Mi voleva Strehler

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di Umberto Simonetta

Scritto con Maurizio Micheli

Personaggi

FABIO ALDORESI

IL  PIANISTA DEL LOCALE


ATTO PRIMO

(A sipario chiuso: brusìo di pubblico. Due, tre risate sin­gole, femminili. Si distinguono con chiarezza alcune bat­tute: «Tre gin fizz...» «Non so, domandaglielo a Fran­co, è lui che decide...» «I maccheroncini sono quattro o cinque?» «No, io fino a Natale non mi posso muove­re...» «Allora signori questi maccheroncini: quattro o cinque?» «Sssst... non fate tutto sto casino che voglio seguire cosa dice...».

Si apre il sipario. Fabio Aldoresi è sulla pedana di un cabaret di terz'ordine, sta terminan­do il suo numero. Indossa un costume di scena: una giacca chiassosa, con lustrini.)

fabio aldoresi. ... e allora il signore inglese si rivolge all'altro signore inglese e gli fa: «No, sorry io detesto il salmone in bottiglia...». Bene signori, ci vediamo dopo, vi lascio ai vostri maccheroncini ma soprattutto vi lascio con il personaggio clou della serata. Il... anzi El... El trumbé dell'acquedott... che tradotto in Italiano suonerebbe: il trom... il trombadore... no, in italiano non suonerebbe. (Mentre si sente una canzone diatettale lombarda, quella cantata evidentemente da El trumbé, lui va nel suo camerino, attiguo alla pedana, È un camerino ridotto all'essenziale: una sedia, un tavolinetto con specchio per truccarsi, qualche attaccapanni per i costumi.) Il momento è giun... È arrivato. Giunto: non si può più dire giunto... È arrivato... sta per arri­vare... È a portata di mano... oddìo anche a portata di mano non scherza... È curioso che io quando penso, penso in lingua... Deformazione professionale. Ma poi quale deformazione professionale, non sono mica un retore senese. Stasera ho fatto uno spettacolo pessimo. Non me ne frega niente di quei quattro cialtroni pro­vinciali. Ogni volta che uno tenta una battuta un po­chino più decente... niente, il vuoto. Anche il salmone in bottiglia non ha funzionato: non la capiscono. O forse per loro è normale che uno prenda il salmone in bottiglia. Certo che se domani mi andasse bene qua non mi ci vedono più... Anzi, no: mi ci vedono, mi pia­cerebbe tornarci da vincitore... Col padrone, sua moglie, i suoi schiavi: «Uehilà, tel chì... chi non muore si rivede...». Perché loro non ti danno mai la soddisfa­zione, anche se sanno dei tuoi successi fingono di ignorare: «E alura, Fabio, cusa te fet adess?».

«Niente, faccio un Mercuzio al Piccolo...»

«Ma no? Mercuzio? Mercuzio proprio quello là del... come mai?»

«Come come mai, mi ha chiamato per un provino, gli sono piaciuto...»

Stasera butto via tutto, non ciò voglia, non vedo l'ora di finire, mi manca completamente la concentrazione... sarò veramente pessimo... Oddìo e se... se Lui fosse venuto qua per vedermi?... No, l'avrei riconosciuto subito: bello, alto, azzurro. Dio mio che vergogna, se viene a vedermi qua è la fine... Lo odio questo posto, odio il padrone, sua moglie, la sua famiglia, i camerieri... i clienti, il pianista, gli artisti... "Artisti"... i cani... Odio l'odore di questo posto, l'arredamento, tutto... Mi tocca fare un repertorio gretto, populista, folklorico: tutto un ammiccamento e un sospiro sulle vecchie ringhiere, le case con le vecchie ringhiere, che me ne frega a me delle vecchie  ringhiere,  son di  Livorno io.  Il bulldozer ci vuole per le ringhiere... (Si sentono risate e applausi.) Senti, senti come ridono sti imbecilli minorati, qui hanno successo quei tre lì, i Topi di Foggia, giocano sul calembour: raffinatissimo: Foggia-fogna-topi... Cantano le osterie in dialetto pugliese... "cantano": squittisco-no... con le code, i baffi... schifosi... No, l'importante è uscire da questa cloaca. Deve andarmi bene domani, devo farcela... (Si segna e manda il bacino.) Io sono un hegeliano, razionale, ma un bacino a Gesù... non si sa mai... Se c'è... No ma c'è, c'è... (Si risegna.)

pianista.   Signore e signori ecco di nuovo a voi il sim­patico Fabio Aldoresi!

(Lui sale di nuovo sulla pedana.)

fabio aldoresi. Signore e signori io spero che i macche­roncini siano stati di vostro gradimento... Bene signori cercherò di alzare un momento il livello artistico della serata anche perché vedo che questa sera c'è della bel­lissima gente, un pubblico molto chic e signorile che è venuto per assistere al nostro cabaret... Vi voglio far ascoltare una cosina breve, un flash biblico... C'è Gesù in un american-bar, entra un signore trafelato e gli grida: «Gesù, presto corri fuori... c'è un falegname che cerca suo figlio...». Gesù velocissimo esce, corre incontro al falegname:  «Papà!».   E il  falegname: «Pinocchio!». (Imbarazzato perché il pubblico evidentemente non ha riso) Cioè... Gesù è figlio di un falegname, no?... Ma anche Pinocchio, ricordate?... è figlio di Geppetto, no? un falegname anche lui... C'è uno scambio diciamo no, c'è questo equivoco giocato sulla professione in comune fra san Giuseppe e Geppetto... L'equivoco, no? che è sempre stato fonte di inesauribile comicità... specie in teatro... Vabbe'. Bene, signori ritornano a voi i Topi di Foggia!  (Rientra nel suo camerino.) Stasera  c'è vera­mente un pubblico ignobile, non ridono mai. (Guarda l'orologio.) Mezzanotte. Tra dieci ore esatte sono là, davanti a Lui... in via Rovello.. Rovellostrasse!... Bisogna che arrivi una mezzora prima, meglio un'ora, perché lì non c'è mai parcheggio... Potrei prendere il metro o il 50 ma magari un colpo d'aria mi va giù la voce... Sarebbe terribile... (Senza voce) «Mi spiace  dottore, ma pro­prio oggi... ieri sera avevo una voce incantevole... sta­mattina invece... è il massimo che riesco a dare... io sono perseguitato dalla scarogna...» No! non devo dire che sono uno scarognato sennò ho chiuso, i perdenti non li vuole nessuno. Magari domattina mi compro il miele che fa bene alle corde vocali, lo diceva anche la Pavlova, me ne mangio un paio di barattoli e spacco tutto. Il problema è come mi vesto. Avevo pensato alla calzamaglia  nera,  al  Berliner Ensemble  è  un  po'  co­me la tuta di lavoro, ho visto le foto, ma come faccio a uscire di casa in calzamaglia e d'altra parte non posso mica arrivare lì e chiedere un camerino, non devo far vedere che ci tengo troppo, che sono emozionato:  devo esser lì  così, quasi per caso... «Lei deve fare il pro­vino?»

«Chi, io? sì, credo... non so... io vado al bar, caso mai mi chiamate...»

No, al bar è troppo. Sto in quinta e fumo una sigaretta. No, il fumo no... la voce... e poi il pompiere mi sbatte fuori... Leggo un giornale... Ecco, sì: leggo un giornale. Che giornale leggo? se mi sorprende a leggere «La Gaz­zetta dello Sport» è finita. «Le Monde». No. «Le Monde» è voluto. «Variety». Be' se è voluto «Le Monde» figuriamoci «Variety»... «Sipario»!... hmm... non lo legge nessuno, è squinzio. Non leggo. Io vado in giacca e cravatta e non leggo. La giacca marrone e i pantaloni... no, aspetta. Meglio se mi metto il com­pleto blu. No, è cerimonia. «Lei è venuto per il ma­trimonio? non è qui, è di fronte...» Poi l'attore dev'es­sere un po' bizzarro, un attimo eccentrico... Un foulard... non ce l'ho maledizione, bisogna che lo comperi, do­mani mattina, presto... all'alba. Sì, alle otto emmezza... saranno aperti i negozi alle otto emmezza, no?... non lo  so, non mi sono mai alzato a quell'ora... faccio l'at­tore io, non faccio mica... Sì, un foulard... annodato ne­gligentemente... un po' buttato... sbarazzino... col petto nudo... un baschetto... No, un baschetto no. Un bel ma­glione. Dolce vita. Di quelli che porta anche Lui. Vec­chio, liso sui gomiti, largo... così Lui pensa che il suo maglione è molto più bello del mio e mi vede di buon occhio, mi prende a benvolere:  «Dove l'ha comperato quel  simpatico maglione?».  Dove  l'ho comperato?  A Londra,  a  Portobello...   no,  è  banale.   Al  marché  des puces... No... Alla fiera di Sinigà... No, non l'ho com­perato: me l'hanno regalato. Chi? ci vuole uno impor­tante.  Sbragia. Giancarlo.  Sì, lui ha la casa piena di maglioni, maglioni dappertutto, credo che abbia anche un commercio... E se poi glielo domanda? gli telefona: «Pronto, Giancarlo, è  vero che hai regalato  un  ma­glione  a...».  No, è pericoloso...  Maranzana!...  Ma  sì, Maranzana  può  regalare maglioni  benissimo...  Bisogna che stia attento, la prima impressione è fondamentale. Devo impressionarlo subito, a prima vista. Se no non mi ascolta nemmeno, lo so, Lui è così, me l'hanno detto. Potrei vestirmi da Arlecchino. Entrare saltellando: «buon­giorno sior paron, come la sta? come la va?»... Tre­mendo. Io sono negato per il veneziano. Non poteva essere di Livorno,  Arlecchino, no?  doveva essere per forza di Venezia!... Goldoni maledetto. No, Arlecchino è assurdo. Se ho remore sulla calzamaglia figurarsi se esco di casa vestito da Arlecchino. Il portinaio chiama il  113. Già mi odia perché lui è portiere e io faccio l'attore. Poi dicono che le classi non esistono. Tutte le volte:  «E alura sciur Gassman, cume va el teater?». Lo ucciderò. Non posso neanche rispondergli. Se esistes­se un Gassman dei portinai lo ripagherei col suo stesso spirito:  «E alura sciur... come va la portineria?». Ma non c'è, non c'è nessun Gassman dei portinai.

Anche Lear non sarebbe male. Metto la barba bianca che ho usato l'anno scorso in dicembre. Pensa se mi avesse visto fare il Babbo Natale davanti alla Rinascen­te! D'altra parte scrittura di un mese... No, Lear è l'idea­le. Un mantello, gli occhiali da cieco, un Lear un po' beckettiano... mi presento lì, non dico neanche buon­giorno:   «Soffiate  venti  e  fatevi  scoppiare  le  gote!... infuriate!... soffiate cateratte e trombe del cielo!... sul­furei guizzi di fuoco...». Suggestivo, un effettaccio. Però sembra una ruffianata. Non c'è niente di peggio, s'inso­spettisce. La cosa migliore è essere naturali, essere se stessi. Se il Maestro mi ha chiamato e vuole vedermi si­gnifica che è stufo dei suoi soliti  attori, degli attori-attori: vuole dei personaggi. Potrei fare il timido, l'im­pacciato, l'introverso che poi si scatena al momento del provino. Fingermi balbuziente: «Buon... buon... buon... gior...  giogiorno...». No,  balbuziente è troppo. S'in­quieta.  Allora entrare e fare:  ha ha ha ha...  (Ride.) Ha ha ha ha... Mi sbatte fuori. Non mi dà neanche il tempo di spiegargli che è una finzione. D'altra parte il mio dev'essere un provino diverso,  io devo fare una cosa che non... Devo sorprenderlo. Meravigliarlo. Stu­pirlo. (Attacca a cantare brevemente un brano da L'ope­ra da tre soldi: due battute.) No, non si stupisce. Po­trei attaccare a recitare dalla platea o addirittura... sì. sì: mi nascondo in  galleria  e  salto giù  urlando:   soffiate venti e fatevi scoppiare... No. Ormai anche al don Orio­ne entrano dalla sala. Mi ricordo lo spettacolo alla Be­fana del vigile a Cinisello:  Addio Giovinezza. Camasio e Oxilia. Dorina sconvolta perché Mario la lasciava cor­reva giù in platea e cercava di coinvolgere gli spettatori perché il suo era un dramma non privato ma di classe, perché lei è una sartina, no? e Mario invece fa il dot­tore. Che poi ai vigili urbani le rivendicazioni delle sar­tine, non è che... se ne fottono. Non per insensibilità politica, ma... No, l'entrata dalla sala è una stronzata. Però il concetto è giusto: devo stupirlo. Potrei... sì, po­trei far chiudere il sipario... sbucare prima con la testa, poi col resto del corpo e aprire io il sipario... Vengo in proscenio e con un'espressione quasi di sfida lo stupi­sco: «Serum in quater cul Padula, cunt el Rudolfo, il Gaìna e pö mi... quater amis...». No, non si stupisce, è come il re Lear... Però, aspetta... forse una cosa mi­sta... (Accenna a cantare sul motivo di prima) «Sof­fiate venti e infuriate... sulfurei guizzi del fuò...». No, non si stupisce: s'incazza. Stupirlo, stupirlo... Provocar­lo! il teatro è provocazione... Entro dentro, timoroso, tremante, mi guardo in giro: il palcoscenico è troppo grande per me... mi volto indietro, sono chiaramente spaesato... la platea buia m'angoscia... sto per scop­piare in lacrime... poi di colpo: «To' vieni qua brutto porcone, serpe lasciva, immondo epicureo...». No, no... se prima sono entrato tutto tremante, timoroso non pos­so all'improvviso... se faccio il patetico non posso fare anche il laido: o l'uno o l'altro, altrimenti si accaval­lano i personaggi... Potrei lasciar perdere il patetico, fare subito il laido: To' vieni qua brutto porcone, ser­pe lasciva, immondo epicureo... Io esprimo carnalità e satiriasi...

No, satiriasi no. Sale su e mi dà due schiaffi: « Vattene assassino, cane, fuori! ». No, lui è triestino: «Vattene assasino, fiol d'un can...». Questo è veneziano non è triestino, imbecille. Bella differenza. Trieste è mittel­europea, Venezia... cos'è Venezia? Venezia muore. Una tragedia. No, non devo lasciarmi prendere dal panico, dallo sconforto... Non può andarmi male: deve an­darmi bene! Io mi butto ai suoi piedi, singhiozzo... gli dico che sono innamorato di lui... sì, sì, questa è un'idea: buttarla sull'omosessualità... gli dico che sono un at­tore diverso, che lo sogno tutte le notti... di mezza estate... no, che c'entra... tutte le notti, anche in in­verno... Lo ricatto: «Se non mi scrittura lei fa del raz­zismo teatrale...». No, perché teatrale? fa del razzismo punto e basta. Al limite mi denudo. Gli faccio un pezzo della ragazzina nel Giardino dei ciliegi... Oppure no:  lo piglio per le gambe: «Ti amo! ti amo! Bello! sei bello! ladro di cuor!». Non esageriamo, c'è un'omosessualità più contenuta, più discreta, fatta di sguardi, di tituban­ze, di finte distrazioni: «Come ha detto dottore? oh, scusi, stavo guardando le sue labbra...». (Guarda l'oro­logio. Il pianista attacca la canzone L'uselin de la co­mare.) Ecco. È il momento più umiliante della serata. L'uselin della comare. Mai avrei immaginato negli anni della mia adolescenza piena di ingenue speranze che un giorno sarei salito su una pedana a cantare una can­zone disgustosa, rozza, una canzone sguaiata che non ha neppure il pregio dell'autentica sana onesta trivialità... L'uselin della comare. Quel demente del padrone mi ob­bliga a cantarla. Me l'ha insegnata lui. La insegna a tutti quelli che lavorano qui. Quando la sente s'entusiasma. E s'entusiasma e si diverte anche il suo pubblico di fallofori e prosseneti. Un anno che canto L'uselin della comare. Tutte le sere. Come la odio. No, devo uscire da questa cloaca.

pianista.   Ecco di nuovo a voi, Fabio Aldoresi!

(Lui è salito di nuovo sulla pedana mentre il pianista, come introduzione, suona una canzonacela volgare.)

fabio aldoresi. Oehilà... sentite?... Il maestro insiste con il don Giovanni di Mozart! Lo sai chi era Mozart, maestro? (Il pianista risponde con una pernacchia.) Ah, risposta esauriente. Ti avevo chiesto di Mozart... (Al pubblico ammiccando penosamente) Lui crede che sia il centravanti del Borussia!... Bene signori e signore... an­zi: signore e signori... siamo arrivati alla fine del no­stro simpatico spettacolino, io lo chiamo spettacolino ma dovrei chiamarlo spettacolone... Come? devo continuare a chiamarlo spettacolino? d'accordo, non insisto... il cliente ha sempre ragione... Allora signori col vostro gentile per­messo vado un momento a prendere una cosina in quin­ta... (Esce e rientra subito con in testa un cappello a cono, buffo e plateale.) La canzone popolare lombarda vanta come voi certamente sapete un repertorio vastis­simo. Ebbene io sono andato a frugare in questo reper­torio e ho scoperto una delle canzoni più nobili e più malinconiche: canterò dei reiterati tentativi che un certo uccellino fa per librarsi sempre più in alto negli azzurri cieli... in alto insomma... o in basso... Ma spalanchiamo la gabbia e facciamo volare... (Canta, accompagnato dal pianista) «L'uselin de la comare... non sapea dove vo­lare... è volato sulle tette... l'uselin sbattea le alette... ma ancor più in giù volea volare... l'uselin de la comare... e ancor più in giù volea volare... l'uselin de la comare... L'uselin de la comare... non sapea dove volare... è volato sulla panza... l'uselin sensa creansa... Ma ancor più in giù volea volare... l'uselin de la comare... e ancor più in giù volea volare... l'uselin de la comare...» (S'inchina per ringraziare e, salutato da fiacchi applausi, esce di scena. Per rientrare subito dopo: la scena è cambiata: è la sua camera da letto, squalliduccia. Si siede e co­mincia a spogliarsi. Squilla il telefono.) Pronto, ciao... sì, sono rientrato in questo momento. Come vuoi che sia andata... una merda... no per carità amore, sta­sera non ne ho voglia... non è neanche che sono stan­co... è che domani... domani ho un impegno importan­tissimo... No, scusa non te ne parlo per scaramanzia... però ti assicuro che se vinco questo terno al lotto... ma poi no, perché terno al lotto, devo impormi per le mie capacità, per i miei valori professionali, non devo spe­rare in un colpo di fortuna... No, scusa Alessandra... se­guivo un mio pensiero... Ti dicevo che se mi va bene domani sera ti giuro che ti faccio passare una delle più belle serate da quando ci conosciamo!... andiamo a man­giare fuori poi veniamo qua da me e facciamo follie per tutta la notte... No, se mi va bene domani sera non vado a lavorare in quella cloaca... Veniamo qua, io e te... ti possiedo come... come... adesso non mi viene la cita­zione precisa... mi viene in mente Ronald Colman, figurati... un attore inglese che non ha mai fatto grandi scene erotiche... come... Michele Placido in Io sono mia... la scopata fallocratica, hai presente? cupa... sordida... da bisonte... ciao Alessandra, scusami ma ho assoluto bi­sogno di concentrazione, so che mi capisci... Nooo non farmi gli auguri, maledizione! mena gramo, Cristo, mi vuoi rovinare?!... come non lo sapevi, sei la donna di un attore, sei mica la donna di un... è noto no, che gli attori sono superstiziosi porca puttana!... Ma no, dai, era un'esclamazione... voglio dire che è risaputo che gli at­tori sono sensibili a certi riti scaramantici, c'è tutta un'aneddotica... Ma no, io sono contrario anche alle boc­che dei lupi e ai culi delle balene... si glissa, si glissa, non se ne parla... ciao amore, scusami, buonanotte... (Posa la cornetta.)

Niente, niente, non gli porto niente. Non mi preparo su niente, nessun pezzo già pronto, nessun brano a memoria... sa di falso, di artificioso... di vecchio... No, no: semplicità, naturalezza... Candore. Mi presento lì: «Buongiorno dottore, come sta?» e gli racconto tutta la storia della mia vita artistica. Anzi, no: non gliela racconto: gliela interpreto... Domani ore 10, via Ro­vello... Unica grande recita... Fabio Aldoresi presenta: «Ein Leben für das Theater...» ingresso riservato: Spettatore Unico.

(Musica dell'Opera da tre soldi. Lui si mette un im­permeabile tipo Arturo Ui col cappello a tese larghe. Percorre il proscenio fissando il pubblico, fumando ad arte. É illuminato da luci di taglio. Smette la musica di Weill e parte Ciu ciu cì. Lui canta. Al termine, toglien­dosi il cappello e rivolgendosi all'immaginario Strehler seduto in platea.)

Ho voluto cominciare il provino con questa canzone dottore perché Ciu ciu ci cantava un usignol che lei ri­corderà senz'altro nell'interpretazione di Natalino Otto e del Duo Fasano, si classificò seconda al Festival di San Remo del '56, l'anno della sua prima messa in scena dell'Opera da tre soldi, che io vidi anche se avevo solo nove anni ed ero alto come un soldo di cacio. No... che lo vidi quando avevo solo nove anni ed ero alto, punto. E mi ricordo che mi colpì moltissimo come del resto mi colpì Ciu ciu cì che cantai poi durante uno spettacolino per alunni delle elementari dai Salesiani... e quello, dot­tore, fu il mio primo impatto col palcoscenico. Fu un successo, naturalmente in una dimensione infantile... que­sto accadeva a Livorno dov'ero nato... dove sarei nato... dove sono nato...  Poi la mia famiglia  si  trasferisce a Bari... scusi se le parlo della mia famiglia, dottore, anzi poi in un secondo tempo vorrei farle conoscere il mio papà e la mia mamma che sono suoi grandissimi ammira­tori... A Bari, nel '65, m'iscrivo alla locale università e inizio  a frequentare...   non  l'università  ovviamente  ma il  TUA:  il Teatro Universitario d'Avanguardia... Io dot­tore, pensi!  sono stato uno di quelli che hanno fatto venire il Living in Puglia. Julian Beck e Judith Malina, si ricorda com'erano bravi? magri! non mangiavano mai: bevevano e fumavano e basta, ogni tanto qualche mela... che bravi che erano! ... quante mele! Si ricorda l'Antigone, i Misteries, il Frankenstein... scendevano in platea e spaventavano il pubblico... la gente se ne andava be­stemmiando. Stupendo. Una provocazione continua. Non li potevamo pagare moltissimo, li mantenevamo a panzerotti. Ne andavano ghiottissimi. Due ne ho ospitati io in casa mia... mia madre se li ricorda ancora... lasciavano le ditate sui muri... sporchi... fetenti... ma era una scel­ta,  no?...  Mio  padre  non   li  capiva:   «Se  ma   perché 'un tirano mai la corda? bucaioli!». Noi al teatro uni­versitario eravamo innamorati di loro... Nel '66 abbia­mo fatto uno spettacolo riallacciandoci al loro genere... S'intitolava Frankestein di Bitonto:  una storia della co­siddetta bestialità calata nella realtà locale... Tutta una cosa di fonemi... La parola più lunga era FRDGH... Testo mio e di un altro, Di Fonzi, un appassionato di tea­tro che adesso è in Germania, lavora a Stoccarda, alla Mercedes. Lo spettacolo era un continuo coinvolgimento del pubblico,  io  avrei  voluto  far la  pipì  addosso  ai critici... ci tenevo... allora si pisciava molto ma critici non  ne vennero. Così l'ho fatta, ma pochissima, due gocce,  sull'avvocato  Molfetta,   segretario   della   federa­zione monarchica. Facemmo solo due repliche e una pipì sola perché l'avvocato la sera dopo non venne. Ci denunciò tutti però. Bello, un'esperienza esaltante. Subito dopo è cominciata la battaglia, anzi la guerra. Contro il logoro rapporto palcoscenico-platea. Per ribaltarlo, no? Così al nostro teatrino alla casa dello studente metteva­mo il pubblico sul palcoscenico e noi attori tutti giù nella sala che poi era anche la mensa. Sul palco ci sca­vano solo tre persone  ma  la battaglia, la guerra era vinta. Ma forse se gli racconto sta roba Lui se ne frega. No, perché? s'interessa invece, gli piacciono le tranches de vie degli attori, i primi passi incerti... Abbiamo mes­so su I Cenci di Antonin Artaud, la regia era di un so­cialista, ma non era male... anzi, scusi: era bravissimo... Lo spettacolo era incentrato sulla crudeltà... molto cru­dele... pieno di corde, di fruste, di catene... torture... io facevo il comico... cioè la parte del comico non esisteva, però...  io,  diciamo,  mi  sentivo  comico...   perché  non gliel'ho ancora rivelato dottore ma io sono un comico... ho l'animo del... ho proprio una innata naturale tendenza per la comicità... Ecco, entravo in scena e siccome an­che lì il testo era mio... cioè di Artaud e Aldoresi... da Ar­taud, no?... entravo in scena e dato che lo spettacolo si chiamava I Cenci io cantavo una canzone su uno straccivendolo... Sì, non c'entrava molto,  esulava da...  però prendevo la risata. Gli altri della compagnia non erano d'accordo un po' perché invidiosi, perché facevo ridere e un po' perché secondo loro iniziative di quel tipo si distaccavano dalla linea culturale del lavoro di Antonin Artaud. Allora:   «Mi dispiace ragazzi ma io tento la mia strada...» e ho abbandonato la compagnia del tea­tro universitario per entrare a far parte della Soffitta. Il gruppo si chiamava La Soffitta perché la sede era cu­riosamente in una soffitta, però gli  spettacoli li face­vamo, polemicamente, in cantina. Era il  1967... Mon­tammo L'Eccezione e la Regola di Bertolt Brecht, un testo che ha fatto anche lei, dottore, se non sbaglio an­che in una famosa edizione radiofonica... Io ero il mer­cante spietato che uccide il portatore:  anche lì non per antipatia personale ma per un fatto di classe. Ma al di là  della  contesa  classista,  pur  nobilissima,  io  ero  fe­lice  di  uccidere il   portatore perché  era  un cane  paz­zesco, tremendo.  Io lo feci notare subito:   «Guardate ragazzi che quello non va bene, recita in dialetto, fun­ziona per la festa della matricola non per L'Eccezione e la Regola...». Lei capisce dottore, fare il teatro epico, straniato... insomma Bertolt Brecht... in barese, non è possibile... Se lo immagina, dottore? (In pugliese) «En­trare nella tenda sarebbe una pazzia, quello, il mercan­te, non capisce... Se 'n gi porto la borraccia pensa che 'n gi voglio rompere la testa con un sasso e mi punta contro la pistóla... il mercante mi odia!» Certo che lo odiavo, cane maledetto! se non fosse stato per il grande rispetto che ho sempre avuto per Brecht l'avrei ucciso dopo cinque minuti. Per carità non vorrei che lei pensasse:  "Questo è uno di quei maniaci fissati sulla dizione corretta...". No, no, anzi, una leggera in­flessione dialettale dà forza, fa essere più autentici, più credibili, ma  (di nuovo in pugliese) entrare nella ten­da... mi punta contro la pistóla... Lei capisce, dottore... Fu giocoforza per me... no, se uso il termine giocoforza non mi fa andare avanti, mi caccia via... devo parlare in modo normale... Fui così costetto a... anche quest'orgia di passati remoti... il passato remoto fa morto di fame... Fui!... perché fui? sono stato!... Sono stato costretto a lasciare la cantina della Soffitta perché m'avevano mes­so in minoranza:  ero l'unico a sostenere che si diceva còsa e non cósa, pistòla e non pistóla... pilòta e non pilóta... e quindi venivo considerato uno straniero. E venne il  '68!..  il maggio del  '68...  a  Parigi.  Qui  ci vorrebbe un effettino... (Fruga fra i suoi dischi, ne mette su uno ma poi lo toglie. Un altro, un altro ancora: nes­suno va bene. Rinuncia.) Niente, è inutile star lì a sot­tolinearlo. Nessuna enfasi:  e venne il '68. Dopo il '67 venne il  '68... A Parigi  nel maggio  del  '68.  Sembra il titolo di un film. Questo me lo tengo per me o lo dico a Lui? No, posso anche dirglielo:   ha notato, dottore? sembra il titolo di un film... Invece è vita vissuta. Io nel maggio del '68  ero a Parigi, dal 4  al  14, undici giorni: viaggio, pernottamento, prima colazione, escur­sioni:  98.000 lire tutto compreso. Una trasferta-studio organizzata dal Circolo Turati di Barletta, culturalmen­te una delle  associazioni più  avanzate della zona che culturalmente è una delle zone più depresse... Be' certo è un modo un po' inelegante di andare a Parigi ma a quell'epoca io  non   potevo  permettermi   certi lussi... «Perché, adesso sì?»

Se mi fa questa domanda sono fottuto. Cosa gli rispon­do? Be' dottore, adesso... sì, adesso... Lo sa benissimo che non è vero. No dottore, neanche adesso. Forse mai. Forse io non potrò mai andare a Parigi con un viaggio singolo: sempre in comitiva, sempre intruppa­to... Com'era bella Parigi nel maggio del '68!... i bi­strò, le gargottes... Pigalle... le Trocadero... le belles de nuit e poi... e poi, certo, gli eskimo, le lunghe intermi­nabili assemblee alla Sorbonne... l'acre odore delle Gau-loises, le rincorse sul lungosenna inseguiti dai fischietti minacciosi dei flic... l'occupazione dell'Odeon... che pec­cato!... un teatro così bello! Chiuso! La faccia di Jean-Louis Barrault, la faccia di Barrault quando venne nel suo teatro occupato e salì sul podio per prendere la parola, la faccia che aveva non me la scorderò mai: sembrava un eroe di Racine. Fedra sembrava. Con gli studenti che urlavano:   «Ce n'est que le  début...  Ce n'est que le début...». E lui lì, immobile. Io ero se­duto in prima fila, cercavo di aiutarlo a gesti, di espri­mergli la mia solidarietà, di tirarlo su... Niente. Lui sem­pre lì, immobile. Terreo. Fedra. Fedra di Racine. E io insistevo... Forse non mi vedeva... Lei che lo conosce di persona, dottore, Barrault ci vede bene?... Sempre lì, immobile. A un certo punto gli gridai. «Jean-Louis... je suis un acteur italien et je voudrais chanter pour vous une petite chanson italienne...». L'ho fatto per aiutarlo naturalmente, mi sembrava così giù... Ho eseguito «Co­nosci mia cugina»... (Canta.) Fu un delirio. Gli stu­denti che gridavano, applaudivano: «Bis! bis! la cou­sine, la cousine...». Lui sempre lì, immobile. Con que­sta faccia stupenda. Fedra, Fedra di Racine. Immobile. Forse non gli piacque la mia canzone, troppo swing. I francesi si sa se non gli dai l'organetto... Ma gli stu­denti continuavano a applaudire, a battere i piedi per terra, a gridare: «Encore... encore! bis! bis!...» e al­lora io non so... non so cosa mi ha preso ma vedermi lì, a Parigi, in quell'ambiente, in quell'atmosfera... di col­po mi sono sfilate davanti agli occhi delle immagini ra­pidissime, come antiche stampe: la sala della palla-corda... l'assalto alla Bastiglia... la marcia su Versailles... Maria Antonietta che si reca per l'ultima volta a teatro... la fuga a Varennes!.. la presa delle Tuileries... sono bal­zato sul podio, accanto a lui e... (Canta dopo essersi calato in testa un berretto frigio) «Danson la Carma­gnole vive le ton... vive le ton... Danson la Carma­gnole vive le ton du canon...». Un disastro. Gli stu­denti che fischiavano, imprecavano... mi hanno strappato giù dal podio, tutto l'eskimo scucito... Mi son vol­tato: lui sempre lì, Fedra. Fedra di Racine. Immobile. Come se non fosse successo niente. Scusi dottore, lei che lo conosce... Barrault ci sente bene?... non per altro ma... un minimo di reazione...


ATTO SECONDO

fabio aldoresi. «Quant'è bella Parigi!... le donne parigine poi sono facili, depravate, sensuali... con gli italiani ci stan­no tutte...» Questo il commento unanime dei compagni del circolo Turati durante il viaggio di ritorno. Io stavo zitto ma fu in quel momento che presi la decisione:  ab­bandonare le Puglie. Un giovane che vuol intraprendere la carriera dell'attore con un minimo  di  serietà  pro­fessionale non può starsene a vivacchiare qui in mezzo agli ulivi e ai capretti... deve andarsene. Ma dove, dove deve andarsene un giovane che vuoi  fare l'attore?  A Roma dice lei. Sì, effettivamente... Io invece ho prefe­rito Milano... sono venuto a Milano attratto dalla sua fama, maestro, me lo lasci dire, non vuoi essere una leccata... (Ci ripensa.) Leccata, hmmm. No. Piaggeria. Incensamento... ecco, sì:   incensamento. Non vuoi esse­re un incensamento, dottore. Subito, si può dire appe­na varcato il casello daziario ho cominciato  ad avere problemi con la u lombarda: la famosa spia celtica. Spia sì, delinquente, ladra, schifosa... però innegabilmente ef­ficace perché è chiaro che paura fa molto più paura di paura: fa più orrore la paura, è più cupa, più raccapric­ciante... Non è stato subito facile intrattenere rapporti con quella vocale barbarica:   ma mi sono applicato, te­nace, costante e oggi dottore, oggi io so dire non solo paura ma büseca, Rügabela, gügia, brümista. E le dirò di più:  pedriö... scighera... Cassöla... gibigiana... scarliga' merlüss... Dottore:  sono pronto per El nost Milan. Ma che fa in genere a Milano un toscano?  apre una trat­toria. Cioè procede per gradi:  prima fa per vent'anni il  cameriere  alle  «Colline  Pratesi»,  al  «Mulino  Pi­stoiese», alle «Fattorie Lucchesi», alla «Procace Pi­sana», si fa la sua clientela e poi apre un posticino tutto suo. Magari un po' rustico. Ci appende dei bei fiaschi vuoti al soffitto, un finto caminetto di mattoni finti, tre pignatte di rame, qualche foto con autografo di Tony Renis, Joe Sentieri, Wilma de Angelis e Tony Dallara da giovani e si può cominciare: «Spaghetti alla come mi pare... Penne come le faceva il mi nonno Asdrubale... Budellini fritti alla zia Adalgisa...» que­ste le specialità della casa che hanno sempre nomi spi­ritosi e ribelli... E quando il cliente domanda: «Scusi, cosa sarebbero i budellini?» subito una battutaccia pronta, alla toscana: «Lei pensi a masticare... che a cucinare ci si pensa noi!... Lei ci metta i denti e noi le pentole!» e un cliente appena appena dignitoso a questo punto dovrebbe alzarsi e andar via anche un po' stravolto... e invece no, perché alla gente piace essere maltrattata, c'è quest'ansia di masochismo gastronomi­co... eppoi, via! i toscani sono così burloni... beffardi... uccellatori... ce l'hanno sempre pronta, sulla punta della lingua, proprio maledetti i toscani... No, aprire una trat­toria non faceva per me anche se avrei potuto farlo be­nissimo... cioè incominciare a fare il cameriere... e for­se chissà, adesso non sarei qui... per carità, dottore: non che mi lamenti di essere qui, su questo glorioso palcosce­nico... magari potessi restarci... No, questo non glielo dico altrimenti Lui risponde: «Be' si vedrà, vedre­mo...». È facile fare il trattore se si è toscani, è un'at­titudine naturale: «Vole du' asparagini teneri teneri? vole du' carciofi fritti?... du' cavolini di Brusselle?». Avrei potuto inventare il geniale personaggio dell'oste canterino, del burbero vivandiere: una pappardella e uno strambotto, due stornelli e una melanzana al funghetto... Ma io non ero a Milano per fare il trattore, dottore. In quel periodo ho bisogno di meditare sulle esperienze fatte nel teatro d'avanguardia pugliese e di maturare il processo di «autosensibilità scenica interiore» per dirla con l'amico Stanislavskij, che cresceva den­tro di me. Quale poteva essere la sede migliore per i miei studi della scuola del P.T.? Piccolo Teatro? Vi tra­scorsi... (ci ripensa) trascorsi... Passai. Vi passai due an­ni intensi e fondamentali... Lì appresi l'arte della danza, della scherma, della recitazione ma soprattutto im­parai a conoscere il mio corpo e a usarlo: il mimo!

(Parte una musica classica adatta a fare da sottofondo a una pantomima. Lui compie tutta una serie di gesti in­consulti, ingiustificati e assolutamente non collegati fra loro. Per esempio: taglia la legna, beve un bicchier d'ac­qua, scruta l'orizzonte, esegue una camminata da fer­mo, s'infila giacche, si pettina, mangia, taglia di nuovo la legna e di nuovo beve, cammina ancora da fermo, pre­ga, batte a macchina e ricomincia a tagliare la legna...)

Ecco, questa, l'avrà capito subito dottore, era la notis­sima pantomima del  pic-nic.  Le confesso  che  in quel periodo, mentre approfondivo i miei studi sulla gestua-lità e  imparavo a conoscere il  mio corpo cominciai a dubitare dell'utilità e del valore della parola in teatro. Il gesto per me era tutto! Tutto, tutto. E non solo sulla scena ma anche nella vita privata. Mi  scusi se parlo di faccende personali dottore, ma d'altra parte  secon­do me, e non solo secondo me, arte e vita per certi versi coincidono... per cui  mi fidanzai con una mima. Bel­lissima. Di  Piacenza,  anzi  vicino  a  Piacenza:  Fiorenzuola, patria di mimi. Non ci parlavamo mai, proprio mai. Gestualità pura, un po' per tenerci continuamente in esercizio e poi perché non ce n'era bisogno... il mimo ci bastava! La gente per strada ci prendeva per sordo­muti. La gente non capisce, si sa, ed è cattiva. Ma a noi non  c'importava della  gente.  Eravamo  felici  così.  In silenzio. Una sera siamo andati a vedere Marcel Marceau,  che grande  artista,  sublime,  abbiamo  pianto  in silenzio per tutto lo spettacolo, poi siamo andati a tro­varlo in camerino per comunicargli tutto il nostro entu­siasmo, la nostra fede: naturalmente non con le parole, ma mimicamente, adoperando il linguaggio universale del mimo... Io più o meno gli dissi:  (ripete gli stessi gesti della pantomima precedente) ... lui però si vede che non capì, perché prima mi ha fissato come incredulo, poi s'è incazzato come una bestia, gridava come un'aquila... non mimava: urlava proprio... come un'aquila, senza fare il gesto delle ali... In francese urlava, in argot: « Pousse ta viande!... Merde à toi et toute ta famille! dépéche-toi merde! ». Una cosa terribile. Mortificante. Specie poi per uno come Marceau così lirico, così spirituale... la faccia bianca, il fiore... una delusione atroce... Per certi versi mi ha ricordato un po' il mio incontro con Barrault... Forse io coi francesi non riesco a legare o forse chissà il mimo non era il mio specifico... Entrai un attimo in crisi, stavo addirittura per abbandonare il me­stiere dell'attore ma per fortuna in quel periodo a Mi­lano fioriva il cabaret. Era la grande stagione del cabaret milanese che teneva conto e dell'esperienza russa e di quella di Weimar coinvogliandola in un inquietante di­scorso incentrato sul territorio e lievemente, lievemente ammiccante... (Canta su una musica finta folk.)

E la mia mama fa la pütana,

la va semper de chi e de là:

sui Bastiuni quand vegn la sira

la so burseta e via a lavurà...

Pò  vegn l'Osvaldo

ghe dà un sciafun

vegn fora el sang alla mia mama:

me l'ha picada quel  rüfianun!

El me papà l'è all'uspedal

l'è andà  sota al solit  tram:

el ventidü ch'el va alla Barona,

el gà schiscià la gamba bona.

La mia surela l'è semper ciuca

la gà trì ann ne dimostra trentott

la sta de cà alla Bicoca

l'han scritürada in d'un casott.

El me fradel l'è a San Vitur

che ne cumbina de tütti i culur:

a Natal gù mandà el panatun,

el me fradel l'è un cülatun.

Milano cara, Milano bella,

me sciopa el coeur me vegn el magun:

luntan de ti me tuca andà:

a Büst Arsisi a lavurà...                                       

E la mia mama fa la pütana...

                             

Ecco, questa era una canzone dal titolo Ona famiglia de fanigutuni: il tema della famiglia era uno dei temi più cari al cabaret milanese che si rifaceva alla celebre Ona famiglia de cilapponi di Carlo Dossi... a proposito, dottore: cosa vuol dire "cilapponi"? No, questo non devo chiederglielo, anzi devo mostrarmi esperto di vernacolo... Io dottore ho cercato d'inserirmi nello spirito del cabaret milanese, così profondamente legato alla Scapigliatura lombarda proponendo, in una cave di piazzale Cadorna, una favoletta surreale dal titolo: « Hanno rubato il duomo ». Gli autori, indimenticabili erano Rulli, Crucchi, Murri, Luppi e De Filippis. (Canta la canzone, una vecchia canzone degli anni '40.) I risultati non furono esaltanti: forse a Milano il mito del duomo era in declino, non so, io ebbi l'impressione che il pubblico anche di fronte a un furto così sacrilego tutto sommato se ne fregava. Forse il cabaret milanese non è il mio specifico, dottore. Ma un attore non deve arrendersi mai e come diceva Stanislavskij o forse De Coubertin un attore deve gettare il cuore oltre l'osta­colo. Eppoi in fondo a Milano non c'era solo il cabaret. C'era... c'è il cinema! Produzioni commerciali forse, però... C'è modo e modo di fare la pubblicità. Io poi sono un attore e qualsiasi cosa faccia la faccio da at­tore: restando attore dentro. (Finge di parlare con un collega.) Ciao Ruggero carissimo, che fai di bello que­st'anno? ah, fai Zeno nella Coscienza di... Io?... be' io la prossima stagione faccio ancora Scottex... Scottex, un personaggio che sento molto... Sai una parte molto lun­ga, molto scorrevole... tipico personaggio scespiriano, ti ricordi il Macbeth? ecco: Macduff, Lennox, Scottex... (Si mette una sciarpa al collo. Come se entrasse in uno studio) Buongiorno a tutti. Che begli studi, che troupe simpatica. Sono contento di lavorare con voi. Sento che faremo delle bellissime cose insieme. Allora, io mi metto qua? Bene!... che costume ho? ah, questo grembiulone bianco... E le battute? perché non ho ancora letto il testo... non che io abbia problemi di memoria: io leggo due volte e lo so già, però è sempre meglio... Come?... ...ah, non ho battute?... ho capito. Bene. Come vengo ripreso? Primo piano? piano americano? ah il primo piano è sul prodotto... io sono sullo sfondo che man­gio il salame con gli altri... benissimo, ma... volevo sapere... che espressione devo fare? disgusto?... ira?... gioia?... ingordigia?... perché m'interesserebbe che venis­se fuori questo mio rapporto col salame... fra l'altro io lo sento molto perché ho sempre creduto in un certo tipo di affettato... Ecco sarebbe bello per esempio se io venissi fagocitato da questo salamone emblematico... Ah, non mi si vede?... È solo un gruppo di salumai sullo sfondo che fanno il verso dei maiali?... in coro?... Ho capito. Ma come dev'essere questo maiale? profonda­mente suinesco? va bene così? (Grugnisce.) No, perché c'è maiale e maiale, potrei farne uno un po' sofferto, anche un po' ribelle... magari così... (Grugnisce ancora.) Cioè il maiale che ha preso coscienza della sua condizio­ne di sfruttato e così io potrei uscire dal gruppo dei salumai, staccarmi e venire avanti carponi verso la mac­china da presa e far tutta una serie di grugniti di de­nuncia verso una società che reprime i maià... sul fon­do, eh?... in coro con gli altri... benissimo!... Io potrei fare anche la maiala se vi va... cioè un maiale con dei grugniti languidi, romantici... No? benissimo! (Emette tristemente grugniti a ripetizione che diventano e si mescolano a singhiozzi. Si siede sul letto, si guarda attorno: le pareti della sua camera sono tappezzate di manifesti e foto di attori celebri.  Si mette a sfogliare un librone di attori del cinema americano. Legge) Clark Gable with Charles Laughton in Mutiny on the Bounty... gli ammutinati... San Francisco! con Jeanette MacDo-nald... Gary Cooper in For Whom the Bell Tolls... per chi suona la... tu guarda che faccia! Bella, magnifica!... Gary Cooper... Bing  Crosby...  Clark Gable...  Cooper, Crosby, Gable:   un suono perfetto...  Fabio  Aldoresi... come il gesso sulla lavagna. Chi c'è in quel film? Dustin Hoffman? Aaaah! Chi? chi c'è? Fabio Aldoresi? buah... Robert Redford: un attore nato! Non ha neanche biso­gno di dirlo, si vede subito che è un attore... A me non si vede. Bisogna che lo dica io e a volte non ci cre­dono nemmeno: «Ah, lei è attore? di che cosa?». Co­me di che cosa, attore. «Ah, lei fa l'attore? ma dov'è che lo fa che io non l'ho mai visto...» E va be' lei non mi ha mai visto ma io lo faccio lo stesso, non ho capito, devo farmi vedere per forza da lei? schifoso!  Certo che faccio l'attore, dappertutto lo faccio, l'attore!... l'attore!... ma perché faccio l'attore?... con tutti i mestieri che ci sono proprio l'attore! Per fa­re l'attore ci vuole la faccia... potevo fare un'altra cosa, non so... il programmatore elettronico alla IBM, lì non ci vuole la faccia, basta programmare... Uno dice:  «Io faccio il programmatore», e tutti quanti ci credono: basta, finisce lì, senza risolini, senza commenti: «Ah lei fa il programmatore? dove?».

«Alla IBM. »

«Ah lei fa l'attore? dove lavora?»

«Purtroppo attualmente...»

«Come, fa l'attore e non lavora?»

Perché un attore disoccupato suscita indignazione. Pen­sano che non sia vero, che stia recitando - abusiva­mente - il ruolo del disoccupato. L'attore! Io sono qua e faccio l'attore! Senza la faccia, senza essere figlio di attori...

«Chi è quel giovane?»

«Ma come chi è, è il figlio di...»

«Ah, però. Bel ragazzo, faccia interessante, tutto suo padre da giovane quando faceva La maestrina con Niccodemi...»

Oppure sua madre, sua nonna, sua zia... Il mondo è pieno di figli, nipoti, parenti di attori noti... sono tutta una famiglia gli attori. Io sono un senzafamiglia... Ettore Malot: Senza famiglia. Io. Ecco, dottore... se io riu­scissi a avere una parte... parte! particina... una particina che mi permettesse però di conquistarmi una segna­lazione dalla critica... due aggettivi mi basterebbero... due paroline... «Fabio Aldoresi ha reso il suo perso­naggio con nitida caparbia»:«Mi dispiace Ersilia, no, no e poi no!»... «Fabio Aldoresi ha disegnato il ruolo del consigliere Rubliof con scaltra autoironia»... Scal­tra autoironia: «Non vendere la pelle dell'orso, Irina Dublovnia, prima di... ci siamo capiti?»... «Da ricor­dare infine Fabio Aldoresi nella sua spensierata ambigui­tà »: «Ebbene sì, O'Connor... avete indovinato: sono anche un ebreo...».

Ecco, ha capito dottore? una particina per due agget­tivi: cosa sono per i critici due aggettivini? con pacata animosità, solare trasparenza, penetrante vischiosità, lu­cida aderenza, delirante pignoleria... persino bestiale ot­tusità... due aggettivi, dottore! (Implorando) Insolito sar­casmo... audace insolenza... vigorosa intransigenza... am­mirevole fermezza... aristocratica duttilità... stupefatto ci­piglio... aggressiva imbecillità... sorprendente arrendevo­lezza... calda determinazione... due aggettivi, dottore!... il massimo sarebbe: tonta buffoneria! (Interpreta una battuta come secondo lui andrebbe interpretata appunto con tonta buffoneria) «Sono proprio un asino: il mio padrone mi ha mandato a comperare un somaro e io torno ciuco!»

(Sfoglia di nuovo il libro.) Ecco qua: Laurence Olivier... (Legge) «La sua straordinaria carriera iniziò quasi per caso una sera del 1931... Per un'improvvisa indisposi­zione del primo attore fu chiamato a sostituirlo nel ruolo di Otello, malgrado avesse, fino a quel giorno, sempre lavorato nelle toilettes del teatro... e ottenne alla fine 132 minuti di applausi...» 132 minuti... Mascalzone!... Un sacco di folgoranti carriere sono cominciate così, per caso, con una sostituzione improvvisa. Perché un tem­po gli attori si ammalavano. Un tempo! Adesso sono tutti lì, bianchi e rossi, sanissimi. Si riempiono di an­tibiotici e via!... E stattene a letto no, che dio ti stra­maledica! Niente. Fuori ci sono due metri di neve, il teatro è tutto coperto, ci è rotto l'impianto di riscal­damento, ci saranno sì e no tre o quattro lupi infred­doliti in loggione, c'è lo sciopero dei taxi, stattene a casa almeno per il matinée!... Niente, imbottito di an­tibiotici: «Devi parlare, Desdemona...». È chiaro, han­no paura, temono il confronto!... Presto, presto... il protagonista ha la scarlattina... mancano cinque minuti allo spettacolo, il teatro è esaurito, il pubblico già ru­moreggia... chi può sostituirlo? Io! Io posso! «Ma la parte è lunghissima, piena di allitterazioni, di cacofonie, ci vorrà il suggeritore...»

«Il suggeritore è morto...»

«Non importa, niente suggeritore... non ho bisogno di suggeritore:  la so marcia...»

(Prende una spada, si mette in testa una corona e mentre parte una musica aulica recita) «Non abbiate timore, aspetteremo il signore di Norfolk sulle bianche scogliere di Dover...»

È fatta! È fatta! Il giorno dopo tutti i giornali parlano di te, la gente ti guarda per strada... ti riconoscono, ti hanno visto in TV... Buongiorno, buongiorno... «È bra­vissimo... complimenti...» Grazie, grazie, troppo buoni... Non è più la gente: è il tuo pubblico! e tu sei cordiale con tutti, fingi interesse per tutto:  Che bel portale barocco! del Seicento? perbacco!... Com'è finita la partita? otto a zero?... ah, questa benedetta Inter!... Ceausescu m'è simpatico... ha un viso, un viso curioso, rumeno... Mi piace abbastanza come scrive quel Calvino... No, io Buñuel non lo vedo: lo vivo... lo vivo... lo... capisci? Caro, amore, che tenero, che dolce... scusami tesoro ma domani ho due spettacoli... sono anche senza voce... chiamami lunedì mattina... non prima delle due mi rac­comando...

Attore! (Prende un copione, lo sfoglia.) E questo che cosa sarebbe? Ah, questo secondo voi è un copione? No, questa è una merda. Io non pretendo una storia complicata, non sono vincolato a una trama, non chiedo che ci debbano essere necessariamente delle vicende... però datemi una cosa, una cosina... una cosina da por­tare in scena, perché chi ci mette la faccia sono io... fatemi fare una cosa qualsiasi ma fatemela fare... da­temi un personaggio, un personaggio me lo dovete dare: un... non so... un assassino, un cardinale, un nazi­sta sadico, una lesbica... una cosina così, uno zoppo, un suicida, una zitella inglese, uno spretato... porta­temi un copione che sia un copione per favore, con tutte le sue cosine a posto e se ne riparla... Intesi? va bene adesso basta, posso offrirvi uno scotch?... Ecco, così devono essere gli attori. Solo così! E poi la sera al ristorante... la sera, la notte! «Ma come, chiudete alle tre? Marisa, amore, non mi puoi fare ste cose... siamo attori, siamo mica bancari, non si può mica mangiare alle otto! com'è sta polpettina, fai un po' assaggiare... Hm, sai che c'è? c'è troppo aglio. Buona però. No, a me mi dai una fettina di carne... magari me la fai rosolare un animino... com'è la carne, buona, sì?... No, la po­lenta te la mangi te, tesoro!... per quanto un'ombrina di polenta... ma sì, va... hai vinto, Galileo!... Oh, sono stato a vedere Rodolfo stasera... be'... orrendo... per carità non ci andate, è di una noia mortale!... lei, poi... ne-ga-ta! ... Lui, sai, le solite cose... parla, grida, fa la vecchia, si sbraccia, urla tutto il tempo...  insopportabile...  poi lo sai com'è Rodolfo in scena... un armadio, ignobile!... (Finge di vedere entrare nel locale Rodolfo.) Rodolfo, amore!... ti ho visto stasera!... No, non chiedermi nien­te, ti supplico, io sono troppo fazioso nei tuoi confronti, lo sai che tu per me sei un fratello, perdo il senso cri­tico... No, per me è la cosa più bella che hai fatto... La scena dove hai un recupero di dignità e rifiuti di farti sodomizzare...   guarda,   i   brividi...   ho   ancora   la   pelle d'oca... Ciao amore, sei stupendo... Hai sentito? qua ci cacciano, figurati che chiudono alle tre!... Ma dove pos­siamo andare a mangiare noialtri disgraziati attori dopo aver lavorato?  ormai qui casca  tutto, si  sfascia  tutto, finisce tutto Rodolfo  mio, finiremo a  panini!...  Ti  ri­cordi  quella   sera  a  Cesena  che   Vittorio  ubriaco,   lui è sempre ubriaco a Cesena, mise una  rana viva nella scollatura di Lilla... no, aspetta... era Lilla ubriaca che la mise nella scollatura di Vittorio...  sì, a  quei tempi lui faceva solo personaggi femminili, s'era fissato... Senti è vero che si son separati con Cristina?... be' sai lei po­verina... ogni tanto, vero, anche la donna vuole la sua... eh be'...  però è stato  molto bello comunque, bellissi­mo... Vittorio e Giorgio che mangiavano queste rane... enormi... nelle scollature... che risate!»  (Tornando in sé) Che bello avere degli aneddoti da raccontare la sera, a tavola, dopo lo spettacolo, con tutti che ridono intorno anche se li sanno a memoria... io che aneddoti racconto? ... L'altro giorno sono  passato all'ufficio scritture della RAI, dalla  signora  Leonetti:   «Signora  io  sono qua... eventualmente...   se  c'è   lavoro...  No,   dovevo   fare   un Durrenmatt ma mi è saltato... se c'è qualche cosina...» e alla fine la signora Leonetti mi ha detto che non c'è lavoro fino all'anno prossimo, fanno  solo un Ben-Hur ma il cast è già chiuso e io al ritorno mi sono messo a piangere sul tram. Questi non sono aneddoti, sono tra­gedie.

Vede  dottore, quello che  m'interessava  era  una  fuga dalla realtà. La ricerca del ludico puro, abbandonando per un attimo quell'impegno civile che ha sempre con­traddistinto la mia carriera. Mi lasciai scritturare da una compagnia d'operette, quasi senza opporre resistenza. Ma era fin troppo facile intuire, vero, che io non pote­vo farmi condizionare da quel genere di teatro digestivo, privo di contenuti e spesso ispirato a un ottimismo pe­ricolosamente qualunquista. Lei capisce dottore che io non potevo, dopo che nella Repubblica Popolare Cinese c'era stato quel po'po' di rivoluzione culturale, non po­tevo cantare Cincillà e fare il cinesino scemo con i princi­pini che tubano nei giardini imperiali... In una serata me­morabile mi ribellai... (Il pianista attacca il motivo di Cincillà. Lui esce e rientra subito con giacca militare, berretto con visiera da comunista cinese e libretto rosso in mano. Canta serissimo agitando il libretto rosso. Smette quasi subito e si toglie gli indumenti militari.) La sera stessa l'impresario decise che l'operetta non era il mio specifico. Ma quella sera stessa io capii qual era la mia autentica vocazione. Io ho una personalità fri­vola che unita al mio sincero amore per il teatro mi hanno tenuto a lungo estraneo alla realtà e ai veri pro­blemi del paese. Quando andavo a vedere i miei col­leghi che recitavano dei testi di quelli... politicamente contemporanei... io mi annoiavo a morte perché dopo cinque minuti avevo già capito qual era l'attore che fa­ceva la parte del Potere: è come scoprire subito l'as­sassino. Ma ormai avevo deciso: dovevo fare l'unico teatro che oggi per un giovane ha senso: il teatro po­litico! Si trattava soltanto di vedere quale spazio oc­cupare, anzi quale spazio era rimasto disponibile. Poi, all'improvviso, la folgorazione: dovevo scavalcare Fo. Ero indeciso però se scavalcarlo a destra o a sinistra: e a questa mia indecisione contribuiva peraltro lo stesso Fo. Decisi di non scavalcarlo. Avrei fatto con entusiasmo animazione: ma non ho mai capito cos'è. Poi, finalmente, un altro lampo di genio: decido di fare un teatro femminista. Scritto, diretto e recitato da soli maschi. Scar­tato un musical sulla vita di Anna Kuliscioff, in cui avrei recitato ovviamente la parte della protagonista, ho pen­sato a una proposta dissacrante, in chiave rigorosamen­te diffamatoria: Karla e Fed erica, il riferimento a Marx ed Engels era preciso. Nella mia operina diventavano due cantanti tedesche, un po' Marlene Dietrich un po' Zarah Leander, in esilio a Londra, dove grazie all'aiuto di Florence Nightinghale e di Madame Curie riuscivano a mettere in scena un lavoro rivoluzionario-musicale inti­tolato La manifesta del '48. Io ero Federica perché avevo dovuto cedere la parte di Karla a uno studente bolo­gnese che adesso ha aperto un ristorante radicale. Alla prima, in uno scantinato, le femministe ci hanno urlato: «Mascoloidi - buffoni - tagliatevi i coglioni» mentre i pochi compagni presenti si sono limitati a scandire: « Sce-me... sce-me... ». Noi pensavamo che si rivolges­sero alle femministe, un discorso all'interno della sini­stra, invece erano diretti proprio a noi. Ecco, questo è quanto dottore mio... Ma forse a sto punto posso chiamarlo anche Giorgio... Gli ho aperto tutta l'ani­ma... Che dire di più, Giorgio? ci vorrebbe una citazioncina finale... L'attore è come un recipiente vuoto dove il regista versa... No, un momento, senza esage­rare... L'attore è come un recipiente... a disposizione... No, a disposizione no... L'attore... l'attore è un reci­piente. (Si segna.) La Madonna di Montenero che per me è come un cornetto l'ho lasciata in camerino. So già che stanotte non dormirò...

(Buio. Musiche. Quando la luce torna lui è sul palco­scenico del « Piccolo »: pronto per iniziare il provino. È vestito con un abito che riassume le sue "ipotesi" pre­cedenti: maglione, Arlecchino, foulard, Lear...)

Buongiorno dottore...

(Viene investito da un fascio di luci azzurre. Si sentono tuoni e lampi.)

Nel '56 dottore io... io a Bari ribaltavo mentre lei faceva pipì in edizione radiofonica... No, non lei... lei non fa mai... il Living... il Living faceva Cincillà... (Canta senza accompagnamento, come un'esplosione, Mackie Messer dall'Opera da tre soldi.) Nel '68 mia cugina Fedra Racine coinvolgeva Marceau...

(Nuove luci e tuoni.)

Ah sì, sì, certo dottore... Sì, è uno dei miei cavalli di battaglia... glielo faccio un po' straniato... No?... lo vuo­le elisabettiano?...

(Entra un macchinista, gli porge un pacchetto. Ne estrae un cappellino: quello che usa nel suo numero di cabaret. Rimane un attimo sconcertato.) Ah, lei dice per un re­cupero... milanes-popolare... Sì... Grazie...

(Si mette il cappello e canta L'uselin de la comare: Il pianista lo accompagna per qualche istante, poi lui con­tinua senza musica mentre scende la luce.)

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