intendo ucciderlo o cose del genere – voglio solo prendermi una piccola vendetta. Se io vi do, ora, dieci fiorini, me la date una lettera di indulgenza assoluta e plenaria?». Sembra che Tetzel abbia nicchiato un po’ ma che poi si siano infine messi d’accordo per trenta fiorini. Il nobile se ne va con la sua indulgenza in saccoccia e Tetzel parte per la rappresentazione successiva, a Lipsia. A mezza strada, tra Lipsia e Treblen, in mezzo a un bosco, viene aggredito da una banda di briganti che lo bastonano di santa ragione. Mentre giace in terra, in una pozza di sangue, alza gli occhi e si accorge che fra gli aggressori, che stanno scappando con il suo baule pieno di monete, c’è il nobile sassone. Appena riavutosi, Tetzel torna di corsa a Jüterborg, denuncia il nobile sassone e lo porta davanti al tribunale. E quello che fa? Tira fuori la lettera di indulgenza e la esibisce al Duca Giorgio in persona. Il caso è chiuso.

STAUPITZ                 (ridendo). Va bene. Mi fido di te. Ma cerca di usare prudenza. Ricordati che io sono d’accordo con tutto quello che dici: ma solo discutendo con chi non è d’accordo con noi possiamo renderci conto della forza delle nostre convinzioni.

MARTINO                 Padre, non sono mai sicuro delle parole finché non le sento pronunciate a voce alta.

STAUPITZ                 Forse è proprio questo il significato del Verbo. Il Verbo è me e io sono il Verbo. Cerca, comunque, di essere prudente. Guarda Erasmo: lui non si mette mai nei pasticci, e tuttavia riesce sempre a dire la sua.

MARTINO                 Gli uomini come Erasmo si scandalizzano perché io parlo di porci e di Cristo tutto insieme. Ma ora debbo andare. (Si preme lo stomaco senza farsi vedere).

STAUPITZ                 Forse hai ragione tu. Erasmo è uno studioso di grande valore, ma ci sono troppi studiosi che si credono superiori agli altri solo perché insinuano in latino ciò che tu dici chiaro in tedesco. Che hai? Male, di nuovo? Santo cielo! – Martino, prima che te ne vada, ascolta: chi possiede una spada robusta, prima o poi la sfodera, anche solo per rivolgerla contro se stesso. Ma, qualunque cosa accada, non può lasciarla pendere inerte al proprio fianco. E un’altra cosa: non dimenticare che sei stato tu a cominciare, nel nome di nostro Signore Gesù Cristo. Fa ciò che Iddio ti comanda, naturalmente, ma ricordati di quel che san Girolamo scrisse a proposito di un filosofo che si era accecato per meglio concentrarsi e meditare. Bada ai tuoi occhi, figliolo, e curati quel tuo maledetto intestino.

MARTINO                 Lo farò. Chissà? Se tiro un peto a Wittenberg può darsi che la puzzano la sentano fino a Roma.

Scena terza

La gradinata della chiesa nel Castello di Wittenberg, 31 ottobre 1517. Dall’interno della chiesa giunge il canto del Mattutino. Sui gradini è seduto un bimbo, sporco, mezzo nudo, intento a giocare da solo. Arriva Martino, con un lungo rotolo di carta. Sono le sue novantacinque tesi per la disputa contro le indulgenze. Martino sale i gradini, si ferma a guardare il bimbo assorto nelle sue private fantasie. Il piccolo dapprima non avverte la presenza di un intruso, ma poi smette di colpo di giocare e guarda fisso lontano, come per stornare l’attenzione di Martino. Martino esita appena, tende la mano al bambino che lo guarda con seria decisione, e poi, lentamente, senza sgarberia, ma con molta naturalezza, si alza e saltella via tristemente. Martino lo segue con gli occhi, poi discende, deciso, i gradini, e infine sale sul pulpito.

MARTINO                 Epistola di Paolo apostolo ai Romani. Capitolo I, versetto diciassette: «Poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede». (Pausa).

                                    Viviamo in tempi pericolosi. Forse voi non lo credete, ma quello presente potrebbe essere il momento più pericoloso da quando la luce illuminò la terra. Potrebbe non essere vero, ma molto probabilmente è vero: e quel che più importa è che siamo obbligati a farla, questa supposizione. Sembriamo saggi. Noi cristiani siamo savi esteriormente, ma dentro siamo pazzi, e in questa Gerusalemme che abbiamo eretto fioriscono tali empietà che al confronto quelle degli ebrei sono scherzi da bambini. Non si è buoni cristiani solo perché si conosce il greco e l’ebraico. San Girolamo conosceva cinque lingue, eppure è inferiore a Sant’Agostino che ne conosceva soltanto una. Lo so, Erasmo non sarebbe del mio parere, ma, forse, un giorno, il Signore aprirà gli occhi anche a lui. Ascoltate: un uomo senza Cristo è soltanto un guscio, il guscio di se stesso. – Noi ci contentiamo dei gusci. Alcuni gusci sono uomini interi, altri sono gingilli di poco valore. E cosa sono i gingilli? Oggi è la vigilia di Ognissanti, e verranno messi in mostra, per tutti voi, per gli affamati che si accontentano di fronzoli, di una processione imponente, o di una mascheratura di ben povere cose. E voi andrete biascicando con candele accese a Sant’Antonio, cercando magie per la vostra risipola; a San Valentino per la vostra epilessia; a San Sebastiano per la pestilenza; a San Lorenzo perché vi protegga dal fuoco; a Sant’Apollonia per il mal di denti e a San Luigi perché la vostra birra non diventi acida. Domani farete ore di coda davanti alla chiesa del Castello per poter dare un’occhiata a buon mercato al dente di San Girolamo, alle quattro reliquie di San Crisostomo e di Sant’Agostino e alle sei di San Bernardo. I diaconi dovranno fare catena per tenervi indietro mentre vi azzufferete per poter sbirciare quattro capelli della chioma della Madonna, o i resti della sua cintura, o il velo macchiato del sangue del Figlio. Dormirete tutta la notte fuori, per le strade, in mezzo alla spazzatura, per imbottirvi gli occhi come un tacchino arrosto, con un brandello delle fasce del Bambino, con le undici schegge della vera mangiatoia, con una pagliuzza santa della greppia e con una moneta d’oro coniata dai Re Magi per l’occasione. La vostra vacuità si metterà a schiumare alla vista di un pelo della barba di Gesù o di uno dei chiodi piantati nelle Sue Palme o dei resti del pane dell’ultima Cena. Gusci per gusci, cose vuote per gente vuota. C’è chi protesta per queste cose, ma è gente che scrive in latino, per le persone erudite. Ma chi parlerà chiaro e tondo in tedesco? Qualcuno deve pur affrontare il rischio, poiché è ora che sappiate che non esiste sicurezza, nessuna sicurezza, né nelle indulgenze, né nelle opere sante, né altrove, in questo mondo. L’ho capito mentre ero nella mia torre, gabinetto, cesso, latrina, o come altro lo volete chiamare. Stavo faticando sul testo che vi ho letto: «Poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, secondo che è scritto: ma il Giusto vivrà per fede». Seduto là, sul trono, colla testa china, come quando ero bambino, non riuscivo quasi a respirare per il male alle viscere. Mi pareva di aver sotto di me un ratto enorme, massiccio, un ratto della peste che mi azzannasse le parti intime con i suoi denti di morte. (Si preme il ventre con le nocche delle dita come per sopprimere il dolore. Il viso gli cola di sudore) Pensai allora alla giustizia di Dio, e desiderai che il suo Vangelo non fosse mai stato messo sulla carta perché gli uomini lo leggessero. Il Signore che esige il mio amore e non mi dà la possibilità di ricambiarglielo. E stetti là, chino in preda ai miei crampi, finché le parole emersero e si aprirono. «Il giusto vivrà per fede». Il dolore cessò, gli intestini mi si liberarono e potei alzarmi. E vidi la vita che avevo perduto. Nessun uomo è giusto perché compie opere giuste. Le opere sono giuste se l’uomo è giusto. Se un uomo non crede in Cristo, non solo i suoi peccati, ma anche le sue buone opere sono mortali. Questo io so: la ragione è la meretrice del diavolo, nata da quel fetido caprone di Aristotele, il quale crede che siano le opere buone a rendere l’uomo buono. La verità è che il giusto vivrà soltanto per fede. Io ho bisogno solo del mio dolce redentore e mediatore, Gesù Cristo, e ne canterò le lodi finché avrò voce in petto. Chi non vuol cantare con me, ululi pure per conto suo. Se dobbiamo essere lasciati soli, seguiamo Cristo, rimasto solo. (Mormora una preghiera e discende dal pulpito. Poi sale i gradini sino alla porta della chiesa sulla quale inchioda le sue tesi).

Il canto che proviene dall’interno della chiesa si fa più alto mentre Martino si allontana.

Scena quarta

Il palazzo Fugger, ad Augusta. Ottobre 1518. Come sfondo, una xilografia satirica del tempo in cui sia rappresentato, ad esempio, un Papa in sembianze d’asino che suona la cornamusa, o un cardinale vestito da buffone di corte. O magari il disegno di Holbein in cui c’è Lutero col Papa appeso al naso. Comunque, vi sono ampie possibilità di scelta per il regista e lo scenografo. Seduto a un tavolo c’è Tommaso de Vio, noto come il Gaetano, Cardinale di San Sisto, Generale dell’Ordine dei Domenicani – tra l’altro il più eminente teologo di quest’Ordine -, legato papale, e massimo rappresentante della Chiesa di Roma in Germania. È sui cinquant’anni, ma ha un’aria giovanile, è acuto, intelligente, di larghe vedute; proprio l’opposto della volgare bigotteria di Tetzel, che sta entrando in scena.

TETZEL                     È qui.

GAETANO                Me ne accorgo.

TETZEL                     Che cosa volete dire?

GAETANO                Dalla tua faccia arrabbiata. C’è anche Staupitz?

TETZEL                     Sì. Lui, almeno, è bene educato.

GAETANO                Conosco Staupitz, è un uomo onesto e sincero al cento per cento, e in questo momento, probabilmente, è molto preoccupato. Pare che abbia un gran rispetto per questo frate, il che è meglio per noi.

TETZEL                     Ha una paura! E si vede. Questi Agostiniani sono gente senza spina dorsale.

GAETANO                E il dottor Lutero cos’ha da dire in sua difesa?

TETZEL                     Anche troppo. Gli ho detto che se il Santo Padre gli offrisse un buon vescovado e un’indulgenza plenaria per rimettere a posto la sua chiesa, lui cambierebbe subito musica.

GAETANO                Oh, povero me. E cos’ha risposto?

TETZEL                     Mi ha chiesto…

GAETANO                Chiesto cosa?

TETZEL                     Come andava la sifilide di mia madre.

GAETANO                Date le circostanze la domanda non era fuori posto. Voi tedeschi dite pane al pane.

TETZEL                     È un porco.

GAETANO                Non lo metto in dubbio. Dopo tutto è in questo campo che il vostro paese è famoso.

TETZEL                     È quello che gli ho detto anch’io, che qua non si troverà sul suo solito terreno. «Questi italiani – gli ho detto, – sono diversi. Non sono solo eruditi, ma sono anche avversari acuti, sottili, esperti. In cinque minuti ti concian per le feste».

GAETANO                E poi?

TETZEL                     «Sono stato in Italia una volta sola, - ha risposto, - ma non mi sono sembrati gran che. Orinano per la strada, come i cani».

GAETANO                Spero che non lo abbia visto fare a nessun Cardinale. Conoscendone alcuni come li conosco io, la cosa non sarebbe impossibile. Be’, diamo un’occhiata a questo tuo frate sboccato.

TETZEL                     E Staputiz?

GAETANO                Che faccia anticamera. Potrà digerire con tutto comodo le sue paure.

TETZEL                     Sarà fatto, Eminenza. Speriamo che si comporti bene; gli ho già parlato.

Esce Tetzel e torna subito con Martino che avanza e si prostra con la faccia a terra dinanzi al Gaetano. Questo gli fa cenno e Martino si raddrizza rimanendo in ginocchio mentre l’altro lo esamina attentamente.

GAETANO                (affabilmente). Prego, alzatevi, dottor Lutero. Così voi siete colui che chiamano «il dottore violento». All’aspetto non lo sembrate. Vi sentite molto violento?

MARTINO                 (che sente di essere trattato un po’ dall’alto in basso). È una di quelle parole che possono servire a mettere il morso a un uomo.

GAETANO                E cioè?

MARTINO                 Lo denigra, e basta.

GAETANO                Esatto. Non ho mai avuto alcun dubbio che voi siate stato frainteso e denigrato, come dite voi. Ma che sorpresa siete per me! M’aspettavo un vecchio tremolante e con le orecchie tappate, un tipo che a Tetzel sarebbe facile far morire di sincope in mezz’ora. Invece eccovi qua, pieno di forza e allegro come un torello. Quanti anni avete, figliolo?

MARTINO                 Trentaquattro, eminentissimo Padre.

GAETANO                Tetzel, ma è un ragazzo! Perché non me l’avevi detto? E da quanto tempo portate al dito l’anello di dottore?

MARTINO                 Da cinque anni.

GAETANO                Dottore a ventinove anni! Dunque tutto quello che mi hanno detto di voi è vero, dovete essere un giovane eccezionale. Non credevo che in tutta la Germania ci fosse un dottore sotto i cinquant’anni. E tu Tetzel?

TETZEL                     Nemmeno io.

GAETANO                Sono sicuro che non ce n’è nessun altro. Ciò che francamente sorprende è che tale onore sia stato conferito a una persona inesperta come, inevitabilmente, deve essere un giovane di ventinove anni. (Sorride perché Martino abbia il tempo di accusare il colpo) Vostro padre sarà orgoglioso di voi.

MARTINO                 (irritato). Tutt’altro. Anzi, l’ho deluso e gli ho dato un sacco di pensieri…

GAETANO                Davvero? Ebbene, questo è il destino dei genitori: amarezze e gioie passeggere. Ed ora, veniamo a noi: stavo dicendo a Tetzel che, forse, ci potremo sbrigare presto, ma prima di cominciare vorrei dirvi che mi è dispiaciuto che abbiate chiesto un salvacondotto all’Imperatore. Non ce n’era affatto bisogno, figliolo. E, come dire? Ci addolora sentire che avete questa brutta opinione di noi e non nutrite fiducia nella vostra Madre Chiesa e in coloro i quali, ve l’assicuro, hanno a cuore i vostri interessi più cari.

MARTINO                 (sconcertato). Io…

GAETANO                (affabile). Ma questo, ora, non importa. Cose passate, che col tempo non conteranno più, non vi pare? Il vostro Vicario Generale è venuto con voi?

MARTINO                 È qua fuori.

GAETANO                Conosco Staupitz da molto tempo. Avete in lui un amico prezioso.

MARTINO                 Lo so. Gli sono…molto affezionato.

GAETANO                E lui a voi, ne sono certo. Figliolo, mio caro figliolo, questa faccenda nella quale rischiamo di essere tutti coinvolti è così stupida e inutile, così noiosa, penosa, e a che serve? L’intero ordine degli Agostiniani in Germania è caduto in disgrazia. Staupitz è vecchio e non ce la fa più. Io ho il mio da fare e, credetelo, non sono tutte rose e fiori per un legato italiano nel vostro paese. Sapete com’è: la presenza di uno straniero può anche seccare. I sentimenti nazionalistici, che peraltro rispetto, complicano il mio compito al punto da renderlo impossibile, se vi si aggiunge anche questa storia… Mi capite? Il vostro Duca Federico è un uomo giusto e onesto come se ne trovano pochi, tenuto in alta considerazione e in gran stima da Sua Santità. E ora, Sua Santità mi ha incaricato di offrirgli la Rosa d’Oro della Virtù, mi spiego? Assieme ad altre indulgenze per la chiesa del Castello. Ma cosa succede? A causa di questi spiacevoli avvenimenti e del chiasso che hanno suscitato in tutta la Germania, il Duca si trova in una posizione delicatissima, e non sa se accettare. Lui, naturalmente, vuol essere corretto verso tutti. Non ha intenzione di tradirvi o di fare nulla di simile, malgrado tenga molto alla Rosa d’Oro, dopo tutti questi anni. Ed ha ragione. So che ha per voi, e per alcune delle vostre idee, il massimo rispetto, anche se – come mi ha detto – non è sempre d’accordo con quelle idee. E io non posso che rispettarlo per questo. Lo vedete, dunque, in che pasticcio ci troviamo. Come facciamo ora, eh? Il Duca è scontento, io non sono contento, Sua Santità non è contenta, e voi, anche voi, siete scontento.

MARTINO                 (in tono formale, come se si trattasse di un discorso già preparato). Eminentissimo Padre, in obbedienza all’invito del mio grazioso sovrano, l’Elettore di Sassonia, mi sono presentato a voi qual figlio sottomesso e devoto della Santa Chiesa e riconosco di avere pubblicato le proposizioni e le tesi a me attribuite. Sono ora pronto ad ascoltare con umile obbedienza il capo di accusa contro di me formulato, a sottomettermi al vostro insegnamento della verità, se sono in errore.

GAETANO                (con impazienza). Figlio mio, avete messo a soqquadro tutta la Germania con le vostre diatribe contro le indulgenze. So benissimo che siete un grande studioso delle Sacre Scritture e che avete già dei seguaci. Ma, se desiderate restare in seno alla Chiesa e trovare nel Papa un benevolo padre, fareste meglio a starmi a sentire. Ho qua, davanti a me, tre proposizioni che, per ordine di Papa Leone X, io ora vi presento. Primo: Dovete riconoscere la vostra colpa e ritrattare tutti i vostri errori e tutti i vostri sermoni. Secondo: Dovete promettere di astenervi, da ora in poi, dal propagare le vostre idee. Terzo: Dovete comportarvi, in tutto e per tutto, con maggiore moderazione, evitando tutto ciò che possa recare offesa, dolore o turbamento alla Chiesa.

MARTINO                 Mi è permesso vedere le istruzioni del Papa?

GAETANO                No, figliolo, non vi è permesso. Vi si chiede solo di ammettere i vostri errori, di sorvegliare e misurare le vostre parole, e di non tornare, come farebbe un cane, a leccare il proprio vomito. Quando avrete ottemperato a tutto quel che vi ho detto, sono autorizzato dal Santo Padre a rimettere le cose a posto.

MARTINO                 Capisco tutto benissimo, ma io vi ho chiesto di dirmi in che cosa consiste il mio errore.

GAETANO                Se proprio insistete! (Parla molto rapidamente) Per cominciare, dovete ritrattare subito due proposizioni. Primo, il tesoro delle indulgenze non è costituito dalle sofferenze e dai tormenti di Nostro Signore Gesù Cristo; secondo, colui che ha ricevuto il santo sacramento deve avere fede nella grazia che gli viene elargita.

MARTINO                 La mia tesi si basa esclusivamente sulle Sacre Scritture.

TETZEL                     Soltanto il Papa ha potere e autorità in questa materia.

MARTINO                 Tranne che nelle Scritture.

GAETANO                Comprese le Scritture. Spiegatevi meglio.

TETZEL                     Soltanto il Papa ha il diritto di decidere sulle questioni di Fede. Lui solo e nessun altro può interpretare il significato delle Scritture e approvare o condannare le idee di altri, chiunque essi siano: dotti, concili, o i padri della Chiesa. Il giudizio del Santo Padre non può errare quando riguarda la Fede o qualsiasi altra cosa che abbia a che fare con la salvezza dell’uomo.

MARTINO                 Questo lo avete detto nelle vostre tesi.

TETZEL                     Sì, quelle che i vostri studenti hanno bruciato sulla piazza del mercato di Wittenberg…a proposito, tante grazie.

MARTINO                 Io non c’entro per niente, ve lo assicuro…

GAETANO                Certo, lo so, e nemmeno Tetzel voleva dire che c’entravate.

MARTINO                 Non posso tappar la bocca al mondo intero.

TETZEL                     E poi, la vostra eresia non è nemmeno originale. Non è diversa da quella di Wyclif o di Huss.

GAETANO                Verissimo, ma non dobbiamo privare questo chiarissimo dottore della sua originalità. Un’eresia originale può anche essere stata concepita da un altro prima. In verità, bisogna riconoscere che una eresia assolutamente originale non può esistere. È originale in quanto originata dal nuovo eretico.

TETZEL                     Verrà il giorno, in cui vi dovrete difendere dinanzi al mondo e allora ognuno potrà giudicare chi è l’eretico, chi è lo scismatico. Sarà chiaro per tutti, persino per quei cristiani pigri e dormiglioni che non hanno mai annusato una Bibbia. Scopriranno da sé che coloro che scribacchiano libri e sciupano tanta carta per il proprio piacere e sono gonfi di sprezzo e di spavalderia, finiscono col condannarsi da soli. La gente come voi non sa fermarsi a tempo, per fortuna. Voi fate il nostro giuoco. Vi do un mese, frate Martino, per finire cucinato nel vostro brodo.

MARTINO                 Avete avuto i vostri trenta denari. Per amor di Cristo, perché non tradite qualcuno?

GAETANO                (a Tetzel). Forse sarà meglio che tu torni da Staupitz.

TETZEL                     Come vuole vostra Eminenza. (Si inchina ed esce).

GAETANO                Per essere esatti, Tetzel riceve ottanta fiorini mensili più le spese.

MARTINO                 E il suo voto di povertà?

GAETANO                Come tutti gli uomini di genio, anche voi, figliolo, siete un’anima candida. Ho scoperto, proprio in questi giorni, che ha anche messo al mondo due figli. Ecco un altro voto che va a farsi benedire! Poh! La pagherà, statene certo. Voi gli avete bucato quel suo tamburo. I Domenicani ce l’hanno con voi, posso assicurarvelo, lo so, sono il loro Generale. Ed è comprensibile perché erano abituati a far sempre a modo loro. I Francescani, poi, sono una massa di ignoranti sporchi e sentimentali. Ma il vostro ordine è un vivaio di studiosi e di sedicenti politici.

MARTINO                 Non mi aspettavo che le mie tesi avrebbero avuto tanta pubblicità.

GAETANO                Cosa dite!

MARTINO                 Pare che siano state stampate e ristampate, e che abbiano avuto una diffusione quale non mi sarei mai sognato.

GAETANO                Sono state diffuse e lette in tutti i paesi di fede cristiana.

MARTINO                 Reverendissimo Padre, io onoro la Santa Romana Chiesa e continuerò a onorarla. Ho ricercato la verità e tutto quel che ho detto, penso ancora oggi che sia vero, giusto e cristiano. Ma sono un uomo, posso ingannarmi, quindi sono pronto a farmi illuminare.

GAETANO                (con ira). Serbate la vostra arroganza, figliolo, per occasioni migliori. Potrei farvi mandare di filato a Roma, io, e sfido chiunque dei vostri principi tedeschi a tentare di impedirmelo! Si troverebbe davanti alle porte chiuse del paradiso, come un lebbroso.

MARTINO                 (punto sul vivo). Ripeto, sono qua per rispondere a tutte le accuse che volete muovermi.

GAETANO                No, non siete…

MARTINO                 Sono pronto a sottoporre le mie tesi alle Università di Basilea, di Friburgo, di Lovanio o di Parigi…

GAETANO                Temo che non abbiate ben compreso la situazione. Non sono qui per entrare in una disputa con voi, né ora né in futuro. La Chiesa di Roma è l’apice del mondo, secolare e temporale, e può fermare, con il suo braccio secolare, chiunque abbia ricevuto una volta la fede e si sia poi smarrito. Né dovrò certamente ricordarvi che la Chiesa non ha bisogno di usare la ragione per combattere e annientare i ribelli. (Sospira) Figliolo, si è fatto tardi. Dovete ritrattare. Credetemi, io voglio solo vedere questa faccenda chiusa al più presto.

MARTINO                 Certi interessi si tutelano trovando la verità, altri distruggendola. Non mi curo di ciò che possa essere gradito o sgradito al Papa. È anche lui un uomo.

GAETANO                (stanco). Questo è tutto?

MARTINO                 Un brav’uomo, per essere un Papa. Ma non è molto per un mondo che invoca una riforma, un’invocazione, - direi, - che è nel cuore di tutti.

GAETANO                Amico, pensate, riflettete bene, cercate di trovare una via di uscita. Io sono più che disposto a riconciliarvi con la Chiesa e con il Papa. Ritrattate, figliolo, il Santo Padre sta pregando perché ciò avvenga.

MARTINO                 Ma voi non volete discutere…

GAETANO                Discutere! Io non ho discusso con voi, né intendo farlo. Se cercate una disputa, forse Eck sarà disposto a…

MARTINO                 Giovanni Eck? Il Cavaliere di Ingolstadt?

GAETANO                Suppongo che voi non ne abbiate molta stima.

MARTINO                 La teologia la conosce.

GAETANO                Ha una fama universale di maestro della disputa.

MARTINO                 È logico: ha uno stile pedestre e un’angustia legalitaria che passeranno sempre per saggezza di fronte alla maggioranza.

GAETANO                Volete dire che gli manca la vostra originalità?

MARTINO                 Io non sono originale, non sono neppure un maestro, e sono, a malapena, un prete. Sono convinto che Gesù Cristo non ha bisogno della mia opera e dei miei servigi.

GAETANO                Va bene, Martino. Discutiamo pure se volete, o almeno lasciate che vi ponga una domanda perché qui si tratta di qualcosa di più grande della vostra salvazione e della vostra vita, di qualcosa di più importante di voi e di me, che stiamo parlando qua in questa stanza. Oh, è facile, per uno come voi, criticare e cercare di fare a pezzi la Cristianità, ma ditemi, che cosa volete costruire al suo posto?

MARTINO                 Un braccio secco è meglio amputarlo. Un luogo infetto va ripulito senza pietà. Poi si prega perché un tessuto sano e qualcosa di vigoroso e di pulito sostituiscano ciò che va in disfacimento e ciò che è pieno di sporcizia.

GAETANO                Non vedete, figliolo? Così voi distruggete la perfetta unità del mondo.

MARTINO                 C’è sempre qualcuno che preferisce ciò che è malato e infetto. Ma la piaga deve venire cauterizzata nel modo che riteniamo più onesto.

GAETANO                E questo lo chiamate onesto? Ditemi: supponiamo che voi riusciste a distruggere il Papa: cosa credete che ne sarebbe di voi?

MARTINO                 Non so.

GAETANO                Precisamente. Vi sentireste perduto perché avete bisogno di lui. Martino, avete bisogno di mettergli i vostri segugi alle costole più di quanto non abbia bisogno lui di lasciare i suoi cani dietro al cinghiale. I papi ci sono sempre stati e ci saranno sempre, anche se si chiameranno in un altro modo. È necessario che ci siano per gli uomini come voi. Voi non siete un vero rivoluzionario, figlio mio – siete un comune ribelle, che è un animale ben diverso. Non combattete il Papa perché troppo grande: lo combattete perché non è grande abbastanza per le vostre esigenze.

MARTINO                 Il mio Vicario Generale vi è forse venuto a raccontare di me…

GAETANO                (sprezzante). Non ho bisogno che Staupitz mi spieghi come siete fatto. Ci saranno magari degli illusi che potranno vedere in voi il capo della loro rivoluzione; ma voi non siete tipo da infrangere le leggi, voi le leggi volete dettarle, Martino. Vorreste fare e disfare e vorreste che nessuno potesse tenervi testa, che nessuno fosse capace di riparare ai danni che combinate. Ho letto alcuni dei vostri sermoni sulla fede. Volete sapere cosa mi dicono quei sermoni?

MARTINO                 No.

GAETANO                Mi dicono: io sono un uomo che lotta per la certezza, che lotta disperatamente come chi è preso da convulsioni, come un animale intrappolato dal dubbio. (Martino sembra sul punto di ingaggiare una lotta contro il proprio fisico). Non vedete le conseguenze di tutto questo? L’uomo resterebbe abbandonato, scacciato, lasciato per sempre a se stesso, inerme e in preda al terrore!

MARTINO                 Vostra Eminenza mi perdoni. Il viaggio mi ha stancato, sento che sto per svenire da un momento all’altro…

GAETANO                Ecco cosa ne sarebbe dell’uomo, una volta privato della sua Madre Chiesa, che è, pur con tutte le sue imperfezioni, la rocca di San Pietro; senza di essa l’uomo non ha né protezione né aiuto. Consentite all’uomo i suoi peccati, le sue innocue indulgenze, figliolo: che importanza volete che abbiano davanti al conforto che ne riceviamo…

MARTINO                 (quasi isterico). Conforto! Non mi riguarda!

GAETANO                Noi viviamo nelle tenebre, tenebre che diventano sempre più cupe. Come potrà l’uomo trovare Dio se è abbandonato a se stesso, se conosce solo se stesso?

MARTINO                 Dovrà provarcisi.

GAETANO                Ve ne scongiuro, figliolo, ve ne scongiuro. Ritrattate.

Pausa.

MARTINO                 Eminentissimo Padre, non posso.

Pausa.

GAETANO                Avete l’aria di star male. Meglio che andiate a riposare. (Pausa). Naturalmente verrete dimesso dal vostro Ordine.

MARTINO                 Io…

GAETANO                Sì…?

MARTINO                 Come volete, Eminenza. E…rimetterete la questione al Papa per la sua decisione?

GAETANO                Certamente. Chiamate Tetzel. (Martino si prostra, poi si inginocchia. Gaetano è molto turbato, tuttavia si domina). Verrà il momento – ricordatelo – in cui all’uomo non basterà dire: «io parlo latino, io sono cristiano…» per poter andare dove vuole. Frontiere, barriere di ogni genere, che non verranno mai abbattute, s’innalzeranno tra gli uomini.

Martino si alza ed esce. Entra Tetzel.

TETZEL                     Ebbene?

GAETANO                No. Ha rifiutato. C’era da aspettarselo. Quell’uomo odia se stesso. E se finirà sul rogo tu, Tetzel, potrai avere la soddisfazione di incidervi sopra: «Potè solo amare gli altri».

Scena quinta

Un casino da caccia a Magliana, nell’Italia settentrionale, 1519. Sul fondo lo stemma dei Medici. Karl von Miltitz, un giovane ciambellano al seguito del Papa, aspetta. Si sentono, fuori scena, grida eccitate e baccano. Entra papa Leone, accompagnato da un capocaccia, da cani e da domenicani. È vestito in sgargianti abiti da caccia e stivaloni. Leone X è indolente, colto, intelligente, estremamente irrequieto e ha la capacità di cogliere l’essenza delle cose con una rapidità eccezionale. Mentre ascolta qualcuno, è apparentemente distratto; gioca con un uccello, oppure tira contro un bersaglio. Irrequieto sempre. Miltitz si inginocchia e gli bacia il piede.

LEONE                      Lascia andare! Ho gli stivali! Ebbene? Avanti, non stiamo a perder tempo, non sprechiamo questa bella giornata! (Si siede e immediatamente si assorbe, almeno in apparenza, nel suo gioco, mentre Miltitz gli legge una lettera).

MILTITZ                    «Al Santissimo Padre, Leone X, Vescovo Sovrano, Martin Lutero, frate agostiniano augura salvazione eterna. Mi consta che circolano voci tendenziose sul mio conto e che il mio nome non suona gradito alla Santità Vostra. Mi si chiama eretico, apostata, traditore, e mi vengono dati molti altri nomi offensivi. Non riesco a comprendere la ragione di tanta ostilità nei miei riguardi e ne sono allarmato. Ma l’unica fonte della mia tranquillità è, come sempre, la tranquillità della mia coscienza. Degnatevi, Santo Padre, di ascoltare la mia voce, che è come quella di un bimbo». (Leone sbuffa ma come assorto altrove). «Si è sempre mormorato e protestato, nelle taverne, contro l’avarizia dei preti e contro il potere delle Chiavi. Questo fin da quando me ne posso ricordare e in ogni parte della Germania. Quanto tali proteste giunsero al mio orecchio il mio zelo si accese per la gloria di Cristo, e mi feci pertanto premura di ammonire non uno – ma diversi Principi della Chiesa. Ma quelli o mi risero in faccia o mi ignorarono. Avevano tutti terrore del vostro nome. Fu allora che resi pubblica la mia disputazione, affiggendola alla porta della chiesa del Castello, qua a Wittenberg. E ora, Santissimo Padre, tutto il mondo è in fiamme. Ditemi cosa debbo fare. Ritrattare non posso; ma l’odio si è appuntato contro di me da ogni parte. Non so a chi rivolgermi se non a Voi. Sono troppo poca cosa per presentarmi al giudizio del mondo in una questione di tanta importanza». (Leone schiocca le dita per chiedere la lettera, butta uno sguardo su quest’ultimo passo, poi rende la lettera a Miltitz che riprende a leggere). «Per poter acquietare i miei nemici e dar soddisfazione ai miei amici mi rivolgo ora a voi, Santissimo Padre, onde sotto la protezione della vostra ala, io possa esprimere il mio pensiero. È grande il mio rispetto per il potere delle Chiavi. Se non mi fossi comportato lealmente, sarebbe stato impossibile al serenissimo Federico, Duca ed Elettore di Sassonia, che brilla del favor Vostro, di tollerarmi all’Università di Wittenberg. Sarebbe stato impossibile se io fossi così pericoloso come i miei nemici vogliono far credere. Per questo, Santissimo Padre, io mi prostro ai piedi di Vostra Santità e mi sottometto a Voi con tutto quello che ho e in tutto quello che sono. Dichiarate se ho torto o ragione. Prendete la mia vita, oppure restituitemela, come meglio credete. La Vostra voce sarà, per me, la voce di Gesù Cristo. Se meriterò la morte non mi rifiuterò di morire. La terra è del Signore e Suo tutto ciò che sulla terra esiste. Possa Egli esser lodato in eterno, e possa Egli sostenervi sempre. Amen. Scritto il giorno della Santissima Trinità dell’anno 1518. Martino Lutero, frate agostiniano».

Attendono che Leone finisca di giocherellare e presti loro attenzione. Poco dopo Leone si alza e prende la lettera delle mani di Miltitz. Si concentra.

LEONE                      Bastardo ipocrita di un tedesco! Perché non dice quel che pensa? Che altro…?

MILTITZ                    Dice che è pronto a sottoporsi al giudizio di qualsiasi Università tedesca ad eccezione di quelle di Lipsia, di Erfurt e di Francoforte che accusa di parzialità. E dice che gli è impossibile presentarsi a Roma di persona.

LEONE                      Lo credo.

MILTITZ                    Perché la sua salute non resisterebbe alle fatiche del viaggio.

LEONE                      È furbo, è furbo quel tedescaccio bastardo! E Staputiz che ha da dire in sua difesa?

MILTITZ                    (leggendo in fretta un’altra lettera). «Il reverendo padre, Martin Lutero, è il più nobile e il più eminente membro della nostra Università. Da molti anni seguiamo i suoi studi…»

LEONE                      Tutto questo lo sappiamo. Scrivi a Gaetano. Prendi nota: «Vi incarichiamo di ordinare a Martin Lutero di presentarsi a voi. Invocate, a tal fine, l’aiuto del nostro carissimo figlio in Cristo, Massimiliano, e di tutti gli altri principi tedeschi, e di tutte le comunità, Università, dei potentati ecclesiastici e secolari. Una volta che vi sarete impossessato di lui, tenetelo in vostra sicura custodia in modo che possa essere condotto dinanzi a noi. Se, tuttavia, egli di sua spontanea volontà tornasse a rispettare i suoi doveri e domandasse perdono, Vi concediamo il potere di accoglierlo nella perfetta unità di nostra Santa Madre Chiesa. Ma qualora egli persistesse nella sua ostinazione e non vi riuscisse d’impadronirvi di lui, vi autorizziamo a dichiararlo fuori legge in ogni parte della Germania, a bandirlo e a scomunicarlo. E a far lo stesso con ogni prelato, ordine religioso, università, ogni conte o duca che non collabori al suo arresto. Quanto ai laici, se non obbediranno immediatamente ai vostri ordini, dovrete dichiararli infami, privarli di esequie cristiane e spogliarli di tutto quanto essi possiedono per concessione della Sede Apostolica o di qualsivoglia signore. V’è nella nostra vigna un maiale inferocito che deve essere cacciato e soppresso. Dato sotto il Sigillo dell’Anello Piscatorio, ecc. ecc.». Questo è tutto. (Leone esce in fretta).

Scena sesta

La porta di Elster, Wittenber. 1520. Sera. Il suono di una sola campana. Come fondale la Bolla contro Lutero. Sopra di essa una testa e una lisca di pesce. Sulla Bolla passano i riflessi delle fiamme che provengono dalla porta di Elster ove i libri di diritto canonico e i decreti papali stanno bruciando furiosamente. Dei frati vanno avanti e indietro con altri libri e documenti e li gettano sul fuoco. Martino entra e sale sul pulpito.

MARTINO                 Mi hanno sistemato con un pezzo di carta. Lasciate che vi spieghi di che si tratta. Mi è giunto da quella latrina che si chiama Roma, la capitale dell’impero di Satana. È una bolla papale e pretende di scomunicare me, il dottor Martino Lutero. Da questo pezzo di carta si levano le menzogne come i fumi si levano dal pantano putrido dell’Europa; i decreti del Papa sono gli escreti di Satana. Eccola, la tengo in alto perché possiate vederla bene. Vedete la firma? È firmato sotto al sigillo dell’Anello Piscatorio da un tipo da letamaio che risponde al nome di Leone, un custode del cesso di Satana, un verme che luccica nello sterco, noto come Sua Santità il Papa, e che voi conoscete come Capo della Chiesa. E forse lo è: come la testa del pesce è il desinare del gatto; occhi senza pupille, attaccati a uno stecco di lisca succhiata. Iddio mi ha detto: non ci possono essere rapporti fra me e questa roba. E in quanto alla Bolla papale, che vada a farsi friggere assieme alle palle dei Medici. (Discende dal pulpito e scaglia la Bolla tra le fiamme. Comincia a tremare, respirando a fatica, e sembra sul punto di essere accolto da un altro attacco. Si inginocchia scosso dal tremito). Oh, Dio…Oh Dio, mio Dio, aiutami contro la ragione e la saggezza del mondo. Tu devi aiutarmi, Tu solo lo puoi. Soffia in me il Tuo spirito come il leone soffia nella bocca del suo leoncino nato morto. Questa non è la mia causa, è la Tua causa. Quanto a me, io non sono fatto per trattare coi grandi di questa terra. Voglio – per me – soltanto pace e solitudine. Soffia il Tuo Spirito in me, Gesù. Non posso fare affidamento su nessun uomo, solo su di Te. Mio Dio, mio Dio…Mi senti? Sei morto? Sei morto? No, Tu non puoi morire. Puoi solo nasconderti. Signore, ho paura. Sono un bambino. Il corpo perduto di un bambino. Sono nato morto. Soffia in me il Tuo Spirito nel nome del Figlio Tuo Gesù Cristo, mio Protettore, mio Difensore, sì, mia forza, mio sostegno, soffia in me il Tuo Spirito, dammi vita, o Signore…Dammi vita…

Martino prega mentre la luce rossa delle fiamme inonda l’oscurità intorno a lui.

ATTO TERZO

Scena prima

La Dieta di Worms. 18 aprile 1521.

Una tenda d’oro con sopra il più intenso sfolgorio di colori, una vivace rappresentazione di questo eccezionale raduno di principi, Elettori, duchi, ambasciatori, vescovi, conti, baroni, ecc. ecc. Forse ci potrebbe essere anche la carretta che ha portato Lutero a Worms. È il mondo del Medioevo in gran parata, pronto per il Rinascimento.

Tali scene, prive di profondità, sono impresse su un fondo oro. Il movimento è irrigidito, la recessione nello spazio, ignorata; la prospettiva, ottenuta mediante la sovrapposizione di figure, o di scene. In tal modo il paesaggio viene sostituito da oggetti disposti a strati. Si potrebbe anche fare l’opposto, alla maniera, per esempio, di Altdorfer.

Dinanzi alla tenda un piccolo rostro con ringhiera di ottone su cui possa stare una persona. Possibilmente sarebbe preferibile che questa porzione dell’avanscena si proiettasse alquanto nella platea. In ogni caso, il fine è quello di ottenere il massimo ingrandimento fisico dell’azione, nel senso di partecipazione fisica (del pubblico) al teatro, come se chi guarda avesse il mento appoggiato ai lati di un ring di boxe…Sempre sulla avanscena, piuttosto in avanti, diverse sedie. Da un lato un tavolo con sopra una ventina di libri. Tavolo e sedie che possono esser riprodotte anche sulla tenda d’oro. Il rostro ha intorno delle sedie a semicerchio. Da ogni parte della sala giunge un fragore di trombe, e vanno avvicinandosi – se possibile partendo dalla platea stessa e salendo i gradini dell’avanscena – alcuni fra i partecipanti della Dieta (anche questi possono esser riprodotti sulla tenda d’oro). Sono preceduti da un araldo. Prendono posto sulle sedie. Fra loro dovrebbero esserci: l’imperatore Carlo V (di fronte al rostro); Aleandro, nunzio apostolico; Ulrich von Hutten, cavaliere; l’Arcivescovo di Trier e il suo segretario, Joan von Eck, che siedono dinanzi al tavolo su cui si trovano i libri. Le trombe tacciono. Tutti restano in attesa. Martino appare – dalla scena – e sale sul rostro al centro.

ECK                           (alzandosi) Martino Lutero, Sua Maestà Imperiale vi ha fatto portare qui perché rispondiate a due domande. Riconoscete pubblicamente di essere l’autore dei libri che qui vedete? Ieri, quando vi posi questa domanda mi rispondeste senza esitazione che quelle opere sono vostre. Lo confermate? (Martino assente col capo). Allorché vi posi la seconda domanda chiedeste tempo per poter riflettere. Per quanto un argomentatore della vostra esperienza e un dottore in teologia eminente come voi non avrebbe avuto bisogno di altro tempo, Sua Maestà Imperiale ha graziosamente aderito alla vostra richiesta. Ebbene: ormai tempo ne avete avuto: un intero giorno e una notte. Quindi vi ripeto la domanda. Avete ammesso di essere l’autore di questi libri. Intendete difenderli tutti o ne ritrattate qualcuno?

Eck siede e Martino comincia a parlare molto calmo, con semplicità e quasi senza alzare la voce.

MARTINO                 Altezza Serenissima, illustri principi e nobili signori. Compaio dinanzi a voi per volontà di Dio e vi prego di volermi pazientemente ascoltare. Ove, per mia ignoranza, dovessi mancare di rivolgermi a voi nella dovuta maniera e col titolo dovutovi, o in qualsiasi modo dovessi venir meno alle norme di etichetta vigenti in un luogo come questo, chiedo venia, sin d’ora, per chi, uscito dalle quattro pareti della sua cella, trova difficile orientarsi qui fuori. Abbiamo convenuto che questi libri sono tutti miei e sono stati tutti pubblicati col mio nome. Risponderò adesso alla seconda domanda. Chiedo alla Maestà Vostra Serenissima e ai nobili signori presenti di tener conto che le mie opere non sono tutte dello stesso genere. Prendiamo, ad esempio, il primo gruppo: in questo io ho semplicemente trattato dei valori della fede e della morale, e persino i miei nemici hanno riconosciuto che il loro contenuto è innocuo e che può essere letto senza alcun danno dal cristiano di più fragile fede. Persino la Bolla emessa contro di me, pur dura e crudele qual è, ammette che alcune delle mie opere non recano offesa ad alcuno. Forse questo è un complimento assai strano ed equivoco, dal momento che poi la Bolla finisce per condannare tali opere assieme a tutte le altre che considera offensive. Se io ritrattassi ora quei libri, che cosa farei? Condannerei proprio quello su cui sia amici che avversari si son trovati perfettamente d’accordo. Vi è, poi, un secondo gruppo di opere da me scritte: queste attaccano, tutte, il potere delle Chiavi che ha devastato la cristianità. Nessuno può negarlo, ne esistono ovunque le prove, e tutti ne fanno lagnanze. E nessuno ha sofferto di questa tirannia più del popolo tedesco. Esso è stato depredato senza pietà. Se io ritrattassi, ora, tali opere, autorizzerei lo scatenarsi di una tirannia anche maggiore, e questo è chiedermi troppo. Ho scritto anche un terzo gruppo di opere, contro certi individui – gente nobile, di riguardo, almeno in apparenza, importante. Tutti difensori di Roma e nemici della mia religione. Può darsi che in tali opere io sia stato più violento di quanto possa sembrare necessario, o di quanto esiga, diciamo, il buon gusto, per uno che, in fin dei conti, non è che un monaco. Ma io non mi sono mai prefisso di diventare un santo e non ho inteso difendere la mia vita, ma l’insegnamento di Cristo. E così, anche per queste opere non posso ritrattare, perché se lo facessi la situazione presente continuerebbe come prima. Ma poiché io sono un uomo, e non Dio, l’unico mezzo che ho di difendere ciò che ho scritto è di impiegare lo stesso metodo usato dal mio Salvatore. Mentre Anna, il sommo sacerdote, lo interrogava nel Suo insegnamento, Egli fu colpito in viso da uno dei servi. E così replicò: «Se ho detto il falso dimmi qual è il falso». Se lo stesso Gesù, che non poteva sbagliare, era disposto ad ascoltare gli argomenti di un servo, potrei io rifiutare di fare altrettanto? Ciò che domando dunque è che qualcuno mi voglia indicare i miei errori, alla luce dei Vangeli. Quando ciò sarà stato fatto io vi chiederò di poter essere il primo a gettare le mie opere nelle fiamme.

                                    Mi sembra, questa, una chiara risposta alla vostra domanda. Mi rendo bene conto dei pericoli della mia posizione. E voi me li avete resi ancor più evidenti. Continuo ugualmente ad essere convinto che la causa del nostro dissenso sia il Verbo di Dio. Perché Cristo ha detto: «Non sono venuto a portarvi la pace, bensì una spada. Sono venuto per mettere il figlio contro il padre». E noi dobbiamo anche assicurarci che il regno di questo nobile, giovane principe Carlo, così pieno di promesse, non finisca nella rovina dell’Europa. Dobbiamo temere solo Iddio. Quanto a me, mi affido alla Vostra Serenissima Maestà, a tutti voi nobili signori, e umilmente prego che non mi condanniate come vostro nemico. Non ho altro da aggiungere.

ECK                           (alzandosi) Martino: non avete risposto alla domanda che vi ho posto. Anche se fosse vero che qualcuna delle vostre opere è innocua – ipotesi che fra parentesi noi non ammettiamo – vi dovremmo ugualmente chiedere di sopprimere i passi blasfemi, le eresie, e tutto quanto possa venire interpretato come eresia; di eliminare, insomma, tutto quello che possa essere considerato deleterio per la fede cattolica. Sua Sacra Maestà Imperiale è più che disposta ad usarvi clemenza; se farete ciò che vi domanda, egli potrà usare la sua influenza presso il Sommo Pontefice onde ciò che vi è di buono nei vostri scritti non vada distrutto con quello che contengono di male. Ma se persistete nel vostro atteggiamento, potete essere certo che ogni memoria di voi sarà cancellata e tutto ciò che avete scritto – buono o cattivo – sarà dimenticato. Vedete, Martino, voi tornate, come tutti gli eretici, sullo stesso punto: le Sacre Scritture. Chiedete di essere contraddetto dalle Scritture. Non possiamo che ritenervi o pazzo o malato. C’è forse bisogno di dar sempre spiegazioni a tutti coloro cui salta in mente di fare una domanda? Una domanda qualsiasi? Ma come! Se dovessimo rispondere con irrefutabili argomenti tratti dalle Scritture a chiunque metta in dubbio la corrente interpretazione della Chiesa, o qualunque altro argomento gli venga in mente di sollevare, non esisterebbe più nel Regno della cristianità alcunché di sicuro e di definitivo. Cosa direbbero gli Ebrei, i Saraceni, i Turchi, a sentirci discutere se sia vero o no quello in cui abbiamo sempre creduto? Per carità, Martino, non crediate di essere il solo a comprendere il significato dei Vangeli. Non valutate così tanto le vostre opinioni; non ponetele così al di sopra di quelle di altri uomini eminenti e sinceri. Vi chiedo di non gettare l’ombra del dubbio sulla fede santa e ortodossa, sulla fede fondata dal più grande e perfetto legislatore che si conosca, e diffusa nel mondo dai Suoi apostoli, coi loro miracoli e col loro sangue. Questa fede è stata definita nei Sacri Concilii e confermata dalla Chiesa. È il vostro retaggio; noi non possiamo discuterla – ce lo vietano le leggi dell’Imperatore e quelle del Papa. E poiché nessuna discussione porta a una conclusione definitiva, tali leggi possono solo condannare coloro che rifiutano di sottometter visi. Esse prevedono delle pene che saranno applicate. Devo, dunque, ancora una volta, chiedervi di rispondere sinceramente e senza ambiguità, sì o no: volete o non volete ritrattare le vostre opere e gli errori in esse contenuti?  

MARTINO                 Poiché la Vostra Serenissima Maestà e voi tutti, nobili signori, mi chiedete una semplice risposta, l’avrete, e senza peli sulla lingua. A meno che non mi si porti la testimonianza delle Scritture – poiché non credo nei papi e nei concilii – a meno che io non venga contraddetto dalle Scritture e la mia coscienza non sia convinta dalla stessa parola di Dio, io non posso e non voglio ritrattare perché agire contro la propria coscienza non è onesto e non è saggio. Questa è la mia posizione: Iddio mi aiuti; altro non posso fare. Amen.

Scena seconda

Wittenberg, 1525. Un canto di guerra, il rombo del cannone, e le grida di uomini feriti. Un gran fumo, uno stendardo logoro con la Croce e lo zoccolo di legno del Bundschuh, emblema della Lega dei Contadini. Un piccolo altare dal lato opposto del pulpito. Sul proscenio un cavaliere sfinito, accasciato, tutto sporco. Al centro un carrettino a mano e vicino, per terra, il cadavere insanguinato di un contadino.

CAVALIERE            Che confusione quel giorno! Quel giorno a Worms, voglio dire. Non voglio dire ora, ora no. Da allora sono avvenute tante cose, ma una eccitazione come quella non c’è più stata, a meno che non si voglia chiamare eccitazione l’assassinio. Ve lo dico io, non potete immaginare a che punto quel frate era riuscito a scatenare tutti quelli che si erano riuniti là, quell’anno. Tutti noi, proprio tutti quanti, ci sentivamo così, non potevamo farne a meno, anche se avessimo voluto, e molti avrebbero voluto farne a meno. Il suo crani era tutto pustole e croste, e bastava guardarlo, quell’uomo, per capire che il suo corpo doveva essere tutto umido e bianco, più bianco ancora della sua faccia e, a toccarlo, più freddo di una macina da mulino. Aveva sudato tanto quando finì di parlare che sentivo il suo odore da lontano. Come una scintilla appicca il fuoco alla miccia, così egli appiccò il fuoco in noi, dentro di noi, e niente poté fermarlo, quel frataccio: esplose dentro di noi, nessuno di noi poté farci nulla. Io sentii, sentii con assoluta certezza, dentro di me, che nulla, da quell’istante, sarebbe più stato come prima, proprio così. Era avvenuto qualcosa – era cambiato qualcosa, qualcosa era diventato diverso, qualcosa dentro la nostra carne, nella carne e nello spirito, come quando il peso di quel corpo si abbandonò sulla sua croce di legno e le tenebre oscurarono la terra. Questo – voglio dire – fu ciò che successe, e successe, più o meno nello stesso modo, a tutti quelli di noi che si trovavano lì, amici e nemici, a tutti uguale. No: credo che neppure se sapessi scrivere o parlare come lui, potrei darvi un’idea di quello che pensavamo – o che qualcuno di noi pensava in quel momento. Certo, non tutti potevano avere la stessa idea, ma, quanto a me, avrei voluto urlare fino ad assordirmi e sguainare la spada – no, non sguainarla, ma strapparla, volevo, come fosse stata un fiore nel mio sangue, e immergerla là dove lui mi avesse ordinato. (Il cavaliere resta perso nei propri pensieri, poi il suo sguardo si posa sul corpo del contadino. Dà un colpo violento al carretto) Si riuscisse almeno a sapere che vuole, quell’uomo. Ma vacci a capire! Comunque, è andata male. (Rivolto al cadavere del contadino) Vero, amico? In ogni caso non è andata come ci aspettavamo. Certo non come ti aspettavi tu; ma chi mai avrebbe potuto immaginare che saremmo finiti in campi opposti, lui da una parte e noi dall’altra? Che, quando la lotta si scatenò tra voi e loro, lui si sarebbe schierato dalla loro parte, a battere il tamburo per loro, davanti allo scannatoio, e a batterlo meglio e più forte di chiunque altro, a chiedere le vostre teste, a massacrarvi a migliaia e a mettervi a sgocciolare sul fuoco il vostro grasso? Certo, ognuno di quei gruppi voleva qualcosa di diverso, o forse tutti volevano la stessa cosa, volevamo avere tutto quello che potevamo, e molto più di quello cui avevamo diritto. Tutti uguali quei principi, quegli arcivescovi, quei nobilucci e quei ricconi, tutti ad agitarsi come maiali intorno al truogolo per strappare a quei disgraziati contadini sino all’ultimo soldo di quello che non avevano mai posseduto. Tutti quegli eminentissimi abati con la pappagorgia che gli pendeva dal collo come uova d’oca, e, infine, quei cavalieri di poco conto, come me per esempio, gente messa da parte, ridotta alla miseria, che aveva conosciuto giorni migliori, gente impaurita, che si sarebbe attaccata a qualunque cosa per evitare il peggio. Non uno di loro si accorse della parola fine quando questa si rivelò evidente, senza possibilità di errore, nelle sofferenze di troppi uomini. È così. Si dice, sai – si dice che il movente del profitto – e sono sicuro che tu lo sai benissimo – si dice che il movente del profitto sia nato con l’invenzione nei monasteri della contabilità a partita doppia. La contabilità! Nei monasteri, e anni e anni prima che a noi saltasse in mente di dargli fuoco. Ma, vedi, per quelli che hanno quel movente, non c’è partita doppia, ce n’è una sola: il profitto è loro e la perdita di qualcun altro e, in generale, non si curano neppure di registrarla. (Smuove con un piede il cadavere) Be’, è stata la tua solita, vecchia perdita, amico; perdita totale. Si potrebbe dire che la tua vita era stata segnata in perdita dal giorno in cui venisti al mondo. Non è così? E anche per tutti gli altri come te, e che verranno dopo di te. (Il cavaliere, faticosamente, cerca di caricare il corpo del contadino sul carretto. Entra Martino con un libro in mano. Lui e il cavaliere si guardano, poi Martino guarda il contadino. Il cavaliere prende il libro dalle mani di Martino, vi dà un’occhiata, ma non gli sfugge il gesto di repulsione di Martino per il cadavere) Un altro libro, hai scritto? (Glielo restituisce) Credi che andrà a ruba come gli altri? (Pausa). Direi di sì. Troverai sempre qualcuno che ti dà retta. (Martino sta per andarsene, ma il cavaliere lo ferma) Martino. Un momento. (Si volge e posa le mani, con cautela rituale, sul cadavere. Poi imbratta Martino di sangue). Ecco, così va meglio. (Martino si accinge nuovamente ad allontanarsi. Il cavaliere lo ferma di nuovo) Sei pronto, ora, sembri un macellaio.

MARTINO                 Dio è il macellaio…

CAVALIERE            E tu no?

MARTINO                 Perché non rivolgi i tuoi insulti a Lui?

CAVALIERE            Lascia andare, il suo grembiule da macellaio lo indossi tu. (Martino si avvia agli scalini del pulpito). E ti sta bene. (Pausa). Non ti sembra? (Pausa). Quel giorno a Worms (Pausa) …eri come un maiale in vetrina, te ne ricordi? Potevo sentire il tuo puzzo anche da laggiù dove stavo! Quel che sei riuscito a fare è trasformare ogni cosa in puzzo, in morte, in pericolo, eppure ce l’avresti potuta fare, Martino, eri il solo che avrebbe potuto farcela. Avresti potuto persino portare ordine e libertà insieme.

MARTINO                 Rivoluzioni ordinate non esistono, e poi, i cristiani sono nati per soffrire, e non per combattere.

CAVALIERE            Ma non siamo stati tutti, tutti senza eccezione, senza distinzione di parte, non siamo stati tutti redenti dal Sangue di Gesù Cristo? (Addita il contadino) Non era compreso anche lui, quando furono dettate le Scritture? O fosti solo tu ad essere liberato? Tu e i principi coi quali hai fatto combutta, e i ricchi borghesi e…

MARTINO                 Liberato? (Ascende il pulpito) I principi mi condannano, tu mi condanni, i contadini mi condannano.

CAVALIERE            (seguendolo sui gradini) Fosti tu a mettere acqua nel vino, no?

MARTINO                 Nel caos io vedo l’organo del diavolo e ho paura. Ma ora basta.

CAVALIERE            Stai di nuovo per scoppiare…

MARTINO                 Vattene.

CAVALIERE            Non è forse vero?

Martino fa uno sforzo improvviso per buttarlo giù dai gradini ma il cavaliere resta fermo e solido.

MARTINO                 Indietro!

CAVALIERE            Non è forse vero? Stai per scoppiare, maiale ipocrita! Sento il tuo puzzo da qui!

MARTINO                 Non ascoltò egli forse i figli di Israele?

CAVALIERE            Sempre nella rivelazione fino al collo, eh?

MARTINO                 E non li fece, forse, uscire dalla terra dei Faraoni?

CAVALIERE            Maiale ipocrita!

MARTINO                 Sì o no?

CAVALIERE            Sangue di Dio! Non puntarmi la tua Bibbia contro il cervello! Di rivelazione ne ho abbastanza qua dentro, e so veder bene coi miei occhi! (Si batte sulla fronte) Punta il tuo Vangelo contro questa! (Il cavaliere afferra la mano di Lutero e se la pianta in testa) Tu stai uccidendo lo spirito e lo stai uccidendo con quello che scrivi. Tu sei andato a grufolare dove non dovevi, nella tua puzza e nei tuoi escrementi. Avanti, tocca qua, ci hai le mani sopra! È tutto qua lo spirito santo, e mai avrai più di questo. Tocca!

Lottano fra loro, ma il cavaliere è sempre più fiacco e Martino riesce a svincolarsi e a salire sul pulpito.

MARTINO                 Il mondo venne conquistato dal Verbo, e il Verbo sostiene la Chiesa.

CAVALIERE            Verbo? Quale Verbo? Qualsiasi cosa significhi «Verbo» vuol dire probabilmente un’altra vecchia reliquia, una indulgenza e sappiamo cosa ne hai fatto tu, di quella roba là! Nulla mai di tutto questo potrà essere altro che poesia. Non ci hai mai pensato, Martino? Poesia! Tu sei un poeta, questo nessuno lo mette in dubbio, sei un poeta, ma vuoi sapere cosa crede la maggior parte degli uomini nell’intimo del cuore? Perché loro non vedono a immagini, come vedi tu; loro credono, nell’intimo del cuore, che Cristo era un uomo come noi, un profeta, un maestro, e crede, anche, che la Sua ultima cena sia stata un pasto semplice come loro – quando hanno la fortuna di farlo -, un pasto di pane e di vino! Un pasto semplice, senza condimenti e senza verbo. E li hai aiutati tu a crederlo.

Pausa.

MARTINO                 Lasciami.

CAVALIERE            Certo. Non c’è più ragione di restare. Ti sono rimasto accanto anche troppo, ormai puzzo come te.

MARTINO                 (rugge dal dolore). Puzzo perché ragiono. Puzzo perché non smetto mai di disputare con Lui. Puzzo perché mi aspetto che Egli mantenga il Suo Verbo. E allora? Se il tuo contadino si è ribellato al Verbo, questo è stato peggio di un assassinio, perché ha distrutto il paese intero e chi mai può sapere ciò che Dio vorrà fare, ora, di noi tedeschi!

CAVALIERE            Non dar la colpa a Dio, Martino. (Ride) Non lo fare! Tu eri più in orgasmo di tutti quella notte in cui i tedeschi vennero concepiti!

MARTINO                 Cristo! Ascoltami! Le mie parole scaturiscono dal Tuo Corpo! La morte, queste orde di contadini, se la sono meritata! Si sono ribellati all’autorità, hanno rapinato e barattato e tutto nel Nome Tuo! Cristo, credimi! (Al cavaliere) L’ho chiesto, l’ho implorato e l’ho ottenuto! Porta via quella roba. Portatela via.

Il cavaliere si prepara a portar via il corpo sul carretto.

CAVALIERE            E va bene, amico. Rimani pure con la tua monaca. Sposatela e riscaldati con lei. Gli altri lo hanno fatto, quasi tutti. Come un bimbo infreddolito, riscaldati con lei nel suo letto. Credi che ci riuscirai?

MARTINO                 (con noncuranza). Mio padre, almeno, mi dirà bravo per questo.

CAVALIERE            Tuo padre? (Il cavaliere si stringe nelle spalle, spinge il carretto con stanchezza ed esce).

Martino abbandona la testa sulla ringhiera del pulpito.

MARTINO                 (sussurra). Ho fiducia in Te, ho fiducia in Te, tu hai soggiogato il mondo, ho fiducia in Te, tu sei tutto quello ch’io voglio avere, sempre… (Si affloscia sul pulpito e sembra aver perduto i sensi. Poi fa uno sforzo per riprendersi come se avesse avuto un collasso durante una predica) Sono certo – ecco, sono cerco che ricorderete…Abramo. Abramo era…era un uomo molto vecchio…un uomo molto, molto vecchio, aveva cent’anni, infatti, quando gli accadde qualcosa, qualcosa che era un miracolo per un uomo della sua età: gli nacque un figlio. Un maschio. Isacco lo chiamò. E amò Isacco. Lo amò tanto che non si può descriverlo. Per Abramo il figlioletto era un miracolo, una piccola, continua…animale…meraviglia…E nel figlio cercò il padre. Ma un giorno disse il Signore ad Abramo: «Prendi tuo figlio che tanto ami, uccidilo e offrimelo in sacrificio». In quel momento ad Abramo sembrò che gli si seccasse tutto dentro per sempre, perché Abramo aveva creduto che Dio gli avesse promesso la vita attraverso il figlio. E così prese il figlio e si preparò ad ucciderlo legandolo sull’ara ardente come gli era stato comandato. Gli parò dolcemente, alzò la scure sul corpicino ignudo del fanciullo che cercava di non battere ciglio. Solo in Cristo si trovò mai tanta ubbidienza. Se Dio avesse fatto cenno, Isacco sarebbe morto in quel momento. Ma l’Angelo intervenne, il fanciullo fu liberato e Abramo lo ebbe di nuovo tra le sue braccia. A dispetto della vita ci sembra di morire, ma Iddio dice no, e a dispetto della morte viviamo. Se Egli ci uccide, ci fa vivere. (Entra il cavaliere che si ferma osservando, con lo stendardo del Bundschuh in mano, Martino). Cuore di Gesù, salvami; Cuore del mio Salvatore, liberami; Cuore del mio Pastore, proteggimi; Cuore del mio Maestro; insegnami; Cuore del mio Sovrano, governami; Cuore dell’Amico mio, restami accanto.

Entra Caterina van Bora, la sua sposa, accompagnata da due frati. Martino si alza dal pulpito e le va incontro. Si ode un semplice motivo, suonato da un semplice strumento. Essa prende la mano di lui e si inginocchiano insieme al centro. Il cavaliere li guarda, poi spezza lo stendardo che teneva in mano, gettandone i pezzi sull’altare.

Scena terza

Il Chiostro degli Eremiti Agostiniani. Wittenberg, 1530. Si ode il canto di un inno. La tavola del refettorio apparecchiata per due. I resti di due pasti. Martino è seduto, solo. Il vigore di un uomo di quasi quarant’anni, nel pieno delle sue energie, si è trasformato in un dolore stanco, il dolore dell’età di mezzo che cerca di ritrovare la propria forza. Caterina entra con una caraffa di vino. È una ragazza robusta, piacente, sui trent’anni.

MARTINO                 Come sta?

CATERINA               Sta bene, ora verrà. Non ha voluto che lo aiutassi. Credo che abbia vomitato.

MARTINO                 Povero vecchio. Chi è stato in convento tutta la vita, non si abitua troppo facilmente a una cucina come la tua.

CATERINA               Non andava bene?

MARTINO                 Oh, tutto era ottimo, ma troppo buono per uno stomaco raggrinzito come quello di un vecchio frate.

CATERINA               Capisco: ma tu – tu stai bene?

MARTINO                 Sì, sto bene. Grazie, cara. (Sorride) Però mi aspetto di star male più tardi.

CATERINA               Ti piace mangiar bene, non dire di no.

MARTINO                 Be’, preferisco il mangiare al digiuno. Conosci la storia di quel soldato che combatteva nelle crociate? No? Be’, il suo capitano gli aveva detto un giorno che se moriva in battaglia avrebbe cenato con Cristo in Paradiso, ma il soldato fuggì. Quando ritornò, a battaglia finita, gli chiesero perché fosse fuggito. «Non volevi cenare con Cristo?» «No, - replicò il soldato, - oggi io digiuno».

CATERINA               Ti ho portato dell’altro vino.

MARTINO                 Grazie.

CATERINA               Ti aiuterà a dormire.

Entra Staupitz, appoggiandosi a un bastone.

MARTINO                 Eccovi qua! Credevo che foste caduto dentro il cesso, dritto nelle amorose braccia del diavolo.

STAUPITZ                 Chiedo scusa, ho…ho fatto quattro passi.

MARTINO                 Allora venite qui, sedetevi. Katie ci ha portato dell’altro vino.

STAUPITZ                 Non riesco a capacitarmi di essere di nuovo qui. È così strano. Questo posto era così animato un tempo…ed ora, ora ci sei solo tu, tu e Katie. È inverosimile, inverosimile.

CATERINA               Non dovresti star su fino a tardi, Martino. Ieri notte, di nuovo, non hai dormito bene. Ti sentivo, facevi fatica a respirare.

MARTINO                 (divertito). Mi hai sentito?

CATERINA               Lo sai cosa voglio dire; quando tu non dormi, io non riesco a prender sonno. Buona notte, dottor Staupitz.         

STAUPITZ                 Buona notte, cara. Grazie della cena, era ottima. Mi dispiace proprio di non aver potuto farle onore.

CATERINA               Non importa, anche Martino ha gli stessi disturbi.

STAUPITZ                 Ah, sì? Allora non è cambiato molto.

MARTINO                 Affatto! Neppure Katie è riuscita a farmi funzionare l’intestino, vero Katie?

CATERINA               E quando non sono quelli, è l’insonnia.

MARTINO                 Sì, Katie, lo hai già detto. E poi ho la gotta, le emorroidi e il ronzio alle orecchie. Il dottor Staupitz ha dovuto sopportare i miei malanni più a lungo di te. Non è così?

CATERINA               Be’, cerca di non dimenticare quel che ti ho detto. (Gli dà un bacio sulla guancia).

MARTINO                 Buona notte, Katie.

Caterina esce.

STAUPITZ                 Nessuno ti ha mai curato così bene.

MARTINO                 È un peccato che non tutti possano sposare una monaca. Sono brave cuoche, massaie accorte e splendide madri. Ci sono tre sistemi per salvarsi dalla disperazione: uno è di avere fede in Cristo; un altro è di infuriarsi contro il mondo e di fargliela pagar cara; il terzo è di avere l’amore di una donna. Intendiamoci, non è che funzionino sempre tutti: ma per un certo tempo sì. A volte quando sono sveglio a letto, fradicio del sudore di Satana, mi avvicino a Katie e la tocco e le dico: «Aiutami, Katie, ti prego aiutami, tirami fuori». E lei qualche volta riesce a tirarmi fuori. Povera vecchia Katie, che cerca a tentoni, con le sue grosse braccia, di strapparmi al diavolo.

STAUPITZ                 È una buona figliola.

MARTINO                 Vino?

STAUPITZ                 Poco. Anch’io debbo andare a letto.

MARTINO                 Vi aiuterà a dormire, avete l’aria stanca.

STAUPITZ                 Sono vecchio. Vedo che il nostro pero è in fiore, lo hai curato bene.

MARTINO                 Mi piace trovar tempo per il giardino. Mi piace pensare che mi fa bene alle ossa. Dopo aver lavorato in giardino mi sento un po’ più contento di me.

STAUPITZ                 Abbiamo molto parlato sotto quel pero.

MARTINO                 Sì.

STAUPITZ                 Martino, che calma. Non mi ero mai reso conto, prima, di quanta eloquenza c’è nel silenzio di un frate. È stata una voce. (Pausa). Se n’è andata. (Scuotendo la testa) Come sta tuo padre?

MARTINO                 Anche lui invecchia, ma sta bene.

STAUPITZ                 E…è soddisfatto di te?

MARTINO                 Non è mai stato soddisfatto, né della mia laurea, né di quando divenni il dottor Lutero. Soltanto quando Katie ed io ci sposammo e lei rimase incinta. Allora sì, fu contento.

STAUPITZ                 Ti ricordi di frate Weinand?

MARTINO                 E come no. Mi reggeva il capo quando mi sentivo svenire in chiesa.

STAUPITZ                 Chi sa che fine ha fatto. (Pausa). Come cantava, che voce stupenda!

MARTINO                 Mio caro amico, voi siete triste e me ne dispiace. (Pausa). Noi monaci non servivamo a nessuno, tanto meno a noi stessi, ciascuno di noi rinchiuso come un pidocchio nel manto del Signore.

STAUPITZ                 Sì. Tu hai un modo tutto tuo di esprimerti. Dovevo sempre rimproverarti del fanatismo col quale volevi osservare la Regola.

MARTINO                 E riusciste a convincermi, ve ne ricordate? (Pausa). Padre, siete contento di me, voi?

STAUPITZ                 Contento di te? Mio caro figliolo, io sono troppo poca cosa per poter giudicare. Quando discorrevi sotto quel pero, tu eri come un bimbo.

MARTINO                 Un bimbo.

STAUPITZ                 Figlio mio, ti hanno costretto a diventare uomo…hai esitato più di chiunque altro, come chi ha paura dell’acqua fredda e sta lì a provarla col piede sino a che non ce lo buttano dentro. Ma ormai non sei più il fraticello impaurito che si rivolgeva al suo superiore per ricevere rimprovero o lode. Ora, ogni volta che fai un rutto, il mondo si ferma e ascolta. Lo sai che quando assunsi la direzione di questo convento si pubblicavano a malapena trenta libri all’anno? L’anno scorso se ne sono pubblicati almeno settecento e la maggior parte qui, a Wittenberg.

MARTINO                 Il più bel dono che Dio ha fatto a se stesso è stata la stampa. A volte mi domando come avrebbe potuto far senza.

STAUPITZ                 Ho sentito dire, l’altro giorno, che il mondo finirà nel 1532.

MARTINO                 Come data va bene quanto un’altra. Sì, 1532. Potrebbe essere davvero la fine del mondo. Si potrebbe scrivere un libro e chiamarlo «1532», semplicemente.

STAUPITZ                 Mi dispiace, Martino, non intendevo venir qua, dopo tanto tempo, per criticarti. Perdonami. Sto diventando vecchio e scemo e impaurito. Quella cena era troppo abbondante per la mia età. Non è che non l’abbia…

MARTINO                 Ve ne prego, dispiace anche a me. Non vi agitate, sono avvezzo alle critiche, Giovanni. Aiutano a tenere i muscoli in esercizio, a non farli diventare flaccidi. Tutti quei vacui cavillatori, quello scaltro pagliaccio, Erasmo, per esempio. Dovrebbe far di meglio, invece pensa solo a camminare sulle uova senza romperle. E in quanto a quel sedere di mandrillo, lo scimmione inglese, Enrico, quel lebbroso disgraziato, figlio di una cagna, quello non ha mai avuto un’idea sua in testa, tranne che di chiamarsi Difensore della Fede. (Pausa. Staupitz non ha reagito a questo tentativo di portare la discussione su un piano scherzoso). Però c’è qualcosa da dire in favore di Erasmo. Lui non si è perso dietro alle solite comuni sciocchezze sulle indulgenze, sul Papa e sul Purgatorio. Lui è andato dritto al segno. È ancora dentro sino agli orecchi nelle questioni della moralità e della possibilità per l’uomo di guadagnarsi da solo la propria salvazione. Nessuno può agire bene, nessuno. Dio è uno e vero. Ma Dio, e questo Erasmo non lo capisce, Dio è imperscrutabile, è al di sopra della comprensione umana. E la volontà dell’uomo è come un cavallo fra due cavalieri: se Iddio gli salta in groppa, il cavallo andrà dove vuole Iddio, ma se gli monta in groppa Satana, andrà dove vuole Satana. Non solo: il cavallo non può scegliere il proprio cavaliere. Sta a quei due decidere. (Pausa). Perché mi accusate? Cosa ho fatto?

STAUPITZ                 Non ti accuso, Martino, tu lo sai. L’uomo giusto è il proprio accusate. Perché l’uomo giusto giudica secondo quello che lui è.

MARTINO                 Cosa vuol dire? Che non sono giusto?

STAUPITZ                 Cerchi di esserlo, altro non puoi fare.

MARTINO                 Voi pensate a quei maledetti contadini. Secondo voi avrei dovuto incoraggiarli.

STAUPITZ                 Non dico questo.

MARTINO                 Cosa dite allora?

STAUPITZ                 Non dovevi incoraggiare i principi. Sono stati loro a massacrare i contadini, ce li hai spinti tu. E la causa dei contadini era giusta, Martino. Non era giusta, forse?

MARTINO                 Non ho detto che non lo fosse.

STAUPITZ                 E dunque?

MARTINO                 Non vi rammentate di avermi detto: «Fratello, ricordati che tu hai cominciato tutto questo nel nome del Signor Nostro Gesù Cristo»?

STAUPITZ                 Ebbene?

MARTINO                 Padre, il mondo non si governa col rosario. Erano turba, plebaglia, e se non fossero stati repressi e massacrati ci sarebbero stati altri mille tiranni, invece di una mezza dozzina soltanto. Erano plebaglia, e, come tali, erano contro Cristo. Nessuno può morire per un altro, credere per un altro, rispondere per un altro. Nel momento in cui si provano a farlo diventano plebaglia. Se siamo fortunati possiamo trovare la verità in noi stessi e il massimo che possiamo fare è morire ciascuno per conto proprio. Vi ripeto, con San Paolo, «ogni persona sia sottoposta alle autorità superiori; perché non v’è autorità se non da Dio; e le autorità che esistono, sono ordinate da Dio; talché chi resiste all’autorità, si oppone all’ordine di Dio». Questo è San Paolo, padre, queste sono le Scritture: «E quelli che vi si oppongono, si attireranno addosso una pena».

STAUPITZ                 Sì, probabilmente hai ragione.

MARTINO                 «L’amore non fa male alcuno al prossimo; l’amore, quindi, è l’adempimento della legge».

STAUPITZ                 Ebbene, tutto sembra preordinato. Sono stanco.

MARTINO                 È stato preordinato per me.

STAUPITZ                 È meglio che vada a letto.

MARTINO                 Tentano di far di me una stella fissa, ma io sono un pianeta in moto, padre. E voi ora mi volete lasciare.

STAUPITZ                 No, non ti lascio. Ti amo, Martino. Ti amo quanto un uomo possa amare la donna. Ma ormai non siamo più due frati tranquilli che se ne stanno a chiacchierare in un giardino, sotto un pero. Il mondo è cambiato. Anzitutto tu hai creato una cosa che si chiama Germania: hai svincolato una lingua e l’hai insegnata ai tedeschi e al mondo non resta che abituarsi al suono di essa. Come una volta noi creammo dal pane il corpo di Gesù, così tu hai creato il corpo dell’Europa, e qualsiasi ne siano le conseguenze il resto del mondo le soffrirà per noi. Tu hai sottratto Cristo ai biascicamenti e alle voci melliflue, ai parametri ingioiellati e alle tiare, e lo hai rimesso nel posto cui appartiene, nel cuore di ogni uomo. Ti dobbiamo molto, Martino. Tutto quello che chiedo è di non essere troppo violento. Nonostante tutto quello che ci hai detto e ci hai dimostrato, ci sono stati degli uomini qui, alcuni uomini che hanno vissuto santamente. Non devi…non devi credere di essere tu, il solo, ad avere ragione. (È vicino alle lacrime e Martino non sa cosa fare).

MARTINO                 Che altro posso fare? Che altro? (Si preme l’addome con la mano).

STAUPITZ                 Che hai?

MARTINO                 Oh, il solito vecchio male. Tutto qua.

STAUPITZ                 C’è qualcosa che mi ha sempre reso perplesso, e che ho sempre voluto chiederti.

MARTINO                 Cosa?

STAUPITZ                 Alla Dieta di Worms, quando ti posero quelle due domande, perché chiedesti un giorno di tempo prima di rispondere?

MARTINO                 Perché?

STAUPITZ                 Da mesi sapevi quel che avresti risposto. Il cielo sa quante volte me l’hai detto. Perché hai preso tempo?

Pausa.

MARTINO                 Non ero sicuro.

STAUPITZ                 Lo sei stato, dopo?

MARTINO                 Ho aspettato la voce del Signore, ma non ho sentito che la mia.

STAUPITZ                 Lo sei stato, dopo?

Pausa.

MARTINO                 No.

STAUPITZ                 (lo abbraccia). Grazie, figliolo. Iddio ti benedica. Spero che tu dorma meglio, ora. Buona notte.

MARTINO                 Buona notte, padre. (Esce Staupitz e Martino resta solo. Beve il suo vino) Oh, Signore, io credo. Credo…credo…credo. Impediscimi solo di cessar di credere.

Si accascia sulla sedia. Entra Caterina in camicia da notte con in braccio il loro bambino, Hans.

CATERINA               Piangeva…deve aver fatto di nuovo un brutto sogno. Non vieni a letto?

MARTINO                 Fra poco, Katie. Fra poco.

CATERINA               Cerca di non far troppo tardi. Hai una cera…non hai la cera che dovresti avere. (Si volta per andarsene).

MARTINO                 Dammelo qua un momento.

CATERINA               Per…

MARTINO                 Dammelo qua un momento.

CATERINA               Per cosa? Prenderà freddo.

MARTINO                 Non prenderà freddo, stai tranquilla. Per favore, Katie, dammelo.

CATERINA               Lo sai che sei strano?! Va bene, ma solo cinque minuti. Non star lì con lui tutta la notte. Si è riaddormentato. Se lo tieni qua, ricomincerà a sognare male.

MARTINO                 Grazie, Katie.

CATERINA               Eccolo. Che non prenda freddo! È tuo figlio.

MARTINO                 Stai tranquilla.

CATERINA               Che non prenda freddo. (Si ferma prima di uscire) Non far tardi.

MARTINO                 Buona notte, Katie. (Esce Caterina. Resta Martino col bimbo addormentato in braccio. Martino con tenerezza) Cosa è stato? Era il diavolo che ti dava noia? Era lui? Il vecchio Satana? Non te la prendere, chissà che un giorno non diventiate amici. Basta che tu impari a voltargli il sedere e fargli un peto. Non avere paura. Il buio non è mai così buio come lo si immagina. Lo sai? Mio padre aveva un figlio e questi dovette imparare una durissima lezione. Imparò che l’uomo è un piccolo animale senza difesa, non creato dal padre suo, ma da Dio. È difficile accettare che sei figlio di qualcuno, e che non sei il padre di te stesso. Non fare brutti sogni, figlio mio, non farli ancora. Verranno anche troppo presto. (Si alza) Avresti dovuto vedermi alla Dieta di Worms. Ero quasi come te, quel giorno… Come se avessi imparato di nuovo a giocare, nel mondo, come un bimbo ignudo, «Sono venuto per mettere il figlio contro il padre», dissi allora e mi ascoltarono. Proprio come un bimbo. Eh! E ora andiamo a nanna, vero? «Abbi pazienza e mi vedrai». Lo ha detto Cristo, figlio mio. Spero torni ad essere così. Lo spero. Speriamolo, eh?!... Speriamolo. (Martino si stringe il bambino fra le braccia, poi lentamente esce).

fine

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