Now Barabbas

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NOW BARABBAS

(Ora Barabba….)

Rappresentazione drammatica in due parti

di WILLIAM DOUGLAS HOME

Versione italiana di Gigi Cane

PERSONAGGI

IL SORVEGLIANTE KING

SMITH, matricola 4288

BROWN, matricola 3762

PADDY O'BRIEN, matri­cola 1091

ANDERSON, matricola 2746

SPENCER, matricola 6145

ROBERTS, matricola 6146

MEDWORTH, matricola 3804

RICHARDS, matricola 6147

IL SORVEGLIANTE JACKSON

IL SORVEGLIAN­TE-CAPO WEBB

TUFNELL - IL SORVEGLIANTE JONES

IL SORVEGLIANTE GALE

IL DIRET­TORE - IL CAPPELLANO

KITTY - MRS. BROWN

ROBINSON, matricola 8x46

'ERB

L'azione si svolge, nel tempo, come segue: II primo atto: un lunedì * il secondo atto: La settimana seguente * Il terzo atto: Il lunedì successi­vo e il giorno dopo; martedì.

ATTO PRIMO

…. Allora disse Pilato... E siccome una vostra consuetu­dine vuole che io per la Pasqua vi liberi un prigio­niero qualunque: siete d'accordo che vi rilasci il Re dei Giudei? Ma essi ricominciarono a gridare: - Non costui, ma Barabba. Ora, Barabba era un ladrone….

(San Giovanni, XVIII, 39-40).

Il refettorio numero dieci: un locale ricavato da due celle riunite. A destra, una finestrella con inferriata. Verso il fondo, un tavolo lungo e stretto, assolutamente nudo; qualche panca e un paio di sgabelli. Appese alle pareti, che sono dipinte in bianco, alcune ripro­duzioni tolte a pagine di rivista. Un vasetto di gerani sul piano della finestra. Qualche scaffaletto per riporvi scodelle e posate e un tavolino per giocarvi a dama nell'ora di ricreazione. Il fondo scena, ad un'altezza di circa quattro metri e mezzo dal pavimento del refet­torio, è percorso da una balconata protetta da una balaustra metallica e posta in comunicazione col locale sottostante da un'angusta scala a chiocciola. Nelle celle allineate lungo questa balconata vivono i detenuti. All'estremità della scala, in basso sul ripiano, c'è una specie di cattedra alla quale siede il sorvegliante di turno.

ENTRE-SCENE: RIPIANO DELLA SCALA.

(Al momento in cui inizia l'azione, l'orologio del carcere scocca le sette. Il sorvegliante King si alza e, di dietro la sua cattedra, guarda verso la balconata in alto. È un ometto piuttosto grasso, e di temperamento mite).

 King                             - (interpellando interlocutori invisibili) Ci siamo tutti?

Voci                              - (fuori scena) Manca il refettorio numero dieci, signore.

King                              - (gridando, rivolto verso l'alto) Mensieri. Refettorio numero dieci. Mensieri. Refettorio numero dieci. Svegliarsi!

Smith                            - (dal piano superiore) Eccoci, signore. Stiamo arrivando, signore.

King                              - Andate pure con calma, ragazzi. Non fatevi fretta. A noi piace aspettare. Volete che vi porti disopra la colazione?

Smith                            - (sporgendosi dalla balaustra) Cosa? Uova al prosciutto? Ottimo.

King                              - Sei uno dei mensieri?

Smith                            - Sissignore. Rimasto addormentato. Stavo sognando che voi eravate mia madre e continuavo a dormire, aspettando che ve n'arrivaste con una tazza di tè.

King                              - Muoviti.

Smith                            - Sissignore.

King                              - Alla svelta.

Smith                            - Sissignore. 'Giorno, signore. (Scendendo di corsa) 'Giorno, ragazzi. (Esce di scena per andare a raggiungere gli altri mensieri).

King                              - Spicciarsi a scendere, i ritardatari che non vogliono aver grane. (Brown, scheletrico, già piuttosto avanti con gli anni, infila l’altra scala di corsa).

Voci                              - (fuori scena) E muoviti, pelandrone...

King                              - Bè, diamogli un taglio, a 'sto mercato. Smith, dove sta il tuo amico?

Brown                           - Refettorio numero dieci, signore. Ec­comi, signore.

King                              - E come hai fatto ad arrivare? Ci sei venuto a volo?

Brown                           - Sempre stato qui. (Suona la campana).

King                              - (gridando) Attenti. Primo braccio, tutti gli uomini fuori cella. Su, giovanotti, con la vita. Fianco dest'. Alle cucine. Avanti. A 44. A 51. Un po' d'energia, prima che vi suoni io la sveglia. (Sale rapidamente al piano superiore e getta uno sguardo lungo la balconata) Primo braccio... un passo avanti... march. Fianco dest'. Avanti. Non dormire, muoversi.

IL REFETTORIO NUMERO DIECI

Paddy                           - (entra canticchiando. E un irlandese di 33 anni, alto, forte, deciso. Porta un bracciale giallo che lo distingue dagli altri detenuti)

«Tornerò forse un giorno in Irlanda

Forse per poco, prima di morire

E rivedrò le aurore di Claddagh

E rivedrò i tramonti sulla Galway Bay».

Anderson                      - (grosso negro, di aspetto funebre. En­trando) 'Giorno, Paddy. 'Giorno, Paddy. Bella mattina, bella mattina. Mica ce l'avresti una cicca per il vecchio Arthur?

Paddy                           - (ignorandolo, mentre distribuisce le scodelle sul tavolo)  « Soffiano i venti dal mare d'Irlanda E portano lontano profumo di eriche E le donne di montagna, che infilano chiacchiere Parlano parole che le inglesi non sanno».

Spencer                         - (sulla cinquantina, forse meno, civile ed accurato nella persona) Oh, se non vi spiace, sarebbe questo il refettorio numero dieci?

Paddy                           - Già: da tre anni, gocciolati un giorno dopo l'altro.

Spencer                         - Oh, grazie. (Mette fuori la testa e chiama) Ehi, ci siamo. (Entra Roberts, un giovane scozzese, d'aspetto timido ma simpatico. Si fermano entrambi sulla porta).

Paddy                           - (canta) «Vennero gli inglesi che volevan farci vivere a modo loro Vennero gli inglesi e ci rimproverarono di vivere a modo nostro. Ma gli sarebbe stato più facile cogliere raggi di luna o accendere candele da un soldo sulla coda alla cometa». (Entra Medworth: sessant’anni, capelli bianchi, occhiali cerchiati di tartaruga, piccolino di statura, con una barbetta a punta. Parla senza, volgarità).

Anderson                      - 'Giorno, mr. Medworth. 'Giorno, mr. Medworth, signore.

Medworth                     - Buongiorno. Buongiorno, Paddy. (Paddy risponde con un cenno dal capo).

Anderson                      -  Una vedova per il vecchio Arthur, mica ce l'avreste? Andiamo, mr. Medworth: da buoni compagni.

Medworth                     - (estrae il mozzicone di sigaretta che ha appena spento e lo porge ad Anderson. Poi, a Spencer) Siete dei nuovi di ieri sera, no?

Spencer                         - Sì. Mi chiamo Spencer. Comandante di squadriglia, nella B.A.F.

Medworth                     - Io mi chiamo Medworth. Piacere. (Si volge a Roberts) E tu?

Roberts                         - Jock Roberts. Lieto di conoscerti.

Anderson                      - Sigaretta, mr. Roberts?

Roberts                         - Oh, grazie. (Anderson tende un pac­chetto vuoto e ride).

Anderson                      - Oh, mr. Roberts, come si vede che non siete mai stato dentro. No, signore, mai stato dentro, voi. Qui il tabacco è come l'oro. Proprio come l'oro, già. Mai è capitato uno che vi dice: « Qua, tieni un lingotto d'oro ». No, signore, mai è capitato uno che vi dice così. (Roberts appare meravigliato, più che offeso, dagli scherzi di Anderson).

 Medworth                    - Quanto hai da fare?

Spencer                         - Sei mesi. Ho portato un aereo da combattimento a pochi metri sullo Strand. Qualche pezzo grosso si è spaventato. Hanno voluto dare un esempio.

Medworth                     - Scalogna nera.

Spencer                         - Oh, mi prenderò un po' di riposo.

Paddy                           - (dopo aver osservato Roberts) E tu, pi­vello, sei a vita?

Roberts                         - Chi, io?

Medworth                     - Oh, questo è Paddy. Manda avanti la mensa.

Paddy                           - Sì, scherziamo. È la mensa che manda avanti me. Quanto ti hanno dato, allora?

Roberts                         - Due anni.

Paddy                           - Appena il tempo di farsi i capelli.

Anderson                      - Neanche, i capelli. Il tempo di farsi la barba. Già, mr. Roberts: avete da stare al fresco giusto il tempo di farvi la barba con una lametta arrugginita. (Bidè da solo).

Medworth                     - (a Roberts) Aviazione, anche tu?

Roberts                         - No. Marina mercantile. Una sera, a Rio, avevo bevuto troppo. Ho perso l'equilibrio ed ho mandato all'aria la cassa del bar. E tu, com'è che sei qui? (Medworth gli volge le spalle senza rispon­dere, e va a sedersi al tavolo).

Paddy                           - (rapidamente) Ci piace poco, a noi, raccontare i fatti nostri. Impara a non fare domande, giovane.

Roberts                         - Oh, mi spiace. (Entrano Brown e Smith portando . il rancio e il tè).

Paddy                           - Forza, su, mangiapane a tradimento.

Smith                            - Anche mia madre mi chiamava sempre così. Oh, Paddy: non mi far venire voglia di casa.

Paddy                           - Dai, caccia 'sta roba. (Si fa dare la sua razione da Smith, mentre Brown versa il tè. Con l'esu­beranza del popolano londinese, Smith si rivolge ai nuovi arrivati).

Smith                            - Bè, come ve la passate? Benvenuti al collegio. Mi chiamo Smithy. Il più svelto imbroglione che abbia mai frequentato i campi di corsa... salvo quelli maledettissimi dei cani. Lo facevo per mia madre. Il giudice piangeva quando mi portarono via. (Entra il sorvegliante King) Gli ero andato a pallino, capite. Disse che avevo un cuor d'oro. Questi giudici non son mica cattivi, a conoscerli, un po'.

King                              - Buono: glielo farò sapere.

Smith                            - (con un inchino cerimonioso) Buongiorno, mr. King.

King                              - (contando) Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette... Sta bene, Paddy. Sette.

Paddy                           - Sì, signore. Due nuovi, signore.

King                              - Bene. (Prende nota su un pezzo di carta) Allora, Smithy, cerca di stare più zitto che puoi a colazione, se vuoi prender moglie.

Smith                            - Diceva così anche mamma, signore. (King lo sospinge a sedere, ridacchiando).

Richards                        - (entra. Con tono lezioso) Sto cercando il refettorio numero dieci, signore.

Smith                            - (imitandone il modo di parlare) Oh, ma guarda un po'. Ecco che l'hai trovato, tesoro.

King                              - Avanti. Siediti. Sei nuovo?

Richards                        - (alto di statura, con lunghi capelli elaboratamente pettinati e atteggiamenti sdolcinati) Oh, certo che sì. Non penserete ch'io sia già stato qui dentro altre volte, spero. (Si siede) Buongiorno, ragazzi.

King                              - Bè, pollastrello, cerca d'essere puntuale d'ora in poi. Ehi, ma qui si stanno facendo le otto. (Esce).

Brown                           - Sette e mezzo, se non vi spiace.

Richards                        - (offeso) Non mi era mai accaduto, ecco. Mai, in tutta la mia vita. (A Paddy) Mica gli sarà permesso di trattar sempre la gente a quel modo?

Paddy                           - Non mi sembra che questo ti possa turbare i sonni.

Richards                        - Sei una bestia. (Si guarda intorno e vede Medworth) Oh, meno male: ecco una faccia civile. Mi piace quella tua barba. Ti dà un'espressione dolce. Potrei giurare che non t'hanno messo dentro per furto o porcherie del genere.

Paddy                           - Butta giù la tua zuppa. E tieni chiuso il becco.

Richards                        - Che maniera di parlare.

Paddy                           - Zitto. (Qualche attimo di silenzio in cui tutti sono occupati a mangiare. Poi Brown alza la testa).

Brown                           - Stamattina vado a parlare al vecchio Smithy.

Smith                            - Mica sono io, quello Smithy che dice. È il direttore.

Bkown                          - Due anni rotondi che sto qua dentro: e ogni settimana che viene in terra mi metto a rap­porto dal vecchio Smithy. Ogni volta gli faccio la stessa domanda. E lui ogni volta mi dà la stessa ri­sposta. Sempre il solito, solito, solito «no».

Medwokth                    - Non capisco perché tu non lasci perdere...

Bkown                          - (aggressivamente) E perché dovrei lasciar perdere? È della donna che viveva con me, che si tratta, della mia donna... mica della sua. Se lui gli volesse scrivere, alla sua donna, mica gli direi, « No, no, mr. Smith, non si può, mr. Smith ».

Medwokth                    - Sì, Brown caro, ma non è lui che sta dentro.

Brown                           - Ci starebbe, se dipendesse da me. Lui e qualche altro. (Dopo aver così sistemato il direttore, Brown riprende il pasto interrotto).

Richards                        - Potrei avere una tazza, per piacere?

Paddy                           - Ne manca una. Mica ne sapete niente, voialtri?

Medwokth                    - Iersera c'era.

Smith                            - Qua, prendi la mia, tieni. Tanto perché non si dica che qui ci sono in giro dei ladri.

Richards                        - Oh, grazie.

Anderson                      - (spingendo da parte la scodella) Là... finito. E adesso, ci facciamo su una fumatina. (Estrae il mozzicone che ha avuto da Medworth e si avvia alla porta).

Medworth                     - Quel Tufnell, è vero che oggi lo riportano qui?

Smith                            - L'hanno già riportato, ieri sera. Ho visto io il furgone.

Paddy                           - Povero figliolo.

Smith                            - Già: tutto in regola. È quello che ha sparato il poliziotto, giù, a Marylebone.

Paddy                           - Buona fortuna a lui.

 Medworth                    - Non ce la farà a cavarsela.

Paddy                           - In Irlanda ce l'avrebbe fatta sì.

Smith                            - Lassù il poliziotto avrebbe sparato prima lui.

Paddy                           - Tu sta' zitto.

Smith                            - Brutta storia, Paddy. Vero?

Paddy                           - Oh, piantala.

Spencer                         - Mi pare d'aver letto sul giornale che è molto giovane.

Brown                           - Dicono che il poliziotto avesse cinque bambini. Cinque poliziottini uno sull'altro... pen­sate un po'.

Paddy                           - Prima, lo avrebbero dovuto sparare.

Smith                            - Già: quelli della prò-infanzia. (Paddy si alza per uscire. Sentendo che Richards comincia a parlare, si ferma).

Richards                        - La forca dev'essere una cosà « sem­plicemente » terribile, immagino. Il solo pensiero mi mette sossopra il pancino.

Paddy                           - Li dovrebbero impiccare tutti, quelli come te. (Esce rabbiosamente. Smith lo segue con gli occhi).

Smith                            - Paddy ci soffre molto. È una cosa cru­dele. (A Brown) Avanti, tu, bigamo debosciato: andiamo a lavare i piatti.

Roberts                         - E adesso, che si fa?

Medworth                     - Si fuma... poi, si fa la passeggiata. E poi vedrai il cappellano e il direttore. Un tipo ragionevole. Tieni, prendi una sigaretta.

Eobekts                         - (dopo un istante di esitazione) Oh, grazie.

Medworth                     - (con un sorriso) Fa bene vedere qualche faccia nuova, ogni tanto. (A Spencer) Vieni, andiamo al refettorio nove a trovare il compagno colonnello. Sarà contento di conoscerti. (Medworth e Spencer escono. Altri si raccolgono in crocchio fuori della porta. Brown, subodorando la possibilità di concludere un affare, si avvicina a Moberts).

Bkown                          - Vuoi il mio pane?

Roberts                         - Grazie. (Lo prende).

Brown                           - Ma non crederai che te lo dia gratis, come il parroco alla distribuzione delle elemosine. (Roberts appare sorpreso).

Smith                            - (gli viene in aiuto) Vuole quattrini... o magari anche una cicca.

Roberts                         - Oh, mi spiace. Già, ma ha ragione. Bè, ecco: temo di non avere tabacco. (Gli dà un penny).

Brown                           - No, caccia indietro il mio pane. Due, ce ne vogliono, di pence.

Roberts                         - Oh, mi spiace. (Gli porge un altro penny).

Smith                            - Brutta carogna d'un galeotto... Devi piantarla di fare il furbo. Avanti... (Si fruga nel camiciotto, cercando qualcosa) Avanti, adesso, Bar­bablù. Hai proprio la faccia di uno che gli serve una rasatina. Avanti, su, avanti. (Tira fuori una lametta da barba).

Brown                           - (impaurito, con le spalle al muro) Metti via quell'aggeggio, dai.

Smith                            - Non potresti più piacere alle tue mogli, se ti guasto i connotati. Sta bene. (Brown restituisce il penny ed esce) Prendi su, amico. Allora, com'è che ti chiami?

Roberts                         - Roberts... Jock Roberts.

Smith                            - Salve, allora, Jock. Qua la mano. (Si stringono la mano) Mi chiamo Clarence. (Col capo accenna dietro le spalle) Ma non stare a dirglielo, là, a quei figli di buone donne. Hai moglie, tu'?

Roberts                         - No.

Smith                            - La ragazza?

Roberts                         - Sì, si capisce.

Smith                            - Quanti marmocchi?

Roberts                         - Che? Neanche uno. Ci siamo appena

fidanzati.

Smith                            - Bè, qua dentro non si può mai sapere con che gente si ha da fare. Il vecchio Brown tiene due mogli e novi marmocchi. Piuttosto preferirei andare a spasso con un ippopotamo sulle spalle.

Roberts                         - Quanto ha da fare?

Smith                            - Eh? Brownìe? Oh: solo più un paio di settimane. Anche Medworth.

Roberts                         - Tutto qui? E tu?

Smith                            - Ancora un altr'anno al completo.

Roberts                         - Scalogna. Sei fidanzato o... qualcosa?

Smith                            - No. Mi occupo di mia madre.

Roberts                         - E lei è contenta?

Smith                            - Non so. Credo di sì. Comunque, è per lei che l'ho fatto.

Roberts                         - Fatto... cosa? Oh, Dio. Non devo far domande.

Smith                            - Non hai fatto domande. Sono io che te lo racconto. Falsificavo i biglietti vincenti alle corse. Le ho mandato millecinquecento sovrane in diciotto mesi. Mica male. Non era mai più stata bene da quando morì il babbo... cuore in disordine, capisci. E poi la guerra... ancora adesso non può lavorare... non molto, almeno. Ti piacerebbe vederla? (Estrae una fotografia. Alle spalle di lui sopraggiunge Brown).

Roberts                         - Con piacere.

Smith                            - Eccola. E questo qui è il mio cane. Sim­patica, no?

Brown                           - Di chi è la ragazza? Smith   - Ti puzzano gli orecchi, amico?... Vuoi che ci dia un taglio? (Suona la campana).

Jackson                         - (fuori scena) Mensieri. Mensieri.

Smith                            - Ora d'andare, passerotto mio. Bisogna che ce la squagliamo. (Arruffando i capelli a Roberts mentre si avvia) Fatti vedere. (Come passa avanti a Jackson, fuori della porta) Vengo volando, capo. Sissignore. (Smith e Brown si allontanano con le mar­mitte. Roberts tira fuori di tasca una fotografia e se la guarda).

Anderson                      - (entra ridendo) Ah... Smithy! Mica avete un po' di tabacco, mr. Roberts? Solo una cicca, per piacere.

Roberts                         - Sono senza, mi spiace.

Anderson                      - E va bene. Fa lo stesso; fa lo stesso. Mr. Roberts non ha cicche. (Lancia un'occhiata alla fotografia) Ma ha la ragazza. Invece di cicche, ha la ragazza.

Jackson                         - (gridando) Passeggiata interna. Pas­seggiata interna. Passeggiata al numero quattro. Adunata al numero quattro. Muoversi.

Anderson                      - In Inghilterra non fa altro che pio­vere. Già. Non sarebbe la vecchia Inghilterra se non piovesse sempre. (Esce. Entra Medworth a prendere il pane che aveva avvolto nel fazzoletto e lasciato sul tavolo).

Medworth                     - È tua moglie?

Roberts                         - (timidamente, riponendo la foto) No. Soltanto la mia ragazza.

Medworth                     - Mi sembri troppo giovane per avere la ragazza. No? (Oli prende la fotografia) È graziosa. Le vuoi molto bene?

Roberts                         - Bè... così.

Medworth                     - Sono certo che ti ricambia.

Roberts                         - Oh. Perché?

Medworth                     - E perché no? Dna volta o l'altra te lo dirò. Siamo ancora due sconosciuti, in fondo.

Jackson                         - (entra. È uno zoppo fegatoso,intransigente)  Muoversi. Che è, il congresso delle madri di famiglia, questo?

Medworth                     - Mi dispiace, signore. (Esce in fretta).

Jackson                         - Sei un nuovo, tu?

Roberts                         - (mentre esce più lentamente) Sì.

Jackson                         - Vieni qui. Sì... cosa?

Roberts                         - Sì, signore.

Jackson                         - Bene, vai al numero uno. E aggiustati la cravatta. Vieni qui. (Roberts è lento ad eseguire) Ti ho detto di aggiustarti la cravatta. (Messo di malumore, Roberts si accomoda la cravatta.) Io sono mr. Jackson. Imparerai a conoscermi. Qui dentro mi conoscono tutti.

Roberts                         - (ingrugnato) Sì, signore.

 Jackson                        - E adesso, muoviti. Al numero uno. E... occhio a quello che fai, giovanotto. (Roberts esce. Jackson lo segue gridando) Muoversi. I nuovi arrivi al numero uno. Passeggiata al numero quattro. I nuovi arrivi al numero uno per la rivista del diret­tore. Rapporti al direttore al numero uno. Muoversi gli altri al numero quattro, non dormire, giovanotti. (Entra il sorvegliante-capo Webb).

ENTRE-SCENE: RIPIANO DELLA SCALA

Jackson                         - (salutando) Primo braccio. Ottanta­quattro presenti al numero quattro, signore. Passeg­giata interna. Due dal direttore, con ì nuovi. Uno a rapporto.

Il Sorvegliante-capo      - Grazie, mr. Jackson.

Jackson                         - Avanti. Muoversi. Anderson, non dor­mire; Mantenere l'allineamento sui due capofila. Avanti. (Entra Richards).

Il Sorvegliante-capo      - E tu, giovanotto,- che

cosa cerchi?

Richards                        - Scusate, signore, siete voi il direttore?,

Il Sorvegliante-capo      - No, giovanotto; sono soltanto il sorvegliante-capo.

Richards                        - Oh, scusate, signore. Con tutti quei galloni d'oro, credevo... (Il sorvegliante-capo esce).

Jackson                         - Non c'è niente da credere. Cos'è che vuoi?

Richards                        - Dicono che devo vedere il direttore.

Jackson                         - Chi te l'ha detto.

Richards                        - I compagni, giù.

Jackson                         - È vero.

Richards                        - Oh, ma è splendido. Dove?

Jackson                         - Non te ne incaricare giovanotto. Stattene cheto dove sei. Sarà bene che ti tiri via quei capelli dagli occhi. Passa dal barbiere, stasera alle sei.

Richards                        - Oh, signore, non sono mica tanto lunghi.

Jackson                         - Sono lunghi e nel giro di una settimana ti si riempiranno di pidocchi. Diremo al Vecchio che ti dia un passaggio per il carcere di Hollywood. Va al numero uno. (Alza gli occhi ai piani superiori) Chi è che sta fumando nell'angolo! Avanti, venga fuori. Mr. King, c'è qualcuno che fuma in quell'angolo.

King                              - (dalla balconata) No, non c'è nessuno che fuma.

Jackson                         - (partendo di corsa su per le scale) Sì, che c'è. Lo vedo io... Tiratelo fuori.

King                              - (con voce mutata) Oh, sì. L'ho pescato.

Jackson                         - Mettetelo in punizione.

King                              - Sì, signore.

Jackson                         - Come si chiama?

King                              - Anderson, matricola 2746, signore.

Jackson                         - Sta bene. Grazie, mr. King.

LA CELLA DEL CONDANNATO

(Appare più confortevole del locale della mensa: vi si nota un tappeto, una sedia, un tavolino, un tet­tuccio. Riviste e un gioco di dama. In un angolo lo spioncino per l'ispezione. Tufnell, giovane, pallido, dall'apparenza stanca siede al tavolino e gioca con mr. Jones, tipo classico di sottufficiale d'amministra­zione a riposo. Col berretto spinto indietro sulla nuca, sta seduto a leggere il giornale mr. Gale, un giovanotto d'aspetto leccato e vizioso. Entra il direttore seguito dal sorvegliante-capo).

Il Direttore                    - Buongiorno, Tufnell. Il dottore ti ha visitato?

Tufnell                          - Sì, signore.

Il Direttore                    - Il letto va bene?

Tufnell                          - Sì, signore.

Il Direttore                    - E il cibo?

Tufnell                          - Anche il cibo, signore.

Il Direttore                    - Non hai reclami da fare?

Tufnell                          - No, signore.

Il Direttore                    - Tutto a posto, Jones?

Jones                             - Sissignore. Tutto a posto, signore.

Il Direttore                    - Buongiorno, Gale. (Esce, seguito dal sorvegliante-capo. Tufnell e Jones riprendono a giocare).

Jones                             - Avevi mosso tu, figliolo? (Muove, a sua volta, una pedina) Oh, questa è una pégola. Tieni, prendi una sigaretta.

Tufnell                          - Oh, grazie. Quello era il direttore o il vice?

Gale                              - Il direttore in persona.

Tufnell                          - Com'è? Buono?

Gale                              - È duro.

Jones                             -  È l'uomo più retto ch'io abbia mai conosciuto. D. S. 0. (Distingnished Service Order: onorific. militare britannica.) e baronetto.

Tufnell                          - In questa guerra?

Jones                             - L'altra.

Tufnell                          - A vederlo non sembra tanto vecchio.

Jones                             - (riferendosi al gioco) Pensaci pure su con calma, figliolo. Tanto, mi verrai lo stesso sotto le unghie.

Tufnell                          - Ho visto che anche voi avete un nastrino. Che cos'è?

Jones                             - Servizio carcerario: valor civile in occa­sione di una rivolta.

Tufnell                          - Eppure scommetterei che vi volevano bene.

Gale                              - Per forza: era armato.

Jones                             - Non facevano molte parole. Ma c'erano dei ragazzi di prim'ordine fra loro. Ne ho ritrovato qualcuno dentro, di tanto in tanto.

Gale                              - Gli eroi che tornano.

Jones                             - Già.

Tufnell                          - (guardando la porta in fondo alla cella che porta al locale delle esecuzioni) Cosa c'è, oltre quella porta?

Jones                             - (ignorando la domanda di Tufnell) Però, l'esercito è in gamba.

Tufnell                          - Cosa c'è...

Gale                              - Tieni: dà un'occhiata a questo giornale. Finisco io la partita.

Jones                             - (strizza l'occhio a Tufnell allontanandosi dal tavolo) È una schiappa.

Tufnell                          - (a Gale, che sta ridisponendo le pedine) Siete sempre stato in servizio.

Gale                              - Sissignore.

Jones                             - Sua madre l'ha trovato in un cespuglio d'uvaspina che indossava già una piccola divisa. Povero figliolo, gli è mancata l'occasione, nella vita.

Gale                              - D'accordo... (A Tufnell) Facciamo andare un paio di sigarette.

Jones                             - Vi faccio da arbitro. Sta attento, figliolo e tieni presente che è una schiappa. (Cominciano la partita. Di quando in quando Tufnell alza gli occhi e sembra dimenticare il gioco. Jones, che con gli occhiali ad armatura metàllica, appare pia che mai paterno, legge il giornale. Entra il cappellano: indossa un « mack-intosh » e porta un cappello a tesa grigio scuro. È del paese di Galles).

Il Cappellano                - Buongiorno, Jones. Buongiorno, Gale. (I due sorveglianti si levano in piedi, lo salutano con un « Buongiorno, signore » ed escono) Piuttosto umido. Brutta giornata. Stavi vincendo? (E solo con Tufnell).

Tufnell                          - (sommessamente) Non so.

Il Cappellano                - (per rompere il ghiaccio) Bè, continuiamo la partita. A chi tocca muovere.

Tufnell                          - Tocca a voi. (Giocano per qualche istante in silenzio, mentre il cappellano osserva il prigioniero).

Il Cappellano                - Oh, povero me. Ho fatto per­dere Gale. Hai vinto tu.

Tufnell                          - Sì. Grazie.

Il Cappellano                - Ti piace leggere?

Tufnell                          - Qualche volta. Sì.

Il Cappellano                - Ti porterò dei libri. Tanti quanti ne vuoi. Che genere preferisci?

Tufnell                          - Oh, fa lo stesso.

Il Cappellano                - Avventure? Romanzi? Poesie? O un po' di tutto?

Tufnell                          - Sì, qualunque cosa.

Il Cappellano                - Te li porterò senz'altro. « Alice? ».

Tufnell                          - Che cos'è?

Il Cappellano                - «Alice nel paese delle meravi­glie ». Cosa non c'è in quel libro! È il mio preferito, credo. Vedrò di trovartene una copia. Poi me ne dirai qualcosa. (Bidè) Piuttosto umido davvero... ho paura che oggi non potrai fare la passeggiata. (Pausa) Ti trovi bene?

Tufnell                          - Oh, sì.

Il Cappellano                - Bravo ragazzo. Sei della Chiesa anglicana, naturalmente.

Tufnell                          - Sì, infatti.

Il Cappellano                - Cresimato?

Tufnell                          - Sì.

Il Cappellano                - Comunicato?

Tufnell                          - Quand'ero a casa, sì.

Il Cappellano                - (come per caso) Credi in Dio?

Tufnell                          - Ci credevo.

Il Cappellano                - Ci credevi?

Tufnell                          - Prima...

Il Cappellano                - Capisco.

Tufnell                          - Prima della guerra.

Il Cappellano                - Oh, sì. Ho capito. Prima della guerra. (Pausa) Hai ancora i genitori.

Tufnell                          - N,o, grazie a Dio.

Il Cappellano                - (dolcemente) Tu, in Dio ci credi. Sono morti tutti e due?

Tufnell                          - Sì. Nel 1944. Uno stupido incidente. Il 21 giugno. Alle otto di sera. A Sevenoaks. (Pausa) E intanto io me ne stavo da qualche parte, appena fuori di Caen.

Il Cappellano                - Altri in famiglia?

Tufnell                          - Nessun altro. Piglio unico.

Il Cappellano                - Quanti anni hai?

Tufnell                          - Ventitré esatti.

Il Cappellano                - Fatto la guerra? Sì, si capisce.

Tufnell                          - Con i « commandos », sì. Dieppe, Sicilia, e Normandia.

Il Cappellano                - Grado?

Tufnell                          - (sorridendo) Oh, non pensare di far il caporale... (È un verso di Kipling.)

Il Cappellano                - (sorridendo a sua volta) Vedo che hai fatto le tue letture.

Tufnell                          - Era un libro che m'aveva regalato mio padre quando mi arruolai.

Il Cappellano                - Volontario?

Tufnell                          - Sì.

Il Cappellano                - Ho inteso che ti sei fatto onore. Un encomio solenne, vero?

Tufnell                          - Sì, una volta.

Il Cappellano                - Diventerete amici per la pelle, tu e il vecchio Jones. Va matto per l'esercito.

Tufnell                          - Non ditegli niente.

Il Cappellano                - Glielo dirai tu.

Tufnell                          - No. Odia già abbastanza questo me­stiere.

Il Cappellano                - Tutti noi lo odiamo.

Tufnell                          - (gli dà un'occhiata aggressiva) Anche mi. Gale?

Il Cappellano                - Gestapo, eh? (Tufnell abbassa gli occhi e volge il capo da una parte) Non perdere il senso dell'umorismo, ragazzo.

Tufnell                          - Cercherò.

Il Cappellano                - Com'è il tuo nome di battesimo?

Tufnell                          - Richards. Mi chiamano Dick.

Il Cappellano                - Ti chiamerò Dick anch'io. Ti spiace?

Tufnell                          - No, affatto. Eravate cappellano nell'esercito?

Il Cappellano                - Sì. Stavo a Narvik.

Tufnell                          - Davvero?

Il Cappellano                - Quegli Stukas. (Fa un fischio) Una paura folle, quando ti piombavano addosso.

Tufnell                          - E quanto sganciavano... credevate in Dio?

Il Cappellano                - Non facevo altro che invocarlo, mi sembra. Sì. Sì, non facevo altro.

Tufnell                          - Era tremendo, vero?

Il Cappellano                - Qualche volta.

Tufnell                          - Come ora?

Il Cappellano                - (guardandolo dritto negli occhi) Come ora.

Tufnell                          - (con impeto) Voi mi piacete, padre... siete leale. Venite spesso a trovarmi. Promettete?

Il Cappellano                - Sì: tutti i giorni.

Tufnell                          - Comunque, ci dovreste venire egual­mente, no?

Il Cappellano                - Sì. (Sì alza e prende il cappello e l'impermeabile) Però... è bello quando il dovere è anche piacere. Hai fatto domanda di grazia?

Tufnell                          - L'ho fatta, sì.

Il Cappellano                -  Bene, non perderti d'animo.

Tufnell                          - Farò il possibile.

Il Cappellano                - Bravo. Viene qualcuno a tro­varti?

Tufnell                          - La mia ragazza.

Il Cappellano                - Non ti ha lasciato?

Tufnell                          - È cattolica.

Il Cappellano                - È una risposta?

Tufnell                          - Sì, credo di sì.

Il Cappellano                - Perché?

Tufnell                          - Sembra che i cattolici sappiano meglio... perdonare.

Il Cappellano                - E noi, no?

Tufnell                          - Forse... controvoglia. (Il cappellano sorride e gli si avvicina).

Il Cappellano                - Mi hai detto che hai ventitré anni. Però parli come un vecchio di settanta. Figlio unico. Non ho fratelli nemmeno io: si diventa intro­spettivi. Così dicono gli amici. E i nemici?... Bè... ci chiamano esibizionisti. (Il cappellano gli batte sulla spalla e si avvia alla porta) Bene, Dick, ti manderò i libri.

Tufnell                          - Oh, grazie.

Il Cappellano                - La prossima volta che vengo parleremo d'altro.

Tufnell                          - D'accordo. Padre, per favore, ditemi: c'è qualche speranza?

Il Cappellano                - C'è sempre speranza. Non vorresti pregare un poco?

Tufnell                          - (irosamente) No. (Dominandosi) Non oggi.

Il Cappellano                - Ma sì... ne riparleremo un altro giorno.

Tufnell                          - Forse. (Il cappellano si volge per uscire. Poi sembra colto da un pensiero improvviso).

Il Cappellano                - Pensavo... non ti spiace se vedessi la tua ragazza una volta o l'altra.

Tufnell                          - Oh no, certo.

Il Cappellano                - Le scriverò. Come si chiama?

Tufnell                          - Sullivan. Miss Rosie Sullivan.

Il Cappellano                - (prendendo nota su un taccuino) Indirizzo?

Tufnell                          - 6 Holmwood Mansions, Paddington.

Il Cappellano                - Miss Rosie Sullivan, 6 Holmwood Mansions, Paddington. Va "bene. (Sulla porta) Non rifiuterà di vedere un eretico?

Tufnell                          - Oh, no.

Il Cappellano                - (sorridendo) Bè, neanch'io. (La porta si apre e rientrano Jones e Gale) Ho perso la vostra partita, Gale. Ma credo che, in ogni caso, neanche voi l'avreste vinta.

Gale                              - Credo anch'io, signore.

Il Cappellano                - Bè, me ne vado a far quattro chiacchiere con i miei paesani. Siamo tutti del Galles, qua dentro.

Jones                             - È il posto migliore, per i gallesi, signore. (Tutti ridono, ad eccezione di Tufnell).

ENTRE-SCENE: RIPIANO DELLE SCALE

(Anderson, Moberts e Spencer giungono al ripiano seguiti da mr. Jackson. Questi li chiama per nome. Subito dopo compare Richards, e poi Brown, dopo che Jackson lo ha già chiamato due volte, il che non è tollerabile per una persona del carattere di questo sorvegliante).

Jackson                         - Andiamo, fate attenzione. A rapporto dal direttore. Mettersi in fila e aprire le orecchie. Anderson, matricola 2746; Roberts 6146; Richards 6147; Spencer 6145; Brown 3762. (Brown non c'è) Brown 3762! (Entra Brown) Dov'eri tu, eh?

Brown                           - Nel laboratorio di valigeria, signore.

Jackson                         - Okey. (Si avvia per andarsene).

Anderson                      - Okey. Okey. Non c'è che okey in Inghilterra. Tutto è okey.

Brown                           - Faresti meglio a metter la museruola ai tuoi okey.

Anderson                      - Sì? E va bene: okeyl Okey, hai ra­gione.

Jackson                         - (torna indietro) Tu, tieni chiuso il becco.

Brown                           - Non parlavo mica, signore.

Jackson                         - Tieni chiuso il becco, ho detto. (Torna ad avviarsi per uscire).

Brown                           - (fra i denti) Okey.

Anderson                      - È tutto okey. Tieni chiuso il becco e anche questo è okey.

Jackson                         - (verso la balconata) Chi è che chiacchiera, lassù?

Brown                           - Io no, signore.

Jackson                         - Chi è? Tu, Richards?

Richards                        - Non ho aperto bocca. Lo posso giurare.

Jackson                         - Tu... Roberts?

Roberts                         - No, signore.

Jackson                         - Spencer?

 Spencer                        - No, signore.

Jackson                         - Allora, Anderson. Eri tu che parlavi?

Anderson                      - Ecco, signore, forse ero io e forse no.

Jackson                         - Sei tu il fottutissimo chiacchierone... sì o no?

Anderson                      - Ecco, signore, forse... nella mente. Già: la mente ha fatto parlare la lingua. Ma io però non c'entro.

Jackson                         - Lo dirai al direttore. (Entra King) Salve. Tenetemeli d'occhio. Cinque, sono. (Esce).

King                              - Cinque. (Controlla il numero).

Anderson                      - Quello non è felice, dentro. Quello non può essere felice dentro. Non credo che quello possa essere un uomo felice.

King                              - Chi è che non può?

Anderson                      - Bè, mr. Jackson, mr. King. Non sorride. Non sorride quasi mai.

King                              - Perché a te sembra che ci sia molto da ridere, qua in giro?

Anderson                      - Oh, non so. Gli inglesi sorridono sempre. (A questo punto il sorvegliante-capo, che si sta recando dal direttore, attraversa il ripiano. An­derson interrompe il suo esame del carattere britannico) Gli inglesi sorridono sempre. Gli inglesi continuano a sorridere fin che sono morti. Perché mi hanno fatto rapporto? Ho tirato soltanto una piccola boccata. Una boccata che nemmeno l'ho sentita.

King                              - Io ti ho visto un puzzolentissimo mezzo sigaro.

Anderson                      - Oh no, signore. Guardate, mr. King. (Estrae il portasigarette) C'era soltanto più una cicca. Tutto quel che m'era restato. Tutto quello che il vecchio Arthur aveva.

King                              - Fammi vedere. (Mette un po' di tabacco nel portasigarette di Anderson) Fa sparire 'sta roba. (Torna alla cattedra).

Anderson                      - Ora sì, mr. King... ora sì, che siete un uomo felice. Sì, siete un sorvegliante felice, mr. King.

King                              - E anche tu... vecchio peccatore incallito... anche tu, ora, sei felice.

Jackson                         - (fuori scena. Urlando) A rapporto dal direttore. Fianco dest'. Avanti, march.

L'UFFICIO DEL DIRETTORE

(È ricavato in una cella normale. Una scrivania di rovere, una sedia girevole, una cassaforte, un vassoio sul quale è la bottiglia del whisky. Il pavimento è co­perto da un linoleum. Il direttore è alla scrivania, seduto. Il sorvegliante-capo si fa alla porta, chiama Anderson, quindi si pone in piedi alla destra del direttore. Anderson entra in fretta seguito da Jackson).

Il Sorvegliante-capo      - Nome e numero di ma­tricola. Al direttore.

Anderson                      - Anderson 2746, signore.

Il Direttore                    - Allora, mr. Jackson?

Jackson                         - Il detenuto è stato sorpreso stamattina mentre fumava in un angolo, signore.

Il Direttore                    - Hai niente da dire?

Anderson                      - Non crédevo di far male. No, signore. Non credevo di far male.

Il Direttore                    - Alla legge non interessa ciò che tu credi di fare... ma ciò cbe fai. Conosci il regolamentodelle carceri?

Anderson                      - Sì, signore. Mi dispiace, signore. (Oli viene un'idea e decide di tentare) È la malinconia che mi deprime. Mi rovina i nervi. Ho i nervi malan­dati. Sì, proprio. Ho bisogno di fumare per calmarli. Sì, signore. Proprio così.

Il Direttore                    - Mr. Jackson, come si comporta di solito il detenuto?

Jackson                         - Male, signore. Chiaccbiera nei ranghi... L'ho richiamato due volte.

Il Direttore                    - Oggi?

Jackson                         - Sì, signore.

Il Direttore                    - Tre più uno.

Anderson                      - Tre più uno!

Il Sorvegliante-capo      - Tre giorni d'isolamento. Senza remissione. E un giorno a pane e acqua. Puoi andare. (Anderson esce con. Jackson, lanciando una occhiata di rimprovero al direttore) Roberts. (Entra Roberts) Nome e numero dì matricola, al direttore.

Roberts                         - John Roberts 6146, signore.

Il Direttore                    - Due anni?

Roberts                         - Sì, signore.

Il Direttore                    - Sei quello della Marina mercantile?

Roberts                         - Esattamente, signore.

Il Direttore                    - Una sbronza fuori ordinanza, pare? (Gli sorride).

Roberts                         - Sì: credo di aver esagerato un po'.

Il Direttore                    - Già. Non prendertela, figliolo.

Il Sorvegliante-capo      - Puoi andare. (Roberts esce) Richards. (Entra Richards) Nome e numero di matricola, al direttore.

Richards                        - Evelyn Richards, signore.

Il Direttore                    - Professione."?

Richards                        - Ehm... corista. Entrato in parecchi numeri di danza, anche.

Il Direttore                    - Sei mesi. (Richards fa un cenno d'assenso col capo) Ti devi far tagliare i capelli.

Richards                        - Oh, signore. (Si avvicina allo scrit­toio del direttore in atteggiamento di protesta, ma il sorvegliante-capo lo ferma).

Il Sorvegliante-capo      - Non c'è niente da ribattere.

Il Direttore                    - E bene che tu sia avvisato,

Richards                        - Dovrai saperci stare, qui. Inteso?

Richards                        - Si, signore.

Il Direttore                    - Un passo falso e io ti faccio tra­sferire. Uno solo. E tu vai dritto al penitenziario, Niente refettorio, niente tabacco, niente ricreazione, laggiù. Inteso?

Richards                        - Sì, signore.

Il Direttore                    - Non voglio vederti o sentire il tuo nome finché non verrai a salutare per andartene. Inteso?. .

Richards                        - Sì, signore.

Il Direttore                    - Va bene.

Il Sorvegliante-capo      - Puoi andare. (Richards esce guardando con aria di sfida il sorvegliante-capo. Entra Spencer) Nome e numero di matricola al direttore.

Spencer                         - Spencer 6145, signore. (È uno Spencer molto diverso da quello che era apparso al refettorio numero dieci. Qui, però, il bluff non serve).

Il Direttore                          - Allora, Spencer, ci sei cascato di nuovo?

Spencer                         - Sì, signore.

Il Direttore                    - Sempre la solita storia.

Spencer                         - Sì, signore... più o meno.

Il Direttore                    - Dove... questa volta?

Spencer                         - Da Marks e Spencer, signore.

Il Direttore                    - Cose in famiglia, si direbbe. Avevi preso molta roba?

Spencer                         - Un paio di borsette e una camicia da donna.

Il Direttore                    - E com'è che ti hanno arrestato?.

Spencer                         - Sorveglianza interna, signore.

Il Direttore                    - Quanto?. (Consulta un registro) Sei mesi. Credi che ne valesse la pena?

Spencer                         - No, signore. Solo che non posso farne a meno.

Il Direttore                    -  Stupidaggini. Certo che puoi.

Spencer                         - No, signore. Non posso.

Il Direttore                    - Vediamo. L'ultima volta eri ammiraglio. Adesso, cosa sei diventato?

Spencer                         - (pudicamente) Niente, signore.

Il Sorvegliante-capo      - È passato in aviazione. Comandante di squadriglia, signore.

Il Direttore                    - E così hai avuto un incidente. Facevi il matto?.

Spencer                         - No, signore. Ho volato troppo basso.

Il Direttore                    - Capisco. È più in carattere. Bè, sta allegro, Spencer. E vedi se ti riesce di portarti a una quota più alta. Va bene.

Il Sorvegliante-capo      - Puoi andare. (Spencer esce) Brown. (Brown entra) Nome e numero di matri­cola, al direttore.

Brown                           - Brown 3762, signore.

Il Direttore                    - Sì?

Brown                           - Ho chiesto di potervi parlare, signore.

Il Direttore                    - Lo so.

Brown                           - Desidero scrivere una lettera, signore.

Il Direttore                    - A chi?.

Brown                           - A mia moglie, signore, prego.

Il Direttore                    - Quale moglie?

Brown                           - Prego... quella da sposare, signore, prego.

Il Direttore                    - No. (Brown appare addolorato) Ora, Brown, stammi a sentire. Tu mi sei venuto a parlare tutte le settimane per ventitré mesi e mezzo. Ogni volta mi hai fatto la stessa domanda e ogni volta hai avuto la stessa risposta. Era proprio ne­cessario?

Brown                           - Sì, signore. Io dico di sì.

Il Direttore                    - (sorridendo) Bè, ma qual è lo scopo?

Brown                           - Debbo dirle che le voglio bene, signore.

Il Direttore                    - Ne sei proprio sicuro?

Brown                           - Sì, signore. Sicurissimo. Anche se non glielo posso dire.

Il Direttore                    - Però, una moglie e nove bambini ce l'hai già. Non è vero?

Brown                           - Sì, signore. Ce l'ho.

Il Direttore                    - E che pensi di fartene, di questa tribù?

Brown                           - (aggressivo) Bè, cosa volete che ne facciam signore?

Il Direttore                    - (pazientemente) Quando uscirai, fra due settimane, che cosa hai in mente di fare?

Brown                           - Torno da lei.

Il Direttore                    - Dalla moglie legale?

Brown                           - Sicuro. È per questo che voglio scrivere la lettera, signore... per dire alla mia seconda moglie quel che intendo fare.

Il Direttore                    - Ma, Brown, le ha già scritto il cappellano spiegandole tutto, e tu lo sai.

Brown                           - Sì, signore.

Il Direttore                    - E allora a che serve questa let­tera che io non ti posso far scrivere?

Brown                           - Ve l'ho detto, signore. Debbo dirle una volta per tutte che le voglio bene... e farla finita.

Il Direttore                    - Capisco.

Brown                           - (aggrappandosi a questo filo di comprensione) Capite, signore? Allora posso scrivere?

Il Direttore                    - No, Brown, non puoi. Mi spiace, Brown, ma non puoi. Ora puoi andare.

Il Sorvegliante-capo      - Avanti. (Brown esce, mentre entra il cappellano).

Il Direttore                    - La chiacchierata settimanale con Casanova Brown. Ce n'è altri?

Il Sorvegliante-capo      - No, signore.

Il Direttore                    - Accomodatevi, Tom. Va bene mr. Webb. (Il sorvegliante-capo esce) Siete stato a vedere il ragazzo?

Il Cappellano                - Ci son stato.

Il Direttore                    - Vi piace? (Il cappellano fa un cenno d'assenso) Sì, anche a me. Avete mica parlato del suo guaio?

Il Cappellano                - No, oggi no.

Il Direttore                    - (accendendo la pipa) Perché si deve fare?

Il Cappellano                - La guerra?

Il Direttore                    - Forse. Avete osservato le sue mani. Già, naturalmente. Dita sensibili, lunghe e sottili. Avrebbe potuto essere un buon cittadino, se il diavolo non ci avesse messo la coda. Ha parlato?

Il Cappellano                - Un po'.

Il Direttore                    - Non so se con me avrebbe aperto bocca.

Il Cappellano                - Credo di no. No.

Il Direttore                    - Perché no? Sono così severo?

Il Cappellano                - Qui dentro piuttosto. Diventate amabile quando vi porto fuori.

Il Direttore                    - (con un sorriso) Me ne vado, allora. Felicissimo.

Il Cappellano                - Voi restate qui, invece, per quanto mi riguarda.

Il Direttore                    - Che cosa ha detto?

Il Cappellano                - Oh, niente di straordinario. Mi ha raccontato della guerra.

Il Direttore                    - Si è comportato molto bene.

Il Cappellano                - Lo so. Mi ha anche dato l'indi­rizzo della sua ragazza.

Il Direttore                    - Oh. Rispettabile?

Il Cappellano                - Che? L'indirizzo? È a Paddington.

Il Direttore                    - Ci abita mia zia.

Il Cappellano                - (sorridendo) Non si chiama mica Rosie, alle volte?

Il Direttore                    - No... Agata.

 Il Cappellano               - Signore Iddio!

Il Direttore                    - Una zia dell'età vittoriana, sapete. Gonna alle caviglie. Lorgnettes. Nastro nero intorno al collo.

Il Cappellano                - Basta, per carità.

Il Direttore                    - Dolente. Non ricordavo che inclinate a sinistra. Bevete un goccio?

Il Cappellano                - Se lo prendete voi. Grazie.

Il Direttore                    - Sì, certo. (Prepara due bicchieri di whisky).

Il Cappellano                - La data è già stata stabilita?

Il Direttore                    - Martedì venturo.

Il Cappellano                - Se la caverà?

Il Direttore                    - Non si può mai dire.

Il Cappellano                - La domanda di grazia è stata inoltrata?

Il Direttore                    - Sì. Già arrivata a destinazione.

Il Cappellano                - Come è stata motivata?

Il Direttore                    - La guerra... la giovinezza del condannato... la ragazza... la famiglia. Le solite cose.

Il Cappellano                - Non se la caverà.

Il Direttore                    - Ho detto che non si sa mai.

Il Cappellano                - Ma voi che cosa ne pensate, esattamente.

Il Direttore                    - Non posso pensarne niente, Tom, fino a martedì notte. Salute. (Alzano i bicchieri) Che mi dite del vecchio Brown?

Il Cappellano                - (ancora col pensiero al condannato) Scriverò alla sua ragazza. Faccio bene?

Il Direttore                    - Quale ragazza?

Il Cappellano                - Quella di Tufnell.

Il Direttore                    - Sì, certo che è ben fatto.

Il Cappellano                - Chi è Brown?

Il Direttore                    - Il vecchio Barbablù. Casanova Brown.

Il Cappellano                - Oh, quello. Vuole scrivere una lettera, vero?

Il Direttore                    - Già.

Il Cappellano                - E glie l'avete fatta scrivere?

Il Direttore                    - No.

Il Cappellano                - Zia Agata!

Il Direttore                    - Siete perfido. Che cosa farà quando esce?

Il Cappellano                - Quello che_fanno gli altri.

Il Direttore                    - Cioè? Tornerà?

Il Cappellano                - Può darsi.

Il Direttore                    - Da chi?

Il Cappellano                - Da mrs. Brown e famiglia.

Il Direttore                    - E poi?

Il Cappellano                - E poi... dipende da mrs. Brown.

Il Direttore                    - È una donna decente?

Il Cappellano                - Ha cinquantacinque anni.

Il Direttore                    - E, magari, la faccia come una mela cotta?

Il Cappellano                - Una strega. Brutta come l'in­ferno.

Il Direttore                    - Poveri noi. Secchia, ramazza e mani callose. E l'altra mrs. Brown?

Il Cappellano                - Ventidue anni... e bionda.

Il Direttore                    - Senza fissa dimora?

Il Cappellano                - L'angolo del palazzo del « Lyons »

Il Direttore                    - Cosa «può » vedere in lui?

Il Cappellano                - Un terreno che le permette di crescere, forse.

Il Direttore                    - Un cespo di rose sul letamaio. Che mondo! (Rientra il sorvegliante-capo. Il cappellano finisce di bere e si alza).-

Il Cappellano                - Bè, bisogna che vada a metter giù il sermone. È dedicato a voi. Il tema è Ponzio Pilato. (Esce).

Il Direttore                    - (al sorvegliante-capo) Pronto, Webb. Andiamo a dare un'occhiata alle cucine, prima di tutto. Oggi avete il pomeriggio libero?

Il Sorvegliante-capo      - Sì, signore.

Il Direttore                    - Sbrighiamoci, allora. Faccio il tifo per l'Arsenal, sapete.

Il Sorvegliante-capo      - Sì, signore.

Il Direttore                    - Voi tenete per il Chelsea, eh? (Esce dalla porta di cui Richards sta lavando i pannelli).

Il Sorvegliante-capo      - (gridando) Togli di mezzo quel secchio. E alzati in piedi quando passa il direttore. Gli occhi, qui dentro, cerca di farli fun­zionare, giovanotto. (Segue il direttore. Richards fa la faccia scura e riprende a strofinare. Entra King, e si ferma ad osservare Richards che seguita a lavorare).

ENTRE-SCENE: RIPIANO DELLE SCALE

(Di prima sera. L'orologio scocca le sette. Suona la campana).

King                              - (gridando) Primo braccio. Tutti gli uomini . davanti alla cella. Tutti gli uomini davanti alla cella. Avanti, muoverle, 'ste gambe. Su, marcia indietro. È ora di farla finita con 'sti lavaggi. Svegliarsi. li'ora di ricreazione è per voi, mica per me. Su, forza. Dia­mogli un taglio a 'sti lavacri, ho detto. Ehi, tu, torna al tuo posto, vatti a metter davanti alla cella come gli altri... Paddy, chi è quello? Chi è quel tipo?

Paddy                           - (dal piano superiore) Non si vede, di qui.

King                              - Chi è, Medworth?

Medworth                     - (fuori scena) È Richards, signore.

King                              - Bene, sparagli un pedatone. Va' al tuo posto, tu.

Richards                        - Sì, signore.

King                              - Ma che diavolo stavi combinando? Hai tutta la notte davanti per farti le applicazioni di Cold Cream.

Richards                        - Mi stavo lavando i capelli.

King                              - Credevo te l'avessero tagliati.

Richards                        - Non completamente. Le forbici, ho paura che non fossero troppo pulite... così sono andato a lavarmi la testa. (Giungono voci che gridano: « Andiamo, Polly »).

King                              - Che Iddio mi benedica. Ehi, Polly. Met­tici pure i bigodini.

Richards                        - Oh, mr. King!

King                              - E facci sapere appena sei pronto, teso-ruccio. Così potremo scendere da basso e farci una fumatina.

Richards                        - Sono pronto.

King                              - Non è il caso che ti faccia fretta, ti assi­curo. Sta' comodo. A me mi pagano, per far questo. (Gridando) Scendere per la ricreazione. Primo braccio... un passo avanti, march. Fianco dest'. Avanti. Muoversi, non dormire. Ed ora cacciate fuori le vostre sigarette puzzolenti. Benissimo, ragazzi. Ottimo. (Esce dall'angolo col « Libro dei Regolamenti).

IL REFETTORIO NUMERO DIECI

(Richards seduto, si sta pettinando: i suoi capelli sono lunghi pressapoco come prima. Entra Paddy, cantando malinconicamente).

Paddy                           -

«E se dopo questa un'altra vita avremo;

E qualche volta, credo che l'avremo...

Voglio pregare Dio che mi dia per paradiso

Solo un poco di terra lungo il mar d'Irlanda».

Richards                        - Voglia di casa, eh?

Paddy                           - Fai l'indovino?

Richards                        - (ignorando il sarcasmo) Quanto ti hanno dato?

Paddy                           - Sette anni.

Richards                        - Povero Paddy. E quanto hai già fatto?

Paddy                           - Tre anni eterni, fetenti e pidocchiosi.

Richards                        - Povero Paddy. Me ne dispiace.

Paddy                           - Non sprecare lacrime per me. Non è per me che mi tormento.

Richards                        - E chi, allora?

Paddy                           - Jean.

Richards                        - Oh, Signore. Una ragazza. Chi è Jean?

Paddy                           - Mia moglie. Questa è la ragione. (Im­provvisamente sentimentale) La ragazza più bella, più dolce e innamorata che si sia mai vista. Ci eravamo sposati. Appena sei mesi prima che mi mettessero dentro.

Richards                        - Com'è stato?

Paddy                           - Lavoravo. Ero in ferrovia. Non volevo stare in Inghilterra: così una notte a Crewe cercai di far saltare la linea.

Richards                        - (seguitando a pettinarsi) Perché?

Paddy                           - Si chiama sabotaggio. Non so bene perché l'ho fatto. Forse pensavo che avrei dato un bel colpetto all'impero.

Richards                        - Cosa? E le donne e i bambini che stavano nel treno?

Paddy                           - Era un merci... carico di munizioni. Solo per questo doveva andare comunque in malora. Il porco governo, bisogna condannare.

Richards                        - Bè, Paddy, ammesso che tu abbia ragione, che c'entra il governo con la linea di Crewe?

Paddy                           - (sedendoglisi accanto) Stammi a sentire. Da più di tre secoli la nazione irlandese...

Richards                        - (lo interrompe) Ti prego, Paddy. Stai perdendo tempo. Io sono un vecchio e convinto con­servatore. Lo sono sempre stato.

Paddy                           - C'è una cosa che ti voglio dire, giovanotto. La vecchia Inghilterra non ci ha mai dato...

Richards                        - (gli mette una mano sulla bocca) Sta' zitto. Sono cose che ti rendono inquieto, vero, Paddy?

Paddy                           - (volgendosi da una parte) Credo di sì.

Richards                        - Bè, raccontami di Jean.

Paddy                           - Vuoi davvero?

Richards                        - Ma certo.

Paddy                           - (si assicura che Richards non scherzi) La incontrai alle corse... a Cork. E adesso sta ad aspet­tarmi. (Pausa) Cinque anni e mezzo. Il giorno che ci sposammo compiva diciannove anni. Quando esco ne avrà venticinque. E intanto mi aspetta. (Ansio­samente) Credi che ce la farà?

Richards                        - Ce la farà... cosa?

Paddy                           - Ad aspettarmi. Tutti questi anni?

Richards                        - (amichevolmente) Bè, in tempo di guerra tutte le donne non fanno altro.

Paddy                           - Molte ci riescono, ad aspettare. (Una pausa più lunga) Mi scrive regolarmente. Non abbiamo neanche un bambino... e lei è bella. Ha un paio d'occhi splendidi, color nocciola scuro. E i capelli come seta nera. Un po' come i tuoi.

Richards                        - Povero Paddy. Mi rincresce per te.

Paddy                           - Lo credo. (Si alza e passeggia guardando fisso avanti a sé).

Richards                        - Mi rincresce davvero. Ti capisco, vedi.

Paddy                           - Sei inglese, tu?

Richards                        - Mia. madre è scozzese.

Paddy                           - Ah, questo spiega tutto... perché ti ho raccontato. Vuoi credere che non ho mai detto una parola a nessuno in tutti questi anni? Tre anni interi. Abbiamo qualcosa dentro, noialtri celti, che gli anglosassoni non hanno.

Richards                        - Qualcosa... come?

Paddy                           - Oh, cordialità, tenerezza, e... cose così, insomma.

Richabds                       - 'Sto pettine pidocchioso. Fa male. (Paddy glielo toglie di mano e se lo passa nei capelli. Poi riprende a passeggiare).

Paddy                           - Perché non gli dai un taglio... e ti trovi una ragazza?

Richards                        - Non mi vanno le donne. Sono crudeli.

Paddy                           - Non tutte.

Richards                        - Quelle che ho conosciuto.

Paddy                           - In Leicester Square?

Richards                        - No... dappertutto. Mia madre era divorziata.

Paddy                           - Capisco.

Richards                        - Se ne scappò con un ricco ebreo, mentre papà stava all'estero. Mi lasciò da un amico. D'allora l'ho mai più vista.

Paddy                           - E tuo padre?

Richards                        - È a Birmingham.

Paddy                           - Cosa fa?

Richards                        - Apre le bottiglie. Poi le vuota.

Paddy                           - Povero figliolo.

Richards                        - (con esuberanza improvvisa) Oh, io capisco benissimo.

Paddy                           - Tieni, prendi una sigaretta. Prendine un paio. (Entra Medworth) Glie l'ho fregate al vecchio Brown.

Richards                        - (con un sorriso) Oh, grazie. (Entrano Brown e Spencer arrotolando una sigaretta).

Brown                           - E allora io gli dico, a Smithy... Se non mi fate scrivere questa lettera, dico, io scrivo diret­tamente alla Commissione, scrive- "

Spencer                         - Perdio.

Richards                        - Buonasera, comandante.

Spencer                         - 'Sera. Come va?

Richards                        - Oh, si tira avanti, grazie.

Brown                           - (prendendo Spencer per un braccio) E allora il vecchio Smithy mi guarda un po', come frastornato... capisci, e poi si volta a Webbie... come per chiedergli aiuto, capisci? Gli leggevo in mente come in un libro stampato :,« Questo è capacissimo di darmi delle grane - era come se dicesse. - Mica gli posso contar balle a Brownie ». E allora si è pie­gato sulla scrivania, in questo modo. (Si siede e fa vedere) «Allora, Brown - dice - parliamo da uomo a uomo, ecco. Ho cercato in tutti i modi di ottenerti il permesso per questa lettera. Ma non ci sono riuscito: anch'io ho le mani legate », dice. « La direzione ge­nerale non capisce queste cose, Brown. Io glie l'ho fatto presente, Brown, davvero ma non c'è niente da fare con questa gente, dice, non ho potuto tirare un ragno dal buco, dice. È una banda di politicanti che spadroneggia ». (Il discorso di Brown è sottolineato da una mimica colorita).

Paddy                           - Sei un ballista fenomenale.

Brown                           - Ballista... chi? Che possa morire se non è vero. Che il Signore mi possa fulminare sul colpo.

Paddy                           - Ti fulminerebbe sì, se avesse tempo da buttare e non avesse paura di doverti dar retta ogni sera per tutti gli anni dell'eternità.

Brown                           - Non prendertela, Paddy, se a te non fa piacere. (Si volge di nuovo a Spencer richiamando la sua attenzione, con un fischio) E allora dice. « Ecco, Brown, mi si spezza il cuore a doverti dir di no... io che so quanto^ vuoi bene a questa ragazza e come lei vuol bene a te. Sa Iddio se ti vorrei aiutare », dice. Poi si alza e parte in questo modo... (imitazione drammatica) come per andare a prendere la lettera da farmi scrivere... E allora gli dico, « No, Smithy non vi permetterò di far questo », dico. E allora lui, « Voglio fare un sacrificio per te, Brownie », dice. Allora io me ne sono uscito più che in fretta... per paura di cambiare idea. (Entra Smith).

Smith                            - Dove sta Arthur?

Brown                           - A pane e acqua e segregazione. Tre più uno.

Smith                            - Ah, così? Bè... pace. Allora, Brownie, vuoi venire tu a fare una partita con due del « Nove »? (Brown e Smith escono).

Spencer                         - Il direttore mi piace, sapete...

Richards                        - Non ci venire a contare che ti ha abbracciato.

Spencer                         - È uno che capisce e sa rendersi sim­patico. Mi ha detto: « Il comandante di squadriglia è un essere umano... come chiunque altro... ma guai se lo dimostra! Subito si piglia una legnata in testa ».

Richards                        - Hai volato molto?

Spencer                         - Ho la medaglia di lunga navigazione aerea.

Richabds                       - Gli aviatori mi piacciono. Sono così... giovani. (A Spencer) Gioco che t'hanno messo dentro perché scamottavi sui viveri.

Spencer                         - No. E stato perché svolazzavo in Charing Cross.

Richards                        - Ma guarda!

Spencer                         - A meno di cinquanta metri.

Paddy                           - (freddamente) Mica tutti, qui dentro sappiamo contar balle. (Spencer si volge innervosito)

Spencer                         - Tante scuse.

Paddy                           - Senza offesa, ti pare. Ma nessuno è mai preso sei mesi solo perché volava basso.

Spencer                         - Non sempre. No, è vero. Ma io facevo anche acrobazia.

Paddy                           - Va' fuori. (Pausa) Ho detto: «va' fuori».

Spencer                         - Ma... io sono di questo refettorio.

Paddy                           - « Esci », ho detto. Prima che ti sbatta fuori io. (Gli si avvicina) Avanti. Prendi il tuo aero­plano e vola fuori dai piedi, prima che ti tiri il collo. Muoviti. (Con un movimento rapido spinge fuori Spencer) Te la dò io , l'acrobazia, brutto verme bugiardo. Sgombra, intanto, tu e i tuoi apparecchi. (Rientra nel refettorio) Mi dà ai nervi.

Medworth                     - (a Richards) Vuoi che facciamo una partita a dama!

Paddy                           - (rapidamente) Richards! Vieni, andiamo a far quattro passi con gli altri. (Richards, dopo un istante di esitazione, esce seguito da Paddy che lancia un'occhiata sprezzante a Medworih. Questi si va a sedere. Sulla porta appare Roberts che, vedendo Med­worih, si volta per andarsene, ma Medworih lo ferma).

Medworth                     - Hai voglia di fare una partita?

Roberts                         - (accondiscendendo, forse un po' per com­passione) Sì, certo. (Medworih dispone le pedine per giocare).

Medworth                     - Sai, non riesco a togliermi quel ragazzo di mente.

Roberts                         - Chi? Tufnell?

Medworth                     - Hai visto il suo ritratto sul gior­nale? Ha un aspetto simpatico. Tanto giovane, con degli occhi bellissimi.

Roberts                         - Forse erano belli anche gli occhi del poliziotto.

Medworth                     - Oh, no. Era vecchio. (Giocano) Leggi molto la Bibbia, tu'!

Roberts                         - Non direi.

Medworth                     - Dovresti leggerla, lo sì. L'ho letta due volte da che sono dentro. Domani te la farò avere. Lavoro in biblioteca.

Roberts                         - (senza entusiasmo) Grazie.

Medworth                     - Se te la porto, la leggerai?

Roberts                         - Può darsi.

Medworth                     - Ti dirò io che cosa bisogna leggere. Dovresti cominciare dal libro dei Re. È molto bello. David e Gionata. Mai sentito questi nomi?

Roberts                         - Sì, a scuola.

Medworth                     - Si volevano molto bene, questi due.

Roberts                         - Tocca te, muovere.

Medworth                     - E Gionata era molto, molto più anziano del suo amico.

Roberts                         - Cosai Un bello sporcaccione.

Medworth                     - Oh, no. Non devi parlare così. Ti prego: non parlare così.

Roberts                         - (sorridendo) Mi spiace. Dicevo così, per dire.

Medworth                     - La Bibbia è tutto quel che mi rimane. Ho perduto tutto. Non ho amici. Solo la Bibbia mi e restata. Non guastarmela, per favore.

Roberts                         - (piuttosto nervoso, cominciando ad irri­tarsi) Ti ho detto che mi spiace, noi

Medworth                     - Sì, l'hai detto. Ma, è vero?

Roberts                         - Oh, sta zitto. (Medworih sembra pro­fondamente offeso) Bè. Perché sei qui?

Medworth                     - Guai in famiglia

Roberts                         - Sei sposato"

Medworth                     - No.^^^^^^

Roberts                         - Perché noi

Medworth                     - (riprendendosi) Bè, mica tutti si sposano. Facevo il maestro: avevo tempo solo per lavorare. Mi piaceva la scuola... insegnare, sai.

Roberts                         - Tornerai a fare il maestro?

Medworth                     - Oh, no. Finita, ormai.

Roberts                         - (dopo una pausa, improvvisamente) Cos'è che ti ha spinto a parlare a me?

Medworth                     - Perché no?

Roberts                         - Tu non parli a nessuno.

Medworth                     - Forse sono timido. I maestri... hanno sempre amici molto più giovani di loro. (Sor­ride) Come Gionata. Ho fatto una tremenda confu­sione. Non ero forte abbastanza. (Supplichevolmente)

Mi capiscil

Roberts                         - Vuoi dire che hai fatto saltare la cassa della scuola?

Medworth                     - Oh, no. Come sei cinico... e duro. Perché sei...

Roberts                         - Suppongo che lo si debba essere. '

Medworth                     - Non somigli per niente a David. Per niente, proprio. Tranne che nell'aspetto. È per questo che mi ci fai pensare.

Roberts                         - Un bel tipo di testardo dovevi essere, eh?

Medworth                     - Non quand'era giovane. Allora era bianco e rosso e di squisite maniere.

Roberts                         - Come Polly Richards, allora (Ride di cuore del proprio scherzo).

Medworth                     - No. No. No, affatto come Richards. Come te, piuttosto. (Siilla porta compare King. Medworth abbassa il capo sulla dama).

King                              - (entrando) Una partitina, eh? (Dà un'oc­chiata al gioco) Bè, ragazzo, che stai combinando  Muovi così... così... e così... ed ecco che gli hai mangia­to la dama. (Gli fa vedere. Entra Smith).

Smith                            - (con un inchino elaborato) Mangiato la dama. Buona sera, mr. King. Spero che godiate buona salute.

King                              - La godo, figliolo, la godo. E fra una mez­z'oretta un litrozzo non me lo leva nessuno.

Smith                            - Animalaccio fortunato.

King                              - Là, là, cerca di andarci piano. Non dimen­ticare che sono un sorvegliante.

Smith                            - (girando intorno al tavolo) Sì, ma sem­brate una bambinaia, mr. King.

King                              - (minacciandolo con lo sfollagente) Vuoi che ti faccia poppare questo?

Smith                            - Badate che vi licenzio. (Si siede) Perché non vi trovate un lavoro decente invece di star qui a badare a questi gagliofftl

King                              - Me lo troverai tu, un lavoro decente,

quando esci.

Smith                            - D'accordo. Ci metteremo insieme nelle corse. Che ve ne pare?

King                              - Dovrai rigare dritto.

Smith                            - E quel che mi dice sempre mia madre.

King                              - Tua madre ha ragione, povera donna,benedetta lei.

Smith                            - E cosa pensa di voi, vostra madre?

King                              - Pensa ch'io sono a posto.

Smith                            - Vi ha mai visto con quell'uniforme indosso?

King                              - Sì, perché?

Smith                            - Niente, mr. King.

King                              - Bè, buona sera, ragazzi. Mi vado a bere il litrozzo alla vostra salute.

Smith                            - Bevetene due.

King                              - Tre, ne posso bere.

Smith                            - Con vostra madre?

King                              - Sì, c'è anche lei. Un goccio ogni tanto non le spiace.

Smith                            - È maritata!

King                              - Si capisce, che lo era.

Smith                            - (gridandogli dietro) Vedova, eh? Ehi, mr. King, credete che mi sposerebbe, a me?

King                              - (voltando il capo, di stilla porta) Glielo posso domandare. Buona notte, papà. Oh, Signore Iddio! (Esce, Smith apre il giornale e si mette a leggere).

Medwoeth                    - (a Roberts, ora che hanno finito di gio­care) Vuoi che ti legga la mano?

Robeets                         - Oh, diavolo.

Medwoeth                    - No, hai paura? È interessante, sai.

Smith                            - (avvicinandosi) Dio ci assista. Madama Petulengro. Qua, leggimela, a me.

Medwoeth                    - Un'altra volta.

Smith                            - (torna al giornale) Sta bene: mi metterò in coda.

Robeets                         - Sono piuttosto sudato, ho paura.

Medworth                     - Tu sei un emotivo. Un sentimentale.

Smith                            - Sarà per questo che ha le mani sudate.

Medworth                     - (sforzandosi di ignorare queste ironiche interruzioni) Non sai ancora che cosa farai nella vita. Non ancora. Ti devi ancora formare il carattere.

Smith                            - Il Signore lo aiuti a formarselo qui.

Medworth                     - Stai attraversando un periodo difficile.

Smith                            - Questo glielo sapevo dire anch'io.

Medworth                     - Sei molto innamorato... di una ragazza assai carina.

Robeets                         - Andiamo... ti ho -fatto vedere la fotografia.

Medworth                     - Lo so, ma qui la posso vedere anche meglio. Tu le hai dato il cuore. E non vuoi niente in cambio. Meglio così, forse.

Robeets                         - Cosa vuoi dire?

Medworth                     - Non avrai una delusione se uscendo troverai che ti ha piantato, e te ne potrai cercare subito un'altra. Sempre, te ne dovrai cercare un'al­tra. (Entra Paddy e si ferma, con le mani infilate nella cinghia dei pantaloni, la sigaretta in bocca, scuro in viso. Si appoggia alla parete. Ha inteso l’osservazione di Medworth a Roberts: «Troverai che ti ha piantato». Medworth prosegue) Hai bisogno di affetto, di com­prensione; di molto amore e di molta amicizia. Ed è indispensabile che l'abbia... com'è necessario che Ogni fiore abbia il sole.

Paddy                           - Palla finita.

Medwoeth                    - Gli sto soltanto leggendo la mano.

Paddy                           - Palla finita. (Medworth lascia lentamente cadere la mano di Soberts).

Medworth                     - Oh, bene... sta bene. (Si alza, mentre nessuno parla) Me ne torno in cella.

Paddy                           - È il posto migliore, per te.

Medworth                     - (ignorandolo) Buona sera, Roberts. Buona sera, Smith.

Smith                            - Salve.

Medworth                     - (avviandosi) Buona notte, Paddy. (Paddy non risponde. Medworth esce. Paddy è ancora appoggiato al muro. Smith seguita a leggere il suo gior­nale. Roberts, che Paddy sta guardando con espressione dura, si alza e lentamente ripone il gioco di dama. Paddy canta, lugubre).

Paddy                           -  « Soffiano i venti dal mare d'Irlanda E portano lontano profumo di eriche E le donne...! ». (Si ferma, getta la sigaretta a terra, la schiaccia rabbiosamente col piede, guarda ancora Roberts, poi mormora con intensa emozione) Madonna. Madonna. Madonna Santa.

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

LA CELLA DEL CONDANNATO. AL MATTINO.

Jones                             - (fumando la pipa) E allora il vecchio Jerry cominciò a spedirli al comando. Il capitano disse: «E adesso, forza, Jones, va'a dare un'occhiata ai ragazzi, se si sono sistemati ». « Neanche ci penso, capitano », faccio io. « Sergente maggiore Jones », dice lui, « gli ordini sono ordini. Andate ». E così ci andai. E salvai la pelle. Il vecchio Bob non lo vidi più. L'uomo più buono e coraggioso che io abbia conosciuto. E c'erano dei « rossi » - come Windy, qui - che dicevano: «Possano crepare tutti, gli ufficiali ». Loro, possano crepare, dico io. Li tiravano su in un altro modo in queste grandi scuole, e non solo perché c'erano duchi e lord e macchine da corsa. Soprattutto, gli insegnavano ad avere del fegato. (Riaccende la pipa) E il fegato è una cosa che io apprezzo. E il vecchio Bob ne aveva da vendere. Tutti ne parlavano, quando tornai al Comando. Era un signore, che Dio l'abbia in pace.

Gale                              - Sei un porco reazionario fatto e finito, Jones.

Jones                             - Cosa sono, giovanotto? Cos'hai detto che sono?

Gale                              - Sei un sorpassato.

Jones                             - Sono un sorpassato. D'accordo: sono un sorpassato. Qua la mano. (Stringe la mano a Gale) Sono ben contento di essere un sorpassato.

Ttjfnell                          - (si alza dal suo tettuccio e s'avvicina al tavolo) Mai stato in guerra, voi?

Jones                             - No, te l'ho già detto. È soltanto un questurino, lui.

Tufnell                          - Ci state parecchio nell'anticamera della morte?

Gale                              - Tre volte l'anno, forse.

Tufnell                          - E vi piace, no?

Gale                              - No. Mi secca piuttosto.

Tufnell                          - Vi secca, eh? Nient'altro?

Gale                              - Mi serve a prendermi un po' di riposo. Anche il vecchio Jones fa come me.

Jones                             - Bè, facciamoci una partitina. (Entra il direttore col sorvegliante-capo).

Il Direttore                    - Buongiorno, Jones; buongiorno,

Gale                              - Tutto bene?

Jones                             - Sissignore. Tutto bene, signore.

Il Direttore                    - Va bene, Tufnell?

Tufnell                          - Sì, signore.

Il Direttore                    - C'è qualcosa che vorresti?

Tufnell                          - No, signore.

Il Direttore                    - (sorridendo) C'è una visita per te stasera, credo.

Tufnell                          - Sì, signore... la mia fidanzata. (Il direttore si avvia per uscire.) Oh, signore... la mia domanda?...

Il Direttore                    - Ancora niente, figliolo.

Tufnell                          - Oh. Grazie, signore.

Il Direttore                    - Non ci contare troppo, però.

Tufnell                          - No, signore.

Il Direttore                    - Ma neppure devi lasciarti abbat­tere. (Con un sorriso amichevole) Capito?

 Tufnell                         - Sì, grazie, signore.

Il Direttore                    - Bene. Buona giornata. (Esce, seguito dal sorvegliante-capo).

Jones                             - Su, figliolo. Metti a posto le pedine.

Tufnell                          - No, non ho voglia di giocare, adesso. (Si volge per tornare a sdraiarsi, poi, come vergognan­dosi) Mi spiace.

Jones                             - Fa niente, figliolo, non importa. Avanti, tu, rosso della malora, vieni a fare una partita. Hai mai fatto prove di saluto? Su... uno, due... giù. Mai fatto, credo. Guarda come faccio io, ragazzo. Altri­menti non arriverai mai a un comando. Così: su... uno, due... giù. (Tufnell sorride).

Gale                              - Siediti. Ma che credi d'essere... alle caserme dì Chelsea1? (Cominciano a giocare) Hai mai studiato politica?

Jones                             - Politica! Ho studiato gli uomini, amico.

Gale                              - Non basta. Devi studiare l'economia.

Jones                             - No, che non devo.

Gale                              - Non riuscirai mai a capire i problemi finanziari, allora.

Jones                             - Mi frega assai, dei problemi finanziari. Fin che mi danno la busta al sabato e non mi fanno mancare la birra e le ragazze io sono soddisfatto, capisci. (Muove enfaticamente una pedina).

Gale                              - Non è colpa tua, d'accordo. Il fatto è che appartieni a una generazione che non è stata educata.

Jones                             - Ti pare di no? Mio padre mi insegnò a stare al mio posto e a non cacciare il naso negli affari degli altri e soprattutto nei quattrini degli altri.

Gale                              - Conservatore!

Jones                             - E tu, cosa sei? Carletto Marx?

Gale                              - È la schiavitù economica, che ti piace.

Jones                             - Bè, Windy, perché non lo racconti a chi di dovere? Perché non vai dal capo e gli dici: « Eccomi qua. Io sono Jack Gale, futuro capo del governo. Non mi va quella busta che mi date tutti i sabato, grazie. Non mi va il servizio,grazie. Non mi va la direzione generale, non mi vanno i commissari, né il direttore, né i sorveglianti... e nemmeno i prigionieri. C'è una sola cosa che mi va in tutta la faccenda, e questa cosa è... mi. Jack Gale detto aWindy dagli amici.

Gale                              - Andiamo, andiamo. Ora cominci a dire fesserie.

Jones                             - E tu perché non rispondi? È questo che mi piacerebbe.

Gale                              - Bè, se rispondessi mi metterebbero fuori.

Jones                             - E con questo? Non è questa la libertà che vuoi?

Gale                              - Credi ch'io voglia crepar di fame?

Jones                             - Non lo credo, amico, non lo credo, certo. Ma se tu avessi fegato, ci proveresti. Sbatteresti via questa divisa... e quel berrettino elegante e salteresti su una cassa da sapone in Hyde Park a far discorsi alla gente. Questo faresti, se tu avessi fegato.

Gale                              - E come la metterei con la mia ragazza?

Jones                             - (strizzando T'occhio a Tufnell) La tua... cosa?

Gale                              - La mia ragazza, ho detto.

Jones                             - Scommetto che le piacciono i gelati.

Gale                              - E questo che vuol dire, Jones?

Jones                             - Sfammi a sentire. Tu hai un cuore non più grosso dell'impiombatura di un dente. Questa qui, vedi? (Indica) Neanche grosso la metà di un'im­piombatura. E ci vieni a contare che c'è una donna nella tua vita. Ch'io possa esser ciecato, sparato e impiccato. (Ricomincia a riempire la pipa, ammiccando a Tufnell).

Gale                              - Avanti, rudere.

Jones                             - Okey. Quanti anni ha?

Gale                              - Diciotto.

Jones                             - Ancora il latte sulle labbra... allora ca­pisco. L'uniforme... il berrettino all'indietro... e quei tuoi baffetti assassini... (Pausa) ... e quei tuoi denti bianchi se li sogna a letto la notte. (Passeggia per la cella ridacchiando) Bè, il mondo è bello perché è vario, dicono. Su, figliolo, tieni una sigaretta.

Tufnell                          - (a Gale) Avete una fotografia?

Gale                              - (diffidente) Credo di sì.

Jones                             - Sicuro che ce l'ha. Di notte se la bacia. L'ho visto io, figliolo. E poi la mette nel bicchiere, con la dentiera.

Tufnell                          - Posso vederla, per piacere?

Gale                              - (gettandola sul tavolo) Eccola.

Tufnell                          - È piuttosto carina.

Gale                              - D'accordo.

Tufnell                          - E sembra molto buona.

Jones                             - Fammi vedere. (La prende) Sì, dev'essere buona. Farà una vita da martire. Come Giovanna d'Arco. (Alza gli occhi. Con voce mutata) E meravi­gliosa, amico... sei un animale fortunato.

Gale                              - Oh, grazie. (Riprende la foto).

Tufnell                          - Le posso dare ancora un'occhiata, vi spiace?

Gale                              - Hai una ragazza anche tu: ti capisco, amico. (Entra il cappellano).

Il Cappellano                - Buongiorno a tutti. (Jones e Cale escono. Il cappellano si siede) Bè, come andiamo!

Tufnell                          - Bene, signore, grazie. (Il cappellano vede la fotografia).

Il Cappellano                - Miss Sullivan?

Tufnell                          - No. La fidanzata di mr. Gale. E carina.

Il Cappellano                - La pecorella e il lupo. Scherzo: Gale è un buon figliolo. Un po' timido e molto sensi­bile. Si arma contro il mondo... e cerca cose brutali e dure per misurarsi con esse e mettere alla prova il suo carattere. Non ti pare?

Tufnell                          - Non so.

Il Cappellano                - (casualmente) Perché l'hai fatto, Dick!

Tufnell                          - (dopo una 'pausa) Ho perso la calma. Ecco.

Il Cappellano                - T'era già successo!

Tufnell                          - Sì, qualche volta.

Il Cappellano                - Dopo... Dieppe e la Normandia!

Tufnell                          - No... molto prima. Quand'ero piccolo trascinai il mio miglior amico in una stanza prenden­dolo per i capelli, e ve lo chiusi dentro. Avevo sei anni.

Il Cappellano                - Questo non vuol dir niente. Tutti abbiamo fatto qualcosa del genere. Sovente mi vien di pensare che ognuno di noi, nella stesse circostanze, ha fatto... o farebbe le medesime cose. Ti vanno i libri!

Tufnell                          - Sì, grazie.

Il Cappellano                - Non ho ancora trovato «Alice». Ma la sto cercando. I giudici hanno detto che non l'hai fatto in un momento d'ira, vero!

Tufnell                          - Lo so.

Il Cappellano                - Hanno parlato di premedi­tazione. Perché!

Tufnell                          - Perché l'avevo seguito fino alla sta­zione. E... gli sparai quando mi si avvicinò a dirmi ch'ero ubriaco.

Il Cappellano                - Eri ubriaco, Dick!

Tufnell                          - Secondo il criterio militare... no.

Il Cappellano                - Perché hai attaccato briga con lui!

Tufnell                          - L'avevo incontrato la sera, sul presto. Aveva detto alla mia ragazza di sloggiare... come fosse una prostituta,.

Il Cappellano                - (lentamente) Non ti offendere se te lo domando, ma... lei non ha mai fatto...!

Tufnell                          - Sì, prima ch'io la conoscessi.

Il Cappellano                - (dopo una pausa) Ieri ho rice­vuto una lettera sua.

Tufnell                          - Sì. Anch'io. Mi ha detto che le ave­vate scritto. Ve ne ringrazio. Verrà stasera a tro­varmi... E poi di nuovo quest'altra settimana, la sera... la sera prima...

Il Cappellano                - (interrompendolo rapidamente) Molto bene. Mi fa piacere.

Tufnell                          - E s'incontrerà con voi, prima?

Il Cappellano                - O dopo, spero di sì, Dick.

Tufnell                          - Sarei contento che vi piacesse: cercate, vi prego.

Il Cappellano                - Spero di piacere io a lei. C'è qualcosa che posso fare per aiutarti? In qualunque modo.

Tufnell                          - State già facendo molto. (Con ira pazienza quasi patetica) Me la caverò!

Il Cappellano                - I tuoi precedenti sono ottimi

Tufnell                          - Solo questo?

Il Cappellano                - È già qualcosa, Dick.

Tufnell                          - Ho la sensazione che me la caverò.

Il Cappellano                - L'onesto trova la sua forza nella coscienza dell'onestà.

Tufnell                          - (parlando in fretta) Sono tanto pen­tito di ciò che ho fatto. Vi voglio dire una cosa, padre, stanotte... io... io, ho pregato... per ore di seguito. Ho chiesto a Dio di perdonarmi per l'or­ribile cosa che ho fatto... e di essere buono con «lui»... e di perdonarmi di tutto. Credo che Dio abbia inteso. Perché mi sono sentito molto più sereno, dopo. Oh, padre, sono certo che Dio ha inteso. (Volge lo sguardo in alto) Mi avrà perdonato? Mi avrà per­donato? Oh, vi prego, ditemi: può davvero perdo­nare uno come me?

Il Cappellano                - Sicuro che può. (Va allo scaffaletto dei libri, seguitando a parlare mentre cerca un passo della Bibbia che ha preso) Se tu sei vera­mente pentito? È il pentimento ch'Egli vuole. Sì, questo vuole. Leggi qui.

Tufnell                          - (dopo aver letto i versetti segnati dal cap­pellano) È meraviglioso.

Il Cappellano                - Vedi?... Egli non vuole la tua morte.

Tufnell                          - Già. E chi la vuole allora?

Il Cappellano                - La società. La legge. No, non la legge. Il demonio e i suoi ministri vogliono un sacrificio di sangue per purificarsi del delitto che ti hanno persuaso a commettere. Così devi vederla: è la migliore cosa che tu possa fare.

Tufnell                          - Oh, padre, non voglio morire. Ci sono tante cose belle...

Il Cappellano                - Non ci pensare. Non sono per te. Seguita a fare come hai fatto questa notte. Bene, Dick, bisogna che me ne vada.

Tufnell                          - Non andate. Vi prego, non andate. Mi sento così felice, improvvisamente. Ma tutto cambierà, se ve ne andate.

Il Cappellano                - (sorridendo) Non cambierà niente. Da te dipende la tua felicità, non da me.

Tufnell                          - Oh, padre, ho tante idee grandi. Voglio scrivere. Scriverò tanti libri per i bambini, libri pieni di cose pulite e oneste che invitano a perdonare. Fiori e uccelli e... uomini e donne con occhi leali. Come voi.

Il Cappellano                - Non io: Rupert Brooke, vuoi dire  

Tufnell                          - Lo so. Il mio tenente aveva il suo libro. In Sicilia... prima... lo leggemmo, sul mezzo da sbarco. (Si alza e comincia a passeggiare per la cella) Se mi fanno la grazia... Dopo che avrò scon­tato i miei quindici anni mi farò una casetta. Nel Kent, forse, o nel Sussex. No, sono posti che mi fanno venire in mente la guerra. Meglio l'Oxford-shire... o il Gloucestershire, con i campi... gli alberi... e le rose sui muri. E anche Rosie. Sicuro, ci sarà anche Rosie. Ci siederemo insieme a scrivere. Io, almeno. E alla sera le leggerò ciò che ho scritto e lei mi dirà se va bene... e mi dirà che va bene. Poi attraverseremo il villaggio per andare al bar... a bere qualcosa... e poi torneremo ad appoggiargi con la schiena agli scalini, baciandoci e aspettando la luna. E poi a casa, a letto... e l'indomani ancora... e sempre così (Siede, con espressione di beatitudine. Il cappellano gli pone una mano sulla spalla).

Il Cappellano                - Sì, così va bene. Ma non di­menticare domani, Dick, il domani reale. Sempre eguale a se stesso, qui dentro, e a quelli che lo se­guiranno. Devi ricordarlo, questo. Ma ricorda anche il resto, se vuoi. Ciò che vuoi scrivere e... chi verrà a. trovarti. E prega, prega sempre. (Si avvicina alla porta onde poi si volge) Perché non scrivi, adesso. Scrivi qualcosa, subito. Hai un notes?

Tufnell                          - Sì. Credete che potrei?

Il Cappellano                - Certo, che puoi. Ma nessuno può sapere ciò che può fare lino a che non abbia pro­vato. Domani, quando torno, mi leggerai quello che hai scritto.

Tufnell                          - Qualche stupidaggine, immagino. (Prende la matita).

Il Cappellano                - (ridendo) Scommetto che sarà qualcosa di buono. Bè, Dick, debbo andare. Mi stai impedendo di gettare la tavola della salvezza quotidiana a uomini che chiedono di venire a far parte del coro solo perché ci sono poltrone mor­bide. Ma sono lieto che tu mi cerchi senza il richiamo delle poltrone. Addio. (Esce. Tufnell si siede e co­mincia a scrivere. Rientrano Jones e Gale).

Jones                             - Salve. Salve, giovane Shakespeare. Come si chiama il lavoro?

Tufnell                          - Non l'ho ancora cominciato.

Jones                             - Bè, appena l'hai finito, faccelo sentire.

Tufnell                          - D'accordo.

Gale                              - Vedi, Jones, va benissimo dire che i Tories sono onesti e disinteressati, ma tu in fondo non hai prove che lo siano davvero.

Jones                             - Bè, ma neppure tu hai prove che non lo siano. Hai preso le mie sigarette, di'un po'? No, eccole. Credevo. Non lo potrei giurare, ma qualche volta ho l'impressione che anche il padre faccia raccolta dei pacchetti che trova in giro. Sai, è gente piuttosto distratta per quel che riguarda le piccole cose del mondo, come le sigarette.

Gale                              - Dammi retta, Jones: i Tories, o partito unionista o nazionale o conservatore, o comunque si facciano chiamare, sono sempre stati...

Jones                             - Zitto. Fa' silenzio. Tieni, fuma. Non vedi che sta scrivendo? (Gale restituisce il pacchetto infilandolo in tasca a Jones) Oh, me lo dai indietro. Grazie, mr. Gale. È questo quello che chiamano controllo statale? Su, facciamoci una partita. Ti voglio dare una lezione, giovanotto, una piccola lezione. (Dispone le pedine).

Gale                              - (sfogliando la Bibbia) Ehi! Deterioramento di effetti del carcere.

Tufnell                          - È stato il padre a fare quel segno.

Gale                              - (leggendo) Qua, Jones, questo va bene per te... « Distogliti dalla tua perversità, e vivi ».

Jones                             - Metti via. (Gli toglie il libro di mano e lo chiude) Mica è il discorso di in predicatore da comizio. Ed è troppo al disopra della tua intelli­genza. Avanti, muovo il bianco.

 ENTRE-SCENE: RIPIANO DELLE SCALE

(Il sorvegliante-capo Webb è seduto alla cattedra. Giunge il cappellano)

Il Sorvegliante-capo      - Scusate, signore.

Il Cappellano                - Buongiorno, capo.

Il Sorvegliante-capo      - Buongiorno, signore. Credo non vi spiacerebbe dare un'occhiata a questa lettera, signore.

Il Cappellano                - Ciré cos'è? (La prende).

Il Sobvegliante-capo     - È per il giovane Smith, signore.

Il Cappellano                - Sì. Sua madre, eh? (Legge lentamente la lettera) Povero figliolo. È duro perdere la madre mentre si sta in prigione. Di dov'è.

Il Sorvegliante-capo      - Londra, sobborghi, signore. Un furbacchione di tre cotte. Quando mi dice « buongiorno » ho sempre l'impressione che voglia intendere tutt'altro.

Il Cappellano                - Come la prenderà? Sapeva ch'era sofferente di cuore?

Il Sorvegliante-capo      - Non so, signore. Ma piuttosto male, temo. Per lui, sua madre era tutto, se lo volete sapere. King lo prendeva, sempre in giro per questo suo attaccamento. Anche King vuol molto bene a sua madre, sapete. Già.

Il Cappellano                - Capito. Desidererei che lo vede­ste per me, capo.

Il Sorvegliante-capo      - Sì, signore. Ma sarebbe meglio che non fosse un sorvegliante a...

Il Cappellano                - Sta bene. Stasera gli parlerò io. Sarà più facile, per lui. Lo manderò a chiamare durante la ricreazione.

Il Sorvegliante-capo      - Volevo farlo venire

signore.

Il Cappellano                - No. Non adesso. Non voglio far tardi:" devo tornare da Tufnell. Vedrò Smith al refettorio.

Il Sorvegliante-capo      - Va bene. Grazie. (Saluta. Il cappellano esce).

IL REFETTORIO NUMERO DIECI

(Nel pomeriggio, dopo il rancio. Spencer e Richards stanno lavando le scodelle. Tutti sono nel locale, ad eccezione di Smith che sta fuori a fumare)

Anderson                      - Proprio da inglese. E questo è giusto, perché io sono un negro. Mi ha dato tre più uno, perché sono un negro. Tre più uno al negro. Se fossi stato un bianco m'avrebbe dato sei più due. È giusto. Sei più due, m'avrebbe dato, se fossi stato un Gran Capo Bianco. (Side) E adesso, Ammi­raglio, caccia una sigaretta.

Spencer                         - Sono senza, Anderson. E che cos'è questa storia dell'Ammiraglio. Quando ti rivolgi a me, fa il favore e chiamami...

Anderson                      - Lo so. A te c'è un sacco di cose che bisogna chiamarti. Ma ti chiamerò comandante di squadriglia, stavolta. Una sigaretta, per pia­cere, comandante. Oh, niente da fare... bisognerà che mi rivolga altrove. (Si avvia verso la porta) Senza cicche, come un vice-maresciallo dell'aria. (Vede Smith fuori. Esce e lo si 'vede che ripete la solita do­manda. Suona la campana).

Paddy                           - Avanti, Spencer, muoviti. Sei sempre in ritardo. Devi essere rimasto a terra un sacco di volte, quando facevi l'aviatore. (Richards esce portando una marmitta]

King                              - (fuori scena) Mensieri. Mensieri. Refet­torio numero dieci. Refettorio numero dieci

Smith                            - (fuori scena) Eccoci, signore. Stiamo arrivando, signore

King                              - (fuori scena) Muoversi. Scommetto che indovino chi sono i ritardatari.

Smith                            - Non ditelo a nessuno, però. Lasciate che lo scoprano da soli.

King                              - (fuori scena) Sbrigarsi.

Smith                            - Non pensate a me, questa volta. (Spencer esce di corsa con l'altra marmitta).

Brown                           - Stasera vado a parlare al direttore. Sapete perché? Voglio che mi faccia scrivere una lettera alla mia seconda moglie. Eravamo quasi d'accordo, l'altra volta, quando lui dice...

Medworth                     - Per piacere, Brown. Non ce lo raccontare più. Ormai sappiamo tutto. Cominciamo ad esserne stanchi.

Brown                           - Va bene. Va bene. Ma... (agitando il dito in faccia a Medworth) puoi scommettere la camicia che scriverò questa lettera. Vedrai che sfondo.

Medworth                     - Te lo auguro.

Brown                           - Scommetto che avrò il permesso di scrivere la lettera. E tu no.

Medworth                     - Non gli vado a chiedere il permesso di scrivere una lettera. Mi sono messo a rapporto per fatti personali.

Roberts                         - Quanto scommetti?

Brown                           - Otto pence. Tutta la deca, scommetto.

Roberts                         - Ci sto, Brownie.

Brown                           - Bene: d'accordo.

Paddy                           - È una scommessa sul sicuro.

Roberts                         - Certo. Perché no? È sempre qualche sigaretta rimediata.

Paddy                           - Ma non è pulito.

Roberts                         - Ma va là... quante storie. (A Medworth) Dice che la scommessa non è onesta.

Medworth                     - È onestissima.

Roberts                         - Visto, anche il maestro mi dà ragione. (Si alza) Vado a vedere se qualcuno mi ha scritto. In tutto il mese la ragazza non mi ha mandato una riga. (Va alla porta).

Medworth                     - Vengo anch'io.

Roberts                         - (uscendo) Va bene.

Paddy                           - (mentre Medworth sta raggiungendo la porta) Ti sei messo a rapporto, Medworth?

Medworth                     - (uscendo) Sì.

Paddy                           - (aspro) Perché?

Medworth                     - Voglio farmi curare i denti. Sod­disfatto?

Paddy                           - Chiudi la porta e siediti,

Medworth                     - C'è Roberts che mi aspetta.

Paddy                           - Siediti, amico, o ti faccio sedere. (A Brown) Tu va fuori dai piedi. (Brown esce) Ora chiudi la porta.

Medworth                     - (chiude, poi torna a sedersi) Ora vediamo, O'Brien...

Paddy                           - Paddy non va bene? Per me va benissimo?

Medworth                     - Come vuoi, Paddy. Che cosa c'è?

Paddy                           - Parecchie cose.

Medworth                     - E una settimana che non mi ri­volgi la parola, e adesso...

Paddy                           - Ne sentivi la mancanza?

Medworth                     - Me ne sono accorto.

Paddy                           - Io mi sono accorto anche di altre cose.

Medworth                     - Per esempio?

Paddy                           - Per esempio, che ben presto tirerà aria di batosta fra noi due.

Medworth                     - Non sarà colpa mia.

Paddy                           - Oh, no. Sarà tutta mia. Sarebbe dif­ficile far credere il contrario. Io sono un irlandese testardo e attaccabrighe. Tu sei dolce come il miele, con la tua educazione, le tue arie da intellettuale... e la barba.

Medworth                     - Ho quasi il doppio della tua età.

Paddy                           - Già. Dovresti comportarti in confor­mità, allora.

Medworth                     - Non riesco a capire dove vuoi arrivare.

Paddy                           - Il che dimostra che sei anche stupido.

Medworth                     - Ho vissuto troppo tempo con i ragazzi a scuola per lasciarmi commuovere dalle ingiurie.

Paddy                           - L'hai detto.

Medworth                     - E dunque si può sapere a che serve questo colloquio?

Paddy                           - Solo a metterti in guardia. Nient'altro. Non mi sei piaciuto. Mi dai ai nervi, solo a vederti. Quel tuo modo di parlare viscido e melenso mi dà ai nervi. Sei peggio d'una biscia.

Medwokth                    - (cercando di alzarsi) Devo proprio starmene qui seduto ad ascoltarti?

Paddy                           - (respingendolo indietro) Sì.

Medworth                     - Potrei essere tuo padre. Ho avuto qualche esperienza nella vita. Ho sbagliato, d'accordo, come chiunque altro qui dentro. Ed ho pagato. Credevo fosse abbastanza.

Paddy                           - Sarebbe abbastanza, sì. Se tu ti sapessi controllare.

Medworth                     - Fin troppo, direi che mi so control­lare. Sto a sentire gli insulti... (si sta riscaldando) asso­lutamente gratuiti... di un sabotatore irlandese. Perché questo sei, tu. Un sabotatore irlandese. Così come io sono un inglese che ama la sua terra.

Paddy                           - Questo non c'entra.

Medworth                     - C'entrerebbe, e come... se qui ci fossero uomini degni di questo nome.

Paddy                           - Cose che non contano, qui dentro. Solo te stesso, come sei, conta. Qui non ci sono maestri di scuola con la voce dolce... né irlandesi superbi... né ragazzi petulanti della Marina mercantile. Qui c'è Medworth... Roberts... e O'Brien. Tutti eguali. Tre galeotti con la stessa voglia di farla finita.

Medworth                     - Non vedo perché tu debba tirare dentro anche Roberts.

Paddy                           - Bè, fa uno sforzo e cerca di capire. E sta su con le orecchie, amico. Tre anni fa non avresti più chiesto visita dal dentista, perché, a questo punto, non ti sarebbe rimasto più un dente in bocca... (Si volge cercando dì calmarsi. Medworth prosegue stupidamente il discorso).

Medworth                     - Ti sei ridotto così da quando è venuto Richards.

Paddy                           - (con voce sibilante) Cosa?

Medworth                     - Ho detto che ti sei ridotto così da quando è venuto Richards.

Paddy                           - Sarebhe a dire?

Medworth                     - È comico, no?

Paddy                           - Che cosa è comico? Eh?

Medworth                     - Bè... uno che distribuisce sigarette e...

Paddy                           - (gli si avventa contro, mentre Medworth balza in piedi per difendersi) Falla finita. Brutta carogna d'una spia. Falla finita.

Medworth                     - Mi spiace, Paddy. Ma destesto fare cose del genere.

Paddy                           - Piccolo... (Entrano Smith e Richards).

Smith                            - Ehi, Paddy. A che gioco state giocando.

Paddy                           - Caccia il naso negli affari tuoi, tu.

Smith                            - Avanti, Medworth. Non state a bistic­ciarvi. C'è già abbastanza gente. che mena le mani, qui intorno... senza che vi mettiate anche voialtri. (L'atmosfera sembra distendersi) Non c'è uno di questi questurini qui dentro che non abbia vinto un torneo di boxe. Credo che passino le sere a cazzottarsi fra loro come canguri ammaestrati. (Si siede) Bè, a me non mi va. Sapete, avevano messo fuori il mio nome, sulla tabella della porta... e poi l'hanno tolto. Il vecchio "Webbie dice che la lettera me la daranno stasera.

Richards                        - Forse c'è dentro qualcosa che non va.

Smith                            - Può essere. Prova ad andare da King a vedere se lui ne sa niente. (Esce).

Richards                        - Che è stato? Bisticci dì innamorati?

Medworth                     - Credo di non aver voglia di met­termi con te a capirci qualcosa. (Si alza ed esce).

Richards                        - Oh, povero me. Sono caduto in disgrazia. Il vecchio mago mi ha dato gli otto giorni. (Tira fuori il portasigarette) Oh, sono rimasto senza.

Paddy                           - (porgendogli il suo) Prendi una delle mie.

Richards                        - Oh, grazie. Cos'è stato fra te e Med­worth?

Paddy                           - Niente di speciale.

Richards                        - Lascialo perdere. Non si può tenere.

Paddy                           - Dovrebbero fargliela smettere.

Richards                        - Signore! Come sei intransigente.

Paddy                           - Già. Perché, forse che ti disturba?

Richards                        - Affatto, per quel che mi riguarda. Anzi, mi piacciono gli uomini duri. (Va alla porta) Medworth, ehi, Medworth, Paddy vuol chiederti scusa. Vieni, entra. (Medworth si fa sulla porta. Paddy appare disgustato).

Roberts                         - (piombando fra gli altri con una lettera in mano) Viva! Viene, ragazzi. La piccola Kitty viene a trovarmi... lunedì prossimo. Urrà. Splendido!

Medworth                     - Sì, è meraviglioso. (Gli sorride) Sei piuttosto contento, eh?

Richards                        - Vuol dirti che gli dispiace, Med. Gli ho detto che non ti puoi tenere. E lui vuol dirti che adesso gli dispiace.

Medworth                     - (è a disagio, come Paddy. Roberts li sta a guardare) Oh, bene, tanto meglio, allora. (A Paddy) Bè, grazie.

Paddy                           - (alquanto ammansito) Oh, va via... pri­ma che ti strappi la barba.

ENTRE-SCENE: RIPIANO DELLE SCALE

(Il sorvegliante King sta alla cattedra. Anderson, con secchio e spazzolone, sta lavando il pavimento).

Anderson                      - Ah, bene. Ah, bene. (Alza la schiena).

King                              - Bè, vecchio, stai andando in pezzi?

Anderson                      - Già. Sto andando in pezzi. Sto morendo col sorriso sulle labbra. Muoio col sorriso sulle labbra. (Ricomincia a strofinare) Siete di servizio tutta la mattina, mr. King?

King                              - No, signore.

Anderson                      - È mr. Jackson che vi dà il cambio?  

King                              - Proprio lui. Io accompagno dal direttore quelli che si son messi in lista.

Anderson                      - Non c'è mai pace per il vecchio Arthur. Mai un po' di tranquillità per il vecchio E Arthur. Mica avete una cicca, mr. King?

King                              - Non si può dire che ti manchi la faccia, amico.

Anderson                      - Chiedete e vi sarà dato. Chiedete E e vi sarà dato. (King tira fuori di tasca una manata dì mozziconi e glieli porge) Grazie, mr. King. Non E fate quella faccia, mr. King: seguitate a sorridere. Non fate quella faccia. (Continua a strofinare) Lo t'­appenderanno, il ragazzo?

King                              - Non so.

Anderson                      - Non sapete se lo appenderanno, mr. King? Non lo sapete, eh?

King                              - Non te lo direi, ficcanaso, anche se io…. sapessi.

Anderson                      - Ho capito: non me lo volete dire perché sono un negro. I bianchi sono segreti, mr. King.  I bianchi sono segreti. (Sempre strofinando) Mica avete delle grane, mr. King? Mica avete qualche grana, mr. King?

King                              - Piantala. Ho un brutto affare per le mani.

Anderson                      - Oh, mi dispiace, mr. King. Il far­dello dell'uomo bianco. Mi dispiace, mr. King. (continua a strofinare) Guardia alla morte, mr. King?

King                              - No: niente del genere, amico.

Anderson                      - Ci andrà mr. Jackson, mr. King! Andrà mr. Jackson a bere il suo sangue? Andrà mr. Jackson a cuocerlo a fuoco lento?

King                              - Chiudi il becco, selvaggio. Sta' buono. E Anderson (riscaldandosi la fantasia) E questo» che gli diranno. È questo che gli dirà lo sceriffo: «Ecco il sangue, mr. Jackson. Sangue giovane, fresco e gustoso. Assaggiatelo ».

King                              - (con sospetto) Bè? Sei un cannibale?

Anderson                      - Io no. No, signore. Ma mr. Jackson sì. Sì, signore. Sì, mr. Jackson è un mangia-cristiani. Io no. Io sono Anderson dell'impero britannico e sto morendo col sorriso sulle labbra.

King                              - (ha finito il suo turno di servizio. Si avvicina ad Anderson con un sorriso amichevole) Quanto hai da fare?

Anderson                      - Cinque anni. Solo cinque piccoli anni. Che volano come il vento.  giorni volano come il vento. E le notti le dormo sognando mio figlio.

King                              - Oh, questa... tu hai un figlio?

Anderson                      - Sì, signore. Mia moglie morì nel metterlo al mondo. Sì, signore, morì. Spirò con mi sorriso sulle labbra. Il bambino adesso è in India. Sta con la nonna. La nonna non sa dove sto io. Crede che sia in marina. Che navigo.

King                              - In marina non ci sono negri.

Anderson                      - Sì, signore. La marina mercantile. (Si alza, stirandosi) Non c'è niente di meglio, per la marina mercantile. Ero imbarcato come cuoco con la P. & O. (Peninsular and Orientai Steamship Comp.: Società di Navigazione Peninsulare e Orientale.) Sì, signore, con la P. & O.

King                              - E poi hai comprato un bordello a Liverpool.

Anderson                      - Già. Ho comprato una casa di riposo per marinai a Merseyside.

King                              - Ti sta bene. Ti sta maledettamente bene.

Anderson                      - Ah, sì. Mi sta bene. Non avrei dovuto comprarla... non a Liverpool. A Londra l'avrei dovuta comprare dove non fanno attenzione alle case dei marinai. Sì, signore. Mi sarei fatto i milioni. Sarebbe un milionario adesso, il vecchio Arthur. (Si piega di nuovo sulle ginocchia e riprende a strofinare. Poi, dopo una pausa) Oh, mr. King, avreste mica un pezzo di sapone?

King                              - Non sai che fartene, del sapone. Sono sicuro che non sai cosa fartene, del sapone.

Anderson                      - Va bene. Va bene. Pensavo soltanto che forse ce l'avevate. Non vorrei che andaste in giro con un pezzo di sapone, che non vi serve. Solo questo. (Suona la campana).

King                              - (gridando) Avanti, rapporti dal direttore. Rapporti dal direttore, avanti.

Jackson                         - (entrando) Salve, King.

King                              - Salve, Jackson. Vado su ad accompagnarli. (Esce gridando) Rapporti dal direttore.

Jackson                         - (osservando Anderson) Bada di non rigare il pavimento.

Anderson                      - No, ci sto attento. Ci sto attento, sicuro.

Jackson                         - Non rispondere e chiamami « signore ».

Anderson                      - (intrigato) Non rispondere e chiamami « signore ». Sì, signore. Non rispondere e chiamami « signore ». Sì, signore. No, signore. Non rispondere e chiamami « signore ». (Pausa) Mr. Jackson, avete mai sentito parlare di mr. Wilberforce?

Jackson                         - Sta, zitto e strofina le mattonelle. (Uscendo) Strofinale, ho detto, non pestarci sopra.

Anderson                      - (tristemente, fra sé) No, mr. Jackson ha mai sentito parlare di Wilberforce. Mai sentito parlare di Wilberforce. Nq, signore. (Alza gli occhi a guardare il sorvegliante-capo che gli sorride passando e subito riprende a strofinare con rinnovato vigore).

Il Sorvegliante-capo      - Sloggia. (Anderson esce con secchio e spazzolone).

L'UFFICIO DEL DIRETTORE

(Il direttore è seduto alla scrivania. Il sorvegliante-capo gli sta a lato, in piedi).

Il Direttore                    - Bè, chi c'è questa sera? Buon Dio, non Brown di nuovo.

Il Sorvegijante-capo      - Sì, signore. Brown e Medworth. Tutti e due del numero dieci.

Il Direttore                    - E va bene. (Webb va alla porta) Oh: se viene qualcuno della direzione generale dite che lo facciano entrare subito.

Il Sorvegliante-capo      - Sì, signore. (Chiama) Medworth. (Entra Medworth) Nome e numero di matricola, al direttore.

Medworth                     - Medworth, 3804, signore.

Il Direttore                    - Sì, Medworth. Cosa posso fare per te?

Medworth                     - Avrei bisogno di farmi vedere i denti, signore.

Il Direttore                    - Che cosa ti serve?

Medworth                     - Un'impiombatura, signore.

Il Direttore                    - Il dentista viene il martedì. Va bene?

Medworth                     - Sì, signore.

Il Direttore                    - Vuoi aspettare?

Medworth                     - Sì, signore.

Il Direttore                    - Devi uscire quest'altra settimana,

Medworth                     - Sì, signore.

Il Direttore                    - Non puoi aspettare fin allora?

Medworth                     - No, signore. Preferirei sistemare qui la cosa.

Il Direttore                    - (con un sorriso) Perché? Costa meno? (Medworth sembra offeso) Hai messo da parte qualcosa, qui?

Medworth                     - Qualcosa, signore.

Il Sorvegliante-capo      - Estrazione, mezza co­rona. Impiombatura, cinque scellini, signore.

Il Direttore                    - Ce la fai?

Medworth                     - Spero di sì, signore. Non so bene quanto ho da parte. Signore, potrei scrivere che mi mandino un po' di denaro? Avrò bisogno di qualche soldo per andarmene.

Il Direttore                    - Sì, sì, certo. A chi vuoi scrivere?

Medworth                     - Al direttore della Barclay's Bank di Leicester, signore.

Il Direttore                    - Perché proprio una banca? Non hai un amico che ti possa mandare un paio di sterline?

Medworth                     - No... ecco... preferisco rivolgermi ad una Banca.

Il Direttore                    - Capisco. Allora: dentista e let­tera. (Prende moto) Sta bene.

Il Sorvegliante-capo      - Puoi andare. (Medworth fa un quarto di giro in direzione della porta, poi si volge di nuovo al direttore).

Medworth                     - Perdonate, signore. Ci sarebbe ancora una cosa.

Il Direttore                    - Va bene: sentiamo.

Medworth                     - Un detenuto di nome Richards, signore... del numero dieci.

Il Direttore'                   - Sì. Ebbene?

Medworth                     - Ecco, signore. È difficile a dirsi.

Il Direttore                    - Bè, Medworth, nessuno ti obbliga a parlare.

Medworth                     - Lo so, signore. Ma penso che dovrei.

Il Sorvegliante-capo      - E allora, sbrigati. Sbri­gati, amico.

Medworth                     - Ecco, signore, io... io ho cercato in ogni modo di rifarmi una vita, da che sono en­trato qui. Voi lo sapete, signore. Ho fatto quel che ho potuto. Voglio... ecco... dimenticare il passato. Cominciare da capo. E anche dare una mano agli altri... se possibile.

Il Direttore                    - Sì. Sì.

Medworth                     - Ma... questo Richard» ha un'in­fluenza nefasta..

Il Direttore                    - Su di te?

Medworth                     - No, signore. Non su di me.

Il Direttore                    - Su chi?

Medworth                     - Preferirei non dirlo, signore.

Il Direttore                    - Sta attento, Medworth. E cerca di metterti dal mio punto di vista. Tu entri nel mio ufficio e accusi un tuo compagno. Senza prove, però. Ora, a me non piacciono le spie... non mi sono mai piaciute. Tuttavia, in questo ingrato ufficio si deve venire a qualche compromesso con la propria coscienza. Capisci? Perciò, se vuoi fare la spia, fallo fino in fondo. Io non posso agire, se non sono in­formato di tutto. Se no, te ne puoi andare.

Medworth                     - Vi consiglierei di interrogare il capo-mensa.

Il Direttore                    - Chi è, Webb?

Il Sorvegliante-capo      - O'Brien, signore.

Il Direttore                    - Oh, Dio un irlandese. (A Medwort) E tu fai tante storie per mettermi in mano un irlandese. E sei un uomo istruito.

Medworth                     - È tutto quel che posso fare, signore.

Il Direttore                    - Già. Bè, ora dammi retta, e tieni la bocca chiusa, se non vuoi che ti cresca il mal di denti. (Medworth esce) Webb, mandate a chiamare Richards e O'Brien.

Il Sorvegliante-capo      - Sissignore. (Va alla porta e parla a King. Gridando, fuori scena) O' Brien. Richards. (Rientra).

Il Direttore                    - Allora, Webb? (Il sorvegliante-capo si stringe nelle spalle. È evidente che non dà molto peso alle parole di Medworth) Richards ha qualche amico?

Il Sorvegliante-capo      - O'Brien sta sempre con lui, signore.

Il Direttore                    - O'Brien, eh? (Pausa) Altri?

Il Sorvegliante-capo      - Ci sarebbe Brown, signore.

Il Direttore                    - Brown, lasciamolo perdere. Andiamo, Webb... non perdiamo tempo. Brown non preoccupa nessuno. Fate entrare quello dell'influenza nefasta.

Il Sorvegliante-capo      - (alla porta) C'è qui O'Brien, signore. Avanti, figliolo, vieni dentro. (Entra Paddy) O'Brien, signore.

Il Direttore                    - Vorrei da te qualche chiari­mento, O'Brien.

Paddy                           - Lieto di esservi utile, signore.

Il Direttore                    - Grazie della tua buona volontà. Fra i tuoi, c'è un tale Richards?

Paddy                           - Sì, signore.

Il Direttore                    - Lo conosci?

Paddy                           - Sissignore.

Il Direttore                    - È un tuo amico?

Paddy                           - Bè... sì, signore. Per così dire.

Il Direttore                    - Come sarebbe!... per così dire?

Paddy                           - È soltanto un amico.

Il Direttore                    - Capisco. Mi avevi sempre fatto l'impressione di uno di quelli che... amano star soli. Mi sembrava che non ti andassero troppo a genio i tuoi colleghi inglesi.

Paddy                           - Infatti.

Il Direttore                    - Ma ora... ti sei fatto un amico.

Paddy                           - Sì, signore.

Il Direttore                    - Perché?

Paddy                           - Forse è un freno, signore.

Il Direttore                    - Sono certo che per te è un freno, figliolo. Anche per me lo sarebbe, qualche volta. Ma io quando scelgo un amico lo scelgo buono. Non un piccolo vizioso...

Paddy                           - (interrompendolo) Può darsi che voi abbiate altre possibilità di scelta, signore.

Il Direttore                    - Ne puoi essere sicuro.

Paddy                           - Non è poi così cattivo. Non è mica male, come ragazzo.

Il Direttore                    - Sai perché è qui?

Paddy                           - Mi ha detto qualcosa. Il resto l'ho indovinato.

Il Direttore                    - E continui ad essergli amico?

Paddy                           - Ecco, signore, il mondo è bello perché è vario.

Il Direttore                    - Può darsi. Ma perché lo incoraggi?

Paddy                           - Credo che si senta solo.

Il Direttore                    - Non fare il poeta, O'Brien. Dimentica di essere un irlandese sentimentale, una volta tanto.

Paddy                           - No, signore. Questo non lo posso fare. Non posso dimenticare di essere irlandese, signore.

Il Direttore                    - Bè, forse ti ho chiesto troppo. Ma lascia perdere quel ragazzo, ti prego. (Paddy assume un'aria ostinata) Ascolta O'Brien. Ti ho messo a capo del refettorio perché mi sembrava che tu meritassi qualcosa di più degli altri. Perché hai accettato il tuo destino con spirito e coraggio. Hai dimostrato intelligenza e carattere...

Paddy                           - (interrompendolo di nuovo) Scusate, signore.... perché prendersela, allora?

Il Direttore                    - Perché la prigione non è un luogo normale per viverci. (Paddy ride) Perché ridi?

Paddy                           - L'ho già inteso dire... parecchie volte. Mai da voi, però. Mi sembra comico, signore.

Il Direttore                    - Forse. Ma è vero.

Paddy                           - (pateticamente) Certo che è vero.

Il Direttore                    - Lascialo perdere, allora.

Paddy                           - No, signore. Non lo lascio perdere. Il ragazzo mi piace.

Il Direttore                    - Devi lasciarlo perdere.

Paddy                           - No, signore.

Il Direttore                    - (dopo un momento di pausa, in cui medita sul da farsi) Testardo d'un irlandese. (Con un sorriso) Puoi andare.

Paddy                           - (ricambiando il sorriso) Buongiorno, signore. (Esce. Entra Richards).

Il Sorvegliante-capo      - Richards, signore.

Il Direttore                    - Ho pensato parecchio a te, Richards, in questi ultimi tempi.

Richards                        - Sì, signore?

Il Direttore                    - Suppongo che tu non ti trovi i troppo a tuo agio, qui. Lavoro troppo duro. Compagni che non sono alla tua altezza. Credo che ti farebbe bene cambiare.

Richards                        - Ben lieto, signore.

Il Direttore                    - Non credo. Ho in mente di!  spedirti in un penitenziario. Avrai modo di ripo­sarti, parecchio tempo a disposizione per leggere.. e metter testa a partito. (Olì occhi di Richards si riempiono di lacrime) Qui hai fatto del tuo meglio. Son certo che hai provato, almeno. Ma non tutti riescono ad adattarsi ai sistemi di qui. Sarai tra­sferito domani mattina. (Si alga e tende la mano) E dunque, addio e buona fortuna. (Richards scoppia in pianto) Accompagnatelo fuori, Webb.

Il Sorvegliante-capo      - Andiamo, andiamo... piagnone. Ho un bambino così alto, io, che si la­scerebbe ammazzare piuttosto che farsi vedere piangere a questo modo. Andiamo su. (Lo sospinge' fuori, poi chiama) Brown. (Entra King portando una lettera sigillata. Il sorvegliante-capo la prende e la porge al direttore mormorando. « Per voi, signore ». Quindi torna alla porta e chiama di nuovo « Brown ». Brown entra) Nome a numero di matricola, al di­rettore.

Brown                           - Brown, 3762, signore.

Il Direttore                    - (aprendo la lettera) Sì, Brown.

Brown                           - Ho domanda da fare, signore.

Il Direttore                    - (cominciando a leggere) Sì.

Brown                           - Ecco, signore. Vorrei mandare una lettera alla mia seconda moglie.

Il Direttore                    - (alzando gli occhi, con espressione assente, evidentemente pensando ad altro) Sì.

Il Sorvegliante-capo      - Puoi andare. (Brown esce, stupefatto).

Il Direttore                    - (al sorvegliante-capo, gettando la lettera sullo scrittoio) Ce l'ha fatta, questo tre­mendo scocciatore.

ENTRE-SCENE: RIPIANO DELLE SCALE

(King e Jackson accanto alla cattedra).

Jackson                         - L'hai saputo, King, che Richard fa fagotto?

King                              - Sì. (Cambiando argomento) Sembra che il vecchio ci stia dormendo su.

Jackson                         - Già, che ore sono?

King                              - Le due e mezzo, circa.

Jackson                         - Ieri sera ho avuto un'informazione per le corse.

King                              - Che informazione?

Jackson                         - Me l'ha data uno del terzo braccio, che c'era dentro. Un ragazzo svelto.

King                              - Chi è che può dare informazioni a te? Credevo che tu non andassi a genio a nessuno.

Jackson                         - Ho anch'io i miei agganciamenti, amico. Erodoto: la settimana scorsa, a Newmarket, l'hanno tenuto indietro.

King                              - Chi l'ha tenuto indietro?

Jackson                         - Il fantino. Troppo buono, non usava gli speroni.

King                              - Vedo, Per una svanzica ci sto anch'io.

Jackson                         - Bene!

King                              - (dopo una pausa) Il giovane Tufnell, sembra che lo impiccheranno.

Jackson                         - Bè, cosa credevi? Mica è lecito andare in giro facendo fuori gli agenti.

King                              - Aiuterai anche tu?

Jackson                         - Sì.

King                              - Bè, immagino che te lo sarai voluto.

Jackson                         - Andiamo... Se ti facessero la pelle, saresti contentissimo di vedere impiccato il tuo assassino.

King                              - Credo che non me ne importerebbe niente. Mi metterei a sedere su di una nuvola... e me ne starei a veder giocare a toot-ball suonando l'arpa.

Jackson                         - (gridando) Richards. Scendi giù.

King                              - Non mi va l'idea di veder impiccare la gente. Non ho mai visto e non vedrò mai.

Jackson                         - Sono sempre quattrini trovati. Por­terò i bambini a Richmond Park e mi farò una giterella in barca con la moglie. E quel che mi rimane... lo gioco tutto alle corse. È per questo che mi son fatto dare il nome di Erodoto. (Entra Richards).

Richards                        - Mi volete, signore.

Jackson                         - Se ti voglio, giovanotto? Credo che neanche tua madre ti abbia mai voluto. Qua, metti una firma. Leggi, prima.

Richards                        - È tutto, signore?

Jackson                         - Partirai domani mattina. Alle otto. Tienti pronto con la tua roba per le otto meno un quarto.

Richards                        - Dov'è che mi mandano, signore, per favore?

Jackson                         - Lo saprai quando ci sarai arrivato, amico.

Richards                        - Chi è che mi accompagna, signore, per favore?

Jackson                         - Tua nonna richiamata dall'altro mondo... su un manico di scopa a due posti. Sei soddisfatto?

Richards                        - (scoraggiato) Sì, signore

Jackson                         - Bè allora, sgombra. (Come Richards si volta per andarsene King lo ferma).

King                              - Oh, Richards, addio, allora. Io non ci sarò domattina. Bè, sta in gamba. (Oli stringe la mano).

Richards                        - Addio, signore.

King                              - Sta' su col morale. Non lasciarti abbattere. Digli che vadano al diavolo tutti quanti. (Gli batte amichevolmente sulle spalle mentre lo congeda).

Jackson                         - (che ha assistito alla scena, con un sor­riso ironico) Dovresti dare le dimissioni, King, e metterti a fare la bambinaia.

King                              - Non ho mai avuto bambini, Jackson,

Jackson                         - Non hai mai avuto buon senso. (L'oro­logio batte i tre guarii) Bè... e quelle svanziche? (Prende il denaro) Ci vediamo dopo, amico.

LA CELLA DEL CONDANNATO

(A sera. Jones sta leggendo il giornale. Tufnell parta con la persona ch'è venuto a trovarlo e di cui si può intravvedere la figura attraverso la griglia che la separa).

Tufnell                          - (fuori scena) Addio, allora... Sì, c'è da sperare. Stai allegra. Ci vediamo quest'altra settimana. Addio. (Entra evidentemente sollevato. Gale lo segue mentre vien chiusa a chiave la porta da cui la ragazza è uscita).

Jones                             - Bè, figliolo, com'è andata?

Tufnell                          - Molto bene. È meravigliosa.

Jones                             - 'Cramento, guarda qui. Danno Erodoto cento a sei. (Spiega il giornale ad un altra pagina) Oh, quel tipo... Robinson, l'hanno poi condannato. Gli sta bene.

Tufnell                          - Cos'aveva fatto?

Jones                             - Mise sotto un tizio mentre guidava un camion pieno di roba rubata.

Gale                              - È quello che svaligiò la pellicceria?

Jones                             - Proprio lui. Animale porco: non ci si provò neanche a rallentare. Già, ma adesso ha tutto il tempo per chiedersi se non avrebbe fatto meglio a metter mano al freno.

Tufnell                          - Tutta la vita.

Gale                              - No. Quindici anni. E forse solo dieci, se tiene buona condotta.

Tufnell                          - Se mi graziano... credo di cavarmela anch'io con una decina d'anni.

Jones                             - (lascia il giornale e comincia a passeggiare per la cella) Bè, e come va il tuo libro?

Tufnell                          - Benissimo.

Gale                              - Che cos'è? (Dà un occhiata) Poesie?

Tufnell                          - Qualcosa del genere.

Gale                              - Faccene sentire una, figliolo. Quand'ero a scuola ne ho letto un bel po' anch'io, di poesie.

Tufnell                          - Davvero!

Gale                              - Sì. Ce n'era una di una ragazza in un giardino, e un uccello buffo che si notte volava intorno.

Tufnell                          - Che? Tennyson!

Gale                              - Era mica male. Ti garantisco che non era niente male. Bè, si capisce: bisogna essere nelle disposizioni adatte. (A Jones) Sai, mica sono cose che si possono leggere lì come capita. Mica si può leggere Shakespeare e quegli altri suoi amici nella metropolitana. Magari con una ragazza. Dico bene?

Tufnell                          - Sì. Anch'io la penso così.

Jones                             - Bè, io sono riuscito a imparare solo una poesia... come dite voi. E l'ho imparata perché la diceva sempre il vecchio Bob... il mio capitano, sapete.

Tufnell                          - Cos'era, mr. Jones?

Jones                             - Oh Dio, figliolo. Mi metti nei pasticci. Non so se me la ricordo. Vediamo un po'. Forse mi viene... vediamo. « Ira non conobbi perché nessuno meritò la mia collera. La natura ebbi cara e, dopo essa, l'arte. Al fuoco della vita riscaldai le mie mani». (Con un finale rapido e trionfante) «Annotta: e io son pronto per andare». Mica male, come memoria, dopo trent'anni. E questo è tutto quel che so io, di poesia.

Gale                              - Dio sia lodato.

Tufnell                          - Vi dispiacerebbe scrivermela?

Gale                              - Cosa? Ti è piaciuta?

Tufnell                          - Sì. È bella.

Jones                             - Anche a noi piaceva. Ma cosa vuol dire, Dio solo lo sa. Ad ogni modo è una poesia.

Tufnell                          - Per piacere. (Spinge il notes verso Jones).

Gale                              - Prima sentiamo una delle tue. Non scri­vergli niente, Jones, se prima non ce ne dice una delle sue.

Tufnell                          - (sorridendo timidamente) E va bene. (Comincia a leggere in fretta) « Domani ti avrò fra le braccia. E non ti lascerò andare. E asciugherò le tue lacrime.

 Per te che m'ami brucerò con l'odio il dolore.

Per te brucerò il passato.

Conosceremo insieme strade di notte nei campi,

E solo ci vedono conigli dalle tane.

Tu e io, amore.

E ci durerà nell'anima la bellezza ».

Jones                             - Questa non è poesia. Si capisce quasi tutto.

Gale                              - Io non ho molto orecchio per queste cose. Ma non mi dispiace mica, figliolo.

Tufnell                          - L'ho sentita così, ecco. Ma lo so che non è molto bella.

Jones                             - Dovresti cambiare la faccenda dei co­nigli. I conigli non vanno in giro di notte.

Gale                              - Chi te l'ha detto? Sicuro che ci vanno. Prova andare in giro tu, di notte, per una strada e vedrai quanti conigli ci sono. A migliaia, ce ne sono. Perché non dovrebbero andare in giro di notte!

Jones                             - D'accordo, va bene. Solo che forse sono lepri. Comunque, va avanti, figliolo. Mi pare che questa ti sia venuta abbastanza bene.

Tufnell                          - Sì, proverò ancora. Ho parecchie cose da... (Entrano il direttore e il sorvegliante-capo. Gale e Jones si alzano, salutano ed escono, come al solito).

Il Direttore                    - Tufnell, ho avuto ordine dalla direzione generale di informarti che, essendo stata respinta la tua domanda di grazia, l'esecuzione avrà luogo martedì venturo. (Tufnell si piega sul tavolo, senza parlare) Mi dispiace. (Il direttore e il sorvegliante-capo escono. Tufnell si prende il capo fra le mani. Gale e Jones rientrano. Gale gli si avvicina col por­tasigarette aperto).

Jones                             - Lascialo stare, per amor di Dio. (Gale si prende una sigaretta. Entra il cappellano, a capo scoperto. Gale e Jones escono).

Il Cappellano                - Dick. (Tufnell non risponde) Dick, (Muove leggermente il capo) Pensa ai compagni che sono caduti in guerra accanto a te. Devi mo­strarti coraggioso. Se no, cosa direbbero di te? Non vuoi che ti ridano alle spalle, vero? Devi poterli guardare in faccia, e dirgli: « Ecco, sono stato capace anch'io ». (Lunga pausa) Non sarai solo... dopo. Ritroverai gli amici che credevi di aver perduto. Sono là che ti aspettano... lassù. Gli stessi di una volta... con gli stessi scherzi. E i tuoi genitori, anche. Con tutto l'amore che non hai avuto.

Tufnell                          - (annientato, con voce spenta) Mi diceste che Lui mi aveva perdonato. Che non voleva la mia morte.

Il Cappellano                - Lo so. Lo so. Ti ha perdonato. Ed ora ti osserva. Vuole che tu sia coraggioso... come Lui. (Tufnell lo guarda fisso) Ti ho portato questo. È «Alice» di cui ti avevo parlato. (Posa il libro sul tavolo) Non riuscivo a trovarlo... e me lo sono fatto spedire da casa. Mia madre è contenta di sapere che lo dò a te. (Tufnell lo guarda con occhi colmi di disperazione, poi perde ogni controllo).

Tufnell                          - Portatevi via il vostro maledetto libro. (Lo afferra di sul tavolo e lo scaglia contro il cappellano) Ipocrita. Bugiardo. Mi avete ingannato. E sapevate d'ingannarmi. Preti maledetti. Voi e le vostre sporche guerre. (Gli si avvicina) Non avete il diritto di portare quell'abito. Meno di Giuda, ne avete il diritto. Perché mi avete mentito. (Urlando) Mi avete mentito. Mi avete ingannato. (Jones e Gale entrano precipitosa­mente nella cella mentre Tufnell sta abbattendosi sul cap­pellano).

Gale                              - Falla finita, sta' zitto.

Jones                             - Voi, è meglio che andiate, signore.

Tufnell                          - Ipocrita bugiardo.

Il Cappellano                - Sì. Tornerò quando si sarà calmato un poco. (Esce).

Tufnell                          - (gridandogli dietro, istericamente) Se tornate vi strozzo. Ipocrita. Bugiardo da sacrestia. Ipocrita. (I sorveglianti lo afferrano per le braccia) Lasciatemi andare. Lasciatemi andare. Lasciatemi andare, vi dico. (Con uno sforzo violento si libera dalla stretta di Gale e colpisce Jones alla mascella. Gale lo colpisce a sua volta atterrandolo. Mentre cade, Tufnell batte il capo contro il lettuccio).

Jones                             - (tastandosi la mascella) Questo non me l'avresti dovuto fare, figliolo.

Gale                              - T'avrebbe accoppato, se avesse potuto. Qua, dammi una mano che lo mettiamo in letto. (Tufnell è privo di conoscenza. Gale e Jones lo disten­dono sul letto) Niente di rotto, tu?

Jones                             - (seguitando a palparsi la mascella) No, tutto a posto. Chiama l'infermeria. Che gli vengano a medicare la testa. (Gale suona il campanello d'al­larme. Jones tira su la sedia caduta durante lo scontro, si siede e, sul notes di Tufnell, comincia a scrivere la poesia che questi gli aveva chiesta. Gale cerca di fasciare la testa al ferito) «...nessuno meritò la mia collera». (Si volge a Gale) « Natura » si scrive con la maiuscola o basta la minuscola? (Gale non risponde).

ENTRE-SCENE: RIPIANO DELLE SCALE

Jackson                         - Fermi dove siete. Dentro. La campana non è ancora suonata. Dentro. Ehi, dico a voi. Mica mi sfiato per divertimento. Mica faccio il tenore. Dentro. (Entra Anderson).

Anderson                      - Scusate, signore.

Jackson                         - Chi t'ha detto di scendere, a te?

Anderson                      - Ho bisogno del medico, signore.

Jackson                         - Un'altra volta cerca di ammalarti al mattino. Mica sono specialista, io.

Anderson                      - Vi prego, signore. Ho bisogno del medico adesso.

Jackson                         - Niente da fare. A meno che non sia urgente. Cos'hai?

Anderson                      - La mano, signore. Mi fa male questa mano, signore. Tutte le volte che cerco di stringere qualcosa comincia a farmi male.

Jackson                         - Ah, sì.

Anderson                      - Sì, signore. Un male atroce.

Jackson                         - Cos'è, crampi da strofinaccio?

Anderson                      - Può essere, signore. Sì, signore, può essere.

Jackson                         - Va bene, allora, ti seguo fra i chiedenti visita. (Distrattamente) Un peccato, però, perché eri uno di quelli scelti per andar fuori a lavorare. Già, ma se non ti senti.

Anderson                      - Oh sì, signore. Mi sento. Mi avete fatto passare tutto, signore. Ora va molto meglio, mr. Jackson.

Jackson                         - Bene. Ma se cerchi dì farmi fesso un'altra volta vai dentro come un razzo. Intesi?

Anderson                      - Sì, signore. Mi dispiace, signore. È la fede che guarisce, signore. (Suona la campana).

Jackson                         - (gridando) Tutti gli uomini davanti alla cella. Primo braccio. Tutti gli uomini davanti alla cella   - (Ad Anderson) E, incidentalmente, ho inteso parlare di Wilberforce. A scuola ci sono stato anch'io.

Anderson                      - Oh, ne avete sentito parlare, signore. Ne avete sentito parlare. Bene, questo Wilberforce era un grand'uomo.

Jackson                         - Uno scemo, era questo Wilberforce, se vuoi che te lo dica. (Gridando) Primo braccio, un passo avanti, march. Fianco dest'. Avanti.

IL REFETTORIO NUMERO DIECI

Brown                           - Ero appena entrato che il vecchio Webb gli consegnò una lettera. Allora io gli dissi chiaro e tondo ciò che volevo.

Smith                            - Cos'è che volevi, Brown?

Brown                           - « Ho una domanda da farvi, signore », gli dico. Avevo capito ch'era la volta buona. « Desidero scrivere alla mia seconda moglie », gli dico, veloce come il fulmine.

Smith                            - Perdio. Che tempista. Io non sarei stato capace di prendere un uomo così di sorpresa.

Brown                           - E lui, intanto, che leggeva la lettera. Io mi avvicino piano piano e, dal disotto in su, riesco a leggerla anch'io.

Spencer                         - (incredulo, ironicamente) Mi sarebbe piaciuto vederti leggere dal disotto in su.

Smith                            - Avrà fatto come te, quando facevi acro­bazia sulla fortezza volante. Questione d'abitudine. E che diceva quella lettera, Brownie?

Brown                           - « Caro direttore - diceva - so da infor­mazioni personali che il prigioniero Brown desidera scrivere una lettera alla sua seconda moglie ».

Smith                            - Va avanti. Non mi far stare in pena.

Brown                           - « La presente, è per dirvi che se non gli date subito il permesso di scrivere questa lettera, potete togliervi di mezzo e andarvi a cercare un altro impiego ». Proprio così.

Smith                            - E così tutto è sistemato. Com'era firmata la lettera?

Brown                           - Non ho potuto vedere. Ho visto sol­tanto « Vostro », poi uno scarabocchio e poi qualcosa come « Direzione generale ».

Smith                            - Niente baci, Brown?

Brown                           - Non ho visto. Allora lui alzò gli occhi... sembrava che avesse paura di me... « Va bene, -dice - Brown, d'accordo. Scrivi pure ». Ero così sorpreso che sarebbe bastato mezzo litro a ubria­carmi. (Entra Anderson).

Spencer                         - E ce l'hai questa lettera da scrivere? Questo è il punto.

Brown                           - Se ce l'ho. Guarda qui, se ce l'ho. (Glie la sventola sul viso) Che ne dici, navigatore dei cieli? (A Roberts) Avanti, amico: otto pence.

Roberts                         - Temo di averne sette soli.

Smith                            - Eccoti l'altro. Mi son proprio divertito.

Roberts                         - Te lo restituisco quando tiro la deca.

Smith                            - D'accordo. Glielo voglio raccontare a mia madre, quando esco.

Beown                          - Molto bene. (Conta il danaro e quindi lo mette via con precauzione) Siamo a posto. Ora state a sentire cosa ho scritto. (Leggendo) « Mio unico bene, uscirò martedì prossimo e voglio vederti subito. Arri­verò alla stazione di Nottingham martedì alle dieci precise. Non tardare o ti concio. Jirn ».

Smith                            - Bella. Molto bella. È una ragazza ben fortunata a ricevere una lettera così.

Beown                          - Va bene, no! Mi sembra che spieghi la situazione.

Smith                            - È perfetta, Brownie. Non devi cambiare neanche una virgola. Mi fa venire in mente la lettera di mia madre.

Beown                          - Faccio un salto di sopra a imbucarla.

Smith                            - E meglio. Meglio che non te la porti in giro fino a domani se no va a finire che, rileggendola, la trovi meno sentimentale. (Brown esce).

Anderson                      - Mica hai una cicca, Smith? Una pic­cola cicca, per piacere.

Smith                            - Mi rincresce, Arthur. Sono senza.

Anderson                      - Fa lo stesso. Fa proprio lo stesso.

Richards                        - Ce n'ho una io. Te la dò come regalo d'addio. Domattina me ne vado.

Smith                            - Chi te l'ha detto!

Richards                        - Il direttore.

Spencee                         - Davvero! Te l'ha detto proprio lui!

Richards                        - Forse pensa che io non sono tipo da lasciar vicino ai comandanti dì squadriglia.

Robeets                         - E Paddy, lo sa!

Richards                        - (nervosamente) No. Paddy è in sala di lettura, no!

Smith                            - Su, facciamo una partita. Mi spiace, Paddy. Appena t'ho visto m'eri sembrato un animale. Ma ora penso che sei un buon diavolaccio, in fondo.

Richaeds                       - Oh, grazie.

Smith                            - (incitando Spencer, mentre dispone le pedine) Su, signore delle altezze, muoviti. Vieni a giocare.

Andeeson                      - Domattina me ne vado a lavorare fuori. Garden Party. Invece dì lavare i pavimenti. Vado a lavorare nel giardino delle rose inglesi. Le belle rose inglesi. Le rose col sorriso inglese. (Rientra Brown).

Medwoeth                    - Bè, è partita!

Beown                          - L'ho imbucata.

Medwoeth                    - Tua moglie non ne sarà molto soddisfatta.

Beown                          - Vuoi dire che mia moglie protesterebbe? Le ho insegnato io a stare al mondo, amico. Perdio, se glie l'ho insegnato. Quando sono a casa non s'ar­rischia ad aprir bocca.

Medwoeth                    - E... tornerai a casa?

Beown                          - Ah... le mogli. Non capiscono niente.

Smith                            - (alzando gli oociti dal gioco) Vorrai che ti sentisse mia madre. Vedresti che sorbe.

Beown                          - Già, non ce n'è una che capisca qualcosa. Lo so io. Questa non ha mancato un mese di venirmi a trovare, da quando sono dentro. È persuasa che il suo Brownie se ne torni a casa.

Smith                            - Ma piantala, piantala! C'è uno qui su, neanche lontano cento metri. E non chiederebbe di meglio che potersene tornare a casa sua. Ringrazia il tuo Dio che non sei nei suoi panni.

Beown                          - Tu hai mai visto la mia ragazza, eh?

Smith                            - Non l'ho vista, no. Ma è una furbacchiona... Come lo so? Basta guardarti in faccia.

Beown                          - Va bene, va bene. Di un po': ce l'ha l'amico, mamma tua? (Gli arruffa i capelli. Smith balza in piedi, tira fuori la lametta: poi, controllandosi, torna a sedere).

Smith                            - Hai paura di tua moglie... questo è il guaio, amico. Dai retta a me, guarda, torna a casa, togliti il cappello, rimetti in ordine le chiome, fatti venire le lacrime agli occhi - un bicchiere di gin ti aiuterà molto - e dille: « Oh cara, salvami da me stesso ». Ricorda, galletto mio: è una cosa che fa sempre effetto. (Entra Paddy. Smith finisce la par­tita: a Spencer) Hai perduto, amico. La bella l'hai perduta. (Paddy dà un'occhiata in giro, senza co­gliere l'allusione).

Richaeds                       - Bè, grazie di tutto.

Medwoeth                    - (a Roberts) Vuoi fare una partita?

Robeets                         - Sì. (Si siede con Medworth al tavolino della dama).

Smith                            - (a Richards) Niente più sigarette dell'amico Paddy.

Richaeds                       - Lo so. Mi vien da piangere.

Paddy                           - Cos'è stato? (Medworth dispone le pe­dine).

Smith                            - L'hanno trasferito ad un penitenziario. Non lo sapevi?

Paddy                           - Chi l'ha detto!

Richaeds                       - Il direttore. Questo non è posto per me, ha detto.

Paddy                           - E dove sei trasferito?

Richaeds                       - Non lo so. Jackson non me lo ha voluto dire. (Paddy sferra un calcio al tavolo di dama su cui Medrvorth ha appena finito di disporre le pedine).

Medwoeth                    - Bè, a che gioco giochiamo!

Paddy                           - Non a dama. (Pausa minacciosa) Sta­mattina sei stato dal direttore, vero!

Medwoeth                    - Sì... per il dentista.

Paddy                           - E che altro?

Medwoeth                    - Faccende personali.

Paddy                           - Che genere di faccende?

Medwoeth                    - Cose private... se lo vuoi sapere.

Paddy                           - Lo voglio sapere.

Medwoeth                    - (girandosi per uscire) Bè, doman­derò al direttore.

Paddy                           - Lo domando a te.

Medwoeth                    - Già. Ma io non ho voglia di dirtelo.

Paddy                           - (afferrandolo per le spalle) Te la faccio venire io la voglia.

Medwoeth                    - Non dimenticare la mia età. (Si j toglie gli occhiali e li porge a Roberts).

Paddy                           - Non ti preoccupare della tua età. Hai vissuto troppo. Devi aver detto al direttore qualche porcheria sul ragazzo.

Medwoeth                    - Che ragazzo?

Paddy                           - Richards... O su di me.

Medworth                     - Tu, comunque, ci sei dentro.

Paddy                           - Ah, dunque lo ammetti?

Medwoeth                    - (impaurito) E va bene. Ho fatto del mio meglio per mettere a posto le cose.

Paddy                           - Brutta carogna. Spia maledetta. (Lo percuote duramente in viso).

Smith                            - (balzando in piedi) È un vecchio, Paddy. Lascialo stare. (Paddy colpisce di nuovo Medworth che cade a terra) Lascialo stare. È un vecchio.

Paddy                           - Non immischiarti tu. (Colpisce Medworth col piede).

Smith                            - Voglio immischiarmi, invece. Lascialo stare. (Estrae la lametta. Paddy si volta trascurando Medworth e colpisce Smith. Quindi gli afferra il polso e glielo torce. Lo percuote violentemente in viso).

Paddt                            - Piccola vipera.

Smith                            - (a terra) Lascialo stare.

Jackson                         - (fuori scena) Smith.

Paddy                           - (allontanandosi di gualche passo) Bene. Suppondo che ne abbia abbastanza. Voi due... (Rivolgendosi a Anderson e Spencer) Tiratelo su e accompagnatelo nella sua cella. (I due si piegano sul caduto) E occhio ai sorveglianti. (Entra Jackson. Smith e gli altri manovrano in modo di impedirgli di vedere Medworth a terra).

Jackson                         - (a Smith) Smith, eredi che mi voglia seccare la gola per chiamarti? C'è il cappellano che ti vuole. Al numero uno. E cercate di far meno baccano qui dentro. Capito?

Smith                            - Il cappellano? Dio. E perché?

Paddy                           - Sì, signore.

Jackson                         - Andiamo, giovanotto. È su che ti aspetta. Sei sordo?

Smith                            - (senza scomporsi) Mia madre mi pestava sempre sugli orecchi quand'ero piccolo. Eccola. (Indica le foto alle pareti, riproducenti attrici cine­matografiche. Jackson dà un occhiata in giro mentre Brown prende il posto di Smith davanti a Medworth che non si é ancora riavuto) Bè, andiamo. (Esce).

Jackson                         - Non tanto fracasso, intesi?

Paddy                           - Sì, signore. (Jackson esce) Portatelo in cella, appena Jackson accende la luce.

Spencer                         - Ci è andato adesso.

Roberts                         - È questo quel che vi insegnano in Irlanda?

Spencer                         - Non è niente, Medworth. Non è niente.

Roberts                         - È così che sanno lottare gli irlandesi? Prendendo a calci un vecchio che non sa reagire?

Paddy                           - (ormai padrone di sé) La... là... eccone un altro che vuol fare il gallo.

Roberts                         - Ci sei stato troppo, qui dentro. ,

Paddy                           - È con me che ce l'hai?

Roberts                         - Non ha fatto niente. È solo vecchio... ecco.

Paddy                           - Neanche Richards ha fatto niente... tranne che è giovane..

Anderson                      - Andiamo. Andiamo. (Medworth si rialza lentamente) Sanguina che sembra una fon­tana. Sissignore. Come una fontana.

Medworth                     - (sanguinante dal naso) Oh, grazie. Non è niente, sto benissimo. (Si siede tamponandosi col fazzoletto. Roberts gli porge gli occhiali. Qualche momento di silenzio).

Anderson                      - Sento che sto per piangere. Sicuro. Sento che sto per piangere. (Pausa) Nessuno ha voglia di cantare qualcosa? Nessuno ha voglia di cantare? Gli inglesi cantano sempre prima di piangere.

                                      - (Entra lentamente Smith: ha in mano una lettera spiegata).

Richards                        - Canta qualcosa, Paddy. È l'ultima notte che passo con- voi. Ehi. Ma cosa è successo a Smith? (Tutti gli si fanno attorno. Smith tenta co­raggiosamente di sorridere).

Smith                            - È morta mia zia Jemima e mi ha la­sciato tutti i suoi debiti. (Va a sedersi).

Paddy                           - (a Roberts) Ti dispiace? Non canto con le scarpe. (Roberts si allontana scuotendo le spalle mentre Paddy comincia a cantare). «Anni son passati dalla rivolta d'Irlanda Quando con fragor d'artiglieria gli inglesi venivano, E spalla a spalla i prodi d'Irlanda resistevano Mentreper Sackville Street il loro caldo sangue scorreva» (Al verso seguente, Anderson si avvicina a Smith tendendogli il portasigarette aperto. Poiché il ragazzo è troppo affranto per accorgersi del gesto amichevole, Anderson prende un mozzicone di sigaretta e, con infinita delicatezza, lo depone sul tavolo accanto a Smith che continua a tenere fra le mani il foglio or­mai gualcito). «Le Quattro Corti di Dublino gli inglesi bombardavano Lo spirito della libertà a soffocare venivano Ma dai foschi palazzi una voce si alzava; Di non arrendersi comandava. Era la voce di Jim Connelly, il ribelle d'Irlanda. Davanti a Mountjoy Prison una gran folla sostava Scoperto il capo, nel fango s'inginocchiava E nel fosco palazzo il giovane eroe d'Irlanda Alla patria amata la vita sacrificava. Ad annunziar la sua morte la nera bandiera issavano Poi sotto la pioggia gli inglesi ripartivano. E non c'era in quell'alba ciglio senza lacrime a Dublino. Quando impiccarono Jim Connelly, l'eroe d'Irlanda». (Alla parola « impiccarono » entra Jackson).

Jackson                         - Smettila. Te l'ho già detto una volta. (Paddy termina la canzone in un crescendo trionfale, vibrante di tutto il suo odio contro l’Inghilterra. Suona la campana) Disopra, avanti. Muoversi. (A Paddy, mentre questi gli passa davanti) Sta attento, O' Brien.

Paddy                           - Sì, signore. (Tutti escono tranne Anderson che seguita a guardare il povero Smith).

Jackson                         - (a Anderson) Muoviti. (Il negro in­dugia ancora) Avanti. (Smith si alza, Jackson si rivolge a lui) Siediti. (Smith torna a sedersi. Anderson esce, seguito fin sulla porta del refettorio da Jackson, che grida verso Vesterno). Tutti in cella. Il primo che pesco fuori sono guai. Tutti in cella. (Si sentono i tonfi delle porte che si chiudono. Jackson si avvicina a Smith) Su, su, ragazzo. Coraggio. Il peggio ormai è passato. (Smith si alza e si avvia verso l'uscita) Vieni qui. (Smith si ferma e torna indietro. Jackson gli mette un pacchetto di sigarette fra le mani. Smith scoppia in pianto) Va' al numero. Mettiti in cella e chiudi la porta. Muoviti. Va' in cella, ho detto.

ATTO TERZO

IL PARLA TORIO

(Una settimana dopo. Il parlatorio: un locale piut­tosto angusto, occupato quasi per intero da un lungo tavolo al quale, fronteggiandosi, si siedono i visitatori e i detenuti. Un capo di questo tavolo è tenuto dal sorvegliante Jackson che inganna il tempo facendo ruotare un mazzo di chiavi fissato ad una catenella). King           - (entra accompagnando Kitty, giovane e piut­tosto graziosa. Jackson non si alza) Volete ac­comodarvi, signorina? Fate come foste in casa vostra. Non tarderà molto. Ve lo vado subito a chiamare. (Esce).

Kitty                             - Grazie. (Pausa. A Jackson) Bella gior­nata, vero?

Jackson                         - Non sono ancora uscito. E qui dentro tutti i giorni si somigliano.

Kitty                             - Già, immagino. (Lunga pausa) Cono­scete Jock?

Jackson                         - Ce n'è un sacco di Jok, qui dentro. Vanno e vengono.

Kitty                             - Jock... Roberts.

Jackson                         - Qualche volta ci sono anche parecchi Roberts. Sì, lo conosco.

Kitty                             - È... a posto?

Jackson                         - Bè, se fosse stato a posto non sarebbe qui.

Kitty                             - (alla quale Jackson evidentemente non piace) No, ecco... non so. Volevo dire... bè... se è di buon umore. Non si sentirà un po' triste?

Jackson                         - Che Dio vi benedica. Ma che mi avete preso per la balia?

Kitty                             - Oh, scusate. Suppongo che... già... non vi dovrei far domande del genere.

Jackson                         - Oh, fate pure tutte le domande che volete. Le risposte sono razionate... mica le domande. Capite quel che voglio dire? (Indica Va Estratto del Regolamento Carcerario » incorniciato al muro) Roberts sta benissimo.

Kitty                             - Oh, grazie.

Jackson                         - (animandosi) È tutt'altro che un cattivo figliolo. Siete la fidanzata?

Kitty                             - Ecco, io... (Si arresta, confusa. Roberts raggiante come non lo si è mai visto, viene introdotto nel parlatorio da King che esce subito).

Roberts                         - Kitty, tesoro. Oh, è magnifico. Kitty, amore. (Si avvicina dalla parte del tavolo dov'è seduta la ragazza. Jackson lo richiama).

Jackson                         - No, fermo. Gli abbracci alla fine.

Roberts                         - (sentendosi di nuovo prigioniero) Oh, scusate, signore. (Va a sedersi di fronte a Kitty) Oh, Kit, sono così contento di vederti.

Kitty                             - Davvero, Jock? Come stai, Jock?

Roberts                         - Molto bene. Almeno... adesso che ti vedo. Come stanno i tuoi?

Kitty                             - Tutti bene.

Roberts                         - Mi fa piacere. Papà e mamma?

Kitty                             - Sì, stanno bene.

Roberts                         - Ti hanno incaricata di dirmi qualcosa?

 Kitty                            - (dopo una pausa) Credo, Jock. Ma... io dimentico sempre quello che mi incaricano di dire.

Roberts                         - Già. Bè, tesoro, non fa niente. Sa­lutali da parte mia, comunque.

Kitty                             - Sì, Jock. Non mancherò.

Roberts                         - Lavori sempre allo stesso posto? Sempre indossatrice?

Kitty                             - Sì.

Roberts                         - E l'aumento, te l'hanno poi fatto?

Kitty                             - No, Jock. Non ancora.

Roberts                         - Continui a passeggiare sulla pedana in abito da sera?

Kitty                             - No. Sono passata all'è abbigliamento sportivo ».

Roberts                         - Devi star bene. Cosa indossi?

Kitty                             - Oh, costumi da equitazione. Da sci. E... da bagno.

Roberts                         - Ehi! Vorrei essere al posto delle tue clienti. E magari si portano pure l'amico, eh? (Kitty fa un sorriso timido) Ci scommetterei. Non gli dò torto. E il tuo pomeriggio libero?

Kitty                             - No, oggi è lunedì. Io ce l'ho al sabato.

Roberts                         - Credevo.

Kitty                             - Sì, ma ho chiesto di averlo oggi.

Roberts                         - Non avrai perso il sabato per me, spero.

Kitty                             - No. Mi sono presa un po' di vacanza.

Roberts                         - Bene. Una settimana?

Kitty                             - Quindici giorni, Jock.

Roberts                         - Magnifico! La vecchia ditta si fa onore. Verrai a trovarmi sovente, vero Kitty? Lo sentivo che avrei avuto visite...

Kitty                             - Non sarò qui. Vado al mare.

Roberts                         - Al mare? Con chi? Immagino.... una banda di indossatrici urlanti. Sta attenta, Kit. Guarda che non ti portino male.

Kitty                             - Non essere sciocco, Jock. (A Jackson) Voi ve ne state seduto là tutto il tempo?

Jackson                         - Tutto il tempo, sì. E scusate il disturbo.

Kitty                             - No, voi non c'entrate. Mica... mica è colpa vostra.

Jackson                         - Già. Il regolamento è regolamento, figliola.

Kitty                             - Capisco. Avrei dovuto capire prima.

Roberts                         - Fa un po' strano, eh? Mette sogge­zione, vero, piccola?

Kitty                             - Sì, un po'.

Roberts                         - Quest'altra volta ci avrai fatto l'abi­tudine. Ma sai che non sei cambiata per niente? Sei sempre bella.

Kitty                             - Grazie, Jock. È carino da parte tua.

Roberts                         - E a me... mi trovi cambiato?

Kitty                             - Ti sei fatto qualche capello bianco, mi sembra... là.

Roberts                         - Qui dentro crescono così.

Kitty                             - Povero Jock.

Roberts                         - Bè... non c'è niente da fare. Oh, sai I che mi piace il tuo cappellino? L'hai preso in negozio.

Kitty                             - No, è un regalo.

Roberts                         - (scherzando) Eh? Di chi?

Kitty                             - Oh, un amico. (Leggermente) Me l'ha s dato Tom.

Roberts                         - Chi è Tom?

Kitty                             - Ma si, lo conosci. Tom Jewkes... quel giovanotto che lavora nel negozio accanto.

Roberts                         - Nel negozio accanto? Ma non l'ave­vano mandato a Haifa?

Kittt                              - Sì. Ma ora è tornato... un mese fa.

Roberts                         - Oh, perbacco, mi farebbe piacere rive­dere il vecchio Tom. Ti ricordi come s'arrampicava sui fanali e faceva i salti mortali.

Kitty                             - Sì. Ma adesso non può più. È tornato con un braccio solo.

Roberts                         - Già. È una cosa triste. Mi spiace.

Kitty                             - ; Glielo dirò, Jock.

Roberts                         - Sì, diglielo. È sempre innamorato di te?

Kitty                             - Oh, Jock. Che domande!

Robebts                         - (sorridendo) Sì, certo... basta vedere quel cappellino. Bè, di'al vecchio Tom che mi venga a trovare. (Kitty ride) No, Kitty: davvero. È un tipo in gamba. Patti portare al cinema, qualche volta. Digli che lo rimborso, appena esco. (Bidè) Non credere ch'io sia stanco di te. Desidero soltanto che tu stia allegra, intanto che sono qui. Due anni.

Kitty                             - Sembrano tutta la vita, vero?

Roberts                         - No. Non tanto.

Kitty                             - Jock. Credi che sarai ancora lo stesso, quando uscirai?

Roberts                         - Spero di sì.

Kitty                             - No, sul serio. Voglio dire: lo stesso... dentro.

Roberts                         - Perché? Dovrei cambiare? Tu lo credi?

Kitty                             - La gente cambia così... in fretta. Le cose che ti piacevano quando sei entrato qui... forse non ti sembreranno più le stesse, dopo due anni.

Roberts                         - Sciocchezze, tesoro. È questo posto che ti fa vedere tutto nero. (Attento a cogliere le reazioni di lei) La sola cosa in me che cambierà è lo stomaco. Me lo sento che si sconvolge ogni giorno che passa.

Kitty                             - Perché? TI cibo è cattivo?

Roberts                         - No. È ottimo... per i maiali.

Jackson                         - Sta attento, giovanotto.

Roberts                         - Scusate, signore.

Kitty                             - Cosa farai quando sarai fuori?

Roberts                         - Mi cercherò un lavoro e mi metterò fermo.

Kitty                             - Oh, non t'imbarchi più?

Roberts                         - A te, piacerebbe?

Kitty                             - Ma dovresti, Jock.

Roberts                         - Andiamo... non scherzare. Credo che sia ora che mi sistemi e metta su casa.

Kitty                             - Ma riuscirai a trovare un impiego... buono?

Roberts                         - Ma certo, perché no?

Kitty                             - Dopo che sei stato in prigione?

Roberts                         - Questo non vuol dire, tesoro. Mica ci sono stato solo io. E poi... qui ho conosciuto un sacco di tipi in gamba. Mi aiuteranno, quando sarò fuori. E, in ogni modo... questo non ha più nessuna impor­tanza al giorno d'oggi.

Kitty                             - Credo che abbia ancora importanza, Jock.

Roberts                         - Bè, comunque lavoro ce n'è di tutti i generi. Caso mai mi metterò a fare la comparsa. (Sorride).

 Kitty                            - (senza rispondere al sorriso di lui) Non è solo del lavoro che mi dò pensiero. Di altre cose, anche. Delle conseguenze. Tu sei come... segnato, Jock, la tua famiglia, i tuoi amici, la tua casa...

Roberts                         - Mia moglie?

Kitty                             - Sì, ecco. Tua moglie.

Roberts                         - (cominciando a sospettare qualcosa) Bè, tesoro, che c'entra mia moglie?

Kitty                             - Tua moglie dovrebbe essere... ecco... non so.

Roberts                         - Avanti, piccola: sentiamo.

Kitty                             - Oh, non so. Fedele, disinteressata... coraggiosa.

Roberts                         - (con estrema calma) E non lo è?

Kitty                             - Oh, Jock... io... (Guarda Jackson) Io...

Roberts                         - Tu lo sei, certo, amore mio.

Kitty                             - (con improvvisa disperazione) Ascolta, Jock, ti prego. Bisogna che te lo dica. Io non sono disinteressata. Non sono coraggiosa. Lo so che tu credi ch'io lo sia... ma ti sbagli. Jock... caro, ascolta. Bisogna che te lo dica...

Roberts                         - (si alza e fa per andarle vicino) Povera piccola.

Jackson                         - Torna dov'eri.

Roberts                         - (a Jackson) Questo posto l'ha ridotta uno straccio.

Jackson                         - Siedi. (Roberts si siede. Kitty è sul punto di piangere: alza gli occhi, sta per ricominciare a parlare quando entrano mrs. Brown e 'Erb, accom­pagnati dal sorvegliante King. Mrs. Brown è una donna anziana, decisamente brutta, raffazzonata negli abiti e di aspetto patito. 'Erb è un ragazzino di sette o otto anni, esuberante e curioso).

King                              - Viene subito, signora. Ve lo vado a chia­mare. (Esce).

Jackson                         - (impazientemente, battendo con la mano sul tavolo) Mettetevi a sedere.

Mrs. Brown                   - Mica fate tanti complimenti, voi. Eh?

Jackson                         - Per favore, accomodatevi là.

Mrs. Brown                   - Così va meglio. (Si siede) Sono vecchia abbastanza da essere vostra madre. Ho dei figli grandi come voi. Bert, per esempio, è grande come voi... e non mi parla con que! tono. Avrei pia­cere che trovaste Bert: vi direbbe qualcosa da parte mia. Alzate un po' troppo la cresta, da queste parti.

Jackson                         - (frenandosi) Un momento di pazienza, signora. Vostro marito verrà subito. (Entra Brown, scortato da King).

'Erb                               - Ehi, mamma, c'è papà.

Mrs. Brown                   - Non mi piacciono, a me, quelli che alzano la cresta, amico. È a voi che parlo.

'Erb                               - Mamma, c'è papà. Guarda.

Mrs. Brown                   - Bè, e con questo? (Brown le si mette a sedere di fronte) Che c'è da strillare. Non siamo venuti qui per vederlo, forse? Siamo venuti qui pro­prio per vedere papà.

'Erb                               - Dammi un'altra caramella, mamma.

Mrs. Brown                   - Ne hai avute abbastanza. Ne avrai mangiato una dozzina per strada.

'Erb                               - Solo più una, mamma.

Mrs. Brown                   - Tieni. E che sia l'ultima. (Gli porge una caramella, poi si volge a Kitty) Caramella, figliola?

Kitty                             - No, grazie.

Mks. Bkown                 - Andiamo! (Gliela mette fra le mani. A Roberts) Ne volete una anche voi, giovanotto?

Jackson                         - Ehi!

Mrs. Brown                   - E impicciatevi dei fatti vostri, voi. (Dà la caramella a Roberts).

Kobekts                        - (prendendola) Oh, grazie.

Mrs. Bkown                  - (a King) Qua, prendetene una anche voi. Mi sa che avete appetito. (King la prende, ridacchiando. Mrs. Brown accenna col capo a Jackson) E una gliela dobbiamo dare a lui? (A 'Erb) Su, va' a portare una caramella all'amico. ('Erb prende una caramella che, mentre s'avvicina a Jackson, lascia cadere a terra. Jackson si china a raccoglierla: Mrs. Brown approfitta dell'attimo per lanciare un pacchetto di sigarette a suo marito che l'afferra e lo intasca rapi­damente. A Kitty) Siete venuta con la metropolitana?

Kitty                             - No. In autobus.

Mrs. Brown                   - Io non lo posso mai prendere. (Accennando a 'Erb) Gli fa venir su il mangiare. Tutto suo padre. È l'ultimo, il nono.

Kitty                             - È un bel ragazzo.

Mrs. Brown                   - Il primo sta in Palestina. Due ce l'ho ancora in Germania. ITn altro a Pentonville. E tre ragazze maritate. Somigliano a me: gli piace aver un uomo intorno da badargli. Anche voi?

Kitty                             - No. Non sono sposata.

Mrs. Bkown                  - State attenta a chi prendete, figliola.

'Erb                               - Vieni a casa domani, papà? Mi serve un campanello per la bicicletta.

Mks. Brown                  - Papà non ha quattrini, 'Erb. Non dire stupidaggini.

'Erb                               - (a Jackson) Siete un poliziotto, voi?

Jackson                         - Già.

'Erb                               - Papà dice che i poliziotti sono dei puz­zoni. (Brown lancia un'occhiata preoccupata a King che si mette a "ridere forte. 'Erb torna ad interpellare Jackson) È vero che presto impiccherete uno? Mamma dice di sì.

Jackson                         - A te, ti vorrei impiccare.

‘Erb                               - (indietreggia) Oh, mamma. Dice che vuol impiccare me.

Mks. Brown                  - (ruvidamente) Ti starebbe bene. (A Kitty) Odio queste visite. Non si sa mai cosa dire.

Kitty                             - (levandosi bruscamente in piedi) Devo andare, Jock.

Roberts                         - Il tempo è mica finito ancora.

Kitty                             - (a Jackson) Non c'è un altro posto dove possiamo parlare?

Jackson                         - Mi spiace, signorina. Il parlatorio è questo. E non c'è altro.

Mrs. Brown                   - Spero di non avervi disturbata, figliola.

Kitty                             - No, anzi siete stata molto gentile. Bè, Jock, io me ne vado. Ma c'è una cosa che voglio dirti, prima. Ero venuta per questo, Jock... ma qui... ecco... Jock, sto per sposarmi con Tom. Sì. Mi rin­cresce, Jock.

Roberts                         - (alzandosi a mezzo) Non scherzare, piccola.

Kitty                             - Davvero. Domani dopo mezzogiorno. È già tutto pronto. Desideravo farla finita. E meglio anche per te. Voglio dire... che la situazione sia definita. Jock, io non potevo... non potevo aspettare, poi, lui mi vuole molto bene. Perdonami, Jock. Ti troverai un'altra ragazza più carina di me. Sono sicura che la troverai, Jock. E più coraggiosa, anche.

Roberts                         - Ma, Kitty...

Kitty                             - Ti prego... non dire niente, Jock. (A. King) Accompagnatemi all'uscita, per favore. Non ho altro da dire.

King                              - Va bene. Allora, figliolo, non vuoi salu­tarla?

Roberts                         - Ti posso dare un bacio, Kitty?

Kitty                             - Sì, Jock. (Jackson fa un cenno d'assenso. Roberts le si avvicina e l'abbraccia).

Roberts                         - Addio, amore.

Kitty                             - Addio. (Esce in fretta, piangendo).

Roberts                         - Kit. (Fa per seguirla. Jackson lo ferma).

'Erb                               - Ehi, si è messa a piangere. Mamma, hai visto la signora che piangeva?

Mrs. Brown                   - Tu sta' zitto.

Jackson                         - (lasciando andare Roberts) Va' ad aspet­tare al numero uno. (Roberts si avvia. Sulla porta si ferma e si volta, disperato).

Mrs. Brown                   - (a Roberts) Mi rincresce, figliolo. Ma è meglio così... meglio esser soli. Guardate me... (la voce le si fa tremante) ... e lui. (Brown si stringe nelle spalle con espressione mista di noia e d'irrita­zione. Roberts si allontana tristemente).

ENTRE-SCENE: RIPIANO DELLE SCALE

(Medworth attraversa la scena dirigendosi in biblio­teca; ha un libro in mano. Entra Roberts, tornando dal parlatorio).

Medworth                     - Che cos'hai, Jok?

Roberts                         - È finita, Medworth.

Medworth                     - Cos'è successo?

Roberts                         - È finita. C'è più niente da dire: m'ha piantato. Domani si sposa con un mio amico.

Medworth                     - Mi spiace, Jock.

Roberts                         - Ti ricordi quando m'hai letto la mano? Che avevo bisogno di amicizia, hai detto. Maledetti fetenti luridi porci amici come questo che m'ha por­tato via la ragazza. Ho bisogno di amici, io.

Jackson                         - (entrando con Brown) Dentro... dopo di lui. (A Medworth) Tu, sloggia. (Medworth esce) Hai niente?

Roberts                         - No, signore.

Jackson                         - Hai niente, Brown?

Brown                           - No, signore. Che possa morire se non è vero.

Jackson                         - Sta bene, ora vediamo. Aprite la camicia, ragazzi. Niente sigarette, niente quattrini, niente di niente? (Perquisisce Roberts).

Roberts                         - No, signore.

Jackson                         - Sotto, Brown, a te. Sigarette, grimaldelli, roba del genere niente, eh?

Brown                           - No, signore.

Jackson                         - Bè, fammi vedere.

King                              - (entrando) Ti cercano, Jackson; qui fuori. Mrs. Brown sembra che ce l'abbia a morte con te.

Jackson                         - Oh, all'inferno anche lei. (Avviandosi) E va bene, finisci tu qui.

King                              - (a Brown) Qua, dalle a me. Te le darò dopo. (Brown gli passa il pacchetto di sigarette avuto in parlatorio).

Jackson                         - (rientra) Non c'era nessuno.

King                              - Oh, mi spiace... mi sembrava proprio.

Jackson                         - Avanti, apri la camicia. (Perquisisce Brown) Va bene. Potete andare, giovanotti. (Si volge per raggiungere la cattedra. King restituisce rapida­mente le sigarette a Brown ed esce fischiettando).

LA CELLA DEL CONDANNATO

(La sera di lunedì. Jones e Gale giocano a dama. Tufnell, sdraiato sul letto, scrive. Ha la fronte incerottata).

Gale                              -  Di', la sai la storia della volpe e dei cani?

Jones                             - No. Non mi piacciono le storie.

Gale                              - Bè, vedi un po' se riesci a farcela.

Jones                             - È una parola: tu ne hai quattro e io una sola.

Gale                              - Avanti, muovi. Vecchio piedi-piatti rimbecillito.

Ttjfnell                          - Un po' più piano, per favore.

Jones                             - Oh, scusa, figliolo.

Ttjfnell                          - No, parlate pure. Ormai ho finito.

Jones                             - Oh, molto bene. Vieni a darmi una mano, fa' il piacere. Quest'animale mi sta mettendo nel sacco.

Tufnell                          - Povero Jones. (Si alza dal letto) Fate vedere. Muovete là... e là. Ecco: siete a posto.

Jones                             - (trionfante, esegue le mosse suggerite) Ecco. Così... e così... caro il mio furbacchione. Prendi su.

Gale                              - Già. Ma ti sei dovuto far aiutare dalla generazione giovane.

Jones                             - La vecchia generazione sapeva benissimo che mosse doveva fare... ma non le voleva fare... perché è di buon cuore.

Gale                              - Va bene, nonno. (A Tufnell) Un'altra poesia?

Tufnell                          - No. Solo una, lettera alla mia ragazza. Lo so che deve venire adesso, ma qui ho scritto tutto quello che vorrei dirle ma che non le potrò dire.

Jones                             - Puoi dire cosa vuoi, figliolo... non badare a noi.

Tufnell                          - Oh no, non è per questo. È soltanto che... bè, quando si vede qualcuno cui si vuol bene e... non si ha molto tempo a disposizione, non si riesce mai a dire ciò che si vorrebbe.

Jones                             - (tornando alla dama) Bè, lasciatemi riflettere. (Entra il sorvegliante-capo).

Il Sorvegliante-capo      - (a Tufnell) La visita... sta arrivando.

Tufnell                          - Oh, grazie. Quanto tempo ho?

Il Soevegliante-cafo      - Un'ora. (Esce. Nel mede­simo istante si sente cigolare la porta che si apre sulla griglia del parlatorio).

Jones                             -  Non ti preoccupare, figliolo... parla fin che vuoi e non darti pensiero del tempo.

Gale                              - Andiamo. (Lo accompagna alla porta).

Tufnell                          - (fuori scena) Ciao, Rosie. Come va? (Silenzio) Su, Rosie... non… (singhiozzi) essere sciocca. Io sto benissimo. Vedi che rido... guarda. (Continua a giungere l’eco di singhiozzi insistenti) Su, Rosie... Rosie... non fare così. (Il pianto si fa più allo) Oh, Rosie, per amor di Dio. (Gridando istericamente) Oh, Cristo santo. Non ci resisto più... (Rientra pallido e tremante, seguito da Gale. Il pianto si fa via via più fievole... si sente sbattere una porta. Poi, silenzio. Tufnell prende a camminare su e giù per la cella) Povera piccola. Non avrei dovuto farla venire. Come si è egoisti. Non ci si pensa mai. Non ci si pensa mai. Fin che non è troppo tardi... quando non c'è più niente da fare.

Jones                             - Mettiti a sedere, e cerca di scrivere an­cora, figliolo. Non se n'è andata. Ora si calmerà e fra un minuto la rivedrai di nuovo. (Tufnell seguita a camminare concitatamente per la cella. L'orologio della prigione batte le otto: il condannato si ferma ad ascoltare) Mettiti a sedere. Non prendertela. Tornerà subito.

Tufnell                          - Domani alle otto ci sarete anche voi, Jones? E voi, mr. Gale.

Gale                              - No, figliolo.

Jones                             - No, noi ce ne andiamo stasera alle dieci. Siediti, su.

Tufnell                          - Dio sia lodato. Non avrei sopportato il pensiero che...

Jones                             - Mettiti a sedere. Facciamo una partita, vieni.

Tufnell                          - Chi ci sarà domani?

Gale                              - Un certo Jackson.

Tufnell                          - Com'è? È odioso? Vero che lo odierò, mr. Gale?

Gale                              - Bè... nessuno di quelli che sono qui ha voluto accettare l'incarico.

Tufnell                          - E chi sarà l'altro?

Gale                              - Uno di Liverpool.

Tufnell                          - Lo conoscete, voi?

Gale                              - No. Non è mai stato qui.

Tufnell                          - E... quest'altro... deve venire stasera?

Gale                              - Viene a dormire qui. Sì.

Tufnell                          - Com'è?

Jones                             - Bè, lascia perdere. Mettiti a sedere. Mi fa girare la testa, vederti girare così. (Tufnell si siede) Jackson stava a Dartmoor al tempo della rivolta. Suppongo che non abbia giovato al suo carattere. Lo presero e lo mandarono dritto all'ospedale.

Gale                              - Chi fu... Smithy?

Jones                             - No... un altro. Allora il vecchio Jackson era poco più di una recluta, come Windy, qua. Pas­seggiava per il corridoio, con le mani in tasca, capisci, fischiettando. Ed ecco che una specie di gorilla sbuca da un angolo mentre lui passa, gli si getta addosso, lo porta di peso su per le scale... Jackson scalciava come un mulo pensando ch'era suonata la sua ultima ora... lo fa dondolare un po' oltre la ringhiera e lo lascia cadere. I fili che c'erano intorno lo frenarono un po'... ma ne uscì con una gamba rotta e la schiena malandata. Ah, lo conciarono per le feste, l'amico.

Gale                              - Già: è pressoché ammutolito. Però... lasciarsi smontare così.

Jones                             - Non darti aria, amico. Avrei voluto vedere te al suo posto. A me non m'incantano mica i gradassi, sai. E...

Il Sorvegliante-capo      - (entrando) La tua visita, Tufnell. È di là... di nuovo. (Esce. Gale riaccompagna Tufnell alla griglia. Entra il cappellano e va a sedersi accanto a Jones).

Tufnell                          - (fuori scena) Addio, Rosie. (Singhiozzi. Sapidamente) Abbiamo soltanto il tempo di dirci addio. Non c'è altro da dire. Ti amo, Rosie. Non dimenticarmi. Cercati un compagno. Addio, amore. Ti ho voluto bene sempre... tutta la vita. (La voce gli trema, incerta) Non lasciarti abbattere, piccola. Addio. (Rientra. Si mette a sedere di fronte al cappel­lano. Gale e Jones escono) Sapete che ore sono?

Il Cappellano                - Le otto e dieci.

Tufnell                          - Sono diventato come il « Coniglio Bianco »Sempre l'orologio alla mano.

Il Cappellano                - Ti è piaciuto, vero?

Tupnell                          - Sì. Mi ha fatto tornare ragazzo. (Gli porge la lettera) Datela a lei, per favore.

Il Cappellano                - Sì, certo.

Tufnell                          - Grazie. Bè, forse è meglio che me ne vada a letto. Mi sento stanco.

Il Cappellano                - Sì.

Tufnell                          - Vi vedrò, domattina?

Il Cappellano                - Sì. Ci sarò. (Tufnell lo guarda, poi gli si fa vicino).

Tufnell                          - Bè, padre, (gli prende la mano) grazie di tutto. Mi spiace per la settimana scorsa. E grazie ancora per « Alice ». Sono sempre perdonato?

Il Cappellano                - Sì, certo che sei sempre per­donato. E... nient'altro?

Tufnell                          - (con un sorriso) Vorreste che pregassi? Lo so. Povero padre, sempre al lavoro.

Il Cappellano                - Non ti dispiacerebbe?

Tufnell                          - No. Credo di no. (Si siede e raccoglie il viso fra le mani. Il cappellano si scopre il capo e rimane, in piedi accanto a lui).

Il Cappellano                - Padre onnipotente e misericor­dioso abbiamo errato distogliendoci dalla tua via, come la pecorella smarrita. Troppo abbiamo dato ascolto alle debolezze e ai desideri della nostra carne.

Tufnell                          - (alzando gli occhi) Non si potrebbe far entrare Jones e Gale?

Il Cappellano                - Certo. (Alla porta) Venite dentro. (I due sorveglianti entrano e si scorpono il capo, gof­famente commossi) Abbiamo offeso le tue sante leggi. Non abbiamo fatto le cose che avremmo dovuto fare, e abbiamo fatto invece quelle che non avremmo dovuto fare. E non c'è più pace in noi. (Unirà il sor­vegliante-capo che mormora qualcosa all'orecchio di Gale e poi esce. Come la porta si chiude con un tonfo, il cappellano alza gli occhi, leggermente irritato. Gale gli si avvicina).

Gale                              - Prima di uscire la signorina desidererebbe vedervi, signore.

Il Cappellano                - Sì, certo, (Proseguendo la pre­ghiera interrotta) Ma Tu, o Signore, abbi pietà di noi, miserabili peccatori. Perdona, o Signore, a coloro che confessano le loro colpe. Restituisci la pace ai penitenti...

ENTRE-SCENE: RIPIANO DELLE SCALE

(La mattina del giorno seguente, un quarto d'ora prima delle otto. Entra King che va a sedersi alla cat­tedra, poi il sorvegliante-capo Webb).

King                              - Buongiorno, signore.

Il Sorvegliante-capo      - Buongiorno. Tutto a posto?

King                              - Sì, signore.

Il Sorvegliante-capo      - Alla campana fateli rien­trare in cella. Non voglio grane. Inteso?

King                              - Sì, signore.

Il Sorvegliante-capo      - Alle otto meno dieci, i liberandi dal direttore. Pensateci voi. Poi, appena finito, li rimanderete in cella. Inteso?

King                              - Sì, signore.

Il Sorvegliante-capo      - Appena la, campana suona di nuovo li farete uscire. Lasciate che si fu­mino una sigaretta. Poi, passeggiata interna. Inteso?

King                              - Sì, signore. (Il sorvegliante-capo esce. King comincia a gridare) Muoversi. Rientrare in cella. Dabbasso i liberandi, senza bagaglio. Gli altri, in cella. Muoversi. (Aspro) Anderson, spegni la siga­retta prima che ti capiti un guaio. Avanti, chiudere. (Perdendo la calma) Anderson, vieni qui. Brown e Medworth, muoversi. (Entrano Brown e Medworth) Voi due appena parlato col direttore, tornate ih cella, prendete la vostra roba e - appena suona la cam­pana - vi trovate qui. (Entra Anderson) Tu sei in punizione. A me piace scherzare, ma non farmi prendere per scemo.

Anderson                      - Ma, signore...

King                              - (fuori di se) Fa' silenzio, negro del diavolo. (Anderson esce, offesissimo).

L'UFFICIO DEL DIRETTORE

(Poco prima delle otto. Entra King che saluta e va a fermarsi alle spalle del direttore, nel posto di solito tenuto dal sorvegliante-capo).

King                              - Buongiorno, signore. Sostituisco il sor­vegliante-capo.

Il Direttore                    - Va bene.

King                              - (chiamando) Anderson. (Anderson entra) Nome e numero di matricola, al direttore.

Anderson                      - Anderson 2740, signore.

King                              - Gli ho detto due volte di non fumare, signore... appena adesso,

 Il Direttore                   - (rilevando l'insolito umorismo di King) Allora?

Anderson                      - Non ho sentito, signore. Non ho sentito.

Il Direttore                    - La prossima volta che non senti, neanch'io ti starò a sentire. Capito?

Anderson                      - Sì,' signore.

King                              - Puoi andare. (Anderson esce. Entra Med­worth).

Il Direttore                    - Allora, Medworth, tutto bene?

Medworth                     - Sì, signore.

Il Direttore                    - Hai qualche amico dove andare?

Medworth                     - Ecco, andrò a passare qualche giorno a Southend, signore.

Il Direttore                    - Presso amici?

Medworth                     - No, in camera mobiliata, signore.

Il Direttore                    - Capisco. Bè, grazie per quel che hai fatto. Sono contento che tu mi abbia detto di Eiehards. Abbiamo potuto curare il male all'inizio. Sono persuaso che mi hai voluto aiutare.

Medworth                     - Sì, signore.

Il Direttore                    - Sei un galantuomo. Bè, non di­menticarti di noi. Il cappellano ed io siamo sempre qui: se possiamo esserti di aiuto, lo faremo volentieri.

Medworth                     - Sì, grazie, signore.

Il Direttore                    - C'è altro?

Medworth                     - Prego: potrei lasciare una lettera per un detenuto?

Il Direttore                    - No, mi dispiace, Medworth. No. È contro il regolamento.

Medworth                     - Capisco, signore.

Il Direttore                    - (si alza e gli porge la mano) Addio, Medworth. Buona fortuna. (Medworth esce. Entra Brown) Così, Brown, ci vuoi lasciare.

Brown                           - Stanotte mi veniva da piangere, signore.

Il Direttore                    - Persuaso. Ma... tutte le cose belle debbono finire, una volta o l'altra.

Brown                           - Infatti, signore.

Il Direttore                    - Torni da tua moglie?

Brown                           - Sissignore. Voglio cambiar vita, signore.

Il Direttore                    - (guardandolo con espressione ironica) È lei che viene a prenderti alla stazione di Notting Hill Gate, vero?

Brown                           - Come? Davvero, signore?

Il" Direttore                  - Lo domando a te.

Brown                           - Spero di no, signore. Che Dio ci liberi.

Il Direttore                    - Non fare il furbo, Brown. Lo sai che i poliziotti sono curiosi. Bè, vuoi darmi la mano?

Brown                           - Con piacere, signore. (Oli dà una stretta vigorosa) Addio, signore. (Sulla porla, a King) Addio, vecchio. (Esce).

Il Direttore                    - Un buon amico, eh? (Si volge sorridendo a King. Rilevando l'estrema emozione del sorvegliante gli batte sulla spalla amichevolmente, a testimoniargli la propria comprensione).

King                              - È quasi l'ora, signore.

Il Direttore                    - Fate un giro e assicuratevi che tutti siano in cella.

 King                             - (saluta ed esce. Fuori scena, gridando) Sveglia, Brown. In cella. (Tonfo di porta che si chiude. Poi, per la prima volta, un gran silenzio fascia il carcere. Il direttore si versa un whisky abbondante, va alla finestra e vuota il bicchiere d'un sorso. Guarda fuori, immobile, con il capo leggermente inclinato in avanti. Dopo qualche istante si raddrizza sulle spalle ed esce dirigendosi verso la cella delle esecuzioni).

ENTRE-SCENE: RIPIANO DELLE SCALE

(Entra King che si dirige lentamente verso la cat­tedra. Mentre attraversa il ripiano l'orologio della pri­gione comincia a battere le ore. Egli si ferma. Poi, all'ottavo rintocco, si scopre il capo. Dopo qualche istante si rimette il berretto e va ad appoggiarsi alla cattedra, con le mani contratte e tutti i segni di una estrema commozione. Suona la campana. Nella pri­gione si avverte di nuovo gualche segno di vita. King si ricompone).

King                              - (gridando) Aprire. (Rumore di porte che si aprono) Scendere tutti. Passeggiata interna. I liberandi qui... col bagaglio. (Calpestio di passi per le scale ma, per la prima volta, i detenuti scendono in silenzio. Entrano Brown e Medworth).

Brown                           - (a Medworth) Non è naturale... È come ti dico io, non è naturale.

King                              - (dalla cattedra) Silenzio. (Aspro) Non sei ancora uscito.

Brown                           - (dopo un istante di pausa) E quello che non è naturale, non è giusto.

King                              - Vieni qui. Cos'è che stai dicendo? (Entra il sorvegliante-capo. King non lo vede).

Brown                           - Dicevo che non è naturale e quello che non è naturale non è giusto.

King                              - Bè. Fai silenzio. (Dà un'occhiata al ba­gaglio di Medworth).

Il Sorvegliante-capo      - Vieni qui, Brown. (Brown gli si avvicina) Tieni, bevici su qualcosa... (gli mette in mano una moneta) ... e dammi, retta: sta lontano da Notting Hill Gate. (Entra Roberts: appare assai depresso).

King                              - Bè, giovanotto, cos'è che vuoi?

Roberts                         - Per favore, potrei salutare Medworth?

King                              - Sloggia, dai.

Il Sorvegliante-capo      - No, mr. King. Sì, certo figliolo.

Roberts                         - Bè, addio, Medworth. (Il sorvegliante-capo esce. King e sempre alla cattedra).

Medworth                     - (stringendogli la mano) Addio.

Brown                           - Addio, amico. (Roberts, immobile accanto a Medworth, non risponde).

King                              - Andiamo, ora. Vi accompagno all'uscita. (A Roberts) Vuoi venire anche tu fin sotto?

Roberts                         - No, signore.

King                              - Bè, allora va' con gli altri. Non star qui a sognare ad occhi aperti.

 IL REFETTORIO NUMERO DIECI

(Subito dopo: in gruppo, depressi e taciturni, si sono raccolti Paddy, Spencer, Smith, Anderson e un nuovo arrivato, Robinson, tipo scialbo e insignificante).

Anderson                      - Fa crescere le rose, ora. Fa crescere le rose, ora. (Silenzio) Sì, signore. Ora fa crescere le rose...

Paddy                           - E sta' zitto un po'.

Anderson                      - Gli inglesi sorridono sempre quando sono morti. Sorridono sempre quando sono morti. (Silenzio) Voi, mr. Robinson, siete arrivato ieri sera?

Robinson                       - Già.

Anderson                      - Vi volevo domandare... mica avete una cicca? Mica le voglio tutte. Non datemele tutte, mr. Robinson. Una sola mi basta.

Robinson                       - Mi spiace. Sono senza.

Anderson                      - Allora, niente da fare. Niente da fare, allora. Ve la chiederò un'altra volta. Ve la chiederò un'altra volta. (Entra Roberts) Oh, mr. Ro­berta. Hai una cicca, Joek? (Roberts non risponde) Brutto affare, mr. Roberts. Brutto affare, già. Bè, allora ne fumo una delle mìe. (Sì avvia alla porta).

Smith                            - (a Robinson) Quanto ti hanno dato?

Robinson                       - Parecchio.

Smith                            - Cos'hai fatto?

Robinson                       - Oh, una storia. Ho messo sotto un tizio mentre me la squagliavo col morto.

Smith                            - Cos'era, il morto?

Robinson                       - Pellicce. Per diecimila sterline.

Smith                            - Ce l'hai ancora?

Robinson                       - Già.

Smith                            - Ti servirebbe un socio, eh?

Robinson                       - Può darsi.

Anderson                      - (dalla porta, tornando indietro) Ehi, Smithy: Brovrn sta andando a prendere le carte. Vieni, presto.

Smith                            - (corre fuori, gridando) Addio, Brown. Salutami tanto mrs. Brown numero due. Addio, Romeo, addio.

Robinson                       - (a Spencer) Anche tu sei dentro per...

Spencer                         - No. Comandavo una squadriglia della R. A. F. Ho fatto un po' il matto sopra Oxford Street. Meno di cinquanta metri.

Anderson                      - E acrobazia. (Rientra Smith).

Robinson                       - (con ammirazione) Che bel tipo. (Suona la campana).

King                              - (fuori scena) Al numero quattro per la passeggiata. Tutti al numero quattro per la passeg­giata.

Robinson                       - Cos'è questo?

Spencer                         - Passeggiata. Andiamo?

Smith                            - Ehi, lascialo stare. Robinson è amico mio. Stiamo per fondare una società. Vieni. (Esce con Eobinson).

Anderson                      - (a Spencer, che appare perplesso) Andiamo, ammiraglio. Racconta al vecchio Arthur di quando pilotavi la fortezza volante. Al vecchio Arthur piace sentir raccontare delle fortezze volanti. E in Inghilterra non fa che piovere. Sì, non sarebbe più Inghilterra se venisse il sole. (Esce con Spencer).

King                              - (fuori scena) Avanti, muoversi. Tutti al numero quattro per la passeggiata. (Roberts rimane immobile, fissando la fotografia di Kitty).

Paddy                           - (seduto) Sei giù, Jock?

Roberts                         - Vorrei essere al posto di Tufnell. Non si tratta di essere giù. Si tratta di farla finita. (Si siede pesantemente al tavolo).

Paddy                           - Ci si trova male, qui... dopo Tufnell. Io...

Roberts                         - Anche tu?

Paddy                           - (facendaglisi sopra) Oh, su con la vita, ragazzo. Non sarà eterno.

Roberts                         - Due anni.

Paddy                           - L'ho provato anch'io, in principio. Ma si può sopportare... con un compagno. (Pausa. Paddy, immobile alle spalle di Roberts, gli guarda fissamente i capelli. Alza una mano per accarezzarli, poi si trat­tiene) Tieni, prendi una sigaretta.

Roberts                         - Oh, grazie.

Paddy                           - Prendine ancora una.

Roberts                         - Ma non...

Paddy                           - Non ci pensare. Ne avrai delle altre, quando queste saranno finite. Basta che tu me lo dica.

Roberts                         - Sei un amico, Paddy.

King                              - (fuori scena) Tutti al numero quattro, per la passeggiata. Muoversi, muoversi.

Paddy                           - Andiamo su insieme, vuoi?

Roberts                         - Perché no?

Paddy                           - Andiamo, avanti. (Circonda col braccio la vita di Roberts ed escono insieme. Subito dopo la testa di King spunta dalla porta. Il sorvegliante con­tinua a gridare).

King                              - Tutti al numero quattro. Avanti, muoversi. Sveglia, mica siamo ad Hyde Park la domenica sera. Muoversi, muoversi. (In tono più alto e aspro) O' Brien! Roberts! C'è un paio di braccialetti qui, per gli sposi a braccetto. (Fa oscillare le manette) Avanti. Muoversi. Sveglia, ragazzi. (Esce. Seguita a giungere il trepestio di passi in cadenza e l'eco di voci sommesse).

FINE

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