Piccoli equivoci

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ridotto marzo. 2009/ok

PICCOLI EQUIVOCI

due tempi di

Claudio Bigagli

personaggi

Paolo, trent'anni

Enrico, trent'anni

Francesca, trent'anni

Giuliano, trent'anni

Piero, sui quaranta

Sophie, sui venti

PRIMO TEMPO Scena prima

Soggiorno/sala da pranzo/cucina di un appartamento abba­stanza spazioso, arredato con un certo gusto, ma con mobili per lo più rimediati d'occasione, d'epoca e moderni. Non dà, comunque, l'idea di una casa povera. E ' una casa di attori.

Un baule di scena, di quelli verticali, semiaperto, con dei ve­stiti appesi, ne è un primo indizio, anche se, da contenitore di abiti, è stato trasformato in una specie di credenza. Sulla destra, un po ' indietro, c 'è un divano con un abat-jour a stelo accanto e un televisore davanti, appoggiato direttamente sul pavimento.

Sulla sinistra, quasi in proscenio, un tavolo quadrato, di quel­li che si possono allungare, con due o tre sedie. Sempre sulla sinistra, praticamente in quinta, si intravede la cucina.

E' notte. Paolo sta fumando al buio seduto al tavolo. La televisione trasmette un programma dei primi anni ottan­ta, che sono quelli in cui è ambientata la commedia. Il suo schermo illumina tenuamente il divano, dove c'è un plaid mez­zo buttato per terra.

C'è un lampo che viene da fuori e, dopo qualche secondo, si sente un lontano brontolio di temporale. Suonano alla porta. Paolo guarda da quella parte, ma non si muove, fa ancora un tiro con calma, poi spegne la sigaretta e va ad aprire. E' in ciabatte, e ha addosso dei vecchi pantalo­ni di una tuta e una felpa stropicciata. Una tenuta da casa ma, volendo, anche da notte.

PAOLO - Ciao.

ENRICO - Ciao, stavi dormendo?

PAOLO - No, no, mi ero buttato sul divano...

ENRICO - Va be', ripasso domani.

PAOLO - No, no, entra, entra.

Paolo accende delle luci. Enrico lo segue: è un bel ragazzo, vestito bene.

PAOLO - Ma che ore sono?

ENRICO - Eh... quasi le due, ho fatto un po' tardi.

Paolo spegne la televisione e tira su il plaid.

ENRICO - Sono salito direttamente, c'era il portone aperto.

PAOLO - Hai fatto bene. (Si siede sul divano) Siedi.

ENRICO - No, sono stato seduto fino adesso. Anzi sdraiato.

Ridacchia, ma Paolo non gli va dietro. Una pausa. Enrico fa due passi per la stanza e si ripiazza davanti all'amico.

ENRICO - E te che hai fatto stasera?

PAOLO - Che ho fatto?... Niente di particolare, sono andato da una mia amica.

ENRICO - Da chi?

PAOLO - Da una. Si chiama Patrizia, non la conosci.

ENRICO - Hai scopato?

PAOLO - No, è una così, che conosco...

ENRICO - E' carina?

PAOLO - Sì, insomma. Poi è molto simpatica. Una pausa. Enrico ripasseggia per la stanza.

PAOLO - E te, che hai fatto stasera?

ENRICO - Sono passato da Luisa.

PAOLO - Mh.

ENRICO - Gliel'ho messo.

PAOLO - Gliel'hai messo?

ENRICO - Sì.

PAOLO - Tutto bene?

ENRICO - Sssì... però appena finito m'ha preso uno sconfor­to... E' bona Luisa, ma è una così.

PAOLO - Sei troppo caotico, Enrico.

ENRICO - Sì, lo so, però... quando sono lì non ce la faccio a trattenermi. Mi piacerebbe essere come te. Mi piacerebbe riu­scire ad aspettare la cosa giusta.

PAOLO - Sono cinque mesi che aspetto.

ENRICO - Cinque mesi?

PAOLO - Sì.

ENRICO - Io non ce la farei.

PAOLO - Nemmeno io.

Sorridono. Enrico, accende la radio in cucina. Sono tutti due un po' tesi e imbarazzati.

Pausa.

PAOLO - Quanto s'è fatto col sistema?

ENRICO - Sette.

PAOLO - Ce l'hai la schedina?

ENRICO - No, l'ho buttata via.

PAOLO - E perché l'hai buttata via?

ENRICO - Perché l'ho buttata via? Che me ne facevo, non ti fidi?

PAOLO - No, che c'entra, la volevo guardare.

ENRICO - Ti potevi alzare prima. Avevi detto che la guarda­vamo insieme.

PAOLO - Lo so, ma non ce l'ho fatta.

ENRICO - Ma come fai ad alzarti alle cinque del pomeriggio? Io mi sentirei male.

PAOLO - No, ma in questi giorni cerco di alzarmi presto. Oggi è andata così.

ENRICO - Mi sembri un vampiro, mi sembri!

Un lampo da fuori e un tuono un po' più presente. Enrico spe­gne la radio.

ENRICO - Allora, cosa mi devi dire?

Comincia a piovere. I due guardano verso la finestra.

PAOLO - Lo vuoi un caffè? ENRICO - Mh... Lo faccio io?

PAOLO - No, ci penso io, ci penso.

Raggiungendolo in cucina, prende una giacca appoggiata su una sedia e se la infila.

PAOLO - Che tempo di merda.

ENRICO - Mi sa che ho un po' di febbre.

PAOLO - A me, però l'inverno mi piace.

ENRICO - No, io non lo sopporto.

PAOLO - La vuoi un'aspirina?

ENRICO - Sono a stomaco vuoto.

PAOLO - Non hai mangiato?

ENRICO - Sì, ho mangiato, ma ho già digerito tutto.

PAOLO - Prendi un po' di pane... che l'hai spostato tu il ba­rattolo del caffè?

ENRICO - No.

Poco convinto.

PAOLO - No, mi pareva d'averlo messo da un'altra parte. Ho una testa...

Paolo comincia a preparare il caffè. Enrico si siede al tavo­lo. Una pausa.

ENRICO - Quando torna Francesca?

PAOLO - Fra un mesetto, ma riparte subito.

ENRICO - Vuoi venire da me?

PAOLO - No, ne approfitto per andare dai miei qualche giorno.

ENRICO - Sicuro?

PAOLO - Certo. E' una vita che non li vedo.

Una pausa. Paolo mette il caffè sul fuoco e rimane a guarda­re il fornelli.

ENRICO - Te li hanno mandati i soldi?

PAOLO - Sì.

ENRICO - E come stanno?

PAOLO - Bene.

ENRICO - Quant'è il telefono?

PAOLO - Trecento.

ENRICO - Trecento? E che hai fatto?

PAOLO - E che ne so?

Una pausa. Enrico si siede al tavolo.

ENRICO - Un po' di soldi e li dovrei dare anch'io.

PAOLO - Va be', quanto avrai telefonato.

ENRICO - Va be', qualche cosa...

PAOLO - Lascia perdere. (Paolo si siede davanti a Enrico e lo guarda fisso. Enrico abbassa lo sguardo) Il provino com'è andato?

ENRICO - Mi sembra bene.

PAOLO - T'ha fatto leggere il copione?

ENRICO - Sì.

PAOLO - Com'era?

ENRICO - Mah, mi sembrava interessante.

PAOLO - Lui è uno bravo.

ENRICO - Comunque mi ha già detto che non c'è una lira.

PAOLO - Mh... Quando te la dà la risposta?

ENRICO-Non lo so, ci deve pensare... Perché non vai anche tu?

PAOLO - No, se mi vuole mi chiama, tanto mi conosce.

Una pausa.

ENRICO - Io a te ci tengo... Perché tu sei una persona che stimo...

PAOLO - Anch'io ci tengo.

ENRICO - Ecco, allora vediamo di chiarire quello che c'è da chiarire e non parliamone più.

Una pausa. Sono sempre più tesi.

PAOLO - Ma non lo so... Sono tutte cose che c'ho io nella te­sta... Non lo so se...

ENRICO - Va be', non ti preoccupare.

Una pausa.

PAOLO - Sai, un conto è pensarle, certe cose, e un conto è dirle... Una volta, da piccolo, mi son fissato che le macchie sul muro significassero dei tumori e, quando le guardavo, avevo paura di ammalarmi.

ENRICO - Anch'io faccio delle cose strane, Paolo. A volte, mentre mia madre è in casa, vado in salotto e mi masturbo sen­za chiudere la porta a chiave. Sono cose normali.

PAOLO - Certo... Una volta mi son fissato che uno mi voleva ammazzare. Ma uno così... solo perché mi guardava strano.

ENRICO - E' successo anche a me.

PAOLO - Ah sì?

ENRICO - Sì, sono cose normali.

PAOLO - Mh. (Sbadiglia)

ENRICO - Sei stanco?

PAOLO - Insomma.

Si alza e va ai fornelli. Una pausa.

ENRICO - C'è qualcosa di particolare che ti ho fatto?

PAOLO - No.

ENRICO - Se c'è qualcosa... Magari non me ne sono accor­to, non lo so...

Una pausa. Paolo mette le tazzine in tavola.

PAOLO - No, non è qualcosa... Cioè...

Una pausa.

ENRICO - Senti...

PAOLO - No, perché prima mi pareva di aver chiaro tutto... Ora mi sembrano anche delle stronzate...

ENRICO - A questo punto le cose vanno dette, se no...

PAOLO - Ma infatti.

Una pausa.

ENRICO - Allora?

PAOLO - Bisogna che ti faccia un esempio.

ENRICO - Fammelo.

PAOLO - Hai presente Giuliano?

ENRICO - Sì.

PAOLO - Come ci vedi me e Giuliano?

ENRICO - In che senso?

PAOLO - Secondo te, siamo amici?

ENRICO - Non lo so, mi sembra di sì.

PAOLO - Siamo stati un anno senza vederci, come se fossi­mo morti.

Una pausa.

ENRICO - Come mai?

PAOLO - Allora... (Con difficoltà) Giuliano a casa sua non ha la doccia.

Una pausa.

ENRICO - (Sorride nervoso) E' per questo.

PAOLO - (Sorride nervoso) No. (Il caffè comincia a passare) Il caffè!

Spegne il gas e serve il caffè.

ENRICO - Allora? (Beve)

PAOLO - (Beve) Allora... (Durante il racconto diventa sem­pre più nervoso) Stavamo cercando una casa... Io stavo in una pensione, lui divideva un buco d'appartamento con un tipo stra­no, dove non c'è neanche la doccia, così abbiamo deciso di pren­dere una casa insieme... Poi io mi metto con Francesca, lei ci aveva la casa... e così, insomma, sono venuto ad abitare con lei. Lui ci rimane male, però guarda, gli dico, non ti preoccupare, Francesca è un amica, la conosci anche te, gliel'ho già detto, non c'è problema, quando hai bisogno vieni. Poi, tanto lei sta sempre in giro col teatro. Quando vuoi, vieni qua, ti fai la doc­cia, mangiamo insieme, no? Che problema c'è? Francesca parte in tournée e Giuliano comincia a venire tutti i giorni. Si fa la doccia e poi mangiamo insieme. A pranzo e a cena. Una volta, mentre esce dal bagno, gli vedo delle macchioline sulla schiena e gli domando se se ne era accorto. E lui: "Sì sì, sono funghi, devo essermeli presi al mare." Ora, devi sapere che con queste cose io c'ho un po' di problemi. Tempo prima m'ero preso le piattole e per mandarle via c'a­vevo messo dei mesi... Poi m'era venuta una verruca e anche lì... Insomma, a me queste cose mi danno proprio fastidio.

ENRICO - Lo so, non me ne parlare, anche me.

PAOLO - Comunque, lo so, ci sono anche dei funghi che non si attaccano, ma se quelli i Giuliano s'attaccavano o non s'at­taccavano non lo sapevo e domandarglielo mi sembrava brut­to. Giuliano è uno permaloso! Casomai avrebbe dovuto dirmelo lui, ma la gente a volte, su queste cose è un po' superficiale! Così, insomma, mi son messo a disinfettare tutto e poi, in­somma, mi son detto, ma che cosa me ne importa? Ogni tanto, però, questo fatto mi tornava in mente e ci rimu­ginavo per delle ore. Dopo un po', ma fai conto dopo un mese, gli richiedo informa­zioni sui funghi, se avesse provato a mandarli via, e lui mi fa, tipo, che non gliene frega niente. Ma me lo dice in un modo strano. Più tardi entro nel bagno e mi accorgo che ha lasciato il suo asciu­gamano sopra il mio... Allora torno di là e, con molto tatto, gli dico che avevo bisogno di stare un po' da solo, perché ero in un momento particolare. "Sì sì - mi fa - non c'è problema". Cominciammo a non uscire più insieme... però continua a ve­nirsi a lavare più o meno regolarmente. Non ci rivolgevamo quasi più la parola: veniva, faceva la doccia e andava via. Una sera, mentre disinfetto tutto, mi viene in mente che il ba­gno di casa mia non era mai stato pulito come in quel perio­do, e mi sono messo a ridere. Poi però mi s'è gelato il sangue. Tutta quella pulizia era cominciata, di colpo, da quando ave­vo chiesto a Giuliano delle macchioline - prima era sempre un casino - ma lui non aveva fatto nessun commento. Mentre è uno che dice, (quasi folle) "oh, che bel pranzetto!", non ave­va mai detto, "oh, che bella pulizia!" Allora m'è il sospetto che avesse capito tutto, che lo sapesse perfettamente quanto quel­le macchioline fossero per me un problema, ma che non glie­ne importasse proprio niente! Ho cominciato a cercare un modo per non fargli più usare il mio bagno e l'unica soluzione m'è sembrata quella di scomparire. Ho acceso la segreteria telefonica e, quando suonavano alla por­ta, guardavo sempre dallo spioncino prima d'aprire. Sono stato un po' meglio. L'unica cosa che m'infastidiva era il suo asciugamano, perché era rosso e, ogni volta che entravo in ba­gno mi saltava agli occhi. Così, dopo qualche giorno, l'ho infila­to in una busta di plastica e l'ho messo in fondo a un armadio. Ma anche lì ne sentivo la presenza. Così, una volta che butta­vo via della roba vecchia, c'ho messo dentro anche quello e vaffanculo! Dopo tre mesi ho incontrato Giuliano a una festa e, come se niente fosse, ci siamo messi a scherzare. L'ho accompagnato a casa e, dopo avermi salutato, è tornato alla macchina e mi ha detto: "Posso venire a farmi una doccia?" Sono stato contento. Ero più tranquillo. Francesca era di nuovo in tournée, in estiva e mi faceva piacere frequentare gli amici. E' venuto, abbiamo anche mangiato e siamo andati a un cinema. Quando sono tornato a casa, sono entrato in bagno e ho pen­sato, non disinfetto niente! Poi, però, accanto al mio, ho visto il suo nuovo asciugamano, rosso, identico a quello di prima, e non sono riuscito a dormire. Ha ripreso a venire tutti i giorni. Piano piano mi sono convin­to non solo che non gli importava niente di darmi fastidio, ma che me lo facesse apposta, perché non si era mai lavato così tanto in vita sua. Era un'idea lancinante: pensare una cosa del genere di un amico... ti può distruggere. Abbiamo smesso di nuovo di parlare e sono arrivato a una nuo­va conclusione: lui sapeva che sospettavo che me lo faceva ap­posta e continuava il suo gioco per farmi impazzire! Così a un certo punto gli ho detto: "Giuliano, quell'asciuga­mano è un po' che sta lì, forse sarebbe ora che lo lavassi". Adesso lo prendi, ho pensato, e qui non ci rimetti più piede! Lui l'ha preso e ce ne ha messo uno pulito. Il giorno dopo, per telefono, gli ho detto che non lo volevo più vedere. Siamo stai un anno senza vederci... quella volta lì.

Una pausa. Paolo è distrutto. Enrico è molto teso, accende una sigaretta.

PAOLO - (Senza guardarlo) Me ne dai una? (Enrico gli por­ge il pacchetto, Paolo non lo prende) Mi fa male la testa. (Una pausa) Ora questa cosa l'ho superata. (Una pausa) A Giulia­no gli voglio bene.

ENRICO - (Controllandosi, ancora con le sigarette a mezz'a­ria) Che mi devi dire? Una pausa.

ENRICO - Paolo.

Una pausa.

PAOLO - Scusa... fai conto che non t'abbia detto niente... Scu­sa... ci devo pensare.

Una pausa. Enrico scatta in piedi e grida, isterico:

ENRICO - Mi hai rotto i coglioni, hai capito!? M'hai rotto i coglioni! Prima stai dieci giorni senza farti sentire, poi ci ve­diamo e mi dici che mi devi parlare, vengo qui e non mi dici un cazzo!? (Pausa) Eh, non mi dici un cazzo!? (Pausa) Vaf­fanculo!

Dopo aver aspettato ancora qualche secondo una risposta, En­rico va via. Paolo rimane un attimo assorto poi abbassa la te­sta, vede le sigarette di Enrico sul tavolo, le prende, corre alla porta d'ingresso, si ferma, le guarda, torna in cucina e le but­ta nel secchio della spazzatura.

Buio.

Scena seconda

Stessa scena, un mese dopo. E' mattina. Francesca, con una giacca da uomo sopra il pigiama, sta parlando al telefono.

FRANCESCA - Sì... mh, mh, mh... No, questa settimana non posso... Eh... devo vedere della gente, ho da fare, vengo la set­timana prossima... Papà come sta?... Bene, bene... Oddio, mamma... Mamma sme... Mamma, non ti ci provare, hai capi­to?... Guarda che ti faccio fare una brutta figura... Allora io non torno... Non torno... Non me ne importa niente... Va bene... Sì, sto bene, tutto a posto. (Si sente lo scarico del bagno) Va bene, alla prossima settimana... D'accordo... E non lo so quando ar­rivo, dipende da che ora mi sveglio... D'accordo, ciao, ti ba­cio... Ciao, mammina, ciao.

Chiude. Va in cucina e continua a preparare la colazione. En­rico la raggiunge uscendo da destra, dove immaginiamo la ca­mera da letto: ha addosso una vestaglia da donna.

FRANCESCA - Buon giorno, signore, ben alzato!

ENRICO - Buon giorno. Oh, che brava, hai già fatto il caffè.

FRANCESCA - Te lo avrei portato a letto.

ENRICO - Che meraviglia.

Francesca serve e cominciano a mangiare.

FRANCESCA - Ti ha svegliato il telefono?

ENRICO - No, ero già sveglio.

Una pausa.

FRANCESCA - Enrico, secondo te, io sono una zitella?

ENRICO - (Ride) Com'è che ti viene in mente questa cosa?

FRANCESCA - (Sorride) Mia madre s'è fissata, mi vuol far sposare un medico, così mi sistemo.

ENRICO - Non sarebbe mica una cattiva idea. E' ricco?

FRANCESCA - Mh. E' anche bello.

ENRICO - E allora sposati, che t'importa? Francesca sorride. Mangiano.

FRANCESCA - Non riesco più ad andar a trovare i miei, sono sei mesi che non ci vado. Quando sono lì mi piglia una tristezza, una nostalgia... Dormo ancora nella camera di quando ero bam­bina. E' rimasta uguale. Ci sono delle bambole che hanno più di vent'anni e sono praticamente... intatte. I miei, invece, sono invecchiati, me ne sono resa conto di colpo l'ultima volta... Sono andata a cercare le fotografie di quando si sono sposa­ti... di quando mi tenevano in braccio sulla spiaggia. Figurati, mio padre tutto atletico, maresciallo dei carabinieri, (sorride) un uomo vitalissimo... Adesso non fa più niente, ha voluto an­dare in pensione, fa dei lavoretti per la casa. Si è spento... Ogni volta che ci parlo ci litigo... Se mi sposassi sarebbero le per­sone più felici del mondo... Io vorrei avere un figlio, così mi sembrerebbe più naturale che loro invecchiano, che invecchio anch'io... con lui che cresce... Ma non si può fare un figlio solo per questo. (Mangiano) Perché non ti sei fatto più sentire?

ENRICO - Mah, così, ho avuto un po' di casini.

FRANCESCA - Anch'io sono in un periodo... Una pausa.

ENRICO - L'hai letto l'articolo su Robert Redford, su Re­pubblica?

FRANCESCA - No, che diceva?

ENRICO - Pare che abbia aperto un centro di cinema indi­pendente, fuori da Hollywood, dove vuole lavorare solo con i giovani. Quasi quasi gli scrivo. Gli dico che so bene l'inglese, che in Italia non si riesce a lavorare e poi chissà.

FRANCESCA - Sì, potresti farlo... Se sapessi l'Inglese lo fa­rei anch'io. Una pausa.

ENRICO - Vi siete visti con Paolo?

FRANCESCA - No, quando vengo, lui va via. Abbiamo de­ciso così, finché non trova casa.

ENRICO - Ma tu gli avevi detto qualcosa di noi?

FRANCESCA - No, perché?

ENRICO - Così... Abbiamo litigato. Cioè, m'ha fatto pratica­mente capire che non mi vuole più vedere. E' un mese che non ci sentiamo.

FRANCESCA - Ma sai, lui è così, è un po' particolare, è sta­to così male, lo sai, no?

ENRICO - Lo so, lo so.

FRANCESCA - Anche me non mi vuole vedere... Però, cer­to, è una cosa diversa.

ENRICO - Eh sì.

FRANCESCA - Io spero, comunque, di rimanerci amica, per­ché è una persona che non voglio assolutamente perdere, per­ché gli voglio veramente bene.

ENRICO - Tu, comunque, non gli hai detto niente.

FRANCESCA - No, non gli ho detto niente.

Una pausa.

ENRICO - A me questa cosa mi ha proprio sballato.

FRANCESCA - Il fatto che avete litigato?

ENRICO - Sì.

FRANCESCA - Va be', magari poi gli passa.

ENRICO - Perché sai... essere lasciato da un amico è proprio una cosa... Finché ti lasci con una donna è un altro discorso... Si sta male, sì, però... è un fatto, bene o male, al quale uno ha un'abitudine mentale... Sono proprio in crisi, guarda, sono pro­prio in crisi.

FRANCESCA - Ma non ti ha detto niente?

ENRICO - M'ha raccontato una storia assurda su Giuliano su un asciugamano...

FRANCESCA - Ah, s', la conosco.

ENRICO - Ma capisci? Una cosa allucinante. Per un attimo ho pensato che fosse diventato matto... M'ha fatto questo esem­pio e poi non m'ha detto più niente. Ma che va dallo psicana­lista?

FRANCESCA - Non lo so, ci doveva andare, ma poi diceva che stava meglio... Come stava in questo periodo?

ENRICO - Mi sembrava che stese di nuovo bene, ma uno che ti fa un discorso così...

FRANCESCA - Spero proprio che stia bene... non lo sai quel­lo che ho passato... Dopo due mesi che c'eravamo lasciati, m'ha chiamato e m'ha detto che era disperato, che si voleva am­mazzare. Io che cosa gli potevo fare? Quando non sei più innamorata... Però stavo malissimo, perchè gli voglio un bene incredibile a Paolo. Poi mi ha detto che di me, da quel lato lì, non gliene importa­va più niente, perché stava male per delle altre cose che lo os­sessionavano. Ma delle cose assurde! Aveva paura a stare da solo e... siccome diceva che ai suoi ami­ci non gliene importava niente, è andato dai suoi genitori, e lì al paese...

ENRICO - Io son dovuto partire, dovevo lavorare.

FRANCESCA - E... lì al paese, in un bar aveva sentito un di­scorso fatto da un ginecologo che diceva che le donne che vi­sitava erano poco pulite, che avevano delle infezioni... E allo­ra voleva che io andassi dal mio ginecologo a chiedere se la vagina, generalmente, fosse una cosa pulita oppure no, capi­sci? (Sorride) Perché diceva che le donne, quando si lavano, si lavano solo esternamente. Io gli ho spiegato che era una cosa naturale, ma lui mi a detto che voleva esserne sicuro. Insomma, dai picchia e mena, l'ho portato a parlare con un me­dico amico mio che gli ha spiegato tutto... Ma, quando siamo andati via, mi ha detto che comunque non poteva essere certo di niente perché io e il mio amico medico potevamo esserci messi d'accordo per non farlo star male... Allora gli ho consi­gliato di andare dallo psicanalista.

Una pausa. Fumano.

ENRICO - Senti, Francesca, ieri sera ero venuto qui per par­larti di una cosa, ma poi...

FRANCESCA - Dimmi.

ENRICO - Io volevo proporti di dirglielo a Paolo che siamo stati insieme, di spiegargli come è andata, che... Io credo che se glielo diciamo spontaneamente...

FRANCESCA - Io credo che ci siano delle cose che è inutile dire.

ENRICO - Sì.

FRANCESCA - Sono sicura che non sa niente.

ENRICO - Mh.

FRANCESCA - Però, se glielo vuoi dire, diglielo pure. (En­rico si alza. Si alza anche Francesca e comincia a mettere a posto) Sono cose che succedono.

Enrico la bacia. Si baciano. Francesca canticchia qualcosa e continua a mettere a posto.

ENRICO - Voglio andare in Australia. Mi metto a fare una cosa qualsiasi. Non conosco che attori. Io li ammazzerei tutti gli at­tori. Non penso altro che al giorno in cui sarò famoso e potrò fare quello che voglio. Tutto quello che faccio adesso mi sem­bra che non abbia importanza. E' come se fossi fra due pa­rentesi. E queste parentesi si allargano sempre di più: ormai sono distanti dieci anni... Secondo te io sono un bravo attore?

FRANCESCA - Sì.

ENRICO - C'è l'ortolano, sotto casa mia, che fa sempre del­le scenette, dei personaggi, e mi sembra più bravo di me. E in­tanto ha il negozio, vende la frutta, l'insalata... Io cosa vendo?... Io dico che sono un attore, ma lo può dire chiunque. Cos'è un attore che non fa l'attore? E poi che cosa vuol dire arrivare? Che cosa faccio quando sono un divo? Mi compro una bella casa e comincio a pensare di più a me, ai rapporti con le per­sone... metto su famiglia. Adesso sono in guerra, ma poi ri­metterò i conti con tutti... Ma io sono come sarò allora o come sono adesso?... Paolo diceva che tu eri la donna della sua vita... che non gli importava più niente di niente, perché c'eri tu... per­ché c'era qualcosa di più importante... E io non ho potuto fare a meno di venire con te. Una pausa.

FRANCESCA - A me Paolo non mi piaceva più. ENRICO - Più pensavo che era una cosa assurda, più la vo­glia mi aumentava. E' incredibile come mi piacesse guardarti quando c'era anche lui. E' incredibile.

FRANCESCA - Adesso è tutto finito.

Buio.

Scena terza

Stessa scena, un mese dopo. Ora di pranzo. Suonano alla por­ta. Dopo un po ', Paolo appare da destra, dalla zona letto, in pigiama, coprendosi gli occhi con una mano per la luce. Suo­nano ancora. Paolo apre.

GIULIANO - Ulalalau!

PAOLO - Ulalalau! Giuliano!

Queste parole strane, questi suoni, sono dei versi gergali che fanno parte di una convenzione maturata insieme alla loro ami­cizia.

Mentre Giuliano entra continuano a scambiarsi questi saluti a soggetto, poi cominciano un altro gioco che fa sempre par­te del rituale.

Giuliano porta dei blue jeans stretti, un giubbotto di pelle, sciarpa, un berretto di lana con la nappa rossa e una borsa a tracolla. Ha in mano un paio di occhiali da motociclista.

GIULIANO - (Indicando la camera da letto.) Ma e... asciaa-nabaie... ha' messo? Ha' piazzato?

PAOLO - (Annuendo e sminuendo) Haiu mess' nu poco, chia-no chiano. (Indica verso la camera.) Bella longa, biond, tet-ton, culon, cazzon... No, no cazzon: fregnon! Tutto questo è detto più a gesti che a parole. Le parole sono quasi incomprensibili, anche se ne loro senso devono essere capite, naturalmente. E' un gioco, non volgare.

GIULIANO - (Indicando verso il letto) 'A varra!

PAOLO - Ma che varra!?

GIULIANO - (Come sopra) Longo longo, niro niro, c''a var-ra tosta...

PAOLO - (Alludendo alla "varra") A proposito, l'hai porta­ta o ci devo pensare io?

GIULIANO - Adesso arriva col fattorino.

PAOLO - No, perché se no puoi usare la mia. L'ho messa nel frigorifero: bella longa, intirizzita.

GIULIANO - No, ma ora viene la mia.

PAOLO - Sì, ma arriva tutta moscia. Te la potevi porta' "die­tro".

GIULIANO - Sono venuto col motorino.

PAOLO - (Sorridendo) Col motorino? Moto Piaggio?

GIULIANO - (Sorridendo) Mo t'o piazzo.

PAOLO - (Acchiappandolo all'improvviso da dietro) Mo t'o piazzo! Mo t'o piazzo!

GIULIANO - (Divincolandosi) E la miseria, ma che hai sta­mani!

PAOLO - (Come sopra) Mo t'o piazzo!

GIULIANO - (Si svincola) E stai calmo!

PAOLO - (Canterellando) Mi songo svegliato c'a varra tosta, 'a varra tosta, a varra to'.

GIULIANO - Ma stavi dormendo?

PAOLO - 'Tacci tua.

GIULIANO - Hai capito.

PAOLO - Ma che ora sono?

GIULIANO - L'una e quaranta.

PAOLO - Orca la miseria, avevo messo la sveglia alle dieci...

GIULIANO - Sì...

PAOLO - No, davvero, mi sto svegliando presto a questi gior­ni, solo che ieri sono andato a letto tardi. Scusa, mi sciacquo la faccia.

GIULIANO - Che hai fatto?

PAOLO - (Entrando in bagno) Niente, ho visto la televisione.

GIULIANO - Beato te. Riuscissi io a dormire così tanto:

PAOLO - (Fuori scena) Ti sei svegliato molto presto?

Rumore di acqua che scorre.

GIULIANO - Alle nove. Ho dormito quattr'ore.

PAOLO - (FS) E che hai fatto ieri sera?

GIULIANO - Ho visto Sophìe.

PAOLO - (FS) Aaaah...

GIULIANO - No, così, siamo andati in un posto con dei suoi amici.

PAOLO - (FS) Lascia perdere.

GIULIANO - Ma figurati, non me ne importa più niente.

PAOLO - (FS) Sì.

Fine del rumore dell'acqua.

GIULIANO - M'ha chiamato lei, non ci volevo neanche andare.

PAOLO - (FS) Mh.

GIULIANO - Davvero, non me ne importa più niente, ci sono ricascato troppe volte. (Unapausa. Rumore dello scarico del ba­gno. Paolo rientra in scena) Tempo fa, ero a Milano, non ci pen­savo neanche più, mi telefona alle tre di notte: "Pronto, ciao, come stai, ho voglia di vederti." Sono venuto qui per il riposo - duecentocinquantamila lire d'aereo, per far prima - : grande passione. Poi io torno su e lei va in montagna. Mi telefona dopo tre giorni e mi dice che s'è innamorata del maestro di sci.

PAOLO - Io con le attrici non ci voglio più avere niente a che fare. Mi posso una bella panettiera... con forno avviato.

GIULIANO - Ma infatti.

PAOLO - La vuoi una spremuta?

GIULIANO - Mh.

PAOLO - Ma sì, fàmose una bella spremuta alla faccia di tut­ti! (Paolo va in cucina. Giuliano posa gli occhiali, si toglie il beretto, la borsa a tracolla, il giubbotto e si mette seduto) Do­mani ricomincio a lavorare.

GIULIANO - Sono contento. Cosa fai?

PAOLO - vado a doppiare. Faccio un serial da protagonista.

GIULIANO - Bene.

PAOLO - Mi danno un casino di soldi. Ho detto: o mi date i soldi o ve lo fate da voi. Me li hanno dati.

GIULIANO - Bene, sono contento.

PAOLO - Bisogna fare anche queste cose, se no... A casa non posso più chiedere niente, sarebbe anche ora.

GIULIANO - Ma infatti, è tutto lavoro.

PAOLO - E poi voglio cominciare a scrivere.

GIULIANO - Io ho smesso, non mi viene in mente niente.

PAOLO - Mah, neanche a me. (Sorridono. Una pausa) Giu­liano, e vuoi puoi farti la doccia.

GIULIANO - (Assente) Eh?

PAOLO - (Affacciandosi) C'è lo scaldabagno acceso, se vuoi puoi farti una doccia.

GIULIANO - Ah, non lo so, poi vediamo. (Paolo continua a fare le spremute) Ieri sera ho visto Enrico.

PAOLO - Ah, dove?

GIULIANO - Lì, in quel locale dove ero con...

PAOLO - Come stava?

GIULIANO - Mah, bene... Abbiamo un po' cazzeggiato. E' venuto al nostro tavolo, poi io, dopo un po , sono andato via.

PAOLO - (Porta le spremute) Tiè, beviti la spremuta. Ulalau. (Bevono. Paolo accende una sigaretta) Sei triste?

GIULIANO - Mi fa male un dente.

PAOLO - Ostia. Il dentista?

GIULIANO - Domani ci vado... Oh, che bella spremutina!

PAOLO - Ulalau!

GIULIANO - Ulalau!... Senti, ma avete litigato?

PAOLO - Perché, t ha detto qualcosa?

GIULIANO - No, però non vi avevo più visti insieme.

PAOLO - E un paio di mesi che non ci vediamo.

GIULIANO - Ah, e com è?

PAOLO - Mah, tutta una serie di cose. Ora se ti dovessi dire... non mi va di vederlo. Mi pare proprio che non abbiamo nien­te in comune, non me ne importa niente...

GIULIANO - E un tipo strano, Enrico, è proprio strano.

PAOLO - Con chi era?

GIULIANO - Parlava con della gente, ma loro non sono ve­nuti a sedere.

PAOLO - Io di lui non mi fido... M è rimasto impresso come si è comportato con una mia amica.

GIULIANO - Che ha fatto?

PAOLO - (Lo guarda fisso) Ha... Lui se la voleva fare ed è andato a casa sua. Lei lì per lì c'è stata, ma poi non gliel'ha voluta dare perché gli ha detto che era innamorata del suo uomo e che non le andava di tradirlo con uno che non le interessava più di tanto, in quel senso lì... E lui è venuto da me a dirmi che se ne era follemente innamorato, che soffriva, e mi ha prega­to di farglielo sapere. Io gliel'ho detto e lei, dopo un po', c'è stata. E dopo lui m'ha detto che in fondo non gliene importa­va niente, perché le donne sono tutte troie... E poi con il suo fidanzato faceva l'amico, quando ha cominciato a frequentar­la. Di uno così non ci si può fidare. Perché è stato falso anche con me, che non c'entravo niente... Poi credo che m'abbia fre­gato delle telefonate.

GIULIANO - Lui non è generoso. Io quando uno non è ge­neroso non lo sopporto.

PAOLO - E' strano.

Una pausa.

GIULIANO - Ieri faceva lo stronzo.

PAOLO - Come, lo stronzo?

GIULIANO - Faceva lo stronzo, lì, con Sophìe.

PAOLO - Ah sì?

GIULIANO - Sì. Non lo so se faceva lo stronzo lui o se face­va la stronza lei, comunque stronzeggiavano.

PAOLO - (Sorride) Mh.

GIULIANO - Sono convinto che ieri sera sono andati a letto insieme.

PAOLO - Ah, così?

GIULIANO - Va be', ma cosa me ne importa.

PAOLO - Ma no, forse...

GIULIANO - Sono passato prima davanti a casa di Sophìe e c'era una macchina uguale a quella di Enrico.

PAOLO - Ma lo sai quante ce ne sono di macchine uguali alla sua? L'hai presa la targa?

GIULIANO - Sì.

PAOLO - Fammela vedere.

GIULIANO (Gli dà un foglietto) Tieni.

PAOLO - (Guardando il foglietto) No, non me la ricordo.

Gli rende il foglietto.

GIULIANO - Comunque, appena vedo la sua macchina con­trollo. Così, tanto per saperlo.

PAOLO - perché non provi a chiamarla?

GIULIANO - Sì, e tanto anche se c'è Enrico non me lo dice.

PAOLO - Mh.

GIULIANO - Potresti telefonare tu.

PAOLO - E ti pare che me lo venga a dire a me?

GIULIANO - Sì, ma te non ti conosce bene come voce.

PAOLO - Ma dai, mi riconosce, qualche volta abbiamo parlato.

GIULIANO - D'accordo, ma per telefono, non lo so, ci met­ti il fazzoletto.

PAOLO - Il fazzoletto, dai.

GIULIANO - C'hai mai parlato per telefono?

PAOLO - No, non lo so, non mi pare.

GIULIANO - E allora?

PAOLO - E che le dico?

GIULIANO - Le dici che sei un amico di Enrico.

PAOLO - E come faccio a sapere che è lì?

GIULIANO - Che ne so? Avrà lasciato un recapito.

PAOLO - Dove?

GIULIANO - A casa sua, nella segreteria telefonica.

PAOLO - Ma quando c'è passato da casa sua, se andato a da Sophìe?

GIULIANO - E' vero.

PAOLO - Hai visto?

Una pausa.

GIULIANO - No, con il comando a distanza! Ha lasciato il

recapito con il comando a distanza!

PAOLO - Ma Enrico non ce l'ha il comando a distanza!

GIULIANO - E lei che ne sa?

PAOLO - Ma lui lo sa!

GIULIANO - Ma che te ne frega, appena viene a rispondere tu riattacchi e basta! Una pausa.

PAOLO - E se non c'è andato che figura gli facciamo fare?

GIULIANO - Ma lei non sa neanche come si chiama! Lo chia­mi per cognome. Ieri sera era mezza ubriaca, se non c'è anda­ta a letto, a quest'ora se lo sarà già scordato.

PAOLO - E se sono andati a dormire a casa di Enrico?

GIULIANO - No, Sophìe non è così, se li porta a casa lei.

PAOLO - Va be'...

GIULIANO - Allora diciamo che Sophìe la chiami tu ed En­rico lo chiamo io.

PAOLO - Chiamiamo. Vanno al telefono. Paolo non si decide.

GIULIANO - Vai.

PAOLO - Un attimo... Dunque, gli dico che sono dell'agen­zia di Enrico e che lo cerco per lavoro.

GIULIANO - Va bene.

PAOLO - (Alza la cornetta) Dimmi il numero. (Spegne la si­garetta)

GIULIANO - Vai, ottantaquattro...

PAOLO - Otto quattro...

GIULIANO - Settantadue...

PAOLO - Sette due... Aspetta un momento. (Chiude) Che fac­cio, ci metto il fazzoletto?

GIULIANO - Mettici la manica del pigiama.

PAOLO - Mh. (Esegue)

GIULIANO - Ottantaquattro.

PAOLO - Ma no, faccio senza, tanto non serve a niente.

GIULIANO - Va bene.

PAOLO - (Forma il numero) Ottantaquattro.

GIULIANO - Settantadue.

PAOLO - Settantadue.

GIULIANO - Quattro cinque quattro.

Paolo fa cenno che non gli risponde nessuno. Giuliano gli se­gnala di attendere.

VOCE AL TELEFONO - (Maschile e assonnata) Hallo?

PAOLO - Pronto?

Giuliano appiccica l'orecchio alla cornetta.

 VOCE AL TELEFONO - En mommento pe favvore... (Rumori e misto di voce maschile e femminile fuori fuoco, poi voce fem­minile, roca e assonnata, con leggero accento francese) Pron­to?... Pronto?

PAOLO - (Cercando di camuffare la voce) Eh... pronto? Buon giorno, qui è la S.C.A. , vorrei parlare con il signor Zano.

VOCE AL TELEFONO - (Un sospiro) Ha sbagliato numero, arivedderci. (Rumore della cornetta che chiude)

PAOLO - La miseria.

GIULIANO - M ha sbattuto il telefono in faccia, stava dor­mendo.

GIULIANO - C era uno?

PAOLO - Mh mh.

GIULIANO - Era Enrico?

PAOLO - No, non era Enrico, era straniero.

GIULIANO - Sei sicuro?

PAOLO - Sì. (Unapausa) Hai visto che non c'era.

GIULIANO - Ma che cazzo me ne frega, non me ne frega un cazzo!

PAOLO - Ma infatti.

Una pausa.

GIULIANO - Che hai il giornale?

PAOLO - Mh? No.

GIULIANO - Potevo portartelo io.

PAOLO - Non me ne importa.

GIULIANO - Volevo andare in bagno. Devi andarci tu?

PAOLO - No no, vai pure.

Giuliano sfila dalla sua borsa un grande asciugamano rosso e sparisce nel bagno.

Paolo lo segue con lo sguardo, rassegnato. Poi guarda la bor­sa e ha un idea: dopo aver origliato alla porta del bagno, sale su una sedia e prende sopra a un mobile un pacco fatto con un giornale, lo apre, c'è un asciugamano rosso. Infila l'a­sciugamano nella borsa di Giuliano, sotto tutto il contenuto, ricompone la borsa, butta la carta del pacco nella spazzatu­ra. Si lava accuratamente le mani, va a sedersi sul divano e chiude gli occhi.

Buio.

Scena quarta

Stessa scena, tre ore dopo.

Fuori sta imbrunendo. Paolo è steso sul divano. Dorme. Si sve­glia di colpo, guarda fuori, guarda che ore sono.

PAOLO - Giuliano... (Si tira su a sedere, guarda le cose di Giuliano, si volta verso il bagno e chiama) Giuliano... Oh, Giu­liano!

GIULIANO - (Fuori scena) Sì, eccomi.

Si sente lo scarico del bagno. Paolo guarda la borsa di Giuliano. Entra Giuliano, con l'asciugamano rosso sul collo, a torso nudo. E' distrutto. Paolo lo guarda allucinato.

GIULIANO - Scusa... mi sono messo a pensare...

PAOLO - (Agitato) M'ero addormentato. Una pausa. Giuliano si siede.

GIULIANO - Sto male, Paolo, Dio come sto male. Non ce la faccio più, Paolo, non ce la faccio più.

Comincia a piangere e si appoggia con la schiena alla spal­liera del divano. Paolo si alza schifato e va a sedersi al tavo­lo, in proscenio.

PAOLO - Cosa c è?

Il comportamento di Paolo durante il monologo di Giuliano è a soggetto. Si sappia che Paolo, probabilmente, coglie solo dei bocconi del racconto di Giuliano, solo i punti che lo colpiscono di più - forse gli ricordano qualcosa - per il resto segue dei suoi ragionamenti. Può avere delle pause di completa immo­bilità, come se fosse in trance, ogni tanto può guardare la bor­sa, può agitarsi, alzarsi e sedersi di nuovo, fare dei lievissimi gesti inconsulti... E' una situazione di estrema tensione.

GIULIANO - Non mi riesce di sfogarmi con nessuno... Non mi riesce di sfogarmi con nessuno... Ho provato tutti i modi per starci insieme. Prima si parlava di completa fedeltà, poi lei m ha detto che, sì, si doveva essere fedeli ma, se proprio ca­pitava una cosetta, non si doveva essere così ossessivi. Ma que­sto era pacifico: è normale che qualche volta capiti di avere del­le avventure. E allora per qual motivo me lo vieni a dire? An­dava tutto così bene... E me l ha detto mentre partivo, all ae­roporto, dopo una notte d'amore. (Si alza e va da Paolo) Il giorno prima era stato il suo compleanno e io ero venuto ap­posta da Catania. E lei, la sera, alla festa, aveva cominciato a stronzeggiare con un cretino. Ma come, vengo da Catania per­chè mi dici che ti farebbe tanto piacere che ci fossi anch io, porto i regali, e tu cominci a fare la stronza? "Eh, ma io vo­glio ballare, non essere ossessivo, voglio stare anche con i miei amici". Ma quello con cui ballavi tutta attaccata non era un tuo amico, era l amico di un tuo amico! Tu sarai stata anche in buona fede, ma lui no: era tutta la sera che ti faceva il filo, davanti a me, con la faccia come il culo! Ma poi un deficiente... A un certo momento si messo a fare a braccio di ferro - perchè andava in palestra - e vinceva tutti. E tutte quelle troie che gli facevano il tifo! Si può essere più cretini di così? Mettersi a fare a braccio di ferro! Io ero ubriaco, ero così incazzato di tanta stupidità che a un certo punto c ho voluto fare anch io. E ho perso. Allora mi sono sentito proprio ridicolo. Perché appena ho perso non ci sono stati i soliti commenti, c era silenzio: (con un sorriso da ebe­te) tutti zitti, con la faccia da scemi. E lui ha mandato un'oc­chiata a Sophìe, come in un torneo medievale. A quel punto non mi rimaneva che fare a cazzotti e c ho an­che pensato di dargliene uno bello secco sul muso, a quel cre­tino, ma Sophìe ha ridato il via alla conversazione, poi qual­cuno ha messo un disco... E a me è rimasto dentro questo caz­zotto e mi sono ripromesso di darlo a lei, e non ho aperto più bocca per tutta la sera. E lei mi diceva: "Che hai?" "Nien­te, non ho niente." E non vedevo l'ora di andare a letto per romperle il culo, a quella stronza! E continuavo a bere: ero ubriaco perso. Ma quando sono arrivato in camera, invece di incazzarmi, mi sono messo a piangere come un bambino. E, invece, lei si è incazzata come una iena!E m ha comin­ciato a dire che ero impossibile, ossessivo, paranoico, che non capivo un cazzo che non si poteva più andare avanti... Glie­lo volevo dire io che non si poteva più andare avanti e in­vece me l ha detto lei! (Piange, si asciuga il viso con l'a­sciugamano e lo getta con rabbia sul divano. Paolo non lo vede, perso nei suoi pensieri. Giuliano gli si fa sotto, quasi a incalzarlo.)

Ma io non ero paranoico: mentre ballavano, lei, senza farsene accorgere, gli faceva così così (si strofina leggermente il pet­to) sulla schiena!

Ma non ne ero proprio sicuro. Comunque gliel ho detto... e ca­sino. Abbiamo deciso di lasciarci, poi invece abbiamo fatto l a­more tutta la notte e mi sono convinto che erano tute paranoie. Sì, perchè una può anche ballare stretta così per gioco. Lui co­munque era arrapato. Appena si sono staccati sono andato a controllare e sono quasi sicuro che ce l'aveva dritto. La mattina, all'aeroporto, mi dice: "Dio, quanto ti amo! Però cerchiamo di non chiuderci, cerchiamo di essere disponibili verso gli altri." "Certo." "Certe cose non hanno importanza." "Ciao, amore." "Ciao, amore."Duecentomila lire di telefono per sapere che cosa intendeva con "certe cose non hanno importanza". Le ho detto che sarebbe stata o solo mia o per niente... e ci siamo lasciati. Poi ci siamo rimessi insieme, ma ogni volta che avvicinava qual­cuno mi sembrava che se lo volesse scopare. E allora la rila­sciavo, ma lei mi ricercava. Mi ricerca sempre... Poi mi sono accorto che stava con uno. Me ne sono accorto per caso, per una cosa banale... Uscivamo tutti insieme, una sua amica le teneva banco, mi stronzeggiava davanti, mi facevano passare da cre­tino... Stavano insieme da tre mesi. Ma, anche se non mi ami, come ti permetti di farmi passare da cretino!? Allora vuol dire che non mi vuoi nemmeno bene! Allora vuol dire...

PAOLO - (Grida) Basta! Basta!

Giuliano si blocca, leggermente stupito dal tono dell'amico. Allora Paolo si alza come per abbracciarlo, ma non ne ha il coraggio, visto che l'altro è a torso nudo e quasi di schiena. Così aggiunge, dolcemente:

PAOLO - (Calmo) Non devi pensarci, Giuliano, devi stare cal­mo... Poi le cose si aggiustano, hai capito? Basta.

Ma a questo punto si accorge dell'asciugamano gettato sul di­vano e riprende a gridare.

PAOLO - (Grida) Basta! Hai capito? Basta! Me lavuoiriem-pire d'asciugamani questa casa!? Eh!? Me la vuoi riempire d'a­sciugamani!? Buio.

Scena quinta

Stessa scena. Notte. Paolo è seduto al tavolo al buio, come a inizio atto. E' ancora in pigiama.

In fondo al palcoscenico, sulla destra, si illumina un esterno con una cabina telefonica. Enrico entra nella cabina e com­pone un numero.

Suona il telefono, Paolo lo guarda, ma non va a rispondere. Scatta la segreteria e sentiamo la sua voce registrata.

VOCE DI PAOLO REGISTRATA - Questa è la segreteria di Paolo e Francesca, se volete potete lasciare un messaggio dopo il segnale acustico, grazie. (Bip)

ENRICO - Paolo?... Paolo ci sei? Sono Enrico... Paolo?... Sei in casa?... Paolo, ti devo dire una cosa importante, ti vorrei ve­dere. Mi chiami?... Ciao.

Enrico riaggancia il telefono e, dopo aver riflettuto per qual­che secondo, esce dalla cabina e si allontana. L'esterno scompare.

Paolo si accende una sigaretta, poi va al telefono, compone un numero e, aspettando alla cornetta, scompare nella zona letto. In fondo al palcoscenico a sinistra, si illumina una camera d'al­bergo. E' notte. Sta suonando il telefono. Francesca accende la luce sul comodino. E' nel letto insieme a un uomo, stavano dormendo. Francesca risponde al telefono.

FRANCESCA - Pronto?... Paolo, come stai, che succede? (L'uomo nel letto si copre la testa con il cuscino) Ma no, fi­gurati... Ma non ti preoccupare, tu mi puoi chiamare quando vuoi... Allora, cosa c'è topolino? Stai male?... Ma certo che puoi restare, che problema c'è?... E va be', vuol dire che per un po' ci vivremo insieme, io non ho problemi... E certo, poi con co­modo ti sistemi. Basta che stai tranquillo, capito?... Stai tran­quillo?... Certo che ti voglio bene... Ti voglio bene, sì... Ma tu come stai?... Meno male... Sono contenta... Meno male...

Buio.


SECONDO TEMPO

Scena prima

Stessa scena. Un mese dopo, ora di cena. E' notte. La tavola, è stata tirata più al centro ed è apparec­chiata. In cucina una pentola fuma sul fornello acceso. La por­ta d'ingresso è aperta. Rumore di passi fuori scena.

PAOLO - (Fuori scena) buona sera, signora, ben tornata.

FRANCESCA - (FS) Oh, l'amichetto mio, quanto tempo!

PAOLO - (FS) Ciao Piero.

PIERO - (FS) Ciao Pa'.

PAOLO - (FS) Come stai?

FRANCESCA - (FS) Non c'è male.

Rumore di bacetti.

PAOLO - (FS) No, aspetta, questa la prendo io... Anche que­sta.

PIERO - (FS) No, lascia...

PAOLO - (FS) Va be', dai.

Entrano dalla porta d'ingresso. Francesca ha una borsa a tra­colla e un mazzo di rose rosse in mano. Paolo e Piero sono carichi di valigie.

FRANCESCA - Mh, senti che profumino!

Posa la borsa per terra.

PAOLO - Un arrostino. Meno male che siete arrivati in ritar­do, è quasi pronto.

Piero e Paolo posano le valigie. Piero è bello e robusto, sui quarant'anni. Paolo è vestito bene: ha una giacca fresca e bella.

PAOLO - Ammazzalo la roba che ti sei portata, France'.

FRANCESCA - Non è tutta mia, è anche sua. Posa le rose sul divano.

PERO - Io ce n'ho una sola.

FRANCESCA - Ma io sono una signora, ragazzi, ho bisogno di qualche vezzo.

PAOLO - Oh, cara.

FRANCESCA - La mia casina! Non mi sembra vero.

PAOLO - Ah, France , c è anche una mia amica.

FRANCESCA - Ah, bene... E dov è?

PAOLO - E in bagno.

FRANCESCA - Ah.

PAOLO - Butto la pasta.

Va in cucina.

FRANCESCA - Che voglia avevo di venire a Roma! Paolo controlla l'acqua sul fuoco e si appoggia all'acquaio.

PIERO - (Alludendo alle valigie) Francesca, queste le porto in camera?

FRANCESCA - Come ti pare, tanto le metto a posto domani. Vado un attimo in bagno.

Francesca si affaccia un momento in cucina. Piero porta le va­ligie in camera.

FRANCESCA - Dov è la tua amica, nel bagno piccolo o in quello grande?

PAOLO - Eh... in quello grande, credo.

FRANCESCA - (Si avvia di corsa) Dio, me la sto facendo ad­dosso. Non ho avuto neanche il tempo di struccarmi.

Attraversa il palcoscenico ed esce da dove è uscito Piero. Paolo entra in soggiorno con un forchettone in mano e guar­da un attimo le rose. Arriva anche Piero.

PAOLO - Caro Piero.

PIERO - Caro Paolo.

PAOLO - Tu come stai?

PIERO - Abbastanza bene.

PAOLO - Lo spettacolo come va?

PIERO - Mah, va bene. E andato male a Torino, ma va bene. Le critiche c hanno tartassato. Parlavano bene solo di France­sca. Comunque la gente, per fortuna, viene.

PAOLO - Eh, il nome...

PIERO - Eh, beh, sai, quella, poverina, fa pena ma il pubbli­co la vuole vedere.

FRANCESCA - (Fuori scena) Piero?

PIERO - (A Francesca) Sì? (Si avvia, solerte. A Paolo) Scusa. Esce.

PAOLO - Figurati.

Torna in cucina.

FRANCESCA - (FS) Piero, mi prendi il collirio nella borsa?

PIERO - (FS) Quella in soggiorno?

FRANCESCA - (FS) Sì, quella. Quante ce n'ho di borse?

Piero torna in soggiorno e fruga nella borsa.

PIERO - Francesca, non lo trovo.

FRANCESCA - (FS) Ma come? Sotto gli asciugamani. Dai, che mi è andato il sapone negli occhi. PIERO - Sciacquateli.

FRANCESCA - (FS) Piero, me li sono già sciacquati!

PIERO - (Continuando a cercare) Non c'è.

FRANCESCA - (FS) Ma porca miseria, (esce dal bagno) fam­mi vedere a me!

PIERO - Guarda.

Francesca entra in scena strizzando gli occhi e va a frugare nella borsa.

FRANCESCA - Hai ragione, forse ce l ho di là. Scusi dotto .

Francesca esce. Piero ricompone la borsa. Paolo si riaffaccia col forchettone.

PAOLO - (Immobile) Come la volete la pasta, butto gli spa­ghetti?

FRANCESCA - (FS) Ma non l'hai ancora messa?

PAOLO - (Guarda la pentola) L'acqua non bolliva.

FRANCESCA - (FS) Metti la pasta corta.

Paolo guarda deluso il forchettone e lo butta nell'acquaio.

PAOLO - Francesca, il collirio ce lo dovrei avere anch io.

FRANCESCA - (FS) Non fa niente, l'ho trovato.

Si sente una porta che si apre e che si chiude. Sophie entra in

soggiorno.

SOPHIE - (A Piero) Ciao, mi chiamo Sophìe.

Si danno la mano.

PIERO - Piacere, Piero.

Entra Francesca stropicciandosi gli occhi.

Arriva anche Paolo.

PAOLO - Francesca, lei è Sophìe.

FRANCESCA - Ciao, Francesca.

SOPHIE - (Sorride) Sì, lo so. Ciao.

Anche Francesca sorride. Si danno la mano.

PAOLO - Allora io butto la pasta.

Torna in cucina.

SOPHIE - Hai una bella casa.

FRANCESCA - Ti piace?

SOPHIE - Sì, molto.

FRANCESCA - E tranquilla, poi è molto luminosa.

SOPHIE - Sì, lo so.

Una pausa.

FRANCESCA - Solo che non riesco a starci mai.

SOPHIE - E un peccato.

FRANCESCA - Eh, lo so. (Una pausa) Vado a salutare me­glio Paolo.

PIERO - Scusate, io vado un attimo in bagno. SOPHIE - Prego.

Piero esce. Francesca va in cucina.

Sophie scosta le rose e si siede sul divano.

Paolo ha messo il sale nell'acqua e ora sta buttando la pasta.

FRANCESCA - Che pulizia. Sei diventato proprio una brava massaia.

PAOLO - Eh, bisogna.

FRANCESCA - Come la fai la pasta?

PAOLO - Ho fatto il sugo della mia mamma.

FRANCESCA - Il sugo della tua mamma? Oh, che bravo bam­bino, ha fatto il sugo della sua mamma! (Si abbracciano. Poi, con un sospiro) Oh, mon Dieu!

PAOLO - Come stai?

FRANCESCA - Mh.

PAOLO - Non sei contenta?

FRANCESCA - Odio tutti, mio caro, odio tutti.

PAOLO - Ma su...

FRANCESCA - Non li sopporto più, non li posso più vedere.

PAOLO - Ah, proprio così?

FRANCESCA - Sono tutti ruffiani, delle testa di cazzo. Non riesco più a trovare una persona per bene. Sono meschini! Mi sono stufata. Appena c è qualcuno che gli fa comodo, diven­tano de cagnolini. Ormai non li posso più vedere, mi viene da vomitare. Non vedo l'ora di finire... Lo spettacolo fa schifo, qui a Roma faremo un tonfo tremendo.

PAOLO - Ma no, vedrai che andrà bene, si vedono tante di quelle cose orrende...

FRANCESCA - No, no, ci massacrano. Spero solo in qualche modo di salvarmi come attrice.

Una pausa. Piero entra in soggiorno, vede Francesca e Pao­lo abbracciati "da amici " e si versa da bere.

PIERO - (A Sophìe) Un po' di vino?

SOPHIE - Sì, grazie.

Ne versa un bicchiere anche a lei. Francesca lo sbircia.

PAOLO - (Abbassando la voce) E con Piero come va?

FRANCESCA - Stai zitto, va', mi ha fatto così arrabbiare! Non riusciva a trovare l'imbocco per l'Aurelia, siamo stati un ora sul raccordo.

PAOLO - (Sorride) Meno male, se no avreste trovato l'arro­sto crudo.

FRANCESCA - Comunque va abbastanza bene. E tu?

PAOLO - Io sto bene.

Sparisce in quinta a girare la pasta. Francesca lo segue. Piero porta il vino a Sophìe e prende in mano il mazzo di rose per potersi sedere accanto alla ragazza, ma non sa dove met­terlo.

FRANCESCA - (Uscendo dalla quinta) Dallo a me, dallo a me!

Va a prendergli i fiori dalle mani e risparisce in cucina. Sophìe le grida dietro:

SOPHIE - Sono bellissime quelle rose!

FRANCESCA - (Fuori scena) Grazie!

SOPHIE - (A Piero) Gliele hai regalate te?

PIERO - No, un ammiratore.

Si siede e tocca con il suo il bicchiere della ragazza.

PIERO - Cin.

SOPHIE - Salute.

Si sorridono.

PIERO - Tu di dove sei, francese?

SOPHIE - Sì.

PIERO - Di dove?

SOPHIE - Di Lione.

PIERO - Ah, bella!

SOPHIE - La conosci?

PIERO - Mah, così, ci sono stato per il festival del teatro.

SOPHIE - Ah!

PIERO - Sì, così, per poco tempo... E cosa fai qui?

SOPHIE - Come lavoro, dici?

PIERO - Sì, come...

SOPHIE - Mah, io facevo un po' l'attrice, ma ora ho cambia­to: faccio il Centro Sperimentale come regista.

PIERO - Ah, dev'essere bello. Le si avvicina.

SOPHIE - Sì, abbastanza.

Entra Francesca e si guarda in giro. Anche loro la guardano.

PIERO - Cerchi qualcosa?

FRANCESCA - Il vaso.

PAOLO - (Fuori scena) E' qua dietro, sul mobile.

FRANCESCA - Scusate.

PIERO - E di che?

Francesca torna in cucina.

SOPHIE - E tu fai l'attore?

PIERO - No, io lavoro in teatro, ma non faccio l'attore. Sono un tecnico.

SOPHIE - Beh, interessante.

PIERO - Mah, così... Sono direttore di scena.

SOPHIE - Ah, e ti piace.

PIERO - Insomma.

SOPHIE - Dev'essere un lavoro di responsabilità.

PIERO - Sì, ma anche di routine.

SOPHIE - Ti piacerebbe recitare?

PIERO - No, per carità, c'ho un altro tipo d'interessi.

SOPHIE - Cosa?

PIERO - Mi piacerebbe studiare il mare.

SOPHIE - Bello.

PIERO - Sì, sai, tipo quelli che vanno a fare le riprese sotto­marine?

SOPHIE - Dev'essere molto interessante.

PIERO - Sì. Prima o poi lo farò...

Tira fuori le sigarette e gliene offre una.

PIERO - Vuoi?

SOPHIE - Non fumo, ma una la prendo.

PIERO - Ah.

Ridono e accendono.

PIERO - Lo parli bene l'Italiano.

SOPHIE - Mio padre è italiano.

Suonano alla porta.

Paolo e Francesca sbucano dalla cucina.

PAOLO - E chi è?

FRANCESCA - Aspetta.

Gli passa un grosso vaso con le rose che ha in mano e va al citofono.

FRANCESCA - (Al citofono) Sì?... Vieni, vieni, dobbiamo an­cora cominciare.

Riaggancia.

PAOLO - Chi è?

FRANCESCA - (Torna da Paolo) E' Enrico, l'ho invitato io.

PAOLO - Francesca...

FRANCESCA - Ti dispiace?

PAOLO - Ma no...

FRANCESCA - Così la smetti con le tue stronzate.

Francesca va alla porta d'ingresso, la apre. Entra Enrico con una bottiglia di vino in mano.

FRANCESCA - Ciao, Enrichino! Come stai?

ENRICO - Ciao, bella.

Si baciano.

Paolo rimane dov'è, mezzo nascosto dal vaso che tiene con tut­te e due le mani.

FRANCESCA - Lui è Piero.

ENRICO - Piacere, Enrico.

FRANCESCA-Lei...

ENRICO - Ciao!

SOPHIE - Ciao, come stai!?

ENRICO-Non c'è male.

FRANCESCA - Vi conoscete?

ENRICO - Sì. Paolo?

FRANCESCA - E' Di là, sta controllando la pasta.

Enrico va da Paolo.

ENRICO - Ciao, Paolo, come stai?

Paolo finalmente si scopre.

PAOLO - Bene, e tu?

ENRICO - Bene.

Enrico gli dà la mano. Paolo gli porge il gomito.

PAOLO - Scusa, il vaso...

ENRICO - Niente, figurati.

Enrico lo indica e sorride. Paolo fa lo stesso.

FRANCESCA - Se magna?

PAOLO - E' pronto! (A Enrico) Scusa.

Gli passa il vaso con le rose e va in cucina.

Buio.

Scena seconda

Una cabina telefonica, la stessa notte.

SOPHIE - Pronto?... Ciao, amore, come stai?Stavi dormen­do?... Sono andata a cena da una mia amica... Da Elvi... Sì, l'in­segnante d'inglese, a via Merulana. Mh... Mi sa che rimango a dormire qui perchè ho un po' bevuto, (rumore di un gettone che scende nel telefono) non ce la faccio a tornare a casa... Sì, sono in una cabina, lei non ha il telefono non ti ricordi?... No, ma non bevo, non bevo, solo che abbiamo mangiato benissi­mo, c'era il vino buono... C'era un po' di gente, ma sono an­dati via. Mi ero addormentata, sono scesa proprio per non far­ti venire le paranoie, non so neanche come ce l'ho fatta... Mh, mh, mh... Meno male, mi raccomando... Bene. Tu come stai?... Tutto bene?... Sono contenta... Bene... Ciao, amore, ciao, ti chia­mo domani... Anche tu mi manchi tanto... Ciao, amore. (Un ba­cio)... Non mi reggo in piedi, mi metto subito a letto. Buio.

Scena terza

Una strada davanti al portone di un palazzo, la stessa notte.

PAOLO - Io sto bene, adesso, Enrico, sto proprio bene. Mi sen­to tranquillo, equilibrato... Uno a volte passa dei momento un po'...

ENRICO - Certo, certo...

PAOLO - Se non fossi venuto tu, ti avrei cercato io, puoi es­serne certo.

ENRICO - L'importante è che ti sia passata.

PAOLO - Domani ti chiamo. Vieni a cena qua.

ENRICO - D'accordo.

PAOLO - Poi, magari, andiamo al cinema.

ENRICO - Va bene. Ciao.

Si danno la mano e si abbracciano.

PAOLO - Ciao.

ENRICO - A domani, ciao.

Enrico si avvia. Paolo lo segue con lo sguardo. Enrico torna indietro.

ENRICO - Paolo.

PAOLO - Sì?

Una pausa.

ENRICO - Vuoi venire ad abitare da me?

Una pausa.

PAOLO - Io mi ci trovo bene qui. Ti ringrazio, ma per ora non ci sono problemi. Poi, con calma, mi cerco una casa.

ENRICO - Va be', ciao.

PAOLO - Ciao.

Enrico si avvia, poi ritorna indietro.

ENRICO - Ti devo dire una cosa.

PAOLO - Dimmi.

Una pausa.

ENRICO - Non so se faccio bene a dirtela... ma siccome sono tuo amico, forse è giusto che te la dica.

Una pausa.

PAOLO - E dimmela.

ENRICO - Non ti ci vedo bene in questa casa... Non ti ci vedo bene, Paolo, non ti ci vedo bene!

PAOLO - Perché?

ENRICO - Non mi piace Francesca... Non mi è mai piaciuta, lasciala perdere! Una pausa.

PAOLO - Perchè?

ENRICO - Non lo so perché... Non mi piace... Scusa, buonanotte.

Va via.

Buio.

Scena quarta

Due camere da letto divise da un bagno, in casa di Francesca, la stessa notte. Da qualche parte si intravede ancora la cuci­na. La camera di sinistra è al buio. Piero è nel letto della ca­mera di destra: fuma e legge un giornale sportivo. Francesca è in bagno. Piero posa il giornale e rimane un attimo assorto.

PIERO - Mortacci vostri! Li mortacci vostri!

FRANCESCA - Che c'è?

PIERO - Niente, ripensavo alla partita. (Riprende a leggere, poi fra sé) Fii de 'na mignotta!

Una pausa.

FRANCESCA - Carina, eh, Sophìe?

PIERO - Come?

FRANCESCA - Carina Sophìe.

PIERO - Sì, insomma.

FRANCESCA - Non ti piace?

PIERO - Sì, è carina.

FRANCESCA - Ho visto che avete parlato parecchio.

PIERO - Abbiamo parlato del mare.

FRANCESCA - Anche lei fa la sub?

PIERO - No, così...

Francesca esce dal bagno finendo di spalmarsi una crema sul viso e va da Piero.

FRANCESCA - Secondo te, sta insieme a Paolo?

PIERO - Non lo so, può darsi.

FRANCESCA - Li vedresti bene insieme?

PIERO - Credo di sì. E tu?

FRANCESCA - Sì. (Entra nel letto) Che palle con questo calcio.

PIERO - Devo portarti allo stadio.

FRANCESCA - Te lo sogni.

PIERO - Ci sei mai stata?

FRANCESCA - No.

PIERO - E allora che ne sai? E' emozionante.

FRANCESCA - Ma sarà emozionante per te, a me mi fa schifo. (Piero mette il giornale per terra) Spegni la luce, va', dor­miamo.

Piero l'abbraccia e le appoggia la testa sul petto. Francesca gli accarezza i capelli.

PIERO - Pensavo che ti fosse antipatica.

FRANCESCA - Chi?

PIERO - Sophìe.

FRANCESCA - Perchè?

Una pausa.

PIERO - Eri gelosa?

FRANCESCA - Ma vattene, va'... (Si scosta da Piero e si co­pre per dormire. Una pausa) Quella è una troia. Non me la dà a bere a me con tutte quelle moine... (Sorride ironica) E' una gran troia. (seria) E tu sei un po' stronzo.

Si sente il rumore della chiave che gira nella serratura della porta d'ingresso. La porta si apre e si chiude.

Buio.

Scena quinta

La stessa scena, un'ora dopo. La camera di Francesca e il bagno sono al buio. Nella camera di sinistra la luce proveniente dalla strada illu­mina Paolo e Sophie seduti nel letto. Paolo è in pigiama. Sophie è a seno nudo. Una pausa.

SOPHIE - E molto simpatica Francesca.

PAOLO - Sì.

SOPHIE - (Sorride) E' matta come un cavallo.

PAOLO - (Sorride) Mh. Una pausa.

SOPHIE - Senti...

PAOLO - Mh?

SOPHIE - Ma tu ne sei ancora innamorato?

PAOLO - No.

SOPHIE - Davvero?

PAOLO - Sì.

SOPHIE - Però vi volete molto bene.

PAOLO - Sì. SOPHIE - Siete amici.

PAOLO - Sì.

SOPHIE - E' bello così.

PAOLO - Sì.

Una pausa.

SOPHIE - Quanto siete stati insieme?

PAOLO - Tre anni.

SOPHIE - Però.

PAOLO - Mh.

SOPHIE - E riuscite a essere amici?

PAOLO - Sì.

SOPHIE - Questo è molto bello.

PAOLO - Sì.

Una pausa.

SOPHIE - Come vi siete conosciuti?

Una pausa.

PAOLO - In un gabinetto.

SOPHIE - In un gabinetto?

PAOLO - In treno.

SOPHIE - Avete fatto l amore in treno?

PAOLO - Sì.

SOPHIE - Stupendo.

PAOLO - Mh.

SOPHIE - E stato eccitante?

PAOLO - Sì

Una pausa. Sophie infila una mano sotto le lenzuola e gli toc­ca le gambe.

SOPHIE - E come siete arrivati a...

PAOLO - A scopare?

SOPHIE - Sì.

PAOLO - Così.

SOPHIE-Va be', dai...

PAOLO - (Giocando) Non mi ricordo.

SOPHIE - (Lo accarezza) Cosa le hai fatto? Cosa le hai fatto, eh?

PAOLO - L ho guardata, mi sono alzato pensando, seguimi,

e sono andato davanti al bagno. Lei mi ha raggiunto.

SOPHIE - Che bello. E poi?

PAOLO - Sono entrato e ho lasciato a porta aperta.

SOPHIE - Ed è entrata anche lei.

PAOLO - Sì.

SOPHIE - E poi?

PAOLO - Ho chiuso la porta e lo ho detto: "Prendimelo in bocca".

SOPHIE - (Lo abbraccia) Dio, che bello!

PAOLO - Lei mi ha tirato giù la cerniera e me lo ha comin­ciato a succhiare... (Sophie lo bacia e lo accarezza. Lui si ir­rigidisce.) Ha cominciato a carezzarmi le gambe e a mugola­re... (Con una certa violenza.) Allora l'ho presa per i capelli e l ho sbattuta contro lo specchio del lavandino e gliel ho mes­so dentro da dietro, e le ho detto: Non ti ci provare a godere, sai, brutta troia! Non ti ci provare! Devo godere solo io, brut­ta troia, tu non ti ci devi provare! Se ti sento godere smetto di scoparti!

Sophie continua a toccarlo eccitata, ma sentendo che lui non reagisce si ferma delusa, gli dà un bacino sul petto e gli si ri­mette seduta accanto. Rimangono fermi e in silenzio per qual­che secondo.

PAOLO - Ti piace Francesca?

SOPHIE - Sì.

PAOLO - Te la faresti? (Una pausa) Te la faresti?

SOPHIE - Sì.

PAOLO - Potremmo farcela insieme.

SOPHIE - L avete già fatto?

PAOLO - Tante volte.

SOPHIE - Ma come si fa?

PAOLO - Potremmo farlo in quattro.

SOPHIE - Ma lui ci starà?

PAOLO - Ti sembra il tipo?

SOPHIE - Non lo so... Forse.

PAOLO - Ti piace? ( Una pausa) Ti piace?

SOPHIE - Non è male.

PAOLO - E robusto.

SOPHIE - Ha un bel viso.

PAOLO - Francesca dice che ha un coso enorme.

SOPHIE - Veramente?

PAOLO - Sì.

SOPHIE - Ma ti dice tutte queste cose?

PAOLO - Mi racconta tutto.

SOPHIE - E tu ce lo faresti l amore con lui?

PAOLO - Perché no?

SOPHIE - Mi piacerebbe vederti.

PAOLO - Non ci vuole niente.

SOPHIE - L'hai già fatto?

PAOLO - Diverse volte.

SOPHIE - E cosa si prova?

PAOLO - E' piacevole.

SOPHIE - Sei un frocio.

PAOLO - E tu una lesbica.

SOPHIE - Sei solo frocio, non ti piacciono le donne.

PAOLO - E tu sei troia. Sei la donna più troia che abbia mai incontrato.

Sophìe gli si stringe addosso eccitata. Paolo rimane passivo. Sophìe si stacca. Una pausa.

SOPHIE - Vaglielo a dire.

PAOLO - Che cosa?

SOPHIE - Se vogliono fare l'amore insieme a noi.

PAOLO - Staranno già dormendo.

SOPHIE - Magari scopano.

PAOLO - Si sentirebbe.

SOPHIE - Ma dai, ci siamo noi.

PAOLO - Sono stanchi, stanno dormendo.

SOPHIE - Secondo me scopano. Vai a sentire.

PAOLO - Vacci tu.

SOPHIE - Ho paura.

PAOLO - Allora niente.

Una pausa.

SOPHIE-Va be', ci vado.

Esce prima che lui riesca a fermarla. Paolo resta in attesa, stonato. Sophìe rientra dopo qualche secondo.

SOPHIE - Non si sente niente. Torna a letto.

PAOLO - Come sta Giuliano?

SOPHIE - Bene.

PAOLO - Quando torna?

SOPHIE - Fra una settimana.

PAOLO - Mi ha raccontato di quando vi siete rimessi insie­me. Siete stati tre giorni e tre notti a letto, è vero?

SOPHIE - (Sorride) Due. (Una pausa) Mi ha chiesto di spo­sarlo.

PAOLO - E tu?

SOPHIE - Gli ho detto si sì.

PAOLO - Viene a vivere da te?

SOPHIE - Per in momento sì, ma pensiamo di prendere una casa in campagna. Sai per i bambini... Non mi va di far cre­scere i bambini in città.

PAOLO - Certo, all'aperto stano meglio... Non hai paura a fare dei figli?

SOPHIE - Se una sta dietro ai problemi un figlio non lo farà mai. Deve essere un atto un po' incosciente, poi ognuno si pren­de le sue responsabilità. (Paolo piange) Che hai?

PAOLO - Niente.

SOPHIE - Oh, scemo, che c'è?

PAOLO - E' finita, vero? (Lei lo abbraccia) E' finita.

SOPHIE - Scemino. (Lo bacia) Cosa vuoi che sia finito? Ti sembra che sia finita, eh?

PAOLO - (Smette di colpo di piangere) Non è finita?

SOPHIE - A te cosa ti sembra? (Lo bacia e lo abbraccia)

PAOLO - Ma quando sarete sposati sarà finita. (Sophìe con­tinua a baciarlo) Quando sarete sposati non ci vedremo più?

SOPHIE - (Si scosta) Ma che ne so, Paolo, ho una confusio­ne in testa...

PAOLO - Forse sarebbe meglio prendere una decisione.

SOPHIE - E anche se decidiamo di non vederci più, se dopo ci ritorna voglia che cosa facciamo?

PAOLO - No, ma io intendo che potremmo continuare a ve­derci.

SOPHIE - (Gli appoggia la testa su una spalla) Ma tu pensi che staresti bene?

PAOLO - Potrei portarvi le paste la domenica. (Sorride)

SOPHIE - (Ride) Eh, potrebbe essere una bella idea.

Una pausa.

Paolo si stacca di colpo dallo schienale del letto e si tocca le tempie. Sophìe, dopo qualche secondo, lo abbraccia da dietro dolcemente.

SOPHIE - Paolo. (Paolo rimane immobile. Sophìe lo stringe) Paolo.

PAOLO - Tre mesi fa è successa una cosa che mi ha fatto molta impressione. Un cane lupo ha ammazzato un bambino di tre anni.

Una pausa. Sophìe si appoggia allo schienale del letto, per­plessa.

SOPHIE - Eh... sì, è terribile.

PAOLO - Erano sulla spiaggia: il bambino faceva una buca e il cane correva nell'acqua. Il bambino ha chiamato il cane e hanno cominciato a giocare. Il cane gli ha dato un morso alla gola e l'ha ammazzato... C'erano anche i genitori del bambi­no, lì vicino, e i padroni del cane, ma non sono riusciti a fare niente. E' successo tutto in pochi secondi. (Sophìe sospira e si ravvia i capelli, poco interessata) Alla televisione hanno fat­to vedere il cane che veniva portato al canile per essere am­mazzato. C'è una cosa che da tre mesi mi tormenta... sulla qua­le non riesco a prendere una decisione. Secondo te... Tu, il cane, lo avresti ammazzato o lo avresti lasciato vivere? Una pausa.

FRANCESCA - (Gridando) No, no, nooo! (Accende la luce del suo comodino, nella stanza di destra) Sei una testa di caz­zo, mi fai schifo, vattene via!

PIERO - (Sottovoce) Va be', se vuoi, domani non ci vado.

FRANCESCA - Non me ne frega niente se ci vai o non ci vai.

Mi sono rotta i coglioni, sei una testa di cazzo!

PIERO - (Come sopra) Aspetta un momento, me l'ha detto così, perché c'è un fatto d'amicizia.

FRANCESCA - Un fatto d'amicizia!?

PIERO - Ma sì.

FRANCESCA - Sì...

PIERO - In fondo gli devo qualcosa.

FRANCESCA - Gli devi qualcosa? Ti fai un culo come un ne­gro e gli devi qualcosa!?

PIERO - Va bene, comunque domani non ci vado, va bene? Basta che la smettiamo. Non me ne frega niente, non ci vado, d'accordo? (Spegne la luce) Dormiamo.

Una pausa. Sophìe guarda Paolo e gli fa un gesto di commento.

FRANCESCA - (Accende la luce) Io divento pazza, io divento pazza!

Si alza e va alla porta della camera di Paolo. Bussa. PAOLO - Avanti. (Accende la luce)

FRANCESCA - (Apre la porta) Paolo? Paolo, scusa, stavi dor­mendo? Sophie si copre.

PAOLO - No, no.

FRANCESCA - Senti una cosa. No, dammi un parere tu, per­ché mi sembra di diventare scema. Allora, questa sera, il si­gnor Muggeo, prima che partissimo da Modena, davanti a me, si è rivolto a Piero - c erano tutti - e gli ha detto: "Ah, scu­sa, Piero, per cortesia, siccome ho la macchina ferma sotto casa, domani mattina potresti venire a vedere se va in moto e andarmi a fare il pieno?" E lui gli ha risposto: "Sì, sì, cer­to". Ora tu mi devi dire se questa ti sembra una cosa norma­le... oppure se non è trattare uno come un servo! No, perché se è una cosa normale, allora vuol dire che sono diventata completamente scema, che non capisco più un cazzo! Allo­ra, cosa ne pensi?

PAOLO - Mah... bisogna vedere come glielo ha chiesto...

FRANCESCA - Come, come gliel ha chiesto?

PAOLO - Certo... uno che       

Francesca torna in camera sua ancora più infuriata.

FRANCESCA - Te ne devi andare! Te ne devi andare, hai ca­pito!? Te-ne-de-vi-an-da-re! Sei uno schiavo! Sei un servo! Ed io non voglio dormire con un servo! Vattene!

PIERO - Francesca...

FRANCESCA - Vattene! Prendi la tua roba e vattene! Non ci deve rimanere nessuna traccia di te! Vatteneee! Se no chiamo il centotredici!

PIERO - (Anche lui urlando) Ok, basta! Una pausa. Piero si veste in modo sommario, con gesti rab­biosi, poi esce di casa sbattendo la porta. Francesca si accende una sigaretta e si siede sul letto. Fa un paio di tiri e poi chiama:

FRANCESCA - Paolo?

PAOLO - Sì?

FRANCESCA - Puoi venire un momento?

PAOLO - Sì. (A Sophie) Scusa, vado un attimo di là.

SOPHIE - Sì, sì, certo.

Paolo va da Francesca, lei lo abbraccia e piange. Sophie spe­gne la luce e si mette a dormire. Una pausa.

FRANCESCA - Non mi abbandonare, Paolo, non mi abban­donare.

PAOLO - Perché ti dovrei abbandonare?

FRANCESCA - Ho la testa a pezzi, vorrei non pensare più a niente. Come si fa a non pensare più a niente? Mi sembra di aver passato dei periodi in cui non ho pensato a niente: mi sono seduta in poltrona, ho ascoltato della musica e non ho pensa­to a niente... ma credo di sbagliarmi... Ogni tanto ci riprovo ma non ci riesco. Mi viene sempre qualcosa da pensare... Il mio cervello è un marchingegno infernale. Appena costruisco qual­cosa lui si mette in moto e, piano piano, la distrugge... Mi vuoi bene? Mi vuoi un po di bene? PAOLO - Sì, ti voglio tanto bene.

FRANCESCA - Anch io ti voglio tanto bene... Ti voglio tan­to bene. ( Si danno un bacetto, si stringono forte, si staccano) Stai un po qui con me?

PAOLO - Certo.

Francesca si infila nel letto, Paolo si sdraia sopra.

FRANCESCA - Entra dentro.

PAOLO - Ma sì, che scemo.

FRANCESCA - Scemo. (Una pausa) Non lo voglio più ve­dere... Non lo voglio più vedere.

PAOLO - Ma dai, per una cosa così...

FRANCESCA - E una testa di cazzo, è un bambino, non lo voglio più vedere!

PAOLO - Prova a dormire, è meglio che ci pensi domani.

Una pausa.

FRANCESCA - Sono di nuovo sola, non me ne sta bene uno. Sono destinata a stare da sola... A Pavia ho incontrato Quar-tone.

PAOLO - (Sorride) Come stava?

FRANCESCA - Mi ha fatto una tristezza... Era tutto ingioiel­lato, con i capelli bianco-blu. Noi arrivavamo e lui partiva. Mi ha raccontato dell ultima avventura che ha avuto con un ma­rinaio ed è andato via.

PAOLO - Ma quanti anni ha Quartone?

FRANCESCA - Settanta.

PAOLO - Settanta?

FRANCESCA - Sì. Lui ne dichiara cinquantanove, ma io una volta gli ho guardato la carta d identità.

PAOLO - Li porta bene.

FRANCESCA - Io mi sarei già ammazzata.

PAOLO - Magari lui è contento.

Una pausa.

FRANCESCA - Hai fatto pace con Enrico?

PAOLO - Sì.

FRANCESCA - Ti sono passati i dubbi?

PAOLO - Sì. Domani ci vediamo.

FRANCESCA - Anche tu c hai una testa...

PAOLO - Mh.

FRANCESCA - Ci siamo accoppiati bene, eh?

PAOLO - (Sorride) Mh.

FRANCESCA - Cos è quella cosa che mi hai detto quando ci siamo conosciuti? Delle cinquemila lire infette che avevi dato a un giornalaio...

PAOLO - No, in un bar.

FRANCESCA - Sì, che ti eri fissato che c era sopra una ma­lattia perché te le aveva date una zingara...

PAOLO - Macché zingara. M erano cadute su uno sputo, al­lora, per non buttarle via, ho preso un caffè in un bar e gliel ho date. Poi, però, ho pensato che se c erano sopra dei microbi avrei fatta ammalare degli innocenti e allora, dopo tre ore, sono tornato al bar per farmele rendere, dicendo che erano un ricordo. Allora, questo, pensando che lo prendessi in giro, mi voleva menare... (Francesca ride) Così sono scappato.

FRANCESCA - (Ridendo) Come faceva a ritrovare le tue cinquemila lire?

PAOLO - (Sorride) Eh, lo so, ma io ci dovevo ritornare.

FRANCESCA - Sei pazzo.

PAOLO - Mh.

FRANCESCA - Mi hai fatto così ridere...

PAOLO - Mh.

FRANCESCA - Lo sai che mi hai conquistata con la storia del­lo sputo?

PAOLO - Pensa te... Con delle premesse simili era logico che finisse così.

FRANCESCA - Quanto sei scemo.

PAOLO - Mh.

FRANCESCA - Io ti ho amato veramente.

PAOLO - Mh mh.

FRANCESCA - Davvero.

Una pausa.

PAOLO - Mi sono sempre chiesto una cosa.

FRANCESCA - Cosa?

PAOLO - Secondo te, io sono bello?

FRANCESCA - Hai fascino.

PAOLO - Ma sono o non sono bello?

FRANCESCA - Hai molto fascino.

Una pausa.

PAOLO - Ma a te ti piaccio fisicamente?

FRANCESCA - Sì, molto... Mi sembra un po assurda questa

domanda.

PAOLO - Non lo so perché, ma me lo sono sempre chiesto. Francesca lo abbraccia. Paolo chiude gli occhi e poi l'ab­braccia anche lui. Si baciano.

Buio.

Scena sesta

Stessa scena, mezz'ora dopo.

Le stanze sono al buio. Francesca accende una sigaretta. Si sente un'automobile che si ferma e una portiera che sbatte. Sempre dalla strada, qualcuno fischietta.

FRANCESCA - Hai smesso di fumare?

PAOLO - No, perché?

FRANCESCA - Non ti ho visto fumare, stasera.

PAOLO - Davvero?

FRANCESCA - Sì.

PAOLO - Me ne sono scordato.

FRANCESCA - Ne vuoi una?

PAOLO - No, ora non mi va.

Si sente un portone che si apre e che si chiude rumorosamen­te. Il fischietto di prima si avvicina e si allontana.

FRANCESCA - C è anche chi va a dormire dopo di noi.

Paolo accende la luce. E' a torso nudo. Francesca si copre gli occhi.

PAOLO - Ti dà fastidio?

FRANCESCA - No, che devi fare?

PAOLO - Niente. Non mi va di stare al buio.

FRANCESCA - Hai paura?

PAOLO - No, ti voglio guardare. E tanto che non ti vedo.

Una pausa.

FRANCESCA - Voglio rimettere a posto la casa.

PAOLO - E bella anche così.

FRANCESCA - Non c è stato uno che m abbia saputo rimet­tere a posto le porte degli armadi.

Una pausa.

PAOLO - Ti piace Sophìe?

FRANCESCA - Sì.

PAOLO - E la ragazza di Giuliano.

FRANCESCA - Ecco dove l ho vista. L ho vista con lui in una produzione.

PAOLO - E carina, vero?

FRANCESCA - Sì, molto.

PAOLO - Anche tu le piaci.

FRANCESCA - Davvero?

PAOLO - Sì, molto.

Una pausa.

FRANCESCA - In che senso le piaccio?

PAOLO - M ha detto che le piaci molto.

Una pausa.

FRANCESCA - E un po strana lei, eh?

PAOLO - Strana?

FRANCESCA - Mh.

PAOLO - Perché?

FRANCESCA - Mi guardava in un modo...

PAOLO - Credi che...

FRANCESCA - Mi sa...

PAOLO - No, davvero?

FRANCESCA - Non me la conta giusta, la ragazza, non me la conta giusta.

PAOLO - Non me ne sono accorto. Sei sicura che si capisca?

FRANCESCA - Si capisce, si capisce. Una pausa.

PAOLO - Te la faresti?

FRANCESCA-Ma dai...

PAOLO - Te la faresti?

FRANCESCA - (Sorride) Devo essere sincera?

PAOLO - Certo, che male c è?

FRANCESCA - Sì.

Una pausa.

PAOLO - Ma hai già avuto...

FRANCESCA - Mh.

PAOLO - Quando?

FRANCESCA - Adesso, in tournée.

PAOLO - Con chi?

FRANCESCA - Non te lo dico.

PAOLO - Perché?

FRANCESCA - Non mi va.

PAOLO - Dai, dimmelo.

FRANCESCA - No, dai, che importanza ha?

PAOLO - Ti è piaciuto?

FRANCESCA - Non è male... Però mi piacciono di più gli uo­mini.

Una pausa.

PAOLO - Quasi quasi la vado a chiamare.

FRANCESCA - Chi?

PAOLO - Sophìe.

FRANCESCA - Per fare che?

PAOLO - Si potrebbe...

FRANCESCA - Ma dai.

PAOLO - Vuoi farlo da sola?

FRANCESCA - Ma no, ma come si fa...

PAOLO - Vado lì e glielo dico.

FRANCESCA - Ma, se non le va, che figura mi fai fare?

PAOLO - Va be , non ti preoccupare.

Esce dal letto.

FRANCESCA - Aspetta. (Paolo si ferma) Ma sei diventato un porco, eh?

PAOLO - Che c è di male?

FRANCESCA - Niente, ma...

PAOLO - Vado.

Apre la porta ed esce.

FRANCESCA-Paolo! Paolo torna indietro.

PAOLO - Che c è?

FRANCESCA - Non mi va!

PAOLO - Perché?

FRANCESCA - Non mi va! (Paolo rimane immobile) Sei stra­no. (Una pausa) Stai male?

PAOLO - No.

FRANCESCA - Vieni qui. Paolo torna nel letto. Francesca lo abbraccia.

PAOLO - Francesca, ti piacciono gli animali?

FRANCESCA - Sì. Perché?

PAOLO - Così. Te lo avevo mai chiesto?

FRANCESCA - (Sorride) Boh? Non mi ricordo.

PAOLO - Sono strani gli animali... Io non li ho mai conside­rati... Non ho mai avuto voglia di tenere un animale, perché non mi convincono.

FRANCESCA - Come, non ti convincono?

PAOLO - Credo che siano completamente deficienti. Vanno die­tro solo all'istinto: se hanno freddo cercano il caldo, se hanno fame cercano da mangiare. Se gli dai da mangiare ti si affezio­nano. Ma si affezionano a te o al gesto di dargli da mangiare? Uno pensa che siano affettuosi, ma io ho il sospetto che tutto sia legato solo a un fatto di bisogno... Sono delle cose. Come si fa ad amare delle cose?

FRANCESCA - Ci sono dei cani che si lasciano morire sulla tomba del loro padrone.

PAOLO - Forse aspettano che gli dia da mangiare.

FRANCESCA - (Sorride) Ma dai... Io, da piccola, avevo un gat­to stupendo. Stava sempre vicino a me. Quando studiavo mi si veniva a mettere sul collo e si addormentava. Era proprio come una persona. A volte gli parlavo per delle ore e sono convinta che capiva. Il mio gatto piangeva e rideva. Era proprio carino. (Unapausa) Fra quindici giorni sarò senza lavoro... Mi viene già l'angoscia... Ma Enrico come fa a campare? E' ricco?

PAOLO - No.

FRANCESCA - E come fa a campare se non lavora mai?

PAOLO - Boh?

FRANCESCA - E poi sempre vestito bene.

PAOLO - Mh.

Una pausa.

FRANCESCA - Tempo fa mi ha chiesto se, secondo me, lui è bravo.

PAOLO - Ah, sì?

FRANCESCA - Sì, guarda, m'ha fatto una pena... Perché l'ho sempre visto come uno sicuro, molto... molto sicuro di sé.

PAOLO - E tu che gli hai risposto?

FRANCESCA - Che gli ho risposto... Gli ho detto che è bra­vo, che gli dovevo dire? Ero così imbarazzata. Mi sono sem­pre chiesta se lui lo sa di tutti quelli che parlano male di lui come attore. Che dici, lo saprà?

PAOLO - Non lo so.

FRANCESCA - M'ha detto che voleva cambiare mestiere. Non sarebbe una cattiva idea. Forse sarebbe giusto dirglielo. E' al­lucinante che lui non sappia quanto è poco considerato. Biso­gnerebbe parlargli. Non lo so come, però... Noi siamo suoi ami­ci. Mi fa star male ogni volta che lo vedo... Perché uno deve per forza fare l'attore, se non c'é portato? Ci sono tante altre cose, delle cose più normali... Piero mi piace perché è uno nor­male. E' uno che lavora con le mani, che non ha tanti cazzi per la testa. (Sorride) Lui è uno tutto così, un po' bullo, no? Ep­pure, guarda, c'è una cosa che mi fa morire...

PAOLO - Cosa?

FRANCESCA - Rifà il letto in un modo stupendo. Davvero, non ho mai conosciuto una persona che rifà il letto come lui! Neanche mia madre.

PAOLO - Ne sei innamorata?

FRANCESCA - Ma ti dà fastidio se ti dico queste cose?

PAOLO - No no.


FRANCESCA - Davvero?

PAOLO - Mi piace Sophìe.

Una pausa.

FRANCESCA - Vi mettete insieme.

PAOLO - Lei si sposa con Giuliano.

FRANCESCA - Allora stai male di nuovo.

PAOLO - No.

Una pausa.

FRANCESCA - Stai attento, Paolo, tu ti butti nelle cose come...

PAOLO - Come?

FRANCESCA - Così, come... Ti innamori subito come una pera cotta. Bisogna valutare le situazioni.

PAOLO - Lei mi ha detto che mi ama.

FRANCESCA - E allora perché non si sposa con te?

PAOLO - Non lo so, però mi ha detto che mi ama. (Una pau­sa) Ma tanto io non la amo, mi piace solamente... Ci sono an­dato tanto per... Una pausa.

FRANCESCA - Perché?

PAOLO - No, ma ora è una cosa della quale non m importa più.

FRANCESCA - Perché ci sei andato?

PAOLO - Per una stronzata. Mi vergogno anche a dirla. Per­ché lì per lì mi ribollivano delle cose di Giuliano. Allora ho deciso di andare a parlare con Sophìe e... invece di star tanto a parlare, abbiamo fatto l amore. Poi il problema mi è passa­to, lei mi piaceva, e abbiamo continuato a stare insieme.

FRANCESCA - Ma non sarà mica per la storia dell asciuga­mano?

PAOLO - Nooo... No, è un altra cosa. Mi vergogno un po a dirtela perché ti riguarda. (Comincia ad affiorare della tensione contenuta) E poi, adesso, non ha più nessuna importanza.

FRANCESCA - Dai, dimmela.

PAOLO - Ma è una stronzata, guarda, veramente, non ha più nessuna importanza. Mi viene da ridere.

FRANCESCA - No, adesso me la dici, Paolo, eh? Adesso me la dici. Voglio proprio vedere cosa cavolo ti è passato per la testa.

PAOLO - (Semprepiù teso, sorride e sospira) Ah! Va be'... mi vergogno.

FRANCESCA - Paolo, dimmela.

PAOLO - No, perché, adesso, mi sembra proprio una cosa as­surda.

FRANCESCA - La voglio sapere.

Una pausa. Paolo è sempre più agitato. Anche Francesca è tesa.

PAOLO - Mi prometti che non ti offendi?

FRANCESCA - Non mi offendo.

PAOLO - Credevo che tu avessi una storia con Giuliano.

Una pausa.

FRANCESCA - No.

PAOLO - Sì.

FRANCESCA - Stai scherzando?

PAOLO - No.

FRANCESCA - Ma è assurdo.

PAOLO - Lo so... Però ero convinto, quando stavamo insie­me, che tu avessi una storia con Giuliano.

FRANCESCA - Paolo, ti assicuro che hai proprio preso una cantonata.

Una pausa.

PAOLO - (Molto agitato) Lo so, lo so.

FRANCESCA - Ma porca miseria.

PAOLO - Perché sai, proprio con un amico... con il mio mi­gliore amico...

FRANCESCA - Tu sei proprio matto.

PAOLO - Adesso non me ne importa più niente, guarda, po­trei anche capire... ma lì per lì, sai...

FRANCESCA - Paolo, ti assicuro che non ci sono stata.

PAOLO - Lo so, lo so... mi vergogno di averci pensato. Non ci dormivo la notte... Ti ho detto che ti volevo lasciare per que­sto motivo... e, quando mi hai detto che forse facevamo bene, mi sono convinto ancora di più che avevo ragione. Una pausa. Francesca si stropiccia gli occhi. Paolo trema.

FRANCESCA - Paolo, guardami... Io ti giuro su mio padre e su mia madre che con Giuliano non ci sono stata. (Una pau­sa) Mi credi? (Paolo comincia a piangere. Francesca lo ab­braccia) Mi credi?

PAOLO - (Piangendo) Dio mio, Francesca, come sono stato male... Come sono stato male!

FRANCESCA - Topolino... topolino mio.

PAOLO - Ti volevo ammazzare, Francesca, ti volevo am­mazzare!

FRANCESCA - Dio mio. (Lo bacia)

PAOLO - (Semprepiangendo) Volevo ammazzarvi tutti e due! Mi ero già immaginato la scena: lo avrei invitato a cena e vi avrei dato da mangiare della roba avvelenata.

FRANCESCA - Povero amore mio.

PAOLO - Stavo impazzendo, amore mio, stavo impazzendo. (Francesca lo bacia. Si baciano) Nessuno ti ha mai amato come me, Francesca, te lo posso assicurare, nessuno.

FRANCESCA - Lo so, Paolo, lo so.

PAOLO - (Smettendo di piangere) Nessuno ti amerà come ti ho amato io, nessuno.

FRANCESCA - Lo so.

Francesca gli asciuga il viso con il lenzuolo. Suonano alla por­ta. Una pausa. Paolo si asciuga il viso.

PAOLO - Hanno suonato.

FRANCESCA - Questo è Piero. (Paolo si soffia il naso. Suo­nano ancora) Che faccio, apro?

PAOLO - Apri.

FRANCESCA - Non lo so, tu che faresti?

PAOLO - Non lo so, fai come ti senti.

Una pausa.

FRANCESCA - Non lo so... Forse è giusto che apra.

PAOLO - Allora io vado.

Suonano ancora.

FRANCESCA - Va bene.

Paolo si infila il pigiama e va, ma non si ferma in camera sua, prosegue per la cucina, dove rimane al buio. Francesca va a rispondere al citofono.

FRANCESCA - (Al citofono) Sì. Sì. Sì. Sì... Non lo so... Sì... No, ci devo pensare...

Paolo prende un grosso coltello appuntito e lo guarda incantato.

FRANCESCA - Non lo so se mi va... No, non mi va, ciao.

Francesca riaggancia il citofono e torna a letto.

Paolo rimane in attesa col coltello in mano, imbambolato.

Francesca lo chiama.

FRANCESCA - Paolo?

Paolo fa uno scossone. Gli cade il coltello per terra.

PAOLO - Sì?

FRANCESCA - Che fai?

PAOLO - Bevo un po' d'acqua.

FRANCESCA - Me la porti anche a me?

PAOLO - Subito.

Le porta un bicchiere d'acqua, glielo dà e rimane in piedi. Francesca beve.

FRANCESCA - Si è arrabbiata Sophìe?

PAOLO - Non lo so, non sono entrato. F

RANCESCA - Vieni qui.

PAOLO - Sì.

Entra nel letto. Una pausa.

FRANCESCA - Mi fa male lo stomaco.

PAOLO - Non hai digerito?

FRANCESCA - Boh?

PAOLO - Hai paura che t'ho avvelenato?

FRANCESCA - (Sorride) Scemo.

PAOLO - Ti faccio un massaggio?

FRANCESCA - Sì.

Paolo la massaggia dolcemente sullo stomaco.

PAOLO - Va bene?

FRANCESCA - Sì.

PAOLO - (Continuando a massaggiala) Ti sono cresciute le tette.

FRANCESCA - Davvero?

PAOLO - Sì.

FRANCESCA - Ti piacciono di più o di meno?

PAOLO - Di più.

FRANCESCA - Meno male.

PAOLO - Non sarai mica incinta.

FRANCESCA - Vaffanculo, ci mancherebbe anche questa. Una pausa.

PAOLO - Perché non l'hai fatto salire?

FRANCESCA - Così.

PAOLO - Ce lo fai bene l'amore? (Una pausa) Ce lo fai me­glio che con me?

FRANCESCA-Paolo...

PAOLO - Ce l'ha più grosso del mio?

FRANCESCA - La smetti?

PAOLO - Ce l'ha più grosso del mio?

FRANCESCA - Ce l'ha come un braccio.

PAOLO - Davvero?

FRANCESCA - Quanto sei stupido!

Paolo smette di massaggiarla. Una pausa.

PAOLO - Ho pensato spesso a questa cosa. Uno si arrabatta tanto e invece, forse, tutto si riduce a una questione di centi­metri.

FRANCESCA - Sei stupido.

Una pausa.

PAOLO - Te lo ha regalato lui quell'anello?

FRANCESCA - (Si guarda l'anello) Me lo sono regalato io.

PAOLO - E il mio?

FRANCESCA - Ce l'ho nella borsa.

Francesca si alza, prende l'anello nella borsa, se lo infila e torna nel letto.

PAOLO - Forse è solo un problema di forme. Ci sono delle forme che sono destinate a renderci schiavi. Non riesco a di­menticare il tuo sorriso... Tu non esisti. Io ti vedo, ma tu non esisti. Mi sembra di vederti lì dove sei, ma è solo un 'impres­sione. La tua immagine è stampata dentro di me. Mi sembra di guardare te ma, in realtà, guardo solo quell'immagine. Po­trebbe spuntarti la barba, potresti tagliarti un braccio e non cam-bierebbe niente. Non mi accorgerei di nulla. Rimarresti sem­pre uguale... nella mia testa. Non riesco a cancellare niente. Vivo giorno per giorno tutto quello che abbiamo passato in­sieme. E tutti i particolari mi tornano in mente con una preci­sione impressionante. Potrei ricostruirti minuziosamente che cosa abbiamo fatto in una giornata di due anni fa. Potrei par­larti di cose che per te sono nascoste sotto cumuli di ricordi... Fatti che ti sembrerebbero la vita di altra gente, per quanto sono insignificanti... E' una tortura. Una pausa.

FRANCESCA - Anche per me non è facile.

Una pausa.

PAOLO - In che senso?

FRANCESCA - Non so se è giusto che ti dica queste cose.

PAOLO - Dimmi.

FRANCESCA - L'idea di perderti completamente mi fa star male. E' una sensazione di vuoto... Delle notti, dopo lo spet­tacolo, avevo una voglia incredibile che ci fossi anche tu... Poi, però, pensavo che saresti stato male... Paolo si alza e va alla finestra. PAOLO - Non ci dobbiamo vedere più.

FRANCESCA - Era meglio se non te lo dicevo.

PAOLO - Quando cazzo fa giorno?

FRANCESCA - Vieni qui.

PAOLO - A che cazzo di ora fa giorno?

FRANCESCA - Vieni qui, ti prego, vieni qui. Paolo torna nel letto. Si abbracciano.

PAOLO - Quanto mi sei mancata, quanto mi sei mancata!

FRANCESCA - Anche tu mi sei mancato, anche tu!

Buio.

Scena settima

La stessa scena. E' mattina.

Nelle stanze entra un po' di luce dalle finestre. Paolo e Fran­cesca sono abbracciati. Suonano alla porta.

PAOLO - Francesca?

FRANCESCA - Mh?

PAOLO - Francesca, hanno suonato alla porta.

FRANCESCA - Eh? Ma che ore sono?

PAOLO - (Guarda l'orologio sul comodino) Lei sei e mezza.

FRANCESCA - Ah.

Sophìe, nella sua stanza, si alza un po' infreddolita, chiude l'av­volgibile e si rimette a dormire. Suonano ancora.

PAOLO - Io vado di là.

FRANCESCA - No, aspetta. Suonano ancora.

PAOLO - Io vado.

Una pausa.

PAOLO - (Si alza) Vado.

FRANCESCA - Forse è meglio che ci parli.

PAOLO - Va bene.

Paolo va in camera sua. Francesca va a rispondere al citofono. FRANCESCA - Sali.

Francesca attacca la cornetta del citofono e torna a letto. An­che Paolo si infila nel letto.

PAOLO - Sophìe?

SOPHIE - Mh?

PAOLO - Sophìe.

SOPHIE - Sì.

PAOLO - Stammi vicino.

L'abbraccia.

SOPHIE - Sì. (Lo abbraccia) Certo che ti sto vicino. (Lo ac­carezza) Piccolino. (Gli dà dei bacini) Tesoro. Entra Giuliano, si ferma, si dirige verso la camera di Fran­cesca che è illuminata e con la porta aperta.

GIULIANO - Oh, ciao Francesca, scusa.

FRANCESCA - Giuliano!... Ciao.

GIULIANO - Scusa... Paolo?

FRANCESCA - E' fuori.

Giuliano, stonato, si passa una mano sulla fronte. Paolo si met­te le mani nei capelli. Sophìe si copre la testa con il lenzuolo.

FRANCESCA - (Esce dal letto) Che hai? (Prende Giuliano per le spalle, lo scuote leggermente) Oh... Vieni, ti faccio un caffè. (Lo porta con sé)

PAOLO - (Sottovoce) Vèstiti! Comincia a vestirsi.

SOPHIE - (Sottovoce) Dio! Dio! Dio!

PAOLO - Vestiti, svelta!

Si vestono in fretta.

Francesca e Giuliano entrano in cucina.

GIULIANO - Quando sei tornata?

FRANCESCA - Ieri sera. (Comincia a preparare il caffè. Una pausa) Ci siamo rimessi insieme.

GIULIANO - Sì?

FRANCESCA - Sì, ma abbiamo litigato: l'ho sbattuto fuori di casa. Pensavo che fosse lui.

Giuliano raccoglie il coltello appuntito e lo mette dentro l'ac­quaio dove ci sono delle pentole in ammollo.

FRANCESCA - (Alludendo alle pentole) C'è ancora un po' di casino, abbiamo fatto una cena. (Giuliano si siede al tavo­lo) C'era anche Enrico con una sua amica. Lo sai che hanno fatto la pace?

GIULIANO - Chi?

FRANCESCA - Paolo ed Enrico... L'ho invitato io, da Mo­dena, Enrico, prima di partire, senza dire niente a Paolo.

GIULIANO - Con chi era Enrico?

FRANCESCA - Con una sua amica.

GIULIANO - E com era?

FRANCESCA - Chi?

GIULIANO - La sua amica. Com era fisicamente?

FRANCESCA - Carina.

GIULIANO - Era straniera?

FRANCESCA - No, non credo.

GIULIANO - Era bruna?

FRANCESCA - No... (Sceglie l'opposto di Sophìe) era bion­da... Una biondina... Perché?

GIULIANO - Così.

Francesca mette su il caffè.

FRANCESCA - Il lavoro come va?

GIULIANO - Bene.

FRANCESCA - Quando finisci?

GIULIANO - Fra un mese.

FRANCESCA - Io finisco fra quindici giorni e mi viene già l'angoscia. (Unapausa) Tu hai già qualche altra cosa?

GIULIANO - Mh? No. Non lo so, forse.

FRANCESCA - Cosa?

GIULIANO - Devo fare un provino per un film.

FRANCESCA - Anche a me piacerebbe fare un po di cine­ma. Perché non me lo fanno fare a me il cinema?

GIULIANO - Mh?

FRANCESCA - Perché non me lo fanno fare a me il cinema?

GIULIANO - Ah, non lo so.

FRANCESCA - Quand ero giovane mi dicevano che sembra­vo troppo matura, adesso mi dicono che sembro troppo giovane. Mi toccherà ad aspettare di fare le mamme. (Mette le tazzine sul tavolo) E' arrivato il bel tempo, eh? Era ora... Quest'esta­te, se non lavoro, voglio andare in Grecia. Voglio diventare nera come un calabrone... Perché non vieni anche tu?

GIULIANO - Mh.

FRANCESCA - Andiamo io te e Paolo... Lo diciamo anche ad Enrico. Andiamo à, senza rompimenti di scatole, sai che bello.

GIULIANO - A me non piace il mare, mi piace la montagna.

FRANCESCA - Possiamo andare in montagna. Anche a me piace la montagna. Prima andiamo un po al mare e poi andiamo in montagna.

GIULIANO - Divento rosso come un peperone.

FRANCESCA - Va be , ci stai attento, ti metti le creme. E poi il sole brucia anche in montagna. Anzi, di più.

GIULIANO - Non lo so più quant è che non vado in vacan­za, ne avrei proprio bisogno.

FRANCESCA - Ma sì, andiamo, andiamo, andiamo! (Con­trolla la macchinetta) Quanto ci mette a venir su, questo caffè?

GIULIANO - Che ore sono?

FRANCESCA-Eh...

Si guarda il polso, non ha l'orologio. Istintivamente guarda ver­so la camera da letto.

GIULIANO - Ce l hai di là l orologio?

FRANCESCA - Sono le sei e mezza. Ho guardato prima, quan­do hai suonato.

GIULIANO - Non mi reggo in piedi. Posso buttarmi un po sul letto?

FRANCESCA - Certo. Prendiamo il caffè, prima.

GIULIANO - No, è meglio che non lo prenda, se no non dor­mo. Ho bisogno di dormire, ho bisogno.

Una pausa.

FRANCESCA - Ma cosa t è successo?

GIULIANO - Niente, niente.

FRANCESCA - Dove siete con lo spettacolo?

GIULIANO - A Cesena.

FRANCESCA - Ti fermi per il riposo?

GIULIANO - Non ce l ho. Questa sera devo lavorare, per le scuole.

FRANCESCA - Mh, che palle!

Accende una sigaretta.

Una pausa. Paolo e Sophìe hanno finito di vestirsi e stanno ri­mettendo a posto il letto. Si dicono qualcosa sottovoce.

GIULIANO - Scusami d averti disturbata, Francesca, scusami.

FRANCESCA - (Molto tesa) Ma figurati, non dormivo. (Qua­si gridando) Mi ha fatto così incazzare, Paolo, mi ha fatto così incazzare! Appena torna lo prendo a schiaffi! Paolo e Sophie si fermano in ascolto, poi continuano a rifare il letto.

GIULIANO - Sono capitato proprio in un momento... eh?

FRANCESCA - (Sofferente) Eh, insomma...

GIULIANO - Se arriva Paolo avrete bisogno di stare un po'

tranquilli.

FRANCESCA - Gli spacco la faccia, gli spacco! Una pausa.

GIULIANO - Forse è meglio che vada a casa.

FRANCESCA - Non lo so... Non lo so, forse...

GIULIANO - Sì sì, vado, vado.

FRANCESCA - Scusa.

GIULIANO - Ma figurati, scusa te, scusa. Si alza in piedi. Una pausa.

FRANCESCA - Dormi un po', però, prima di ripartire.

GIULIANO - Sì, sì... Ciao.

Si avvia.

FRANCESCA - Aspetta, ti accompagno.

Paolo e Sophie hanno finito le loro operazioni. Paolo prende per mano Sophie e si accosta in ascolto alla porta della ca­mera. Francesca e Giuliano procedono verso la porta d'in­gresso. Paolo prende la maniglia della porta. Si sente il cafè che passa.

GIULIANO - Il caffè.

Torna in cucina.

FRANCESCA - Ah, sì.

Lo segue, esasperata.

Il rumore del caffè aumenta. Paolo e Sophie escono dalla ca­mera e vanno alla porta d'ingresso. Giuliano spegne il gas. Paolo apre la porta d'ingresso, fa uscire Sophie e la richiu­de. Giuliano e Francesca si voltano verso l'ingresso. Da dove sono non vedono chi entra.

GIULIANO - E' Paolo.

FRANCESCA - Eh.

Paolo va verso la camera di Francesca.

PAOLO - Francesca?

FRANCESCA - Sono di qua.

Paolo va in cucina.

PAOLO - Oh, ciao Giuliano!

GIULIANO - Ciao.

PAOLO - (A Francesca) Sono stato fino adesso...

FRANCESCA - (Grida) Non aprire bocca, hai capito? Non aprire bocca! E vieni di là che facciamo i conti! Lo tira via per un braccio, verso la camera da letto.

PAOLO - (Andando) Scusa, Giuliano, scusa un attimo.

GIULIANO - Vai, vai.

Arrivati in camera, Francesca si mette le mani nei capelli.

FRANCESCA - (Sottovoce) Se ne stava andando! Se ne sta­va andando! (Paolo rimane immobile, con gli occhi chiusi) Sen­ti, gli ho detto che io e te ci siamo rimessi insieme, ma che ab­biamo litigato e ti ho sbattuto fuori casa. Una pausa.

PAOLO - Vado di là.

FRANCESCA - Aspetta, magari va via! Paolo si avvicina lentamente a Francesca, come per abbrac­ciarla, poi va verso la porta... e chiude a chiave.

FRANCESCA - Ma che fai?

PAOLO - (Senza guardarla) Non si sa mai.

Una brevissima pausa.

Buio.

Scena ottava

La camera di Francesca e il soggiorno. Primo pomeriggio. Paolo è sdraiato sul letto, ancora vestito. Francesca è sotto le coperte, girata dall'altra parte.  Giuliano, in soggiorno, sta dormendo sul divano. Dietro di lui, sul tavolo, il vaso con le rose rosse. Si sente, in lontananza, la voce di un altoparlante.

ALTOPARLANTE - (Fuori scena) Carciofoli, finocchi, cavoli fiore belli! Venite gente, venite! Cavoli fiori, patate, cipolle! Venite gente, c'è l'ortolano!

FRANCESCA - (Senza voltarsi) Topolino?

PAOLO - Sì?

FRANCESCA - Lo fai il caffè?

PAOLO - Sì.

Paolo esce dalla camera, entra in soggiorno, guarda Giuliano, gli si avvicina senza esitazione, gli si ferma davanti. Una pausa.

ALTOPARLANTE - (FS) Carciofoli, finocchi! Venite gente, venite!

PAOLO - Giuliano, oh, Giuliano.

GIULIANO - Sì?

PAOLO - Ma non devi andare a lavorare?

GIULIANO - Oddio, che ore sono?

PAOLO - Le quattro e mezza.

GIULIANO - Faccio in tempo, faccio in tempo. Porca mise­ria, meno male che mi hai svegliato! (Prende le sue cose) Vado via subito.

PAOLO - Aspetta, ti faccio un caffè.

GIULIANO - No no, vado via, mangio qualcosa per strada... Le chiavi della macchina?... (Paolo si guarda intorno) No, ce l'ho in tasca.

Una pausa.

PAOLO - Ma cosa c'è?

GIULIANO - Una cosa assurda, Paolo, una cosa assurda... Sta­mani sono andato a casa di Enrico, mi sono fatto aprire e ho frugato dappertutto perché credevo che ci fosse Sophìe.

PAOLO - E com'è?

GIULIANO - Così... perché lei... poi ce l'ha avuta una storia con Enrico.

PAOLO - Ah sì?

GIULIANO - Sì, una storiella, ora è tutto finito.

PAOLO - A casa sua non c'é?

GIULIANO - M'ha detto che rimaneva a dormire da una sua amica perché era ubriaca.

PAOLO - E non era neanche lì?

GIULIANO - Là non ci vado, non mi va di farmi vedere così... Se la incontri, mi raccomando, non le dire niente, eh?

PAOLO - Figurati.

GIULIANO - No, tante volte, sai...

PAOLO - Non ti preoccupare.

GIULIANO - Diglielo anche a Francesca: voi non mi avete visto.

PAOLO - Certo.

GIULIANO - Mi sono comportato proprio come una bestia. (Unapausa) Scusami con Enrico... Avete fatto pace, vero?

PAOLO - Sì.

GIULIANO - Io vado... Sono stato proprio una bestia... Un ani­male... una bestia... Va alla porta. Paolo lo accompagna. PAOLO - Scusa per stamani, ma sai, dovevo...

GIULIANO - Non ti preoccupare, capisco benissimo, capisco.

PAOLO - Ciao.

GIULIANO - Ciao. Ci vediamo la prossima settimana. Usciamo con Sophìe e con Francesca, visto che vi siete rimessi insieme.

PAOLO - Sì.

Giuliano accenna con la testa alla camera di Francesca.

GIULIANO - Come va?

PAOLO - Non c è male.

GIULIANO - (Sorride) Chi la dura la vince.

PAOLO - (Sorride) Eh.

GIULIANO - Ha piazzato?

PAOLO - Nu poco.

GIULIANO - Chiano chiano?

PAOLO - Appena appena.

GIULIANO - Ulalau.

PAOLO - Ulalau.

Una pausa.

GIULIANO - Speriamo bene.

PAOLO - Sì.

GIULIANO - Ciao.

PAOLO - Ciao.

Giuliano esce. Paolo chiude la porta, viene in avanti, si fer­ma di lato al tavolo, si volta un attimo a guardare le rose ros­se, viene ancora in avanti, alla finestra, si ferma e guarda fuo­ri. Si sente una macchina che entra in moto e si allontana. Entra Francesca. Si ferma.

FRANCESCA - Era ancora qui?

PAOLO - (Senza voltarsi) Sì.

FRANCESCA - Tutto a posto?

PAOLO - (Come sopra) Sì. Una pausa.

FRANCESCA - Faccio il caffè.

Non si muove.

PAOLO - (CS) Devo ricordarmi di chiamare Enrico.

Francesca si avvia verso la cucina, si ferma, va vicino a Pao­lo. Paolo continua a guardare fuori.

FRANCESCA - Stai male?

PAOLO - No... Non ho dormito.

FRANCESCA - (Sorride) Io ho dormito... Mi vergogno, però... mi sento felice.

PAOLO - (Continua a guardare fuori) Anch'io sono felice.

FRANCESCA - Io ti amo, Paolo.

PAOLO - Anch io ti amo.

Una pausa. Paolo si volta verso Francesca e l'abbraccia. Si abbracciano.

FRANCESCA - Sono così felice! (Si baciano) M'è successa una cosa divertente. Ho sognato che non riuscivo ad arrivare in teatro, che ero in ritardo e che non riuscivo ad arrivare. Poi mi sono ritrovata in palcoscenico, ho cominciato a recitare e mi sono accorta che non sapevo una parola del copione. Poi, però, mi sono ricordata che questo era un sogno che facevo spesso quando ho cominciato a fare l attrice, mi sono resa con­to che stavo sognando e ho cominciato a dire tutto quello che mi veniva in mente, mh (sorride), anche le parolacce. Ho fat­to un salto e sono arrivata in fondo alla platea, poi ne ho fatto un altro, mi sono attaccata al lampadario e ho cominciato a fare l altalena. Poi mi sono seduta per aria a guardare lo spettaco­lo, ma qualcuno mi tirava delle palline di carta perché non ci vedeva, allora sono scesa giù in basso e ho dato uno scappel­lotto su una testa pelata...

PAOLO - C è solo una cosa.

FRANCESCA - Cosa?

PAOLO - C ho pensato tutta la notte.

FRANCESCA - Dimmi.

PAOLO - Era un'ideuzza, proprio un'ideuzza... poi si è in­grandita.

FRANCESCA - Dimmela.

PAOLO - (Stralunato) Non ce la faccio, Francesca, non ce la faccio.

FRANCESCA - (Lo stringe) Ti prego, dimmelo, dimmelo, to­gliamoci tutti i pesi di dosso. Una pausa.

PAOLO - Non ce la faccio, mi sembra d impazzire!

FRANCESCA - Paolo, dimmi qualsiasi cosa!

PAOLO - Tu... hai...

FRANCESCA - Sì... sì...

PAOLO - ... la lingua grossa.

Una pausa. Francesca si stacca e lo guarda.

FRANCESCA - Cosa?

PAOLO - (Guardandola, sconvolto) Sì... Tu hai la lingua gros­sa. (Francesca si allontana di una passo) Non me la ricorda­vo così grossa... Ti dispiacerebbe se, per un po', stessimo sen­za baciarci?

Buio


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