Non abbiamo più ricordi

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NON ABBIAMO PIU RICORDI

Titolo originale: Nous n’avons plus de Souvenirs

Commedia in tre atti e cinque quadri

di JEAN BLONDEL

Versione italiana di Claudina Casassa

PERSONAGGI

PRINCEPS, (personaggio invisibile)

ANDREA

           MARCO    cugini

DAMIANO

PIERO I

                          PIERO II           altri cugini

PIERO III

GWENDOLINA  - MARIE - NICK

L'AZIONE SI SVOLGE NEL CASTELLO ALTENVELD IN QUALCHE PARTE DELLE FIANDRE, TRA BRUGES E ZOUTE

ATTO PRIMO

Un pomeriggio d'agosto del 1938

(Un angolo del parco Altenveld che forma una specie dì terrazza naturale, alla quale s'accede per mezzo d'una larga gradinata di terra battuta i cui scalini sono visibili sul fondo a destra. Lungo tutta la scena, sul fondo, corre un boschetto che forma, siepe e elle chiude il panorama che dalla terrazza si potrebbe avere sul parco. Al centro sono sparsi di­sordinatamente dei mobili da giardino - tavola e sedia in ferro - che avrebbero gran bisogno di es­sere riverniciati. In fondo, a sinistra, un'altalena. A sinistra ed a destra, sul davanti, uno spazio di circa un metro di terreno libero, rappresenta un sentiero parallelo alla siepe di fondo. Sole abba­gliante sui primi gradini della scala; la scena, però, è piacevolmente immersa nell'ombra. Dietro al sipario chiuso si alza, chiara e forte, la voce di Princeps).

Voce di Princeps        - Per di Qua, signore e si­gnori: vogliatemi seguire, per favore. Per di qua. (Rumore di passi e mormorio di voci. Princeps tos­sicchia per schiarirsi la voce) Fermiamoci un mo­mento, prego. Da questa terrazza, signore e signo­ri, si può godere la più bella veduta sul castello e sul grande stagno che lo circonda. (Mormorio di approvazione e rumore di passi) I signori avranno certamente notato, poco fa, la diversità delle nin­fèe sulla superficie dell'acqua. E' noto che la pro­prietà Altenveld possiede lo stagno più fiorito del Belgio. (Tossicchia) Per di qua, signore e signori, seguitemi, per favore. Siamo vicini alle serre: ne abbiamo diciassette da visitare. Per di qua. (Rumore di passi e risa soffocate) La prima serra nella quale entreremo racchiuda i più rari e strani esemplari. Vogliatemi seguire, signore. Per di qua, signori. Potremo ammirare anche, fra l'altro, la... (La sua voce si perde. Il rumore dei passi si allon­tana. I mormorii si spengono. Ed il sipario si apre).

(Sono in scena Andrea, Marco e Damiano. Tutti e tre indossano eleganti abiti sportivi e sono senza cappello. Damiano non è ancora completamente in scena: dall'alto dell'ultimo scalino, con le spalle rivolte al pubblico, contempla il castello invisibile. Andrea è all'estrema sinistra della scena, pronto ad avviarsi sul sentiero da cui sono scomparsi Princeps ed i visitatori. Marco si è fermato al cen­tro: è in maniche di camicia, il colletto aperto e la giacca piegata sotto il braccio, Si sta asciugando il sudore con un largo fazzoletto di seta, mentre continua a sbuffare).

Marco                         - (alzando le braccia) Auff! Io lascio perdere. Che caldo, ragazzi! (Si lascia cadere su una sedia da giardino) V'interessano davvero mol­to i «più rari e strani esemplari » ? Per conto mio apprezzo le orchidee soltanto sul petto delle donne.

Andrea                        - E' un'opinione, la tua. Sembra però che l'antico proprietario abbia davvero ottenuto degli incroci meravigliosi.

Marco                         - Benissimo. Ed allora andate a mera-vigliarvene finché ne sarete sazi.

Andrea                        - (volgendosi verso il fondo) Vieni, Da­miano?

Damiano                     - (senza muoversi) Veramente i fiori di serra a me...

Marco                         - (tra sé, guardando l'orologio) Le tre. Posso dunque starmene qui al fresco con i miei pensieri una buona oretta. Un'ora durante la quale avrò tutto il tempo di creare un simpatico e tirannico personaggio di vecchia vedovella dal carattere giudiziosamente scelto ed accuratamente studiato. (Sospirando comicamente) Un'ora per prepararmi ad una nuova delusione.

Andrea                        - (che si è fermato ascoltando il discorso di Marco) Che delusione?

Marco                         - Una delusione di puro ordine immagi­nativo. Sono certo, infatti, che la vecchia maniaca dei miei sogni sarà cento volte più viva, cento volte più maniaca della vecchia maniaca della realtà.

Andrea                        - (sbalordito) Ma di quale vecchia ma­niaca stai parlando?

Marco                         - (con semplicità) Della vecchia mania­ca che stiamo per incontrare.

Andrea                        - (c. s.) Ma chi ha parlato di una vec­chia maniaca?

Marco                         - (divertendosi) Io, mio caro fratello, io ne ho parlato. Si tratta della vecchia maniaca del castello Altenveld, la stessa che ci ha convocati qui.

Andrea                        - Veramente, chi ci ha convocati qui, è stato il notaio.

Marco                         - (c. s.) Esatto: il notaio della vecchia maniaca.

Andrea                        - Ma, insomma, che cosa ti autorizza a pensare che il signor Zuidappel agisca per conto di una vecchia pazza, come tu dici?

Marco                         - Hai la lettera?

Andrea                        - (eccitato) Quale lettera? Questa?

Marco                         - Vuoi farmi il favore di leggerla? (An­drea apre la lettera ed incomincia a leggere) E forte.

Andrea                        - (irritato, sì rimette in tasca la lettera) Oh, basta! Sei soltanto un istrione indiavolato!

Marco                         - (volgendosi solennemente verso Damiano) Cugino, sei testimone che i metodi non sono affatto cambiati in famiglia «dai nostri giovani anni. E' evidente che tutto il mio da fare per sol­lecitare l'orgoglio della tribù diventando un celebre autore drammatico, ha servito un bel niente: i membri di essa, infatti, nei momenti di collera o d'impazienza, continuano a buttar fuori il loro veleno nel vocabolario- teatrale più infamante che orecchie possano sentire. (Volgendosi al fratello) Apri bene le tue, asino gigante. (Trae un foglio di carta dalla tasca) Ho anch'io il mio invito. (Leggendo) « ...Studio del signor Zuidappel, Bruges. Al signor Marco Altenveld. Signore, mi si in­ carica di avvertirvi che il castello Altenveld, si­ tuato a Drooigenhuis-les-Bruges, sarà messo in vendita tra breve. Se la cosa vi interessa particolarmente, sarà bene veniate a trattare di persona al castello stesso. Ogni sabato, alle sedici, dopo la visita pubblica alle serre, può essere il momento adatto. Vogliate gradire, signore, ecc.». (Ad Andrea) E così, quale conclusione trai tu da questa lettera per quanto riguarda la sua ispiratrice?

Andrea                        - (alzando le spalle) Ispiratrice! Io dico che si tratta soltanto di una lettera di notaio, una lettera d'affari, semplicemente.

Marco                         - (perentorio) Ed io dico invece che non vi è neppure l'ombra di un uomo d'affari in tutta questa storia. E neppure di un uomo. Un uomo non si preoccupa certo di tutte, queste cianfrusa­glie notarili ed avrebbe inviato una convocazione al maggiore degli Altenveld, a te all'occorrenza, preoccupandosi di farla copiare in tre esemplari. E questo stile, non ti dice niente? «Mi si incari­ca... » invece di « Il mio cliente » o « la mia clien­te ». No: « mi si ». « Mi si », le due parole del mistero. Tutto questo risente di vecchia civettuola romantica lontano un miglio, mio caro. E questo appuntamento sornionamente imperativa, per il sabato alle sedici? Il sabato, il giorno in cui il castello è più presentabile ed attraente giacché i domestici l'hanno rimesso in ordine prima del gior­no festivo. (Voce di Princeps in lontananza) Lo senti, quello? Non è forse l'accessorio essenziale di ogni vecchia maniaca degna di questo nome, come lo può essere un pappagallo delle isole o un gatto siamese? No, non, vi possono essere dubbi: ci troviamo veramente nell'antro della più autentica maniaca.

Andrea                        - (prestandosi al gioco) Non facciamo delle conclusioni affrettate. Non sono per nulla con­vinto che tutti questi indizi portino infallibilmente ad una vecchia maniaca, ed ho piuttosto l'impres­sione che ci mettano sulle piste di una specie di vegliardo bizzarro, un piccolo vecchio pignolo e ficcanaso.

Marco                         - (ruggendo) Un piccolo vecchio? Come osi dirmi questo? E così, mi sarei dunque strap­pato alle delizie della creazione - il mio secondo atto « marciava » così bene, infatti - per venire a contemplare, nel suo castello, un brutto vec­chietto...

Andrea                        - (c. s. interrompendolo) Non ho detto affatto che fosse brutto.

Marco                         - Brutto o non brutto, tu non puoi far­mi questo, Andrea! Professionalmente parlando, è necessario ch'io conosca una vecchia maniaca. Devi capire: è proprio una vecchia maniaca che ha la parte della fatalità nella commedia che sto scrivendo. Bisogna che la mia vecchia maniaca viva: è estremamente importante. Tutti i tipi di mia conoscenza hanno lasciato Bruxelles per il mare o la campagna e questa è ormai la mia ultima speranza. (Patetico) Andrea, ritira subito la tua assurda ipotesi del vecchio pignolo ed unisciti a me nel pensiero della vecchia maniaca! (Andrea ride).

Damiano                     - (irritato, voltandosi improvvisamente) E fatela finita con la vostra vecchia maniaca!

Marco                         - (ironico) Ma guarda, ci sei anche tu! (Con aria falsamente afflitta si rivolge ad Andrea) Questo ragazzo ha davvero un brutto carattere, non trovi? Durante tutto il tragitto1 non ha aperto bocca e quando l'ha fatto è stato per imporci il silenzio. (Volgendosi a Damiano) Che tu avessi un pessimo carattere lo sapevamo, ma evidentemente il tuo soggiorno in colonia lo ha tutt'altro che migliorato.

Damiano                     - (alza le spalle, fa un mezzo giro sui tacchi e ricade nella contemplazione dell'invisibile paesaggio).

Marco                         - (volgendosi ad Andrea che sta sempre sul davanti della scena) Come siete divertenti, tutti e due, nelle vostre pose classiche! (Ad An­drea) E tu, poi, perché non vai alle tue orchidee?

Andrea                        - Ma...

Marco                         - (volubilmente) Se incontri il maggior­domo, digli di portarmi della birra o del whisky o un'aranciata: ciò che gli pare, insomma, purché sia bevibile. Si muore di sete. (Vedendo che An­drea è sempre fermo al proprio posto) Manchi di decisione, Andrea. No, no, tu non arriverai mai a nulla nella vita.

Andrea                        - Insomma, anch'io trovo che fa troppo caldo. (Si siede) E poi non mi piace essere confuso tra la folla dei turisti del sabato. E mi secca anche passare da estraneo in questo parco di cui il nonno ha tracciato il piano.

Marco                         - Il tuo istinto di proprietario ne è con­trariato, vero?

Andrea                        - Chiamalo come vuoi. In ogni modo deploro che la proprietà Altenveld sia stata ceduta ad estranei. E' un bene di famiglia, ed io trovo che...

Damiano                     - (voltandosi improvvisamente e dirigen­dosi verso la tavola) E tu trovi, ed anche Marco trova, benché finga di riderne, che è uno stato di cose inammissibile; l’onore della famiglia, il senti­mento della grandezza Altenveld - astrazioni di cui io m'infischio altamente - esigono che noi rien­triamo in possesso dell'eredità del vecchio Corne­lio, vergognosamente abbandonata dai nostri pa­dri. Tu vuoi, ed anche Manco vuole, che io vi aiuti a ricomprare il castello e le sue terre. E va bene. Tutto questo mi sembra ridicolo, ma non importa: io sono a vostra disposizione, felice di farvi cosa gradita dal momento che è in mio potere il farla. Ma permettetemi una domanda: si può sapere perché, avendo il mio consenso, fate ancora tante storie? Perché avete voluto portarmi da Bruxelles fin sul luogo conteso? Ho cose ben più importanti da fare che venire a trattare e discutere in una certa parte delle Fiandre Occidentali con una vec­chia pazza!

Marco                         - (trionfante ad Andrea) Pazza! Hai visto?...

Andrea                        - (senza dargli ascolto si rivolge a Da­miano) Non sapevo che il tuo tempo fosse così misurato. Avevo anche pensato che, non essendo lontani da Zoute, avresti potuto venire a passare una settimana nella mia villa prima di ripartire per il Congo. Enrichetta ed i bambini sarebbero stati felici di vederti. Se però...

Damiano                     - (interrompendolo, rassegnato) Va bene, vecchio mio. Sarò contento di vedere i piccoli.

Marco                         - (fra i denti) Non ti rallegrare troppo. (Continuando) Quando t'imbarchi?

Damiano                     - Alla fine della prossima settimana.

Marco                         - Non si potrà dire di averti visto molto durante queste vacanze.

Damiano                     - Ho viaggiato.

Marco                         - Per divertimento?

Damiano                     - Se così sì può dire.

Marco                         - Hum! Non mi sembri molto entusiasta. Scommetto, però, che tu non hai visto l'Ungheria giacché se l'avessi vista...

Damiano                     - Ho visto anche l'Ungheria. E la Scan­dinavia, e...

Marco                         - E che cosa pensi esattamente della Scandinavia?

Damiano                     - Esattamente ciò che penso dell'Un­gheria e di una quantità di altri paesi. Vi sono delle grandi pianure, delle foreste, dei laghi sui quali volano gli uccelli e calano dei bellissimi tra­monti. Tutti i paesi che ho attraversato avevano pianure, foreste, laghi, uccelli e crepuscoli. A se­conda delle regioni, le pianure erano più o meno estese, le foreste più o meno scure, i laghi più o meno profondi; gli uccelli avevano nomi strani ed i tramonti una più o meno grande magnificenza. E tutto era monotono e non serviva che a far rim­piangere i tramonti della propria giovinezza, gli uccelli che volavano nel proprio paese, i laghi o gli stagni nei quali s'aveva l'abitudine di tuffarsi, le foreste in cui un giorno vi siete perduto e le pianure nelle quali avreste voluto perdervi. (Una brevissima pausa. Damiano sembra imbarazzato di aver detto tanto. Andrea lo guarda con stupore. Marco rimane assorto per un istante).

Marco                         - (convinto) Ho sempre saputo che eri un tipo strano ed avrei voluto conoscerti meglio, al di fuori della famiglia: davvero. Credo che dovrebbe essere magnifico viaggiare con te. Già: mi accorgo adesso che ho sprecato le mie vacanze.

Andrea                        - (ironico) Questo non è davvero un complimento per Sylvabella!

Damiano                     - (ironico) Ma guarda, guarda! Sylvabella è un nome carino.

Andrea                        - Veramente, è tutta carina...

Marco                         - Tu non hai voce in capitolo: il tuo conformismo e la tua pedanteria te lo vietano. Zitto! (A Damiano) Tu, invéce, non devi certo conoscere delle complicazioni con, le tue negre. L'amore senza parole, nei cespugli... che vita!

Damiano                     - (ridendo allegramente) Diavolo d'un Marco! Non sapevo che tu fossi tanto romantico! (Si siede sull'altalena).

Marco                         - Sì, sono proprio un indiavolato tipo romantico come tu sei un indiavolato brontolone e cerne Andrea è un dannato ipocrita. E tutti e tre siamo degli stupidi sentimentali. (Scaldandosi a poco a poco) Insomma, è una mezz'ora che siamo in questo parco dove abbiamo passato le vacanze dei nostri diciott'anni e che ci ritroviamo, dopo tredici anni, su questa terrazza della quale ave­vamo fatto il nostro gran quartier generale, e vor­reste farmi credere che la cosa non vi fa né caldo né freddo? Eccoci nuovamente riuniti attorno a questa stessa tavola dove abbiamo tante volte cospirato, scritto, fatto merenda e giocato ad una infinità di giochi stupidi. E l'altalena sulla quale è seduto Damiano, non è forse la stessa altalena tarlata su cui ci siamo bilanciati fino alla nausea? Nessuno di noi, però, si è arrischiato ad evocare i fantasmi di un'estate da tanto tempo trascorsa, così come nessuno ha osato ancora nominare il quarto fantasma.

Damiano                     - (dolcemente, bilanciandosi) Gwendolina?

Marco                         - Sì, Gwendolma.

Andrea                        - (come un'eco) Gwendolina. (Pausa. Ognuno segue il proprio pensiero. Andrea, con to­no cambiato, posatamente, come se stesse leggendo un nome su una lapide) Gwendolina Altenveld.

Marco                         - (furioso) Costui bisogna sempre che ce l'abbia con la famiglia!

Damiano                     - (dondolandosi) Questa volta non pos­so dargli torto. Quella famosa estate del 1925, Gwendolina compresa, cosa fu se non un canto, fra molti altri, delle gesta Altenveld? Una storia di famiglia, infatti.

Marco                         - No: la storia dei nostri diciottenni, invece.

Damiano                     - (con disprezzo) Spaccone!

Andrea                        - Lascialo parlare. E' stato un anno ab­bastanza eccezionale perché si possa permettere a Marco di consacrarvi il suo traboccante lirismo.

Damiano                     - (pomposo, chiarendo) L'eccezionale anno della riconciliazione Altenveld! L'anno in cui il patriarca Cornelio, in urto con l'intera famiglia, fece sapere ai suoi discendenti che desiderava fare la conoscenza dei suoi tre nipoti, eredi del suo no­me, la qual cosa la famiglia, che da vent'anni si dava da fare per trovare un terreno d'intesa...

Marco                         - (come Damiano) ... vedi successione...

Damiano                     - (proseguendo) ... accettò con la più vile sollecitudine.

Marco                         - E fu così che in una bella sera di lu­glio, contro la nostra volontà, fummo tutti e tre spediti, accuratamente raccomandati come dei pac­chi al castello Altenveld.

Andrea                        - E malgrado le fanfaronate sfoggiate durante il viaggio, tutti e tre ci sentivamo terribil­mente impressionati nella grande hall di marmo bianco.

Marco                         - Vi ricordate ancora del discorso della sera, nella sala da pranzo, prima di sederci a ta­vola?

Damiano                     - La rivelazione d'un ramo Altenveld povero ed illegittimo? Certo che la ricordo: fu da quel momento che cominciai a sentirmi a mio agio. Sapere che la prozia Etna si era lasciata sedurre da un militare straniero col quale aveva preso la fuga per le Indie e che sua figlia, la nostra zia Milicent, si era fatta rapire a sua volta da un bal­lerino russo...

Marco                         - (idem) ... Fu nel 1906. Da quest'ultima unione, fugace quanto illegittima, nacque... (imi­tando la voce grave ed esile dell'avo)... « vostra cu­gina, ragazzi, Gwendolina Altenveld che sarà que­sta sera tra noi e che io ho invitata a passare le vacanze in vostra compagnia. Suppongo che alla vostra età non si sia ancora imbevuti di quei pre­giudizi cosiddetti d'onore di cui i vostri padri e le vostre madri tengono il monopolio, e sono certo che saprete comportarvi verso vostra cugina come dei veri parenti. Io la penso così». Una raccoman­dazione davvero superflua, però: la cugina veniva da un paese straniero ed era affascinante.

Andrea                        - Piena di brio...

Damiano                     - ... e meravigliosamente giovane.

Marco                         - Cominciarono così le vacanze indimen­ticabili.

Damiano                     - (rettificando) Cominciarono così del­le vacanze piacevolissime.

Marco                         - (con stupore) Perché vuoi mortificare il tuo piacere a tanti anni di distanza?

Damiano                     - (che ha fretta di giustificarsi) Ap­punto per la distanza. Rimetto le cose sul loro piano normale, mio caro poeta. Quelle furono per me delle piacevoli vacanze: non indimenticabili. La prova è che mi son rimasti solo vaghi ricordi e che ho dimenticato la maggior parte dei dettagli.

Marco                         - Hai dimenticato con quale maestria Gwendolina conquistò il nonno? Non ricordi più che dopo otto giorni egli non poteva addormentarsi se ella non andava ad abbracciarlo in camera sua prima di andare a letto? H che faceva dire ad An­drea che ella era un'intrigante e che cercava il posto migliore nel testamento.

Andrea                        - (indignato) Questo è ignobile! Io non ho mai detto una cosa simile!

Marco                         - (impassibile) Non è ignobile: è umano e tu l'hai detto. Devo però aggiungere che son molto soddisfatto di vedere che stai ritornando a dei sen­timenti meno bassi.

Andrea                        - (toccato sul vivo) Credo fosse già un fatto compiuto a quell'epoca. Non vi furono, infat­ti, amici migliori di Gwendolina e me.

Marco                         - Sì, invece: vi fu Gwen e me.

Damiano                     - No, Gwen e me.

Andrea                        - (conciliante) Insomma, eravamo quat­tro buoni amici. Vi ricordate le nostre intermina­bili partite a tennis?

Marco                         - Durante le quali Damiano attirava sempre la sfortuna nel suo campo tanto era mal­destro!

Damiano                     - E tu, quando ballavi, schiacciavi così bene i piedi di Gwen da obbligarla a gridare in mezzo alla sua più allegra risata.

Marco                         - (alzando le spalle) Ho sempre conside­rato la danza come un afrodisiaco volgare e poco costoso, adatto agli intellettuali stanchi.

Damiano                     - (con maggior forza di quanto sia ne­cessario) E' dunque per questo che stringevi talmente forte la tua ballerina da lasciarle, per un buon momento, la traccia delle tue dita sulla sua schiena nuda?

Marco                         - (guardandolo con stupore) Ma guarda, non hai dimenticato i suoi abiti a quanto pare!

Andrea                        - (seguendo i suoi ricordi) Com'era orribile la moda, allora! E che cosa si ballava? Il charleston ?

Marco                         - No. C'era già la gran moda dei tanghi.

Andrea                        - Ah, sì. Ve n'era uno ch'ella amava in modo particolare e che canticchiava continua­mente. Non ricordo più bene com'era... la, la, la... E tu?

Marco                         - Nemmeno io. (A Damiano) E tu?

Damiano                     - (esitando) Io... (bruscamente) No.

Andrea                        - Ed i suoi fiori preferiti, quali erano? De rose tea?

Marco                         - Idiota. Porse che era una vecchia si­gnora? A lei piacevano gli anemoni.

Damiano                     - (alzando le spalle) Era una ragazza e non si era ancora specializzata: amava tutti i fiori, e, se alcuni avevano la preferenza, erano le grandi ninfee pallide dello stagno.

Marco                         - (continuando) Che lucevano come lam­pade quando ci bagnavamo al tramonto.

Andrea                        - E poi, imprudentemente, ci coricavamo sull'erba, avvolti nei nostri accappatoi da bagno, aspettando la notte.

Marco                         - (intenerito) E come degli idioti conta­vamo le stelle.

Andrea                        - Apparivano ad una ad una ed io ri­cordo che una sera... (s'interrompe bruscamente).

Marco                         - (ironico) Una sera?...

Andrea                        - (imbarazzato) Nulla... non ricordo più.

Marco                         - (c. s.) Bugiardo. (Disinvolto) E così è stato dunque sull'orlo dello stagno che hai fatto la tua dichiarazione?

Andrea                        - Da mia dichiarazione?...

Marco                         - Sì, la tua dichiarazione. E sono anche sicuro che balbettavi. Avevi vent'anni ed era certo la tua prima dichiarazione.

Damiano                     - E che cosa ti rispose, lei?

Andrea                        - (che vuole cambiare argomento) Non so più... io...

Marco                         - (ironico) Sta tranquillo, non raccon­teremo nulla ad Enrichetta, vero Damiano? Così come non le diremo che il solo ritratto che l'ar­chitetto Altenveld ha dipinto è stato quello di sua cugina in abito da ballo. Per quanto ricordi, mi pare fosse anche abbastanza ben riuscito.

Andrea                        - (idem) Anche a me sembra di ri­cordare che la protagonista della tua prima com­media si chiamasse Gwendolina.

Marco                         - Ho sempre trovato Gwendolina un no­me molto poetico. E siccome a quel tempo ero molto preso di Maeterlinek...

Andrea                        - E' stato anche Maeterlinck che ti ha spinto a baciare Gwen sulla foocca?

Marco                         - (stupefatto) Allora ci hai visti! E me lo dici soltanto ora! Sei di una spaventosa falsità. (Interessato) E non sei stato geloso?

Andrea                        - Pfft! Era prima della mia dichiara­zione!

Marco                         - (sprezzante) E questo ti ha incorag­giato a fare altrettanto, vero? Ho sempre pensato che tu eri un tipo senza personalità, Andrea.

 Andrea                       - In ogni caso ho il senso della gran­dezza, io.

Marco                         - Puh! Sull'orlo di un po' d'acqua! Ro­cocò al cento per cento!

Andrea                        - (idem) E sulla scaletta della cava, allora!

Marco                         - Dì un po', Damiano: dov'è successa a te la cosa?

Damiano                     - (imbarazzato) Io... ebbene, io...

Marco                         - Andiamo, non fare storie! Dove?

Damiano                     - (rapidamente) E' stato una sera, dopo una delle nostre interminabili chiacchierate, lassù, nella Camera Proibita.

Marco                         - (a Damiano) E che cosa ti rispose?

Damiano                     - (c. s.) Ciò che rispose a voi, sup­pongo.

Andrea e Marco          - (con diverso stupore) Ah! (Si guardano tutti e tre, poi scoppiano in una ri­sata come dei collegiali che sì sono giocati un bel tiro).

Marco                         - (quando il riso si è calmato) Come era­vamo stupidi e simpatici!

Andrea                        - E Gwendolina?

Marco                         - Come, Gwendolina?

Andrea                        - Sì, com'era, lei?

Marco                         - (ad Andrea) L'importante è sapere che ora è mistress Jeremy Bleemstone. Pochi mesi le bastarono per dimenticare tante folli dolci e me­lanconiche giornate, tutti i sogni appena abbozzati, e sposare all'età di diciott'anni, il grande editore

Marco                         - Si può leggere talvolta, in qualche ri­sposta.

Andrea                        - E non abbiamo mai più saputo nulla di lei. Come il nonno, morto su per giù all'epoca di quel matrimonio, ella è scomparsa. Come il nonno, ella è morta per noi.

Marco                         - Si può leggere talvolta, in qualche ri­vista americana, la cronaca di un ricevimento dato da Mrs. Jeremy Bleemstone, moglie del famoso editore, nei suoi saloni della Quinta Strada; si può anche trovare, in qualche rivista di moda, la foto­grafia di questa certa Mrs. Jeremy Bleemstone: un'affascinante giovane donna, elegantissima, che noi non conosciamo più.

Andrea                        - Noi abbiamo conosciuto una ragazza forse troppo romantica, che amava la vita con pas­sione e che aveva i più bei capelli del mondo.

Marco                         - (lasciandosi trasportare dal lirismo) I biondi capelli di Gwendolina...

Damiano                     - (rettificando) Gwen aveva i capelli castani che talvolta, al sole, prendevano dei ri­flessi biondi.

Marco                         - (proseguendo) La Gwendolina dei miei ricordi è bionda ed ha gli occhi grigi. E benché sua madre, la cantante d'operetta, l'abbia allevata nella sua atmosfera chiassosa e sgargiante, si veste in modo semplicissimo e non porta gioielli.

Damiano                     - (lasciandosi trasportare anche luì dai ricordi) E la sua voce, Marco! Quella sua voce simile ad uno strumento magico, capace di dare ad ogni parola la sua esatta risonanza!

Marco                         - (stupito) Mi ricordo anche quel suo leggero accento inglese che faceva sì che la frase più banale prendesse sulle sue labbra un significato strano...

Damiano                     - (c. s.) Non era accento inglese, ma qualche cosa di più impreciso che le veniva dal collegio di Losanna nel quale aveva imparato il francese. Non so spiegare... non la senti la sua voce, Marco? Io la sento. La sento come la sentivo tredici anni fa, quando Gwen partiva alla nostra ricerca nei viali del parco lanciando il suo famoso grido di richiamo.

Tutti e tre                    - (insieme, come un tempo) « Oh! I cugini! ». (Tacciono, stupefatti, giacché è sem­brato loro che una quarta voce si sia unita al loro richiamo. E prima che abbiano il tempo di riflet­tere, una Quarta voce ripete, effettivamente, come un'eco).

La Voce                      - « Oh! I cugini! » (Dal viale di destra appare improvvisamente Gwendolina. E' bellissima ed ha un modo di camminare flessibile e danzante di fanciulla. Si ferma quasi in scena, li abbraccia un attimo con lo sguardo, poi, giungendo le mani ed alzando gli occhi al cielo in una posa comica commovente, grida).

Gwendolina                - Provvidenza, ti ringrazio! Sono tutti, tutti e tre. E non ho avuto nessuna difficoltà a riconoscerli. Nessuno dei tre è calvo, né panciuto, e nessuno porta una grossa catena d'orologio sopra il panciotto. Grazie, grazie davvero! (Poi senza interrompersi) Ho visto la vostra macchina ferma nel viale delle magnolie, come una volta, ed ho saputo così che eravate venuti. Mi sono detta subito che vi avrei trovati al nostro Gran Quartiere Ge­nerale ed ho indovinato. (Tutti e tre sono immo­bili e non riescono ad articolar parola. Ella, ride) Non avete nessun diritto di essere stupiti: a forza di parlare di fantasmi, questi finiscono sempre per apparire.

Marco                         - (come in un sogno) Ci stavi ascoltando?

Gwendolina                - Rassicurati. Arrivo in questo mo­mento e non ho sentito che la fine, ciò che dice­vate, cioè, del mio accento e della mia voce. Era così carino...

Marco                         - (quasi scusandosi) Stavamo evocando dei ricordi.

Gwendolina                - (con un sospiro) Eh, sì! Abbiamo già l'età dei ricordi, ormai.

Andrea                        - (uscendo dal suo sbalordimento) Ma insomma, che cosa...

Gwendolina                - (interrompendolo) Lo so ciò che vuoi domandare, Andrea. Che cosa faccio qui, vero? Come voi, evoco dei ricordi: gli stessi, probabil­mente. Un parco è proprio il luogo adatto per es­sere malinconici, non vi pare? E questo parco, in modo particolare...

Marco                         - (che ha ripreso tutta la sua sicurezza) Puoi dirci in virtù di quale caso stai passeggiando in questo parco?

Gwendolina                - Il caso non c'entra. Passeggio tutti i giorni nel « mio » parco.

 Marco e Andrea         - (insieme) Come? Eh?

Gwendolina                - (senza notare la loro emozione) E' tanto vasto ed a me manca totalmente il senso dell'orientamento che spesso mi ci perdo. E' pro­prio durante uno di questi smarrimenti che pensai come sarebbe stato piacevole perdersi in vostra compagnia, come una volta. Allora ho domandato al signor Zuidappeì di farvi venire.

Andrea                        - (interessato) Vuoi vendere?

Gwendolina                - Nemmeno per sogno. Tu, però, de­sideri certo comprare. Lo immaginavo. La vendita era il solo mezzo per farvi venire tutti e tre in­sieme: un motivo abbastanza importante per strap­parvi alle vostre abituali occupazioni. (Sospirando) Giacché immagino che siate delle persone molto occupate. Vero? (Presa da una subitanea appren­sione) Non siete in collera, per caso?

Andrea                        - (che non riesce a nascondere la sua de­lusione) Figurati. D'altronde, apprezziamo molto i tuoi scrupoli tardivi.

Marco                         - (esultante) In collera? Mia cara Gwen­dolina, ma è meraviglioso ciò che sta accadendo! Lo sai che potresti essere un bravissimo autore drammatico? Hai il senso delle «situazioni».

Andrea                        - (cercando di darsi un contegno) Con­gratulazioni, Marco. Sei un perfetto giocatore: sai nascondere molto bene la tua delusione.

Marco                         - (sorpreso) La mia delusione? Che de­lusione?

Andrea                        - (c. s.) La tua delusione professionale nei riguardi della vecchia maniaca.

Marco                         - (sempre sorpreso) La mia vecchia ma­niaca? Quale vecchia maniaca?...

Andrea                        - (trionfante) Lo senti, Damiano? Quale vecchia maniaca?

Gwendolina                - Sì, quale vecchia maniaca? Vi è una storia di vecchie maniache in giro?... Marco ha forse avuto delle noie con una di esse? Ditemi tutto come una volta, volete? Raccontatemi.

Marco                         - Non c'è nulla da raccontare. E' un vecchio motivo di scherzo fra Andrea e me.

Gwendolina                - (in estasi) Oh, Marco! Oh, An­drea! Siete dunque ancora sempre alle prese con i vostri reciproci scherzi stupidi? Che miracolo ri­trovarvi non cambiati! (Lanciando un'occhiata a Damiano che ha lasciato l'altalena e si è spostato all'estrema destra) Per quanto riguarda Damiano, dovrei invece avere delle inquietudini ed avrei tutto il diritto di crederlo muto se il suono della sua voce non mi fosse pervenuto quando stavo venendo qui. So dunque ch'egli è sempre Damiano il taci­turno. (Senza interruzione) Ed io? Che pensate di me? Vi sembro molto cambiata? Pensate che...

Marco                         - (interrompendola, con ammirazione) Oh, Gwen! tu sei sempre così...

Gwendolina                - (mettendosi un dito sulle labbra) Zitto. Non mi dire che sono bella. Troppi sciocchi me l'hanno ripetuto Ano a disgustarmi d'esserlo.

Marco                         - Ma che cosa può mai importare che tu lo sia? Ciò che conta, invece, è che tu abbia sempre il tuo flessibile passo di danzatrice, che tu sia Semprefollemente romantica e che tu porti sempre dei vestitini chiari. E che tu sia la Gwendolina dei nostri diciott'anni e che i tredici anni passati siano diventati, tutt'ad un tratto, un'immaginazione ed un pretesto.

Gwendolina                - (in estasi) ...che i tredici anni pas­sati siano diventati, tutto ad un tratto, u’immaginazione ed un pretesto... Oh, Marco, quant'è bello sentirsi parlare così! (Inquieta e gioiosa) Allora è vero che non vi ho delusi e che tutto quello non ha lasciato dei segni troppo evidenti.

Marco                         - Tutto quello?

Gwendolina                - (vaga ed offuscata) Sì, tutto quel­lo: la vita, insomma.

Marco                         - (sorridendo) Ragazzi, la sentite? Vor­rebbe farci credere di aver molto vissuto nei suoi saloni della Quinta Strada!

Gwendolina                - (c. s.) Non vi sono soltanto i sa­loni della Quinta Strada... Ho vissuto molto, Marco. Ed ho commesso molte follie per divertirmi o, piut­tosto, cercando di divertirmi. Ho speso molto de­naro, ho avuto un'infinità di avventure ed ho viag­giato lungamente.

Marco                         - Risultato?

Gwendolina                - Continuo a fare delle spese ed avere delle avventure per abitudine: nulla più mi diverte.

Damiano                     - (suo malgrado) Ed i viaggi?

Gwendolina                - I viaggi? Oh, sì, in principio mi piacevano. Ma poi... Si vedono delle grandi pia­nure, delle foreste, dei laghi sui quali volano degli uccelli, e calano dei bellissimi tramonti. Tutti i paesi che ho attraversato avevano pianure, foreste, laghi, uccelli e crepuscoli. A seconda delle regioni, le pianure erano più o meno grandi, le foreste più o meno scure, i laghi più o meno profondi; gli uc­celli avevano nomi strani ed i tramonti una più o meno grande magnificenza. E tutto era monotono e non riusciva che a far rimpiangere i tramonti della propria giovinezza - il tempo in cui ci si poteva ancora commuovere dinanzi ad un tramon­to - ed a far rimpiangere gli uccelli che volano nel proprio paese, i laghi o gli stagni nei quali s'aveva l'abitudine di tuffarsi, le foreste dove vi eravate, un giorno perduta, e le pianure in cui avreste voluto perdervi... (Un silenzio. Marco ed Andrea si guardano, poi guardano Gwen e Damia­no, sorpresi e turbati).

Damiano                     - (che sente di dover dire gualche cosa) E siccome sei una sentimentale e nello stesso tempo troppo ricca, ti sei comperata i paesaggi che ti erano familiari ed i tramonti della tua giovi­nezza. E' così, vero?

Gwendolina                - (fissandolo) Sì, Damiano. Ho comperato il castello Altenveìd. (Una pausa. Con forza improvvisa) Con il denaro di Jeremy, sì. Je­remy è una bravissima persona... Possedere, a qua­rantacinque anni, i due terzi della stampa degli Stati Uniti non è una cosa da poco... Mi vizia ter­ribilmente.

Andrea                        - E' qui?

 Gwendolina               - (che ha trovato strana l’idea) Lui, in un castello delle Fiandre? Egli detesta l'Europa e non vi viene che quando non può proprio farne a meno, per un congresso o qualche cosa del ge­nere. Non ama che New-York e vi abita quasi tutto l'anno, mentre io vado qua e là...

Marco                         - Incompatibilità di carattere?

Gwendolina                - Nemmeno questo. Ci piace così, ecco tutto. Del resto, i nostri rapporti, quando ci incontriamo, sono cortesissimi.

Andrea                        - (serio) E sei felice?

Gwendolina                - (posando il capo sulla spalla di An­drea, carezzevole) Mio piccolo Andrea, adoro questo tuo far sempre domande serie come all'epoca dei tuoi vent'anni... Sono anche convinta che tu lo sei, felice. Mi sembri bene a posto nella vita e sono certa che attorno al tuo orizzonte tu costruisci delle ville in stile fiammingo e che devi essere an­che molto convinto dell'importanza di ogni tuo atto di ogni mattone che fai posare. Per avere l'aspetto più convincente, ti sei, infatti, lasciato crescere i baffi. Non ti stanno affatto bene, mio vecchio Andrea, ma devono imporsi assai a tua moglie. Suppongo, infatti, che tu sia anche sposato e che tu abbia dei deliziosi bambini.

Andrea                        - (dissimulando un sorriso di soddisfazione) Due.

Gwendolina                - (con un grido di tenerezza) Oh, Andrea! E' splendido! Bisogna che li conosca.

Marco                         - Calmati, Gwen. La vanità gli sta dando al cervello: ha già la tendenza a credersi la cico­gna stessa che è andata a cercarli in paradiso.

Gwendolina                - (c. s.) I bambini di Andrea!

Marco                         - Ti assicuro che non è affatto il caso di stupirsi troppo. Sono cose che possono accadere a tutti.

Gwendolina                - (con improvvisa depressione) Non a me, però. (Dì nuovo gaia) Né a te, sacri­pante! Porti gli occhiali, era?

Marco                         - Sia detto tra di noi, è una posa.

Gwendolina                - Autore, va! (Con un voltafaccia, viene a trovarsi proprio di fronte a Damiano) E tu?

Damiano                     - Io?

Gwendolina                - Sì. L'ultima volta che ci siamo visti ti preparavi in una scuola coloniale di An­versa. E ora?

Damiano                     - (freddamente) Non vorrai farmi credere che la tua armata di agenti privati non ti abbiano informata anche su questo punto. Sono agente territoriale.

Gwendolina                - (confusa ed interessata) Ah!

Marco                         - Sì, è lui che è incaricato di incivilire quei poveri negri stupidi. Spetta anche a lui de­cidere se il negro ha avuto ragione di uccidere il bianco che andava a letto con la sua donna o se il bianco non ha avuto torto di non approfittare di più della stupidità del negro. Insomma, egli in­carna la giustizia. E fa anche una quantità d'altre cose; costruisce dei ponti, traccia delle strade e riferisce sulla regione., Suppongo anche, benché non me rabbia mai detto, che vada a caccia e che si dia, con più o meno ardore, al traffico dell'avorio e che terrorizzi il suo « boy » ogni qualvolta è ubbriaco.

Gwendolina                - (spalancando gli occhi) Oh! Egli traccia delle strade e terrorizza il suo «boy»... Ma è davvero...

Damiano                     - (con molta calma) Ti prego, rispar­miaci il tuo piccolo elogio sulla magnifica vita di questi uomini rudi che...

Gwendolina                - (seccata) Non avevo alcuna in­tenzione del genere. In quanto agli uomini rudi ed alla loro vita magnifica, mi permetto avere ì miei dubbi sulla loro esistenza nel nostro secolo e 'con­fesso, per parte mia, di non aver mai incontrato qualcuno che potesse essere classificato come tale, all'infuori, forse, dei domatori dea circo.

Marco                         - (prendendola fra le braccia) Ben detto, carissima. Come vedi, il nostro Damiano è rimasto il simpatico ragazzo che conoscevamo. Aggiungi poi che in questo momento beneficiamo anche di uno sbalzo d'umore tutto particolare giacché ab­biamo commesso l'imprudenza di costringere il si­gnore a lasciare Bruxelles, dove aveva molto da fare, e lo abbiamo condotto qui solo per fargli per­dere il suo tempo.

Gwendolina                - (più afflitta di quanto voglia sem­brare) Ah! Così egli trova che sta perdendo il suo tempo? Se è così, non vorrà certo fermarsi per il «week-end».

Andrea                        - Quale « week-end » ?

Gwendolina                - Il «week-end» che potremmo passare tutti e quattro ad Altenveld.

Andrea                        - Tutti e quattro?

Gwendolina                - (guardando Damiano) Se la cosa piace ad ognuno di voi...

Andrea                        - Veramente...

Gwendolina                - (afflitta) Oh, Andrea, non dire qualche cosa di ragionevole, ti prego. Le fanciulle come me hanno tanto bisogno che le sì lasci es­sere un poco pazze!

Andrea                        - Veramente avevo promesso ad Enrichetta... quindici giorni fa... che... capisci... a meno che... (Con improvvisa ispirazione) Gwen, non ti piacerebbe conoscere Enrichetta?

Marco                         - (prima che Gwendolma possa risponde­re) In nome della nostra vecchia amicizia., Gwendolina Bleemstone, non abbiate un simile de­siderio, ve ne scongiuro. (Volgendosi al fratello) Bada, ti avverto che se tu introduci la ragionevole Enrichetta in questi luoghi, io telefono a Sylvabeìla di raggiungerci immediatamente, per via aerea, magari.

Gwendolina                - (improvvisamente stanca) Well, mettetevi d'accordo. Oppure si mettano d'accordo Enrichetta e Sylva... Sylvabeìla.. (A Damiano) E per te, Damiano, « chi » debbo invitare? (Damiano tace. Gwendolina si dirige verso l'altalena, sale in piedi su di essa e comincia a dondolarsi piano).

 Andrea                       - (rompendo il silenzio) Telefonerò ad Enrichetta di essere trattenuto a Bruxelles.

Marco                         - Va bene così, Gwen?

Gwendolina                - (con voce lontana) Aspetto la risposta di Damiano.

Damiano                     - (Con slancio) Damiano è d'accordo.

Gwendolina                - (piano dondolandosi dolcemente) I sogni si realizzano... (lanciando improvvisa­mente il grido di richiamo) «Oh! I cugini! ». Sia­mo dunque in piena estate e queste sono le vacan­ze dei nostri diciott'anni! I baffi di Andrea sono dei baffi posticci; Marco ha trovato i suoi occhiali in una scatoletta a sorpresa; Damiano si è abbron­zato la pelle per aver un colore olivastro, ed il brillante che io porto al dito è di vetro e non ha alcun valore. Noi abbiamo diciott'anni e le nostre mani sono libere, i nostri visi chiarì, i nostri sguar­di precisi e le vostre guance imberbi. E questa sera, come tutte le altre sere, andremo a cospirare nella Camera Proibita. Ah! bisogna che vi avverta che non dovrete stupirvi se il ritratto del vecchio Cor­nelio è stato tolto. E' rimasta soltanto la cornice.

Andrea                        - (interessato) Davvero? Incomincereb­be dunque a presentarci qualche cosa d'insolito, quella banale stanzaccia che chissà perché noi ab­biamo avvolta di non so quale mistero?

Marco                         - Perché ci era (riprendendosi) perché ci è proibita come nelle favole. E, come nelle fa­vole, il perché non l'abbiamo mai saputo.

Damiano                     - E, come nelle favole, noi abbiamo disobbedito. Ed è forse questo che il vecchio Cor­nelio desiderava.

Gwendolina                - E, come, nelle favole, saremo forse puniti un giorno per questo. Tuttavia, aspet­tando, dobbiamo divertirci. Chi mi aiuta a far muovere questo strumento? Sono stanca di dondo­larmi da sola.

Damiano                     - (saltando sull'altalena) Oh! Issa, Gwendolina! (In piedi, viso contro viso, comin­ciano a dondolarsi).

Gwendolina                - (con un gran grido di gioia) Oh, issa, Damiano! Dondoliamoci! Non abbiamo più ricordi!

Marco                         - (ripetendo, meravigliato) Non abbia­mo più ricordi...

Andrea                        - (macchinalmente) Non abbiamo più... Gwen, ma non è il titolo di quella canzone che tu canticchiavi sempre? (Come una risposta Damiano comincia a canticchiare le prime note della can­zone).

Gwendolina                - (estasiata) Sì, è il tango di moda. (Ella accompagna Damiano in sordina. Gli altri due, macchinalmente, accennano la vecchia melodia ritrovata. Gwendolina canticchia) «Non abbiamo più ricordi». Oh, issa, Damiano. (L'altalena de­scrive una traiettoria sempre più lunga) Più for­te! Più in alto! (Ride e grida, il suo viso unito a quello grave di Damiano) Dondoliamoci, Damiano. Dondoliamoci fino a soffrirne. (Con delle lacrime nella voce) E' tanto tempo che non ho più avuto male al cuore...

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

Alcune ore più tardi: le dieci di sera, nella Camera proibita.

La certezza che non si tratta di nessun'altra ca­mera del castello è data dal grande quadro vuoto appeso al muro di destra. Sotto questo quadro vi è una specie di cassettone siriaco, di pessimo gu­sto, incrostato di madreperla. Il resto del mobilio è improntato ad una certa uniformità dovuta a degli orribili mobili in stile Secondo Impero. De­gli sgabelli imbottiti, alcune sedie, una serie di tavoli inseriti l’un nell'altro. Una lampada a pie­destallo, sul fondo a destra e, vicino ad essa, un imponente mobile-grammofono. Quasi al centro della stanza, un enorme divano messo diagonal­mente in rapporto al muro del fondo. In mezzo a questa parete, una grande vetrata nascosta da pesanti tende felpate si apre sulla terrazza che, su quel piano, corre lungo tutta la facciata. Lungo tutta la parete di sinistra, in alto, una galleria-biblioteca alla quale si accede per mezzo di una scaletta fissa, posta sul davanti della scena, a si­nistra. La porta d'entrata, alla camera è assai bassa e si trova in mezzo al pannello di sinistra, sotto la galleria. La tappezzeria dei muri è scuris-sima; il lampadario di cristallo ha un aspetto pre­tenzioso. Sui muri, delle armi esotiche ed alcuni paesaggi cupi quanto la tappezzeria. Di tutto que­sto, tuttavia, non si può vedere assolutamente nul­la all'alzarsi del sipario, giacché la scena è immersa nella più completa oscurità.

(Dopo qualche istante si sentono dei passi preci­pitati sulla terrazza. La pesante tenda felpata viene sollevata a più riprese. Corsa nella camera. Urti nei mobili. Delle imprecazioni soffocate e delle risate giovanili. Si intravedono delle ombre che gesticolano).

Voce di Piero I           - (ansante) Questa volta, si­gnorina, non ci scapperai più.

Voce di Piero II          - (ansante) Il tuo nascondi­glio è scoperto. Hai scelto male, giacché... (Urta contro qualcosa) Acc... giacchè noi conosciamo perfettamente tutti gli angoli della tua tana.

Voce di Piero I           - Ci senti, cara cugina? Ti puniremo. (Urta) Ahi! Ma dove si è cacciata?

Voce di Piero II          - Scommetto che si è nascosta sotto il divano. (Chinandosi) Aspetta: vedrai che la faremo uscire.

Voce di Piero I           - (che si china a sua volta) Sì. E voglia o non voglia, dovrà baciarci.

Voce di Piero I e di 'Piero n   - (insieme, con un grido di trionfo) Ci siamo! L'ho presa!

(Luce. Piero III è entrato ed ha girato l'interrut­tore, vicino alla porta. Piero I e Piero II sono se­duti a terra, dinanzi al divano, spettinati, accal­dati ed anelanti, e tengono ciascuno fra le mani un lembo del mantello da sera di Marie-Nick. Su­bito si sente risuonare il fresco e gioioso riso di quest'ultima. Ella è sulla galleria-biblioteca ed ap­poggiata alla balaustra contempla i suoi due cugini alle prese con il loro pezzo di seta scura. E' una sottile e bella fanciulla dai modi estremamente graziosi. Indossa un lungo ed ampio abito da ballo bianco che sembra assorbire tutta la luce della ca­mera. I suoi cugini, i tre Pieri, sono dei ragazzi dall'aspetto sportivo e dai movimenti vivaci. Piero III è senza dubbio il più giovane: è più magro degli altri due, biondissimo, e possiede molto meno di­sinvoltura dei cugini. Tutti e tre sono in abito da sera),

Piero I e Piero II         - (sorpresi, alzano il capo ed ascoltano il riso ironico della fanciulla, che con­tinua a crescere d'intensità).

Marie-Nick                 - (con la stessa intonazione di Gwendolina nel primo quadro) Oh! I cugini!

Piero n                        - (mezzo furioso e mezzo ridente, si alza con un salto e si dirige verso la scaletta) Ti credi proprio al sicuro sul tuo trespolo, mia cara co­lomba?

Marie-Nick                 - (ridendo sempre, si volta verso i piani carichi di libri) Guai a voi se vi avvici­nate, barbari! (Prendendo una pila di libri e mi­nacciando Piero II di lasciarglieli cadere sulla te­sta) Altrimenti Platone e Bossuet s'incaricheranno di difendere la mia virtù.

Piero II                       - (salendo la scaletta) Abbasso Bos­suet! (Marie-Nick, con precisione, gli lancia alcuni libri sulla testa).

Marie-Nick                 - (soave) Ho ancora a disposizione tutto Sant'Agostino.

Piero II                       - (fregandosi la testa) E va /bene! Ho compreso il sermone.

Piero IH                      - (approvando) Infatti, non è la let­teratura adatta ad una notte d'agosto.

Marie-Nick                 - (sporgendosi fino a scoprire Piero III) Ma guarda, anche il terzo cacciatore è qui. E sempre in agguato, a quanto sembra.

Piero I                         - Cacciatore! Pesa le tue parole, Marie-Nick. Renderai questo sbarbatello folle d'orgoglio.

Marie-Nick                 - (rivolgendosi a Piero I) Piero... (Tutti e tre alzano il capo) Voglio dire Piero, il maggiore, Piero il duagenario... vuoi avere la cor­tesia di restituirmi il mantello? (Vedendo ch'egli lo rigira con imbarazzo) Lo so, il fondo è tutto strap­pato. Sono stata presa nello sportello poco fa, sal­tando dalla macchina.

Piero I                         - Veramente... vi è dell'altro. Anche il colletto è completamente strappato. (Le lancia il mantello) Ad ogni modo non credo avresti ancora tanta superbia se i nostri giochi si facessero im­provvisamente più seri. Dopo tutto, è già accaduto più di una volta che tre ragazzi di diciott'anni abbiano deciso di ridurre alla loro mercè una gio­vane e 'bella fanciulla. Che cosa faresti in questo caso, tu? Quali sarebbero i tuoi mezzi di difesa? Credo che tu sappia che tutti e tre abbiamo un reale desiderio di baciarti.

Marie-Nick                 - (esaminando lo strappo del mantel­lo) Per conto mio trovo che il desiderio simulato ha dato dei risultati sufficientemente reali.

Piero I                         - (continuando nella sua idea) A quanto pare non sei curiosa e non hai affatto risposto alla mia domanda. Che cosa faresti?

Marie-Nick                 - Beh! Penso che ci sarebbe sempre uno dei tre che sarebbe geloso degli altri due e che, per questo, sì appiccicherebbe al mio fianco. Allora, la lotta sarebbe uguale giacché io so molto bene difendermi, sapete. E poi, perché preoccuparsi di tutte queste cose, cari cugini? Non siete forse dei ragazzi bene educati? E dal momento che lo siete, scendo ad unirmi a questa cortese assemblea.

Piero I                         - (rigirandosi sul divano) Non siamo affatto dei ragazzi educati: siamo dei ragazzi che s'annoiano.

Marie-Nick                 - (dall'alto della scala) Allora pre­ferisco risalire.

Piero III                      - (uscendo dal suo angolo) No, Marie-Nick, scendi pure. Ti garantisco la tranquillità: io mi metto sempre al fianco del più debole.

Marie-Nick                 - (divertita) Il mio caro boy-scout... Sei molto cavalleresco. Però, dovresti diffidare delle frasi fatte: non piacciono molto alle fanciulle mo­derne. (Comincia a discendere).

Piero II                       - (si precipita ai piedi della scaletta e grida) Non scendere, Marie-Nick! Stop. Non muoverti più... Stop, ho detto. Stop. (Indietreggia per contemplarla meglio) Perfetto. Il peso del corpo sulla gamba sinistra; la scarpina che esce dalle pieghe della gonna; quella punta idi seta scura sulla bianchezza della spalla e, sulla nuca, i riflessi iridati del lampadario. Capelli tagliati dall'ombra... Splendido! Sei una meravigliosa fotografìa!

Marie-Nick                 - (sospirando) Ancora!

Piero II                       - Silenzio. Non una parola né un ge­sto. (Volgendosi agli altri due) Io resto qui per sorvegliare. Che uno dei due Pieri corra a pren­dere la mia macchina fotografica nell'automobile.

Marie-Nick                 - Nient'affatto! Nessuno dei due, e nemmeno il terzo Piero andrà, perché io non ci tengo a farmi venire un crampo. (Continua a scendere).

Piero II                       - (prendendosi la testa tra le mani) E pensare che esistono donne capaci di sopportare questo per delle ore anche sotto la luce accecante dei riflettori! E tu, tu non sei nemmeno capace di conservare la posa per due minuti, per paura dei crampi i

Marie-Nick                 - Hai ragione, ma io non ho af­ fatto l'ambizione di diventare una diva.!

Piero II                       - Come se si trattasse di ambizione!

Marie-Nick                 - (seccata) Oh! lo sappiamo be­nissimo che si tratta di te e della tua interessante vacazione di cineasta. So anche che tu mi fai un insigne onore coi permettermi di cooperare ai tuoi tentativi di esordiente, ma per la verità è un onore di cui vorrei fare a meno.

Piero I                         - (cambiando posizione sul divano) E' vero. Questa ragazza ha tutte le ragioni di essere irritata. E' dal primo giorno delle vacanze che la perseguiti con la tua macchina da presa e quella fotografica, in tutti gli angoli del castello ed in ogni sentiero del parco.

 Piero II                      - E con questo? Non è forse la più grande ambizione di ogni graziosa ragazza diven­tare una bella immagine?

Piero I                         - Può darsi. Ma tu, di immagini, ne hai fatte troppe, ecco tutto. Marie-Nick al suo balcone, Marie-Nick dall'alto della torre, Marie- Nick tra le ninfèe, Marie-Nick sotto la pioggia, Marie-Nick nella serra delle orchidee, effetti di vento nei capelli di Marie-Nick, ed un'infinità di altre cose ancora. Anche questo pomeriggio, nel parco degli Speelenaere, ha dovuto posare dinanzi al getto d'acqua, in piedi sull'orlo della vasca, e...

Piero II                       - (sorridendo al ricordo) Quella mi pare sia riuscita magnificamente.

Piero I                         - (riprendendo con maggior foga) Le impedisci di dormire col pretesto degli effetti lu­nari, e la vai a svegliare prima dell'alba perché vuoi fotografare la sua immagine riflessa nello stagno al levar del sole.

Marie-Nick                 - (sorridendo a Quel ricordo) Oh! è stato tanto divertente quel mattino, vero Piero? (Piero I, seccato, si volta sul divano).

Piero II                       - (incoraggiato) Sai che cosa mi tor­menta da qualche giorno? Una tua fotografia in abito da ballo, in quel vecchio quadro vuoto. Ne potrebbe venir fuori qualche cosa di straordinario, se tu fossi capace di starci.

Piero I                         - (alzando gli occhi al cielo) In un quadro, adesso! Invece di perdere in tuo tempo in queste elucubrazioni, faresti molto meglio a ripas­sare il tuo Diritto, altrimenti vi sarà qualcuno che ha fatto l'allocco a luglio e farà l'allocco in ot­tobre!

Piero II                       - (furioso) Non ho bisogno di gover­nanti, hai capito? (Scimmiottandolo) E sappi che, per principio, io detesto le persone che per essere nate due anni prima e perché il loro papà le oc­cupa nella sua officina e la loro madrina ha rega­lato loro, per il ventesimo compleanno, un'auto­mobile, si credono ormai così a posto nella vita da permettersi al riguardo degli altri una serie di piccoli consigli protettori. Ho detto.

Piero III                      - (venendo alla riscossa) Anch'io seno del parere di Piero. Ho sempre pensato che tu fossi l'esempio tipico del figlio unico, con un rical­cato complesso di fratello maggiore.

Piero I                         - (sibilando tra i denti) « Ricalcato complesso di fratello maggiore ». Con un simile gergo non mi stupisco più che tu ti sia comportato così bene all'esame di filosofia. Perché non provi a ripetere quello che hai detto adesso in calzoncini corti ed in cappello largo, alla domenica, dinanzi ai tuoi amici boy-scouts?

Marie-Nick                 - (ridendo) Diavolo d'un. Piero! Trio indiavolato di Pieri! Io credo che malgrado i vostri sforzi non riuscirete mai a bisticciarvi con convinzione. E' magnifico!

. Piero I                       - (lugubre) Sì, siamo un trio indiavo­lato e gioioso. E con te, formiamo un quartetto esi­larante: il quartetto esilarante del cugini ger­mani.

Piero II                       - (lugubre) li quartetto dei piccoli cugini di Jeremy Bleemstone.

Piero III                      - (idem) E come quartetto su indi­cato, passiamo delle frivole vacanze al maniero Altenveld, nelle Fiandre Occidentali...

Marie-Nick                 - (idem) ...uno dei numerosi ma­nieri del detto Jeremy, nostro illustre cugino, lon­tano e sconosciuto.

Piero II                       - (idem) Jeremy è illustre, e Gwendolina è la sua sposa.

Marie-Nick                 - (idem) E Gwendolina è bella...

Piero II                       - (idem) E Gwendolina è affascinante...

Piero III                      - (idem) E Gwendolina è romantica...

Piero II                       - (idem) E malgrado Gwendolina sia romantica, una svaporata romantica anglo-ameri­cana, i nostri rispettivi genitori, tutti compresi di quella saggezza borghese trasmessa loro da gene­razioni di avi circospetti, si sono detti che sarebbe stato assurdo trascurare l'invito della moglie d'un cugino d'America così celebre e così poco proli­fico. Molto diplomaticamente, quindi, hanno sa­puto infischiarsi di quella innata ripugnanza che la borghesia prova per l'americanismo, la futilità ed il romanticismo.

Piero I                         - (furioso) E perché Gwendolina è ro­mantica e noi le ricordiamo non so quali vaghi cugini ch'ella conobbe un tempo in questo castello, siamo costretti a perdere qui il nostro tempo e spre­care così completamente le nostre vacanze!

Marie-Nick                 - (vivamente) Non devi dire que­sto, Piero.

Piero III                      - Non crede una sola parola di quel che dice, il Piero in questione. Questa piccola sfu­riata ce la serve a solo titolo di allusione supple­mentare al bel viaggio mancato...

Piero II                       - (u Piero I) Il viaggio nel paese dei fiordi. Non temere, andrai ugualmente nella tua Norvegia. Papà non vorrà certo privare il suo caro rampollo d'un così appassionante viaggio di stu­dio. E l'anno venturo...

Piero I                         - (con un po' di cattivo umore) Mi au­guro che mi porti un minor numero di serate spre­cate, l'anno venturo...

Marie-Nick                 - (alzando le spalle) Esistono forse, alla nostra età, le serate sprecate?

Piero II                       - E come no! Ci si spedisce a Bruges per passare il sabato e la domenica là; arrivati nel castello di Speelenaere, bisogna indossare l'abito da sera; e nel momento in cui il ballo sta per in­cominciare, eccoti la vecchia padrona di casa che cade in convulsioni e se ne va all'altro mondo mentre tutti gli invitati vengono gentilmente messi alla porta. Non la chiami una serata sprecata, tu, questa?

Marie-Nick                 - Io la chiamo piuttosto una se­rata imprevista. E mi pare anche che abbia molto più sfascino di una serata ufficiale. Sta a noi ren­derla divertente.

Piero I                         - (ironico) Giocando al bridge, per esempio?

Marie-Nick                 - (alzando le spalle) Lo sappiamo benissimo che tu manchi d'immaginazione.

 Piero III                     - Perché non facciamo una 'corsa in bicicletta nel parco, a lumi spenti?

Piero II                       - No. Raccontiamoci invece delle storie macabri. Mi sento particolarmente in vena, dopo l'incidente di questa sera. Incidente che, detto fra noi, mi ha tutta l'aria di essere una storia prepa­rata. Lo sanno tutti che la proprietà di Speelenaere è sull'orlo del fallimento e che il castello è ipote­cato. Poiché la tradizione voleva che il ballo avesse luogo, il più sontuoso ballo di Fiandra, io sono certo che hanno cercato un espediente e che hanno ingozzato l'avola apoplettica fino a provocarne 3a morte per poter così sospendere la festa all'inizio, prima che gli invitati potessero accorgersi di come sarebbe stata scadente. Il trucco è riuscito in pieno e l'onore è stato salvo. L'estate prossima avvele­neranno         certamente il vecchio zio Sulpicio.

Marie-Nick                 - (scoppia in una risata, poi si stira come una giovane gattina) «Oh! I cugini!». Qualunque cosa, ne dica il vecchio Piero, questa è una meravigliosa serata... Non sentite che ha dell'eccezionale?

Piero I                         - (ironico) Intensamente. Devono esse­re circa le dieci e come tutte le sere a quest'ora ci troviamo al secondo piano del castello, nella Camera Proibita, dove abitualmente chiacchie­riamo, discutiamo e ci domandiamo a vicenda che cosa si potrebbe fare per divertirci.

Marie-Nick                 - Sì, ma questa sera ci troviamo qui all'insaputa di Gwen.

Piero I                         - Come tutte le sere. Non dico certo che Gwen ignori completamente che noi abbiamo scelto questa stanza per riunirci, ma se anche Io sa di­mostra di infischiarsene altamente.

Marie-Nick                 - Ne sei proprio sicuro? Non senti che dovunque ella si trovi, da qualsiasi parte del castello, ella ci .osserva, ci spia, immagina i nostri atteggiamenti ed i nostri gesti, - e ricostruisce i no­stri discorsi? Questa notte, invece no. Ella ci crede a Bruges, presso gli Speelenaere, e noi siamo quindi liberi dalla sua discreta e tenace sorveglianza. Ed in questo mondo di sogni e di ricordi, viviamo la nostra vita, e se questa sera ci annoieremo, sarà una noia veramente nostra; se bisticceremo, sa­ranno bisticci nostri e non ispirati a bisticci d'un tempo, così come le nostre parole non saranno l'eco di parole intese in questa stessa stanza tre­dici anni fa. Abbiamo ritrovato peso e volume, le nostre voci e la nostra sensibilità. Abbiamo anche ritrovato ì nostri nomi: Infatti non vi ho ancora chiamato - come invece dobbiamo fare anche quando siamo soli - Andrea, Marco e Damiano, per quanto non sia facile capirci con i vostri tre nomi identici. Forse Gwen ha avuto ragione a ri­battezzarvi.

Piero IH                      - (con ardore) Lascia perdere queste storie di un tempo passato, Gwen-Marie-Niek. Dobbiamo godere veramente questa notte senza fantasmi che ci è data.

Mari-Nick                   - (continuando) Questa notte densa e pura come una campana che suona a stormo. Anche le nostre più insignificanti parole sembrano stasera prendere una risonanza strana e perfino i nostri minimi gesti pare si ripercuotino all'in­finito.

Piero I                         - Ma intanto, cari figli del secolo, con­tinuiamo ad annoiarci!

Piero III                      - (dopo una breve pausa) E se si bal­lasse? (Indicando il grammofono) Non vi sono che dei vecchi dischi, là dentro, ma certo sono buoni.

Piero n                        - (andando verso il fondo) Si potrebbe andare sulla terrazza.

Piero I                         - Già.E siccome vi sono tre cavalieri per una sola dama, saremo in due a girare i pol­lici. E Marie-Nick avrà la parte principale e diven­terà l'indispensabile donzella, la Gwendolina della nostra generazione.

Marie-Nick                 - E chi vi ha detto che desidero ballare?

Piero I                         - Ma se non desideri che Quello! Quante volte ci hai detto che ami la danza sopra ogni altra cosa?

Marie-Nick                 - E con questo? Vuol dire forse che desidero ballare con qualcuno di voi? Certo che mi piace ballare, ma sola, libera, con i miei pen­sieri ed i miei gesti.

Piero I                         - Ma sì, lo sappiamo: la danza è il tuo mezzo d'espressione. Segui dei corsi di danza perché questo ti aiuta a « realizzarti », come tu dici. Ebbene, realizzati pure, mia cara. Va a danzare. Non sacrificarti per noi.

Marie-Nick                 - (soavemente) Piero I, Piero duagenario, tu sei il ragazzo più insopportabile ch'io conosca.

Piero III                      - Non dirgli questo, Marie-Nick: l'inor­goglisci. Essere insopportabile è la sua maniera d'avere della personalità.

Piero n                        - (che ha tirato le tende sulla vetrata del fondo, ritorna correndo) Marie-Nick, quanti soldi hai a tua disposizione? Rispondi senza riflet­tere. Non calcolare. E non inventare.

Marie-Nick                 - (esitando) Ehm!... Duecento lire.

Piero II                       - (a Piero III) E tu?

Pietro in                      - Perché lo domandi? Una cinquan­tina di lire, credo.

Piero I                         - Anch'io. Sono al verde.

Piero II                       - Diciamo 300 in tutto. Più le 22 lire mie. Niente da fare. Fiasco.

Gli altri tre                  - Che cosa?

Piero II                       - Pensavo che avremmo potuto andare a finire la serata a Zoute. Dicono che sia stato aperto un localetto molto carino, «La coccinella». Lo champagne però è a 300 lire e noi siamo in quattro. Una bottiglia in quattro è troppo poco, non vi pare?

Piero III                      - Veramente, quei locali a me...

Piero II                       - Benissimo. Una bottiglia in tre, al­lora. Va già meglio. (Rivolgendosi a Piero I) Se Piero fosse tanto gentile di non venire, sarebbe perfetto. Ci presti la macchina e ci. andiamo, Marie-Nick ed io.

Marie-Nick                 - Se Marie-Nick vuole venire.

Piero n                        - Niente civetterie, cugina. Le ragazze sono sempre pronte a divertirsi.

 Piero I                        - Ed anche i ragazzi. Propongo dunque che si faccia un sorteggio.

Piero II                       - Nemmeno per sogno. (Bruscamen­te) Ma siamo davvero stupidi. Andiamo a cercare Gwen: a lei piace fare delle piccole follie. La con­duciamo con noi e sarà un piacere per lei rego­lare il conto.

Marie-Nick                 - Siete disgustanti. Vi compor­tate come dei volgari sfruttatori di donne.

Piero I                         - La gelosia le fa perdere il controllo. La regina detronizzata che si esprime come una venditrice di aringhe.

Piero II                       - Dopo tutto, gli attori si fanno sem­pre pagare. Perché Gwen non dovrebbe retribuirci la quotidiana rappresentazione che le diamo?

Piero III                      - E' inutile che vi irritiate. Questa sera Gwen rifiuterebbe certo il vostro.. invita. Ha gente.

Gli altri tre                  - (insieme) Come?

Piero III                      - Non avete notato, quando siamo ritornati, che c'era luce nel viale delle magnolie?

Piero I                         - Sì. Doveva essere il giardiniere che ritornava alla sua casetta sulla vecchia Ford.

Piero III                      - Macché. La luce era immobile e proveniva dai fari di una torpedo sportiva dalla carrozzeria verde giada, che era ferma là. Sono andato a rendermene conto mentre voi vi scal­manavate a proposito della curva presa male.

Piero I                         - Ma guarda che modi! Ed hai aspet­tato fino ad ora a metterci a parte della tua scoperta!

Marie-Nick                 - E secondo te, che cosa prova la presenza di questa automobile nel parco?

Piero III                      - Nulla d'importante, certo. Ma ciò che vi è di più significativo, sono le voci che ho udito e che provenivano dalla sala da pranzo.

Piero II                       - (meravigliato) Delle voci nella sala da pranzo! Ma se nessuno mette mai piede in quel salone monumentale.

Piero III                      - Però questa sera Princeps vi serviva il pranzo.

Piero I                         - n maggiordomo! Ma se il sabato ha vacanza, dopo la visita delle serre....

Piero II                       - Su una delle consolle di marmo nella hall, ho visto i suoi guanti bianchi ed il suo cappello a popone, vicino ad un vassoio colmo di stoviglie sporche. Voi non avete visto nulla, naturalmente: stavate rincorrendo Marie-Nick.

Piero I                         - Ed hai inteso delle voci?

Piero III                      - La voce di Gwen. Rideva. Ed un uomo le rispondeva.

Piero II                       - (curioso) E che cosa dicevano?

Piero III                      - Io non ascolto alle porte. Del resto, vi ho seguiti subito.

Piero I                         - (intrigante) Un uomo!

Marie-Nick                 - (timidamente) Forse sarà Jeremy.

Piero III                      - (impassibile) Non credo. L'auto­mobile aveva la targa belga e portava il n. 999.888.

Piero II                       - (eccitato) Allora lo ha tradito.

Gli altri tre                  - (meravigliati) Chi?

Piero II                       - (semplicemente) Jeremy, il nostro caro cugino. E' becco. (Perentorio) Questa notte Gwen riceve, in casa sua, il suo amante.

Marie-Nick                 - (proseguendo) H quale è arrivato al tramonto su una torpedo verde giada che, come tutti sanno, è il colore inseparabile dal concetto «amante». Hai troppa inventiva, mio povero Pie­ro. E se Owendolina, invece, ricevesse semplice­mente dei vicini di campagna?

Piero II                       - (andandole dinanzi) E tu credi dav­vero che Gwendolina non sia il tipo d'avere un amante?

Piero I                         - (correggendo) Degli amanti.

Marie-Nick                 - E se...

Piero II                       - (interrompendola) E’ il suo amante, ti dico. La prova inconfutabile sta nella premura con la quale ci ha allontanati da casa sua durante questo pranzo. Che cosa puoi rispondere a questo?

Marie-Nick                 - (che comincia ad irritarsi) Che data la disinvoltura con la quale il nababbo la tratta, è lui che vuole essere becco e Gwendolina ha mille volte ragione di prendersi un amante.

Piero II                       - Che ne pensa il boy-scout di tutto questo?

Piero III                      - Che avete delle mentalità di zitelle appostate dietro le persiane.

Marie-Nick                 - (improvvisamente ispirata) E chi vi dice, per quanto Piero abbia inteso una sola voce maschile, che non ve ne fossero delle altre che, nel momento preciso in cui egli passava, non avevano nulla da dire?

Piero Ut                      - Evidentemente.

Marie-Nick                 - E che direste se, invece di rice­vere un uomo, come voi credete, Gwendolina non ne avesse ricevuti tre?

Piero II                       - (stupefatto) Tre amanti?

Marie-Nick                 - Questo non lo so. Tre uomini. Tre giovani, piuttosto...

Piero I                         - (continuando la frase)... Andrea...

Piero II                       - ... Marco...

Piero ni                       - ...e Damiano...

Marie-Nick                 - (terminando) Altenveld.

Piero n                        - I nostri sosia!

Piero I                         - (scoppiando) Questa poi! E' proprio un'idea che non poteva venire che ad una ra­gazza!

Piero m                       - (rettificando) Un'idea bislacca, vuoi dire, ma che rassomiglia molto a Gwendolina.

Piero II                       - Un'idea di autore drammatico. Loro e noi! Confronto tra i personaggi ed i loro riflessi. Formidabile!

Piero I                         - Assolutamente ridicolo.'

Piero III                      - Nient'affatto ridicolo. Del resto, non succederà niente, giacché noi, i riflessi, sta­sera siamo qui per caso e quindi non chiamati per il confronto.

Piero IX                       - Si, ma intanto ci siamo.

Piero III                      - ... E sembreremo benissimo dei si­gnori Altenveld.

Piero II                       - (rassegnato, si siede su uno sgabello) Ma perché poi dovrebbero proprio venire a perdere il loro tempo qui? Marco è l'autore più celebre del momento e sono certo che a quest'ora starà pavoneggiandosi sullo yacht di qualche stu­pido mecenate, in qualche parte dei mari del sud.

Piero III                      - E Damiano è in Africa.

Piero I                         - E l'architetto Andrea Altenveld è senza dubbio un signore troppo morigerato per venire a prestare il suo concorso alle follie orga­nizzate della cugina Gwendolina. E' un privilegio, questo, riservato alla giovane generazione.

Marie-Nick                 - Beh! noi non abbiamo certo il tempo di essere morigerati. Da parte mia, anzi, spero di non esserlo mai. La mia unica ambizione è quella di diventare una vecchia signora elegan­te con alcune delle folli idee di Gwendolina nella testa.

Piero II                       - Non aver la sua fretta, almeno.

Marie-Nick                 - D'avere delle idee folli?

Piero II                       - No, di diventare una vecchia signora.

Marie-Nick                 - Forse che Gwendolina ha fretta di diventare una vecchia signora?

Piero II                       - Non vedi che ne prende già le ma­nie con questa sua idea di raggruppare i suoi ri­cordi attorno a sé e di invitare dei ragazzi ed una fanciulla per ascoltare la loro storia?

Piero III                      - Del resto non ci tiene affatto delle conferenze e dobbiamo convenire Che ci lascia perfettamente tranquilli accontentandosi di guar­darci.

Marie-Nick                 - (colpita) E' vero: ci guarda sem­pre. Con due occhi fissi ed inquieti di vecchia signora segue il nostro andirivieni nella speranza forse di ritrovare in esso i passi dimenticati di un balletto: il balletto della sua giovinezza.

Piero I                         - Mi permetto ricordarti, Marie-Nick, che Gwendolina non è, malgrado tutto, una set­tuagenaria e che è ancora capacissima di ballare.

Marie-Nick                 - Ma non quel ballo, Piero. Deve aver già ballato troppo: ha i piedi stanchi e le manica il respiro. Io posso ballare, invece. Possiamo anche, voi ed io, ballare la sua giovinezza, ma non dobbiamo dimenticare di ballare anche la nostra.

Piero III                      - Non le balliamo forse tutte e due insieme?

Marie-Nick                 - Non credo, Piero. Sono anzi certa che non si dovrebbe fare. Qui, stiamo recitando. Balleremo per noi stessi nel luogo che il nostro cuore avrà scelto.

Piero III                      - E che ci resterà, allora, di questo ballo d'oggi?

Marie-Nick                 - Dei bei ricordi leggeri, ma tenaci, come la neve sui rami.

Piero III                      - Forse nemmeno. Se il vento della vita sarà molto forte, non ci rimarrà nulla. E noi non sapremo nemmeno più se tu ti chiamavi Ma­rie-Nick o Gwendolina.

Marie-Nick                 - Questo non ha importanza. Ciò conta è che oggi io sia la vostra Gwendolina e che voi siate il più famoso trio di cugini.

Piero n                        - Obbligati a stare insieme.

Marie-Nick                 - Obbligati.' Questa poi! Come se aveste veramente bisogno di essere obbligati!... (Vedendo che essi stanno per protestare) Insom­ma, ho avuto o non ho avuto delle dichiarazioni da quando siamo ad Altenveld? E quante volte avete cercato di baciarmi? Quanti miei fazzoletti sono scomparsi?

Piero II                       - Protesto energicamente per i faz­zoletti.

Marie-Nick                 - Zitto, tu! Come si spiega allora il fatto che io non riesco più a trovare il nastro dei capelli? Perfino i lacci delle mie scarpe da tennis sono stati portati via stamattina.

iPiero n                       - Non c'è dubbio, vi dev'essere proprio un appassionato di feticci fra noi...

Marie-Nick                 - O un collezionista. Ad ogni modo, gli domando il favore di cambiare manìa. Che voi siate innamorati di me può anche non dispia­cermi, ma che voi vi appropriate di tutto il mio corredo non mi va affatto a genio.

Pietro I                        - Cugina cara, ti pare davvero elegante addossare la colpa agli altri quando si perde tutto e si è alle prese con i propri diciott'anni?

Marie-Nick                 - Ah sì? Che qualcuno osi dirmi sul viso che non è innamorato di me!

Piero I                         - (scoppiando a ridere) Innamorati!

Piero II                       - Certo, non neghiamo che tu sei ab­bastanza carina e giovane per provocare in noi un certo turbamento e che, se ci capita di avere delle preoccupazioni sentimentali, si irradiano più o meno attorno a te. Ma da questo a dire che siamo innamorati!....

Marie-Nick                 - (rivolgendosi a Piero III) E' que­sta anche l'opinione del terzo Piero?

Piero I                         - Non dirà nulla, lui. Non lo sai che la legge dei «boy-scouts» disapprova il flirt? E poi egli è di quei tipi che, nelle notti d'estate, invece di stringere una ragazza fra le braccia, preferiscono raccontarle una infinità di sciocchezze sul chiaro di luna. E tutte le frasi che pronunciano salgono loro alla testa e d'un tratto non conoscono più che una ripetizione monotona e noiosa: il Grande Amore.

Marie-Nick                 - Mentre, secondo te, il Grande Amore non esiste, vero?

Piero I                         - Non lo so. La cosa non mi preoccupa ; ho altro a cui pensare io. Nella vita vi è una infi­nità di trucchi più interessanti.

Marie-Nick                 - Sei scoraggiante, Piero!

Piero II                       - E tu consolati pensando che si può benissimo vivere anche senza questo.

Marie-Nick                 - (quasi piangendo) Ma chi mi ha affibbiato dei simili cugini?

Piero II                       - (battendole amichevolmente su un brac­cio) Non te la prendere, Marie-Nick. Non vi sono soltanto dei cugini sulla terra.

Piero I                         - (imperturbabile) Vi sono anche dei Romeo e Giulietta, fortunatamente.

Marie-Nick                 - (colpendolo nervosamente sulla schie­na) Idiota!

Pietro III                     - Credete proprio che si debba risali­re così lontano?

Marie-Nick                 - Risalire così lontano?

Piero III                      - Sì, che si debba ritornare indietro nel tempo fino a Romeo e Giulietta per incontrare un grande amore? Potrebbe essere, invece, una cosa molto più frequente di quanto immaginate e che non  appartenga soltanto alla letteratura. Una cosa del­la vita... una cosa che potrebbe avvenire anche qui...

Marie-Nick                 - (con un falso gridolino di stupo­re) Qui?...

Piero III                      - Una cosa che forse è avvenuta qui... in una notte d'agosto...

Piero I                         - (interrompendolo) Vedo che la notte di agosto non è stata dimenticata.

Piero III                      - (continuando) ... tredici anni fa, tra Gwendolina e...

Marie-Nick                 - (c. s.) Chi?...

Piero III                      - (in un soffio) Uno dei cugini.

Marie-Nick                 - Quale?

Piero III                      - (imbarazzato da questa insistenza) Questo non ha importanza. Uno dei tre cugini che l'avrebbe amata e che lei avrebbe amato.

Marie-Nick                 - (bruscamente) Non può essere. Se questo fosse accaduto, sarebbero partiti insieme.

Piero III                      - (ansiosamente) Per dove?

Marie-Nick                 - Non importa dove. In un luogo qualunque dove sarebbero stati soli. Là dove non vi sarebbero stati che loro al mondo.

Piero I                         - (interessato) E' questo che tu fa­resti se...

Marie-Nick                 - E' ciò che farò il giorno in cui amerò.

Piero II                       - (concludendo) Ed in cui sarai amata.

Marie-Nick                 - (come un'eco) Ed in cui sarò amata. (Breve pausa).

Piero I                         - (fingendo di essere addolorato) E così tu non mi ami, mia piccola Marie-Nick?

Marie-Nick                 - (gioiosa) No, mio vecchio Piero.

Piero II                       - (c. s.) E non ami neppure me?

Marie-Nick                 - (c. s.) No, Piero.

Piero III                      - (più addolorato di quanto dovrebbe) Non mi ami, dunque?

Marte-Nick                 - N... (Sta per dire ano», ma di­nanzi al viso supplichevole di Piero III, evita la risposta diretta) Ma sì, ma sì, vi amo tutti, e più di quanto si dovrebbe amare dei cugini. Come una sorella vi amo, con tutta la mia tenerezza e la mia indulgenza.

Piero II                       - (imitando la sua voce) Baciandoci sulla bocca.

Piero I                         - E quale di noi tre, tu ami di più?

Marie-Nick                 - Quando eri piccolo ed una signo­ra bene intenzionata ti domandava: «chi ami di più, il papà o la mamma?», tu rispondevi: «tutti e due ». E non era assolutamente vero. Alla tua domanda io rispondo « tutti e tre», ma ti giuro che è la verità.

Piero II                       - Una verità molto comoda.

Marie-Nick                 - Io non amo nessuno dei tre e vi amo tutti e tre.

Piero II                       - (in piedi su uno sgabello, solenne) Ab­biamo diciott'anni e non ci amiamo. Meraviglioso!

Marie-Nick                 - (gioiosa) Meraviglioso! (Ella ride. I tre Pieri la imitano).

Piero I                         - Dal momento che siamo in così serie disposizioni, propongo di andarci a tuffare nello stagno; il chiaro di luna non ci farà brutti scherzi. Che ne dite dell'idea?

  Piero II                     - (scendendo con un salto dallo sgabello) Splendida! Mi sento capace di battere Marie-Nick ai cento metri!

Marie-Nick                 - (ridendo) Accetto la sfida!

Piero I                         - Io mi accontenterò di fare l'arbitro.

Marie-Nick                 - Chi giunge primo allo stagno avrà il diritto di prendere la canoa! (Un subito avven­tarsi verso la vetrata del fondo, aperta sulla ter­razza. Marie-Nick rimane un istante sul davanti della scena guardando fuggire i cugini. Sorride. Piero II è già sulla terrazza; Piero I lo sta rag­giungendo. Ella fa per seguirli. La luce si spegne bruscamente. Marie-Nick getta un piccolo grido di stupore. Si sente la corsa dei due Pieri sulla ter­razza. Marie-Nick, nel buio, si dirige verso questa ultima. Nel momento in cui sta per uscire dalla camera, la lampada a destra si accende. Una luce debole e calda. Soltanto la metà della scena è il­luminata. Zone d'ombra a sinistra. Piero III è in piedi vicino alla lampada che ha acceso. Appare un po' stordito).

Piero III                      - (timidamente) Marie-Nick...

Marie-Nick                 - (stupita, si volta) Che?

Piero III                      - (senza muoversi, ad occhi bassi) Ti dispiace arrivare ultima allo stagno?

Marie-Nick                 - (entrando nella zona illuminata) Affatto. Perché?

Piero III                      - (c. s.) Debbo dirti qualche cosa.

Marie-Nick                 - (rassegnata) E sia. Però mi devi promettere che dopo verrai a nuotare.

Piero III                      - Oh... nuotare...

Marie-Nick                 - Ti farà bene. Prometti?

Piero in                       - (piano) Farò tutto ciò che vorrai.

Marie-Nick                 - (prendendolo gentilmente per mano e conducendolo in mezzo alla scena) E' questo che volevi dirmi?

Piero III                      - (esitando) Oh, no! E'...

Marie-Nick                 - Dimmi.

Piero III                      - E'... è una cosa stupida.

Marie-Nick -               - Lo so. Ne dici sempre.

Piero ni                       - (ad occhi bassi, tenendo sempre la mano di Marie-Nick) Ecco. Poco fa, quando ri­tornavamo sul calesse ed io ero solo sul sedile po­steriore, ho guardato tanto le stelle cadenti. Non domandavo nulla perché un solo desiderio era in me: che la testa di Marie-Nick riposasse, pesante e tiepida, sulla mia spalla. Ma tu, sul davanti, chiacchieravi e ridevi con gli altri due cugini ed il vento spingeva verso di me il tuo riso ed il pro­fumo dei tuoi capelli contro la mia guancia ed ero tutto stordito. Ho potuto soltanto contare le stelle cadenti. Ve ne sono state 47. Ecco. (Brevissima pausa).

Marie-Nick                 - (come un'eco) Ecco.

Piero III                      - (senza alzare la testa) E' tutto quanto mi dici?

Marie-Nick                 - Oh, Piero! E' la più bella dichia­razione che mi sia mai stata fatta. Ma non avresti dovuto: per me, vedi, non sono che parole. Vorrei sgridarti, Piero-Damiano, ma non ne ho il coraggio; vorrei anche prendere la tua testa fra le mani e stringerla contro di me, ma non ne ho il diritto.

 Piero III                     - Perché parlarmi come ad un bam­bino, Marie-Nick? Non riuscirai a nulla. (Con grande slancio, prendendole le mani) Marie-Nick, vieni... partiamo.

Marie-Nick                 - (senza muoversi) Per dove?

Piero III                      - Non importa per dove. Là dove non ci saremo che noi al mondo.

Marie-Nick                 - (ritirando la mano, seccata) No.

Piero III                      - (confuso) Scusami. (Avvicinandosi a Marie-Nick) Ma un giorno verrai, vero Marie-Nick? Dimmi che un giorno partiremo insieme.

Marie-Nick                 - (con semplicità) Mai.

Piero m                       - (scuotendo il capo) E' una parola di bambina, questa.

Marie-Nick                 - (selvaggiamente) O d'innamorata, vuoi dire!

Piero III                      - (colpito) Sei... sei innamorata?

Marie-Nick                 - Sì.

Piero III                      - (dopo un istante) Di uno dei cugini?

Marie-Nick                 - No. Non lo conosci. Nemmeno io lo conosco ancora.

Piero III                      - (sollevato) Il Principe Azzurro? Oh! ma allora la cosa non è grave.

Marie-Nick                 - Credi?? Non hai mai letto nelle fiabe che i fantasmi e le ragazze si fanno sempre buona compagnia?

Piero III                      - La vita non è una fiaba ed i fanta­smi non esistono.

Marie-Nick                 - Non ti vergogni di parlare in que­sto modo a diciott'anni? (Lo prende gentilmente per mano e lo trascina verso il divano) Vieni qui, Piero. Siediti vicino a me. (Si siedono ambedue per terra, ai piedi del divano. Piero III, nell'ombra, è invisibile; solo Marie-Nick è nella zona illuminata) Ti voglio fare il più bel dono che una fanciulla possa dare a colui che non ama: aprirò per te il mondo dei miei sogni e ti parlerò dell'uomo che amo. (Comincia a parlare con voce monotona e cantante come quella di un corifeo) L'uomo che io amo è, prima di tutto, un uomo. Non conosco il suo viso, la forma delle sue mani, né lo splendore del suo sguardo. Ignoro se è alto o basso - lo so­gno alto, naturalmente - ma è, prima di tutto, un uomo. Un uomo, cioè, che abbia già molto1 vis­suto, molto sofferto, molto amato. Un uomo che al contatto di queste vecchie cose umane, non solo non si è sciupato ed esaurito, ma è diventato duro e levigato come il ciottolo sbattuto da tutte le onde dell'oceano. E' nuovo come un marmo antico ed è come un fiume che fluisce dall'inizio del mondo e le cui acque, senza posa, si rinnovano, talvolta tu­multuose, talvolta calme, ma sempre sicure del proprio destino. Ed io sarò il giovane torrente che scende saltando dalla montagna e verrò a por­targli la mia frescura. Mi lascierò andare sulla sua corrente ed insieme attraverseremo tanti paesi. Ed io mi annienterò in lui. (Pausa. Ella continua il suo sogno ulteriormente).

Piero III                      - (a bassissima voce) Marie-Nick, non potrò mai diventare io quest'uomo?

Marie-Nick                 - Sì, Piero, lo diventerai. Ti occor­rerà coraggio e pazienza. Ma quando quel momento sarà giunto, io non sarò più Marie-Nick: sarò una placida signora che si chiamerà Maria o Monica, ed un'altra fanciulla sorgerà per te.

Piero ni                       - (con visibile pena) Non hai mai pen­sato che quest'uomo potrebbe anche non venire?

Marie-Nick                 - (serena) Verrà, Piero. Un segno sul cielo o sulla terra me lo farà certo riconoscere. Ed egli verrà diritto verso di me che mi preparo così bene per lui. (Si alza).

Piero in                       - (sarcastico) ... come una vergine folle, danzando e...

Marie-Nick                 - (interrompendolo) Sì, danzerò per lui. Soltanto per lui. (Risale verso il fondo della scena),

Piero III                      - (afferrandole una mano e poggiandovi sopra la guancia) Non andartene dalla luce, Ma­rie-Nick. Non mi lasciare solo. Ho diciott'anni e tutto quanto ho conosciuto fino ad ora mi è sem­brato falso e vano. Non credo più in nulla, Marie-Nick. Solo in te, credo. Tu sola puoi ricostruire il mondo per me. Mi dannerei per te, Marie-Nick, se questo fosse ancora possibile...

Marie-Nick                 - (passandogli una mano nei capelli, con dolcezza) Quanto sei stupido! A che servi­rebbe? (Liberandosi) A nulla. Nulla. Non voglio nulla da te. Non ti chiedo nulla. (Vedendolo pro­strato ai suoi piedi) AU'infuori di alzarti e di man­tenere la promessa. Andiamo a nuotare.

Piero in                       - (alzandosi ed implorando) Marie-Nick...

Marie-Nick                 - (con durezza) Niente lacrime, Piero. Non voglio disprezzarti.

Piero III                      - Vorrei... dal momento ch'egli non è ancora venuto... per una volta sola... vorrei che tu danzassi per me.

Marie-Nick                 - (dopo un attimo d'esitazione) Dal momento che sei pronto a dannarti per me... Metti un disco.

Piero III                      - (andando verso il grammofono) Quale?

Marie-Nick                 - (gettandosi U mantello sulle spalle) Quello che vuoi tu. (Con gioia trionfante) E poi non danzerò mai più per nessuno.

Piero in                       - (mettendo un disco) Ecco un tango. « Non abbiamo più ricordi ». (Mette a posto il grammofono).

Marie-Nick                 - Una canzone di tredici anni fa. «Non abbiamo più ricordi». Fra tredici anni non ricorderemo più nulla di questa serata, Piero, ve­drai.. Tu dimenticherai questa danza ed i miei sogni selvaggi di ragazzina. Bisognerà dimenticare, Piero -Damiano. Bisognerà dimenticare, dimenti­care, dimenticare... (Su queste ultime parole, la musica comincia. Una musica lamentosa dal ritmo lento e pesante. Marie-Nick muove su questa mu­sica alcuni passi esitanti, poi sempre danzando, si dirige verso la terrazza. Giunta dinanzi alla fine­stra, non si trattiene più e con un salto si slancia fuori della camera. Piero III, che non l'ha lasciata mai con gli occhi, la segue).

SI CHIUDE IL SIPARIO

 La musica, dietro al sipario chiuso, sale e s'af­ferma. Al ritornello si sente una voce grave e triste di « lady-crooner » che accompagna la melodia. Quando l'orchestra riprende, U sipario si alza sul...

QUADRO SECONDO

(La scena è esattamente quella del quadro pre­cedente. La musica suona in sordina. La piccola porta a sinistra si apre bruscamente ed entra Gwendolina che getta un piccolo grido di sorpresa. Corre verso il grammofono e sì ferma vicino ad esso, ascoltando la musica. Indossa un elegantissimo abito da pranzo in broccato a fiori. Il suo corpo comincia a muoversi al ritmo della musica. Marco, che è entrato dietro di lei, s'avvicina a sua volta. Il suo passo non è molto sicuro. Allaccia Gwendo­lina e la trascina in un giro di danza attraverso la stanza. Ella appare inerte, perduta nel suo so­gno. Entrano nella zona d'ombra. Il lampadario si accende: è Damiano che ha girato l'interruttore. Gwendolina e Marco sono immobili, abbracciati, bocca contro bocca. Sotto la luce improvvisa, Gwen si stacca vivamente da Marco. Andrea, che è en­trato per ultimo, attraversa la camera in silenzio e va a fermare il grammofono, Damiano chiude la porta).

Andrea                        - (fermando il grammofono) E' scorag­giante, questa musica. (Pausa).

Gwendolina                - (tanto per darsi un contegno) Balli sempre molto male, Marco.

Marco                         - (aggiustandosi la cravatta) Tu, però, baci molto meglio.

Damiano                     - (camminando in lungo ed in largo at­traverso la scena) Felicitazioni, Gwendolina. La ricostruzione è perfetta. Neppure un mobile ha cambiato di posto. (Passando un dito sul mobile incrostato di madreperla) E vi è sempre lo stesso spessore di polvere sul cassettone siriaco.

Andrea                        - Credo anche che nessuno di noi possa ammettere che quel quadro là sia vuoto, tanto l'im­magine del nonno è presente alla nostra memoria.

Damiano                     - (vicino alla scaletta) Già. Si potreb­be infatti credere che abbiamo lasciato questa ca­mera precipitosamente, qualche minuto fa, dimen­ticando di fermare il grammofono... (chinandosi e raccogliendo alcuni dei libri gettati da Marie-Nick nel quadro precedente) e di riordinare i libri che stavamo leggendo. (Aprendo uno o due libri) Pla­tone... Bossuet... Perdinci, che giovinezza erudita abbiamo avuto!

Gwendolina                - Non capisco. Io non entro per nulla in questo disordine. Devono essere stati... Ma no, impossibile, non ci sono...

Marco                         - (con voce un po' pastosa) Questa è una nota falsa, Gwen. Mi par di ricordare, infatti, che se ci capitava di frugare in quei vecchi libroni, era sempre nel raggio dei narratori galanti del XVHI secolo che ciò avveniva. Non ricordi quando Andrea ricopriva di carta azzurra le opere del marchese di Sade per farci credere che stava leg­gendo i « Trattati del paesaggio » di Leonardo da Vinci? Non protestare, Andrea. D'altronde, questo non ti ha impedito affatto di essere sottoscrittore per la Lega della Moralità Pubblica. Che vecchio satiro sarai quando avrai l'età del nonno!

Andrea                        - (sprezzante) Queste sono idee d'u­briaco.

Marco                         - (andando verso di lui, minaccioso) Sta in guardia: lo whisky mi rende cattivo, talvolta. (Lasciandosi cadere su uno sgabello) E talvolta vo­luttuoso. Oh! Gwen, che famoso whisky è il tuo! Princeps non ne ha per caso alcune bottiglie di riserva in questa stanza?

Gwendolina                - Princeps non beve e non fuma. E certamente non legge Bossuet perché è metodista.

Marco                         - Felici settari!

Gwendolina                - Chi?

Marco                         - Princeps e Bossuet, E Platone, anche... e tutti quei fottuti ed eretici predicatori di verità contrarie. Vi è una sola e vera verità: lo whisky,

Andrea                        - (scuotendo il capo) Credo sia al com­pleto come quella sera in casa Wiskedare quando pretendeva che io gironzolassi attorno alla sua Sylvabella,

Gwendolina                - (con rimprovero) Andrea! Ave­vamo giurato che non avremmo parlato degli as­senti. Dobbiamo essere soltanto noi quattro, stasera.

Marco                         - (alzando un dito in aria) Se Bossuet avesse conosciuto lo whisky...

Gwendolina                - (prendendo i libri dalle mani di Da­miano) Vado a rimetterli a posto. Porse questo lo farà cambiare argomento. (Sale la scaletta).

Damiano                     - Una volta detestavi l'ordine. Senza dubbio era una posa di ragazza, ma ti stava molto bene. (Gwendolina, sorpresa, si ferma e poi si siede su uno scalino, una gamba sospesa fuori della sca­letta, un gomito appoggiato sulla pila dei libri che ha posati vicino a lei).

Andrea                        - (contemplandola) Guarda, Damiano, è sulla scaletta tale e quale la dipinsi, quando stu­diavo. (Gwendolina, rapita, s'immobilizza in quella posa).

Damiano                     - Sì, ma allora il suo abito era bianco e non portava quel pesante braccialetto.

Andrea                        - (sorridendo) Nella mano destra teneva un grappo d'uva.

Gwendolina                - (sorridendo) E tu eri furioso perché lo la piluccavo quando la seduta era troppo lunga.

Andrea                        - (giustificandosi) Nessun grappolo mi era mai parso così bello.

Gwendolina                - (ridendo) Ed a me, così buono. Avevo la gamba piena di formicolii e tu mi costrin­gevi a sorridere senza posa...

Andrea e Gwendolina            - (insieme) Come una bal­lerina. (Ridono).

Gwendolina                - Come ti ricordi bene di quel ri­tratto! Scommettiamo che talvolta sali nel granaio e lo trai da quell'angolo dove è stato rilegato tra una vecchia valigia ed una lanterna magica?

Andrea                        - (stupito) Io? Ah, sì...

Gwendolina                - (alzando le spalle) Non arrossire. E' gentile da parte tua mentirmi in questo modo. (Ricomincia a salire la scaletta).

Marco                         - (a suo fratello) Te l'ho sempre detto che non saresti mai stato capace di ingannare cor­rettamente una donna. Come sei ancora giovane!

Gwendolina                - (dall'alto della galleria) Sì, è gio­vane. Siamo tutti giovani, vero?

Damiano                     - (guardando Gwendolina) Giovani e presuntuosi.

Marco                         - (alzandosi ed andando sotto alla galleria) E sentimentali. Come potrebbero, del resto, non essere sentimentali tre giovani riuniti in una stanza dove si trovano una donna ed un balcone?

Andrea                        - Che c'entra adesso, il balcone?

Marco                         - Idiota! Non sai a che serve un balcone?

Andrea                        - A prender aria, per esempio. (Marco scoppia a ridere).

Damiano                     - Ve ne sono di quelli che si aprono su dei paesaggi mirabili, ma non credo che Marco vo­glia alludere a questi. Per lui, infatti, un balcone non può che evocare delle serenate.

Marco                         - (riscaldandosi) Sì, delle serenate, delle mattinate, delle mascherate, delle scalate, Romeo e Giulietta...

Andrea                        - (sospirando) Li attendevo al passaggio, quelli...

Gwendolina                - (con voce stanca) Avete dimenti­cato un'altra specie di balconi: quelli dai quali si desidererebbe gettarsi nel vuoto.

Damiano                     - Questo è uno di quelli?

Gwendolina                - (c. s.) Cadrei nelle vostre braccia.

Damiano                     - Non è forse ciò che desideri?

Marco                         - Scusa, vecchio mio. Sono io lo sbronzo, qui, e spetta a me dire delle verità.

Gwendolina                - (sedendosi sulla galleria, al suolo) Non lo so nemmeno io ciò che desidero. Non lo so più...

Damiano                     - Questo non fa parte del repertorio giovanile. E' una frase di 'bambina viziata, questa.

Gwendolina                - (stanca) Non darti pena di es­sere cattivo. E' così facile Tesserlo!

Marco                         - (afferrando Damiano per la cravatta) Non essere cattivo con la piccola cugina, hai ca­pito? La si deve amare, la piccola cugina, la si deve soltanto amare, b... (lasciando andare Damiano, bruscamente) Mio Dio, che sete!

Andrea                        - (che era rimasto in disparte guardando fuori nella notte dalla vetrata aperta) E non bisticciatevi, voi due. Mi pare che si potrebbe tro­var di meglio per passare la serata.

Damiano                     - Non mi sarebbe dispiaciuto fare un po' di boxe con Marco, come ai vecchi tempi. « Che facciamo » è una domanda che si è sentita spesso in questa camera.

Marco                         - Beviamo!

Damiano                     - No. Questo non risponde alla do­manda d'un tempo. Bere è un piacere solitario che ognuno di noi ha appreso per conto proprio. Perché non andiamo a tuffarci nello stagno e facciamo al­cune nuotate?

Andrea                        - Sentilo, l'Intelligente. Dopo il pasto che abbiamo sullo stomaco e nello stato in cui si trova Marco.

Damiano                     - Beh! L'acqua fredda rischiara le idee.

Marco                         - (battendo col pugno chiuso contro lo schienale del divano) Non voglio disbronzarmi. E non voglio neppure che Andrea si dia delle arie da patriarca. Lo so perché lui non vuole che ci si butti nell'acqua: perché a lui la cosa è proibita per causa della respirazione. Proprio così. Ed Enrichetta» poi, gli ha fatto anche promettere dì non disobbedire. Poverino! Nuotava cosi bene una volta! (Brevissima pausa).

Andrea                        - Che Damiano ci racconti allora una di quelle paurose storie che l'hanno sempre parti­colarmente affascinato.

Gwendolina                - (uscendo dal suo torpore e battendo le mani) Benissimo! Spegnamo tutte le luci, ci stringiamo gli uni contro gli altri e lui racconta. Formidabile!.

Damiano                     - Veramente... non ho più l'abitudine. Siete davvero strani.

Gwendolina                - (che è discesa dalla scaletta soltanto quattro gradini per volta, viene vicino a Damiano) Oh, sì, sì!.Tu ne conosci certamente delle nuove, di quelle vere, quelle di cui sei stato testimone. Raccontacene una molto terribile, molto .tetra, o con dei negri.

Marco                         - (spegnendo il lampadario) E delle negre... (Va a sedersi sul divano, a sinistra di Gwendolina).

Gwendolina                - (ad occhi chiusi) Quando sarai pronto, spegni anche la lampada, Damiano,(Da-miano, senza rispondere, si dirige verso la lampada a piedestallo e la spegne. Oscurità completa).

Marco                         - (imitando il rumore del vento nella tem­pesta) Huhuhuhuhuhu! (Scoppi di risa di Gwen­dolina. Breve riso di Andrea. Marco, con solennità) Silenzio!

Damiano                     - La storia che sto per raccontarvi, non è spaventosa. Gli altri tre (con delusione) Oh! Damiano (con voce lontana) E' semplicemente una storia triste. Una storia, soprattutto, che a Gwendolina non piacerebbe sentire a luce accesa. Si tratta di persone che un giorno sono state gio­vanissime e che, nel momento in cui vi parlo, sono ancora molto lontane dall'essere mature e portano in sé la nostalgia dei loro giorni sereni. Una sera in cui queste persone si trovarono riunite come nei giorni lontani del loro mattino, decisero di giocare alla giovinezza. Un'idea bizzarra e piacevole. La realizzazione sembrava facile: non era neppure necessario truccarsi - come vi ho detto, infatti, non avevano ancora neppure una ruga - per ri­trovare i loro antichi orizzonti. La commedia era ben abbozzata, e tuttavia fu una triste e pietosa commedia perché gli attori non sapevano più che cosa dire. Avevano dimenticata la loro parte. E tutto quanto improvvisavano aveva un suono falso; anche le loro voci erano falsate. Erano senza memoria, anche, ed agivano stupidamente. E nulla era più penoso di quel loro torturarsi l'immagina­zione per trovare una frase spontanea ed una for­mula poetica. Non sapevano più. (Luce. Gwendolina, Andrea e Marco, sul divano, si sono un po' staccati gli uni dagli altri. Si guardano le mani, Damiano è sempre in piedi vicino alla lampada, lo sguardo sperduto lontano).

Gwendolina                - (appoggia i gomiti sulle ginocchia la testa tra le mani. Con voce debole) Che fantasia, signori! (Si alza e cammina su e giù dinanzi al divano).

Marco                         - (sbalordito) Ma non è una storia, la tua. E' una parabola.

Gwendolina                - (avvicinandosi a Damiano, con voce-sibilante) Baro! Perfido baro! (Si rifugia nell'ombra. Damiano non si è mosso).

Marco                         - (c. s.) Peggio di una parabola, anzi. E’ un sermone. Oh, là là, cari catecumeni, a chi è venuta la bella idea di farci subire una predica? Al virtuoso Andrea, naturalmente. Che gioco stupido! Avremmo fatto meglio a raccontarci delle storielle piccanti. Mettiamo il reverendo fratello in peni­tenza: cominci lui. Ne conosce una quantità, il vec­chio santarellino! Avanti, comincia! Ne vogliamo una breve, con dei preti. Io adoro le storie dei preti (Scuotendo U fratello) Andiamo, comincia! Comincia!

Andrea                        - (liberandosi con violenza) E lasciami in pace!

Marco                         - Com'è ringhioso stasera il san Bernardo! (Avvicinandosi ad Andrea e sottoponendolo ad una scarica di pugni) Cosa c'è, vecchio fratello, che non va? Hai forse mangiato troppo? Non ti, senti bene? O hai troppo bevuto? A che cosa pensi? (Volgendosi vivamente verso Damiano) E' colpa tua e di tutte quelle corbellerie che ci hai spiattellate nel buio. Ne è rimasto impressionato, il ra­gazzo. Per la verità, non so più bene ciò che ci hai raccontato, ma mi ricordo che ha impressionato, anche me. E pure Gwen, giacché tremava. Lui, poi, è tutto sconvolto. Non è vero, vecchio mio, che quanto ha detto il cugino ti ha sconvolto?

Andrea                        - (alzando le spalle) Non ho neppure ascoltato.

Gwendolina                - (nell'ombra, a denti stretti) Bari! Tutti bari, siete!

Marco                         - Anche Gwen è ringhiosa, a quanto, pare! Si può sapere quale rapporto c'è fra i vostri due ringhii?

Andrea                        - Quale rapporto vuoi che ci sia tra noi? Ella vive nella notte dei suoi sogni ed io nelle mie preoccupazioni.

Marco                         - Silenzio! Vi è una parola d'ordine, que­sta sera, non te ne dimenticare: « Non più ricordi niente preoccupazioni, niente pensieri ». Non si deve disobbedire a Gwendolina.

Andrea                        - Io ho disobbedito, invece: ho peccata col pensiero. Durante tutta la sera mi sono detto continuamente, senza riuscire a persuadermi: « i puntini bianchi in gola non sono sempre sintomi della difterite ».

                                                                                                                                           - «

H

Gwendolina                - (andando verso di lui, correndo) Hai dei puntini bianchi in gola?

Andrea                        - (con dolcezza) Non io. Ghislain.

Gwendolina                - Ghislain?

Marco                         - (spiegando) Suo figlio.

Andrea                        - (felice di potersi spiegare) Al telefono Enrichetta mi ha detto di non preoccuparmi. Ghis­lain è debole di gola: sarà senza dubbio un'angina. Lo specialista doveva venire subito. « Non sarà nul­la - mi ha detto - gli viene spesso una tempe­ratura così alta». La voce di Enrichetta, però, mi è sembrata alterata, lei che è sempre così calma in ogni circostanza.

Gwendolina                - (nervosa) Tutti abbiamo avuto dei puntini bianchi in goda e nessuno di noi è morto per questo!

Andrea                        - (atterrito) Morto!

Marco                         - (con voce in falsetto) Ghi-Lì! Ghi-Lì! E' il nome della sua villa, Gwendolina. Ghi-Lì. E sai perché?

Gwendolina                - Perché che cosa?

Marco                         - Perché la sua villa si chiama Ghi-Lì.

Gwendolina                - (brusca) E lasciami in pace con la sua villa.

Marco                         - (ridendo) Ghi-Lì. E' un'idea di mia cognata. La loro figlia si chiama Liliana; il loro figlio Ghislain. Ghislain: Ghi; Liliana: Li. Ghi-Lì. Ghi-Lì!

Andrea                        - (ripetendo a voce bassa) Morto!

Gwendolina                - (che ha sentito, si avvicina) Ghi-Lì è un nome meraviglioso. Sono sicura, Andrea, che la tua è un'adorabile villa piena di sole e di risa di bimbi, che alla finestra sono appese le più graziose tendine di tutto il litorale e che lo steccato, all'entrata, viene dipinto di fresco ogni anno. En­richetta deve infatti essere una sposa completa e squisita. Vegliato da una simile mamma, non può accadere nulla al tuo ragazzo. Lo bacerai per me, quando andrai a ritrovarlo. Addio, Andrea.

Andrea                        - (alzando il capo) Come?

Gwendolina                - (stanca) Perché costringermi a ri­petere le stesse cose? Ho detto addio all'Andrea dei miei diciott'anni. Noi non viviamo nella stessa sfera, l'hai detto tu stesso, e tu sei incapace di re­citare la commedia. Va. Troverai un telefono, giù al primo piano, nel salotto. Ti occorreranno due minuti soltanto per avere la comunicazione con Zoute. Sentirai la voce di Enrichetta ed ubbidirai ad essa. Va, non preoccuparti di me. Un principio ha sempre sorretto le mie serate e le mie vacanze e ne ha assicurato la riuscita: i miei ospiti sono assolutamente liberi delle loro azioni.

Andrea                        - (si alza e va verso la porta).

Gwendolina                - (in un grido) Andrea! (Egli si ferma) Non ti scaccio.

Andrea                        - Ho forse l'impressione di fuggire? Vado soltanto a telefonare e poi...

Gwendolina                - E poi...

Andrea                        - (sulla porta) Anch'io amo i miei ri­cordi, Gwendolina. I nostri ricordi.

Gwendolina                - Sei molto gentile, Andrea. E' la tua seconda pietosa menzogna di stasera.

Andrea                        - (esce).

Gwendolina                - (selvaggiamente) Avrei dovuto tagliare i fili del telefono!

Marco                         - (gridando dietro al fratello che è scom­parso) Andrea, Andrea, in nome della nostra antica fraternità, risali con una bottiglia di whi­sky, per favore! O due bottiglie, Andrea. Whisky, Andrea... te l'ordino! «Old scotch whisky». Buon accento, vero Gwendolina?

Gwendolina                - (senza rispondere, passa dinanzi a Damiano sempre fermo nella stessa posizione vi­cino alla lampada).

Damiano                     - (a mezza voce) Siamo rimasti in tre nel cerchio incantato.

Gwendolina                - (facendogli fronte) Anche una volta capitava di essere soltanto in tre a passare la serata, perché uno di noi se n'era andato a fare il broncio nel suo angolo. Ma non era Andrea, al­lora: eri sempre tu che te ne andavi.

Damiano                     - Posso andarmene anche adesso se de­sideri un immediato « tète-à-tète » con Marco.

Gwendolina                - (trattenendolo con una mano) A che servirebbe? Rimani. Egli è completamente sbronzo.

Marco                         - (die ha inteso) Non sbronzo: soltanto un po' ebbro. E mi dispiace: ho sempre detestato le mezze misure. Vorrei essere ubriaco tanto da rotolare sotto il divano... E' una sensazione ma­gnifica di riposo... di nulla,.. E quando ci si risve­glia, ci si sente doloranti ed amari come un uomo perduto sulla terra nel primo giorno della crea­zione. Una sensazione unica.

Damiano                     - E' dunque a titolo sperimentale e professionale che ti applichi con tanto impegno alla sbronzografia?

Marco                         - No, mi piace. (In estasi) Whisky. Il tuo whisky, Gwendolina! (La costringe a sedere presso di sé) Mia cara, ti disgusta davvero molto ch'io sia un disgustante ubriaco?

Gwendolina                - No, t'invidio. Vorrei poter avere anch'io un simile entusiasmo a stordirmi.

Marco                         - Vi sono donne che sono delle indiavo­late bevitrici. Sylvabella, per esempio, si sbronza meravigliosamente. Quando tutti e due non com­prendiamo più niente, ci mettiamo davanti al no­stro piccolo bar ed apriamo una quantità di botti­glie. Poi cominciamo a svuotarle, metodicamente, e giunge così il momento in cui ci troviamo l'uno nelle braccia dell'altra.

Gwendolina                - E' una soluzione facile.

Marco                         - Mi sono sempre piaciute le cose facili. Le donne facili, gli scritti facili, gli scherzi facili. La facilità è il mio difetto. Un difetto piacevole e che, soprattutto, comporta pochissimi tormenti. E poi, in tal modo, si può ridurre la vita al proprio livello,

Gwendolina                - Tu non hai dunque mai nostal­gia di qualche cosa di meraviglioso?

Marco                         - Succede a tutti d'avere il torcicollo. Ma tu conosci il mio rimedio...

Gwendolina                - Lo whisky, lo so. Ma che cosa rimpiangi, stasera? Perché ne hai bevuto tanto?

Marco                         - Prima di tutto perché tu me ne hai of­ferto; e poi perché il tuo è un whisky famoso. E forse anche perché mi hai costretto a ricordare il tempo in cui non amavo le cose facili, o fingevo di non amarle. Non sono infatti ben certo che anche a diciott'anni il mio ideale d'arte intransigente e di vita esaltante non fosse una posa. Non ho mai avuto stoffa: possiedo tutt'al più una piccola ver­bosità da commesso viaggiatore che, andando alla svelta, può anche sbalordire la massa. Non sono un creatore: vi sono molte idee nell'aria ed io mi considero abbastanza fortunato di captarle. Racine stesso ha detto che la grande regola è quella di piacere. (Pausa) Adesso parlo di Racine! Non lo amo più ed ho anche dimenticato quanto lo ama­vo... a diciott'anni. Amavo soprattutto le sue fan­ciulle selvagge e tenere; trovavo che tu rassomigliavi a Junie. E ti amavo, credimi, quando avevo diciot­t'anni. Il mio amore per te è stato forse il meno artificiale, quello al quale mi sono dato col mag­giore entusiasmo e la più grande sincerità. Se fossi stato tenace, forse... Ma stasera si tratta di ricordi, e non di rimpianti. E poi, per la verità, né il mio entusiasmo né la mia sincerità sono andati spre­cati: essi hanno infatti creato un personaggio di teatro, il primo personaggio della mia prima com­media, il solo vivente di tutta la mia opera. Una fanciulla reale, un essere fantastico, un poco lunare, ma sensibile e umano, che ho chiamato Gwendo-lina.

Gwendolina                - (meravigliata) E così, io vivo eternamente?

Marco                         - E' la Gwendolina dei nostri diciott'anni che vive eternamente. (Pausa. Tutti e tre riman­gono un istante immersi nei loro pensieri. Poi Mar­co riprende) Dammi da bere, Gwendoilina.

Gwendolina                - Non c'è nulla qui, Marco. I do­mestici sono a letto.

Marco                         - (si alza e va verso U cassettone siriaco) E qui dentro?

Gwendolina                - No. Vi sono soltanto dei vecchi giornali illustrati.

Marco                         - Puah! Pieni di polvere e con fotografìe ingiallite. E così, non vuoi proprio più darmi del tuo whisky?

Gwendolina                - Ma...

Marco                         - Quando faccio un discorso, Sylvabella mi dà sempre da bere. Oppure mi bacia.

Gwendolina                - (quasi supplicando) Oh, Marco, davvero non desideri ancora mettere la testa sotto il rubinetto? Io ne sarei così felice!

Marco                         - (ostinato) Voglio bere, io. Voglio bere.

Damiano                     - (a Gwendolina) Non ne caverai al­tro, stasera.

Gwendolina                - (come se recitasse) I liquori sono chiusi nell'armadio a sinistra della sala da pranzo. La chiave è nella serratura: i miei domestici sono onesti.

Marco                         - (andando verso la porta, titubante) Io scendo un momento, Gwendolina. Risalgo subito con qualche bottiglia. Vuoi che ti porti del sherry per te? E' il liquore delle signore... A fra poco... Ho tanta sete! (E' sulla porta) Non mi vuoi proprio dare un bacio, Gwendolina?

Gwendolina                - Testardo.

Marco                         - (come un bambino viziato) Voglio es­sere baciato! Baci bene, tu!

Gwendolina                - (bacio furtivo) Il bacio d'addio.

Marco                         - (uscendo) Ha davvero fatto dei pro­pressi, sai Damiano?

Gwendolina                - (volgendosi a Damiano, dolorosa­mente provocante) Vuoi controllare?

Damiano                     - (senza muoversi) Non sei per caso tu che ne hai il desiderio?

Gwendolina                - Non lo so. Anche tu hai diritto al bacio d'addio: suppongo infatti che anche tu troverai presto un pretesto per andartene.

Damiano                     - (impassibile) Sono invece curioso di conoscere quello che inventerai tu per trattenermi.

Gwendolina                - (lasciandosi cadere sul divano, stan­chissima) Sei libero. Come vedi, non ho neppure chiuso la porta.

Damiano                     - Abbandoni dunque la partita?

Gwendolina                - (con rancore) Sono loro che se ne sono andati. Non hanno voluto giocare.

Damiano                     - Non' hanno saputo, vuoi dire. Non è più un gioco per noi. Abbiamo dimenticato le re­gole.

Gwendolina                - Ed io ho dimenticato la ricetta per prolungare il sortilegio. Mezzanotte è suonata e la fata mi ha abbandonata. Mi sento spogliata come Cenerentola dopo il ballo. Lasciata a me stessa mi sento completamente sciocca ed incapace.

Damiano                     - (categorico) Non posso fare nulla per te, Gwendolina.

Gwendolina                - (impennandosi) Non ti ho chiesto nulla.

Damiano                     - Potrebbe accadere. Non saresti una donna se non ti aggrappassi alla tua debolezza ed ai tuoi desideri. Per questo ci tengo a prevenirti che la mia presenza qui non deve autorizzare in te alcuna speranza.

Gwendolina                - (osando appena girare il capo) Sei molto sicuro di te stesso.

Damiano                     - (con profonda amarezza) Sono so­prattutto sicuro di te, purtroppo. (Ha chiuso la porta).

Gwendolina                - (con un tremito nella voce) Tu rimani!

Damiano                     - (ritornandole vicino) Sì, per due ra­gioni. Prima di tutto perché tu possa andare fino in fondo alla tua esperienza e conoscerne così l'ir­rimediabile fallimento. Ed anche per dimostrarti che la tua corsa verso il passato non ti conduce che in un mondo scomparso. Vorrei risparmiarti delle assurde ed inutili nostalgie.

Gwendolina                - Sei molto buono. Dio te ne ren­derà merito. E la seconda ragione che ti spinge a tenermi compagnia, si può conoscere?

Damiano                     - E' la curiosità.

Gwendolina                - (volendo fare una bravata) Vuoi vedere se mi scoraggio con eleganza?

Damiano                     - Non ho detto sadismo: ho detto cu­riosità.

Gwendolina                - (con un po' troppa fretta) Che cosa vuoi sapere? Hai delle domande da fare?

Damiano                     - (le siede vicino) Sì, nel caso tu abbia deciso di rispondere francamente.

Gwendolina                - (desolata) Oh! Damiano! Una volta mi trovavate così ardita... Sono dunque cam­biata tanto?

Damiano                     - (eludendo la domanda) Vedo che sei tu che fai delle domande.

Gwendolina                - Rispondi prima a me e poi potrai domandare a tua volta. Sono davvero cambiata tanto?

Damiano                     - No. Sei sempre la stessa fanciulla avida i cui capricci devono essere immediatamente soddisfatti. Ma dimmi: qual era il tuo scopo pre­ciso convocandoci al castello? Che cosa speravi?

Gwendolina                - (vaga) Delle cose pazze. Si spe­rano sempre cose pazze.

Damiano                     - Ti ho chiesto una risposta, non un luogo comune.

Gwendolina                - (lasciandosi cadere ai piedi del di­vano) Volevo ricominciare, Damiano.

Damiano                     - Ricominciare ad avere diciott'anni?

Gwendolina                - Sì: ad essere quella che ero a diciott'anni. Una giovane vagabonda che avevano chiusa in un bel dominio della Fiandra Occiden­tale, che si era attaccata alla sua prigione e ne aveva fatto la sua patria. Non avevo conosciuto che gli affetti delle ragazze dei collegi d'Europa nei quali avevo soggiornato. Un bel giorno mi in­ventarono tre cugini che vennero a vivere con me nel più dolce paese che mai fosse stato scelto, e tutt'e quattro diventammo inseparabili, non esi­stendo che in funzione l'uno dell'altro. Facevo progetti per l'avvenire con ognuno dei tre e se Dio fosse stato buono avrebbe dovuto accordarmi tre esistenze diverse giacché mi era impossibile prefe­rire l'uno all'altro. Questa, era la vera Gwendo­lina. Ed è rimasta in questo castello. Talvolta, in mezzo ad una festa o durante una crociera, mi si presentavano alla' mente molte immagini: il viale attorno alla facciata vittoriana del castello, il tronco del grosso tiglio sul quale avevamo inciso le nostre quattro iniziali, come un segno sacro, nell'interno di una enorme A maiuscola: 1’A Altenveld; oppure i vostri tre volti singolarmente confusi in uno solo, che si chinavano sull'acqua dello stagno. E più il tempo passava, più queste immagini si facevano frequenti e precise. Le col­lezionavo gelosamente, come se sapessi che la mia vera vita fosse fra esse.

Damiano                     - I ricordi non permettono di ballare il girotondo e trascinano nel loro mondo chime­rico ed inanimato.

Gwendolina                - Ricordi, ricordi!... non erano ri­cordi! Non erano cose morte quelle che mi chia­mavano così! Ho voluto così non avere più ricordi e continuare a vivere le vacanze dei diciott'anni. Rivivere. Per questo ho comprato il castello: le pietre erano soltanto un poco più patinate dal tempo e le nostre iniziali, sul tiglio, non avevano quasi cambiato. Seduta vicino al tavolino di ferrodel nostro Gran Quartier Generale, ho atteso il vostro ritorno. E spiavo, nella curva del viale, i tre cugini con i quali avrei ripreso un nuovo cam­mino. Ma voi tardavate a venire ed io allora ho popolato il castello di personaggi che vi rassomi­gliavano come dei fratelli e che mi distraevano nell'attesa: erano le vostre ombre che vi precede­vano. E questa sera i cugini sono venuti ed io ho scacciato le loro ombre; ho avuto torto: le ombre ballavano meglio di loro. Sì, proprio così, perché loro sono delle marionette... tre piccoli giri e poi se ne vanno. Se ne vanno, loro, eppure io te l'as­sicuro, la vera Gwendolina, la Gwendolina dei vostri diciott'anni, è qui.

Damiano                     - (guardandola) Si potrebbe crederlo.

Gwendolina                - Ma tu non lo credi, vero?

Damiano                     - Io credo che tu lo credi.

Gwendolina                - (a bassa voce) Quanto sei cru­dele, Damiano!

Damiano                     - Mi hai chiesto di essere sincero.

Gwendolina                - La sincerità non esclude la dol­cezza e la tenerezza.

Damiano                     - Scusami. Non sono più abituato a queste cose. Credi, ci si preoccupa molto poco della dolcezza nelle pietraie. Che vuoi che se ne faccia della tenerezza? Non si può essere teneri con dei corpi, soprattutto con dei corpi di negre.

Gwendolina                - Non senti mai il bisogno di es­sere tenero?

Damiano                     - Non stasera, ad ogni modo.

Gwendolina                - No. Stasera senti piuttosto il bi­sogno di essere crudele.

Damiano                     - Già. Può darsi anche che ti deluda e che non ti appaia cerne mi avevi fissato nel ri­cordo. In questa nostra epoca, vedi, i sentimenti cambiano più presto dei volti.

Gwendolina                - (sedendosi un'altra volta vicino a lui) Ma tu non sei cambiato, Damiano... Tu non hai, come Andrea, una famiglia che ti preoccupa, né un vizio o una mania come quella di Marco che ti assorbe completamente. Non vi sono nep­pure delle donne nella tua vita.

Damiano                     - Che ne sai, tu?

Gwendolina                - Non bluffare! Vi sono soltanto delle negre, l'hai detto tu stesso, poco fa. Tu non hai ancora dato nulla, a nessuno. E neanche il contatto con gli altri uomini ti ha sciupato. Ti sei conservato nella tua solitudine come in un blocco di ghiaccio. E sei sempre il mio giovane cugino fe­dele e taciturno, il mio giovane cugino dalle tem­pie brizzolate. Neppure il tuo sguardo è cambiato; anzi, sembra quasi si sia fatto più chiaro nel tuo viso tutto bruciato dal sole. Ed i tuoi denti sono così bianchi che si può vederli brillare fra le labbra. Baciami.

Damiano                     - (cinico) E' un bacio di ragazzo che

desideri?

Gwendolina                - Baciami. (Egli si china su di lei) Come una volta, quando mi amavi.

Damiano                     - (staccandosi senza averla baciata) Ma io non ti amo più.

Gwendolina                - (con un riso forzato) Come lo dice bene, questo, lo stesso uomo che tredici anni fa voleva perdersi per me! Me l'ha anche detto, che si sarebbe perso per me. Me l'ha detto in una notte d'agosto tutta palpitante di stelle. Ce n'e­rano tante, quella sera, e molte cadenti! Sono pas­sati tredici anni, tredici mesi d'agosto senza stelle cadenti, tredici mesi d'agosto soltanto, ed egli non mi ama più. Neanche ricordarsi d'avermi amata, vuole!

Damiano                     - (.nervoso) Basta! Basta! Non vuoi proprio trovare qualche cosa di più nuovo e di più gaio?

Gwendolina                - Non voglio essere gaia. Voglio ricordare e ricordare a te che mi hai amata. E d'un amore più forte, più esclusivo e più esigente di quello degli altri. Volevi fuggire con me, ri­cordi? là dove non saremmo stati che noi al mondo.

Damiano                     - (c. s.) Taci!

Gwendolina                - Perché dovrei tacere, io che non ho più che delle parole?

Damiano                     - Non ti amo più. Ti chiedo scusa se te lo ripeto, ma credo sia necessario. Ho l'impres­sione che tu debba essere della famiglia del si­gnore calvo degli annunci pubblicitari, sai, quel tipo che ha un piccolo cuneo piantato nel cranio sopra cui sta un martello in movimento, e al di­sotto del quale sta scritto: «mettetevi bene in testa questo ». Non ti amo più, Gwen: mettiti bene in testa questo.

Gwendolina                - La tua ironia diventa di cattivo gusto, Damiano.

Damiano                     - Infatti. Cambiamo argomento, al­lora. Parliamo della mia ironia: andrà benissimo.

Gwendolina                - Non parliamo più, invece. (But­tandosi tra le braccia di Damiano) Prendimi fra le tue braccia.

Damiano                     - Ecco che ricominci. Che giocatrice incorreggibile!

Gwendolina                - Sì, voglio giocare ancora un po' al mio bel gioco triste e disperato. Anche se ciò non ti piace. Te lo chiedo in nome dei nostri amori defunti. Se mi hai veramente amata, non è pos­sibile vi sia ora tra noi soltanto indifferenza. Non indurire il tuo volto, Damiano: lasciati andare. Senza timore nel domani, anche, giacché tanto non mi ami più. Domani, infatti, tu ritornerai, libero, all'esistenza che ti sei scelta ed io resterò sola in questo grande castello vuoto. Non dobbiamo la­sciarci senza esserci nemmeno incontrati. Suvvia, caro vecchio cugino, sii gentile e dammi qualche minuto di quel passato che sto per perdere per sempre.

Damiano                     - (chiudendo le braccia attorno al suo corpo) Ecco. Credi che ci comprenderemo me­glio, così?

Gwendolina                - (ad occhi chiusi) Zitto. (Si ab­bandona contro di lui).

Damiano                     - (suo malgrado» un po' stupito) Hai davvero l'intenzione di addormentarti?

Gwendolina                - (socchiudendo gli occhi e cercando i suoi) No.

Damiano                     - (con violenza improvvisa e disperata) Ma sì, invece, dormiamo. Te ne prego. Il sonno è l'ultima speranza che ci rimane di non ferirci irrimediabilmente. La nostra ultima speranza.

Gwendolina                - Non ti comprendo.

Damiano                     - (con fervore angosciato) Dormiamo, ti dico. Solo nel sonno possiamo ritrovarci come fummo, come siamo in noi stessi, simili a dei fan­ciulli. Ed anche i nostri sogni d'adolescenti, forse, ritorneranno in noi. Ci ritroveremo, ci ritroveremo!

Gwendolina                - (stringendosi a lui) Vi è un altro mezzo...

Damiano                     - (coni disperazione) No. Dobbiamo dormire. Io lo so. Te ne supplico, Gwendolina, dor­miamo.

Gwendolina                - (beffandolo) Saresti forse vile?

Damiano                     - (rassegnato) No. Ma ho paura di ciò che stai per dirmi.

Gwendolina                - Sai dunque già ciò che ti dirò?

Damiano                     - (che ha ripreso la sua voce dura) Tu stai per dirmi ciò che tutte le donne dicono quando si trovano nelle braccia di un uomo. Stai per dirmi che...

Gwendolina                - (mettendogli un dito sulle labbra) Lascia che lo dica io.

Damiano                     - Sì. Ti permetterò di pronunciarle quelle parole che ti sei giurata di dire a chi di noi tre avrebbe voluto ascoltarle. Forse anche a tutti e tre.

Gwendolina                - (in un grido) Damiano! Sei tu quello che amo!

Damiano                     - (coti un riso cattivo) Sono rimasto io solo ad ascoltarti, vero?

Gwendolina                - (con un sussulto) Mi credi dun­que capace di questo? Sei rimasto tu, sì, perché sei tu che io amo. Ti ho sempre amato.

Damiano                     - Piccola menzogna assurda e patetica.

Gwendolina                - Ti amavo, sì. Ed in questo mo­mento ti amo perché mi stringi troppo forte spe­rando ch'io non senta come il tuo braccio e la tua mano tremino contro di me. Le tue labbra sono posate sulla mia tempia e sono aride. E ti amo perché, come un timido adolescente, tu lotti contro il desiderio che hai di me.

Damiano                     - (respingendola rudemente) Il desi­derio! Quando eri una fanciulla di diciott'anni e ti guardavo andare e venire, discendere una scala, raccogliere un flore o fermarti in uno slancio come un uccello diventato di marmo, allora sì che il desiderio di te mi prendeva con una violenza tale da farmi appoggiare a qualche cosa per non ca­dere o stringermi le braccia per non barcollare. Avevo le mani umide, gli occhi brucianti e sentivo il cuore che si staccava dal petto. Questo era il mio desiderio.

Gwendolina                - (riavvicinandosi a lui) Ed oggi i tuoi denti scricchiolano per lo stesso desiderio e le parole escono anelanti dalla tua bocca. Perché lottare ancora?

Damiano                     - (con un riso amaro e scaldandosi a poco a poco) Sì, perché? Sei qui nelle mie braccia, abbandonata, alla mia mercè. Ti sei offerta tu stessa e fra poco mi mormorerai all'orecchio delle parole senza seguito mentre le tue mani sci­voleranno sul mio corpo... Ecco dove dovevamo ar­rivare! E ci siamo, come vedi, ci siamo!

Gwendolina                - (buttandosi contro di lui e metten­dogli le mani sulla bocca) Taci, Damiano, taci, amor mio!

Damiano                     - (liberandosi bruscamente ed alzandosi di scatto) Ti comporti come una donnaccia con l'ultimo cliente della serata. (Alzando la voce) T'attacchi a me come una donnaccia disperata!

Gwendolina                - (con un grido) Damiano!

Damiano                     - E come tutte le donne, quando ti vedi scoperta, non sei capace che di gridare un nome.

Gwendolina                - (balbettando) Damiano, ma che cos'hai? Che cosa ti ho fatto?

Damiano                     - (chinandosi su di lei, coi pugni chiusi) Ma non senti dunque che ho un desiderio im­menso di punirti, di farti male, di torturarti? (Con forza) Sgualdrina! (La guarda con occhi smarriti e dice con una specie di tenerezza dolorosa) Mia bella piccola sgualdrina! (Si lascia cadere sul di­vano, la testa fra le mani. Con voce rauca) Ti odio perché ti sei fatta disprezzare così. (Sentendo che ella vuole riavvicinarsi per consolarlo o per par­largli, le lancia un'altra volta, in un ultimo sus­sulto di collera) Ti odio! (Questa volta è finita; egli ha ormai esaurito tutto il suo furore, giacché con voce triste ed impersonale aggiunge) Gwendo­lina. (Ripetendo) Ti odio, Gwendolina. (Alza le spalle) No. Hai un nome che non s'accorda con ì sentimenti violenti. Perdonami. Sono ridicolo. (Un silenzio).

Gwendolina                - (con pena e con voce che cerca di­speratamente di rendere sicura) E' perché sei stato ridicolo per tredici anni, che ti è venuta que­sta bella collera? Ridicolo perché durante tredici anni hai votato un sentimento violento ed esclu­sivo ad una piccola creatura artificiale quanto il suo nome?

Damiano                     - (sordamente) D'aver consacrata la mia vita a qualcuno che non esisteva, vuoi dire. Ad un fantasma. Ad un ricordo. C'è quasi da do­mandarsi se non sono stato per caso e fin dal prin­cipio, il trastullo di un'allucinazione. Ma no, non può essere: anche tu, infatti, ricordi la fanciulla che sei stata un giorno. Quella fanciulla trion­fante che aveva saputo riconoscere il suo destino ed era avida di abbandonarvisi. Dicevi che eri stata creata per la gioia e la dolcezza di qualcuno che, in un angolo del mondo e senza saperlo forse, ti attendeva. A costo di qualunque cosa tu dovevi andare da lui perché soltanto lui avrebbe avuto il potere di far sbocciare il grande sogno che por­tavi in te. E per camminare più liberamente verso questo essere immaginario, mi hai scartato dalla tua strada. E perché tu potessi seguire il tuo de­stino, io sono partito... io che non vivevo che della tua presenza.

 Gwendolina               - (con tenerezza disperata) Sciocco!

Damiano                     - Sì, è la parola esatta. Nel secolo in cui viviamo, infatti, non si dovrebbe avere un'a­nima così all'antica e romantica. Lo rimpiango. Ma tu eri così sicura del tuo destino ed anch'io vi ho creduto. Ho creduto nell'amore, nella sua gran­dezza, nella sua forza; ho creduto anche che l'a­more poteva essere la fede di coloro che non cre­dono in nulla. A questa piccola entità, -tu avevi saputo dare un corpo: il tuo corpo sottile di fan­ciulla. Ed anche un'anima: la tua anima ardente. Così sono partito: senza speranza, ma senza ama­rezza, anche. Portavo nel più profondo di me stesso la certezza dell'amore e del suo viso umano: il tuo. E non mi hai lasciato un solo giorno, nem­meno se l'avessi desiderato. Nemmeno quando l'ho desiderato. (Con ironia) Che stupida storia, vero? (Vedendo ch'ella fa un gesto, riprende subito a parlare giacché ora che ha incominciato vuole an­dare alla fine del suo discorso) E questa sera mi è apparsa, colei che avevo conservata così gelo­samente in me, colei da cui mi ero allontanato perché il mio amore non proiettasse un'ombra sullo splendore del suo. Mi è apparsa. Oh, Gwen­dolina, nel vedere con qual febbre ti cercavi, ho compreso subito fino a qual punto ti eri persa! Mi sei apparsa: una donna come centomila altre don­ne, con una sola differenza in più: quella di essere anche una delle più ricche del mondo. Quale deri­sione! Bah! Vi sono altre donne, non è vero? Una infinità di altre donne. Sì, ma fra tutte quelle donne e me vi sarà sempre un'immagine che verrà ad interporsi e che m'impedirà di prestar loro l'at­tenzione dovuta: l'immagine di una fanciulla ve­stita di chiaro che partì un giorno incontro al suo destino, il viso proteso ed i gesti precisi e di­sinvolti di danzatrice. E nessuno sa che cosa ella è diventata. (Si prende la testa tra le mani, in un gesto di rabbia impotente) Sono uno stupido idiota, lo so, ma non potrò mai dimenticarla.

Gwendolina                - (pianissimo, con voce spezzata) Ti domando perdono, Damiano.

Damiano                     - (con violenza contenuta) Non posso perdonarti. Il tuo peccato è senza remissione. Tu hai peccato contro il sogno.

Gwendolina                - (con ardore improvviso) E se ridiventassi simile al tuo sogno? Se io... Oh, sì, sì, deve essere possibile! Se ho potuto sdoppiarmi al punto che la fanciulla che fui una volta mi è diventata un'estranea, deve anche essere possibile ch'io mi trasformi di nuovo ed in modo tale che quella che sono oggi diventi un'estranea a sua volta, un fantasma. Oh, Damiano, forse la nostra storia somiglia un po' a quella della terra che nei primi tempi della creazione non era che una massa compatta ed uniforme... Sono state necessarie le scissioni ed i cataclismi per trasformare la terra in granito, poi in calcare, poi in marmo, in porfido e poi... (Come per dare maggior importanza al suo argomento) Sai, Damiano, queste cose s'impa­rano alle lezioni di geografìa. Se tu vuoi aiutarmi, Damiano, io potrò forse ritornare quella che fui un tempo. Sì, perché io lo voglio con tutte le mie forze... E potrò nuovamente essere quella fanciulla vestita di chiaro che tu un giorno amasti...

Damiano                     - (interrompendola) Quella fanciulla vestita di chiaro che tanti uomini hanno tenuta tra le braccia.

Gwendolina                - (coti un grido doloroso che termina in un singulto) Ah! come sei giovane, Damiano! E senza pietà, come là giovinezza. Per te i mira­coli sono ancora possibili: verrà, verrà, ne sono sicura, quella che hai saputo così bene attendere. Verrà e la troverai, per poco che ti darai la pena di riconoscerla. Ti auguro dunque una fanciulla molto intuitiva, Damiano (ed aggiunge in un sus­sulto di odio disperato) ed autenticamente ver­gine, dal momento che è questo ciò che vuoi. (A quest'ultime parole Damiano balza in piedi di fronte a lei, contro di lei. Con un gesto istintivo nel quale si riassume tutto U suo rancore, la sua disperazione ed il suo amore, la schiaffeggia. Ella non si muove: alza semplicemente verso di lui il suo viso sconvolto dall'amore e dalla tenerezza. Egli allora l'abbraccia e la stringe a sé, con forza)

Damiano                     - (balbettando) Gwen... amor mio... (Lascia cadere la sua testa sulla spalla di lei, pe­santemente. E restano così, strettamente allacciati e silenziosi).

Gwendolina                - (distogliendo il capo, a voce bassa) Che meravigliosi amanti avremmo potuto es­sere.

Damiano                     - (con voce rauca) Che meravigliosi amanti saremo.

Gwendolina                - (con un povero sorriso) E che meraviglioso disprezzo tu avrai per me domani, al risveglio. (Liberandosi bruscamente) No. Questo no. Non potrei sopportarlo. (Improvvisamente gra­ve e solenne) Ascolta, Damiano: io ti faccio in questo momento il solo dono che mi sia ancora possibile: il rifiuto. (Comincia ad allontanarsi da lui, camminando a ritroso verso la porta di sini­stra) Perché solo così potrò conservare il ricordo del tuo viso trasfigurato dall'amore...

Damiano                     - (andando verso di lei a braccia tese) Gwendolina!

Gwendolina                - (voltandosi e correndo verso la por­ta) E ricordare che tu pronunciasti il mio nome con tenerezza. (Ha aperto la porta. Nel momento di varcarne la soglia, si volta ancora, porta al viso la sua mano sinistra e l'appoggia teneramente sulla guancia che Damiano ha colpito. Poi con pena, mentre le lacrime cominciano ad arrochire la sua voce) Ti amerò tanto, Damiano, ti amerò tanto... (La porta si richiude. E' uscita).

Damiano                     - (dinanzi alla porta) Perché non me l'hai detto quella notte, Gwendolina? Quella notte tutta palpitante di stelle... attraversata da stelle cadenti... (Si dirige verso la vetrata del fondo, aperta. Qui sì ferma, si appoggia allo stipite e con­templa il cielo stellato. Poi dice con voce comple­tamente cambiata) Una notte simile a questa!

SI CHIUDE IL SIPARIO

 (….che rimane chiuso per qualche istante. Il tempo di permettere a Damiano una breve medi­tazione, si riapre quasi subito sul.„)

QUADRO TERZO

La stessa scena e la stessa luce circoscritta della lampada. Nella camera nulla è cambiato: solo Da­miano ha mutato posto ed è ora sdraiato sul di­vano, ì piedi al di fuori di esso, ad una delle estre­mità. Sembra che dorma. Sono trascorsi appena alcuni minuti.

(Pausa. Entra, dalla vetrata del fondo e cor­rendo, Marie-Nick. E' avvolta in un grande accap­patoio bianco di spugna che le ricade sopra i piedi nudi. I suoi capelli sono umidi e molto sommaria­mente pettinati. Appena entra si ferma).

Marie-Nick                 - (chiamando a bassa voce) Piero! Piero! (A se stessa) Scommetto che è rimasto rin­tanato qui. (Alzando la voce) Piero-Damiano!

Damiano                     - (sul divano, ha un sussulto ed apre gli occhi).

Marie-Nick                 - (avendo scorto i due piedi che spor­gono dal divano, si mette in ginocchio dalla parte del mobile nascosta al pubblico, in modo che solo la sua testa sorge dall'alto dorsale che separa le due parti del divano,. Sì china verso Damiano sempre sdraiato e che lei erede Piero UT, e con tono di rimprovero e di soddisfazione insieme grida) Damiano! ,

Damiano                     - (si rialza e, prima che abbia avuto il tempo di vederla, un nome è uscito dalle sue lab­bra, inconsciamente) Gwendolina! (Ora sono di fronte, viso contro viso e nella luce dorata della lampada si accorgono del reciproco errore).

Marie-Nick                 - (facendo un balzo indietro) Oh scusate!

Damiano                     - (come chi ritorna in se dopo uno svenimento) Chi siete?

Marie-Nick                 - (che ha ritrovato la sua disinvol­tura) Non certo colei che attendete. (Si è al­zata, fa il giro del divano ed ora, nel raggio della luce, passa dinanzi a lui).

Damiano                     - (che ha ritrovato a sua volta la presenza di spirito) Non aspetto nessuno. (Sco­prendola improvvisamente nel suo grande accap­patoio, tutta umida ancora) Ma voi, da dove uscite?

Marie-Nick                 - (che riprende sempre più la sua si­curezza) Dallo stagno. E vi ritorno. Ero venuta per consolare qualcuno che era triste. Vi chiedo scusa. (Risale verso la vetrata del fondo).

Damiano                     - (afferrandola al passaggio) Rimanete.

Marie-Nick                 - (ritirando, dopo un secondo d'esi­tazione, la mano che egli le aveva presa) Anche voi avete bisogno di essere consolato? (Vedendo per la prima volta il viso di lui in piena luce, un grido che non può reprimere le esce dalle labbra) Come siete bello! (E subito, per attenuare l'effetto della dichiarazione) Oh, m'è sfuggito! (Furiosa) Insomma, è ridicolo: voi uomini, ogni volta che noi vi compariamo dinanzi, vi credete sempre in diritto di fare sulla nostra bellezza, fascino ed eleganza e via dicendo, un sacco di complimenti ai quali, il più delle volte, non credete nemmeno voi stessi; perché una ragazza non dovrebbe avere lo stesso diritto di dichiarare ad un uomo che lo trova bello se questa è la sua impressione? (Arrab­biandosi sempre più) Adesso m'impappino, anche! (Furiosa) Insomma, quel che è detto è detto. Siete bello, ecco tutto.

Damiano                     - (divertito) Vi chiedo scusa di es­serlo, credetemi.

Marie-Nick                 - (sempre più furiosa) E soprat­tutto non fate il fatuo! Sarebbe di cattivo gusto trarre partito dal vantaggio che la mia storditag­gine vi ha dato su di me! (Vedendo ch'egli sorride sempre) Ebbene, eccovi consolato, a quanto pare. Confessate però che sono in gamba e che vado alla svelta, io. Buonasera. (Falsa uscita).

Damiano                     - (trattenendola per un lembo dell'ac­cappatoio) Non volete proprio rimanere?

Marie-Nick                 - E perché dovrei rimanere?

Damiano                     - (alzando il capo verso di lei) Mi ri­cordate qualcuno che ho conosciuto un tempo.

Marie-Nick                 - (cercando di liberarsi) ' E' molto banale come motivo. E se è un complimento, non mi piace. Le ragazze della mia età tengono troppo alla loro personalità nascente e non desiderano affatto essere messe nei ranghi delle evocazioni...

Damiano                     - (che non ha cessato di guardarla) Tuttavia voi rassomigliate straordinariamente a qualcuno che io ho molto amato. A qualcuno che non esiste più.

Marie-Nick                 - (confusa) Ah! (Aggiunge in un soffio) Anche voi...

Damiano                     - Che cosa?

Marie-Nick                 - Anche voi rassomigliate a qual­cuno... (Alzando le spalle) ... A qualcuno che non esiste. (Brusco voltafaccia) Addio.

Damiano                     - (che si è alzato, questa volta, per trat­tenerla) Decisamente, la mia compagnia vi è insopportabile.

Marie-Nick                 - (spontaneamente) Oh, no! (Più calma) No. Ma non vorrei che la mia diventasse imbarazzante per voi.

Damiano                     - Come sarebbe a dire?

Marie-Nick                 - Per il modo col quale dovreste giustificarvi se qualcuno entrasse.

Damiano                     - Non devo giustificazioni e vi ripeto che non attendo nessuno.

Marie-Nick                 - Nemmeno colei che porta il nome che avete pronunciato svegliandovi?

Damiano                     - (premuroso di giustificarsi) E come avrei potuto non pensare a lei vedendo un viso femminile chino su di me? Per quanto sapevo, era la sola donna che abitasse nel castello.

Marie-Nick                 - Infatti, non sa che sono ritor­nata.

Damiano                     - E non lo saprà certo prima di quan­do lo vorrete voi: rassicuratevi. Deve essere nella sua camera e non credo ne debba uscire. (Inven­tando - chissà perché - una spiegazione plausibile alla sua presenza nella Camera Proibita) Andavo anch'io nella mia camera e mi sono fermato qui per prendere un libro. E poi quel divano mi ha tentato... e stavo per addormentarmi quando...

Marie-Nick                 - (con un sorriso soave) Ma voi non avete affatto bisogno di giustificarvi. (Si siede sopra uno sgabello) E poi, se desiderate davvero ch'io rimanga, non dovete più dirmi che vi ricordo una persona scomparsa. Sono stufa di giocare ai fantasmi, capite? No, non potete capire. Ad ogni modo sappiate che sono ben viva! (Stirandosi co­me un giovane animale) Viva! (Si alza con un salto come per dar prova della sua vitalità) Mi sento così viva! Poco fa, nello stagno, le mie sen­sazioni erano così acute e precise che ho creduto di comprendere, in un solo istante, tutto il mistero del mondo! Mi è parso che il mio corpo non fosse più che una cellula inseparabile da tutta quella vita notturna che mi circondava e che la mia anima fosse simile alle canne. C'era una luna così bianca che mi lasciava scorgere la mia ombra al disotto di me. Mi sono tuffata per rincorrerla e mentre le mie braccia penetravano in quella profonda fre­scura, sentivo sulla nuca il tiepido peso dell'acqua che aveva conosciuto il sole. Ed attorno a me, in me, sentivo ondulare e fremere tutto il piccolo mondo acquatico che mi circondava... La luna era così trasparente che il cielo e l'acqua sembravano essersi confusi in un solo elemento e gli astri, ri­flessi nello stagno, sembravano fiori brillanti di una vegetazione sottomarina. Mi si è anche avvin­ghiato un piede in una radice, che si è annodata alla mia caviglia, e mi pareva di trascinare dietro di me una fioritura di stelle. Poi ho scorto la barca. Le sono scivolata sotto e come un delfino burlone, hop, con un colpo di reni l'ho fatta rovesciare con tutti quelli che c'erano sopra. Essi si sono messi a rincorrermi, mia io con alcune bracciate mi son messa subito fuori del loro tiro. Si saranno seccati molto di non essere buoni nuotatori, giacché sape­vano che ero nuda. (Tutto ad un tratto si accorge della presenza di Damiano che aveva completa­mente dimenticato durante la sua evocazione e, con un istintivo gesto di pudore, si chiude attorno al collo l'accappatoio).

Damiano                     - (con voce rauca e quasi aggressiva) Adesso so chi siete.

Marie-Nick                 - (rimettendosi a sedere) Spero non mi abbiate scambiata per la cameriera.

Damiano                     - (c. s.) Si è parlato di voi, questa sera. Me ne ricordo. Di voi e dei vostri compagni.

Marie-Nick                 - (rettificando) Dei miei cugini.

Damiano                     - (come a se stesso) Sì. E' proprio co­sì. (A Marie-Nick) Quale dei tre venivate a con­solare?

Marie-Nick                 - (che non ricorda più) Consolare? Ah, sì! Era...

Damiano                     - (c. s.) Aspettate: vi rispondo io. Era il più giovane.

Marie-Nick                 - (interdetta) Sì.

Damiano                     - (come se volesse dare ragione a se stes­so) Sì. (A Marie-Nick) E qual era la causa del suo dolore?

Marie-Nick                 - (.alzando le spalle) H suo dolore! Ma se è un ragazzo!...

Damiano                     - (.sempre aggressivo) Ha la vostra età, suppongo. Ma forse vi fa comodo tacciare di pue­rilità il dolore che gli avete arrecato, vero?

Marie-Nick                 - (mezzo confusa e mezzo furiosa) Che gli ho arrecato? E come sapete questo, voi?

Damiano                     - (che cerca di contenere il flusso di vio­lenza che sente salire in sé a poco a poco) Lo so; e molte altre cose ancora so,(Affermando più di quanto interroghi) Vi ha detto che vi amava, vero? Che era pronto a perdersi per voi? E che, se gli aveste permesso di dannarsi...

Marie-Nick                 - (alzandosi, furiosa e turbata) Ma insomma, ascoltate alle porte, voi?

Damiano                     - Se voi non siete una cameriera, nep­pure io sono un domestico. (Continuando il suo interrogatorio) E voi l'avete respinto, vero? E non perché egli vi fosse odioso, insopportabile o indif­ferente. No. Voi provate anche della simpatia per lui, dell'amicizia, ed è forse quello dei vostri cugini che vi sembra possieda la più bella anima e la boc­ca più piacevole. Ma non l'amate e l'avete respin­to! L'avete rigettato lontano da voi, con una gioia strana. Con quale diritto? A quale titolo? In nome di che? In nome dell'amore. Dell'amore che è il vostro destino, non è vero? Gli avete anche tenuti molti discorsi sull'amore... L'amore è questo, l'amo­re è quello, e ancora questo e quello. Ed egli vi ha creduta... anche se gli aveste detto che la terra è quadrata, vi avrebbe creduta, giacché la vostra bocca non può non dire delle meraviglie. E forse vi siete creduta anche voi stessa e vi siete ineb-briata delle vostre stesse parole. (E' tutto contro di lei, viso contro viso) E tuttavia, piccola lettrice di romanzi, in fondo a voi stessa sentivate benis­simo che l'amore non era affatto questo e quel­lo!... Sì, il Principe Azzurro.., ne parlate tutte, con un'abitudine che è stata trasmessa alle ragazze di tutti i secoli. Ma voi non lo desiderate e ve ne infischiate anche, del Principe Azzurro. Chi conta per voi ragazze, è colui che soltanto a guardarvi vi ha tolto il respiro. Non importa chi. L'amore è il primo venuto, colui che con la sua gamba impa­ziente vi aprirà le ginocchia, il primo venuto che avrà le braccia tanto dure da farvi piangere mentre vi stringe e le labbra così secche da bere le vostre lacrime. (Ora tiene Marie-Nick quasi fra le sue braccia).

Marie-Nick                 - (cercando di protestare) Non vi permetto di dire simili...

Damiano                     - (chiudendo le braccia attorno a lei) Allora, perché permettete che vi stringa fra le braccia?

Marie-Nick                 - (tentando dà liberarsi, ma senato veemenza) Lasciatemi! Lasciatemi...

Damiano                     - (allentando la stretta pur senza lasciar­la) Non vedete dunque che colui che vi ama è più grande del vostro sogno? Pensate forse di ritrovare nella vita un amore così nuovo, così sin­cero, così assoluto e violento come quello che avete fatto nascere in quel ragazzo soltanto col passar­gli vicino? Credete forse di poter giocare impune­mente alla silfide in un parco frequentato da gio­vani mortali? (Con violenza improvvisa, richiuden­do la stretta) Non volete dunque capire che per quel ragazzo avete ormai preso il posto di tutte le fanciulle e di tutte le donne? Non comprendete che per lui l'amore siete e sarete sempre voi? Voi e i vostri capelli arruffati che sentono di erba sel­vaggia; voi con la vostra pelle dolce e dorata come un frutto maturo; voi ed i vostri gesti flessibili di ondina; voi che nel vostro accappatoio bianco siete simile...

Marie-Nick                 - Lasciatemi, mi fate male!

Damiano                     - (con veemenza) Ed a lui, non avete fatto male?

Marie-Nick                 - (guardandolo negli occhi, mormora) E' forse vostro fratello perché mettiate tanto ardore nel vendicarlo?

Damiano                     - (allontanandola bruscamente) Cor­rete a raggiungerlo! Correte a raggiungerlo in quell'angolo del parco dove non vi attende più e dove stringe un albero mormorando il vostro nome. An­date verso di lui come se andaste verso quell'uomo di cui gli avete parlato e che non è che il frutto dei vostri desideri e della vostra immaginazione, quell'uomo che non esiste affatto.

Marie-Nick                 - (guardandolo e con un grande grido di fervore) Sì, egli esiste!

Damiano                     - (senza ascoltarla) Camminate verso di luì come nel suo sogno ed appoggiate la vostra fronte sulla sua spalla. Sentirete le sue braccia chiudersi attorno al vostro corpo. Egli è timido, senza dubbio, ma il suo amore sarà ardente e pri­mitivo come quello di un giovane silfo... Può darsi anche che, dopo, la vostra avventura finisca come tutte le cose di questo mondo che sono peribili, ma non avrete nulla da rimpiangere almeno, ed egli avrà conosciuto l'acme del suo amore. (Con vio­lenza) Sbrigatevi! Che cosa aspettate invece di andare ad accontentarlo o a deluderlo? Non deve continuare la sua vita correndo dietro al suo in­guaribile miraggio giovanile... Non deve, capite, consacrare la sua esistenza ad una fantasmagoria e seppellirsi vivo in un ricordo!

Marie-Nick                 - (che a queste ultime parole lo ha riconosciuto) Damiano!

Damiano                     - (sulla difensiva) Come sapete il mio nome?

Marie-Nick                 - (ripetendo con riconoscenza) Da­miano! (Riprendendo immediatamente il suo tono) Non è forse sentendomelo pronunciare che vi siete svegliato svelandomi il segreto dei vostri sogni? In compenso vi rivelerò il segreto dei miei... Non rag­giungerò colui che difendete con tanto ardore, perché amo un altro.

Damiano                     - Il principe azzurro, lo so.

Marie-Nick                 - No, un uomo. Volete che vi parli dell'uomo che amo? Certamente dopo mi disprez­zerete, giacché avrò dato ragione alle vostre teorie sulle ragazze romantiche. (Siede a terra, vicino a lui. Damiano rimane in piedi, a braccia conserte, lo sguardo duro e lontano).

Damiano                     - Tacete.

Marie-Nick                 - No, dovete ascoltarmi. E' l'ultima volta che esigo qualche cosa. (Alza la testa verso di luì, mette un dito sulla bocca e poi comincia con tono da melopeo) L'uomo che amo sarà... (ripren­dendosi) è innanzitutto un uomo. Conosco il suo viso, la forma delle sue mani ed il suo sguardo. So anche che è alto, ma è innanzitutto un uomo. (Mentre parla la luce, a poco a poco, si abbassa fino ad assorbirsi in due piccoli cerchi: uno aureo­la il viso di Damiano che, insensibilmente, si china verso Marie-Nick; l'altro inquadra la fanciulla nel suo bianco accappatoio spiegato a ventaglio. Marie-Nick ripete) Un uomo, cioè qualcuno che ha già molto vissuto, molto amato, molto sofferto... (La sua voce, contemporaneamente alla luce, si è spenta. Oscurità).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

Nel parco, alcune ore più tardi: verso le sei del mattino, circa.

Stessa scena del primo atto: il a Gran Quartier Generale ». Il sole si è alzato da poco ed il cielo è ancora velato da una nebbia lattiginosa. La giornata si preannuncia bellissima.

(All'aprirsi del sipario sono in scena Marie-Nick e Damiano. Sono seduti sulla tavola da giardino, le schiene contro i volti parallelamente girati verso la direzione del castello, dietro al quale sta alzan­dosi il sole. Indossano gli stessi abiti del quadro precedente. Marie-Nick, che dissimula i piedi nudi nelle pieghe dell'accappatoio, ha forse i capelli leg­germente più arruffati di quanto li aveva nel quadro precedente. Una pausa abbastanza lunga du­rante la quale essi seguono gli ultimi strascichi rossi dell'alba nel cielo. Poi)

Marie-Nick                 - (volgendosi a Damiano con stupore nella voce) Sai, è la prima volta che vediamo in­sieme sorgere il sole.

Damiano                     - (senza voltarsi) Suppongo che tutte le spose pronuncino una frase simile il giorno dopo le nozze.

Marie-Nick                 - Credi ne abbiano l'occasione e che tutte, come me, si sveglino al canto dell'allodola in una chiara capanna che sente di resina e che si riflette nello stagno? E credi anche che esse si trovino così a loro agio nel proprio corpo nuovo da poter, come me, ripetere senza alcun imbarazzo i loro gesti di ragazza: correre a piedi nudi sull'erba umida, inseguire sull'acqua il volo di un martin-pescatore e respirare il profumo di rose fre­sche che il vento porta dal parco vicino? (Appog­giando la testa sulla spalla di Damiano) Mio caro! Lo sai che non provo alcun stupore nel chiamarti mio caro? Sono abituata a queste due parole: le avevo mormorate tante volte nei miei sogni! Mio caro... (Si stringe appassionatamente contro di lui e poi, con un balzo, salta a terra, gira volteggiando attorno al tavolo e si ritrova in piedi a sinistra di Damiano, si ferma per contemplare ancora una volta il cielo nella direzione del castello, poi di­chiara, lasciando pesare la testa sulla spalla di Damiano) E' il primo mattino del mondo!

Damiano                     - (immobile, con voce lontana) Sì...

Marie-Nick                 - Come lo dici, mio caro! Guar­dami. A che pensi?

Damiano                     - (che non ha mosso il capo) Agli al­tri mattini che seguiranno.

Marie-Nick                 - Ed hai paura, vero? Hai paura di non ritrovare più lo splendore di questo? Non devi. Io so che tutti i mattini saranno meravigliosi perché io mi sveglierò vicino a te e perché il primo alito ch'io sentirò sarà il tuo soffio nei miei ca­pelli. (Abbracciandolo con passione) Damiano! Da­miano mio! (Con improvvisa angoscia) Ma tu non mi hai ancora guardata da quando si è fatto gior­no! Damiano, voglio i tuoi occhi... Guardami. Come? Tu ti volti... Ma che hai? Perché non mi vuoi guardare?

Damiano                     - (che si è voltato) Adesso che l'in­canto della notte si è dissipato, ho paura di sco­prire il tuo vero volto.

Marie-Nick                 - Ma io non ho che un volto solo: quello che il tuo amore ha scolpito sui miei tratti ancora imprecisi di fanciulla. Puoi guardarmi, Da­miano: non sarai deluso.

Damiano                     - (lentamente, volge il capo verso di lei e la guarda intensamente).

Marie-Nick                 - (umilmente) Somiglio sempre a quella che tu ami e che hai voluto distruggere stringendomi tra le braccia? Non protestare, Da­miano: tu sogni ad alta voce. Lo so che attraverso me hai cercato di raggiungere un fantasma. Ma non ti sfuggirà più, te lo giuro. Conosco il modo di trattenerlo. Si legge nelle fiabe che le appari­zioni possono, per amore, conservare talvolta l'ap­parenza umana che un giorno piacque loro di ri­vestire; così le sirene, per amore, diventano prin­cipesse... Ebbene, io, per amore, saprò prendere la forma dei tuoi sogni e confondermi in essa. Diventerò quella che tu desideri. Mi sarà facile, vedrai, e non sembrerà un trucco giacché abbiamo la stessa statura, lei ed io, e la stessa figura... Sì direbbe che tutti i suoi abiti - li ho provati -siano stati fatti per me. Anche le nostre voci sono simili ed io ripeterò le parole che lei diceva: tu me le suggerirai. Potrai anche, per completare la tra­sformazione, darmi un altro nome. Il suo nome, potrai darmi. E potrai chiamarmi...

Damiano                     - (in uno slancio di tenerezza) Marie-Nick! (Si è alzato e sta in piedi vicino a lei. Con un gesto protettivo le passa un braccio attorno alla vita).

Marie-Nick                 - Grazie. E' la prima volta che pro­nunci il mio nome. Se vuoi, potrà anch'esso diven­tare dolce alle tue labbra. Nelle sue sillabe potrai rinchiudere tutto il tuo amore e tutta la tua tene­rezza, vedrai. Mio caro cieco. Sì, tu sei come un cieco che nella sua notte si costruisce un universo chimerico e poi, quando un miracolo gli dona la vista, non riconosce più i suoi paesaggi illusori perché tutto è cambiato. E nella luce del giorno tutto gli sembra falso e barocco e non crede più alla bellezza del mondo. Ma ci sono io, Marie-Nick; io, la reale; io, la viva, e vengo verso di te per con­durti nel mio regno- di realtà. Ti guiderò. Ti ren­derò il desiderio delle reali primavere e ti guarirò del tuo lungo letargo. (Stringendosi appassionata-mente a lui) Non voglio che tu soffra; voglio che tu porti sempre sul tuo corpo trionfante il viso luminoso di questa notte; quel corpo e quel viso che io ho amato. Voglio che tu abbia la fronte serena di un dio antico. Voglio che tu sia felice. Felice. Camminerò dinanzi a te e con i miei piedi danzanti traccerò il cammino della tua felicità: la tua felicità che io desidero più di ogni altra cosa al mondo. E per assicurartela, farò tutto ciò che sarà in mio potere. (Si stacca da lui e lo guarda con risoluzione selvaggia) Tutto, capisci? Ti lascerò anche, se lo desideri. In questo istante stesso. (Si allontana, infatti, pronunciando queste parole).

Damiano                     - (colpito) Ma che stai dicendo? Che cosa vogliono dire questi scherzi infantili?

Marie-Njck                 - (con disperazione) Sì, sono una piccola bimba presuntuosa! Parlo, parlo, formulo progetti per l'avvenire, dispongo di te come di un bene che mi appartiene, poi oso dire che penso soltanto alla tua felicità. Come ti amo male! Mi attacco a te come schiava, forse, ma mi attacco e m'impongo. Ed immagino di essere la fiamma che deve illuminare la tua vita. M'impegno anche di essere la gioia di tutta la tua esistenza, senza nem­meno domandarti se essa non è composta di mille piccole cose fra le quali io potrei avere il mio pic­colo posto. (Si esprime con pena, la voce arrochita dai singhiozzi) Ebbene, me ne vado, sai? me ne vado. (Vedendo ch'egli le si avvicina, lo ferma con un gesto della mano) No, non ti muovere; non dire nulla. E non ti tormentare con dei rimorsi inutili per ciò che è successo stanotte. Io non rimpiango nulla. Tu eri sì colui che attendevo, ma in nes­sun posto era scritto che tu fossi anche colui che restava. Sei passato nella mia vita come un raggio di sole attraverso una stanza: non lo si può trat­tenere, ma si può però conservare in se stessi, per lungo tempo, il suo calore. Addio, mio bel sole-Addio. (Si dirige verso la scoia, ma dopo due passi Damiano l'afferra per le spalle, le fa compiere un voltafaccia e stringendosela al petto, con voce che vorrebbe essere severa, ma nella quale si sente l'an­goscia)

 

Damiano                     - Che cosa sono tutte queste storie, mia piccola pazzerella? Che ti succede? Mia cara piccola bimba pazzerella...

Marie-Nick                 - (cercando di liberarsi dalla sua stret­ta) Lasciami. Non voglio la tua pietà, Damiano. (Sentendo che la stretta di luì si fa più forte e che non può liberarsi, scoppia in singhiozzi e come una bimba disperata grida) Come sono infelice! (Poi riprendendosi, con ira) Non voglio che tu abbia pietà di me, non voglio...

Damiano                     - (completamente sconvolto, la stringe più forte contro di sé e la copre dì baci dati a caso) Ma chi ti parla di pietà? Non senti che io ti desidero fino a morirne? Non senti che ho bisogno delle tue braccia attorno al mio collo, delle tue labbra nuove sulle mie labbra, del tuo giovane petto contro il mio petto, e di tutto il tuo corpo fra le mie braccia? Non senti ch'io voglio ubriacarmi della tua voce, del tuo riso, dei tuoi singhiozzi, di tutte quelle cose cristalline e pure che si irradiano da te? Mia piccola bimba cara...

Marie-Nick                 - (balbettando) Allora... allora dimmi quelle parole che si dicono sempre alla pro­pria piccola bimba cara...

Damiano                     - (in un grido d'amore) Ti amo, Ma­rie-Nick!

Marie-Nick                 - (abbandonata nelle braccia di Da­miano, con voce che viene da lontano) Le ma­giche parole... le parole fatte di nulla. (Alzando il viso verso quello di Damiano, con improvvisa in­quietudine) Dimmi, caro, sei proprio certo di essere ben sveglio?

Damiano                     - (sorridendo) Se vuoi, posso dimo­strartelo. (Lungo bacio).

Marie-Nick                 - (piano) Portami via. Là dove non ci saremo che noi al mondo.

Damiano                     - (meravigliato) Là dove non ci sa­remo che noi al mondo? Oh, cara, tu vuoi venire con me in quell'aspro paese solitario, e non hai paura?

Marie-Nick                 - (con improvvisa gravità) Ed a te, mio caro, non fa paura l'aver avuto questa cosa gratuita che ci è stata accordata, questa cosa in­giusta che è l'amore? Per tutta la vita dovremo cercare di meritarci questo presente caduto dal cielo... Pensa che spetterà a noi provare che Dio, talvolta, può essere giusto. Non ti fa paura, questo?

Damiano                     - Io non ho paura dell'avvenire. I miei timori sono dietro di me e per essermi troppo a lungo voltato verso di essi, ero disorientato. Adesso ho trovato la strada della mia vita e m'incammino su di essa con te, mano nella mano. Essa ci por­terà fino alla terra più antica e più arida che esista: la terra africana. Laggiù, in mezzo alle erbe folte, piantata sotto la croce del Sud, vi è una piccola casa senza grazia: la nostra casa.

Marie-Nick                 - (sfuggendo alle braccia di Damiano, comincia ad andare e venire sulla scena in una specie di danza gioiosa) Sì, abiteremo in una casa ai margini del mondo. Ed al tramonto, stanca dell'attesa di tutta la giornata, io verrò sulla so­glia ad attendere il tuo ritorno. Il tuo passo, de­cuplicato dal silenzio della sera, risuonerà in me prima ancora che i miei occhi avranno potuto di­stinguere la tua figura all'orizzonte. Ed improvvi­samente sarò nelle tue braccia, tutta sconvolta dall'odore caldo del lavoro e del sudore che tu por­terai con te. E la nostra vita comincerà. Io sarò la tua fanciulla e la tua folle danzatrice, sarò il tuo piccolo gatto carezzevole e la tua gazzella sel­vaggia; sarò la dolcezza e la pace della colomba contro la tua gota, e sarò anche il pipistrello che giocherà fra i tuoi capelli e ti grafiterà. Sarò la tua odalisca; la tua fata, la tua schiava, la tua naiade, la tua gitana: tutto ciò che desideri. Sarò la frescura delle tue notti e l'ardore dei tuoi ri­svegli. Sarò l'amaro sapore delle tue partenze e la febbre dei tuoi ritorni. Sarò tutte le ore della tua vita..,(Stirandosi come un giovane animale) Perché noi dovremo vivere, vivere, vivere...

Damiano                     - (con un grido di liberazione) E non avremo più ricordi!

Marie-Nick                 - (che si è nuovamente seduta sulla tavola come all'inizio del quadro, ripete) Non avremo più ri... Ma sì, mio caro scioccherello, avremo invece un mucchio di ricordi! E per costi­tuirne una magnifica collezione, la nostra vita do­vrà essere bella e sempre varia. E quando saremo vecchi, molto vecchi, sarà con meraviglia che li evocheremo. Avremo tanti ricordi meravigliosi. Do­vremo ricordarci di tutto, caro: com'è avvenuto il nostro incontro, la storia della nostra prima notte e del nostro primo sonno. Nessun dettaglio dovrà essere trascurato. Dovremo ricordarci dell'ultima parola che io ho pronunciato prima di addormen­tarmi sul tuo petto e della prima cosa che tu hai visto risvegliandoti. Qual è la prima cosa che hai visto risvegliandoti?

Damiano                     - (appoggiato alla tavola, in piedi, dietro di lei) Il tuo accappatoio bianco spiegato sulla cassapanca, che rischiarava tutta la capanna.

Marie-Nick                 - (proseguendo) Bisognerà ricor­dare anche che io ho danzato per te nella rugiada e che il paesaggio, attendendo l'aurora, era simile ad un'acquaforte, con alcune macchie colorate, e che nel cielo brillava l'ultima stella e sotto ai miei piedi v'era la prima foglia morta. Bisognerà ricor­dare che, eccetto l'allodola, tutti gli uccelli tace­vano e che una rana, tuffandosi nello stagno, ci ha fatti trasalire.

Damiano                     - (proseguendo) Bisognerà ricordare che abbiamo corso fino a questa terrazza per ve­dere il sorgere del sole fra le torri del castello, come a teatro, e che nella luce pallida del mat­tino io ho provato la straziante impressione dell'in­domani di una festa. Bisognerà ricordare...

Marie-Nick                 - ...che in questo giardino le mie lacrime di dolore sono state brucianti come le mie lacrime di gioia della notte. (Alzandosi in piedi sopra la tavola) E tu dovrai ricordarti, Damiano, che ad un certo momento io mi sono messa in piedi sulla tavola di ferro per potermi sentire ca­dere nelle tue braccia. (Si getta, infatti, nelle brac­cia di Damiano) E che ti ho domandato di por­tarmi subito lontano da questo vecchio parco in cui l'autunno già mette fuori le sue corna rosse. E che tu mi hai portata verso la vita, tutta nuda, come una bimba appena nata o come una donna che si sta per amare... E ricorderai anche che io ti mordevo l'orecchio, come si sprona un corsiero, perché tu fuggissi più presto, più presto... (Man mano ch'ella parla, Damiano obbedisce. Quando Marie-Nick termina la sua frase, egli ha già di­sceso alcuni scalini con lei fra le braccia. Ora quasi non li si vede più... Si sente ancora, per un momento, il passo di Damiano che s'allontana e la voce di Marie-Nick che ripete) Più presto... più presto... (Pausa. Musica. Entrano da sinistra Marco e Piero II conversando animatamente. Ambedue indossano un accappatoio da bagno multicolore, di spugna. Hanno i piedi nudi dentro i sandali ed un asciugamano attorno al collo. I loro capelli sono umidi; sempre parlando e camminando, Mar­co si pettina).

Marco                         - Non c'è che dire: non si è ancora tro­vato nulla di meglio dell'acqua fredda per neutra­lizzare l'effetto del whisky. Quel bagno è stato magnifico. (Porgendo il pettine a Piero II) Grazie per il pettine. E grazie anche d'essere venuto a rac­cogliermi all'alba sotto la tavola della sala da pran­zo. (Colto da un'apprensione improvvisa) A propo­sito: quando mi hai risvegliato fra ì bicchieri e le bottiglie, non ti ho per caso chiesto di baciarmi? Piero n        - (sorridendo) Sì.

Marco                         - (fermandosi di botto) Che vergogna! Che maledetta manìa di voler esser baciato a tutti i costi... Chissà che cosa avrai pensato di me...

Piero II                       - (sorridendo) Veramente non mi sono troppo commosso giacché avete detto, sì, « bacia­mi », ma avete anche soggiunto: «Gwendolina».

Marco                         - Meno male. Se è così, l'equivoco è chia­rito e nello stesso tempo tu hai potuto sapere chi è la dama dei miei pensieri. (Rettificando) Dei miei pensieri mattutini. (Stirandosi e facendo giocare i muscoli delle braccia) E virginali. Proprio così: mi sento nuovo ed intrepido come un ragazzino, dopo quel bagno. Ho delle idee di popolano in libertà. Mi sembra di aver ritrovato davvero i miei diciott'anni. E pensare che ieri sera ci siamo sfibrati nel tenta­tivo di risuscitare degli anni morti con il deficiente soffio della nostra immaginazione, mentre basta tuffarsi nello stagno della nostra giovinezza per uscirne rigenerato! Vado subito a comunicare que­sta ricetta agli altra. (Risale verso il fondo. Ora è sul primo gradino) A condizione che li trovi. Non abbiamo ancora trovato alcuno, vero? Tuttavia non possono essere fuggiti, giacché la macchina era ancora allo stesso posto quando siamo usciti poco fa. Almeno, mi è sembrato così.

Piero II                       - Sì, le macchine erano tutt'e due là. La vostra con i fari accesi da ieri sera.

Marco                         - E tu non hai incontrato nessuno quan­do sei salito a prendere gli accappatoi?

Piero II                       - Nessuno. Il castello ed il parco erano vuoti e silenziosi come dopo un incantesimo.

Marco                         - Insomma, incantesimo o non incante­simo, io reclamo la mia colazione. (Battendo col pugno sul tavolino di ferro) Ehi, ragazzo! Come si chiama quel tale?

Piero II                       - Princeps.

Marco                         - Ah, sì! (Battendo le mani e gridando) Princeps! Ehi, Princeps! Zitto... Non c'è nemmeno l'eco.

Piero II                       - E' inutile: la colazione viene sempre servita nella hall ed il maggiordomo è terribilmente protocollare.

Marco                         - Ai miei tempi veniva sempre servita qui, a questa tavola.

Piero II                       - Ai vostri tempi?

Marco                         - Sì, ai miei tempi. Ed eccomi nuovamen­te di cattivo umore. Tu mi hai ricordato che sono venuto a perdere il mio tempo qui, mentre un lavoro urgente mi attende a Bruxelles. E mi hai ricordato anche che quella vecchia maniaca, invitandomi a venirla a visitare in questo parco, mi ha fatto fare una bella figura.

Piero II                       - (sorpreso) Quale vecchia maniaca?

Marco                         - (eccitato) Non puoi capire. Ad ogni modo, sappi che io devo assolutamente vedere una vecchia maniaca.

Piero II                       - Peccato non abbiate detto questo ieri! Vi avrei presentato a qualcuno che avrebbe fatto proprio al caso vostro. Disgraziatamente è morta proprio ieri sera!

Marco                         - (accorato) Evidentemente non ho for­tuna! E neppure lei, però.

Piero II                       - (bruscamente) Aspettate. Forse pos­so aiutarvi... Conoscete la nostra vicina, la contessa di Droogenhuis?

Marco                         - No. Quanti anni ha?

Piero II                       - Novantaquattro. Vede senza occhiali, sente tutto quanto si sussurra attorno a lei, porta la parrucca, ha tutti i suoi sensi e, molto spesso, dello spirito.

Marco                         - (afferrando Piero II per le braccia) Non mi racconti una storia?

Piero II                       - (divertito da tanto ardore) No. A meno che non sia morta anche lei nella notte...

Marco                         - (ruggendo) Niente scherzi; continua la tua descrizione.

Piero II                       - Veramente io non la conosco di per­sona. So però che ha un carattere infernale...

Marco                         - (esultando) Magnifico!

Piero II                       - Che è di origine normanna... e che le occorre un quartino dì sidro ad ogni pasto. An­nusa, chiama le sue cameriere «sgualdrine», fa allevare dei polli a grano per darli al suo gatto, ed obbliga il suo maggiordomo a giocare alla pelota con lei fino alle ore piccole.

Marco                         - Splendido! Provvidenziale! Miracoloso! Mio vecchio Piero, bisogna proprio che ti baci! (Ge­sto) Puoi condurmi da lei?

 Piero II                      - E’ in lite con tutti i vicini per delle questioni divisorie, ma io ho le mie piccole entrate segrete.

Marco                         - Dalla scala di servizio, eh? Sono ap­petitose le «sgualdrine» fiamminghe?

Piero II                       - No. Si tratta di una piccola casti-gliana, la figlia del giardiniere.

Marco                         - (non stando più nella pelle) Bisogna assolutamente ch'io vada a vedere tutto questo. Voglio dire, la contessa. Faremo colazione in fretta e poi prendiamo la macchina. Presto: andiamo a vestirci. (Si precipita verso destra seguito da Pie­ro II verso cui si rivolge, dicendo) Mio vecchio Piero, tu mi rendi un servizio inestimabile. Voglio assolutamente ricambiartelo. Non hai nulla da do­mandarmi?

Piero II                       - (seguendo Marco) Veramente sì... vorrei parlarvi di un soggetto cinematografico che ho scritto. E' una storia senza donne... assolutamente senza donne... (Si allontanano rapidamente da destra continuando la loro conversazione. Pausa. Musica. Entrano da sinistra Andrea e Piero I. Que­sti è in costume da tennis, bianco. Andrea è invece in maniche di camicia, colletto aperto. Tutti e due hanno la giacca gettata sulla spalla e portano una racchetta e delle palle. Camminano posatamente e si fermano un momento in mezzo alla scena).

Andrea                        - (rompendo il silenzio) Spero non siate seccato d'essere stato battuto da un uomo della mia età.

Piero I                         - (irritato) Lo sono certo meno di quan­to lo sareste voi se foste stato battuto da uno sbar­batello di vent'anni.

Andrea                        - (sorridendo) Senza dubbio. (Pausa).

Piero I                         - (per giustificarsi) Avete avuto una for­tuna straordinaria, 6 a 2, 6 a 0 dopo aver passata la notte accovacciato in una poltrona.

Andrea                        - (sorridendo) Rimpiangereste per caso d'avermi svegliato?

Piero I                         - (eludendo la domanda) Bisogna pro­prio che mi insegnate il vostro rilancio. E' magni­fico.

Andrea                        - Con piacere, se lo desiderate. Ma cre­do che in una partita normale non sarei stato così brillante. Ho giocato con i nervi, in una specie di reazione dopo l'angoscia di questa notte. Pensate che ho potuto avere la comunicazione soltanto a­ll'una del mattino. Mi comprenderete più tardi, quando ì vostri bambini saranno malati.

Piero I                         - (educatamente) Spero siate tranquillo, ora.

Andrea                        - Sì. Mia moglie ha detto che non era il caso di preoccuparsi. Credete che avrei potuto dormire su quella poltrona, se non fosse stato così?

Piero I                         - (ridendo) Il fatto è, che dormivate davvero sodo!

Andrea                        - (guardandosi attorno) Mi sto chieden­do dove possono essere gli altri.

Piero I                         - Non ho ancora visto nessuno sta­mane. 

Andrea                        - Sapete dirmi a che ora vi è una messa, e dove?

Piero I                         - (sorpreso) Una messa?... Sì... alla chiesa di Droogenhuis, a cinque chilometri di qui. In quanto all'ora... uno dei miei cugini potrebbe forse informarvi meglio di me o, meglio ancora, Gwen che è la castellana.

Andrea                        - Anche voi la chiamate Gwen? Mi pare strano sentirla chiamare così da altri giovani.

Piero I                         - E' anche nostra cugina. Ma rassicu­ratevi: non l'abbiamo affatto in tutela.

Andrea                        - E l'altra vostra cugina, è bella?

Piero I                         - Volete dire nei confronti di Gwen?

Andrea                        - No. Nei vostri confronti.

Piero I                         - Ha diciotto anni e noi le vogliamo molto bene.

Andrea                        - Allora sposatela, credete a me.

Piero I                         - Ma io non affatto l'intenzione di spo­sarmi.

Andrea                        - Ebbene, la sposi uno di voi. Ciò farà due felici d'un          - (giorno anziché due infelici per sempre.

Piero I                         - Ma di che cosa state parlando?

Andrea                        - Non fate caso. Ho sognato, questa not­te... Ma ditemi, voi che vivete da qualche settimana vicino a Gwen:'la credete disposta a vendere? (Sempre parlando cominciano a discendere la scala).

Piero I                         - (sorpreso) A vendere?

Andrea                        - Sì. La proprietà Altenveld.

Piero I                         - (come un'eco) La proprietà Altenveld... (Scompaiono. Pausa. Musica più lenta e più grave, che riprende il motivo del tango del secondo atto. Dalla destra entra correndo Piero III, seguito da vicino da Gwendolina, che lo afferra all'estrema sinistra della scena, nel momento in cui egli sta per uscire. Egli indossa ancora l'abito da sera della vigilia, tutto gualcito. Ha i capelli arruffati ed il viso disfatto, come quello di una persona che non ha dormito. Gwendolina appare più giovane che mai, con una camicetta ed una sottana di grossa tela di colore contrastante, separati da un'alta cintura di cuoio. Ha i piedi nudi nei sandali).

Gwendolina                - (trattenendo Piero III per la ma­nica e sbuffando) Piero, non è davvero carino da parte tua farmi correre così. Sai bene che non ho più diciotto anni!

Piero III                      - (cercando di liberarsi) Perché non mi lasciate tranquillo? Voglio star solo.

Gwendolina                - (conducendolo con autorità in mezzo alla scena e facendolo sedere su una sedia di ferro) Guarda come ti sei ridotto: si direbbe che tu ab­bia gozzovigliato tutta la notte. Pettinati. Non hai il pettine, naturalmente. (Gli passa le dita nei capelli e col dorso della mano lo spazzola sulla schiena) Al­zati. Che aspetto! E quelle tracce nere sul viso! Non c'è da stupirsene, con le mani che hai! Dammi il fazzoletto! Non l'hai più, immagino... o è troppo bagnato? (Toglie il proprio fazzoletto dalla cintura) e si mette a pulire il volto di Piero III) Lo sai che sei bello?

Piero m                       - (volgendo via il capo) Non prende­temi in giro.

Gwendolina                - Non ti prendo affatto in giro: cerco soltanto di renderti presentabile. Voltati. Credi forse che un naso rosso e degli occhi gonfi facciano parte del fascino che deve sedurre una donna? Credi che sia piangendo che la puoi far tornare a te? C'è di meglio da fare, credi a me.

Piero III                      - (lasciandosi cadere sulla sedia, dispe­rato) Non e' è più nulla da fare.

Gwendolina                - Ma sì, ma sì! Prima di tutto va a rinfrescarti ed a cambiarti, e poi ritorna a tro­varmi ed insieme prepareremo un piano d'attacco.

Piero III                      - (a testa china) E' inutile giocare alla strategia, ormai: il posto è occupato.

Gwendolina                - (alzandogli il mento) Che cosa hai detto?

Piero III                      - (cercando di liberarsi) Ho detto che il posto è preso e che noi arriviamo troppo tardi. (Con rabbia disperata) Vi dico che l'ho vista, sta­mattina all'alba, uscire dalla capanna dove si met­tono gli strumenti della pesca, nel suo accappatoio bianco, seguita da un uomo.

Gwendolina                - (sorpresa) Un uomo!

Piero III                      - (battendo il pugno sul tavolo) Sì, un uomo con il quale ha passato la notte. Un uomo che sì è messo a correre dietro di lei nell'alba. Ed ella è stata nelle sue braccia: li ho visti.

Gwendolina                - (che a sua volta si è lasciata cadere su una sedia) Un uomo... Com'era? (Con la ma­no impedisce a Piero III di parlare) No. (La sua voce è incerta) Non mi dire che è alto, che il suo passo è grave e che il sole traeva dei riflessi di fuoco sulla sua testa bionda...

Piero III                      - (stupito) Lo conoscete?

Gwendolina                - (stringendo i pugni con rabbia di­sperata) Non può amarla! Non è lei che ama, lo so! Non può amarla! (Afferrando Piero III per le braccia, gli grida in pieno viso) Va, va a ripren­dergliela! Va a difendere la tua felicità!

Piero III                      - (selvaggiamente) Non si tratta della mia felicità, ma della felicità di Marie-Nick!

Gwendolina                - (con improvviso rilassamento) Tu sai amare meglio di me. Mentivo, poco fa. Perché non dovrebbero essere felici dal momento che hanno la giovinezza e l'amore, come nelle fiabe? Scusami se sono stata violenta. E’ la sofferenza che mi ha fatto gridare così... Non sono ancora abituata al mio castigo.

Piero in                       - (alzando gli occhi verso di lei) Che castigo?

Gwendolina                - (sordamente) H castigo per il mio peccato: la dannazione.

Piero III                      - (avvicinandolesi) Che state dicendo?

Gwendolina                - Dico che la mia pena è l'inferno. Ti ricordi che nel catechismo è detto che la pena dei dannati sarà quella di non vedere giammai Colui per il quale si è stati creati? Anch'io non vedrò mai più colui per il quale ero,stata creata e che doveva essere il mio amore. E' questo il mio castigo.

Piero III                      - (sordamente) E' anche il mio.

Gwendolina                - Non si può essere dannati quando non si ha ancora vissuto. Tu cominci appena a vi­vere. E bisogna vivere: alla tua età tutto può es­sere magnifico, perché tutto è nuovo. Alla tua età non si ha ancora un passato. Chissà?... forse un giamo ti racconterò una storia molto sentimentale che si svolge in un vecchio parco dove riluce uno specchio d'acqua. Saprò consolarti, vedrai. (La voce le si spezza a quest'ultime parole).

Piero IH                      - (che si è chinato dolcemente verso di lei) Credo siate voi che avete          - (bisogno di essere consolata, Gwendolina.

Gwendolina                - (sorridendo attraverso le lacrime) Sì. Noi ci rassomigliamo. Il dolore ha posato sui nostri volti due maschere simili. Noi ci rassomi­gliamo e siamo vicini come forse non lo saremo mai più. E' un momento raro, questo. (Prendendogli la mano) Se vuoi, Piero, prenderemo subito la mac­china ed andremo nel vento verso il mare, come due bambini infelici che alla fiera si stordiscono nella vertigine delle montagne russe.

Piero III                      - Andremo avanti fino a notte, vero?

Gwendolina                - (con tenerezza) Sì, fino a quando ti addormenterai sul volante. Va a prepararti. Io t'aspetto qui. (Piero III corre verso sinistra ed esce. Pausa. Gwendolina si alza e come una donna ebbra, comincia a muovere alcuni passi, senza scopo. Giunta sull'alto detta scaletta si ferma perché sente un rumore dì passi precipitati da Quella parte).

La voce di Princeps    - (soffocata, dal basso della scala) Sono molto contento di incontrare la si­gnora... sono molto imbarazzato. Tutti quei signori invitati sono nella hall e gridano per avere la colazione. Poiché la signora, in via eccezionale, mi aveva dato ordine di servirla su questa terrazza...

Gwendolina                - (bruscamente) Non può essere, Princeps. Tu sogni: io non ho mai detto questo.

La voce di Princeps    - «Al nostro Gran Quar-tier Generale, Princeps». Sono esattamente le pa­role della signora.

Gwendolina                - (seccata) Ho detto questo tredici anni fa. Oggi ti dico: «Ritorna nella hall e falli tacere tutti dando loro il pasto». Va.

La voce di Princeps    - Sì, signora. (Si sente che comincia ad allontanarsi. Gwendolina, appoggiata alla siepe di destra che forma l'angolo della scala chiama).

Gwendolina                - Princeps.

La voce di Princeps    - Signora?

Gwendolina                - Mi dispiace d'essere stata un po' vivace: dimenticalo. Stavo per prendere una grande decisione e tu sei venuto ad interrompere la mia meditazione. Però, dal momento che sei qui, forse puoi aiutarmi con i tuoi consigli.

La voce di Princeps    - La signora mi onora mol­tissimo.

Gwendolina                - (con voce stanchissima) Una volta quando una signora del gran mondo voleva dimen­ticare una pena d'amore troppo opprimente, si chiudeva in un convento. Era l'epoca delle grandi fedi. Oppure si gettava a capofitto negli intrighi della politica: era il tempo dei grandi regni. Ma oggi, che può fare una donna in casi simili? Che cosa mi consigli? Credi che potrei scoprire in me un'improvvisa passione per l'orticoltura e passare la mia vita a guardar vivere le piante?

La voce di Princeps    - Per queste cose occorre una dose anche minima di pazienza, ed io temo molto che la signora non la possieda.

Gwendolina                - Infatti: essere collezionista non è nel mio temperamento. Potrei occuparmi di opere di carità...

La voce di Princeps    - Per essere sincero, non vedo la signora come dama di patronato.

Gwendolina                - Nemmeno io, Princeps. Potrei anche, come le grandi dame del principio del se­colo, farmi rapire dal mio autista o dal mio guar-diacaccia...

La voce di Princeps    - (dopo un istante di esitazio­ne) Veramente, signora, sono problemi delicati che richiedono molta riflessione. Confesso che io sono un po' imbarazzato..,

Gwendolina                - (si stacca dalla siepe e si dirige len­tamente verso sinistra):

La voce di Princeps    - Vedo che la signora ha saputo decidere. Va verso il nord. Ih direzione della casa del guardiacaccia, forse?

Gwendolina                - No, Princeps. Vado a dondolarmi. Mi piaceva tanto, una volta, dondolarmi. (Sale sull'altalena e ripete) Dondolarmi...

La voce di Princeps    - Posso salire, se la signora lo permette... Potrei aiutare la signora a mettere in movimento quell'arnese. Potrei anche dondolare la signora, se questo la diverte...

Gwendolina                - (con voce lontana ed infinitamente stanca) No, grazie, Princeps. Non ha più impor­tanza, ormai,

FINE

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