Notti a Milano

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NOTTI A MILANO

Di Carlo Terron

RITRATTI INVENTATI SU CRONACHE VERE, IN TRE ATTI

“L’unica maniera che ancora ci resta di difendere la morale

 consista nel combattere il moralismo...

Non solo è corroborante scandalizzare la gente di tanto in tanto,

 ma è salutare scandalizzarla con una certa frequenza”.

G.B.Shaw

PERSONAGGI

FRANCA

TOSCA

RINA

DAVIDE

SILVANO

BRUNO

CARLO

UN COMMISSARIO DI POLIZIA

ATTO PRIMO

“Nelle città d’asfalto sono di casa. ( Da sempre: Preparato con tutti i sacramenti. Di giornali. E di tabacco. E di cognac. Diffidente o pigro, e contento, (alla fine”. B.Brecht Azzardarsi ad entrare nel cuore degli altri e cercar di capire quel che vi succede: tutto qui. Prendete quest’autunno. Fa nebbia da tre giorni. La luce tenue e lattiginosa di un tetro crepuscolo di novembre lascia, a malapena, intravedere la figura di un uomo buttato di traverso su una poltrona e che tiene, spalancato davanti al viso, un giornale. Non se ne riesce a leggere il titolo ma è certamente il “Corriere della Sera”. Del resto, numerosi altri giornali aperti sono intorno a lui. Un giradischi diffonde una musica jazz clamorosamente triste. Se avesse voce, la cronaca che l’uomo sta scorrendo, sarebbe, press’a poco, questa: Venerdì 3 novembre. San Malachia. Temperatura di ieri: massima più 11, minima più 5. Persiste la depressione anticiclonica su tutta la valle Padana. Cielo ovunque coperto al Nord. Mari: Tirreno calmo, Adriatico poco mosso. Visibilità scarsa. Si prevede, entro le prossime dodici ore, la massima onda di piena del Po. Il Polesine nuovamente in allarme... Da tre giorni, Milano semiparalizzata dalla nebbia. Nati 104, morti 63, matrimoni 41... Tre bambini periti nel crollo di un balcone al Giambellino. Alla Barona, anziano disoccupato si suicida col gas, insieme alla moglie... Cuore generoso di Milano: verso i duecento milioni la sottoscrizione per l’erigendo monumento ad Alcide De Gasperi. L’epidemia d’influenza ha reso drammatica la crisi dei letti negli ospedali. Approvato lo stanziamento per l’illuminazione delle guglie del Duomo... Incerto il ritorno della Callas alla Scala nella “Medea”. Sicuro il recital di Wanda Osiris al Gerolamo... Vasta operazione antivizio. Retate della squadra del buon costume in Via Palestro e a Piazzale Gorini. I dipendenti dell’Azienda tramviaria minacciano un nuovo sciopero... Ulteriormente aumentato il reddito pro capite nella nostra provincia. Giovane meridionale, digiuno da quattro giorni, raccolto svenuto alla Stazione Centrale... Travestito da donna, viene eletto miss cinema... Mondana orrendamente assassinata, col favore della nebbia, all’Idroscalo. Nessuna traccia del sadico omicida. L’Europa comincia a Milano, dichiara l’esperto economico del Presidente Kennedy, dopo aver visitato i lavori per la Metropolitana. Giunge, dall’anticamera, una scampanellata. L’uomo allunga una mano e fa tacere il disco. Poi appallottola tutti i giornali e li getta dietro alla poltrona; si alza, esce per andare ad aprire e rientra, subito dopo, trattenendo qualcuno. DAVIDE Momento. Un po’ di messa in scena. Gira l’interruttore della luce e un lampadario di cristallo illumina un soggiorno chiaro e ricercato fino a sfiorare una certa equivocità per la tenera morbidezza delle tinte e la calda sofficità delle sete e dei velluti che quasi sopraffanno il mobilio abbastanza raro e che, tuttavia, non riesce ad evitare una certa pretenziosità. L’uomo, che è rimasto appoggiato allo stipite dell’uscio a spiare l’impressione di colei che è entrata dietro a lui, sembra un ragazzo invecchiato precocemente. Esprime meno e più della sua età: 33 anni. Contro la difesa di un’ironia attenta e malevola che lo fa dire ed agire con una sorta di freddo rancore, preme una febbrile inquietudine, l’indefinibile allarme come chi si sente spiato ed inseguito non si sa da chi. Si chiama Davide ed è ebreo. Anche la ragazza mostra, forse, qualche poco più dei suoi ventisei anni, a causa di una bellezza sana, netta e leale che, per non aver nulla né di sofisticato né di provocante, manifesta una femminilità serena e confidente. Si chiamaFRANCA ed è della provincia di Pavia. In silenzio e con calma, essa gira gli occhi sulle pareti e sulle cose, quasi a volersene imprimere l’inventario nella mente. Alla fine, torna con lo sguardo dritto in quello dell’uomo, sempre senza pronunciar parola. Allora, egli apre una porta per farle prender visione di un’altra stanza. E qui la camera da letto. Naturalmente la spesa maggiore. Comunica direttamente col bagno. Doppio lavabo, vasca e doccia. Le piastrelle andranno sostituite con un rivestimento di marmo verde. Un disturbo di qualche giorno. Escono un momento e poi ricompaiono. Delle due porte in anticamera: una i servizi, l’altra la stanza piccola, ancora da arredare. Guardaroba o quel che vorrai. Puoi far mettere un divano-letto per la donna, se si dovesse trattenere, qualche volta, la notte. E qui, dal terrazzo, in caso di impreviste crisi di coscienza e, nebbia permettendolo, ti puoi medicare l’anima con la vista del Duomo, oppure gettare dal sesto piano, a scelta. Ancora senza parlare, lei mette giù la grande borsa di coccodrillo, si toglie la ondosa pelliccia di visone e comincia a sfilarsi i guanti. Mura tue. Che effetto ti fa?

FRANCA              - Ammobigliato sembra più piccolo.

DAVIDE               - Naturale. È l’impressione di tutti gli appartamenti nuovi.

FRANCA              - Mi ci abituerò.

DAVIDE               -  Ci si abitua sempre con una certa facilità al meglio. Tanto perché tu prenda conoscenza anche, per così dire, della topografia morale dell’edificio: ai primi tre piani, uffici; al quarto, lo studio di un avvocato a destra e il gabinetto di un famoso dentista a sinistra. Conosce, come le sue tasche, le bocche della migliore società e firma le dentiere di tutti i palchi della Scala. Infine, al quinto piano, sotto di te, un’anziana signora sola, dal passato ardito e irrevocabile. La conoscerai. Non ti piacerà. A me sì.

FRANCA              - Il terzo cambiamento in tre anni.

DAVIDE               - Le tappe di un’ascensione. Qui, penso, ti ci potrai fermare più a lungo.

FRANCA              - Perché, ritieni che debba cambiare ancora?

DAVIDE               - Dipende dai margini che deciderai di assegnare all’ambizione e alla volontà. Non si dice che nessuna meta raggiunta va mai considerata definitiva? Se questa è la regola, fanne tesoro. Ancora un breve silenzio. Ora essa parla davanti alla finestra oltre la quale non può vedere che nebbia.

FRANCA              - Quanto?

DAVIDE               - Qualcosa meno di quello che eri disposta a spendere.

FRANCA              - Cioè?

DAVIDE               - Venticinque e seicentomila l’appartamento. Poi ci saranno le spese del notaio e le tasse.

FRANCA              - (voltandosi) Ne avevano chiesto ventotto. Sei bravo.

DAVIDE               -  Sono le risorse di potersi permettere il lusso di pagare in contanti.

FRANCA              - E l’arredamento?

DAVIDE               - Seicentottantaquattromila e rotti, comprese le pentole di cucina. Di là, sulla pettiniera, ci sono tutti i conti al centesimo. Non hai che da staccare gli assegni.

FRANCA              - Tutto nuovo. Anche le pentole?

DAVIDE               - Aveva la sua importanza psicologica.

FRANCA              - Pensi che debba far circolare la gente in cucina?

DAVIDE               - Intendo per te.

FRANCA              - Le pentole?

DAVIDE               -  Che tutto fosse nuovo, voglio dire. In compenso, c’è qualche pezzo di antiquariato. Quasi autentico. L’autenticità assoluta era superflua.

FRANCA              Non credi che avrebbe potuto servire parte dell’arredamento della casa di prima?

DAVIDE               -  No. Sapeva troppo di Rinascente. Qui, uno deve trovare quello che ha a casa, più l’illusione di quello che non ha a casa. Se il secondo è compito tuo, il primo è compito dell’ambiente.

FRANCA              - Nemmeno il giradischi? Vedo che è nuovo anche quello.

DAVIDE               -  Ed anche i dischi. Rinnovato l’intero repertorio. Dall’ultimo festival di Sanremo a un trentatré giri di Schönberg.

FRANCA              - Chi?

DAVIDE               - Schönberg. Un altro ebreo, anche lui. Non è stato per solidarietà di razza. A qualcuno potrebbe interessare. Ho conosciuto un SS che, tra una tortura e l’altra, coltivava nontiscordardimé. Nulla vieta che un capitalista lombardo, tra un affare e l’altro, possa coltivare la musica atonale. Si incontra di tutto in giro e c’è qualche luogo comune da sfatare. Tra loro, comincia ad andar di moda perfino la cultura. Finirà che non ci lasceranno più niente. Giradischi e dischi sono un omaggio mio, se permetti.

FRANCA              - Grazie. E la roba vecchia che se ne fa?

DAVIDE               - E’ già in magazzino. Calcola di ricavarne dalle sei alle settecentomila.

FRANCA              - Soltanto?

DAVIDE               - E sarà anche molto.

FRANCA              - Totale trentun milioni settecentottantacinquemila. Meno settecentomila di ricupero: trentuno e spiccioli. Una beve pausa.

DAVIDE               - Perché? Non va?

FRANCA              - Avevi carta bianca.

DAVIDE               - Cos’è, hai per caso idea che ci abbia guadagnato su?

FRANCA              - No. Oh no. Non c’è pericolo. È ben questo che riesco a capire sempre meno.

DAVIDE               - Vale a dire?

FRANCA              - Ne parleremo. Bisogna pure, prima o dopo, che se ne parli.

DAVIDE               - (evidente che intende deviare il discorso) A proposito, sarebbe il momento che ti liberassi anche di tutte quelle azioni. Ricomprando, fra un paio di settimane, al ribasso, c’è caso che ti possa saltar fuori una buona metà della spesa che t’è costata la nuova sistemazione.

FRANCA              -  Ci avevo pensato. È un consiglio che m’è già stato dato in viaggio. Domani o dopo, telefonerò in banca.

DAVIDE               - Meglio domani stesso.

FRANCA              - Non c’è che dire, in una settimana che sono stata via, ti sei dato da fare.

DAVIDE               - Mi ci diverto.

FRANCA              - Già. Il tuo hobby. E l’ufficio?

DAVIDE               - M’era rimasta una settimana di ferie arretrate.

FRANCA              -  Senti. Parte della roba dell’appartamento di prima, non potrebbe servirti per la tua tana?

DAVIDE               - Escluso.

FRANCA              -  Naturalmente. Il giorno che mi permetterai di sdebitarmi un po’, ti sembrerà di macchiarti le mani. La tua protesta sociale. Anche con me?

DAVIDE               - (una breve risata secca) Figurati. È che quella tana da bestia selvatica è proprio ciò che fa al caso mio.

FRANCA              -  Cos’è, allora? Perderesti la supremazia che ti viene dal disinteresse?

DAVIDE               - Fa conto. Chi nulla chiede, chiede sempre di più. Sei proprio tanto sicura che, un giorno, non ti presenti il conto?

FRANCA              - Più ti conosco e meno ti capisco.

DAVIDE               - Accade sempre così, nella vita. Si capiscono bene soltanto coloro che si conoscono male.

FRANCA              - (netta, diretta) Una donna, almeno, ce l’hai?

DAVIDE               - Bè, ognuno fa quel che può, quando può e come può.

FRANCA              - Tanto perché il mistero si diradi.

DAVIDE               - E’ inutile darsi da fare a scoprire i sepolcri. Nove volte su dieci, sono vuoti. Onoriamo i morti nelle loro lapidi senza cercare quel che ricoprono.

FRANCA              -  Mah, uomini come te, a seconda delle circostanze, fanno l’effetto di essere capaci di portare, sotto la camicia, indifferentemente il cilicio o il mitra.

DAVIDE               -  E, magari, niente del tutto. O peggio, l’uno quando sarebbe necessario l’altro e viceversa. Siamo i figli della pace, il che, per qualcuno, è più scomodo ancora che essere i figli della guerra.

FRANCA              -  Come ti pare. Tu continua a farmi da maestro e io continuo a farti da allieva. Se è questo a cui tieni...

DAVIDE               -  Te l’ho detto. Mi diverte. Del resto, non è che tu ne avessi molto bisogno. Non sei certo il tipo dell’alunna, tu.

FRANCA              - Dipende dall’insegnante. Si alza e lo sfiora sulla guancia con un bacio di confidenza, completamente asessuale. Lui si ritrae con un gesto fin troppo repentino. Non c’è verso. Irrisarcibile.

DAVIDE               - Soprattutto in natura.

FRANCA              - (incredula e poi naturalissima) Comincio a temere di sì... Ti preparo un caffè, così inauguro la cucina.

DAVIDE               - Nemmeno a farlo apposta, ora che ci penso, il caffè è l’unica cosa che manca.

FRANCA              - Meno male. Una cosa, almeno, manca.

DAVIDE               - Ti dispiace?

FRANCA              - Anzi. È un piccolo modo, se Dio vuole, di essere umano.

DAVIDE               - E’ soltanto una trascuratezza.FRANCA           Bisogna sapersi accontentare. In compenso, immagino, ci sarà già lo zucchero, il tè, la marmellata, il riso, l’olio, il burro, gli spaghetti...

DAVIDE               - Anche il sale e il pepe e i funghi e i piselli in scatola. Oltre a tutto il rifornimento del bar. Solo marche celebri. Un occhio della testa. Anche di ciò troverai la fattura.

FRANCA              - Ma certo. Sulla pettiniera. (Affettuosamente ironica) E pretendi di essere un letterato. Sembri un ragioniere.

DAVIDE               - Un letterato ragioniere: è appunto quel che vorrei essere. Dopo essersi messa a sedere provando due poltrone e il divano successivamente.

FRANCA              - Eri qui da un pezzo?

DAVIDE               -  Una mezz’ora. Il tempo di dare un’occhiata al “Corriere”.

FRANCA              -  Anche ad altri giornali, mi pare. Ce n’è un mucchio dietro al divano.

DAVIDE               - Che occhio... C’è stata la solita mondana assassinata. L’hanno caricata in viale Maino, stanotte, e l’hanno scoperta, stamattina, all’Idroscalo, con la gola squarciata e un seno decapitato. Come vedi, abbiamo anche noi i nostri delitti all’inglese. Il seno è stato trovato, a venti metri di distanza, da un prete che passava; ed è l’unico particolare piccante nella banale monotonia di un classico fatto di cronaca nera. La professione motorizzata va diventando rischiosa.

FRANCA              - Povera disgraziata.

DAVIDE               - Incerti del mestiere.

FRANCA              - Per caso, vuoi farmi paura?

DAVIDE               -  Sei modesta. Che hai da temere, tu? Appartieni alla aristocrazia della professione. A non contare che, sulla porta, c’è una serratura americana da far invidia ad una cassaforte.

FRANCA              - Non ti rimane che da indicarmi il posto delle prese di corrente del frigidaire e dell’aspirapolvere e poi mi hai dato tutte le informazioni. Perché non ti sei segnato tutto su un pezzo di carta? Facevamo più presto.

DAVIDE               - Non è che tu sia tornata molto di buon umore, mi pare.

FRANCA              - Tutt’altro.

DAVIDE               -  Mica pericolo che ti scappi di bocca se la baracca ti piace o no.

FRANCA              - Hai pensato tu, a tutto.

DAVIDE               - Non ti va. E ti fai riguardo a dirmelo.

FRANCA              - Non mi va, semmai, questo eccesso di pianificazione. Diventa quasi un’attività scientifica.

DAVIDE               - E perché no? La nostra è una società esasperatamente specializzata. Conoscere un numero sempre maggiore di cose su un numero sempre minore di cose. Il segreto è tutto qui. Non per niente, viviamo nell’era della tecnica.

FRANCA              - Oh, sai, in certe faccende...! quello che cercano è soltanto di potersi togliere la maschera ed essere, per qualche ora, sinceri con se stessi; e, chi si presta al gioco, gli dia l’illusione di non giudicarli, prendendo sul serio le loro debolezze.

DAVIDE               -  Lo chiami poco? Non ha prezzo. Non ha prezzo la cosa in sé e non ha prezzo l’averlo capito.

FRANCA              - Nove volte su dieci, il meno importante è proprio ciò che, chi ne è fuori, crede il più importante.

DAVIDE               - Meglio ancora. Si investe, nientemeno, lo spirito. (Largo gesto circolare) Abbastanza frivolo per un appartamento normale e sufficientemente borghese per un quartierino particolare. Non dici? Ciò che conta è sentirsi a proprio agio.

FRANCA              - Mah... mi sa un po’ “Signora della camelie”. Non trovi?

DAVIDE               -  Lascia perdere le glorie del passato. Le regine della galanteria hanno fatto la loro stagione, come l’hanno fatta le Circi perverse che le sono succedute. Tempi eroici. Oggi va di moda l’evasione igienica che abbia il più possibile un’aria familiare. Fa conto delle assistenti sociali. Guadagnate, forse, altrettanto, ma non siete destinate a passare alla storia. Soprattutto, non finite né tisiche né suicide. E questo non è un progresso da poco. Professionismo puro.

FRANCA              - E’ terminata la lezione?

DAVIDE               -  Fin che ho in mente: stamattina, hanno consegnato anche la “spider” nuova.

FRANCA              - M’era, giusto, parso d’averla vista, scendendo dal tassì, giù, davanti al portone. Rossa. Come l’avevo scelta io. Un errore, secondo te... Eh, un errore?

DAVIDE               -  Proprio errore, magari no. Rossa era quella che ci voleva per l’abitazione di corso Garibaldi. Un po’ meno per via Visconti di Modrone. Un trascurabile scarto di stile, se vuoi.

FRANCA              - Un errore, via. Strano che tu me l’abbia lasciato commettere.

DAVIDE               - Meglio questo che un altro.

FRANCA              - Per esempio?

DAVIDE               - Per esempio quest’ultimo viaggio.

FRANCA              -  Mezzo milione e un abito da sera di Dior, per una settimana, ti sembrano un errore?

DAVIDE               - Un anno fa, no. Oggi, forse sì. La maggior virtù di una donna è saper scegliere chi la sceglierà. Al livello a cui sei giunta, il successo non consiste nell’aumento della clientela ma, semmai, nella sua selezione. Il criterio della quantità deve cedere a quello della qualità. Da quel taccuino (fa segno in direzione di un trumò) ne andrebbero cancellati un terzo almeno. Ieri sera, avevo un’ora di tempo, son venuto qui ed ho segnato una croce vicino ai nomi che, secondo me, dovresti cominciare a lasciar perdere.

FRANCA              -  Nemmeno passato per la mente che potesse entrarci anche qualche preferenza personale?

DAVIDE               -  Nemmeno passato per la mente. Se tu avessi avuto delle preferenze personali, se ci avessi messo qualcosa di tuo, non saresti mai potuta arrivare dove sei arrivata.

FRANCA              - Questo può essere anche vero.

DAVIDE               - E, in ciò, sei esemplare. Una perfetta realtà del tempo. Eserciti modernamente una professione antica e insostituibile; con pulizia, scrupolo e lealtà. Non se ne trovano molte. Tu hai l’immoralità onesta come altri hanno la moralità disonesta. A non contare che ciò che è necessario non è mai né disonesto né immorale. C’è più rispettabilità di quanto non creda, in tutto ciò. Non sarebbe male che ne prendessi coscienza.

FRANCA              - Non ci ho mai pensato.

DAVIDE               - E’ anche comprensibile. Tu non devi fare della teoria.

FRANCA              -  A quella pensi tu. Devi pur raccogliere il materiale per il tuo prossimo romanzo.

DAVIDE               - Considerala la mia parte di utili.

FRANCA              - Sta attento che la realtà non ti diventi un’invenzione.

DAVIDE               - Rischio già preventivato.

FRANCA              - Siamo una bella coppia, noi due, va là. E dire che la mia tendenza è sempre stata di semplificare le cose.

DAVIDE               -  Ma è appunto quello che stiamo facendo. La fisionomia di una società è definita dai suoi bisogni. È naturale che essa paghi il giusto prezzo gli strumenti che li soddisfano. Tutto sta a non barare, né da una parte né dall’altra. C’è chi marcia in bicicletta e chi circola in fuori serie. Esistono macchinette utilitarie e macchine di lusso, come esistono donne da strada e donne come te, ecco tutto. Più semplice di così...!

FRANCA              - Ma io? Io per me, dico. Resta da vedere quanto debbo al mio istinto e...

DAVIDE               - (interrompendola) Istinto? Ma se la tua forza consiste unicamente nell’aver compreso la inattualità dell’istinto e del sentimento.

FRANCA              -  Intendo istinto pratico, buonsenso. Volevo dire quanto devo al mio istinto pratico e quanto debbo a te.

DAVIDE               - (ambiguo) Facciamo metà e metà. Ma ci rimetti.

FRANCA              -  Ho capito: il tuo romanzo, tu lo stai scrivendo con me. Ma quello che fai, quello che hai fatto, lo consideri onesto, morale, rispettabile?

DAVIDE               - (sarcastica) Io sono idealista. E per gli idealisti queste parole hanno un significato mutevole. Supponi che io aiuti la spinta dei tempi verso un loro equilibrio. La fissazione degli idealisti è sempre stata quella di voler dare un senso alla cronaca. Non è poi detto che il caos non debba avere le sue leggi. Un breve silenzio e una breve riflessione.

FRANCA              - Cosa ci sarà mai dentro di te?

DAVIDE               - (volubile) Della curiosità e nient’altro. Io vivo soltanto di curiosità... E così, t’è, poi, piaciuta Parigi?

FRANCA              - Non ha fatto che piovere. Quasi quasi, è preferibile la nebbia di Milano. Vedevo due films al giorno. Tranne la sera, ero sempre libera.

DAVIDE               - Sono i vantaggi delle riunioni del Mercato Comune.

FRANCA              - Posso dire che, di Parigi, non ho visto che i cinema e i locali notturni. In sette notti, me ne avrà fatti visitare, a dir poco, una trentina. Fuori dall’uno, dentro nell’altro.

DAVIDE               - Naturale. Obblighi di rappresentanza. Facevi parte del suo prestigio economico.

FRANCA              - Mah. Mi sa, povero diavolo, che si annoiasse più lui di me. Ha fatto eccezione soltanto per la tomba di Napoleone. Me l’ha voluta far conoscere ad ogni costo. Ha perfino rinunciato ad una riunione, figurati. E mi ha spiegato tutte le bandiere, sbagliando le date.

DAVIDE               -  Avrà il complesso napoleonico. È una specialità di molti industriali.

FRANCA              - Unica soddisfazione, ho potuto constatare che il mio francese non è poi tanto male. Certamente era migliore del suo.

DAVIDE               -  Bè, s’è fatto tardi. Il mio caffè vado a bermelo fuori e poi rientro nella mia tana.

FRANCA              -  Non mi fai compagnia a cena?

DAVIDE               -  Un’altra sera. È meglio che tu prenda confidenza da sola col tuo nuovo appartamento.

FRANCA              - Lasciami un po’ di sigarette. Gliene getta il pacchetto sulla poltrona e, mentre lei ne accende una, si pone davanti alla finestra e con un gesto teatrale verso l’esterno, accompagnato da una punta di sinistro istrionismo.

DAVIDE               - Penetrando nella cerchia dei Navigli, la gente dovrebbe mettersi sull’attenti. Sei all’ultima stazione. La tua marcia d’avvicinamento è giunta al cuore della fortezza. Nel suo breve raggio, questa nebbia nella nebbia, è una nebbia preziosa. Il tesoro che essa custodisce è un codice segreto, privilegio di pochi, antico come l’umanità. Si rinnovano i modi di farlo rispettare ma i suoi fondamenti rimarranno sempre uguali: la potenza del denaro e l’impermeabilità delle caste. Le sue leggi non furono mai scritte; non per questo sono meno rigide e spietate. È un ingranaggio affascinante, pauroso e inaccessibile. E tuttavia, dove non è permesso entrare per la porta d’onore, si può, qualche volta, scivolare per la porta di servizio. Fa una pausa ad effetto. Si volta, si fruga nelle tasche e con molta disinvoltura. Ed eccone i grimaldelli. Queste sono le chiavi dell’appartamento e queste quelle della macchina. Sappili usare. Ne hai diritto. Le fa cadere sul divano. Ah, la cosa più importante. Son riuscito a farti trasferire qui il vecchio numero telefonico. Tanta fatica meno. La miccia di un ordigno esplosivo può ben essere formata anche dal filo di un telefono.

FRANCA              -  (giocando a far saltare le chiavi da un palmo all’altro delle mani) Dì un po’, anche se è rossa, la macchina vecchia la potresti usare tu.

DAVIDE               - Troppo vistosa per me. Io sono un essere grigio che deve passare inosservato. Per quel che ho da fare, mi serve meglio la mia asmatica millecento.

FRANCA              - Un favore me lo fai?

DAVIDE               -  A tua disposizione.

FRANCA              - Una cartolina illustrata l’avresti accettata, no?

DAVIDE               - Mi hai mandato addirittura una lettera e non l’ho respinta.

FRANCA              - Bene. Alla stregua di una cartolina illustrata, mi dovresti insegnare il modo di farti accettare – non ridere – almeno un pigiama.

DAVIDE               - (un affettuoso sogghigno) Che idea t’è venuta?

FRANCA              -  Evidentemente sono più sentimentale di quanto mi creda. Ero entrata in un negozio di Parigi per acquistare delle sottovesti. Curioso, una vetrina splendida, tutta di indumenti femminili, di stupendo pizzo viola. E, in mezzo, un unico pigiama maschile, bianco. Mi sei venuto in mente tu e non ho voluto tornare a Milano senza portartelo per ricordo, ecco tutto. Stupido, no?

DAVIDE               - Chi fece quella vetrina dovrebbe darsi alla letteratura morbida. Comunque, non andar mai a raccontare una cosa simile a un psicanalista.

FRANCA              - Ce l’ho in valigia. Te lo vado a prendere.

DAVIDE               - Non rincaso subito. Lo porterò via un’altra volta. Lasciamolo qui, per ora... Favore per favore e letteratura per letteratura, vuoi fare una cosa? Fallo indossare, una notte, al tuo primo visitatore nella casa nuova.

FRANCA              - Ho sentito bene?

DAVIDE               - Così, per scaramanzia. Perché non portino male, i regali devono essere stati usati, no?

FRANCA              - Bada che sono capace di farlo.

DAVIDE               - Scommetto di no.

FRANCA              -  Scommessa accettata. Una cena. Lo troverà solo un po’ strano perché ha, su, ricamate, le tue iniziali.

DAVIDE               - Meglio.

FRANCA              - Mi sa che sarebbe più grave andare a raccontare questo ad un psicanalista.

DAVIDE               -  Forse. Le dà la mano e si dirige verso l’anticamera.

FRANCA              - Quando ti rifai vivo?

DAVIDE               - Dipende dall’umore. Sono sulla soglia e comincia a squillare il telefono. Non si perde tempo.

FRANCA              - (tutto un po’ più affrettato) Fa attenzione. Con questa nebbia, non si riesce a circolare.

DAVIDE               -  La nebbia è il mio elemento. Mi mette addosso una strana eccitazione. Una città nella nebbia è esaltante, spalancata ad ogni più inverosimile disponibilità... (il telefono insiste) Ma rispondi, rispondi.

FRANCA              - Sii prudente.

DAVIDE               - Fin che va...! E via. Si sente chiudere la porta. Il telefono chiama ancora e lei va a rispondere.

FRANCA              - (senza nulla di professionale. Più seria che allegra) Sì... Oh, chi si risente!... Bè, sì, piuttosto in forma... Come no? La verifica è permessa... Ma va!... Certo. Niente malinconia... Allora, sei tu a non essere in forma... Stasera?... Se non ti fa nulla, preferirei domani... Tutt’altro... Ma no. Ho viaggiato tutta la notte e sono un po’ stanca... Estero, sì... Va bene, sei gentile... Senz’altro. Domani, più in forma che mai. Mi fai una telefonata dopo le undici e così ti dico dove mi devi venire a prendere... Meglio ancora. A casa mia... D’accordo. Così inaugurerai il nuovo appartamento. L’indirizzo te lo dò domani, quando telefoni... Intesi... Ah sì?... Salutalo a nome mio e digli che non si trascurano così le amiche... Hai capito?... Bene. Che mi telefoni. Sarò contenta di vederlo... Da Stresa? Però!... (Una risata discreta a bocca chiusa) Bè, naturalmente... Sì. Ciao. Appena finita la telefonata, dà voce al grammofono, va dietro al divano, raccoglie tutti i giornali, li rimette in sesto, stirandoli col dorso della mano e li scorre, uno per uno, alla pagina dove sono stati lasciati aperti. Cosa cerca mentre viene cancellata dal buio? Son passati alcuni giorni. Ci se ne accorge da uno stentoreo mazzo di rose brucianti che sono andate a sostituire i taciti gladioli bianchi di prima; e da una sciarpa da uomo a due facce, seta e lana, gettata sulla spalliera di una poltrona. Si fanno sentire tre scampanellate, una lunga fra due brevissime. LaFRANCA, in un’elegante vestaglia da casa, esce dalla stanza da letto e va in anticamera ad aprire. Quando ritorna, accompagna un bel giovanotto maschio, atletico, allegro, simpatico e brillante, da mettere la mano sul fuoco. Si chiama Silvano ed è di Vigevano.

FRANCA              -  Un secolo che non sentivo più ’sto genere di scampanellata.

SILVANO             - E chi sapeva dove eri andata a finire?

FRANCA              - Ma va!... Son qui da meno di tre settimane e non t’eri fatto vivo da sei mesi. Ti credevo morto.

SILVANO             - Fa conto. Seppellito, cinque mesi, a Lubiana, dove, il vecchio ha avuto la pensata di aprire una succursale dello stabilimento.

FRANCA              - Allegri.

SILVANO             - Quello sarà felice solo il giorno che gli uomini saranno dei millepiedi e avranno bisogno di cinquecento paia di scarpe ciascuno.

FRANCA              - Si capisce, per uno che fabbrica calzature...

SILVANO             - Ma che bisogno c’era di invadere la Jugoslavia? Hanno due soli piedi a testa anche gli jugoslavi.

FRANCA              - Lamentati. Lui semina e tu raccogli.

SILVANO             -  Ma che se ne fa? Io e lui e la tavola è bella e sparecchiata.

FRANCA              - Ti sei arreso anche tu a mettere la testa a posto, insomma.

SILVANO             - Se così ti pare. Ma c’era la sua ragione.

FRANCA              - Però, almeno un saluto alla vecchia FRANCA, una volta tanto...

SILVANO             Chiamati vecchia. Non t’ho mai vista così affascinante.

FRANCA              - Per venie da uno come te, è un fior di complimento.

SILVANO             - Puoi ben dirlo. Due settimane fa, ho fatto un salto su, in corso Garibaldi, ma, nel tuo appartamento, ora c’è un parrucchiere per signora, carico di braccialetti e biondo come una maionese.

FRANCA              - Non ti sarà parso vero.

SILVANO             -  Fa conto la Cabiria. Te lo ricordi alla “Giamaica”? L’amico di quello specialista in ricatti al quale dovetti rompere la faccia, in galleria alla Scala, in un intervallo del “Rigoletto”?

FRANCA              -  Cosa sono, tre, quattro anni? I compagni dei tempi grigi. Ci vai ancora?

SILVANO             - E’ da quel dì. Non hanno in testa altro che la pittura informale e la recitazione epica di Brecht. M’hanno stufato. Fa un giro circolare per la stanza e fischia. Accidenti se ti sei sistemata!...

FRANCA              - Whisky?

SILVANO             - Magari pure. Glielo versa e gliel’offre. Alla salute!... Me lo fai levare ’sto impermeabile?

FRANCA              - C’è bisogno di domandarlo? È un impermeabile bianco, a cintura, foderato di pelliccia. Se lo toglie e lo getta, con la sciarpa, su una poltrona.

SILVANO             - Non so come tu faccia a resistere in questo caldo.

FRANCA              -  Ho patito tanto freddo, i primi anni di Milano, che non mi sono ancora rifatta. Stenodattilografa a sessantamila lire al mese, con la fissazione di essere iscritta all’università, ne rimanevano pochi per la stufa.

SILVANO             - E i tuoi?

FRANCA              -  Sempre là, fuori Pavia. Non ci si è, si può dire, più visti. Cosa vuoi? Sarebbero spiegazioni difficili.

SILVANO             - Ancora il loro spaccio di sale e tabacchi, scommetto.

FRANCO              - Naturalmente. Ci cavano da vivere e, nel quartiere, sono una piccola autorità.

SILVANO             - E magari continuano a ignorare l’onore di avere per figlia una delle più quotate ragazze squillo della capitale morale.

FRANCA              -  Più o meno. Ma da chi hai avuto il mio nuovo indirizzo?

SILVANO             - Dal Davide. Ci siamo incrociati in Piazza Napoli ieri sera. Lui tornava a casa, io stavo filando un’Appia.

FRANCA              -  Perdura la tua specialità dei pedinamenti notturni, a quel che sento.

SILVANO             - L’uomo è una bestia che non cambia. Cos’è una grande città di notte! La brava gente che se ne va a letto, dopo aver visto la televisione, non se lo sogna neanche. E nemmeno, ho idea, gli angeli custodi di via Fatebenefratelli che girano con le camionette a fare il pieno dei vizi... E’ stato lui, il Davide. Sai niente della FRANCA? faccio, nel salutarlo. E m’ha detto dove t’eri trasferita.

FRANCA              - Il Davide? Stenterei a crederlo.

SILVANO             -  Ci avrà tenuto a farmi sapere che è sempre il tuo consigliere segreto. C’è la sua zampa, qui, vero?

FRANCA              - Cambia discorso, Silvano.

SILVANO             - Dì la verità, è l’amico del cuore? Hai sempre avuto un debole per lui.

FRANCA              - Gli devo molto.

SILVANO             - Ma è lui?

FRANCA              -  Sei fuori strada. Mai avuto amici del cuore, la sottoscritta.

SILVANO             -  Una tomba, tu. Fai bene. È la tua garanzia. Fosse così dappertutto.

FRANCA              - (a sedere, in faccia a lui) Dunque, ti sei messo a lavorare.

SILVANO             - Per forza. Dopo quel che era successo, il vecchio mi ha ingranato. Sennò, m’avrebbe tagliato i viveri.

FRANCA              - Quel che è successo cosa?

SILVANO             - Ma va là, figurarsi se non lo sai.

FRANCA              - Non lo so.

SILVANO             - Sei una delle poche in tutta la Lombardia.

FRANCA              - Non so che farci. Scusa, se non vuoi dirmelo...

SILVANO             -  Una più, una meno, oramai è fatta. Una delle solite serate, sai...

FRANCA              - Delle solite... vostre, probabilmente.

SILVANO             -  Oh, hai perso la memoria? Ci mettiamo a scoprire l’acqua calda?

FRANCA              - Non offenderti. Scusami.

SILVANO             - Anzi. Grazie della discrezione; ma, fra noi, non è il caso, mi pare.

FRANCA              - Va bene. Come vuoi, non è il caso.

SILVANO             - Sì, non è il caso... Sul lago, in giugno, nella villa del Sergio. E, fino a una certa ora, era anche riuscita mica male. Avevano avuto la trovata di venire: tre camuffati da Cleopatra e uno solo da Marcantonio. Erano stati piuttosto spiritosi. Però, una ventina: troppi. Gliel’ho sempre detto al Sergio. Ma lui è un mistico; ha la mania del proselitismo. Sarà per via di quella villa che non finisce mai e, per quanta gente ci si insacchi, sembra sempre vuota. Che ti devo dire? I vecchi e quella nasona di sua sorella erano in crociera e lui, immaginarsi, non gli era parso vero. Scatenato. Sai com’è. Insomma, venti.

FRANCA              - (sorridendo, perfino un po’ affettuosa) Il Sergio. Con la sua aria da sacrestano in peccato mortale.

SILVANO             - C’erano rappresentate tutte le classi sociali, dall’aristocrazia al proletariato, non escluso un negro ballerino, dallo strip-tease formidabile. Già, hanno un bel dire: l’unico ambiente dove la democrazia non sia un nome vano.

FRANCA              -  Ed anche la uguaglianza razziale. Ce ne stiamo accorgendo.

SILVANO             -  Bè, saranno state le tre e non s’era neanche bevuto tanto. Il Bruno fa...

FRANCA              - Il Bruno chi?

SILVANO             - Non lo conosci. Una fogna. È entrato nella ghenga più tardi, uno di Varese. “Sono stufo di Oscar Wilde. Quel povero Manzoni, fa, è un poeta trascurato. Usciamo in mezzo al lago e che abbia anche lui la nostra commemorazione”. Io gli dico: “Guarda che sbagli la geografia. Questo non è il lago dei Promessi Sposi. È un altro. Piantala”. Impazzito! “Sei un pedante”, si mette a gridare. E mi tira una scarpa in faccia, finendo per colpire una specchierona del Settecento che va in frantumi. Basta. Purché non facesse un disastro, ci si mette metà in motoscafo e metà in barca – pieni così! – e si esce sul lago per lasciargli declamare: “Addio monti sorgenti dalle acque...”.

FRANCA              - “... ed elevati al cielo”. Piuttosto cretino, tutto ciò, abbi pazienza.

SILVANO             - Dopo, sì, parve cretino a tutti. Recitava anche da cane. Ma, allora, no. La causa di tutto fu di non aver caricato insieme, sulla stessa imbarcazione, il Guido e il Massimiliano.

FRANCA              - Sono ancora in circolazione? Buoni, quelli.

SILVANO             - A chi lo dici? Come non fossero già abbastanza gelosi in borghese, quelle matte avevano avuto l’idea di travestirsi, il Massimiliano da De Grieux e il Guido da Manon Lescaut, coi famosi smeraldi di sua madre al collo. S’erano fatti, nientemeno, disegnare i costumi dalla De Nobili. Una cosa fantastica: la Wanda ai suoi bei dì. Il manzoniano da Varese non era ancora arrivato in fondo che De Grieux, dal motoscafo, quella iena, comincia ad insultare, coi peggiori aggettivi, la Manon che stava sulla barca, abbracciata a Marcantonio. Lei si mette a rispondergli per le rime e tenta di colpirlo con un remo in testa.

FRANCA              - A rischio di finir tutti in acqua.

SILVANO             - E’, appunto, quel che è accaduto. E ci finirono anche quelli del motoscafo, me compreso, nel tentativo di aiutarli a tirarsi su.

FRANCA              - Una bella fifa.

SILVANO             - Eppure, guarda, tutto si sarebbe, forse, risolto in un bagno e molti moccoli se non fosse successa la disgrazia.

FRANCA              - E’ successa anche una disgrazia?

SILVANO             -  Sul primo momento nessuno se ne era accorto. Quando ci siamo contati, ne mancava uno. Il solo svizzero della compagnia, era anche l’unico che non sapesse nuotare. Venticinque anni. Due metri, quasi un quintale e, in quel punto, mezzo chilometro di profondità più o meno. Era andato giù, dritto, senza nemmeno avere il tempo di dir ài. Adesso, ogni tanto, vien giù un suo amico da Bellinzona, si fa portare sul punto dove è affogato e getta nel lago un mazzo di garofani con una pietra dentro perché caschi giusto e non rimanga a galla. Una cosa commovente, postuma platonica.

FRANCA              - Roba da matti.

SILVANO             - Figurati, dover chiamare aiuto e tornare a riva conciati a quel modo. Il Guido, dissennato, perché durante la bevuta, gli smeraldi della vecchia, il tesoro di famiglia erano finiti ai pesci e l’unica, improbabile eventualità di recuperarli rimane quella di trovarsene qualcuno sul piatto, nello stomaco di una trota lessa. Lo svizzero come neanche fosse mai esistito. Soltanto più la collana. Pretendeva di far scendere dei sommozzatori. Ora, quella povera donna di sua madre si illude di far rientrare lo scandalo, presentandosi, all’inaugurazione della Scala, con una imitazione falsa della collana che, pare, le stia preparando un gioielliere di Monte Napoleone. Nemmeno a farlo apposta, l’opera di inaugurazione, quest’anno, è la “Manon”. Sarà una bella “Manon” quella sera. La donna si mette a ridere, senza riuscire a trattenersi. Tu ridi. Adesso è passata. Ma ti dico io... In guardina a Como, fino al pomeriggio del giorno dopo, in quelle condizioni; le tre Cleopatre che battevano i denti dal freddo, il consolato svizzero in agitazione... Per poco non interviene l’Interpol. Una cagnara, guarda!...

FRANCA              - Però, tutto è finito lì. Meno male.

SILVANO             -  La cosa fu messa a tacere. Sai, oh, c’era implicata mezza Lombardia. Ma la nostra risorsa fu che il... bè, meglio non far nomi. Uno di quella notte, insomma, ha il padre senatore. In qualsiasi occasione, di questi tempi, è sempre utile imbarcarne qualcuno. Però, a tacere per modo di dire. Fino a quel giorno se ne mormorava vagamente; da quel momento, capirai, furono obbligati a prenderne atto. Dal delitto Bellentani in poi, non si era mai chiacchierato tanto.

FRANCA              - E così, sei andato in esilio per cinque mesi.

SILVANO             -  Appunto. Debbo anche dire che il vecchio si è comportato meglio di quanto ci si poteva aspettare. Non ha drammatizzato. Si è limitato a farsi venire la malinconia. E bisogna riconoscere che gli dona.

FRANCA              - Che poteva fare, con una lenza del tuo stampo?

SILVANO             - Già. È anche vero.

FRANCA              - Di conseguenza la compagnia s’è dispersa.

SILVANO             - Bè certo. Per il momento.

FRANCA              - E’ stato meglio, va.

SILVANO             - Ora ognuno risolve i propri problemi a quattr’occhi, che è, poi, la cosa più saggia. L’Augusto e il Fausto, approfittando della loro natura anfibia, hanno sposato il trust dei tessili, annunciando, una settimana dopo, in un ricevimento spettacoloso, il loro fidanzamento ufficiale con le gemelle... anche qui è meglio lasciare in bianco il nome. Esse sanno tutto, naturalmente, ma non le è parso vero. Facevano le bave per loro. Due magnifici ragazzi e con la grana che hanno, capirai. E così, le sole a guadagnarci qualcosa sono state quelle due racchie. Il Massimiliano e il Guido come il caso non fosse loro. Il dritto è stato il Matteo che se l’è filata a Londra a far pratica di lingua, dice. Bah!... E non s’è ricordato del Gianfranco B. il quale credette di essere il più furbo riparandosi dietro a una denuncia per normali atti osceni in luogo pubblico. S’era messo d’accordo con un amico della polizia, così anche lui, e s’era fatto sorprendere, alle otto di sera, nel centro di Como, mentre baciava furiosamente una ragazza, ignara della parte che era chiamata a sostenere, senza tener conto che le calava una settimana per compiere diciotto anni. Risultato: adesso deve rispondere dell’aggravante di corruzione di minorenne. Evidentemente, per salvare la faccia, nessun prezzo è troppo alto. Ecco, questo è tutto.

FRANCA              - E’ abbastanza.

SILVANO             - Bè, sai, in seguito, il tempo... quando c’è interesse a dimenticare, soldi e aderenze in alto loco... sistema tutto. D’altronde, si è talmente in tanti, dappertutto, che comincia a non essere troppo prudente averci contro. A un certo punto, diventa una forza elettorale.

FRANCA              - Già. Non ci si pensa mai a questo.

SILVANO             -  Ci si pensa, ci si pensa. Cosa credi, che, in Parlamento, non ci siano dei nostri rappresentanti?

FRANCA              - Un partito nei partiti.

SILVANO             -  E’ più comodo. E poi, che vuoi farci? Mica posso cambiarmi, no? Non tutti i giorni uno finisce in fondo al lago di Como.

FRANCA              - Cosa sei!... Si è andato rivestendo dell’impermeabile e, senza badarci, anziché la propria, prende l’altra sciarpa che è sulla stessa poltrona. La ragazza, senza parlare, gli fa di no, gli fa cenno che non è quella. Lui la guarda interrogativamente. Ti sbagli.

SILVANO             Mi sbaglio che?

FRANCA              Quella lì non è la tua sciarpa.

SILVANO             -  Come non è la mia sciarpa?

FRANCA              Silvano, dài. Eccola la tua. La prende ed ora che l’ha in mano, si accorge che l’errore è più che giustificato. Le due sciarpe sono eguali.

SILVANO             - Curioso. Sono identiche. Vedere. (Gliela toglie e la confronta con l’altra) Identiche. Guarda qui. Pozzi, Via San Pietro all’Orto e Pozzi, Via San Pietro all’Orto. Ma naturale. Le ho... (il baleno d’una rivelazione incredibile, subito rimediata) l’ho presa dieci giorni fa.

FRANCA              -  (vagamente insospettita, per tagliar corto) Chissà quante sciarpe uguali ci sono al collo della gente in tutta Milano. O pretendevi l’esclusiva del modello?

SILVANO             - A dir la verità, me l’avevano garantita. Vatti a fidare. Però è strano. Chi te l’ha data?

FRANCA              - (subito mordendosi le labbra) Non me l’hanno data. L’hanno dimenticata.

SILVANO             - A chi appartiene? È lecito?

FRANCA              - No. E poi non lo conosceresti.

SILVANO             - Chissà!... E’ un tuo... cliente? Dài. Sai che sono curioso come una scimmia.

FRANCA              -  Anche se volessi, non potrei dirtelo. È stato qui due volte in tutto e non ne conosco che il nome di battesimo.

SILVANO             - Dimmelo.

FRANCA              - Sei suonato, Silvano. Ti posso dire soltanto che è una persona molto perbene.

SILVANO             - Ah, non ne dubito. Siamo tutti persone perbene. Almeno descrivimelo. Giovane, vecchio, di mezza età...? Dài!...

FRANCA              - Ma, dico, ti gira? Anzi, scusa, è meglio che tu fili.

SILVANO             - Lo aspetti?

FRANCA              - Aspetto qualcuno. Non far domande. Sai che mi secca.

SILVANO             -  Noo, non è possibile... non è possibile. Sarebbe la follia! Nemmeno si fossero messi d’accordo, suona il campanello alla porta.

FRANCA              - Accidenti. Ora, come faccio?

SILVANO             - Non vuoi farmelo incontrare, naturalmente.

FRANCA              - Ti sembra di buon gusto? Farei la figura, via uno sotto l’altro. Sono una così?

SILVANO             -  Più che giusto. Ne andrebbe della mia stessa reputazione.

FRANCA              -  Fa una cosa. Nasconditi in cucina e, appena sarà entrato, svignatela. Bada a non far rumore, chiudendo l’uscio. Va. Va.

SILVANO             - Dov’è ’sta cucina?

FRANCA              - Vieni. E comincia a spingerlo in anticamera, dopo aver ficcato la sciarpa sotto un cuscino.

SILVANO             - Mi chiudi dentro?

FRANCA              -  E poi, come fai a battertela? Parola, te ne vai dritto. Mica scherzi. Nuovamente il campanello e lei, ad alta voce, verso la porta. Eccomi. (Ora sottovoce) Ma, insomma, perché ti interessa tanto quella sciarpa?

SILVANO             - E’ che, vedi, una sciarpa uguale io l’ho regalata a qualcuno. E sarebbero già tre. Sono usciti. Quando la protagonista rientra è per introdurre colui di cui disse di non conoscere che il nome: Carlo, un uomo aitante e sensibile, di cinquant’anni, con una sorta di fragilità nell’energia, d’impaccio nella disinvoltura.

FRANCA              - Accomodati. Rimette un momento la testa fuori dalla porta e tossisce. Vuol essere il segnale di via libera per chi è in cucina. Accosta bene l’uscio e, molto semplice e molto a suo agio, spegne la luce del soffitto affidando l’illuminazione a una più discreta lampada a gambo; serve del whisky al visitatore, poi accende una sigaretta e gliela porge, quindi ne accende un’altra per sé. E, in tutto ciò, nemmeno l’ombra né di volgarità né di professionismo. Sono i modi di qualsiasi ragazza schietta, quando riceve un amico col quale è in confidenza.

CARLO                 - Grazie. Gesto evasivo di lei. Grazie, dico, di avermi dato subito del tu. M’hai evitato un disagio. Basta niente... una piccola preoccupazione e uno si ossessiona e perde qualsiasi spontaneità. Tutto il pomeriggio, in ufficio, non ho fatto che pensare a questa formalità del tu. Ti figuri?

FRANCA              - E’ solo la terza volta che ci vediamo.

CARLO                 -  La terza o la centesima è questione di temperamento. Gli altri tuoi amici, immagino, avranno molto più disinvoltura ed... esperienza di me.

FRANCA              - (che non intende raccogliere la domanda) Ti aspettavo più tardi. S’era detto alle otto. Mi sarei fatta trovare un po’ più in ordine.

CARLO                 -  E questo significa che, gli altri, sono anche meno impazienti. Devo sembrarti piuttosto ridicolo, no?

FRANCA              - A parlar così, finirai col diventarlo. E non mi sembri certo un uomo da ridicolo, tu.

CARLO                 - Oh, quanto a questo... vorrei sapere qual è l’uomo che, nella vita, prima o dopo, riesce a sfuggirci. Nel mio caso, dipende quando ci si decide a saltare il fosso in ritardo. In amore, si riesce maldestri o perché si è troppo giovani o perché non lo si è più. Non t’ho ancora detto niente di me, chi sono, cosa faccio.

FRANCA              - (sorridendo) C’è qualcosa di simile nella “Bohème”, no?

CARLO                 - Già. Mica devi credere per prudenza, per timore, sai.

FRANCA              -  (chiara, leale) Per pudore. Lo so. Chissà perché, il pudore è la cosa di cui ci si vergogna di più... Lui la guarda e le sorride con una punta di riconoscenza.

CARLO                 - ...Il pudore del pudore.

FRANCA              - Già... (Schietta) Me lo dirai se lo crederai; quando ci si rivedrà, se ci si rivedrà. Ha poca importanza.

CARLO                 -  Non è che ci siano segreti. La mia vita... Del lavoro, della solitudine e della malinconia, ogni giorno un po’ di più. Tutto qui. Niente di interessante. Soldi e scontentezza.

FRANCA              -  E poi dicono che il genio della civetteria è una prerogativa delle donne.

CARLO                 - Perché?

FRANCA              - Sto scoprendo la tua. Finalmente, una breve risata abbastanza sciolta.

CARLO                 - Parlano di un’età critica anche dell’uomo. Che devo dirti? Sarà merito di quella. Come le chiamano? Compensazioni, mi pare. Si sporge dalla propria poltrona, le prende una mano e gliela bacia sulla palma. Che vuoi fare? Uscire? Cenare in qualche posto?

FRANCA              - Lascio decidere a te.

CARLO                 - Hai qualcosa?... Mi sembri, non so, diversa.

FRANCA              - Diversa?

CARLO                 - Un viso serio, insospettito... Essa gli risponde con un sorriso rassicurante, ombrato da un piccolo sforzo affettuoso. Non mi hai detto se vuoi uscire. Si sta così bene qui.

FRANCA              - E’ ancora la “Bohème”, ma preferisco anch’io.

CARLO                 - La preferisci davvero, oppure hai capito che lo preferisco io?

FRANCA              - (si è alzata ed è andata alla finestra) Ci son sei gradi sotto zero. Quel termometro lì, appeso all’imposta, è il mio terrore. Soltanto pensare di metter fuori il naso, mi fa rabbrividire. D’inverno, divento indecentemente pigra. E dire che, all’estate, la casa mi sembra una prigione. È la stessa cosa, hai notato? per tutti coloro che sono nati in campagna.

CARLO                 - Dove?

FRANCA              - Pavia. Un po’ fuori. E tu?

CARLO                 - Milano. Un po’ fuori, anch’io.

FRANCA              - Che vuoi? Provinciali si nasce.

CARLO                 - No, provinciali si diventa. E non è uno svantaggio.

FRANCA              - Posso rimediarti una cenetta fredda.

CARLO                 - A patto che tu mi faccia compagnia.

FRANCA              - Si capisce.

CARLO                 -  E’ straordinario come, senza far niente, tu riesca a mettere in confidenza, a creare dell’intimità. Cedendo improvvisamente alla curiosità finora contenuta, ora essa sfila la sciarpa da sotto il cuscino e gliela getta sulle ginocchia. Si procede, lei inquisitoria senza parere, lui ambiguo senza sapere.

FRANCA              - La riconosci?

CARLO                 -  Avevo l’impressione di averla dimenticata qui e non osavo chiedertelo. Mi fa piacere recuperarla. Ci tenevo.

FRANCA              - E’ molto bella. Li sai scegliere con raffinatezza i tuoi indumenti.

CARLO                 - Ti pare?

FRANCA              - Dove l’hai comprata?

CARLO                 - E’ un regalo.

FRANCA              - E di chi, se non sono indiscreta?

CARLO                 -  La risposta è piuttosto imbarazzante nella mia situazione.

FRANCA              - E con la tua riservatezza.

CARLO                 - No, non per questo.

FRANCA              - Se non vuoi dirmelo...

CARLO                 - E’ che mi fa sentire quanto sia falsa la mia posizione.

FRANCA              - Falsa, hai detto?

CARLO                 - Poco normale, in un certo senso.

FRANCA              - Poco normale? Qui, o fuori di qui?

CARLO                 - Bè, qui. Alla mia età, da un momento all’altro, scusa...

FRANCA              - Vorresti, forse, dire che prima... mai?

CARLO                 - Oh molto, molto di rado. Non puoi non essertene accorta. Le donne non hanno mai preso troppo spazio nella mia vita. Non ne ho mai avuto né il tempo, né, probabilmente, la vocazione. Curioso, è come se avessi sempre... rimandato. Ecco, così.

FRANCA              - Eppure, con me...

CARLO                 -  Che vuol dire? Ci mancherebbe altro!... Ma, senza il peso di una solitudine ogni giorno più greve e la fortunata combinazione d’esserti stato presentato, forse avrei continuato a rinunciare di fare il tentativo. Decidersi a cambiare le proprie abitudini da un giorno all’altro, è un’avventura rischiosa. E buon per me che, in tua compagnia, viene tutto abbastanza facile e spontaneo; pulito, direi.

FRANCA              - (inaspettata) Sai nuotare, tu?

CARLO                 - Che strana domanda. Perché?

FRANCA              - (mentendo come fosse la verità) Pensa un po’, mi son rivista improvvisamente ragazzina, sulle rive del Ticino.

CARLO                 - Son bei posti.

FRANCA              - Sì... Ma sai nuotare?

CARLO                 - (quasi credendo a un gioco) E’ così importante?

FRANCA              - Piuttosto.

CARLO                 - Riesco a non andare a fondo, ecco tutto.

FRANCA              - Anche in acqua dolce?

CARLO                 -  E’ probabile. Comunque, se ci tieni, mi rimetterò in allenamento. L’unico sport, vado quindici giorni, l’estate, in montagna. Delle lunghe camminate, solo; qualche ascensione. In altri tempi, figurati, ero un rocciatore da non buttar via.

FRANCA              -  (riprendendo in mano la sciarpa, decisa ad andare fino in fondo) Deve proprio essere una persona di gusto chi te l’ha regalata.

CARLO                 - Eh, quello lo possiede, quello sì, fin troppo.

FRANCA              - Una dona, immagino.

CARLO                 - E quale? Senza una moglie, senza una figlia... Non mi rimane nemmeno più una sorella.

FRANCA              - Un uomo, allora?

CARLO                 - Ma da dove t’è spuntata tutta questa curiosità?

FRANCA              - (crudele) Un uomo?

CARLO                 - Se non è stata una donna, si capisce.

FRANCA              - Un conoscente, un collega, un amico?

CARLO                 - Qualcosa di più.

FRANCA              - Deve esserti molto caro da come ne parli.

CARLO                 - Nonostante tutto, sì. Non ho che lui. La vita non ti chiede il permesso quando ti lega in catena a qualcuno.

FRANCA              - Ah... Abbiate pazienza, una pausa che tira ancora un po’ la corda.

CARLO                 - Mio figlio. Anche se non si tratta del figlio ideale. Non è ben chiaro se il sospiro che essa trae, sia di sollievo, oppure di turbamento. Si tratterebbe, comunque, d’un turbamento di genere un po’ meno inquietante del precedente.

FRANCA              - Perché tanto ritegno a rivelarlo?

CARLO                 - (e la sua malinconia) Perché potrebbe essere tuo fratello, fors’anche un fratello maggiore. E vedersi così, doversi rendere conto... confessare la miseria di ridursi a comperare l’amore da chi potrebbe esserci figlia, non è certo una bella cosa. È amaro, triste e piuttosto vergognoso, ecco. Un silenzio di entrambi. Non ti pare?... Taci?... Vedi che il mio ritegno era comprensibile? Mi trovi molto vecchio stile, no?

FRANCA              -  (sincera) Taccio per tutt’altra ragione. Per una delicatezza d’animo che non avrei dovuto ferire con la mia stupida curiosità. Gli si avvicina e lo sfiora con un bacio sulla nuca. Lui le prende le mani e la fissa in viso.

CARLO                 - Grazie. Sei molto cara.

FRANCA              - Scusami. (Altro tono) Ma non ti è venuto appetito?

CARLO                 - Un po’.

FRANCA              - Cinque minuti e ti passa. È tutto pronto.

CARLO                 - (facendo l’atto di lavarsi le mani) Se permetti...

FRANCA              - Conosci la strada. Puoi usare il mio asciugamano. Egli entra nella camera da letto. Essa rimane soprapensiero, senza accorgersi che la porta dell’anticamera si socchiude per lasciar passare la testa del Silvano, figurarsi se se n’era andato!

SILVANO             - E così, siamo quasi parenti! Non fa in tempo a voltarsi, per dargli della canaglia, che già s’è dileguato. Subito dopo, scatta la serratura all’uscita. Allora lei mette su un disco. Melodico, patetico. È il “Valzer triste” di Sibelius. L’ospite riappare sull’uscio.

CARLO                 - Ceniamo dopo? Vuoi?

FRANCA              - Tanto, già, la cena è una cena fredda. Lo raggiunge e scompaiono nella camera. Sale la musica, scende il sipario.

ATTO SECONDO

“Sono cortese con la gente. Mi metto in testa un cappello duro, come usano. Dico: Sono animali con un odore speciale. E dico: Non fa nulla: sono anch’io come loro”. B.BRECHT E dài con la nebbia. È passato il tempo bastevole ad inoltrarsi nel pieno inverno milanese. Oggi,

FRANCA              - ha invitato a colazione Silvano. Il sorprenderli in simile occasione non vuol dire che ciò avvenga spesso. Sarà, massimo, la seconda volta dal pomeriggio d’autunno in cui si sono rivisti in una circostanza piuttosto singolare, tanto vera da sembrare inverosimile. Semplicemente, serviva un giorno e una combinazione che si prestassero, mercé il colloquio di due campioni di un costume, ad informare del procedere di una cronaca. Hanno finito di pranzare, sono al caffè, seduti uno di fronte all’altro.

SILVANO             - Ti aiuto a sparecchiare?

FRANCA              -  E così, ti avrei invitato a colazione per sostituire la donna di servizio.

SILVANO             - Perché se ne è andata? Scrupoli morali?

FRANCA              - No. Eccesso di confidenza con la mia borsetta. L’ho spedita io. Egli fa per alzarsi e raccogliere dei piatti. Lascia. Fin che ne avrò trovata un’altra, la mia incredibile coinquilina del piano di sotto mi presta la sua, un’ora al giorno. Non le è parso vero di poter fare amicizia.

SILVANO             - (che non ha desistito dal fare un paio di viaggi a portare le stoviglie in cucina) Non denigrare le glorie nazionali. Mai conosciuto un anacronismo più patetico.

FRANCA              - Ed anche più invadente. Se la solitudine riduce in quello stato, c’è da rabbrividire pensando al futuro.

SILVANO             - Crisi in vista?

FRANCA              - No. Perché?

SILVANO             -  Impressione. Mi sa che, da qualche tempo, la campana suoni malinconica.

FRANCA              -  Può anche capitare, ogni tanto, quando si getta uno sguardo verso il domani. A te no?

SILVANO             -  Mancherebbe altro. La vita, per me, è una serie di oggi messi in fila e chiuso. Del resto, se c’è una che non deve aver preoccupazioni sei proprio tu. La tua vecchiaia riposerà su materassi d’oro. Un po’ duri, se vogliamo, ma solidi e sicuri.

FRANCA              - Già. Tale e quale la disoccupata del piano di sotto.

SILVANO             -  Ma va! Fra te e lei c’è la differenza che passa tra il cervello e l’utero.

FRANCA              - Ah.

SILVANO             -  Fra la ragione e l’istinto, in parole decenti. Vale a dire, sulla distanza del tempo, fra il buonsenso e la nostalgia.

FRANCA              - La credi una risorsa, domani?

SILVANO             -  Mollaci, FRANCA; cambiamo discorso. È da quel dì che l’ho smessa di intellettualizzare l’argomento letto. La morale è come la felicità: uno stato d’animo personale.

FRANCA              - Mi levi una curiosità?

SILVANO             - Magari. Ma tu sei troppo perbene per aver delle curiosità divertenti.

FRANCA              -  La tua assiduità, i tuoi inviti in macchina, non vorrebbero, per caso, essere un paravento per la gente?

SILVANO             - Mi vedono frequentar te e pensano che sia rientrato nel binario giusto. Questo vuoi dire?

FRANCA              - Più o meno.

SILVANO             - Sei fuori binario tu, ora. È un trucco che ottiene ancora qualche modesto risultato solo più in provincia. Gli ultimi a crederci, a Milano, che io sappia, furono un nobile legionario fiumano – giusto, abitava lì, quasi di fronte – e una nota soprano della Scala, domiciliata a Monforte. Avevano messo insieme una commovente società di mutuo soccorso. Si sacrificarono, a farsi credere amanti, dieci anni. Lui per nascondere i suoi trasporti verso gli autisti che cambiava regolarmente sotto Natale, cedendoli a un ex colonnello dannunziano, suo commilitone a Fiume; lei per mascherare i propri entusiasmi per una giovane farmacista che, tanto di liberarsene, tentò perfino di strangolarla con una giarrettiera. Mezzo oltremodo irrazionale con una professione che le metteva a portata di mano bidoni di arsenico e di cianuro di potassio.

FRANCA              - Ma chi te le racconta tutte ’ste storie?

SILVANO             - Ne sono un collezionista. La loro specialità era farsi sorprendere abbracciati, all’arrivo dell’ascensore, davanti alla portineria. Tanta fatica e lo sapevano anche i sassi. Te li pensi i loro convegni, coll’orologio in mano, non vedendo l’ora di separarsi? Pare che, per far passare il tempo, lui le declamasse versi di D’Annunzio e lei gli cantasse romanze di Donizetti. Quando si dice i rispetti sociali!

FRANCA              - E come finì?

SILVANO             - Con un infarto. Il nobile legionario rimase secco fra un paio di braccia che era molto più facile far credere di un baritono che di un soprano. Togliti quindi dalla testa che ti imponga la mia presenza per secondi fini. Ma, se ti dispiace, faccio presto a non farmi più vivo.

FRANCA              - (con un gesto di simpatia della mano, toccandogli il braccio attraverso la tavola) No. Anzi. Mi aiuti a vincere la noia. Ma preferisco vederci qui e non in pubblico.

SILVANO             -  Franchezza per franchezza: si tratta forse di un riguardo verso il cliente del venerdì?

FRANCA              - Non toccare questo tasto, per piacere.

SILVANO             - E invece sì. Mi sa quasi d’aver scoperto l’unica base per una possibile intesa fra il genitore austero e il figlio dissipato. In fondo, le magagne altrui restano ancora il passaporto migliore per le magagne proprie... Alla faccia!... Sei stata il ciclone della sua menopausa. Basti dire che mi ha dato incarico di acquistargli ventiquattro cravatte nuove in una volta sola. Non deve averne consumate tante in tutta la sua vita. Una ogni venerdì, ne avrà per un semestre. Del resto, dopo aver varcato, al suo fianco, l’austera soglia del Savini, qualsiasi soluzione è possibile.

FRANCA              - Come sai che abbiamo cenato al Savini?

SILVANO             - Per poco non succedeva il patatrac. Stavo in Galleria, in compagnia di un tale, e se non mi fossi fermato un momento ad accendergli una sigaretta – mai che abbiano i fiammiferi – vi sarei passato sotto il naso. Quasi quasi, m’è dispiaciuto. Te la figuri la scena delle presentazioni? Un bel quartetto.

FRANCA              - Me la figuro, sì, ma non la trovo per niente comica.

SILVANO             - E’, appunto, ciò che volevo dire. Una breve sosta per accendere una sigaretta con la cicca di quella che l’ha preceduta. Ma nulla impedisce che possa fumare anche la pipa. Purché non si tratti di sigari toscani. Son rimasto in credito di una domanda.

FRANCA              - Sentiamo.

SILVANO             - Ma non risponderai.

FRANCA              - Dipende.

SILVANO             - Io provo.

FRANCA              - (un sorriso divertito) Prova.

SILVANO             - Sa far bene l’amore?

FRANCA              - Indecente! Tu non fai che pensare a una cosa sola.

SILVANO             - E lui, cosa credi che pensi da quando s’è gettato nei gorghi della grande avventura? Non ce lo vedo, ecco. Non riesco ad immaginarmeli i suoi cupi godimenti.

FRANCA              - (un tantino perfida) E’ un po’ difficile per te.

SILVANO             - Credi che ci sia poi tutta questa diversità? Ha suonato il telefono. E intanto non hai risposto.

FRANCA              - (nell’andare all’apparecchio) Tranquillizzati. Non ha nulla da imparare.

SILVANO             - Mi levi una preoccupazione. Deve essere del genere pudore e tenerezza. È uno di quelli che credono ancora che il letto sia fatto per dormire.

FRANCA              -  (al telefono) ... Finalmente!... S’era rimasti intesi tre giorni fa... No, no, sempre lo stesso... E che ne so? Bisogna che verifichi chi se ne intende... Va bene... Sì, può venire. Ma non so cosa debba spiegargli... A che ora?... Sì, sono in casa... Press’a poco... No, meglio oggi. Intesi. Lo aspetto.

SILVANO             - Debbo filare?

FRANCA              - No no. Era l’officina. Per la macchina. Manderanno il meccanico a vedere.

SILVANO             - Di che si tratta?

FRANCA              - E chi lo sa? L’accensione che si incanta. L’ho da meno di un mese e sono rimasta, già non so quante volte, ferma in mezzo alla strada.

SILVANO             - Non lo farai, per caso, apposta? Classico ed elegante mezzo d’abbordaggio.

FRANCA              - Quando lo faccio apposta, lo faccio apposta.

SILVANO             - Sì, ma, dài oggi, dài domani, l’accensione si guasta. È naturale.

FRANCA              - Periodo superato, storia antica.

SILVANO             - Però!...

FRANCA              -  (altra pausa e, involontariamente, altro tono) E’ un pezzo che non vedi il Davide?

SILVANO             - Se non lo vedi tu...

FRANCA              -  Non si fa vivo da dieci giorni. Ho provato a telefonargli a casa, nessuno risponde; in ufficio, dicono che non c’è.

SILVANO             -  Avrà uno dei suoi soliti accessi di misantropia. Chi l’ha mai capito?

FRANCA              - Non s’era mai comportato così.

SILVANO             - Sarà fuori città. Sarà andato a trovare i suoi.

FRANCA              - Quali suoi, se non ha più nessuno; finiti tutti nei forni di Auschwitz.

SILVANO             - Se i tedeschi vincevano la guerra, in Germania, i forni crematori diventavano un elettrodomestico. Ci siamo incontrati una notte, quand’è stato?... Alla fine di novembre. Un saluto e via.

FRANCA              - Dove?

SILVANO             - Dài, come se fosse una novità.

FRANCA              - Con te bisogna sempre saper tutto.

SILVANO             - Ignori che è il confidente di tutte le passeggiatrici dei quartieri bene della città?

FRANCA              - La fissazione di documentarsi per il suo romanzo. Ma temo che sia un romanzo che non leggeremo mai.

SILVANO             -  Bah!... Si ferma, le carica sulla sua funerea millecento e sta lì, cacciando carte da mille, per farsi raccontare chissà che, poi?... Senza dir niente, lei va al telefono, fa un numero e aspetta una risposta che non viene.

FRANCA              - Non c’è.

SILVANO             - Più precisamente, non risponde.

FRANCA              - Se non risponde, non c’è.

SILVANO             - Come fai a dirlo? Mica può sapere che lo chiami tu.

FRANCA              - Dì la verità, mi nascondi qualcosa?

SILVANO             -  Che vuoi che ti nasconda?... Mah... Mi puzza che, anche tu, ti sei attaccata storta coll’amore ideale. Desiderata a pagamento e disprezzata gratis. Il mondo a capo in giù.

FRANCA              - (intenzionalmente risentita) Che ne sai tu se è l’amore ideale?

SILVANO             - Mi pareva.

FRANCA              - Se è l’amore ideale soltanto, voglio dire.

SILVANO             - Tanto meglio, allora. O tanto peggio. A seconda. Eccone un altro che non riesco ad immaginare in certe situazioni. Squilla il campanello all’uscio.

FRANCA              - Questa è la tua simpatia. S’è invitata a bere il caffè. Si alza e si dirige verso l’anticamera. Cerca, se ti è possibile, di non darle troppa corda.

SILVANO             - Manco per la mente. Le dò tutta la corda che posso. Ce n’è così di noia al mondo!

FRANCA              - Beato te se, contro la noia, riesci a trovar utile la volgarità.

SILVANO             - Sta attenta, FRANCA, dico sul serio: c’è in te una pericolosa tendenza alla rispettabilità che preoccupa.

FRANCA              - Trovi? Esce per aprire e torna accompagnando la Tosca, nome ignoto alla storia ma famoso ai gaudenti degli anni trenta. Eh, sessanta e si vedono, tutti, seppure non sono anche di più. Gagliardi, espansivi, clamorosi, han rinunciato a malincuore alla perentorietà dei vistosi abiti a fiori, dei variopinti belletti e della chioma medusea d’un tempo, per ingentilirsi ed umiliarsi nella distinta sobrietà dei vestiti scuri, del trucco discreto e della composta capigliatura grigia. E tuttavia... Crede di essersi arresa ed ha soltanto cambiato fronte: l’inno patetico della nostalgia. Parrà strano, ma non è bolognese. (Se però facesse comodo all’interprete, si serva pure) Tutti i suoi rapporti con la città felsinea si riducono all’avervi posseduto una “casa” fra il ’28 e il ’36, anno in cui, avendo patriotticamente deciso di dare una mano, anche lei, alla fondazione dell’Impero, la cedette e partì per l’Africa Orientale ad aprirne una ad Addis Abeba, che ebbe vita breve ma non ingloriosa; paginetta di cronaca non trascurabile in un ipotetico diario sul decorso del nostro mal d’Africa. Una simpatia di donna offerta come intermezzo di oscenità innocente al banale quotidiano della platea.

SILVANO             - Ciao, Tosca.

FRANCA              - Da quando in qua vi date del tu?

SILVANO             - Anni prima che tu venissi ad abitarle sulla testa. Ci si recò da lei, in tre, e solo per la minima ma sostanziale differenza che passa fra una i e una e, per poco non ci buttò giù dalle scale. Ti ricordi, Tosca?

TOSCA                  - Malfattori! Erano venuti a propormi di occuparmi di una vera e propria tratta dei bianchi.

SILVANO             - Contegno, Tosca; la

FRANCA              - si urta. È vero e non lo nasconde.

TOSCA                  - Abbiate pazienza, FRANCA. Ma, a quello lì, non gli par vero di provocarmi. E poi, creature, la fatica, costretta a fare la benestante rispettabile e distinta per ventiquattr’ore su ventiquattro! Se, ogni tanto, non mi lascio andare un po’ con qualcuno in grado di capirmi, finisco malamente.

FRANCA              - Il suo caffè s’è raffreddato, gliene preparo un altro.

TOSCA                  - Impossibile. Caso mai, una camomilla.

SILVANO             - Vergogna, Tosca, lasciarti eccitare ancora dal caffè.

TOSCA                  - Son qua tutta un tremito. Ma non avete dunque sentito la radio delle due?

SILVANO             - E’ scoppiata la guerra?

TOSCA                  - Il bruto. Un’altra. La terza in due mesi.

FRANCA              - Quando?

TOSCA                  - Stanotte.

FRANCA              - Dove?

TOSCA                  - Hanno scoperto il cadavere, stamattina, in un prato di Cinisello. Un lago di sangue, il ventre squarciato. E la borsetta intatta.

FRANCA              - Come fanno a sapere che si tratta sempre dello stesso assassino?

TOSCA                  - Misericordia, vorreste anche che fossero di più? Come non bastasse uno solo a terrorizzare la città.

FRANCA              - (piuttosto secca) Ho domandato che elementi hanno per esserne così sicuri.

TOSCA                  - Pare, la solita misteriosa automobile nera.

SILVANO             - Di automobili nere, a Milano, ne circoleranno, a dir poco, centomila. Nemmeno a farlo apposta, son nere anche la mia e quella di mio padre. E poi, chi può dire che non si tratti di un assassino in trasferta? Finora, la specialità dell’uccisione delle mondane ce l’aveva Roma.

TOSCA                  - Ah non ci mancherebbe altro che gli assassini di Roma venissero anche a trucidarci le mondane di Milano. Fra poco, ci avranno portato via tutto.

SILVANO             - Non dir male di Roma proprio tu. Quale altra città avrebbe rinunciato ad essere la capitale del cattolicesimo per diventare la capitale del sesso?

FRANCA              - è rimasta soprapensiero. Senza dir niente, entra nella sua camera. Ricomparirà presto, con cappotto e borsa, pronta per uscire.

TOSCA                  - In mancanza della camomilla, versami un bicchiere di vino, va là. Sono ancora tutta stravolta. Povera creatura.

SILVANO             -  (accontentandola) La solidarietà è la virtù dei generosi.

TOSCA                  - Puoi ben dirlo. E non me ne vergogno, in un tempo che è, ormai, solo egoismo. Questo è il risultato di aver gettato quelle disgraziate figliole in mezzo alla strada, preda di sfruttatori senza scrupoli, alla mercé del primo criminale che passa e via. Se avessero ancora una casa, le loro case, ci sarebbe chi le guida, le sorveglia, le consiglia, le difende. Costruiscono case per i disoccupati e loro che avevano case e lavoro, gliele tolgono.

SILVANO             -  Questa è la giustizia sociale.

TOSCA                  - Che mondo!

SILVANO             - (aFRANCA) Che fai? Esci?

TOSCA                  - Santo cielo, col bruto in libertà! Attenta ragazza mia, attenta. Almeno non varcate la cerchia dei Navigli.

FRANCA              - Cerchiamo di non essere ridicoli.

TOSCA                  - Badare alla propria pelle è l’unica cosa che non sia mai ridicola, figliola.

SILVANO             - Esci così da un momento all’altro? T’hanno, per caso, offesa i nostri discorsi?

FRANCA              Figurati. Mi hanno solo ricordata di avere appuntamento con la sarta, ecco tutto.

SILVANO             - Bene. Togliamo il disturbo.

TOSCA                  - No, eh, tu scendi giù da me e non ti muovi. Ho paura. In casa sola, no!

FRANCA              - Potete rimaner qui. Anzi, mi fareste un favore, nel caso che arrivasse il meccanico prima di me. Fatelo aspettare. Vado e torno. Controlla il contenuto della borsetta ed esce.

TOSCA                  - Maledetta me. Sono come una cicala che basta grattarle la pancia e perde il controllo. La

FRANCA              - è un tipo che ci tiene alla forma. Mi dispiacerebbe che si fosse offesa.

SILVANO             - In tal caso, uno non se ne va, lui, da casa sua; semmai, caccia fuori gli altri. E questa sarebbe capace di farlo.

TOSCA                  - Dici?

SILVANO             - Dico. (Dalla finestra, dove, attraverso i vetri, teneva d’occhio la strada) Questa volta, l’accensione ha funzionato.

TOSCA                  - Tanto cara e brava, brava.

SILVANO             - Però...

TOSCA                  - Però cosa?

SILVANO             - Però.

TOSCA                  - Però niente. Hai voglia a farmene dir male. Non fosse altro, il conforto di poter scambiare ogni tanto due chiacchiere, senza finzione, con una creatura giovane, sana e lavoratrice. Sola, giù, occupata unicamente a trascinare avanti e indietro la lucidatrice... Perché, dico, devo aver la mania dei pavimenti lustri, a rischio di scivolarci su e rompermi il femore come la povera Matilde che, poi, dovette mandar avanti la sua casettina di Perugia, sciancata come una cavalletta zoppa?!... La noia, giù, si taglia col coltello. La sera, a letto, istupidita dalla televisione, senza un cane vicino e soltanto un libro giallo a farmi compagnia, che finisce col mettermi addosso una boia d’una paura come se non ne avessi già abbastanza... Ah, pora Tosca, come ti sei ridotta!

SILVANO             - Dài, finisci il discorso. Lasci il periodo con una gamba per aria?

TOSCA                  - Voglio dire, sotto le coperte, quando non riesco a prender sonno...

SILVANO             - Hai provato i tranquillanti?

TOSCA                  - Mi imbalordiscono e basta. Bè, sì, insomma, quando l’ascensore si ferma al piano di sopra e sento che ha portato su un uomo, bene, mi si allarga il cuore, perché già io, non so come sia, più invecchio e più divento giovane.

SILVANO             - A una certa età la giovinezza diventa un vizio.

TOSCA                  - E che gusto ci sarebbe a coltivarla quando è una virtù? Aspetta e poi sappimi dire.

SILVANO             - Come fai a sentirlo che quello che porta su è un uomo?

TOSCA                  - Mi potrebbero, guarda, versare piombo fuso nelle canne delle orecchie, che il passo di un uomo, macché il passo, il respiro, il fumo della sigaretta che gli esce dalla bocca, ebbene, continuerei a sentirlo a un chilometro di distanza. Per il maschio, ho il sesto senso. Sono rabdomante.

SILVANO             - Tira via e cerca, se ci riesci, di mettere un punto in fondo al discorso.

TOSCA                  - Il punto è che, quando conosco che, sopra la mia testa, a quattro metri, c’è un uomo e una donna, soli insieme, che fanno l’amore, mi sento più tranquilla, mi passa la paura, penso che, nonostante tutto, qualcosa di stabile, naturale e sicuro è rimasto in questo mondo farabutto e mi addormento contenta, che Dio li benedica!

SILVANO             - Quasi come al tempo delle sette vacche grasse.

TOSCA                  - Non farmici pensare. Togliermi il lavoro e cominciare a morire giorno per giorno è stata la stessa cosa. Una volta!... Fin venti la casa di Napoli, con la coda alla porta, e diciotto quella di Milano. Un servizio che nemmeno l’hotel Ritz. Al pianterreno i salotti caldi e profumati, con le pitture nude sul muro, in pose storiche e i divani intorno, pieni così delle risate delle ragazze. Al primo piano, le camere, tutte con acqua corrente a Napoli, e i bagni a Milano. Ognuna di colore diverso, una comodità per tenerle a mente... Buttato giù tutto. Prima le bombe, maledetti! E poi la cattiveria degli uomini. Prova a dire cosa ci hanno costruito su?

SILVANO             - Lo lascio dire a te. Non voglio sciuparti l’effetto.

TOSCA                  - Le assicurazioni contro gli incendi e la grandine. Spudorati! Quando passo da quelle parti e m’assalgono i ricordi, mi viene un crepacuore che, due volte su tre, mi trovo gli occhi pieni di lagrime.

SILVANO             -  Mi domando come mai non hai sentito l’ambizione di coronare la tua carriera con una casa a Roma.

TOSCA                  - Pessimo affare. I romani? Avrebbero preteso di entrare tutti gratis.

SILVANO             - Anche lì?

TOSCA                  - Soprattutto lì. Quando fanno l’amore, sono loro a fare un regalo alla donna mica viceversa.

SILVANO             - Non hanno torto.

TOSCA                  - Può darsi. Ma, capirai, un commercio su queste basi...

SILVANO             - Però, dico, chissà che movimento di capitali, fra Nord e Sud.

TOSCA                  - Ti basti pensare che si dovevano far battere i materassi tre volte all’anno. Quante volte, in un giorno, le signorine facevano lo scalone! Su e giù, su e giù. Sempre di corsa; sempre cantando. Marmo rosso e ferri battuti dappertutto, col Cupido in bronzo dal sedere per aria. Al sabato e alla domenica, eran più le volte che si dovevano chiamare i carabinieri a dar una mano. (Alla stupefazione dell’altro) Per mantenere l’ordine pubblico, beninteso. Bei ragazzoni alti così. Sudavano più dalla voglia di quel che avveniva dentro che dalla fatica di tener indietro i clienti. E quando c’era un momento di respiro, sotto, gratis, che se lo meritavano. Allora sì, c’era del patriottismo e si andava incontro ai bisogni del popolo: i soldati metà prezzo e, nei giorni dispari, riduzione al dopolavoro. A Milano, no. Città ricca, civile, genere di lusso. C’era il pianoforte a coda, la fontanella in pietra verde nell’entrata e la statua del Gemito. Venivano fin dalla Svizzera. Correva champagne. Cosa credi?... tutti questi industrialoni che hanno fatto grande Milano, hanno celebrato la loro festa di addio al celibato, là dentro. Ci si prenotava anche per telefono. Mi fanno ridere queste professioniste indipendenti ed abusive del giorno d’oggi che credono di aver inventato tutto loro. Interessate, poi! Hanno trasformato in un’industria quella che era un’arte, in un privilegio per pochi quello che era un servizio pubblico per tutti e in una malinconia costosa quella che era un’allegria economica.

SILVANO             - Dici?

TOSCA                  - E’ per ciò che, io, questa qui, la

FRANCA              - e le sue colleghe, le ammiro ma non riesco a capirle. Che ti devo dire? Mi mette soggezione.

SILVANO             - Vedi che un però c’era?

TOSCA                  - Manca l’entusiasmo. Non hanno cuore. Aride. Senza sangue nelle vene. Solitarie. Tutto ciò che sanno fare è evadere il fisco. Noi eravamo come una famiglia. Piene di fuoco. Socievoli. Avevamo amici tutti, dal prefetto al vescovo, per non parlare del podestà. Loro sapevano che potevano contare su di noi e noi su di loro. Ognuno al proprio posto, ma solidali. Una speculazione? So solo io quanto ho fatto guadagnare, in trent’anni, di tasse, allo Stato. Eravamo, si può dire, soci. Da me, si sono sempre festeggiate le ricorrenze, civili e religiose. Può sembrar niente ma dà l’idea di una civiltà. Al venti settembre, si metteva fuori la bandiera. A Pasqua, montagne di uova di cioccolata. A Natale, si faceva il presepio. Parlo di Napoli. A Milano, invece, l’albero di Natale. E c’era un regalino per tutti.

SILVANO             - A questo punto, mi dovrei inserire nella commemorazione per dire: bei tempi!

TOSCA                  - Non diresti che la sacrosanta verità. Chi non ha vissuto prima del ’40 non potrà mai sapere cosa vuol dire veramente far l’amore in modo naturale e soddisfacente. Adesso, misericordia, quel che si sente raccontare! Di furia, senza un briciolo di sentimento, un po’ di romanticismo. È diventata un’impresa di banditi. Non si riesce più a concepire la professione se, prima o dopo, non ci scappa il morto. E poi la disorganizzazione, le malattie, la scomodità... Nelle automobili, a farsi venire il torcicollo... Sui prati, a raccogliere reumatismi...

SILVANO             - La vita all’aria aperta è tanta salute, Tosca.

TOSCA                  - Storture d’ogni genere. Si fa l’amore coi pugni, col revolver, col coltello, con tutto tranne con ciò con cui si dovrebbe fare. Vedi quella disgraziata di stanotte... Sì, ogni tanto, capitava anche qualcuno dalle idee strane. Ma erano eccezioni, non si correvano pericoli. Più che dare o farsi dare qualche pizzicotto non pretendevano. Al massimo, una pedata, un morso ogni morte di papa. Si sapevano accontentare. Si conoscevano e si compativano, poveri diavoli. Ora? Ora ti ritrovi con le budelle al collo.

SILVANO             - Dal quadro che fai, devi essere passata presto dall’amministrazione delle tue risorse personali alla gestione di quelle collettive.

TOSCA                  - (e chi la ferma più?) Ah sì, presto presto. Ero portata per l’organizzazione. Continuamente su e giù per l’Italia. Avevo l’abbonamento al vagone letto. Dal niente. Tutto con queste mani. Avrei voluto seminare case come gli altri fondano ospedali. Perché, vedi, le case erano uno strumento di ordine sociale.

SILVANO             - Nel tuo genere, eri una missionaria.

TOSCA                  - Più o meno... Oh, dico, in un mese, aerotrasportata una casa ad Addis Abeba. Un gioiello! Per espresso incarico dello Stato Maggiore. Se non veniva il patatrac, giuro sarei stata citata all’ordine del giorno. Quanto piansi, quella volta! Mica per non essere citata all’ordine del giorno. Mi importava assai!... Mi bastava sapere d’aver fatto il mio dovere. No, no, per il mio paese. La fine d’un sogno. La più meglio gioventù sacrificata, un capitale d’amore nei pantaloni, buttato via così!... Oh, tra una storia e l’altra, ci rimisi più di un milione. Di allora! In coscienza, potevo chiedere i danni di guerra?

SILVANO             - In coscienza, no! Il tuo contributo alla patria l’hai dato anche tu, va là.

TOSCA                  - E non me ne sono mai prevalsa. Le mie ragazze le ho sempre trattate coi guanti, abituate al risparmio, consigliate come una mamma. Più di una si è maritata. Le unioni meglio riuscite. E il velo da sposa gliel’ho sempre regalato io. Che baldoria quelle volte! Tutti commossi. Non era un mestiere, era una vocazione. Ci si sentiva parte del tessuto sociale. E poi, sai cosa ti dico?

SILVANO             - No, ma lo saprò fra poco.

TOSCA                  - Il fascismo le capiva. Avrà avuto tanti altri difetti, ma le case le capiva.

SILVANO             - Ho sentito parlare che tenevi appeso, nelle camere, il ritratto del duce.

TOSCA                  - A cavallo. Però in anticamera. Nelle stanza sarebbe stato indelicato. (Un grido della memoria) Santa Rita, la volta che venne a trovarci il segretario del partito! Da pensare di murarci una lapide per ricordo, se il federale non ce lo avesse sconsigliato. Tutte le ragazze – care! – pregavano che l’onore toccasse a loro. Si dovette tirare a sorte la fortunata. E debbo dire che fu anche molto brava, perché riuscì a trovare una nota patriottica. Al momento culminante, ebbe la finezza di mettersi a gridare: “viva i bersaglieri!”. E poi, cantarono insieme le canzoni della montagna. Per un momento si corre pericolo che si metta a cantare lei, ora: “Mi son alpin, me piase ’l vin”, ma poi viene scongiurato. Fu tanto contento di noi che collaboravamo a tener alto il morale dell’esercito che, in considerazione del nostro speciale lavoro, ci dispensò dalla proibizione di dare la stretta di mano.

SILVANO             - Sarebbe stata una difficoltà, in certi momenti.

TOSCA                  - Parrà strano: lo capì subito. E dire che sembrava una testa da mettere nei pantaloni! Ci fece promettere, però, che non avremmo, mai, per nessuna ragione, usato il lei con nessuno.

SILVANO             - E, naturalmente, glielo prometteste.

TOSCA                  - L’abitudine di dare del voi mi è ben rimasta attaccata da allora.

SILVANO             - In un certo senso, sei riuscita a far sopravvivere qualcosa del fascismo.

TOSCA                  - Ma cosa non gli si sarebbe promesso a quei marziali marcantonii che, della virilità, avevano fatto il fondamento della nazione? Erano tutti duce, donne e famiglia. Arrivavano con quei bei petti carichi di medaglie...!

SILVANO             - Già, alle medaglie piace star in compagnia. Sono come te: detestano la solitudine.

TOSCA                  - Il solo e unico inconveniente erano gli stivaloni. La fatica a levarglieli! Bisognava tirare in tre. Ma dopo, tutto il resto, l’ideale! Una bellezza. Erano uomini, loro, italiani veri, non capponi lessati nell’acqua santa.

SILVANO             - Tosca! Pensa di me quello che vuoi, trattami pure da rinnegato, ma ti devo dare un bacio.

TOSCA                  - (cordiale, espansiva, materna, che simpatia di donna!) Anche due, caro. Potresti essere mio figlio. Poveri ragazzi, quando penso a quello che vi hanno tolto, mi verrebbe voglia, giuro, di spedire delle bombe al governo. Te le mettono in mano!... Voi non avete potuto conoscere cos’erano le case, le mie case, nel periodo del loro splendore.

SILVANO             -  (uno che non ha rammarichi) Anche se lo avessi potuto a me sai... mi avrebbe fatto più invidia che altro.

TOSCA                  - Disertore! Se non altro, per la continuità della specie. Io mi domando, di questo passo, come si risolverà, fra qualche anno, il problema di mettere al mondo delle creature.

SILVANO             - Ci penso io.

TOSCA                  - (legittimamente incredula) Tu?

SILVANO             -  Mica scherzi. Non vorrei infliggere l’ultimo colpo alla tua commovente difesa dell’artigianato galante, ma è tempo che tu dia aria alle idee.

TOSCA                  - Non mi meraviglio più di niente. Non è mica colpa vostra. Vi ci hanno ridotti così. Da gente come voi, ormai ci si può aspettare di tutto. Se ora mi dicessero che sei tu il bruto che assassina le ragazze, morirei dalla paura ma non me ne stupirei, guarda.

SILVANO             -  Chissà!... Ma, per il momento, è sulla scienza che vorrei aprirti gli occhi. Gli orizzonti della scienza moderna sono sconfinati, Tosca. Non ne avevo idea nemmeno io fino all’autunno scorso. È perché, vedi, certe statistiche non vengono pubblicate sui giornali. Padrona di non crederci, eppure, in una città di quasi due milioni di abitanti, esistono già dalle ottanta alle novanta oneste signore, ogni anno che, disponendo di un marito inadeguato a soddisfare il loro bisogno di maternità...

TOSCA                  - Si fanno fare un figlio da un altro. Sono tantissime di più. Non è una novità e fanno benissimo.

SILVANO             -  Mentalità superata. Quelle che dico io vanno da un ginecologo.

TOSCA                  - Soldi buttati via. A meno che non sia il ginecologo a starci, ma sono quasi tutti vecchi con la barba. No, no. Non c’è che un rimedio. Antico e sempre quello.

SILVANO             - Pare che ce ne sia anche un altro. Con una siringa in mano, un buon medico fa miracoli. Morale, igienico, pulito, nessuno ne sa niente e si evitano le corna al San Giuseppe di turno. Ne conosco uno che non ha ancora trent’anni e si sta facendo una sostanza. E non siamo che al principio. Lascia che prenda piede... In America, cento volte tanti. Dicono che, nel futuro, i figli non si faranno che così. Per migliorare la razza. Amici per la pelle, io e lui, è proprio il caso di dirlo: per la pelle.

TOSCA                  - Ho capito. Bè?...

SILVANO             - E’ anche lui dell’idea che io sia un riproduttore ideale. Salute, avvenenza, buon carattere, longevità negli ascendenti e Wassermann negativa. E così, fra il giugno e l’agosto prossimo, salvo incidenti di parto, senza aver mosso un dito e senza aver visto in faccia nemmeno una delle mie beneficate, nella sola Milano, io avrò già messo al mondo ventisette o ventotto figli, salvo errore. Più uno a Piacenza. Pensa di qui a dieci anni. Teniamoci pure stretti, ma un cinque, seicento non me li toglie nessuno. Che si debba, noi, ingravidare le donne, è il colmo.

TOSCA                  - (sulla soglia della follia esplosiva) Capisco tutto: Sodoma e Gomorra, l’arca di Noè, le macchie solari, i cataclismi del Giappone, la nuvola radioattiva, i viaggi nella luna, l’influenza dell’anno scorso, l’apertura a sinistra: tutto. È la fine del mondo. E ve la sarete meritata.

SILVANO             - Perché, tu no? Resti al coperto?

TOSCA                  - E’ ben questo che mi fa dar fuori da matta: che ne andranno di mezzo anche gli ultimi innocenti.

SILVANO             - Tu ragioni ancora con la testa di Giolitti, Tosca. Pensa un po’ se quelle creature in viaggio dovessero nascere col mio famoso neo, che bel vedere, fra qualche anno, la meglio infanzia lombarda, sulle spiagge di Santa Margherita e Forte dei Marmi, col marchio di fabbrica!

TOSCA                  - Hai anche un famoso neo? Dove?

SILVANO             -  Nel posto dove, di solito, si porta la cicatrice dell’appendicite.

TOSCA                  - E’ un gran bel posto! Dopo una pausa, un bicchier di vino e al fondo d’un patetico avvilimento. E dire che c’è qualcuna che, dopo averlo messo al mondo in modo naturale, aver sputato sangue per dargli un’educazione, aver posto tutte le sue speranze in un figlio solo, bello come il sole e forte come Maciste, non ha neanche il conforto non pretendo di potergli gettare le braccia al collo, ma nemmeno di sentirsi dir crepa!

SILVANO             - Parli per te?

TOSCA                  - E per chi, per mia nonna Clementina?

SILVANO             - Sei anche vedova. O abbandonata?

TOSCA                  - Macché. Son signorina. Però non significa che suo padre io non l’abbia conosciuto e non fosse un uomo di qualità. Di preciso non potrei dire; in quel tempo andava e veniva parecchia gente fra le mie lenzuola. Ma, se non è figlio del duca di Spoleto, è certamente figlio del federale di Benevento... Momento... A meno che non si tratti dell’uomo serpente del circo Krone. Uno di loro tre, insomma. Non ci si scappa. Ma che vuol dire? Sua mamma ero io. E invece, niente. Sola come una vecchia ciabatta.

SILVANO             - Ti è morto?

TOSCA                  - Magari! Avrei la consolazione di piangere sulla sua tomba. Si è fatto frate per farmi dispetto. Deve espiare le mie colpe, dice. Se comincia lui a farla tanto grande, figurarsi quello lassù! Che accidente di colpe, poi? Nella mia vita, non ho fatto che del bene.

SILVANO             - In che convento è?

TOSCA                  - Uno dei più severi. Pane e acqua e chiusi dentro a vita. Sta là a rimediarmi un posto in piedi in Paradiso, dove, con quel che dò alla parrocchia, son sicura di sedermi in poltrona. Da un po’ di tempo, senza che se ne siano accorti, è comparso un giovane robusto, e torvo. S’è fermato sull’uscio ad ascoltare, facendo saltare, da una mano all’altra, un lungo cacciavite.

BRUNO                - Disturbo?

TOSCA                  - E questo, chi è?

SILVANO             - A proposito che tu senti gli uomini a un chilometro.

BRUNO                -  Il meccanico. Vengo per la macchina della signorina. C’era la porta socchiusa e sono entrato.

TOSCA                  - Ah, stiamo bene. Con quello che c’è in giro, lascia l’uscio aperto. Ma cosa aveva per la testa?

SILVANO             (con un interesse lievemente prevaricante) Si accomodi. Sarà qui a momenti. Un bicchiere di vino?

BRUNO                - No.

SILVANO             - Una sigaretta?

BRUNO                -  No. (Dopo essersi messo su una sedia un po’ in disparte, non senza aver osservato con molta attenzione il luogo) Magari, un bicchiere di vino, sì.

SILVANO             - è contento di versarglielo. (Semiserio) C’è mica pericolo che ci sia dentro la cocaina?

SILVANO             - Non ne abbiamo ancora bisogno. Forse, in seguito.

TOSCA                  - Siete il meccanico sul serio?

BRUNO                - Ho l’aria di essere qualcos’altro?

SILVANO             - Tosca, piantala.

TOSCA                  - Va bene. Ma sarei più tranquilla se mettesse giù quel cacciavite.

SILVANO             - (accattivante) Vogliamo accontentarla?

BRUNO                - Non ne vedo la ragione.

SILVANO             -  Dì un po’, Tosca, e se te ne tornassi giù a casa tua, magari a fare un sonnellino? Resto io a far compagnia al giovanotto.

TOSCA                  - Nemmeno morta mi rintano, sola, giù, oggi. Se vuoi, mi devi venir a far compagnia fin che torna l’Elvira. Doveva essere anche il suo pomeriggio di libertà!... Ma Silvano, come del resto, gli altri due, s’è accorto della presenza di FRANCA, la quale è tornata con un viso serio e preoccupato ed ha avuto un moto di sorpresa alla vista del terzo ospite.

SILVANO             - Tutto considerato, sarà meglio.

FRANCA              -  (deponendo su una poltrona un rotolo avvolto in carta da giornale) Grazie. Mi fareste un piacere.

TOSCA                  - (sottovoce, nell’avviarsi di malavoglia) La lasciamo qui sola con quel cacciavite?

SILVANO             - Nessun pericolo. Il bruto sono io.

TOSCA                  - Crescimi pure la paura!... (Uscendo, aFRANCA) Vi serve niente?

FRANCA              - No.

TOSCA                  - Per ogni evenienza, un colpo sul pavimento. Noi siamo giù.

SILVANO             - Dài, Tosca, che, se mi prometti di star buona, ti faccio vedere il neo.

TOSCA                  - Manigoldo! Via entrambi. Un silenzio. Non lieve.

BRUNO                - Mi devo presentare?

FRANCA              - Così?...

BRUNO                - Non si sa mai.

FRANCA              - Come sei capitato qui?

BRUNO                - M’hanno mandato. Non aspettavi il meccanico?

FRANCA              - Da quando sei a Milano?

BRUNO                -  Saranno otto mesi a Santo Stefano. Ero stufo di rimanere in negozio ad attaccar bollini alle schedine del totocalcio.

FRANCA              - E ti fai vivo solo ora?

BRUNO                - Era il caso? Essa non risponde. Si leva il cappello e i guanti.

FRANCA              - Mamma, papà, la Rina?

BRUNO                - Bene, bene. La solita vita. Fa conto come un anno fa, l’ultima volta che fosti a casa ventiquattr’ore.

FRANCA              - Sai, mi faccio riguardo a farmi vedere, perché... Più tardi sanno e meglio è. Dico per loro, la loro mentalità.

BRUNO                - Naturalmente.

FRANCA              - Tu hai capito.

BRUNO                - Me ne venne il sospetto proprio l’ultima volta che fosti a casa e raccontasti che ti facevi vedere raramente per via dei viaggi della ditta e forse ti avrebbero trasferita a Zurigo.

FRANCA              - Non ho mai saputo mentire bene io.

BRUNO                -  Poi, qui – ero arrivato da pochi giorni e, in ufficio, m’ero sentito rispondere che t’eri licenziata da non so quanto tempo – una sera uscivo dal cinema Rivoli e tu scendevi da una Mercedes nera con un signore calvo, per entrare al “Caprice”. Allora, ne sono stato sicuro e non t’ho cercata più.

FRANCA              - Perché?

BRUNO                - (un’alzata di spalle) Perché?...FRANCA!...

FRANCA              - Cosa t’eri messo in testa? Che battessi il marciapiede?

BRUNO                - Bè, più o meno...

FRANCA              - (dopo un po’) Son contenta di rivederti.

BRUNO                - Anch’io.

FRANCA              - Ti piace qui?

BRUNO                -  Ah, non c’è che dire, ti sei messa coi fiocchi. Ma sai, non è questo che cambia la situazione.

FRANCA              - Va bene, va bene. Me l’hai già fatto capire.

BRUNO                -  No. Te l’ho detto chiaro. (Alzandosi, come se non ci fosse altro da aggiungere) E allora, cos’ha ’sta macchina che non funziona?

FRANCA              -  Hai un buon posto, a quel che vedo. Se hanno mandato te, vuol dire che ti stimano.

BRUNO                - Non mi lamento.

FRANCA              - Ti trovi bene?

BRUNO                -  Faccio il mestiere che mi piace. Lo sai, i motori sono sempre stati la mia passione.

FRANCA              -  Fin da quando andavamo insieme a scuola a Pavia. Prendevi quattro in ragioneria ma ti rifacevi spiegando al professore di fisica il motore dell’ultima Ferrari da corsa.

BRUNO                - Sicuro. E non sono arrivato ad avere che una moto.

FRANCA              - Non guadagni abbastanza?

BRUNO                -  Per il mio bisogno, più che a sufficienza. (Verso una confidenza che lo riprende suo malgrado) Mando perfino qualcosa a casa. E la mamma, figurati, m’ha fatto un libretto della Cassa di Risparmio. Certo che, al confronto tuo... Ma, del resto, io non ero fatto per diventare un impiegato.

FRANCA              - Avvocato. Sarebbe stato il sogno di papà.

BRUNO                -  Vero. Lui è uno di quelli che si vergognano di essere quello che sono. E adesso sarei disoccupato e mi sentirei un pesce fuor d’acqua. No no, son contento così. Mi sento quello che dovevo essere.

FRANCA              - Non ci siamo nemmeno dati ancora un bacio. La tocca con le labbra sulla fronte, non senza una sfumatura di timidezza; lui si scosta con scontrosa malagrazia. E sì, da piccoli, due fratelli legati come noi eran difficili da trovare.

BRUNO                - Sai, poi si cresce. Anzi, tu non mandare troppi vaglia a casa, se vuoi che non se ne accorgano.

FRANCA              - Nemmeno questo?

BRUNO                - Il reddito eccessivo è sempre sospetto.

FRANCA              - E così, anche tu hai del risentimento verso di me.

BRUNO                - Anch’io? E chi altri?

FRANCA              - Dico così...

BRUNO                - Non credere che voglia giudicare e farti la morale. Mancherebbe altro, coi tempi che corrono. Tu hai sempre avuto la testa sul collo e se, a un certo momento, hai saltato il fosso, probabilmente hai avuto ragione tu. A conti fatti!... Cosa hanno ottenuto quei due poveri vecchi a starsene dietro a un banco dalle sette della mattina alle otto della sera per tutta la vita? È perché hanno i loro pregiudizi, ma sennò... Facessero il bilancio della famiglia, l’unica a dargli delle soddisfazioni saresti ancora tu. Lo dico sul serio.

FRANCA              - Grazie tante. Se questo deve essere l’incontro di due fratelli che non si vedono da un anno...

BRUNO                -  Dipende dai diversi gradini sociali in cui due si vengono a incontrare. Quando uno si sposta, in alto o in basso, c’è poco da fare: non si lega più. A questo mondo, divide di più il peso del portafoglio che il colore della pelle.

FRANCA              - Cosa conta?

BRUNO                - Ma sì, cosa conta? C’è, piuttosto, una curiosità che vorrei che tu mi levassi.

FRANCA              -  Sentiamo.

BRUNO                - Ci provi gusto?

FRANCA              - Sarebbe a dire?

BRUNO                -  Gusto. Sì. Gusto fisicamente. M’eri sempre sembrata così poco portata per certe cose.

FRANCA              - E infatti. Mi è indifferente. Non mi fa piacere né mi disgusta.

BRUNO                - Ecco, vedi, secondo me, il lato immorale è proprio qui. Mica il resto. Uno si leva una voglia e, se unisce l’utile al dilettevole, non fa male a nessuno. L’unica moralità che esiste è ancora nella sincerità dei nostri istinti. Ma così... Va bene, io sono fatto a modo mio, però esser scelti invece di scegliere, non riesco a concepirlo, ecco. Scusa, sai.

FRANCA              - Perché non potrebbe essere più pulito il contrario?

BRUNO                - Come, il contrario?

FRANCA              - Farlo senza parteciparvi.

BRUNO                - Punti di vista. Deve anche trattarsi di uomini non più di primo pelo. Non è coi giovani leoni che ci si fa una casa così e l’Alfa Romeo alla porta. Bè, è una faccenda tua e può benissimo darsi che a te non sembri sporca. (Tono di rottura) E così, di che si tratta? L’accensione, ho sentito dire. Hai fatto guardare la batteria?

FRANCA              - (di malumore) Sì, l’ho fatta guardare.

BRUNO                - Per caso, non premerai il piede sull’acceleratore mentre avvii?

FRANCA              - Hai proprio tanta fretta di levarti il disturbo?

BRUNO                - Cosa vuoi, l’assoluzione dopo avermi fatto ascoltare le solite balle come ti ci sei trovata?

FRANCA              Mi dovresti conoscere. Non cerco nessuna assoluzione, io. Di che?

BRUNO                - Quello che dico anch’io. E allora?

FRANCA              -  Ci terrei solo che mio fratello non avesse delle idee sbagliate sul mio conto. È proibito?

BRUNO                -  No no. Ma non ho affatto delle idee sbagliate sul tuo conto.

FRANCA              - E invece sì. E non è male che tu lo sappia. Come mi ci sono trovata? Sembra incredibile tanto tutto è stato naturale logico.

BRUNO                - E va bene, anche tu hai diritto alla tua scena.

FRANCA              - Mi verrebbe voglia di darti una sberla. Come quando non passava giorno che non ci si prendesse a pugni in cortile.

BRUNO                - (involontariamente affettuoso) Su, allora. Ma fammi almeno fumare, mentre sto a sentire. Essa gli getta un pacchetto di sigarette sulle ginocchia, dopo essersene accesa una per sé.

FRANCA              - Tu l’hai conosciuto il commendatore.

BRUNO                Alt! No, senti, se è la vecchia storia della stenodattilografa col principale, finisce a fischi prima di incominciare.

FRANCA              - Non è la vecchia storia della stenodattilografa col principale. Ero piuttosto brava come segretaria, ero onesta e lui era molto diverso dai soliti commendatori convenzionali che poi, per la maggior parte, sono meno convenzionali di quel che si dice. Vedeva perfino con simpatia che mi fossi voluta iscrivere all’università.

BRUNO                - E’ diventato tuo cliente dopo?

FRANCA              - Non far lo stupido, Bruno. È stato una delle persone più civili e più pulite che abbia conosciuto.

BRUNO                - Ti credo sulla parola.

FRANCA              -  Sai, quelle intese, sul piano del lavoro, quando senti che la tua opera è apprezzata e serve a qualche cosa.

BRUNO                -  Non ne eri malcontenta; è questo che ci tieni a stabilire?

FRANCA              -  Appunto. Nel giro del mio orizzonte, era quanto di meglio potessi desiderare. Uno di quei casi, per dire, che, quando una si marita, non rinuncia al posto più che altro perché c’è affezionata.

BRUNO                - A quel che pare, però, non era la tua vera vocazione.

FRANCA              - E chi pensava ad altro, allora?

BRUNO                - Cercavi la tua strada anche tu, come tanti.

FRANCA              -  Niente affatto... Aveva in me una completa fiducia. Qualche appunto e gli preparavo, io, tutte le relazioni, anche importanti, anche riservate. Conoscevo, in ogni particolare, la situazione dell’azienda e sapevo quel che voleva. Aveva finito col farsi accompagnare da me in tutti i suoi viaggi a Roma. Piuttosto frequentemente. Una, due volte al mese. L’impressione, la prima volta che salii sul “settebello”! Credo che gli facesse piacere, forse si divertiva a vedermi prender confidenza con quel treno da signori, dalle poltrone e dai tappeti azzurri, con gli altoparlanti che augurano buon viaggio; quell’atmosfera di sicurezza, di eleganza, di benessere, fra gente educata, usa alle belle cose...

BRUNO                - Ci facesti l’abitudine presto, a quel che pare.

FRANCA              - Davvero. A pensarci, mi stupisco ancora di non aver provato alcun disagio. Salvo un po’ la prima volta che mi fece cenare in carrozza ristorante... (Tono raccontato) Un giorno, una fine d’aprile, col cielo di Milano, che, una volta tanto, sembrava il cielo di Napoli, si doveva partire nel pomeriggio. Alla una, esce dall’ufficio e fa uno scivolone. Quattro gradini, ma sufficienti a fratturarsi un braccio. “Siamo già in ritardo sulle consegne. Vada lei – mi dice – . Si tratta soltanto di portare un promemoria al Ministero e far mettere una firma sotto a una proroga già concordata per telefono”. A dir a verità, mi sentivo importante salendo sul treno con la sua cartella di cuoio giallo che era come il simbolo della sua autorità. Lo scompartimento era mezzo vuoto. A Bologna, sale un giovanotto. Una trentina d’anni. Alto, abbronzato, il tipico giovane industriale sportivo, con quel modo che spesso hanno, fra l’insolenza e la timidezza; e si mette a sedere di fronte. Ogni sua cura pareva concentrata come sistemare le lunghe gambe senza dar fastidio. Forse me ne accorsi e mi scappò un mezzo sorriso. È una preoccupazione di tutti gli uomini, in treno, a differenza delle donne. Salvo quelli che lo fanno apposta. Fu così che ci si mise a discorrere. Viaggiava, anche lui, per qualche cosa di simile... Può anche darsi che si mettesse d’accordo col cameriere, durante i cinque minuti che si allontanò, fatto sta che ci trovammo, di nuovo, di fronte in carrozza ristorante.

BRUNO                - E, naturalmente, pagò lui la cena.

FRANCA              - Ma fu tutto estremamente naturale; il piacere che mi dava la sua presenza, la sua voce di metallo che discorreva con volubile spontaneità di cose comuni, l’evitare la falsa disinvoltura di chi ti fa la corte pretendendo di non averne l’aria... Il treno arriva a Roma a mezzanotte meno dieci. Un temporale mai visto. L’acqua correva, davanti alla stazione. Faccio per salutarlo. Con un certo rammarico, lo confesso. Era uno dei pochi uomini che mi fossero piaciuti: le sue grandi mani, soprattutto, forti e intelligenti. Senza badarmi, egli agguanta al volo un tassì, mi fa salire con lui e dice all’autista: “Prima accompagni la signorina e poi...” e fa il nome del suo albergo. Nemmeno l’avesse saputo, era lo stesso albergo mio.

BRUNO                - Guarda combinazione.

FRANCA              -  E mi accorsi, solo dopo averne dato il nome all’autista, che poté credere che lo avessi scelto allora, di proposito. Perché mi disse: “brava” e mi dette un bacio sul collo... Ecco.

BRUNO                - In quell’occasione, almeno, ci avrai provato gusto. Era la prima volta?

FRANCA              - Quasi, guarda... E qui cominciarono le scoperte. Alla mattina, quando mi svegliai, non lo trovai più al mio fianco.

BRUNO                - Hai sempre avuto il sonno duro, tu.

FRANCA              - Sto raccontandoti una cosa seria, Bruno.

BRUNO                - Il grande amore?

FRANCA              -  Figurati. Una gradevole avventura di viaggio e chiuso. Ad essere sincera, non mi dispiacque nemmeno che se ne fosse andato così. Era nello stile di lui e di ciò che era accaduto. Ci evitava l’imbarazzo di salutarci, dicendoci parole a cui nessuno dei due avrebbe creduto... Feci un bagno, mi vestii, chiamai un tassì e andai. Quando apersi la borsetta per pagare la corsa...

BRUNO                - Derubata di tutti i tuoi averi.

FRANCA              -  Al contrario. Due righe scritte sul cartoncino delle sigarette e un assegno. “Dormi così bene che non ti voglio svegliare. Ciao”. Getto una occhiata sull’assegno. Una cifra talmente sbalorditiva – più del mio stipendio di un mese – che non mi sentii nemmeno offesa. Ne fui solo stupefatta. Se ti dico... mi venne il sospetto che si trattasse di un assegno falso. Ti giuro, appena di ritorno a Milano, lo presentai in Banca soltanto per averne la conferma. Era regolarissimo, invece, altroché!

BRUNO                - Devono essere tutti miliardari.

FRANCA              -  Non è necessario... Cosa saranno passati? Quindici, venti giorni, nemmeno. Una mattina, in ufficio, mi chiamano al telefono. Era lui. Nei due mesi successivi, ogni tanto, ci si tornò ad incontrare. Fu, ogni volta, la stessa cosa.

BRUNO                - Vorrai dire lo stesso assegno.

FRANCA              -  Lo stesso assegno... Un giorno, altra telefonata. Un suo amico che aveva avuto l’indirizzo da lui. E allora, mi resi conto dell’arcano. Pare che sui treni di lusso non sia infrequente il tipo della ragazza sola in cerca di clienti, con l’aria della donna perbene che cede all’avventura. Piuttosto ben trovata. M’avevano preso per una di loro. Guarda un po’ che merito c’è a non esserlo!

BRUNO                - Poi, un terzo ti telefonò con l’indirizzo avuto dal secondo e così via. È come la catena della felicità.

FRANCA              - Sei mesi dopo, senza né averlo voluto, né, quasi, saperlo, io che, con quel che guadagnavo in ufficio, stentavo ad arrivare alla fine del mese, mi trovai nel cassetto qualche milione.

BRUNO                - E mandasti a casa, in regalo alla mamma, il televisore americano. Sbaglio?

FRANCA              - No. A casa il televisore ed io la mia prima pelliccia di castoro.

BRUNO                - C’è poco da discutere, hai cominciato dove molte sognerebbero di finire, anche se hai cominciato tardi.

FRANCA              -  Entrata nell’ingranaggio, la cosa più logica fu licenziarsi dall’ufficio. Ecco tutto. Non l’ho fatto né per debolezza, né per inesperienza, né per vizio, né per fastidio del lavoro, né per miseria, né per disonestà, né per altro. L’ho fatto consapevolmente e volontariamente. Per un ragionamento semplice e convincente che risponde ad una legittima esigenza di tutti. Perché mi piace la vita comoda e sicura, le belle cose, i vestiti eleganti, l’automobile, una casa mia e non aver preoccupazioni per l’avvenire. Ho avuto torto, ho sbagliato? Personalmente son convinta del contrario. Non è colpa mia se, oggi, una donna si sente più difesa, indipendente e rispettata facendo quello che faccio io che non rimanendo, otto ore al giorno, in un ufficio.

BRUNO                - E poi, magari, voti a sinistra. Guarda un po’ dove si va a cacciare la rivolta sociale!

FRANCA              - Neanche passato per la mente. Anzi, l’opposto, in un certo senso.

BRUNO                - Una donna, però, che rinuncia a farsi una famiglia.

FRANCA              - Quanto a questo!... Se avessi voluto, mi sarei già potuta maritare. E parecchio bene, te lo garantisco.

BRUNO                - Che ti devo dire? Il tuo ragionamento è liscio come una camicia stirata. Essa gli allunga invano la mano per farsela stringere. Ma, in me, qui, avete uno su cui non potete contare. L’unico guaio, vedi, è che sei mia sorella. Evidentemente, io non sono ancora abbastanza evoluto. Sono, anzi, certamente, un fesso; perché, alla fin delle fini, tutti hanno una sorella. Eppure, non so che farci. Se me lo avesse raccontato qualsiasi altra, avrei detto: benissimo, hai avuto ragione. È assurdo, me ne rendo conto, ma tu, Cristo, sei mia sorella. Si è alzato e fa per andare.

FRANCA              - Te ne vai così?

BRUNO                - (la mano sulla maniglia dell’uscio) E in quale altro modo, abbi pazienza, FRANCA? Io non ce l’ho con te. Tutt’altro... Meglio così che peggio, come potevo pensare. Ma cos’altro avremmo da dirci, ormai?

FRANCA              - Di te. Come vivi, cosa fai...

BRUNO                - (con le mani ficcate nelle tasche del giaccone di cuoio nero, appoggiato allo stipite della porta) Te l’ho detto. Massa. E mi piace così. Non ho problemi. Di giorno ho il mio lavoro, la sera vado a casa – sto in una camera mobiliata con uso di bagno, presso due vecchi pensionati – ; mi dò una lavata, mi cambio, butto giù un boccone, passo dal solito caffè, dò un’occhiata alla televisione... Qualche sera, vado al cinematografo, qualche altra imbarco la ragazza...

FRANCA              - Conti di sposarti?

BRUNO                - Finora non ci abbiamo pensato, né io né lei. È ancora solo una questione di pelle. Ma, probabilmente, finirà così. E, sennò, sarà, un’altra... Certe sere, mi viene voglia di campagna. Allora inforco la moto e vado fuori. Gli alberi, la terra e le campane sono eguali dappertutto; mi fermo in un’osteria, ordino un bicchier di vino... Sono le volte che penso a casa e mando una cartolina ai vecchi... Uno come tanti. L’unica cosa che mi distingue da quelli come me, e mi prendono in giro, è la mania di leggere le prime pagine dei giornali per cercar di capire qualcosa di quel che succede. I compagni mi domandano: “Bruno, scoppierà la guerra?”. “Come faccio a saperlo? Decidono gli altri”, dico. Mi danno una manata sulla spalla e ridono... Non c’è mai tanta pace, nel cuore degli uomini, come alla vigilia di una guerra... Niente altro.

FRANCA              - Ma sei felice?

BRUNO                - La gente comune ha il dovere di essere felice.

FRANCA              -  Hai bisogno di qualcosa...? Non so... non farti riguardo.

BRUNO                - No, guarda, sto bene così. Mica per niente, sai, ma mi conosco. Se si comincia a lasciarsi prendere... Non è che abbia un gran carattere, io. Non so come potrebbe andar a finire. E voglio star tranquillo. (Per niente patetico, anzi dopo una breve risata) Se rimarrò quel che si dice un uomo onesto, dovrò ringraziare la mia vigliaccheria.

FRANCA              - Se non altro, vederci, ogni tanto.

BRUNO                - Ma certo, capiterà. Chi vive si incontra.

FRANCA              - Ti telefono?

BRUNO                - Fa come vuoi.

FRANCA              - E quando vai a casa... anche per loro...

BRUNO                - Non sarà da me che lo sapranno. La Rina, piuttosto, mi farà molte domande. Cresce con un caratterino!...

FRANCA              - Che vuol fare?

BRUNO                - Studia ragioneria e non vede l’ora di venire a Milano, anche lei. La storia di tutti.

FRANCA              - I vecchi resteranno soli.

BRUNO                -  Era prevedibile, prima o dopo. Ha suonato il campanello.

FRANCA              - esce ad aprire e rientra col Silvano.

SILVANO             - Se Dio vuole, è arrivata l’Elvira e me la posso battere. Entusiasta del neo! Ti serve niente? Tutto bene?

FRANCA              - (una larva di presentazione) Mio fratello, un vecchio amico.

SILVANO             -  (un fischio) Hai capito!... Complimenti. Tutti fusti così, in famiglia?

BRUNO                - Bè, ciao. Ormai, è tardi. La macchina la manderemo a prendere domani.

SILVANO             - (subito) Le serve un passaggio, allora?

FRANCA              - Lascia perdere, Silvano.

BRUNO                -  Perché no? Passa, per caso, dalle parti di Porta Romana?

SILVANO             - Volentieri. Per me è tutta strada.

BRUNO                -  Così, mi fermo un momento a dire una cosa alla mia ragazza.

SILVANO             - Come vuole. Poi, la posso portare anche a casa.

BRUNO                - E’ molto gentile. (Alla sorella) Fa la commessa al Motta.

FRANCA              - Avrei voglia di vederla.

SILVANO             - Te la cavi con un panettone. Se vogliamo andare...

FRANCA              - Allora, arrivederci.

BRUNO                - Ciao.

SILVANO             - Ci sentiamo. Mentre escono, altro squillo di campanello. (Dall’anticamera) Guarda chi si rivede! Entra

DAVIDE               - raggiunto, subito, da FRANCA.

FRANCA              - (schietta, apparentemente priva di imbarazzo) Scusami.

DAVIDE               Di che?

FRANCA              Non vieni da casa tua?

DAVIDE               Non ci vado dall’altro giorno.

FRANCA              Se ne può conoscere la ragione?

DAVIDE               No.FRANCA       Come vuoi.

DAVIDE               Ma di cosa ti devo scusare?

FRANCA              (rifattasi cauta) Niente, niente.

DAVIDE               Figurarsi. Sei proprio tu quella che si scusa di niente.

FRANCA              -  D’averti cercato. D’averti telefonato tante volte. Senza mai la grazia di trovarti, del resto.

DAVIDE               Non l’ho fatto apposta.

FRANCA              Meno male.

DAVIDE               Almeno, non sempre.

FRANCA              Evviva la sincerità. Pausa, qualche passo,s i guardano; lui con alcunché di involontariamente sfuggente.

DAVIDE               -  Fammi bere qualcosa, se non ti dispiace. Ho la gola arroventata. Lei gli serve da bere, tace, si aspetta.

FRANCA              - Che c’è, Davide?

DAVIDE               - Che ci deve essere?

FRANCA              - Come se non ti conoscessi.

DAVIDE               - (sarcastico) Ah già, tu mi conosci.

FRANCA              -  Sei come inseguito. Ti nascondi. Sembra che abbia paura...

DAVIDE               - Di che?

FRANCA              - Te lo domando. (Tra pausa e pausa) Non lo vuoi dire?... Non posso saperlo?... Nemmeno io?... Qualche volta, non so se tu mi faccia più rabbia o pietà.

DAVIDE               - Un sentimento che riunisca le due cose insieme, è forse l’unico giusto. Soprattutto, per chi s’è scelta la parte di inquisitore, come te.

FRANCA              - Possibile che non si possa mai entrare in un tuo pensiero, in un tuo sentimento, in una tua sensazione? La credi una forza?

DAVIDE               -  Anzi, una debolezza. A me non piace niente di quel che succede. Quindi...

FRANCA              - Viene per tutti il momento di lasciarsi andare, il bisogno... Sapere che esiste qualcuno che ci capisce senza giudicarci. Lui la sogguarda a lungo, vagamente insospettito.

DAVIDE               - A questo mondo, il mio posto è vuoto; e quel posto lo occupo io senza che, per questo, cessi di essere vuoto, ecco tutto. Ti va?

FRANCA              -  Credi che ci si possa sempre nascondere dietro alle parole? Egli tace. Un silenzio non facile. Posso aiutarti? Cos’è che non va?

DAVIDE               - Lasciami perdere, FRANCA. È meglio.

FRANCA              - Per chi è meglio? Per me o per te?

DAVIDE               - Anche per te.

FRANCA              - Questo lo dovrò giudicare io, semmai.

DAVIDE               -  E dire che tutto avrebbe potuto essere così semplice, così facile.

FRANCA              - E così naturale. Se ci sono due esseri, al mondo, che sembrerebbero fatti apposta per andar d’accordo, siamo io e te.

DAVIDE               - Ne sei proprio tanto sicura?

FRANCA              - Sì. (Semplice, intima e senza rossore) Non puoi, non vuoi volermi un po’ di bene?

DAVIDE               - Se, per volerti bene, intendi venire a letto con te, no, non posso. Torna a versarsi abbondantemente da bere ed è già la terza volta.

FRANCA              - Non t’ho mai visto bere tanto. Che ti accade, Davide?

DAVIDE               - Ho sete, te l’ho detto. Che mi deve accadere?

FRANCA              - ...Non puoi perché sono quella che sono, perché faccio questo mestiere? E allora? Una risata sardonica come a dire: ci vuole altro! è l’unica risposta.

DAVIDE               - Non posso perché non posso. Chiaro?

FRANCA              - Eppure, sembrava quasi che tu fossi orgoglioso di me, di contribuire a spingermi... Lo sappiamo bene noi due. Sarebbe stato sordido se non fossimo gli amici che siamo.

DAVIDE               - Appunto. Vedi che sei fuori strada. (Posa il bicchiere) Una dichiarazione d’amore a me. Il colmo del sarcasmo.

FRANCA              -  Faresti meglio a dire il colmo della banalità. Avevo perfino pensato... una volta fuori da tutto ciò, coi mezzi per viver bene... io e te...

DAVIDE               - (sibilato) Marito e moglie!... La tua vocazione borghese! Come rimpiangerai che ti abbia dovuto dire quello che ti dirò. E come ti detesterò per avertelo dovuto dire. Ma, del resto, prima o dopo, ci si doveva arrivare. L’ho sempre saputo, fin dal principio. E, forse, senza rendermene conto, avevo più voglia, io, di dirtelo che curiosità, tu, di conoscerlo.

FRANCA              - E’ per questo che ti facevi vedere sempre più di rado?

DAVIDE               - Ma sì, anche per questo. Il gusto masochistico di procrastinare il momento dell’umiliazione. Pensa un po’!

FRANCA              -  Tu non usi le parole a sproposito. Umiliazione, hai detto?

DAVIDE               - Umiliazione.

FRANCA              - Dimmi una cosa. Questa, almeno, ho il diritto di chiedertela. Perché m’hai aiutata su questa strada? Per antipatia, per risentimento?... Qualche volta, sono cose che entrano anche nei sentimenti migliori.

DAVIDE               - Ma che dici? che dici? Hai creduto che intendessi umiliazione per te?

FRANCA              - Eh sì, scusa. Considerato il tuo atteggiamento, ora, è l’unica spiegazione plausibile.

DAVIDE               - Fa conto una vendetta.

FRANCA              - Contro di me? E che t’ho fatto?

DAVIDE               - Se la smettessimo una buona volta di considerarci sempre dei protagonisti! Nessuno è protagonista, mai, nella vita.

FRANCA              - Vendetta contro chi, allora?

DAVIDE               - (largo gesto) Gli altri, se vuoi; la società, il mondo, il protagonista senza volto, gli innocenti colpevoli... niente e tutto. Ma, poi, nemmeno questo. Chi lo sa?... Una sorta di vendetta metafisica, scaturita dalle profondità, per un oscuro bisogno di rivalsa... L’unico modo, forse, per illudersi, un momento, di ripagarsi di certe situazioni. La vendetta, in fondo, è una sorella bastarda della giustizia. E uno si fa giustizia come può.

FRANCA              - Non tu.

DAVIDE               -  Soprattutto io. È sempre il nostro passato che decide per noi.

FRANCA              - E perché questo odio?

DAVIDE               -  Si direbbe che tu abbia bisogno di vedermi sempre migliore, meno meschino in un senso o nel suo contrario. Chi ha detto odio? Magari, si trattasse di odio. L’odio è un sentimento virile ed attivo. Sull’odio si può costruire qualcosa. Ma questo rancore inerte, questa estraneità pigra e cattiva, accesa da torbide fiammate nevrasteniche... Vento!

FRANCA              - E che c’entra con me, col volere o non voler bene?

DAVIDE               - C’entra coll’andare o col non andare a letto, che è poi la necessaria conclusione, l’inevitabile coronamento del volersi bene fra un uomo e una donna.

FRANCA              - Ma è, poi, tanto importante?

DAVIDE               - Può non esserlo per chi è in grado di andarci. È assolutamente indispensabile per chi, in grado, non lo è. È un’altra delle tante ironie della vita.

FRANCA              - Più ti ascolto e meno ti capisco.

DAVIDE               -  Lo credo bene. (E si mette a raccontare. È un avvio preordinatamente disinvolto, quasi leggero, fin che può durare) I tedeschi mi presero che tornavo a casa dalla lezione di latino. Ero preoccupato di un’ode di Orazio da tradurre per il giorno dopo. Mentre ci spingevano dentro al camion, mia madre mi cacciò in tasca quattro caramelle, quattro di numero. Entrai in campo di concentramento a sedici anni e ne uscii a diciannove.

FRANCA              - (a mezza bocca, come tutti i suoi interventi durante la rievocazione) Lo so.

DAVIDE               Ma forse non hai riflettuto abbastanza su un particolare. Io, ebreo, e non certo un colosso, riuscii a venir fuori da Auschwitz. Non so se ti renda conto di ciò che significhi. Caso unico e strano, non ne uscii nemmeno troppo malnutrito. E sì che si lavorava a tutto spiano a sfoltire la popolazione, là dentro.

FRANCA              - Mette conto che tu debba continuare a tormentarti con quei tristi ricordi?

DAVIDE               - Metterebbe conto in ogni caso. La maggior colpa, dopo quanto è successo, sarebbe dimenticare. Il mio, poi, è un caso speciale e mette più conto ancora. Ogni uomo è figlio della propria memoria. Non si scappa. Delle nostre famiglie – diciotto persone – dopo tre mesi, ero rimasto il solo vivo. Il più vecchio, mio nonno, aveva settantotto anni, la più giovane, mia sorella Giuditta, la chiamavano Ditta, ne aveva tre. Venne introdotta nei forni, dopo essere stata gassata, proprio il giorno del suo compleanno. L’undici aprile. Che sole quella mattina!... Era arrivata la primavera anche lassù. E toccò a me introdurvela. Migliaia di cadaveri al giorno e mia sorella toccò a me. Non occupava nemmeno la metà della pala che la raccolse. Un fascetto d’ossa e due immensi occhi spalancati. Vivi anche dopo morti. Non osai nemmeno piegarmi per chiuderglieli. Fermarsi un momento, poteva costare la vita, la vita subito, voglio dire.

FRANCA              - Che orrore...

DAVIDE               - Nemmeno poi tanto. Dopo due mesi di quel lavoro, avvengono adattamenti straordinari della sensibilità. Quel lavoro era il sogno di molti, là dentro. Dava diritto a un supplemento di cibo: da difendere con le unghie e coi denti. Fin che durava, voleva dire vivere; anche se non voleva dire sopravvivere, perché, un giorno o l’altro, dopo averne gettati dentro tanti, ci sarebbe stato qualcuno che avrebbe gettato dentro noi.

FRANCA              - Assassini.

DAVIDE               - Si dice sempre. E poi, che se ne cava? (In piedi, camminando, afferrato da una crescente agitazione) Cominciò a capitare sempre più spesso, là davanti, un medico del campo. E mi accorsi che non mi levava gli occhi di dosso. Non veniva per godersi lo spettacolo, veniva per me. Si chiamava Friedrich e divideva la sua attività fra l’infermeria e i loro famosi esperimenti.

FRANCA              - (un gemito) Noo...

DAVIDE               - No. Questo lo seppi molto dopo. Una mattina mi fu ordinato di recarmi da lui. Essa si nasconde il viso fra le palme delle mani. Puoi abbassare le mani. Non è ancora il momento. Nonostante tutto, per me, cessò il tempo della paura. Fu buono e generoso. Ma sì, per quanto enorme possa apparire, si deve dire così. (L a guarda. Un silenzio) Non capisci, eh... Cerca di sforzarti... Cosa credi? Nemmeno fra le S.S. mancavano i raffinati, dai gusti particolari, come il tuo amico Silvano. L’obermediziner Friedrich era uno di loro ed io non ero un ragazzo da buttar via, si vede. Fui promosso infermiere.

FRANCA              - Ma è spaventoso.

DAVIDE               - Qui, ora. Ma là dentro, allora? Una delle maggiori fortune che potessero capitare. Perché negarlo? Mi ci ero perfino affezionato. Purtroppo, anche qualche altro suo collega aveva i medesimi gusti, senza avere la medesima educazione e Friedrich, ahimè era geloso. Geloso, capisci? E rompe in un pianto freddo, fratturato.

FRANCA              - Basta, povero Davide, basta, basta.

DAVIDE               - (riuscendo a reprimersi) Il meglio deve ancora venire. (Torna a bere) Per il mio protettore si profilavano due pericoli non indifferenti: uno scandalo, oppure che gli fossi portato via da qualcun altro, più in alto di lui. Escogitò il modo di evitarli entrambi, con una trovata degna di loro. Gli servivo, disse, per uno di quei tali esperimenti. E, dato il genere dell’esperimento, la mia era l’età ideale. Niente di drammatico e niente di cruento, ebbe la finezza di rassicurarmi... Diciassette anni! Potevo sapere, allora, di che si trattasse? Che avrebbe voluto dire dopo? Per la vita?...Un laboratorio netto come uno specchio... Un lettuccio candido... Qualcosa di geometrico e lucido che emetteva delle radiazioni... Cinque minuti... nemmeno... qui, davanti... Un ronzio impercettibile, una gradevole sensazione di caldo e niente altro. Il mio corpo non fu nemmeno toccato. Poteva essere un gioco, una finzione... Ora puoi nasconderti gli occhi. Rimasi l’infermiere indisturbato, il soggetto in osservazione, a doppia dieta, del dottor Friedrich che doveva studiare gli effetti della sterilizzazione nello sviluppo da adolescente a uomo. Uomo!... Quando giunsero gli americani a liberarci, fecero appena in tempo a strappargli di mano il revolver col quale stava sparandomi per poi spararsi, almeno così aveva urlato tutta la mattina. Che vuoi? Anche l’eroismo è una professione.

FRANCA              - E non l’hanno ammazzato?!

DAVIDE               - Ora è primo chirurgo in uno dei principali ospedali di Monaco. Fu a Milano, tre mesi fa, per partecipare... come li chiamano? A un simposium di chirurgia dell’apparato riproduttore. È la sua specialità. Lo lessi sul “Corriere” il giorno dopo. (Convulso) E da allora, da allora... Che mi è accaduto, che è esploso dentro di me, da allora?... Un enorme sforzo e riesce a trattenersi ancora. Si è alzato e cammina agitato. Ci credi che, al momento di varcare i cancelli di Awschwitz, dove entrarono a milioni e uscirono soltanto a decine, ero felice? Non era vero, non poteva esser vero. Era stato un sogno, uno scherzo, un trucco. La vita era mia, lì a portata di mano. Diciannove anni! Non avevo che un pensiero: una donna. E non mi resi conto che non era un desiderio, che non sarebbe mai potuto diventare un desiderio; che era e sarebbe stato, sempre, soltanto, un pensiero... Bastava alzare gli occhi, fare un cenno, erano dappertutto, lì, giovani, belle, coi corpi che gridavano dalla voglia di ricevere e di dare il piacere... E provai, provai, provai... non feci che provare!... (Sul punto di travolgere l’ultima barriera) Che odio, in certi momenti, che odio per loro, per te!... (Mordendosi le mani a sangue per non lasciarle libere) Non muoverti, non parlare, non dir niente. Non so cosa potrebbe accadere se tu dicessi una parola. Essa rimane ferma per un po’, a fissarlo con una sconfinata pietà. Poi riempie un bicchiere, gli si avvicina e, sempre in silenzio, glielo mette in mano. (Ora spento, qualcosa di indifeso e infantile, non privo di un amaro risvolto ironico) Ti rendi conto, adesso, che quando uno, così, incontra la donna che potrebbe essere la sua donna, possa far di tutto per aiutarla a diventare una prostituta? E se a lei viene in mente di regalargli un pigiama, lo fa indossare agli altri che la godono al posto suo... ti rendi conto?... Mossa da un naturale impulso di tenerezza protettiva, la mano di lei si mette ad accarezzargli i capelli. Lui si scansa con un atto repentino, balza in piedi e si allontana.

DAVIDE               - Compassione no! È davanti all’altra poltrona. Per potervisi sedere, deve sollevare l’involto che lei vi ha gettato quando è rientrata. La carta si scioglie e cadono a terra numerosi giornali arrotolati, con dei segni di lapis rosso ben visibili. Egli li prende in mano e si volge verso di lei con violenza minacciosa. Ma questi... questi?... Come sono qui, questi?

FRANCA              - Ce li ho portati io.

DAVIDE               - Sei stata a casa mia?!

FRANCA              -  Il fatto di stanotte m’aveva sconvolta. Temevo per te... che t’avessero preso... non so... Ho sempre temuto per te dopo ogni fatto come quello di stanotte... Non so perché. Sono corsa a cercarti, mi son fatta dare la chiave dal portinaio, ho trovato quei giornali e quei segni, tutti sul fatto di stanotte; sul letto, per terra, sul cassettone, offerti alla vista del primo che fosse entrato...

DAVIDE               - Sai?...

FRANCA              -  Ora, sì. Credo di sì.

DAVIDE               - (freddo, distante) E non hai paura? non hai paura?

FRANCA              - Sì, Davide, ho paura. Ma non importa.

Scende, lento, il sipario.

ATTO TERZO

“Di queste città resterà solo chi le attraversa ora: il vento.     Noi lo sappiamo, siamo di passaggio. Dopo di noi: nulla di notevole.” B. BRECHT Giorni dopo. Dentro è buio ma fuori è giorno e la luce filtra dalle fessure del balcone; con essa, sale anche il rumore del flusso dei motori della strada, così parente di questa storia. Poi, secco e stridente, viene a mescolarvisi quello vicino di una chiave che gira nella serratura e la porta aperta e richiusa. Una luce viva nell’anticamera. Entra FRANCA, vestita da viaggio, con una piccola valigia. Va alla finestra, fa scorrere le tapparelle e apre le tende. È seria, pensierosa. Prima ancora di togliersi la pelliccia e i guanti, solleva il telefono e fa un numero. Sta, parecchio, ad ascoltare ma nessuno risponde. Riprende la valigia e la porta nella camera da letto dove scompare per un po’. Si sente, anche di là, aprire la finestra. Torna, senza pelliccia e senza guanti. Resta un po’ soprapensiero, sposta automaticamente qualche oggetto, poi decide di ritentare al telefono e chiama un altro numero.

FRANCA              - ...Un momento il signor Davide, per cortesia... Più visto?... Credevo... Una sua amica... E’ fuori città, per caso?... (Un’improvvisa ombra sul volto) Come? Da quando?... Niente, niente. Non importa. Grazie. Cessa subito la comunicazione e sta lì, col mento appoggiato sul pugno. La sorprende così il trillo del telefono. Lo lascia suonare una, due, tre volte, indecisa se rispondere o no, poi si risolve per il sì.

FRANCA              - (dopo aver solo ascoltato per un po’) ...Sei molto caro... Non ero a Milano... Sono stata via due giorni... (Evidentemente si accorge solo ora, da ciò che le viene detto, di una cesta di fiori in un angolo) Sono qui, davanti a me... Molto belli. Grazie... Ha pensato il portinaio a portarli a casa... Avvertirti? Ma via, quarantott’ore in tutto... Non pensavo che ti saresti fatto vivo... No, nemmeno che avresti telefonato... (Una punta di tenerezza) Per così poco tempo?... Sul serio, ti dispiace?... No, anzi, perché mi dovrebbe infastidire? Al contrario... Ma no, niente. Son rientrata cinque minuti fa... Niente, ti dico... Solo un po’ frastornata... Nessuna ragione, ti assicuro... Tu piuttosto... A causa di Silvano? Di tuo figlio, volevo dire... Meno male... Me l’hai detto tu che si chiama Silvano... Un discorso importante?... (Un pallido tono di scherzo) Mi preoccupi... Va bene, una cosa seria. Mi preparo... Sinceramente, m’ha fatto bene sentire la tua voce... Volentieri... No, no. Te lo avrei chiesto io... Sul serio, mi fa bene non restar sola. Una scampanellata. Suonano allo porta. Scusami, a più tardi. Mette giù il ricevitore, esce ad aprire e ricompare precedendo un uomo anziano modestamente ma decentemente vestito, dai modi discreti ed insinuanti, intelligente senza inclinare alla scaltrezza, fiducioso senza cedere alla credulità e piuttosto indifferente che inquisitorio; sembra pavido ed è soltanto prudente. Per accorgersi che si tratta di un commissario di polizia, occorrerà che lo dichiari. Un’eccezione alla regola e, dal punto di vista del pittoresco letterario, quindi, un vero errore; ma l’uomo di quel giorno era così e la verità va rispettata, anche a costo che la polizia, una volta tanto, non ci faccia cattiva figura. Fosse accaduto qualche mese dopo, saremmo stati esonerati da questa finezza: è andato in pensione un anno fa. Una pensione modesta, però rinforzata moralmente dalla nomina a cavaliere della repubblica e, in questura, è qualcosa.

COMMISSARIO  - (che s’è tolto di tasca un cartoncino e lo fa vedere) Chiedo scusa. Ma è il regolamento.

FRANCA              - Cioè?

COMMISSARIO  - Mostrare la tessera. La gente pensa chissà che prepotenze e non sa che è più imbarazzante per noi farla vedere che, per gli altri, controllarla. Siamo, in un certo senso, degli schedati anche noi.

FRANCA              - (cauta ed all’erta, riuscendo a mantenersi disinvolta) Non riesco a capire.

COMMISSARIO  - La ragione della mia visita. E, infatti, lo credo. Il primo persuaso che sarà stata inutile e si risolverà in una delle nostre solite, come dire? indelicatezze, sono io.

FRANCA              - In tal caso, lo capisco anche meno.

COMMISSARIO  - Naturalmente. Previsto anche questo. ma che vuole, signora... (Forse ha impercettibilmente accentuato il signora).

FRANCA              - Non sono sposata.

COMMISSARIO  - Lo sappiamo, signorina.

FRANCA              - E’ forse un reato non aver marito?

COMMISSARIO  - Mai più. Qualche volta è un reato, semmai, aver moglie. Un reato contro se stessi che il codice non contempla. Io ne so qualche cosa. Sbagliato tutto, la carriera, la famiglia... Ma io le faccio perder tempo.

FRANCA              - Penso anch’io. Questo però non mi aiuta a capire.

COMMISSARIO  - Non dovrebbe, però, capire sbagliato. E, per rassicurarla, debbo essere nuovamente indiscreto. Lei personalmente è fuori causa. Noi viviamo di scandali, di crimini e non è il suo caso, questo sia chiaro.

FRANCA              - Meno male.

COMMISSARIO  - Fossero tutti come lei, i nostri uffici si ridurrebbero a dei posti vuoti, occupati da uno stipendio; come, più o meno, è stato sempre il mio. E anche quello di tanto altri, del resto.

FRANCA              -  Io non ho esperienza diretta ma, per quello che ne sento dire, lei è uno strano commissario. Dà informazioni invece di chiederne e, per giunta, con l’aria di domandar scusa.

COMMISSARIO  - Esattamente. Le sono grato di avermi capito. Volevo soltanto rassicurarla. Basterebbero le persone che frequenta a garantire della sua intoccabilità; mi scusi, volevo dire della sua ineccepibilità. Come lo chiamano? Un lapsus. Un silenzio senza apparente imbarazzo da parte di lei. Che le dicevo? Il nostro destino è l’indelicatezza. Necessità professionale. Ma meglio una piccola indelicatezza che un grosso equivoco, non trova?

FRANCA              - E allora?

COMMISSARIO  - E allora, mi domanderà, come mai le facciamo la posta da due giorni.

FRANCA              - Ah!

COMMISSARIO  - Perché nasconderlo? Che vuole? L’opinione pubblica. In certe situazioni, l’opinione pubblica obbliga anche noi a dei passi falsi o, per meglio dire, intempestivi, affrettati, che, qualche volta, è anche peggio. Bisogna dimostrare di far qualcosa e questo costringe a recar disturbo a chi avrebbe il diritto di esser lasciato in pace.

FRANCA              - (evidentemente persuasa di un sopravvento quanto meno opinabile, ma ciò che importa è che riesca a darle sicurezza) Sarà meglio che si spieghi chiaramente. Non ho molto tempo a disposizione.

COMMISSARIO  - Giusto, giusto. Vede? Proprio questo, questa mia sensibilità mi ha impedito di far carriera. Vengo al nocciolo... Ci sono stati, negli ultimi mesi, dei fatti, fatti sanguinosi, atroci che hanno molto impressionato. Una macchia su questa operosa e onesta città. Ne avrà sentito parlare.

FRANCA              - Se non mi dice di che si tratta...

COMMISSARIO  - Già. Scusi... Quelle disgraziate, uccise di notte. Badi bene, non giudico. Infelici, esposte, se vogliamo, al rischio della loro professione, un rischio limite ma, insomma, ognuno è padrone di fare ciò che vuole della propria vita, benché ci sia modo e modo, non trova?

FRANCA              - E’ un po’ difficile non averne sentito parlare, col baccano che ne hanno fatto i giornali, la gente.

COMMISSARIO  - Ecco, ecco. Si metta nei panni della polizia. Un’ossessione. Premuti da tutte le parti. Fare qualcosa diventa la parola d’ordine. Questa è una città di milionari, signorina, e vuol sentirsi difesa.

FRANCA              - (perfino un pizzico aggressiva) Desidera sapere se le conoscevo. No, non le conoscevo.

COMMISSARIO  - Cosa dice? Pensare una cosa simile? Lei?

FRANCA              - E allora non so proprio in che potrei servirvi.

COMMISSARIO  - E’ che, vede, in questi casi, si va a tastoni. Si seguono cento piste...

FRANCA              - A caso?

COMMISSARIO  - A caso non proprio... Cento poste, sperando, fra cento, di imboccare quella giusta.

FRANCA              - Come giocare al lotto, in altre parole.

COMMISSARIO  - Più o meno. Vaghi sospetti, indizi, meno che indizi, semplici impressioni. La delinquenza di una grande città ha due facce, una sporca e una pulita. La prima la si conosce bene. Casa nostra, in un certo senso, ingresso libero. La seconda...eh, la seconda.... porta chiusa. Intendo, quando un furto è un furto, una rapina è una rapina, un assassinio è un assassinio, otto volte su dieci portano la firma. Ci si muove nel nostro ambiente, per dire. Tutto è semplice, sin troppo semplice. Il guaio comincia quando accade qualche cosa dall’altra parte e si deve esplorare l’altra faccia. Allora si è inesperti, maldestri, impediti... indifesi, ecco indifesi. Un labirinto: è la parola; pavimentato di sabbie mobili, seminato di buche, dove quelli che possono inciampare siamo noi. Intende? Bisogna andare coi piedi di piombo.

FRANCA              - Vuol dire che un conto è un passo falso con un pregiudicato e un conto con una persona perbene?

COMMISSARIO  - Press’a poco. Non si sa mai quali acque si muovono... chi ci sia dietro... le ripercussioni. Ah che bella cosa se i malviventi fossero tutti dalla parte dei pregiudicati e gli onesti tutti da quella delle persone perbene!

FRANCA              - Per caso, avete intenzione di arrestare qualcuno e volete conoscere la mia opinione? È questo?

COMMISSARIO  - Purtroppo non è così semplice. Il fatto è, vede, che, oh, non arrestato, e su quali prove? Il colore di un’automobile, figurarsi!...Semplicemente fermato, qualcuno lo è stato già. Indizi, impressioni; come dicevo. Fermato.

FRANCA              - (impassibile) Vada avanti.

COMMISSARIO  - C’è ragione di ritenere che questa persona lei la conosca... Forse è in grado, sempre se crede, di darci delle informazioni... Il temperamento, le abitudini, il modo di vivere... eventualmente, stranezze sessuali... uno spiraglio qualunque... Qualche volta, una sfumatura... Che vuole, oggi col sesso si spiega tutto.

FRANCA              - Aspetto che mi dica chi è. Io conosco abbastanza gente.

COMMISSARIO  - Tutti superiori ad ogni sospetto. Sappiamo. Un giovane scrittore, un israelita...

FRANCA              -  (una risata nervosa che tuttavia maschera lo sforzo) Davide?! Avete arrestato Davide? Incredibile.

COMMISSARIO  - Fermato, fermato semplicemente... Per accertamenti come si dice. Ebbene, tranne lei, scusi l’indiscrezione, non gli si conosce nessun’altra amicizia femminile.

FRANCA              - Questo mi fa piacere.

COMMISSARIO  - Perché? Ah, io sono imperdonabile.

FRANCA              - Permette una domanda?

COMMISSARIO  - Ben lieto.

FRANCA              -  Confessare di avere un amante, ma sì, diciamo pure una come me, costituisce un reato?

COMMISSARIO  - Ma che dice, signorina?

FRANCA              - (falsa come la verità) In tal caso, sì.

DAVIDE               - è il mio amante, l’amante del cuore, come si dice. Da parecchio tempo. Anni. Va bene?

COMMISSARIO  - Vedo, vedo.

FRANCA              -  E, fra noi, tutto è normalissimo se è questo che le interessa.

COMMISSARIO  - Lei è in grado di saperlo meglio degli altri.

FRANCA              -  Le dispiace?

DAVIDE               - arrestato, pardon: fermato. Lui che non sarebbe capace di uccidersi una pulce addosso.

COMMISSARIO  - Questo non vorrebbe dire. Molti efferati assassini sono zoofili emeriti, signorina.

FRANCA              - Non è il caso, le assicuro. Ora capisco perché le mie telefonate son rimaste senza risposta.

COMMISSARIO  - Perché, lei gli ha telefonato?

FRANCA              Naturalmente. Non lo sapevate? Avete perso l’abitudine di controllare i telefoni? (Gesto evasivo di lui) A casa ed anche in ufficio, un quarto d’ora fa, appena rientrata a Milano. Capirà, quattro giorni che non ci si vede.

COMMISSARIO  - Ha detto, scusi, quattro giorni?

FRANCA              - Per la verità avrei dovuto dire quattro notti.

COMMISSARIO  - E precisamente? Ci pensi bene. Può essere molto importante.

FRANCA              - Oggi, che giorno è?

COMMISSARIO  - Lunedì.

FRANCA              -  Lunedì. Si fa presto a fare il calcolo. Mercoledì. La notte di mercoledì.

COMMISSARIO  - Una notte è lunga.

FRANCA              - Tutta. Ha cenato qui la sera di mercoledì e se n’è andato la mattina di giovedì. Se le interessa, le dirò anche che ho il sonno molto leggero. Ma perché scusi?

COMMISSARIO  - Certo, se ne è così sicura...

FRANCA              - Sicurissima. Me ne ricordo bene perché, il giorno dopo, venne a trovarmi mio fratello che non vedevo da un anno. Poi sono partita...

COMMISSARIO  - (gli scappa) Coll’onorevole. Oh, mi scusi, mi scusi, mi scusi tanto.

FRANCA              - Di che? Si trattava d’un liberale!... Due giorni di assenza e oggi è lunedì. I conti tornano.

COMMISSARIO  Sarebbe disposta ad assumersi la responsabilità di testimoniarlo? In via del tutto riservata, beninteso.

FRANCA              -  Ma certo. Lo devo lasciare in un guaio simile? Mancherebbe altro!

COMMISSARIO  - E, semplice scrupolo, qualcun altro che potesse confermarlo?

FRANCA              - Signor commissario, è difficile che certe cose si facciano in tre. Specie quando ci si vuol bene. Se può servire la conferma di quando sono partita e quando sono tornata, la persona che mi accompagnava non avrà nulla in contrario, penso, a dichiararlo.

COMMISSARIO  - Per carità!

FRANCA              - (proprio come le venisse in mente in questo momento) Ma, forse, ho di meglio. Sotto il guanciale deve esserci ancora il suo pigiama. Da mercoledì io non ho più dormito in casa, è facile trarne le conseguenze. Ci sono ricamate su le sue iniziali:D.F.

COMMISSARIO  - Le credo sulla parola.

FRANCA              - No. Abbia pazienza. Sbagliare è umano. Può capitare anche alla polizia. Ma, capirà, più presto esce da questo imbroglio e meglio è. Prego, signor commissario, entri, entri. È solito dormire dal lato sinistro. Il pover’uomo entra e ritorna col pigiama che mette su una sedia. Può conservarlo come corpo del reato, se crede. Desidera altro?

COMMISSARIO  - Scusarmi di nuovo e togliere il disturbo.

FRANCA              - Dovere. E lo accompagna alla porta.

COMMISSARIO  - (uscendo) Peccato. Già, la nostra nemica è sempre l’impazienza. È la solita storia. Non c’è maggior sbaglio che ritirar la rete troppo presto. Rumore dell’uscio richiuso.

FRANCA              - riappare disfatta dallo sforzo e crolla su una poltrona.  Cala lentamente la luce come se il tempo, dal meriggio al crepuscolo, si contraesse nello spazio di brevi minuti. Dal buio salgono le note del “valzer triste” di Sibelius. Quando torna chiaro, la stanza è illuminata a luce elettrica.

FRANCA              - è seduta in un’altra poltrona e, di fronte a lei, sta Carlo. Egli ha già raccontato molte cose di sé. C’è una pausa di silenzio.

CARLO                 - ...E così, quando lei morì, non è che la mia esistenza mutasse di molto. Cessò soltanto la contraddittorietà di una situazione: vivere insieme e non esistere l’uno per l’altro. Divenne reale, anche fisicamente, quell’assenza, quell’estraneità che aveva vuotato, stavo per dire che aveva riempito, il nostro matrimonio fin da principio. Qualcosa di abbastanza frequente, insomma.

FRANCA              - Che avevate da rimproverarvi?

CARLO                 - Nulla. È ben questo. In dieci anni di matrimonio, non ci fu un’ombra, uno screzio, un dissidio, un torto; mai una parola men che educata e gentile. Un capolavoro della buona educazione.

FRANCA              - E dei soldi.

CARLO                 - E dei soldi... Benché, allora, non moltissimi... Capitano... Capitano, no, momenti che due esseri son lì, vicini, uniti e mentre uno ascolta delle campane che suonano, un cane che latra nella campagna, l’altro, invece, guarda il colore del cielo, l’ombra di una foglia su un muro. Tu non vedi quello che vede lui, lui non ode quello che odi tu. Così. Reciprocamente sordi e ciechi. Tutta la vita. Va un po’ a spiegarti perché. Le rotaie, pensa alle rotaie. Possono fare il giro del mondo a patto che non si avvicinino mai, tanto così, l’una all’altra. In dieci anni, credo, i nostri orologi non segnarono mai la stessa ora. Tutto ciò che facemmo insieme fu mettere al mondo un figlio col quale sarebbe stata la stessa cosa. Se ci fossimo proposti una reciproca vendetta non avremmo potuto inventar di meglio... Chi fu? E chi fui, io, per lei?... Mah! Passatici accanto e via. Sembrava, che so? che ci desse reciprocamente fastidio d’esistere. Il disco ha finito di girare. Egli si alza per avvicinarsi al grammofono. Lo rimetto, se non ti dispiace. Mai capito perché mi piaccia tanto questo disco. È, si può dire, l’unica musica che conosco e non mi stancherei di ascoltarla. Abbi pazienza. Riattacca in sordina il valzer.

FRANCA              - Stavi dicendo tuo figlio.

CARLO                 - Gli voglio bene, so che lui me ne vuole. A modo suo, come io, del resto, a modo mio. Ma è affatto vero. Eppure, anche lì... Distanti come due pianeti. Non lo giudico, bada bene. È lui che lo crede. Debbo confessare che non riesce nemmeno a scandalizzarmi. Un uomo come me, formalista, in fondo, se la gente conoscesse quanto poco sia capace di scandalizzarmi, ne resterebbe stupefatta. Per quanto ne viva fuori, uno, si pensa, fa l’orecchio alla realtà. E viceversa... no, no. Natura.

FRANCA              - Non avrei mai pensato... Proprio vero: qualche volta, i più spregiudicati sono coloro che lo sembrano meno.

CARLO                 - Spregiudicatezza? È la vecchia storia: dal dire al fare... E se si trattasse soltanto di indifferenza? Me lo sono chiesto più di una volta. In fondo, tutta la mia vita, fino ad oggi, sta lì a dimostrarlo... Silvano. Ti giuro che, qualche volta, perfino lo ammiro. C’è, nella sua sfacciata incoscienza, una sincerità, una lealtà, un ardimento che mi fanno invidia. Eppure, a guardar bene in fondo, è più conformista e convenzionale lui nel credere che io lo veda come una sorta di mostruosità della natura, che non sia io nel non riuscir a considerarlo tale. Ma ciò, purtroppo, è sufficiente a tenerci distanti e siamo al punto di sempre.

FRANCA              Mai incontrato nessuno con una capacità di comprendere come te. Son rari gli uomini ai quali si può confidar tutto come a se stessi.

CARLO                 - Tutto non lo si confida mai. Per fortuna. Vorrebbe dire infilare la strada dei disastri a ripetizione.

FRANCA              - (soprapensiero) Bè certo. Si fa per dire. Mi domando se il vero coraggio non consista proprio in questo tuo rispetto degli altri.

CARLO                 - E poi, quando ti accorgi che i tuoi coraggi son soltanto questi? La vita che, dal cervello, non riesce a scenderti nel sangue. Per dire: io, ad esempio, sono convinto dell’inettitudine del capitalismo e dell’attuale classe dominante, pur senza essermi deciso per i loro avversari politici. Tutti inerti, i miei coraggi; possibilità potenziali, prive dello slancio per realizzarsi.

FRANCA              - Bè, tutte non direi.

CARLO                 - Il mio lavoro? Non mi ha mai dato veramente né gioia, né orgoglio. Unicamente una medicina per distrarmi dall’angoscia di sentirmi un recipiente vuoto. Come, per gli altri, l’alcool o la droga, fa conto. C’è nel discorso, una smagliatura, come avviene nei colloqui di molta confidenza ed intimità. “... La... Laralaralara... Lara...”. l’uomo si sorprende a seguire a mezza voce il motivo diffuso dal grammofono e sorride. Ecco. Probabilmente la mia misura è quella di questa banale melodia. Io, per me, sono fatto per le cose ordinarie. Non ho voli. Intorno a me, alla mia vita privata, tutto assume un’aria comune, modesta, mediocre. La mia ricchezza medesima, tutto ciò che ho costruito, è stato senza volontà e senza sforzo e perciò non ha né splendore né importanza: frutto esclusivo, probabilmente, della paura di vivere. Basta che qualcosa passi attraverso di me per diventar piccola.

FRANCA              - Vorrai dire onesta.

CARLO                 - (un sorriso amarognolo) Bè, più o meno, è la stessa cosa, no? Tutto questo è maledettamente borghese, direbbe mio figlio... Insignificante, sempre. Se mi mettessi al dito un diamante, finirebbe col sembrare subito vetro.

FRANCA              - Ma non cesserebbe, per questo, di essere un diamante.

CARLO                 - Eppure tu, quando dici queste cose, sei sincera.

FRANCA              -  Probabilmente, non te le sei mai sentite dire perché non ti sei mai aperto con qualcuno.

CARLO                 - Sì, può essere anche vero. Ma la realtà non muta. L’ironia della vita, vedi, è che, alla resa dei conti, tutti i luoghi comuni sono veri. Sempre più forti di noi. Diventare ciò che si è. Questo è tutto.

FRANCA              - E ti par facile?

CARLO                 -  Più di quanto alla nostra viltà può far paura. Trovare, una volta, l’energia e la voglia di uscire da se stessi e tutto avrebbe potuto essere diverso. Soltanto con te, ciò è potuto accadere. (Una pausa, un’occhiata) E, purtroppo, io ho cinquantadue anni e tu ventitré.

FRANCA              - Ventisei.

CARLO                 - (ora più diretto, con una tenerezza di giovanile timidità sovrapposta alla cautela) E puoi pensare che siano sufficienti a colmare il solco?

FRANCA              - La realtà che stiamo vivendo da tre mesi non lo smentisce.

CARLO                 - E, su altre basi, continuerebbe così?

FRANCA              - Altre basi?

CARLO                 - Non immagini ciò che intendo dire?

FRANCA              - (un’ombra di perplessità) No.

CARLO                 - Continui ad essere sincera, sincera fino in fondo?

FRANCA              - Non comprendo.

CARLO                 - Già. È più che naturale che tu non comprenda. Quando un uomo, alla mia età, sta per decidere, di punto in bianco, un gesto che contraddice tutto il suo passato è naturale che non si comprenda. Nulla riesce tanto sconcertante quanto un coraggio che esplode all’improvviso. Una lunga pausa che coincide, vedi caso, col cessare della musica e, se Dio vuole, consente di proseguire non più a tempo di valzer. Continui sempre a non comprendere?

FRANCA              -  (seria, schietta) Un po’ meno, mi pare. Ma sarebbe talmente fuori da ogni logica...

CARLO                 -  Ebbene sì. Mia moglie. Ci sono, me ne rendo conto, novanta probabilità su cento che tu dica di no. Ti conosco abbastanza. E, del resto, è proprio questa la garanzia. Ma se tu dirai di sì, oh se dirai di sì, sarai veramente mia moglie. Non ti chiedo l’amore. Non tanto perché un uomo della mia età, come me, è assurdo che chieda l’amore a una donna come te, della tua età. La pretesa dell’amore, addirittura, arrivo a dire l’ipotetica esistenza, da parte tua, dell’amore, condurrebbe al disastro certo, in breve tempo. Tengo troppo a te per mettere in gioco tutto sulla carta dell’amore. Chiedo insieme, guarda, la tua lealtà e il tuo interesse, sicuro come sono che, in te, si tratta di due cose inseparabili.

FRANCA              -  (pensierosa) E tu sfideresti così il mondo? Potresti garantire di non considerarti il marito di una moglie clandestina della quale ci si vergogna e che si deve tener nascosta?

CARLO                 - Mi accorgo veramente che a conoscere il mondo sono io, non voi. Non tu, non mio figlio, non i tuoi amici: io che lo conosco meno di tutti.

FRANCA              - Una sfida?

CARLO                 -  Al mondo? (Per la prima volta una risata sarcastica, armata di cattiveria) Ci si può levare il gusto, avendo questo gusto, della benedizione del Santo Padre e di un telegramma del Capo dello Stato. Gratis, o quasi gratis. Ormai, son le cose che costano meno.

FRANCA              - E te stesso, ti conosci?

CARLO                 -  Un po’ meno. Conosco, però, quel che tu rappresenti per me. E anche, sì, ciò che io rappresenterei per te. Diventare, insieme, una casa, una famiglia, ciò che non ho mai conosciuto e che ho ancora poco, pochissimo tempo per conoscere.

FRANCA              - E ti basta?

CARLO                 - Me ne cresce. Finora, sono stato spregiudicato solo nei riguardi altrui. Sarebbe il momento che lo fossi anche per me stesso, non ti pare?

FRANCA              - Una proposta simile!... Inimmaginabile. Qualsiasi altro, ma da te... E, scusa, una domanda... non so come dire...

CARLO                 - Umiliante.

FRANCA              - Non proprio...

CARLO                 - Ma quasi. Avanti. Va fatta. Unicamente per questa strada può essere possibile ciò che vorrei che fosse possibile. La giovinezza è crudele. E, in fondo, non ha torto. Senza crudeltà non si può essere sinceri.

FRANCA              - Volevo dire se, io, un giorno...

CARLO                 - Ho capito. Sarebbe, per caso, diverso con un’altra? Diciamo pure con una ragazza perbene. Ne troverei, senza fatica, sai.

FRANCA              - Lo credo bene.

CARLO                 - O, meglio, ne troverebbe il mio patrimonio, il mio rango...

FRANCA              - Anche tu.

CARLO                 -  Lasciamo correre. Con un’altra, avverrebbe forse peggio e più facile. E come potrebbe essere altrimenti? FRANCA, fra pochi anni, io sarò un vecchio. Tu sarai ancora una donna giovane e bella. La realtà va guardata negli occhi. Se accadrà qualcosa, e probabilmente accadrà, sarà naturale. E può anche darsi che, allora, io ti ami abbastanza meno per poterlo sopportare senza soffrirne troppo. Vedi che sono sufficientemente cinico da precostituirmi il rimedio. Non è umiliante, è soltanto saggio. E poi, fare a meno di te sarebbe peggio di tutto. La verità è questa... La vita, me ne sono accorto, sai, è un’avventura stupenda, a patto di accettarla com’è, di lasciarsene investire abbandonandosi al suo flusso. Senza una provvidenziale dose di fiduciosa imprudenza, non c’è felicità... Il mondo, le convenienze, la morale, domani, l’anno prossimo... son questi i fantasmi che ci impediscono di essere felici, perché ci impediscono di vivere. Essa lo guarda fra stupita e ammirata. Uno, dici, scopre sempre delle giustificazioni morali ai suoi desideri e ai suoi interessi? Certo. Ma lo trovo giusto e legittimo.

FRANCA              - Sembra che stiamo recitando una commedia dove i personaggi si sono scambiati le parti.

CARLO                 - (serio, dietro allo scherzo) Sono le uniche commedie vere in un tempo in cui le verità si sono capovolte. E, se si sono capovolte, una volta tanto, approfittiamone. Non è poi detto che le verità di oggi siano peggiori di quelle di ieri. È un’epoca in cui tutto è provvisorio. Un gesto di lei, spontaneamente affettuoso, la mano sopra la mano. Come sei caro.

CARLO                 -  Probabilmente, si tratta solo di un egoismo che cerca un’intesa con un altro egoismo. Ma l’esperienza mi ha insegnato che è uno dei pochi modi di mettere insieme qualcosa di sicuro che possa durare.

FRANCA              - (appena appena amara) Un contratto.

CARLO                 -  Io credo ai contratti. Perché, sai, in ognuno di noi c’è dell’egoismo ma, per fortuna, poi, scopri che non c’è soltanto dell’egoismo. Una pausa alleggerita da due sorrisi timidi.

FRANCA              -  (un certo imbarazzo) E’ che, vedi... Ma no, no... niente.

CARLO                 - Non rispondermi subito. E, soprattutto, non dirmi mai quello che, poi, ti pentiresti d’avermi detto. Mezza felicità, nella vita, è fondata sul non sapere e l’altra mezza sul non dire.

FRANCA              - E in questa situazione, credi che sia possibile capirsi?

CARLO                 - E’ l’unico modo. Purché si ricominci, sempre, tutto da capo... Pensaci. Io non te ne parlerò più. Basterà un semplice sì, fra un giorno, fra un mese. Magari al telefono. Fosse stato calcolato, eccolo che squilla. A proposito.

FRANCA              - (rispondendo alla chiamata) Ah, lei. Bene, grazie. Sì, son tornata stamattina... E’ che non sono sola. Lui un gesto come a dire che se ne va. Va bene. Salga pure. No, no, salga. (Dopo aver deposto il microfono) E’ l’inquilina del piano di sotto. Un’altra faccia della solitudine.

CARLO                 - (alzatosi e per uscire, con in mano la mano di lei)... E se la risposta non verrà, pazienza. Non occorrerà aggiungere di più... Capirò. Piuttosto di niente, si continuerà così. (La luce di un’amarezza sorridente) Mi saprò accontentare. Anche solo così, sarà sufficiente. Senza rispondere, lei lo bacia su una guancia, spontaneamente, non senza tenerezza, e lo accompagna all’uscio. Poi rientra, si avvicina alla finestra e guarda fuori, assorta, fino al momento che entrerà la Tosca. Porta un vassoio con su una “napoletana” e due tazzine.

TOSCA                  - Sono in debito di un caffè. Oggi si inaugura la caffettiera nuova. Un gioiello. Vedere per credere: pressione a vapore e due becchi in una volta. Mi fa venire in mente la Vittoria, una delle meglio fra le mie ragazze. Lasciò la vita nel ’31, dopo dieci anni di carriera. Sposò un marchese che poteva essere suo padre e finì a Grosseto a far la Dama di San Vincenzo. Era tanto il tedio che, nel ’44, fece cadere la facciata del palazzo senza bisogno delle bombe.

FRANCA              - (un sorriso di convenienza) Perché le fa venire in mente la Vittoria?

TOSCA                  - (offrendole una delle tazzine e sedendosi ad assaporare l’altra) Teneva due becchi contemporaneamente anche lei. Tradiva il vecchio con suo nipote e tutti e due con un ciclista che, a causa sua, non riuscì mai a vincere il giro d’Italia... Buono, eh?

FRANCA              - Eccellente.

TOSCA                  - Merito della “napoletana”. È un espresso fatto coi miei ricordi più cari. Me l’ha mandata a regalare la Matilde in cambio del doppio panettone di San Biagio che le ho spedito contro il mal di gola. Pora Matilde, disoccupata, sola anche lei, mezza balorda e con una gamba secca. S’è ritirata a Bergamo, in pensione dalle monache. Ha fatto vitalizio di quel poco che le era rimasto ed ora ha tutto un convento che prega per lei, nella speranza che si decida a togliere presto il disturbo. E non andrà lunga molto.

FRANCA              - E’ malata?

TOSCA                  - Se ne è impossessata l’arteriosclerosi, e, coll’aiuto di una vecchia sifilide, ne sta facendo uno dei suoi capolavori.

FRANCA              - Non mi sembra molto allegra, lei, oggi.

TOSCA                  - Mica meno del solito. La noia, ragazza mia, la solita noia di trovarsi soli come un cane. Dio voglia che non ve ne dobbiate accorgere anche voi, più tardi che sia possibile, detto con tutto il cuore.

FRANCA              -  Già, è un pensiero che torna spesso. (Quasi senza intenzione, più che altro per mandare avanti il discorso) Tutto considerato, che ne dice, il matrimonio potrebbe essere ancora il minor male?...

TOSCA                  - Dipende. Prima di una certa età, può essere uno sproposito; oltre, come che vada, è sempre meglio di niente. Anche a restar vedove, se non è una compagnia, è almeno un’occupazione. Una tomba da curare conferisce prestigio e aiuta a passare il tempo. Pur di non starci dentro personalmente, una tomba è sempre un capitale morale.

FRANCA              - Se tutte le prospettive sono queste...

TOSCA                  - Confidenza per confidenza, da qualche tempo, neanche voi mi sembrate del vostro solito umore.

FRANCA              - Infatti.

TOSCA                  - Affari di cuore?

FRANCA              - Non proprio.

TOSCA                  - E allora, perché vi vengono certi pensieri?

FRANCA              - Così, vengono.

TOSCA                  - Non vedo di che vi possiate lamentare. Non vorrei essere indelicata, ma, meglio di quel che siete, cosa pretendete?

FRANCA              - Non lo so nemmeno io. Chi può dire perché ci si caccia in certi vicoli ciechi?

TOSCA                  - Una, con la vostra testa, ne verrà sempre fuori. Voi avete i piedi sulla terra. Anche troppo.

FRANCA              - (quasi esclusivamente a se stessa) Mai abbastanza. Sì. Ciò che è necessario è proprio venirne fuori e mantenere i piedi sulla terra.

TOSCA                  - Che preoccupazioni avete? Fosse stato così ai miei tempi! Oggi la vita è facile anche quando è difficile.

FRANCA              -  Non sempre. Guai a complicare le cose. Per quanto uno cammini con gli occhi aperti, rischia ugualmente di finire in una buca.

TOSCA                  - Figurarsi! La vostra carriera è ancora lunga come una notte d’inverno, bella calda, passata in compagnia.

FRANCA              - (di nuovo quell’idea) Una come me, dunque, il matrimonio, neanche pensarci, secondo lei.

TOSCA                  - Un momento. Mai dimenticare che, nella nostra professione... Scusate se mi ci metto ancora anch’io, la forza dell’abitudine...

FRANCA              - Diceva, nella nostra professione...

TOSCA                  - Dicevo, nella nostra professione, una domanda di matrimonio è sempre una promozione: un titolo di mercato. Fate conto una specie di passaporto per l’onorabilità.

FRANCA              - Se tutto fosse così semplice. Ma non è questo il problema.

TOSCA                  - Il problema, unico e solo, è vedere se il gioco vale la candela.

FRANCA              - In che senso, per esempio?

TOSCA                  - Basta applicare la regola delle tre esse e non si sbaglia mai.

FRANCA              - E cioè?

TOSCA                  - (enumerando la casistica sulle dita) Sentimento, sesso, soldi. Si fa il calcolo quanto spetta a ciascuno di loro, si tirano le somme e ci si regola sui risultati... Non mi credete?

FRANCA              - Se non altro, è un modo divertente di semplificare le cose.

TOSCA                  - Non ditemi che non siete il tipo che apprezza il semplificare le cose. È il segreto della vita.

FRANCA              - Non lo nego. A conti fatti...

TOSCA                  - Ecco, a conti fatti. Datemi ascolto; la regola delle tre esse e poi più. Testimoni le mie ragazze, quelle che si son maritate e quelle no. (Persuasiva e didascalica) Sentimento: i casi sono tre.

FRANCA              - Addirittura.

TOSCA                  - Si capisce: o si è innamorate di colui che ha fatto la proposta, o si è innamorate di un altro, o non si è innamorate di nessuno. Il primo e il secondo rendono inutile la discussione. In un caso, o nell’altro, decidono da soli. Siamo di fronte ai diritti dell’anima e cessa ogni altra considerazione. Il terzo caso permette di andare avanti. Mi sembra, scusate, il caso vostro. L’amore non deve occupare troppo posto nel vostro mobilio interno.

FRANCA              - (soprapensiero) Crede?

TOSCA                  - Se non lo sapete voi, ragazza mia. Ma continuare a darvi del voi, abbiate pazienza, mi rende difficile proseguire. Nonostante le apparenze io sono timida.

FRANCA              - Mi dia del tu. Dopotutto, lei ne ha più diritto di tutti.

TOSCA                  - Alla faccia! Finalmente. Grazie. Spezzati gli ultimi vincoli alla cordialità e alla confidenza, le si avvicina trascinandosi dietro la poltrona, sempre rimanendo seduta, e le mette le mani maternamente sulle ginocchia. Ah, mi pare di essere, di nuovo, ai bei tempi. Torno a sentirmi utile. Dunque: sei innamorata del tuo pretendente?

FRANCA              - No. Ma provo per lui qualcosa che non provo per nessun altro.

TOSCA                  - Cosa, per esempio?

FRANCA              - Stima, simpatia, riconoscenza... affetto, anche affetto. Ma fiducia, soprattutto fiducia.

TOSCA                  - E altro?

FRANCA              - Sono cose importanti, no? Per me, almeno, sono molto importanti.

TOSCA                  - Sono stupidaggini. Sei innamorata di un altro? (Un mezzo silenzio) Sei innamorata di un altro?

FRANCA              - (un sospiro) Non è facile dirlo. E poi, anche se fosse facile... Lasciamo stare.

TOSCA                  - Ho capito. Sei innamorata di uno che non ne vuol sapere... E’ così?

FRANCA              - Facciamo conto che sia così.

TOSCA                  - Bada a me. Non insistere. Sono le peggiori situazioni. Tira via. Escluso. Anche il sesso, scusa la franchezza, ma mi pare il tuo punto debole. Per te, deve avere poca importanza. Chi lo sente e chi non lo sente, qualche volta lo si sente con uno e non lo si sente con un altro... non c’è niente da fare. Natura. Mi sbaglio?

FRANCA              - No, no.

TOSCA                  - Tu sei una cerebrale della professione. È la tua forza ma, abbi pazienza, anche la tua debolezza. Forse, oggi, andrà meglio così, non discuto. Son successe tante cose dopo la guerra... Io avrò una mentalità sorpassata, come dice il Silvano, ma esercitare questo mestiere, senza l’aiuto della carne che partecipa, mi sa che debba essere una fatica del diavolo e, a dir come la penso, lo giudico anche poco morale.

FRANCA              - (pensando al fratello) Curioso, è anche l’opinione di qualcun altro.

TOSCA                  - Ma naturale. Dal lato della carne, quindi, nulla osta al matrimonio, anzi è un punto a vantaggio. Nel matrimonio, la carne è un di più. Resta il più importante: i soldi. Carta e lapis. E se li fa uscire, a sorpresa, dalla borsetta. Quanto guadagni attualmente? (Contro un certo ritegno dall’altra parte) Puoi dirmelo. Non sono una spia delle tasse come quella carogna della portinaia.

FRANCA              - Sarà un due milioni.

TOSCA                  - All’anno.

FRANCA              - Al mese.

TOSCA                  - Man della Madonna! Ma il tuo letto è la banca d’Italia! Non mi prendi in giro, per caso?

FRANCA              - No. Certo, non è stato sempre così. Però da un paio di anni a questa parte, più o meno, siamo lì.

TOSCA                  - Misericordia, aver quarant’anni di meno! Sai quanto fa in un anno? Ventiquattro milioni. Non li guadagna un cardinale che ha da fare tanto di più. Metti anche poco, ma un cinque anni ancora sulla breccia, a questo ritmo, non te li ruba nessuno. Sono un centoventi milioni sicuri in tasca, esclusi gli interessi composti. Aggiungici l’appartamento e quelli che ti sei messi via; metti pure sull’altro piatto della bilancia i vantaggi sociali, l’eventualità degli imprevisti, il ribasso in borsa, le risorse per la vecchiaia... Anche con tutto ciò, Cristo, dove lo trovi un marito sopportabile capace di garantirti altrettanto?

FRANCA              - Probabilmente questo lo sarebbe e anche assai di più.

TOSCA                  - Bontà divina! Per quanto non si sia invidiosi, qui finisce che si muore d’invidia. Una sosta.

FRANCA              - persiste nell’atteggiamento, in parte di assenza, in parte di divertita curiosità, onde ha partecipato alla conversazione. È molto deteriorato?

FRANCA              - (un sorriso, una scossa della testa) Al contrario.

TOSCA                  - Ah ben, senti, tu sei nata con la camicia anche se la fortuna te la sei fatta togliendotela. Campanello alla porta.

FRANCA              - corre ad aprire. Ritorna senza riuscire a nascondere la propria ansia.

FRANCA              - La prego, mi lasci sola. Sull’uscio si vede Davide.

TOSCA                  - Credo d’aver capito. (Andandosene) Testa a posto figliola. La provvidenza non ci piscia addosso due volte. Non rovinatele la carriera, giovinotto.

DAVIDE               - Niente paura. Non sarò io a rovinargliela.

TOSCA                  - Bravo. Così deve parlare un amico come si deve.

DAVIDE               - Senti,FRANCA? Un amico come si deve.

TOSCA                  - Purtroppo sono quelli che, alla fine, ci mettono sempre nei guai. (Esortativa) E andateci a letto un paio di volte! Cosa vi costa? Oltretutto, fa bene alla salute. E poi, non c’è come soddisfarla, una voglia, perché cessi di dar fastidio. L’amore si consuma facendolo.

FRANCA              - (sulle spine) La prego.

DAVIDE               -  Perché? Cercheremo di seguire il suo consiglio, signora. Nei limiti del possibile.

FRANCA              - (facendole strada) Venga, venga.

TOSCA                  - Scusami, cara. Abitudine professionale. Certe crudeltà mi fanno venire il voltastomaco. Si credono chissà che soltanto perché dispongono di un sesso. E, almeno, non lo risparmiassero. Cosa ne fanno? Lo mettono alla Cassa di Risparmio? Finalmente via.

FRANCA              - (mal celando imbarazzo e disagio) Abbi pazienza, non sa quello che si dice.

DAVIDE               -  (con una stravolta esaltazione che cederà solo verso la fine del colloquio) Non sempre è necessario sapere quel che ci si dice per dire una cosa giusta... (Una tonalità caustica, risentita) Contenta? Come vedi, il tuo ardito intervento ha fatto effetto. Hai sfilato loro le carte di mano. Gentilissimi e tante scuse. Eccomi qui. Libero... Per il momento... Salvato da un pigiama mio, indossato da altri. L’emblema della mia vita. Che sinistra buffonata! Essa non cerca nemmeno parole, disinvoltura. E dove trovarle? Per quanto... Come si fa ad essere disinvolti nella sua situazione? Egli la fissa, attende che parli. E adesso?

FRANCA              - (una mezza voce) Adesso che?

DAVIDE               -  Devo ringraziarti, immagino. Proprietà tua. Eccomi qui. Agli ordini. Disponi di me.

FRANCA              - Non far così, per carità, Davide.

DAVIDE               - Che effetto ti fa, rivedermi in circolazione?

FRANCA              - Ti prego, è già abbastanza penoso.

DAVIDE               - ...Eh sì, perché un conto è la corda per tirar su la bestia dal precipizio, e un conto è ritrovarsi di fronte la belva. Io sono un personaggio che non doveva più tornare in scena. Chi ci resiste, faccia a faccia, a uno come me? Che ci vengo a fare? A raccontare come facevo ad accoltellare le prostitute?

FRANCA              -  Non parlarne, non dirmi niente, più niente. Ho creduto di impazzire.

DAVIDE               - Sfido!

FRANCA              - Un incubo. È stato tutto talmente spaventoso che non mi sembra vero, non può esser vero.

DAVIDE               - E’ stato?

FRANCA              - Per ora l’importante è che tu ne sia venuto fuori. Non voglio pensare ad altro. Poi si vedrà.

DAVIDE               -  (via via, perdendo il controllo) Già, tutto risolto e sistemato. Mi domando se ciò sia più assurdo o più grottesco. E, del resto, una cosa non esclude l’altra. Una spugna sopra e il conto è saldato. Tutto come prima. Lavato e stirato. Il demonio che ho nel sangue si è addormentato per sempre; torno in ufficio, pranzo in trattoria, vado al cinematografo, ti vengo a trovare, ascoltiamo insieme dei dischi, parliamo del romanzo che hai letto, ti dò dei consigli che tu metti in pratica... Tu mi mandi delle cartoline, mi regali dei nuovi pigiama e continui a volermi bene, nascondendo l’orrore che ispiro.

FRANCA              - Che dici?

DAVIDE               - Uno specchio. Dovresti avere uno specchio per vedere il tuo povero viso. Orrore, orrore, giusto e sacrosanto. Mancherebbe altro! L’orrore che ho, io stesso, di me. Cosa credi?... Così, vero? Come niente fosse accaduto, come non fossi quello che sono. Ma è immaginabile?

FRANCA              - Ti scongiuro, Davide, non resisto più, abbi pietà.

DAVIDE               - La pietà. Che occasione. Perché non approfittarne per darti ad intendere che s’è trattato di un’orribile serie di equivoci? Rattoppare la situazione recitando la parte dell’innocente ingiustamente sospettato. Sai che scena! E il colmo è che non sarebbe forse nemmeno difficile, perché si finisce col creder sempre ciò che ci fa comodo. Pensa il vantaggio. Io potrei tornare ad andare e venire con disinvoltura; tu, se non altro, potresti guardare le mie mani senza rabbrividire. Le risposte di lei sono ridotte, quasi esclusivamente, alle espressioni del viso, ai moti e ai gesti incontrollati che il discorso di lui suggerisce. È una sorta di dialogo fra uno che non sa contenere il flusso tumultuoso delle parole e un altro che non riesce ad articolare una frase sicura. Eppure, non c’è sfumatura, la più impercettibile, di ciò che avviene nell’animo di lei, che egli, nell’esasperata sensibilità del momento, non riesca a cogliere. A questo punto, esempio, s’è già accorto che essa ha sollevato istintivamente il viso guardandolo un attimo negli occhi con una fugace luce di sollievo, subito spenta. Ma come si fa? Dove metti la paura? Se Dio vuole, c’è lei a riportare le cose a posto. La paura quando sarò qui, la paura quando sarò via di qui. La paura che ti leggo negli occhi anche ora. Perché se non avessi paura sarebbe mostruoso, più mostruoso ancora. E l’avrai sempre e sempre di più. Credi di poterci resistere?

FRANCA              - Che fare, che fare, mio Dio!

DAVIDE               - Ecco: che fare? (Una risata sardonica) Un viaggio, per esempio. Perché non mi consigli un bel viaggio lungo? O, magari, trasferirmi in un’altra città, meglio ancora. Scomparire per un po’ di tempo e poi tornar fuori come niente fosse accaduto, rimesso a nuovo. Va alla finestra, scosta le tendine, getta uno sguardo fuori. E quelli là, che mi tengono, che ti tengono d’occhio? No, nemmeno il turismo serve. Sai cosa sarebbe necessario? Te lo dico io. Devi pur completare la tua opera di salvatrice, visto che l’hai cominciata. Sarebbe necessario che io venissi, qui, ogni sera, che passasi tutte le mie notti qui, fin che si persuadessero che la tua menzogna era la verità. Magari, marito e moglie, ah, che soluzione... Te le figuri le nostre notti qui, seduti uno davanti all’altro, in silenzio... quel silenzio, te lo figuri? Fin che tu non ti mettessi a urlare dal terrore... oppure, fin che io... Eh già, perché non so quando mi prende... Mica mi manda ad avvisare: giorno tale, ora tale... E quando mi prende, quando mi prende...

FRANCA              - (soffocato) Davide, Davide, Davide...

DAVIDE               - Lo vedi? Comincia già, no? Comincia già. La paura. Ne so qualche cosa, che credi? Una vecchia conoscenza. Un maestro della paura, io. La conosco perché l’ho letta nello sguardo, l’ho sentita nella voce di quelle disgraziate. È un attimo ed è eterna, come la vita e come la morte. Come se la provassi io stesso, tale e quale. Te la potrei descrivere. Si tocca, si palpa, letteralmente, sulla pelle... e poi... Poi mi cala come un rasoio di fuoco dentro al cervello... Lo scoppio di un fulmine e allora non si torna più indietro. E quando cessa l’incoscienza, tutto è fatto e t’invade un senso di distensione, di dolcezza... La medesima cosa che si deve provare quando s’è fatto l’amore... Ma dopo, cinque minuti dopo: l’inferno! Ti giudichi come si trattasse di un altro. La stessa repulsione, lo stesso orrore, lo stesso odio che prova l’uomo che non l’ha fatto contro quello che l’ha fatto. Sei tornato dall’altra parte, capisci? E vivi anche tu, tu stesso, nella paura... Oh, non quella che ti colgano, quella è niente. Una paura lunga, lunga, presente ad ogni momento, una paura incollata addosso come una camicia sul corpo sudato. Una paura amica, guarda. Il galeotto e la sua catena... La ragione dei miei congedi repentini, le mie assenze inesplicabili, le mie lontananze astiose... cosa credi? Te lo sei mai domandato? Prova a dire... Su, prova...

FRANCA              - Non so, non so, abbi compassione.

DAVIDE               -  Un’altra paura sulla paura. La paura che, da un momento all’altro, mi capiti qui, con te, contro te. (Gridato, la disperazione) Contro te, FRANCA!

FRANCA              - (impercettibile) No, no...

DAVIDE               -  (repentinamente freddo, quasi istrionesco) Eh già... perché la logica, la logica di tutto, se ci pensi... è te che io uccido nelle altre, te che non posso avere, che non potrò mai avere, che vorrei disperatamente avere... e che tutti gli altri hanno, basta che vogliano. Chiedevi che ti amassi. Almeno un poco, hai detto. Ebbene, ti amo così. Ti va di essere amata così?... Perché non rispondi, perché ti allontani!... So ciò che provi, capisco tutto. Comincia già, vero? Lo vedi? Comincia già...

FRANCA              - (soffocata) Povero Davide, povero Davide, che tormento.

DAVIDE               - (duro) Taci. Un silenzio, alcuni passi, poi, fermo, davanti a lei rannicchiata su un divano. Credi di avermi aiutato, togliendomi dalle loro mani?

FRANCA              - Che avrei dovuto fare?

DAVIDE               - L’unico modo di aiutarmi era dir tutto a quel commissario, favorire la macchina che si era messa in moto per distruggere il mostruoso scherzo di natura che sono. Perché, in un modo o nell’altro, va distrutto e più presto sarà, meglio sarà. M’avresti teso una mano per superare la vigliaccheria che mi ha impedito di gridare in faccia a coloro che mi interrogavano, chi avevano davanti.

FRANCA              - Aiutarti nella tua rovina.

DAVIDE               - M’avresti evitato una rovina peggiore. E lo sapevi, lo sai. C’è un ordine da ristabilire. Ma sei stata vile anche tu. (Ancora uno scarto di tono, un livido umorismo discorsivo) Sono inesauribili le mascherature della viltà. Che brava, che brava. Capace perfino di rivestirsi dell’apparenza del coraggio. Stanotte, per dirti, stamattina, mentre stavo là, martellato di domande, via uno sotto l’altro, ed era facile, sempre più facile sfuggire alla presa; bastava dire no, sempre no, anche solo tacere: un gioco... ebbene, mi sentivo crescere dentro un pensiero folle, esaltante. Che ne sanno costoro, che c’entrano? Troppo semplice, troppo banale darsi a questa stupidità, mi dicevo. Non devono essere loro, devi essere tu, semmai, a giudicarti e a punirti. Devi trovare da te stesso il modo e la misura della tua espiazione. Naturalmente una bella espiazione, memorabile, magari un po’ teatrale. L’orgoglio, capisci? si appropriava della morale per venire in soccorso alla vigliaccheria. Porco d’un!... Mi son perfino compiaciuto al pensiero che, scrivendo tutto ciò, avrei scritto una bella pagina!... E’ possibile un labirinto simile dentro a un uomo? (Teatrale) E così, ora c’è anche questo nuovo conto aperto. Un’altra trappola dove mi sono cacciato da me stesso.

FRANCA              - Che vuoi dire, Davide, che vuoi dire?

DAVIDE               - (crollando) Ma se lo sai che non c’è più rimedio. (Ora quasi flebile) Se tu avessi parlato, la catena si sarebbe spezzata. Tutto sarebbe diventato più facile. Chiudere gli occhi, abbandonarsi alla corrente...

FRANCA              - E poi, che sarebbe stato, poi?...

DAVIDE               - Sarebbe finita la lotta... Quello era, almeno, il modo di suicidarmi lasciandone ad altri il compito; scendere fino in fondo, finalmente, nel piacere della vergogna... Sento di sprofondare di giorno in giorno verso la catastrofe, FRANCA. Qualcosa più forte di me, al di fuori di me, mi spinge a distruggermi distruggendo. La verità è questa. Peggio che ingiusto, sarebbe inutile resisterci. Ancora ancora, il meglio di me è rimasto lassù, fra quei reticolati e quelle muraglie. La mia volontà di vivere è rimasta là. Fuori, è diventata volontà di morire... e sono stanco, stanco... Per questo non ti sono grato del tuo salvataggio. Perché non di un salvataggio si tratta. E come? Forse che si può cancellare ciò che è stato?... A qual fine prolungare un’agonia quando l’irreparabile è sempre più vicino?

FRANCA              - Non è possibile, non deve essere così.

DAVIDE               - Non ti rendi conto che non rispondi parole, gesti, ma suoni; che non trovi una ragione che è una, per poterti illudere che esista una via d’uscita?

FRANCA              - (arresa) E allora?

DAVIDE               - (stringendosi nelle spalle) La prossima crisi... quelli là sono pazienti; oppure perché no? un incidente automobilistico come tanti, per esempio. E forse non occorrerà nemmeno che lo voglia o che lo cerchi. La mia volontà di morte lavora per conto suo. Su di essa, so di poter fidare. M’ha dato un appuntamento al quale non mancherò. E così, la tua menzogna mi sarà valsa una oscura tomba al posto di una fiammante citazione in un trattato di follia criminale. L’ultima viltà.

FRANCA              - (un gemito) Davide...

DAVIDE               - No, cara. Sapessi come l’aspetto!... Sarà la fine di una lunga angoscia, la fuga dall’inferno, perché il vero inferno è qui, su questa terra, adorabile e maledetta... E verrà, finalmente, la pace. Finalmente la pace... Pensa che regalo. Allora le si avvicinò e, per la prima volta dacché la conosceva, l’accarezzò sui capelli. Una grande malinconia e nessun sentimentalismo. Come son tiepidi i tuoi capelli... E non piangere, cara... Una mattina: domani, fra un mese, aprirai il giornale... Vedrai sarà meno terribile di quel che pensi. (Perfino un’invisibile punta di scherzo) Anzi, non lo sarà affatto. Qualche giorno di tristezza, una tristezza buona, e poi, anche tu, un gran sollievo... Per te e per me... Il nostro regalo segreto... E io avrò avuto più di quel che meritavo. Solo, tenuissimi, i singhiozzi di lei. Un’altra carezza, un momento, ancora, la mano sospesa sui suoi capelli. E dire che poteva essere tutto così semplice e così bello... (mormorato) Addio. E, subito, via.

FRANCA              - (con la voce strozzata, inseguendolo, ma, forse, nemmeno) Davide, no, Davide... Poi rimase, lunghe ore, immobile, cupa a riflettere. Prima di notte, andò al telefono, fece un numero e parlò con voce sicura.     Quanto tempo sarà passato? Una settimana, quindici giorni? Nemmeno. Lo si vede da un diverso cesto di fiori che ha sostituito il precedente ed è giorno vivo. Son lì

FRANCA              - e Silvano, mani in tasca, appoggiato al muro vicino all’uscio.

SILVANO             - E così diventi mia madre.

FRANCA              - Sicuro. Son diventata dei vostri.

SILVANO             - Sei sempre stata dei nostri.

FRANCA              - Una persona rispettabile, voglio dire.

SILVANO             -  Potenza irresistibile di Milano. È una città che non perdona. Lascia fare a lei. Prima o dopo, riesce a trasformare tutti in ottimi borghesi.

FRANCA              - Sembra che ti faccia dispiacere.

SILVANO             - Al contrario. È una cuccagna. No s’ha idea l’infinità di cose non rispettabili di cui ci si può levare il gusto, essendo rispettabili.

FRANCA              - Grazie della fiducia.

SILVANO             -  Ma no!... Tu non appartieni agli arrampicatori sessuali.

FRANCA              - Ai, cosa?

SILVANO             - Vedi, ti riesce nuovo anche il termine. Tu sei già un gradino più su. È quello che non riesce a capir la

TOSCA                  - col suo mito anacronistico della lussuria servile e colpevole, concepita come arte e vocazione e separata dal contesto sociale. Tu fai già parte del sistema.

FRANCA              - E tu... sì, voglio dire, quelli come te, ne fate parte?

SILVANO             - Anche noi, senza dubbio. Ma noi siamo in una fase meno avanzata, siamo indietro di una generazione. E, infatti, gli arrampicatori sessuali dove li trovi? Quasi soltanto fra noi. Come, ieri, erano fra voi. Un po’ di tempo ancora, e, coll’aiuto di Dio, tutto sarà livellato.

FRANCA              - (un velo impercettibile di ironia) Meno male che l’hai presa con disinvoltura e sai essere all’altezza della situazione. Mi sarebbe dispiaciuto che, diventando mio figlio, avessi cessato di essere mio amico.

SILVANO             - Mancherebbe altro. Sei la madre ideale. Dove l’avrei trovata un’altra più comoda? Che lezione di realismo, però, il vecchio... Oh, scusa, papà! Mi fa perfino rabbia. Lui ha capito, subito e meglio di tutti noi e s’è regolato di conseguenza, senza tante complicazioni e tanti discorsi. Ho proprio paura che tu stia per sposare un grand’uomo.

FRANCA              -  Sto per sposare un uomo ed è quello che conta. Ciò che desidererei che si capisse è che, per quanto paradossale possa sembrare, per me è una cosa seria e disinteressata.

SILVANO             - Ci rimetti, lo so.

FRANCA              - Il ragionamento della Tosca, eh?

SILVANO             - Non c’è bisogno dei calcoli della

TOSCA                  - per capirlo. Magari poco, ma una come te, ci rimette, se non altro, in indipendenza, in libertà. Perché, tu, la moglie la farai sul serio, ed anche la buona moglie. Per questo, dicevo, fai parte del sistema. Le va vicino allegro, affettuoso e le prende le mani nelle sue. Ma sai che sei una mamma affascinante! Son contento. Noi tre, insieme, faremo proprio una gran bella famigliola... E i tuoi, li hai avvertiti?

FRANCA              - Vagamente.

SILVANO             - Devo pur conoscere i nonni.

FRANCA              - (un sorriso piuttosto forzato) Li conoscerai.

SILVANO             - A proposito, e che ne è di tuo fratello?

FRANCA              -  Più visto.

BRUNO                - è fatto così... E’ più facile che ne sappia qualcosa tu.

SILVANO             - Ha le mani d’oro. Con una modifica da niente al motore della mia macchina, le ha fatto guadagnare venti chilometri di velocità.

FRANCA              - Vi siete visti spesso, allora.

SILVANO             - Solo più un paio di volte. Io non riesco a capire una cosa. Se uno ha curiosità di provare un’esperienza nuova, perché, poi, debba tirarsi indietro con la scusa del timore che finisca per piacergli troppo.

FRANCA              - Bravo, Bruno! È la sua forza.

SILVANO             - Intenderai la sua debolezza.

FRANCA              - No, Silvano: la sua forza. Lui sa resistere.

SILVANO             - Alle tentazioni? Bel merito, coi tempi che corrono.

FRANCA              - Alle cose. Naturalmente, spontaneamente. Sa resistere alle cose. Ho imparato parecchio, in argomento, durante questi ultimi quindici giorni.

SILVANO             - Oh dico, siamo già alle paternali? Va bene che (una risata) ...eh già, ora diventa mio zio!FRANCA       Giudicami pure una sentimentale, ma c’è una persona sola che vorrei presente al mio matrimonio: mio fratello. E non verrà. Lui solo non verrà.

SILVANO             - Perché sa resistere alle cose? Un bel villano. Prima del campanello, la voce. È la TOSCA      - in arrivo.

TOSCA                  - FRANCA, FRANCA... Indovina chi ti porto. È andato ad aprire il

SILVANO             - e, ancora dall’anticamera. Ma dov’è laFRANCA? Entra, tirandosi dietro, per mano, Rina: diciott’anni, la bellezza della salute, la sicurezza della gioventù e la golosità dell’appetito. La tua sorellina. Te l’aspettavi?

FRANCA              - Rina! RINA FRANCA! (E si gettano le braccia al collo)

TOSCA                  - Figurati, ha sbagliato piano. Ha suonato da me e siamo già diventate amiche.

SILVANO             - Quando si dice l’intelligenza del caso!

RINA                     - Che voglia avevo di riabbracciarti.

FRANCA              - A chi lo dici. Lasciati vedere.

RINA                     - (una piroetta) Tutto bene, no?

TOSCA                  - S’è mai incontrata la meraviglia di una creatura simile? Ma guardatela! Può esistere qualcosa di più bello al mondo di una bella figliola? Davanti a questi capolavori, non si può non credere in Dio.

FRANCA              - Ormai, ti sei fatta una donna.

RINA                     - Non vedevo l’ora.

FRANCA              -  L’ultima volta che fui a casa, sembravi ancora una bambina.

RINA                     -  Non ti dico persuadere la mamma a lasciarmi tagliare le trecce e mettermi il rossetto. Crescere, lei la piglia per un’offesa personale. Ho anche già il diploma, sai?... (Esclamativa) Ti sposi! Ma davvero? Mi pare ancora impossibile.

FRANCA              - Davvero.

RINA                     - Che bellezza, come son contenta!... La mia FRANCA!...

TOSCA                  - Che incanto, che incanto! Non le manca niente.

SILVANO             -  (forse a un cenno di FRANCA) E se andassimo, un momento, in cucina a farci un caffè? Dài, Tosca, così ti decidi a tenere un po’ la bocca chiusa. E se la trascina fuori.

TOSCA                  - (sull’uscio) E’ il sesto della giornata.

RINA                     - Chi è quel bel giovanotto? Mi piace da morire.

FRANCA              - Tuo nipote.

RINA                     - Accidenti! Il figlio di lui?

FRANCA              - Sì. Ma non contarci troppo.

RINA                     -  (effettivamente adorabile la sua insolente civetteria) Perché, coi nipoti è proibito? Ma è un nipote di seconda mano...

FRANCA              - Son cose che tu no devi sapere.

RINA                     - FRANCA, dài! Diventi noiosa anche tu come la mamma. Son forse nata ieri?... (Volubile) Oh, non far storie, sai; son venuta in cerca di una alleata. Mi devi aiutare.

FRANCA              - Aiutare a far che?

RINA                     - A sistemarmi a Milano. Un’occupazione qualsiasi, da guadagnar molto e presto, lavorando poco. Ah Milano! Il cinema, il teatro, il ballo!... Non ne posso più di far la muffa tra quei quattro sassi e coricarmi con le galline. Tu diventi una signora, chissà quanta gente importante conosci. Ti sarà facile.

FRANCA              - Ci penseremo, ci penseremo.

RINA                     - E’ un bell’uomo, tuo marito? (L’altra tarda a rispondere) Ma che importa? Purché sia simpatico e con tanti milioni... Ha tanti milioni, vero?

FRANCA              - Sì, cara, sì.

RINA                     - E, dì un po’: lasci questo magnifico appartamento?

FRANCA              - Naturalmente.

RINA                     -  Ma è un delitto. Mai vista una bellezza di casa simile. Sembra di essere al cinematografo. Che sogno abitare in una casa così. Non ha fatto che muoversi, toccare i mobili, spostare le cose, cullarsi nei divani e nelle poltrone. Di là che c’è?

FRANCA              - La camera da letto, naturalmente.

RINA                     - Ah già!... Ne ha spalancato l’uscio. No, non è possibile. E che te ne fai di un letto di quella grandezza? Ci dormi di traverso? Capisci cosa vuol dire vivere a Milano! Chissà anche che splendore di vestiti hai. Vedere, vedere!... Mentre le sorelle entrano in camera da letto, tornano

SILVANO             - e

TOSCA                  - col servizio del caffè.

TOSCA                  - Notato che roba, la piccola? Ha due occhi che sono un attentato al pudore, una bocca che è un peccato mortale e un petto che è un’industria.

SILVANO             - E non si può dire che tu sia una che non se ne intende!

TOSCA                  - Lì, sì, ci sarebbe la stoffa! Mi son bastate due parole per capirlo. Tener congelato un capitale simile! Un vero sacrilegio. Mah!... Potrebbe cominciare dove sua sorella finisce. Una clientela già selezionata, e che clientela. Ventiquattro milioni all’anno con dieci anni di anticipo. Mi gira la testa. E poi c’è gente che trova che son tempi duri!

SILVANO             - Tieni chiuso il becco, Tosca.

TOSCA                  - Come si fa, come si fa? Quando vedi che si getta la provvidenza nella spazzatura, che, a quel telefono che è una miniera d’oro, non risponderà più nessuno... come si fa?

SILVANO             - Tosca, stai parlando di mia mamma!

TOSCA                  - Anche tuo padre, cosa gli è venuto in mente? Non ti offendi mica, vero, se ti dico che, come marito, tuo padre mi lascia perplessa.

SILVANO             - Non capisco perché ti debba lasciar perplessa. Il suo rodaggio l’ha fatto.

TOSCA                  - Intendo dire, non avrei mai creduto che avrebbe preso una scuffia del genere.

SILVANO             - Che ne sappiamo noi? Dall’ombelico alle ginocchia, l’uomo non si giudica. Zona FRANCA.

TOSCA                  - Io penso che si giudica unicamente dall’ombelico alle ginocchia.

SILVANO             - Tu stai dicendo la stessa cosa mia, credendo di dire il contrario.

TOSCA                  - Ah sì? In tal caso, meglio per lei... Piuttosto, stammi a sentire. Sai mica quel che intenda fare dell’appartamento?

SILVANO             - Lo venderà, l’affitterà... Che ne so? Se non avessi già le mie due stanzette a Monforte, con la comodità che son senza portinaia, quasi quasi glielo domanderei per me.

TOSCA                  - Dì, niente scherzi. Interessa a me. E tu dovresti darmi una mano a persuaderla. Di mettere i soldi in borsa, con quel che succede da quando hanno inventato il centro sinistra, me ne è passata la voglia.

SILVANO             -  A Milano, ormai, giocano in borsa anche le marchette.

TOSCA                  - Glielo pagherei meglio di ogni altra offerta.

SILVANO             - Tosca! Guardami negli occhi.

TOSCA                  - Ebbene, che male c’è? Adesso che mi portate via anche lei, pensare di restar qui, sola, peggio di prima; e che mi venga, magari, sulla testa una coppia di svizzeri come quelli del piano di sotto che fanno l’amore soltanto il sabato sera, quando lo fanno, mi sento asciugar l’anima. Se potessi sistemar qui un po’ di gioventù, almeno mi aiuterebbe a vivere. Oggi si guadagna di più con una sola, in un mese, di quel che si guadagnava, una volta, con venti, in un anno.

SILVANO             -  (un fischio) Hai capito! Ti adegui ai tempi, preparandoti a una rentrée in piena regola. Rilevare tutto il giro. Mica mal pensato.

TOSCA                  - E dove trovi un impiego di capitale che renda altrettanto?

SILVANO             -  (ma forse scherza. Non è possibile) Pigliami come socio e affare fatto. Meno male che il discorso viene interrotto da

RINA                     - che ricompare, avvolta, dalla testa ai piedi, in una pelliccia, e seguita da sua sorella.

RINA                     - Ma è un sogno? Ah glielo dica anche lei alla FRANCA, signora, che mi lasci godere un po’ la sua casa.

TOSCA                  - Con entusiasmo, cara. Mi faresti un po’ di compagnia. Davvero, FRANCA, pensaci bene, sarebbe criminale dirle di no.

FRANCA              -  (eludendo il discorso) Vedremo, vedremo. Non c’è fretta.

TOSCA                  - C’è, invece. Una casa fa presto a sviarsi.

FRANCA              - Ho detto vedremo.

RINA                     - Vedremo, sì?

FRANCA              - Ora prendiamo il caffè, cara.

TOSCA                  - Vi servo io. Detto e fatto.

SILVANO             - Che ne dici, FRANCA, ti dovrò fare il regalo di nozze?

FRANCA              - Vorrei vedere che non me lo facessi, proprio tu.

SILVANO             - M’è venuto in mente da un discorso del Davide.

FRANCA              - (subito turbata) Hai visto il Davide?

SILVANO             - Ma qui, non s’è più fatto vivo?

FRANCA              - No, non s’è più fatto vivo. Quando l’hai visto?

SILVANO             -  Ieri sera. A un semaforo di Viale Zara. Gli stavano dando due multe, una per sorpasso irregolare, l’altra per eccesso di velocità. S’è messo a guidare come un messicano. “Dì alla

FRANCA              - che, prima del matrimonio, avrà il mio regalo, ma diglielo”, m’ha raccomandato, e via.

FRANCA              - (distante, estranea) Così?

SILVANO             - Simpatico, no? Se è vero quel che raccontavi, magari non ti dimenticherà, ma, almeno, non farà scene.

FRANCA              - Quest’è sicuro. Lui non farà scene.

RINA                     -  (che non ha badato al discorso, rapita ad ammirarsi davanti a uno specchio) Sto bene in visone, signora?

TOSCA                  - Stai un amore, tesoro. Il tuo corpo chiama il visone come il letto chiama l’amore. Da un po’, s’è messo a squillare il telefono. Nessuno è andato a rispondere. S’è creato un certo imbarazzo.

RINA                     - Ma, in questa casa, s’è persa l’abitudine di rispondere al telefono? Non è educato... Vado io?

FRANCA              - E va bene. Va tu.

RINA                     - (all’apparecchio) Pronto... No, sua sorella... Grazie. È gentile... Sei mesi dopo aveva superato la rendita della sorella. Più vocazione.

FINE

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