Processo a Gesù

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PROCESSO A GESÙ

PROCESSO A GE

PERSONAGGI

I GIUDICI

Elia

Rebecca

Sara

Davide

Un giudice improvvisato

LA “TROUPE” DEI TESTIMONI

Maria di Nazareth

Maria Maddalena

Giuseppe

Pietro

Giovanni

Tommaso

Giuda

Caifa

Pilato

Lazzaro

GLI SPETTATORI

Una signora irrequieta (La Bionda)

Un sacerdote

Un intellettuale

Il contraddittore bonario

Un infelice

Un provinciale

La donnetta delle pulizie

Un commissario

Altri spettatori.

PRIMO TEMPO

Quando gli spettatori entrano in teatro trovano il sipario già alzato e un inserviente che mette a

posto la scena dove si svolgerà la rappresentazione. Si tratta di una scena estremamente semplice:

una stanza nuda, con un finestrone e due porte. Un tavolo in mezzo coperto da un panno rosso, e

cinque sedie dalla spalliera alta.

Qualcuno dei manifesti che hanno già dato al pubblico l’annuncio dell’avvenimento, è attaccato

anche dentro il teatro, ai lati del boccascena e sui palchi di prima fila. I manifesti dicono:

«STASERA — il pubblico è invitato a partecipare al — PROCESSO DI GESÙ—L’ingresso è libero

a tutti; e in fondo, stampato più piccolo, ma ben leggibile: «Autorizzato dalla Questura».

La rappresentazione ha inizio verso le nove con l’abbassarsi delle luci in platea. Dalle due porte

entrano alla spicciolata dieci o dodici persone che si siedono lungo la parete della scena; qualcuno

che non trova posto va a prendersi una sedia. Sembrano un po’sorpresi e intimiditi di trovarsi in un

teatro così vasto: fissano con insistenza la platea bisbigliando tra loro qualcosa.

Il borbottio viene interrotto dall’ingresso dei GIUDICI. Le persone che sono già in palcoscenico si

alzano e ammutoliscono. Questo movimento, più che la particolare austerità dei Giudici, dà

solennità al loro ingresso. Appare per primo Elia seguito dalla moglie Rebecca.

Elia è un vecchio sessantenne, asciutto, molto comunicativo e cordiale, talvolta perfino

cerimonioso. Ha un vestito nero, un po’ consunto.

Rebecca è più solida e vigorosa del marito, è certamente più giovane di lui nonostante i capelli tutti

bianchi, soffici e come continuamente arieggiati. Porta gli occhiali e veste semplicemente, di scuro.

ELIA (è venuto avanti fino al proscenio, s’è inchinato al pubblico) Signore e signori: buona sera.

REBECCA (ancora sulla soglia, volgendosi) Venite, su!

ELIA Ringrazio dell’ospitalità e dell’affluenza...

(Sentendo il borbottio di Rebecca che parla sottovoce a qualcuno che è ancora dentro, si

interrompe e si volge. In quel momento fanno la loro entrata Sara e Davide)

SARA (ancora dentro) Ma si, eccomi! (Pianissimo) Eccomi...

(Sara è una ragazza sui ventotto-trent’anni, dal volto estremamente mobile che non nasconde

niente. Entra togliendosi nervosamente l’impermeabile. Davide glielo prende di mano e lo posa su

una sedia. Sara è eccitata, come se avesse discusso animatamente prima di entrare. Davide — che

è un giovane stempiato, sui quaranta anni — le sta vicino e cerca di dirle qualcosa per calmarla,

ma la ragazza non gli bada, anzi a un certo punto scrolla le spalle)

ELIA (si raschia un po’ la gola, e riprende) Chiedo scusa... (Accennando a Sara) È mia figlia Sara.

Da qualche tempo si agita un po’ proprio al momento di cominciare. Stasera, poi, in questo locale

più grande, e con questo pubblico... (Rivolgendosi agli altri che gli sono alle spalle, piano, ma

fermo) Vogliamo incominciare?

(Sara, silenziosa, rassegnata, annuisce. Viene avanti seguita da Davide, impassibile. Anche

Rebecca avanza leggermente. Si trovano, adesso, allineati dietro ad Elia in uno schieramento che

deve essere abituale. Elia li guarda con la coda dell’occhio, e sembra soddisfatto. Si volge, allora,

all’altra gente che è in scena, fa un leggero cenno con la mano — un comando—, e tutti, con una

evoluzione ormai preordinata, «formano gruppo» dietro i quattro. Elia avanza ancora e guarda

insistentemente il pubblico, qua e là, su e giù, come se tentasse di riconoscere qualcuno, e

finalmente comincia a dire il suo preambolo che evidentemente sa già a memoria. Nonostante questo la sua voce, da principio un po’ strascicata e titubante, si fa a mano a mano più ritmata e

fervida, quasi appassionata)

Rispettabili ascoltatori: quella a cui assisterete, stasera, sarà una rappresentazione insolita. Noi

celebreremo ancora il processo a Gesù di Nazareth. Ci domanderemo: Gesù di Nazareth era

innocente o colpevole secondo la legge giudaica? Fu o no condannato ingiustamente? Discuteremo

pubblicamente, a cuore aperto. Siamo qui per sapere se quel che accadde lassù... (e indica una

sommità lontana in fondo al teatro).

UNA VOCE IRONICA Dove, lassù?

ELIA Voglio dire sul monte Calvario: cosa accadde veramente? Quella crocifissione fu soltanto

una dolorosa crudeltà umana o invece una colpa ben più grave, smisurata, che in qualche modo ci

segue? — Per cercare un po’ di verità ho messo assieme questa rappresentazione ormai antica. Eh,

si, poiché risale agli anni in cui io ero giovane professore all’università di Tubinga. Cominciammo

appunto allora in Germania... aiutato da mia moglie Rebecca e da altri discepoli e amici che adesso

non ci sono più... Mia figlia Sara, allora, era una bimbetta... Ne sono trascorsi di anni! Abbiamo

girato il mondo, davvero il mondo, con questa rappresentazione che vorrei chiamare «sacra». Vi

confiderò una cosa perché possiate meglio comprendermi e scusarmi. Fin da allora, dagli anni di

Tubinga, scoprii un antico racconto dei nostri padri, o se volete una parabola, che mi fu come di

spinta. Vi si narra come un Rabbi di celebrata saggezza, allorché gli toccava un compito difficile, si

recava in un certo punto del bosco, accendeva un fuoco propiziatorio, si raccoglieva in preghiera, e

la cosa desiderata si adempiva. Alcune generazioni dopo un altro illuminato Rabbi, Mosè Leib,

trovatosi di fronte allo stesso compito andò nel bosco e disse: «Non possiamo più accendere il

fuoco, non conosciamo più le parole delle antiche, segrete preghiere, però sappiamo ancora dov’è

questo punto del bosco». E ottenne quanto chiedeva. Passarono altre generazioni e Rabbi Israel,

nella medesima situazione, chiamò a sé i suoi e disse «I secoli sono trascorsi, non possiamo più

accendere quel fuoco, non possiamo più dire quelle misteriose preghiere, non conosciamo più

nemmeno quel luogo nel bosco, ma possiamo raccontare di come la cosa si è adempiuta nel passato.

E la cosa si adempì ugualmente anche quella volta per forza di commemorazione.

(Una sospensione)

Come avvennero i fatti allora, i fatti di Gesù di Nazareth? Se riusciremo a raccontarli così come

avvennero, quel che noi desideriamo si avvererà… Perché noi, da duemila anni, siamo stati

perseguitati da tutti? Dagli Imperatori, dai papi, dai re, dai borghesi, dagli straccioni, dai russi, dai

francesi, dai polacchi, dagli spagnoli, dai... tedeschi? Perché la naturale cattiveria degli uomini si è

concentrata con tanta assiduità proprio su noi ebrei? Perché? Qual è il popolo di appena sedici

milioni di persone che abbia avuto oltre sei milioni di morti: — e che morti! — soltanto in

quest’ultima guerra come li abbiamo avuti noi? E, badate bene, morti, i più, non sui campi di

battaglia, ma nei luoghi di tortura. Perché è accaduto, perché accade questo… come avvennero i

fatti, «allora»? Ricostruiamoli, riviviamoli, rifacciamo il processo di allora; ma in mezzo alla gente

di oggi. Cosi abbandonai la scuola e mi misi a girare il mondo insieme a questa «troupe» di esimi

attori... (i componenti la «troupe» s’inchinano lievemente) proponendo ogni giorno, per le strade

dapprima, poi in baracche, in sale, in teatri, come stasera, la stessa domanda, facendo ogni sera la

stessa rappresentazione... Sono diventato vecchio per questo assillo che non mi ha più lasciato.

UNA VOCE Dev’essere propaganda.

REBECCA (che ha individuato la voce) No, no, signore. Se fosse propaganda non ci saremmo

ridotti così. Nessuno ci aiuta. Non c’è nessuno dietro di noi. Mi creda. Sapesse! Nemmeno i nostri

ci vedono di buon occhio. Ci credono un po’... (e si tocca la fronte).

In sala qualcuno ride.

SARA Ci considerano degli ebrei in crisi..

REBECCA Prima eravamo abbastanza ricchi, ma tutto se n’è andato in questa impresa.

DAVIDE (intervenendo, secco) Che c’entra tutto questo? Si incominci.

ELIA Si. Possiamo incominciare.

SARA (prende un sacchetto dalle mani di uno della «troupe» e lo alza per mostrarlo al pubblico

un po’ come fanno i prestigiatori quando danno inizio ad un «numero») Egregi signori, ogni sera,

prima di iniziare il dibattito, noi ci dividiamo i compiti processuali. Scegliamo, cioè, l’Accusatore, i

vari Difensori e il Presidente. Il Presidente, veramente è sempre lo stesso: è mio padre. (Elia

s’inchina) I nostri compiti invece cambiano ogni sera poiché li affidiamo al sorteggio. (Mette la

mano dentro il sacchetto ed estrae delle palle colorate. Indicandole a una a una) L’azzurra: Caifa;

la bianca: Pilato; la rossa: Gesù; questa nera designa l’Accusatore. (Le fa ancora vedere intorno, al

pubblico) Ed ora procediamo al sorteggio. (Rimette le quattro palle dentro il sacchetto e le porge ad

Elia)

UNA VOCE Manca un giudice perché il conto torni!

Un po’ di rumore in sala.

VARIE VOCI Ssst! Silenzio!

Ma non disturbi, lei!

Dev’essere un ragioniere...

ELIA (fa il gesto di calmarsi)È vero. Manca un giudice perché il conto torni. Eravamo infatti in

cinque quando cominciammo le nostre rappresentazioni. C’era anche Daniele, il marito di mia figlia

Sara. È scomparso in Germania, in circostanze molto dolorose. Ha lasciato un posto vuoto. E ogni

sera, come vedrete, rimediamo alla meglio. (Sara si agita un po’, le riprende il nervosismo; Davide

la guarda fisso, e la ragazza si irrita ancora di più) Dunque... procediamo. (Smuove il sacchetto e

lo porge a Rebecca perché scelga. Rebecca estrae la palla rossa)

REBECCA Gesù di Nazareth.

ELIA (indicando Rebecca) Mia moglie Rebecca, assumerà la «difesa» di Gesù di Nazareth. (Altro

movimento, poi allunga il sacchetto a Sara)

SARA (estrae la palla bianca).

ELIA (sempre un po’ col tono dell’aggiudicato) Ponzio Pilato!

SARA (calma ma ferma) Rifiuto. Si, rifiuto di essere la difesa di Ponzio Pilato.

ELIA (mormorio) Siamo alle solite...

SARA Proprio alle solite. (Restituisce la palla bianca al padre) Sarebbe meglio toglierla

addirittura. Dovresti essere persuaso che nessuno di noi vuoi difendere Pilato: sono mesi e mesi che

ci rifiutiamo di farlo, noi almeno— io e Davide —, ma tu no, ti ostini. — Del resto è bene si sappia

subito quel che io penso di Ponzio Pilato: lo considero un uomo accomodante e cinico che non fece

quel che doveva, lo considero un politico romano. In sostanza lo disprezzo. E poi… — non è

nemmeno della nostra razza.

REBECCA Sara, non sono cose da dire!

SARA Fu lui la causa di tutto.

ELIA (placa col gesto il brusio che s’è mosso in sala) Che c’entra la razza!

SARA Mi scusino. Non volevo offendere nessuno. Ma nonostante certe apparenze, quel che vedrete

qui è una cosa troppo seria perché non si debba dire schiettamente quel che si pensa e si sente, fin

da principio..

ELIA (cercando di sdrammatizzare) Ci siamo purtroppo abituati a questa scena.. Avviene tutte le

volte che la sorte affida la difesa di Pilato a Sara o a Davide. Avete visto! Io le giudico...

intemperanze, intemperanze giovanili, mah! (Scuote la testa, guardando Sara) - Quando capita

questo incidente del... rifiuto, io son solito chiedere se c’è qualcuno del pubblico che intenda

prestarsi, e debbo dire che finora almeno sono sempre stato fortunato. Nonostante le antipatie di

Sara e di Davide, Ponzio Pilato è un personaggio che trova facilmente dei difensori. C’è anche

stasera un compiacente spettatore che voglia assumere la difesa di Ponzio Pilato? (Dopo un

momento d’incertezza, due persone si alzano in due punti diversi della sala) Uno... uno soltanto..

L’ho sempre detto: Pilato piace! (Lo spettatore che si trova più lontano dal palco si rimette a sedere

e lascia l’incarico all’altro. È un signore di mezza età. Raggiunge il palco) (Elia gli porge la palla

bianca) Difensore di Ponzio Pilato! (lo esorta col gesto a sistemarsi al fianco di Rebecca)

(Il giudice improvvisato sorride a Rebecca e le fa un leggero inchino. Elia porge nuovamente il

sacchetto a Sara per la nuova scelta)

SARA (estrae la palla azzurra; mormora) Difensore di Caifa.

ELIA Il Gran Sacerdote Caifa, presidente del Sinedrio. (Poi fa un passo verso Davide e senza fargli

mettere la mano nel sacchetto rovescia l’ultima palla, che è la nera. Prima ancora di completare il

gesto) L’Accusatore! (Dà la palla nera a Davide, restituisce il sacchetto vuoto a chi gli è più

vicino, poi si avvicina al pubblico e dopo un opportuno silenzio) Il processo può incominciare.

(I personaggi della «troupe» si dispongono lungo la parete di sinistra. Elia e gli altri giudici vanno

al tavolo, e ognuno prende il proprio posto. Elia in mezzo, ha a destra a Rebecca, a sinistra

Davide; alla sinistra di Davide c’è Sara; un po’ isolato, quasi di fianco al tavolo, il Giudice

improvvisato, difensore di Pilato. Appena si è raggiunta la disposizione conveniente, Elia si alza e

intona un canto. Subito dopo le prime note anche gli altri tre giudici ebrei lo imitano unendosi al

canto; poi anche gli altri personaggi che sono in scena formano «coro». Soltanto l’ultimo arrivato

- il giudice «cristiano» - rimane un po’ sorpreso: si alza per ultimo e sta a testa bassa fino alla fine

del canto. Si è creata un atmosfera. Tutti, tranne Elia, si siedono senza rumore, con gravità. Elia

prende la parola)

In quel tempo regnava in Israele il Tetrarca Erode Antipa, ma chi governava veramente il paese era

il Procuratore romano Ponzio Pilato. Noi ebrei aspettavamo da secoli, secondo la promessa dei

Profeti, il Messia, il liberatore. Fu in quel tempo che Gesù di Nazareth comparve tra il popolo

dicendo: il Messia, il liberatore sono io; io sono colui che aspettate: ascoltatemi! Mi potreste

chiedere quale fu questo “tempo”. Se consideriamo che secondo le indagini più moderne la nascita

di Gesù di Nazareth cade nell’autunno del settimo anno prima della nostra Era volgare, e la data

della crocifissione dovrebbe fissarsi al 7 Aprile dell’anno 30 dell’Era volgare - quando cioè Gesù

aveva 37 anni - le sue prime apparizioni pubbliche avvennero intorno all’anno 27, circa tre anni

prima della sua morte. Tanto duro la sua attività di... predicatore tre anni. Ci tengo a dichiarare

subito che non abbiamo difficoltà alcuna ad accettare i fatti cosi come li narra il Nuovo Testamento:

non abbiamo motivo di dubitare della loro materiale autenticità. (Pausa) Di che cosa viene accusato

Gesù di Nazareth? Il “Talmud Babilonese” - libro per noi veritiero - così nota... (Cerca un foglio sul

tavolo e vi getta l’occhio, ma evidentemente conosce il testo a memoria) «Gesù di Nazareth, prima

della festa di Pasqua, fu appeso alla croce perché con le sue magie aveva sedotto e sviato il popolo

d’Israele.» Ecco. (Si volge a Davide e gli dà la parola) Volete allora formulare esattamente il capo

d’accusa?

DAVIDE Il capo d’accusa è, in sostanza, uno solo: Gesù di Nazareth si è voluto far credere il

Messia — ma per la chiarezza del dibattito è forse bene specificarlo così: Gesù di Nazareth, primo:

si è proclamato Messia di Israele; secondo: ha svolto, di conseguenza, un insieme di attività

sovvertitrici sia nel campo religioso che in quello della vita pubblica. (Volgendosi a Elia) Chiedo

che il dibattito verta esclusivamente su questi punti..

ELIA (conciliante) Non si potrà essere troppo rigidi. Il nostro è un dibattito così... complesso!

DAVIDE Insisto, Presidente, e non per una preconcetta rigidità, ma per una indispensabile

questione di ordine, di metodo. Il dibattito è un dibattito giuridico: cioè un processo. Altrimenti non

ne usciremo più.

ELIA (batte una palma sul tavolo per togliere la parola a Davide) Vedremo... vedremo. (Poi

volgendosi di nuovo a Davide) Cominciamo con l’ascoltare la testimonianza del Sommo Sacerdote

Caifa.

DAVIDE (chiama) Caifa!

(Dalla «troupe» dei testimoni viene avanti Caifa. È un uomo possente, con un mantello ebraico

sulle spalle e un turbante sacerdotale sul capo)

REBECCA (intervenendo) Faccio notare che dall’ordine con cui viene iniziata l’escussione dei

testimoni, l’impostazione del processo risulta parziale.

DAVIDE Perché? Non mi pare!

REBECCA Ma perché per il solo fatto che il punto di vista dei sacerdoti viene ascoltato per primo

si finirà fatalmente per assumerlo come base della successiva discussione. Allo stesso modo io

potrei chiedere che venissero sentiti per primi gli amici di Gesù.

ELIA E io non avrei alcun motivo particolare per oppormi.

REBECCA Allora!

ELIA Ma un momento: io non ho affatto nascosto agli ascoltatori la natura del nostro dibattito: è un

processo che degli ebrei moderni fanno ad un avvenimento già giudicato dagli ebrei antichi. È

dunque la posizione degli ebrei quella che anzitutto deve interessarci. Ma accetto, almeno in parte,

la vostra obiezione. (Rivolgendosi a Davide) Ci limiteremo in questo primo interrogatorio a

determinare alcune premesse senza entrare ancora nel vivo del l’accusa. (A Rebecca) Soddisfatta?

REBECCA Si.

(Caifa è davanti al tavolo dei giudici)

DAVIDE Dite chi siete.

CAIFA Caifa, Sommo Sacerdote e Presidente del Sinedrio.

DAVIDE Volete spiegare esattamente che cosa era il Sinedrio? Nel corso del dibattito ne parleremo

spesso, e val la pena dare una volta per tutte la spiegazione esatta… a scanso di confusioni.

CAIFA Il Sinedrio era la suprema Assemblea della nazione. Il Sommo Sacerdote, come capo

dell’intero sacerdozio, la presiedeva. Gli anziani rappresentavano l’aristocrazia e i grandi

proprietari. Il partito dei farisei era rappresentato dai suoi Dottori, che per tradizione si chiamavano

Scribi: erano, per così dire, gli esperti in tutte le questioni politiche, civili e criminali; in poche

parole rappresentavano la legge civica.

DAVIDE E quali poteri aveva il Sinedrio?

CAIFA Teoricamente il Sinedrio aveva tutti i poteri tranne quello di eseguire le pene di morte.

DAVIDE E praticamente?

CAIFA Praticamente ci si trovava in una situazione transitoria, difficile da precisare. Noi eravamo

considerati alleati dei romani, e per questo i romani ci lasciavano una certa autonomia, non

amavano immischiarsi troppo nelle nostre faccende, specialmente in quelle di carattere religioso.

DAVIDE Quando parlate dei romani intendete parlare di Ponzio Pilato.

CAIFA Si, di Pilato..

DAVIDE Pilato, prima della crocifissione di Gesù di Nazareth, aveva già eseguito sentenze di

morte pronunciate dal Sinedrio per delitti di empietà o comunque a carattere religioso?

CAIFA Si, più volte.

DAVIDE E con difficoltà?

CAIFA Senza difficoltà alcuna. Fu proprio per questo che non sapemmo spiegarci la sua

opposizione quando lo invitammo a eseguire la sentenza per Gesù di Nazareth che si era proclamato

Messia, Figlio di Dio!

ELIA (arrestandolo) Non anticipate. Rispondete soltanto alle domande. — Voi dite che giudicaste

degni di morte degli ebrei per delitti religiosi. Di che genere di delitti si trattava?

CAIFA A parte certi ladri di bassa lega, quasi tutti profanatori del Tempio, erano sorti in quegli

anni molti «liberatori», molti profeti e anche qualche falso messia, e s’erano dati con gran foga a

fanatizzare il popolo. Si trattava di impostori o di esaltati, di profittatori o di fanatici. Erano, come

ho detto, profeti e messia falsi lontano un miglio. Questo però mi preme precisare perché ci si renda

ben conto del particolare stato d’animo in cui si trovano i Sacerdoti e anche gli altri membri del

Sinedrio di fronte alle voci che sempre più frequentemente annunciavano un profeta o un messia ora

qua ora là. Era uno stato d non solo di profonda diffidenza, ma di crescente preoccupazione e di

aperta opposizione nei confronti di questi mistificatori in buona o in mala fede che fossero.

REBECCA Capisco dove volete arrivare. Ma vi domando: queste apparizioni sempre più frequenti,

come dite voi, di messia e di profeti sia pure falsi, non vi misero in allarme sui desiderio crescente

che il popolo doveva avere del vero liberatore, del vero messia? Da quel che sento, vi preoccupaste

più di soffocare le voci dei falsi profeti che di cercare di comprendere il grido dei vostro popolo che

invocava il messia. E non vi accorgevate che più che sopprimere qualche fanatico, in fondo

innocuo, mortificavate la fede viva del vostro popolo. Quando in mezzo a un popolo si sente parlare

di miracoli e di profeti, veri o falsi che siano, vuol dire che ce n’è sete, e guai allora a chi glieli nega

tutti, guai!

CAIFA Per secondare e mantenere questa fede, non potevamo lasciar correre l’empietà e

l’impostura.

REBECCA Il punto è proprio questo: saper stabilire il confine tra la fede, l’empietà e l’impostura.

ELIA (intervenendo) D’accordo: però non facciamo digressioni di ordine generale. Stiamo ai fatti,

almeno per ora. Caifa ha voluto precisare soltanto questo: che il «caso Gesù di Nazareth» sorse

proprio quando i Sacerdoti e il Sinedrio si trovavano in uno speciale clima di diffidenza e di

sospetto a causa dei troppi falsi profeti che erano spuntati in quegli anni. — Allora proseguiamo.

DAVIDE Quando avvertiste che il «caso Gesù» era per lo meno più grave degli altri?

CAIFA Abbastanza tardi. Lo lasciammo predicare indisturbato per quasi due anni.

DAVIDE E come mai?

CAIFA Niente ci spingeva a intervenire. Era una predicazione pacifica.

DAVIDE Pericolosa, però.

CAIFA Non ci apparve nemmeno pericolosa da principio.

(I Giudici si guardano un po’ interdetti)

DAVIDE Una predicazione che adunava tanti ascoltatori non la consideraste pericolosa?

CAIFA È vero, gli ascoltatori erano tanti, ma chi capiva il senso vero di quelle parole? Nessuno, o

quasi nessuno. Si: ascoltavano, ma non capivano..

DAVIDE Come spiegate allora il crescere dei seguaci? Le moltitudini lo seguivano.

CAIFA (un tempo prima di rispondere) Era un seduttore.

DAVIDE Che cosa volete dire con «seduttore»?

CAIFA Seduttore: un uomo che «trascina con sé». Gesù aveva il potere di portarsi dietro la gente, e

qualunque cosa dicesse, qualunque cosa facesse gli credevano. Non aveva bisogno di convincere,

perché incantava — che è molto di più. Ce ne accorgemmo anche noi quando ci fu davanti, con

tutto il Sinedrio schierato: vi dico che incantava.

ELIA (fervido) A nessuno di voi, allora, venne il dubbio che questo Gesù di Nazareth potesse

essere il vero messia proprio per questa sua straordinaria facoltà di incanto?

CAIFA Giudico la domanda insidiosa, e non rispondo.

ELIA Vi dispenso dal giudicarla insidiosa. Rispondete.

CAIFA No. Non avemmo mai il benché minimo dubbio.

ELIA Perché?

CAIFA Perché a quel tempo io già sapevo chi fosse Gesù di Nazareth: figlio di un falegname e di

una umile donna di nome Maria - e non era certo l’origine che le Scritture profetizzavano per il

messia. Non ho difficoltà ad ammettere che, a un certo punto, lo facemmo seguire durante le sue

peregrinazioni da nostri confidenti. Cominciammo, allora, a misurare la gravità del pericolo.

DAVIDE Precisate in che cosa consisteva concretamente, questo pericolo. Fatti, però. Lasciate

stare il «seduttore».

CAIFA Provocava il disordine, il più pericoloso dei disordini.

DAVIDE Quali disordini esattamente?

CAIFA Sovvertiva apertamente la legge mosaica: non più dente per dente, ma il perdono delle

offese; non più la liberazione dall’oppressore, ma dal peccato; non più il castigo per l’adultera, ma

la remissione della colpa perché, diceva, chi di voi è senza colpa? E l’uguaglianza! Per la prima

volta si sentì annunciare che tutti gli uomini erano uguali! Tutti.

DAVIDE Sappiamo, tutto questo lo sappiamo — e gli ascoltatori, poi, conoscono i vari punti della

dottrina anche meglio di noi; però... Come poteva provocare disordine tutto questo, se un momento

fa avete detto che il popolo, si, l’ascoltava, ma non l’intendeva affatto?

CAIFA Subiva egualmente il fascino di quelle parole: credeva. Ecco il pericolo nuovo: credere. La

fede in altre cose, in altre verità, in un mondo diverso, nuovo. Ecco il disordine.

ELIA Non è comunque a questo disordine che si riferisce l’imputazione. (Ripete) Attività

sovvertitrice…

CAIFA Proprio questa. Voi stesso avete citato il «Talmud»: «aveva sedotto e sviato il popolo

d’Israele con le sue magie».

DAVIDE Eppure dovettero esserci anche dei disordini, dei veri, materiali disordini, se è vero che fu

necessario l’intervento del Procuratore romano.

CAIFA (sorride) Ci furono certamente anche quei disordini e nessuno nega che il Procuratore non

abbia avuto il suo da fare; ma per la verità, quei disordini non furono provocati direttamente da

Gesù; semmai provocati per causa sua, ma non da lui. Qui si deve essere esatti e veritieri.

DAVIDE (spazientito dal tono un po’ rotondo di Caifa) Perché non si ascolta il Procuratore

romano?

ELIA (chiama) Ponzio Pilato

PLLATO (nel gruppo dei testimoni, si sta infatti già infilando una corazza romana; affretta la sua

preparazione e si avvia verso il tavolo dei giudici. Mentre passa davanti al suo improvvisato

difensore gli dice ammiccando) Tenete presente che io non sarei ebreo.

(Giudice improvvisato gli sorride. Anche il pubblico ride)

ELIA (guarda un po’ severamente Ponzio Pilato che è un uomo piuttosto corpulento e nerissimo di

capelli) Parlateci dei disordini procurati da Gesù di Nazareth.

PILATO Non ebbi a lamentare alcun disordine, che gli si dovesse imputare. Si può dire, anzi, che

noi ci accorgemmo di questo profeta soltanto negli ultimi giorni. Posso anche aggiungere che le

relazioni provenienti dai vari emissari sparsi per il paese, erano tutte improntate a simpatia e ad

ammirazione per il Galileo. Che ragione avremmo avuto, noi, di temerlo? Non era certamente lui

col suo plotone di povera plebe che avrebbe potuto crearci dei fastidi. Né, del resto, pretendeva di

passare per un rivoltoso. Lo diceva schietto: la mia non è una rivolta civile, ma interiore. Sotto

questo aspetto, anzi, e forse senza volerlo, questo profeta nuovo serviva al nostro scopo che era di

mantenere l’ordine costituito.

DAVIDE Che cosa diceva di voi, Gesù di Nazareth?

PILATO Non mi sono mai curato di saperlo. Però a chi cercò, una volta, di metterlo nei guai con

una domanda insidiosa, rispose con quel “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di

Dio» che, nella sua chiarezza, mi pare — scusatemi — una risposta più romana che giudaica.

(Giudice improvvisato non sa trattenere una risata)

DAVIDE (mordace) Non sembra però che questa simpatia gli abbia giovato gran che! Foste proprio

voi a metterlo a morte.

SARA Non vorrei essere difesa dalle vostre leggi.

PILATO Non tocchiamo questo argomento delle leggi. Oramai il gioco è stato fatto e non ho che

da riconoscere la vostra scaltrezza; però dal momento che qui si cerca di ricostruire una verità

piuttosto controversa, prego che si domandi a Caifa chi provocò la sommossa intimidatoria di

piazza. Chi mi forzò la mano portandomi a convalidare con i miei poteri esecutivi una condanna di

morte pronunciata dal Sinedrio? Chi? Risponda su questo punto, e lealmente, se può, il Grande

Sacerdote.

SARA Come mai vi sento tanto ostile a Caifa? Eppure dovreste ricordare che fu proprio il vostro

predecessore Valerio Grato, che lo nominò, anzi lo impose, come Sommo Sacerdote.

PILATO Lo so bene, in sostituzione di Anna che ci era tenacemente avverso. Debbo però dire che

il rimedio fu peggiore del male perché Anna, destituito ufficialmente dalla carica di Gran Sacerdote,

continuò egualmente da dietro le quinte a tirare le varie fila dell’Assemblea e a ispirare tutte le

decisioni importanti. Del resto non vi preoccupaste nemmeno di salvare le apparenze: Caifa poco

dopo s’imparentò con Anna sposandone la figlia. E per la verità, ritornando a Gesù di Nazareth, più

ancora di Caifa, fu proprio Anna a volerne la morte. Quello che avvenne in quei giorni tra le pareti

del Sinedrio s’è risaputo!

CAIFA Nel Sinedrio…

ELIA Non e ancora il momento di toccare questo episodio culminante. Ci si arriverà più tardi,

procedendo con ordine, passo per passo.

PILATO Perché dunque mi si è chiamato adesso? Io fui tirato in ballo soltanto in quell’episodio

culminante.

SARA (balzando in piedi) Io non sopporto più questa procedura! Scusatemi, ma è più forte di me!

Sono anni - anni anni – che ogni sera sento fare appello alla stessa procedura… come se qui

avvenisse un processo vero e non se ne fingesse, invece, uno già preparato, con dei giudici – noi,

tutti noi — ossessionati, si, sinceramente da questo problema, ma già un po’ esausti... e con dei

testimoni — eccoli — che si prestano per pochi soldi a sostenere delle parti, e lo fate bene, con

cura, con slancio, mettendoci talvolta anche del vostro... Ma interlocutori siete, non altro! Eppure,

vedete, se nonostante questo si volesse fare soltanto uno spettacolo originale e stravagante, io direi:

pazienza! Invece no: qui si vuol concludere seriamente. È contro questa serietà ch’io mi ribello.

Perché, si può, si, anche nel nostro caso, fare sul serio, ma allora occorre cambiare formula, occorre

uscire dallo schema. Lo chiedo a te, papà, a voi, lo chiedo al pubblico…

ELIA Ti sbagli, Sara; o per lo meno, hai soltanto una piccola parte di ragione. Noi non fingiamo

niente, noi non ripetiamo niente, come tu credi; noi, al contrario, facciamo ogni giorno del nuovo,

perché se quello che succede quassù, tra noi, è quasi sempre lo stesso dibattito, quel che invece

cambia sempre, ogni sera, è ciò che accade attorno a noi, tra la gente che ci ascolta. Noi, qui, non

siamo che una occasione, un’esca… un fiammifero che dovrebbe servire ad appiccare il fuoco. Se

trova della legna ben stagionata anche un piccolo fiammifero... eh, eh!

SARA Ammettiamo pure che sia così, accettiamo pure la similitudine del piccolo fiammifero... ma

non t’è mai venuto da chiederti se non si tratti, per caso, di un fiammifero già bagnato che non

riesce più ad appiccare il fuoco neanche alla legna più stagionata? Che interesse può avere una

polemica tra Caifa e Pilato? Sarà tutt’al più per qualcuno, una curiosità giuridica.

ELIA L’interrogatorio serve a noi, non a loro.

SARA Ma per noi le posizioni di Caifa e di Pilato non possono riservare sorprese tanto sono

definite. Per Caifa e per il Sinedrio, Gesù di Nazareth, il falegname, il capo di quei dodici straccioni

senza arte né parte, non poteva assolutamente essere il messia. Non lo dubitarono nemmeno per un

istante. Il solo pensarlo l’avrebbero ritenuto un empietà. Ebbero torto o ragione? Non lo so. Ma fu

così.

ELIA Lo so che fu così! Ma io vado oltre: perché non sospettarono nemmeno dal momento che

questo Gesù si manifestava in modo così sorprendente e dava certi segni e compiva certi gesti?

Dovevano almeno chiederselo.

SARA Per i sacerdoti quei segni e quei gesti non potevano rivelare o anche vagamente suggerire la

presenza del messia che si aspettava! No, no: per questa strada non giungeremo mai — mai — a

nulla di conclusivo, non accenderemo il più piccolo fuoco. È una strada priva di sorprese — ve lo

dico io! — Del resto la mia non è una obiezione nuova. Anche Daniele, negli ultimi tempi che restò

con noi, prima di venir ucciso, si era convinto che se volevamo giungere a risultati profondi,

impegnativi dovevamo cambiar strada coraggiosamente. È vero? Lo disse o no «coraggiosamente»?

ELIA Si. Lo disse.

DAVIDE Tu però, almeno allora, non condividesti quel suo atteggiamento.

SARA Non lo condivisi. Allora ero solo spettatrice... (Guarda Davide) Non prendevo parte e...

(quasi commiserandosi) Non avevo nessun coraggio. — Poi sono accaduti tanti fatti... gravi. Oggi

partecipo anch’io e ho cambiato parere... Soprattutto, m’è venuto un certo coraggio, direi perfino un

gran coraggio. Ti par poco! (Guarda Davide, poi scattando con veemenza) Si potrà cambiar parere!

O no?

ELIA Ma in pratica, che proponi? Daniele, allora, ci manifestò, è vero, un suo stato d’animo

mutato, ma non fece alcuna proposta.

SARA Vuoi proposte? Cominciamo a sconvolgere lo schema preordinato del nostro processo,

sentiamo altri testimoni, facciamo, altre domande...

ELIA Quali?

SARA Non lo so... ma estemporanee improvvisate... (Piano, quasi sottovoce) Se si cominciasse col

sentire la madre

ELIA Quale madre?

REBECCA La madre di Gesù. Maria di Nazareth.

SARA (accesa) Ecco! Perché non si prova a sentire che cosa risponde la madre di Gesù.

ELIA Se non l’abbiamo nemmeno tra i nostri testimoni, la madre di Gesù.

SARA Proprio per questo! Qualcuno farà la madre di Gesù. Solo così può venire l’illuminazione

nuova, quella che cerchiamo.

DAVIDE Aspettate prima d’infiammarvi. Siamo seri e prudenti.

SARA (polemica) Propongo invece che non si sia né seri né prudenti!

ELIA Basta! (A Davide) Volevi dire?

DAVIDE Volevo far rilevare quale valore giuridico può mai rivestire per il nostro dibattito la

testimonianza di questa madre? Nessuno. A meno che non si voglia fare tutt’altra cosa.

SARA Ecco! Io vorrei proprio fare tutt’altra cosa! E di quest’altra cosa tu hai paura.

DAVIDE Io, paura? Figurati! Per me… se il Presidente approva un nuovo… esperimento… io sono

pronto.

(Tutti guardano Elia)

ELIA (parlando di preferenza rivolto a Davide) Io approvo… perché penso che non sia per nulla -

come credono loro - fare tutt’altra cosa da quel che si è sempre fatto. Venga pure la madre di Gesù,

Maria di Nazareth. (Questo brusco invito rivolto da Elia verso il gruppo di testimoni provoca una

certa sorpresa) Avanti... Venga lei... se la sente di venire? (La donna annuisce) (Elia rivolgendosi

direttamente agli spettatori) Finora, ha raffigurato Claudia Procula, la moglie di Pilato, che influì

sul marito, secondo il racconto dei testi cristiani, per indurlo ad opporsi all’esecuzione di Gesù. Era

un testimone previsto nel nostro processo. Ma stasera sarà la madre di Gesù. (La donna si è tolta di

dosso il mantelletto romano che l’avvolgeva: ora è in vestito borghese)

MARIA (chiede un po’ timidamente) Che cosa devo fare per essere la madre di Gesù?

SARA (eccitata) Ma niente! Niente! Venga così... naturalmente. Lei è una madre, no?

MARIA No, non ancora.

ELIA Non importa.

(Maria, aggiustandosi il vestito e ravvivandosi un po’ i capelli, viene avanti. Si ferma davanti ad

Elia. Elia la guarda)

SARA Credo anzi che sia meglio così! Entriamo finalmente nel campo delle testimonianze non

previste. (A Davide) Puoi anche rifiutarti d’interrogare, se credi. Sarebbe tuo diritto.

DAVIDE Non me ne servirò.

SARA Credevo. Avanti, allora. Comincia.

DAVIDE (a Elia) Mi è consentito di rivolgere due parole al pubblico prima di dare inizio a questo

interrogatorio?

ELIA (dopo un istante di riflessione) Fai pure.

DAVIDE (si alza, si allontana dal tavolo dei giudici dirigendosi verso gli spettatori) Fino ad oggi

si era sempre evitato di far partecipare al dibattito certi personaggi – Maria, Giuseppe, lo stesso

Gesù - sia per rispettare una linea di vero processo sia, soprattutto, perché l’interrogatorio di questi

personaggi venerati da tutto il popolo cristiano avrebbe potuto non dico offendere, ma forse urtare o

anche semplicemente indisporre la sensibilità di qualche ascoltatore. Ora però che certe circostanze.

ci hanno indotto ad abbandonare questa linea di riserbo e di rispetto, prima di aprire il fuoco di fila

delle domande, vorrei che voi manifestaste il vostro consenso. Innanzitutto noi siamo vostri ospiti.

UNA VOCE Concesso.

UN’ALTRA VOCE Sentiamolo questo interrogatorio.

VOCE FEMMINILE Non si manchi di rispetto, però!

DAVIDE Naturalmente. (E rimane immobile davanti al pubblico quasi aspettasse non si sa quale

altro consenso. Bruscamente si allontana dalla ribalta e va al tavolo. Si ha l’impressione che la

voce del pubblico l’abbia irritato e l’abbia deciso a piantar tutto. Questa impressione è alimentata

dal fatto che giunto al tavolo, anziché sedersi, Davide si mette a raccogliere e a riordinare le sue

carte proprio come chi si disponga ad uscire. Invece apre un libretto che ha presa sul tavolo,

sfoglia le pagine, trova quel che cercava, legge in silenzio per qualche istante, poi alzando gli occhi

su Maria) State bene a sentire (legge) «Figlio, perché ci hai fatto questo? Tuo padre ed io siamo

così angosciati! Ti abbiamo cercato dappertutto! — Ed egli rispose: Perché vi preoccupate tanto di

me? Non sapete che devo curare le cose del Padre mio che sta nei cieli?». (Un silenzio) Quanti anni

aveva quando accadde questo?

MARIA Dodici. Accadde quando andammo tutti e tre a Gerusalemme, per la Pasqua.

DAVIDE Non ebbe, il ragazzo, qualche altra parola di scusa o di pentimento oltre... queste

piuttosto sprezzanti che, secondo i testi, vi rivolse?

MARIA No. Continuò a parlare ai sapienti del tempio che lo circondavano ammirati.

DAVIDE Siete ben sicura che si trattasse proprio di dottori del tempio e non dei soliti pellegrini che

vengono dalla campagna per le feste, e son sempre pronti a meravigliarsi di tutto?

MARIA Erano dottori. Come potevo confondere dei sacerdoti con dei contadini.

DAVIDE E dopo, quando prendeste la via del ritorno e rimaneste sola col ragazzo, che

giustificazione dette dello smarrimento?

MARIA Nessuna. Non cercò nemmeno di giustificarsi. Non aprimmo bocca su quanto era

successo.

DAVIDE Strano. Si, strano soprattutto da parte vostra. A meno che non foste solita lasciarlo solo.

MARIA Oh, no.

DAVIDE E allora! Vi sembrò l’atteggiamento che un figlio – ancora un fanciullo - deve tenere

verso dei genitori angosciati che lo cercano disperatamente per ore e ore e finalmente lo trovano in

circostanze per lo meno sorprendenti?

MARIA (semplice) Che volete: s’era dimenticato semplicemente di noi.

DAVIDE (cercando di capovolgere le responsabilità) E voi di lui.

MARIA Io ero tranquilla: lo credevo con Giuseppe. Sapete come avviene in questi pellegrinaggi: le

donne vanno avanti e dietro gli uomini. Ed ero sicura che Gesù stava dietro con Giuseppe. Ce ne

accorgemmo alla prima sosta. Giuseppe aveva creduto che il bambino viaggiasse con me...

DAVIDE (Ironico) Invece predicava nel tempio come un bambino prodigio, dimentico di voi. Vi

eravate già accorta che era un bambino prodigio, il vostro Gesù?

MARIA Oh! Non era davvero come tutti gli altri.

DAVIDE Perché?

MARIA Fin dal piccolo, all’età che i bambini s’attaccano alla sottana della madre e non la lasciano

mai un momento, lui se ne restava solo, in disparte, e faceva molte cose senza di me. Io mi resi

conto che pur così bambino aveva già certi pensieri da cui io ero esclusa.

DAVIDE Questa non fu per caso una vostra idea, una vostra suggestione di madre? Ogni madre in

cuor suo vede il proprio figlio come una creatura straordinaria.

MARIA Oh no! Quanto sarebbe stato più facile il mio compito se Gesù fosse stato come gli altri!

DAVIDE Allora ditemi: con i compagni com’era? Che faceva?

MARIA Giocava.

DAVIDE Allegro?

MARIA Si.

DAVIDE Prepotente, manesco nei giochi? Desideroso di primeggiare, di vincere a tutti i costi?

MARIA I compagni lo cercavano. Lo chiamavano a lungo, da fuori, quando non si decideva ad

uscire.

DAVIDE Da ragazzi si cerca proprio chi è il più forte ed il più bravo tra i compagni. Sembra che

non si possa giocare senza di lui, anche se questo ci toglie la possibilità di primeggiare e di vincere.

Sembra una contraddizione e non lo è. I ragazzi hanno bisogno di un condottiero.

MARIA Non credo sia stato il caso di Gesù con i suoi compagni.

DAVIDE Dove aveva imparato quello che spiegò ai dottori del tempio, a dodici anni?

MARIA Non saprei.

DAVIDE Evidentemente la lettura dei Libri sacri doveva essere una sua idea fissa. Le vicende della

schiavitù del nostro popolo, le storie gloriose dei Re, gli annunci immaginosi dei Profeti dovettero

esaltarlo fin da ragazzo!

MARIA Eppure non sapeva leggere a quell’età. Non era mai andato a scuola.

DAVIDE (irritandosi) Non importa che sia andato a scuola. Basta che qualcuno gli abbia

raccontato queste storie meravigliose. Ne sapeva molte quasi a memoria... (Accusatorio) Dovete

avergliele raccontate voi o il padre Giuseppe.

MARIA No.

DAVIDE E chi rese, allora, quel ragazzo fanatico dei Libri sacri? Chi gli mise in testa l’idea di un

messia che stava per giungere? Chi lo fece fantasticare, chi lo esaltò? Forse qualcuno a vostra

insaputa montò la testa al fanciullo.

MARIA Non lo credo. La sua vita la conoscevamo bene; e conoscevamo anche bene la gente del

paese: non c’era nessuno che potesse montargli la testa, come dite voi. Un piccolo paese, e una vita

ritirata, la nostra. Sapeste!

DAVIDE Allora? Che spiegazione trovaste a quel ch’era successo nel tempio di Gerusalemme?

MARIA Nessuna spiegazione. La sapienza di quel mio figlio ancora bambino era un mistero: eh, si,

proprio un mistero. (Grave e trepida) Allora ricominciai a tremare.

DAVIDE Ricominciaste a tremare! Perché «ricominciaste»? C’era stato qualcosa, prima, che vi

aveva fatto già tremare?

MARIA Com’era nato quel figlio era stato il mio primo, grande tremore, e il primo mistero.

DAVIDE Un altro mistero! Una catena di misteri! Presto, vedrete, diventeranno tanti che non

sapremo più come districarci! – Per spiegare la vita, il carattere di questo Personaggio, bisognerà ammettere un numero eccessivo di... misteri! A cominciare dalla nascita. (Rivolgendosi ad Elia)

Loro dicono misteri; io potrei dire: favole, delle straordinarie magnifiche favole.

ELIA Vorrei che si evitassero i commenti personali, Giudice Accusatore.

DAVIDE Giusto. Chiedo che venga qualcuno per rispondere a nome di Giuseppe, il padre putativo

di Gesù! (Verso il gruppo dei testimoni) Uno... Uno qualunque... Desidero, anzi, che sia proprio uno

qualunque, e reagisca spontaneamente... Anche uno del pubblico...

ELIA(interrompendo)Un uomo di mezza età... no, non troppo vecchio... chiedo scusa... Io credo

che Giuseppe non dovesse aver toccato nemmeno la quarantina... (Uno dei testimoni s’è fatto

avanti) Si, si: va bene. Per me va bene. Avanti. (Al pubblico) Anche quella di Giuseppe è una voce

nuova nel nostro processo: mai udita prima; una voce improvvisata. Parleremo della nascita di

Gesù. (Giuseppe è in piedi davanti ad Elia e Davide. Persuasivo, a voce più bassa) Stimatissimi

ascoltatori, giunti a questo punto, io sono indotto a rivolgere una doppia raccomandazione:

all’Accusatore, di essere quanto mai delicato e discreto nel formulare le sue domande; e a tutti voi,

di volere ascoltare con... raccoglimento le parole che verranno pronunciate e di misurare dagli

accenni che se ne faranno la portata di questo smisurato evento d’amore. (Una lunga pausa. S’è

fatto un profondo silenzio. Poi Elia si rivolge a Davide e lo invita col gesto a incominciare

l’interrogatorio di Giuseppe)

DAVIDE Vorrei essere dispensato.

ELIA E come mai? L’avevi chiesto tu.

DAVIDE È vero. Ma preferisco rinunciarvi.

ELIA Parlerò io, allora. (Dopo aver fissato Giuseppe) Giuseppe, volete confermare se la promessa

che legò a voi Maria di Nazareth come sposa, contemplava anche il vero impegno - impegno

assunto liberamente - di custodire e proteggere in casa vostra una vergine?

GIUSEPPE Lo confermo. Io fui contento di proteggerla e di viverle accanto. Mi piacque di viverle

accanto. Mi piacque di vivere all’ombra di Maria: il suo sguardo, il suo sorriso, il suo respiro

bastarono al mio amore.

ELIA Parlateci dell’evento, Giuseppe.

GIUSEPPE Io, in quella stagione, ebbi ad assentarmi da casa per dei lavori nel porto di Cafarnao.

Era la vigilia della giornata festiva quando m’incamminai verso casa; e arrivai che annottava. La

nostra casa è silenziosa, penso che il sonno abbia vinto Maria prima del mio arrivo. Invece mi

accorgo che è seduta e se ne sta immobile, a capo chino, entro l’ombra che l’albero stampa per terra

in quella gran notte di luna. Io mi avvicino, timoroso. Ma lei, subito: «Giuseppe avvicinati».

(Rivolgendosi a Maria) Fu proprio con queste parole che mi accolse... è vero?

MARIA Si. E Maria aggiunse «Tutto si è proprio avverato».

GIUSEPPE Che cosa si è avverato?

MARIA (a capo chino) Sto per avere un figlio.

GIUSEPPE (con improvvisa disperazione) Ora capisco il patto... Ecco la ricompensa alla mia fede!

Che cosa è mai diventata la mia casa? Non posso più restare…

MARIA Ti supplico, Giuseppe, ti scongiuro: non lasciarmi così! Tu non puoi credere, lo so... ma

devi ugualmente credere... anche se ti occorre una fede più grande di te... devi… devi. (Ma

Giuseppe si è allontanato) Giuseppe? Giuseppe? (Allora Maria singhiozzando si siede chiudendosi

la testa tra le mani)

GIUSEPPE Ero deciso a non rimettere più piede nella mia casa... e l’immensa fede che avevo

avuto nella mia sposa, e la gioia con cui avevo accolto il nostro patto d’amore pur di poterle vivere

accanto, mi si tramutavano, adesso, in compassione di me stesso. Solo a tratti, quando nelle pause

del mio dolore rivedevo il volto di lei, m’usciva detto: «Non è possibile...». — Fu durante una di

queste pause di assurda speranza, che la stanchezza mi vinse, e mi prese il sonno, lì, in mezzo al

prato dov’ero andato a meditare sulla mia sorte. E nel sonno m’apparve una figura luminosa...

ELIA (delicatamente, sottovoce) Fu un sogno o una... apparizione?

GIUSEPPE (netto) Fu un sogno. Ma così chiaro che quando mi risvegliai fui indotto a considerarlo

come un’apparizione.

ELIA Dicevate della figura luminosa... — scusate, v’ho interrotto.

GIUSEPPE Si, luminosa. Mi fu vicina e mi disse: «Hai torto di dubitare della tua sposa. Maria

metterà al mondo un figlio per volontà di Dio. Lo chiamerai Gesù. Egli sarà il Salvatore del tuo

popolo. Torna, torna a casa, uomo giusto». (Pausa)

ELIA Credeste a quelle parole che vi sembrò di aver udito in sogno?

GIUSEPPE (con fierezza e umiltà) Si. Io ho voluto credere quello che nessun altro avrebbe forse

mai creduto. Ho voluto sperare che proprio in casa mia si sarebbe avverata la grande speranza

d’Israele.

ELIA (si alza in piedi, e mormora commosso) La grande speranza d’Israele... Vi capisco.

GIUSEPPE Così, riaprii la porta di casa... (Si avvicina a Maria che è rimasta seduta con la testa

tra le mani, e dice) «Maria, tu sei benedetta tra tutte le donne, e sarà benedetto il figlio che nascerà

da te. Il suo nome sarà Gesù». — E da quel momento cominciai a proteggere la madre e il figlio —

e custodii nel cuore il mistero della sua nascita.

(Lungo silenzio. Elia si siede)

DAVIDE (a bassa voce, lento, ma insofferente) Non vorrei, però, che ci lasciassimo suggestionare

da un clima, da un’atmosfera. Anche io, se volessi, potrei perfino commuovermi. Ma non è la

commozione che cerchiamo. Accade quel che avevo previsto: stiamo addentrandoci sempre più per

la strada dei miracoli, dei misteri, delle apparizioni. Non vorrei che mi si giudicasse irriverente se

torno a dire: favole… favole...

REBECCA D’altra parte se vogliamo continuare ad esaminare il caso di Gesù di Nazareth, non

possiamo sorvolare su certi aspetti straordinari della sua vita. Meglio affrontarli!

SARA Io propongo che la questione dei miracoli venga affrontata apertamente.

CAIFA Lo penso anch’io. Tanto più che furono proprio i miracoli a creargli in mezzo al popolino

la fama di messia. Non capivano la sua dottrina, ma capirono i miracoli.

DAVIDE Un momento. Non vorrei essere frainteso. Non vorrei, cioè, che si pensasse che io nego,

per principio, i miracoli. L’Antico Testamento è pieno di miracoli, io credo nell’Antico Testamento.

Soltanto che qui non siamo venuti per giudicare se quelli di Gesù furono o no veri miracoli. Siamo

impreparati a questo dibattito. Siamo incompetenti a discuterne, penso io. Qui dobbiamo soltanto

discutere se la sua condanna fu o no giustificata dalla legge giudaica. È il solo dibattito che

possiamo fare. Io insisto ancora nel riportare questo processo nel suo giusto quadro; ridurlo, cioè, a

un fatto giuridico.

SARA E qui sbagli! Perché, tu lo voglia o no, questo è un dibattito spirituale, religioso, o quanto

meno di... coscienza.

DAVIDE (ironico) Non sapevo che si corresse anche il rischio di poterne uscire… convertiti! —Mi

rimetto comunque al Presidente.

ELIA Credo anch’io che, a parte la forma che noi abbiamo voluto dare al nostro processo, il

tormento, la febbre — ecco, proprio la febbre — di ricerca che ci muove da anni, sia qualcosa di più... sia molto, molto più di un dubbio giuridico. Si apra pure il dibattito sulla questione dei

miracoli. (Una pausa; poi di slancio) E coraggiosamente! (Si guarda attorno; poi con lieve,

impercettibile ironia) Naturalmente, pur parlando dei miracoli, noi non potremo disporre,

rispettabili ascoltatori, di quelli che si è soliti chiamare «i periti», «gli esperti»... Oggi sono molto

ascoltati. È il loro tempo. Pazienza! Ma cercherò di supplire io alla loro mancanza. (Rivolgendosi a

Maria) Gesù aveva trentaquattro anni quando lasciò il paese e continuò quella che si è soliti

chiamare la sua «vita pubblica».

MARIA (annuisce) Si.

ELIA Come vi lasciò? Come vi lasciaste?

MARIA Oh, come si lasciano una madre e un figlio. Perché, vedete, quel che forse si stenta a

capire, a credere è che nonostante quei segni meravigliosi — segni del cielo — miracoli,

apparizioni, misteri! — che precedettero e accompagnarono la nascita di Gesù e che riapparvero

una volta ancora a dodici anni, lui, per me, continuava ad essere un figlio vero, reale, proprio come

può essere l’unico figlio di una madre qualunque. (Più sottovoce) Io ve lo voglio proprio confidare:

nonostante quei segni eccezionali, ci fu un momento — anni e anni furono! — un momento in cui

pensai che Gesù fosse un figlio come tutti, ed io potessi godermelo come una madre si gode quel

che le appartiene. Più nulla, per anni, era venuto a turbare la nostra vita modesta: più nessuna voce

misteriosa, più nessun segno arcano: la pace, il lavoro soltanto, le abitudini di casa — io e lui io e

lui più vicini che mai, dopo che Giuseppe era morto. Ero in questo stato di materna soddisfazione,

quando Gesù, un giorno, interrompendo un lavoro, mi dice: «Mamma, tessi una tunica nuova per

me. Presto dovrò partire, e mi piace fare il viaggio con una nuova tunica rossa». Il tremore che mi

diedero quelle poche, semplici parole fu più forte di quello che provai — fanciulla — alle parole e

alla vista dell’Angelo Annunciatore. Non ebbi fiato per rispondere. Perché avevo capito. Capito

tutto. Partiva. La sua missione era cresciuta con lui. E doveva lasciarmi. Doveva. E quel giorno,

quando si chiuse alle spalle la porta di casa, e sparì sotto, nel sentiero che scendeva, io piansi.

ELIA E si volse a salutarvi?

MARIA No, non si voltò nemmeno. Mi aveva già detto prima, mentre indossava la tunica che gli

avevo fatto: «Tu mi sentirai di lontano, mamma».

ELIA Quando lo rivedeste?

MARIA Oh, nei primi tempi andava nelle vicinanze, e ritornava a casa ogni tre o quattro giorni.

ELIA Solo?

MARIA Solo. Ma una sera rientrò con tre amici: Pietro, Giacomo e un giovanetto che si chiamava

Giovanni. Si fermarono da noi, e dovetti preparare dei pagliericci perché potessero dormire. Proprio

in quei giorni fummo invitati a un pranzo di nozze, in un paese vicino, a Cana. Andammo: Gesù con

me e i suoi tre compagni. E durante il banchetto, in mezzo ai canti e ai brindisi degli invitati, Gesù

fece il primo prodigio; mutò l’acqua in vino. Lo fece quasi di nascosto, ma io lo sapevo… io e i

servitori. Il giorno dopo ripartì. Le sue lontananze si fecero più lunghe. Mi dicevano che predicava

il regno di Dio, e che molti lo seguivano. Aveva ormai preso la sua strada.

ELIA La sua strada.

DAVIDE Chiamiamola pure la strada dei miracoli. (Rivolgendosi al pubblico) C’è bisogno di

illustrarli questi miracoli o vogliamo cominciare a discuterli subito?

ELIA Illustriamoli, anzitutto.

DAVIDE Ma sono tanti! Sono perfino troppi per essere tutti buoni! Ce n’è, comunque, per tutti i

gusti: pesche miracolose, tempeste placate, malati che guariscono, storpi che si mettono a

camminare — «alzati e cammina» — ciechi che riaprono gli occhi alla luce, perfino morti che

ritornano in vita... Comunque... comunque, se si preferisce, prima, analizzare la natura di questi miracoli, avanti, si invitino a deporre i testimoni diretti. Gli apostoli: Pietro, Giovanni, Tommaso,

quello che volle toccare con mano... vengano pure avanti! (Si distaccano dal gruppo dei testimoni,

Pietro, Giovanni e Tonmmaso. Portano come distintivo qualche emblema caratteristico: Pietro una

rete da pescatore buttata sulla spalla; Giovanni uno strumento musicale a tracolla; Tommaso ha

un occhio bendato)

ELIA Abbiamo davanti tre discepoli, tre uomini che più degli altri hanno avuto la possibilità di

assistere ai miracoli del loro maestro. Lo seguivano dovunque. E hanno visto, tutto: quel che

accadeva prima, durante e dopo un prodigio, i gesti di Gesù, le reazioni della folla… (Indicando i

tre testimoni) Tre uomini differentissimi... uno (Pietro) è un pescatore: lo dovremmo, veramente,

chiamare Simone, ma da quando Gesù lo chiamò «roccia», tutti lo chiamano Pietro; questo

(Giovanni) è Giovanni, il fratello di Giacomo. Erano così pieni di slancio, di impeto che furono

chiamati: «i figli del tuono». Famiglia di pescatori anche la sua (indica Giovanni) ma lui, quando

Gesù lo incontra non ha ancora fatto i calli alle mani per la fatica di tirar su le reti, no, perché già

legge e studia... quest’altro è Tommaso: predilige la vita militare, e ci ha rimesso un occhio. (A

Davide) Passiamo all’interrogatorio.

DAVIDE Vorrei intervenire il meno possibile. Vorrei che parlassero loro. Tu, Pietro. Vieni avanti.

Racconta, e non tanto a me, ma al pubblico degli ascoltatori - volgiti… ecco, così: rivolto a loro -

racconta un miracolo di Gesù, uno qualunque, quello che ti piace di più, quello che di più ti ha

colpito, un miracolo che hai visto proprio tu, con i tuoi occhi e raccontalo con parole tue, senza

servirti di quelle del Vangelo che sai certamente già a memoria. No, Parole tue. (Un silenzio)

Avanti!

GIOVANNI (intervenendo) Non vorrei che credeste che i miracoli fossero la principale

occupazione di Gesù!

DAVIDE (ironico) Ah, no?

GIOVANNI Vi sbagliate!

DAVIDE Prendo atto di questa vostra affermazione. Gesù faceva i miracoli senza dar loro gran

peso, è questo che volete dire?

PIETRO (impetuoso) Si, li faceva quasi a malincuore.

GIOVANNI Anche se non volete crederlo, io vi dico che Gesù diventava triste quando la gente gli

chiedeva un prodigio. Sembrava dire: non capiscono che questo linguaggio! Allora si nascondeva,

scappava perfino.

PIETRO Una volta, che la folla si accalcava sulla spiaggia del lago di Tiberiade, e in un momento

di entusiasmo voleva proclamarlo re, Gesù fu costretto a salire su una barca e a prendere il largo.

Ma quando giunse alla sponda opposta, c’era anche lì la stessa gran turba di popolo che l’aspettava.

Allora riprese a parlare, a predicare... e continuò; continuò finché si fece notte...

GIOVANNI Ecco quel che Gesù faceva con slancio: parlare! Questo si! Parlare… parlare…

spiegare, spiegare: si accaniva, si esaltava, si commuoveva a spiegare.

DAVIDE È vero che la gente, nonostante le sue parole, non capiva quasi niente di quel che diceva?

GIOVANNI Non se ne andava, comunque! Rimaneva ad ascoltarlo per giornate intere, in piedi, al

sole, senza mangiare, senza riposare — anche se non capiva!

DAVIDE Insomma era per i discorsi o in attesa dei miracoli che la gente aspettava con tanta

pazienza?

GIOVANNI I veri miracoli di Gesù furono le parole, gli annunci, i messaggi!

DAVIDE (rivolgendosi ai colleghi) Prendiamone atto. È importante. E forse è vero. Però, adesso

siamo stati esortati dal Presidente a parlare dei miracoli. (A Pietro) Tu dovevi raccontarci qualcosa.

PIETRO Ecco, io... ma avevo già cominciato a raccontare di quella volta che era fuggito su una

barca... E poi era disceso all’altra riva del lago. Erano tre giorni che parlava e parlava. Alla sera noi

gli andiamo accanto, e gli diciamo: «Maestro, smetti un po’ di predicare. La gente così potrà andare

nei villaggi vicini a mangiare un boccone». Gesù sembrò accorgersi solo in quel momento che tutta

quella folla aveva digiunato per ascoltarlo, e subitamente si commosse. «Fateli sedere», ci disse,

«non mandateli via: fateli riposare, e distribuite quel che avete.» Ma noi non avevamo niente. Un

po’ di pane e qualche pesce era proprio niente per tutta quella gente. E glielo dicemmo. Ma lui

rispose: “Date, date tutto quello che avete… date”. E noi cominciammo a distribuire quei pani e

quei pochi pesci; e i pani e i pesci non diminuivano, ma bastavano… E noi a dare, a dare… a dare

sempre… E questo veder sempre colmi i canestri ci riempiva, si, di stupore, ma anche, devo dire, di

allegria, si, proprio di allegria come se si trattasse di un meraviglioso gioco… E sorridevamo tra noi

discepoli perché solamente noi sapevamo del miracolo, solo noi… La turba non s’era accorta di

niente: mangiava e riposava in riva al mare. Quando ritornammo da Gesù, ed egli ci chiede: “Non

hanno più fame?”, e noi gli diciamo di no, che sono sazi, e il cibo è bastato per tutti e ce n’è, anzi,

avanzato, - egli quasi tra sé: “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati”.

GIOVANNI Beati i mansueti perché erediteranno la terra.

TOMMASO Beati coloro che piangono perché saranno consolati. (Queste «Beatitudini» cadute

improvvise e inaspettate, hanno creato una straordinaria tensione di tono)

DAVIDE (sottovoce, come per sfuggire a qualcosa che gli parla dentro, toccandosi la testa)

Basta... basta...

UNA VOCE (dal tono un po’ rauco) Perché basta? (Forte) Beati i disgraziati, beati i poveracci! Il

paradiso sarà loro!

DAVIDE (sempre sottovoce, come se supplicasse) La smetta lei... la smetta! Basta con questa

incontenibile improvvisazione. Lo spettacolo sta diventando increscioso. Chiedo scusa.

UN’ALTRA VOCE Perché chiede scusa? Di che?

DAVIDE Perché questo processo ci sfugge di mano; e voi siete costretti ad ascoltare un dibattito

del tutto diverso da quello per cui siete stati invitati, ecco. Se fossimo restati nei termini del

dibattito, vi assicuro che avreste sentito cose ben più serie… severe... documentate. Un vero

processo. Invece: i prodigi, i sogni, le voci, i miracoli... — Non che mi manchino gli argomenti per

ribattere, eh, no! Quel miracolo collettivo raccontato un momento fa da Pietro il pescatore, potrebbe

essere contestato in cento modi e con cento argomenti. Era una turba, ci ha detto, una turba

numerosa... Ma quale turba? Quanti potevano mai essere? E chi ci dice che ognuno non avesse la

sua brava provvista com’è solita fare la povera gente quando parte per un viaggetto? L’involto, il

cartoccio, la sporta... E quel po’ di provvista che ognuno aveva fu messo in comune, e bastò a tutti!

I pochi pani e i pochi pesci erano quel che avevano i discepoli. In fondo ognuno dovette mangiare

col proprio! Dov’è il miracolo?

GIOVANNI Voi inventate!

DAVIDE Non invento. Interpreto. Do spiegazioni logiche, razionali.

GIOVANNI (impetuoso, aggressivo) E il figlio della vedova di Naim? Era già morto quando Gesù

l’incontrò. Il funerale s’era già in incamminato. La madre piangeva. E il dolore di quella madre

impietosì Gesù. Disse: “Non piangere”. I portatori s’erano fermati e gli avevano deposto ai piedi la

bara. Io ero proprio accanto. La toccò: “Fanciullo, io ti dico, levati su!”. E il fanciullo, si muove, si

alza a sedere e comincia a parlare. — «Ecco, oh madre, ti rendo il tuo figliuolo”.

REBECCA (a Davide) Cosa c’è qui da interpretare? Che spiegazione logica c’è da trovare?

DAVIDE Che il bimbo non era morto, ma solo addormentato.

GIOVANNI Queste, proprio queste son le parole che Gesù disse un’altra volta: «La fanciulla non è

morta, ma dorme». Le disse in casa del capo della sinagoga, Giairo, a cui era morta la figlia.

ELIA (ripete) ... non è morta... ma dorme...

GIOVANNI (alto) Noi abbiamo creduto e crediamo che il mondo non sia morto, ma dorma!

DAVIDE Voi non avete creduto a niente! Voi non avete creduto ai miracoli! Voi li avete visti, ma

non ne siete stati persuasi!

REBECCA Come puoi accusarli di questo?

SARA Sono affermazioni gratuite! Bel modo di fare l’inchiesta!

DAVIDE È l’unico modo per non rimanere impigliati nel misticismo e nelle favole! D’altra parte lo

dimostrerò con prove. Vedrete. (Esce da dietro il tavolo e viene davanti altre testimoni) Voi dunque

asserite di aver creduto fermamente ai miracoli. Lo confermate?

PIETRO Sicuro.

GIOVANNI Certo.

TOMMASO Senz’altro.

DAVIDE (a Pietro) Come mai allora tu l’hai rinnegato - e più volte - questo Gesù portentoso, che

aveva fatto tanti miracoli sotto i tuoi occhi? (Silenzio. Brusco) Rispondi! L’hai rinnegato si o no?

PIETRO Si. L’ho rinnegato!

DAVIDE (verso Tommaso) E tu? Tu, Tommaso, hai creduto così poco a quei miracoli che ti sei

rifiutato recisamente di prestar fede alla notizia che Gesù era risorto. Hai detto: «Non lo credo. Se

non vedo non lo credo». E difatti hai voluto toccare con le tue mani il suo corpo, le sue ferite. I

miracoli che avevi visto non ti erano serviti a niente!

TOMMASO È vero che dubitai. Ma quando vidi e... toccai, mi pentii d’aver dubitato, e tornai a

credere.

DAVIDE Ricordati che vedesti e toccasti le ferite di un vivo, non di un morto.

TOMMASO Di un resuscitato da morte.

DAVIDE Ecco: questo del resuscitato resta da vedere, da provare. E lo vedremo. (Verso il gruppo

dei testimoni) Ehi, tu... tu, Giuda! Vieni avanti, che è il tuo turno. (Giuda viene avanti forse con il

sacchetto delle monete alla cintola e con la corda per impiccarsi buttata sulle spalle come un

arnese di lavoro. È davanti a Davide. Come se volesse ingraziarselo) Tu, Giuda, che pure li avevi

visti quei miracoli — e non uno soltanto, ma molti, ma tanti— tu non hai esitato a tradirlo, a

venderlo, l’uomo dei miracoli. È vero che i miracoli non t’hanno dato una esitazione di più? Non

t’hanno trattenuto un’ora di più? È vero?

GIUDA È vero.

DAVIDE È vero. E che vuoi dire? Pensiamoci insieme, egregi ascoltatori. Ragioniamo. Come si

poteva tradire, come si poteva rinnegare un uomo che crediamo veramente dotato del potere di fare

degli autentici miracoli? Impossibile! Perché? Per gratitudine, per amore? No. Lasciamo stare questi

sentimenti, che pur avrebbero dovuto pesare sulle loro decisioni, sui loro atti. Se davvero avessero

creduto ai miracoli… non avrebbero osato. Ecco il punto. (Vicinissimo ai tre) Avreste avuto paura.

Paura del suo castigo, paura della sua vendetta, se davvero foste stati persuasi che il suo potere

miracoloso era reale. Non avreste osato mai! Perché invece l’avete fatto? Perché sapevate che non

vi avrebbe distrutto, incenerito con il suo castigo! Perché sapevate che egli non aveva quel

prodigioso potere di farei miracoli. Quelli che accadevano non erano veri miracoli — voi lo

sapevate bene, voi soli lo sapevate — ma soltanto suggestioni, simulazioni, invenzioni... per cui quando venne il momento di rinnegarlo e di tradirlo lo faceste, certi della vostra impunità. Voi, voi,

i discepoli, siete la prova più schiacciante contro i presunti miracoli di Gesù di Nazareth.

CAIFA Non siate così perentorio, mi permetto di consigliare. lo non sono affatto qui per

testimoniare se quelli fossero o no veri miracoli, però debbo dire che l’uomo cieco fin dalla nascita

che riacquistò la vista, e il lebbroso che ritornò intatto sono stati episodi per lo meno inconsueti

controllati da noi sacerdoti.

DAVIDE In che modo controllati?

CAIFA Voi sapete che noi sacerdoti avevamo l’autorità di negare o meno l’accesso in città a

chiunque, affetto da lebbra, si dichiarava guarito. Doveva essere visto da noi. Ebbene, quella volta,

constatammo che l’uomo poteva dirsi mondato. Fu proprio in seguito a questi fatti che fermammo la

nostra attenzione su questo Gesù, e lo facemmo seguire.

DAVIDE E a che conclusione arrivaste?

CAIFA Che dei fatti straordinari accompagnavano la sua predicazione.

DAVIDE Ma voi personalmente ne foste qualche volta testimone?

CAIFA No. Personalmente mai.

DAVIDE Allora?

CAIFA Ma Giaìro della sinagoga - quello che ebbe la figlia resuscitata - me ne rese testimonianza.

DAVIDE Parte interessata, Giaìro. Testimonianza non valida.

CAIFA Era un uomo degno della massima fede. E non c’è dubbio che fosse dalla nostra parte.

DAVIDE Evidentemente lo vinse l’amore per la figlia, e fu accecato. Accade.

SARA Accecato? Sentitelo. Ma una figlia vale ben più di un partito!

DAVIDE Che c’entra qui il partito?

SARA I sacerdoti non erano il partito di Giaìro? Se non vuoi dir partito, di’ quello che vuoi!

DAVIDE Sostengo che fu accecato.

CAIFA C’è una tale luce, vedi, in quelli che tu consideri accecamenti, che non l’immagini

nemmeno.

DAVIDE (enigmatico, allusivo) L’immagino bene, invece. Anzi, lo so. Proprio per questo insisto.

Proprio per questo sostengo che tutti furono tratti in inganno. Anche voi sacerdoti. Quel che mi

preme dimostrare, quel che credo d’aver già dimostrato, è che per i discepoli non ci furono mai

miracoli, né prima né dopo. Essi sapevano.

PIETRO Non vero! Non fateci dire quel che non abbiamo mai detto. Noi credemmo in Lui. Noi

credemmo nei miracoli che faceva.

DAVIDE Perché allora non moriste tutti con lui, per lui?

PIETRO (dolorosamente) È vero: non morimmo... anzi lo rinnegammo, chi apertamente, come me,

chi con la fuga o rinchiudendosi in casa... lo dissi: «Non lo conosco... non l’ho mai visto... Non

sono dei suoi!». Disprezzatemi pure. Ma quel che non volete capire e che purtroppo io, forse, non

riuscirò a farvi intendere, è che si può nello stesso tempo credere e tradire, amare e rinnegare... si!

Si! Ve lo dico io che si può! L’amavo, io, mentre dicevo nel cortile del palazzo di Anna: «Non l’ho

mai visto... non lo conosco»... l’amavo sempre!

DAVIDE (un po’ sconvolto) Ma perché allora...?

PIETRO Perché? È così... Senza alcun perché. Eravamo deboli: perché non volete tener conto di

questo: che fummo deboli… tre manti… che avemmo paura. Vili. Dei discepoli vili, d’accordo. Che

volete farci se siamo fatti così. Non eravamo degli eroi. Lui lo sapeva. Ci scelse tra la gente

comune. Disse: tu, tu e tu - venitemi dietro, seguitemi... così come siete, si... Ed eravamo niente. -

Poi vedendo quel che faceva ci gonfiammo un po’. Ci pareva di essere anche noi un po’ gli autori di

quei prodigi, o per lo meno dei collaboratori; ci sentivamo appartenenti al «gruppo dei fedeli» mi

capite? E quando lo vedemmo preso, picchiato, sanguinante, sconfitto... aspettammo da lui il gesto..

una luce, una voce che venisse dal cielo e umiliasse i suoi nemici... — ma il miracolo non venne. Fu

allora che ci prese la paura. Si, avemmo tutti paura. L’abbandonai. Eppure — dovete credermi —

gli volevo ancora bene; credevo che era il messia.

GIUDA Io invece non lo credevo più. Quando lo consegnai in mano al Sinedrio, non avevo più

alcun dubbio: Gesù di Nazareth non era il messia che aspettavamo; non era lui che avrebbe liberato

il nostro popolo. Tutti mi considerano il più mostruoso dei traditori, lo so bene. Ma ci si sbaglia sul

mio conto. Non sono stato un volgare traditore: sono stato soltanto un uomo coerente.

SARA Come? Ripetete!

GIUDA Coerente, ho detto.

DAVIDE Spiegatevi.

GIUDA Quando non ebbi più fede in lui, sentii che era mio dovere darlo in mano alla giustizia. E lo

feci.

ELIA Parlate di dovere?

GIUDA Si, di dovere. Perché se Gesù non era colui che avrebbe liberato il nostro popolo dalla

servitù, diventava all’improvviso ai miei occhi, il più tenace oppositore di questa riscossa. Mi

appariva come un rinunciatario. E pericoloso, per l’ascendente enorme che aveva sul popolo.

Quando me ne convinsi lo diedi alle autorità per il bene del mio paese. Del resto molto prima che io

lo tradissi, lui aveva tradito noi; anzi: aveva tradito me.

PIETRO Te?

GIUDA Si, con delle promesse non mantenute.

REBECCA Fatto personale?

GIUDA Ammettiamolo. Tutto è fatto personale. Sempre.

SARA Approvo.

REBECCA Approvi?

SARA Si, quello che ha detto adesso: che tutto, in fondo, si riduce sempre a fatti personali.

DAVIDE (troncando) Come e quando entraste in contatto con Gesù di Nazareth?

GIUDA Fui uno degli ultimi a far parte del gruppo dei discepoli. Gesù attirava già le turbe dietro di

sé quando io m’inserii. A quel tempo il gruppo dei seguaci era quanto mai disordinato e disperso: io

entrai e lo organizzai.

PIETRO Chi vuol toglierti questo merito!

SARA Lo sappiamo bene che foste l’amministratore, il tesoriere della piccola comunità. Il denaro

era in mano vostra.

GIUDA Giusto. Ma non sapete una cosa: io non sono stato soltanto l’amministratore, ma il

finanziatore.

ELIA Come? Spiegatevi.

GIUDA Volentieri. (Pausa) Io impiegai tutto il mio per organizzare e mantenere la vita degli

apostoli.

ELIA Come... mantenere?

GIUDA Mantenere — semplicemente. Dapprincipio la vita era dura. Predicavano: la gente

ascoltava, ma poi se ne andava. Passarono dei mesi e dei mesi prima che ci prendessero sul serio.

Come movimento organizzato non esisteva ancora fino al giorno in cui arrivai io. È vero? (Pietro

annuisce) Nonostante questo io credetti fin dal primo momento che quel piccolo gruppetto

capeggiato da Gesù di Nazareth avrebbe potuto appiccare il fuoco della rivolta al nostro paese. Lo

credetti con tutte le mie forze. Per questo dissi a loro: Voi badate a parlare, a predicare, a far

proseliti; voi viaggiate per tutto il paese, non pensate ad altro, smettete di lavorare e di occuparvi

dei vostri affari. D’ora in poi io mi occuperò di farvi vivere. Il mio denaro è vostro. Solo così

diventammo un gruppo, e in poco tempo si parlò di noi.

ELIA (rivolto agli apostoli) È vero?

PIETRO Si.

GIOVANNI È vero.

TOMMASO Mise in comune tutto il suo.

SARA (ironica a Davide) Tu, allora, non puoi che considerarlo un precursore!

ELIA Questo dovrebbe darvi una posizione di preminenza in seno al gruppo.

GIUDA Da principio, si. Ma poi, quando cominciarono a giungere le offerte dei seguaci e non

ebbero più bisogno di me, presero a guardarmi meno benevolmente.

ELIA E il motivo di questo atteggiamento mutato?

GIUDA Il risentimento, forse inconsapevole, verso chi li aveva «amministrati», verso chi aveva

organizzato la loro vita. Quando il gruppo pensò di poter essere indipendente, cominciò a

considerarmi con altro animo. Mi rimproverarono di non intendere il messaggio di Gesù.

GIOVANNI Non era un pretesto. Ti spiegammo il perché.

ELIA Perché?

GIUDA (precedendo Giovanni) Perché ero stato il banchiere, il mercante: per questo non potevo

intendere. Insomma: mi fecero capire che avevo fatto il mio tempo, e non servivo più.

ELIA Loro. Gli apostoli. Ammettiamolo, per un momento. Ma Gesù?

GIUDA (dopo una reticenza) Gesù no. Continuava a darmi fiducia, a lasciarmi fare.

ELIA Allora!

GIUDA Cercate di capirmi. Come amministratore non servivo più, come discepolo ero fuori strada

in quanto il Regno predicato da Gesù non era quello che avevo sognato — che dovevo fare ormai?

Mi avevano isolato e mi sentii inutile.

ELIA E ve ne dispiacque?

GIUDA Forse.

ELIA Vi dispiacque sentirvi all’improvviso senza amici?

GIUDA Si. E mi accorsi che ero attaccato a loro anche col cuore proprio nei giorni in cui

palesemente cercarono di allontanarmi. Non credevo di provare questo sentimento per loro — o

almeno verso qualcuno di loro!

ELIA Verso chi, per esempio, vi sentiste più legato?

GIUDA Mi sarebbe piaciuto restare amico con Giovanni. (A Giovanni) Invece proprio tu, Giovanni,

fosti il più aspro verso di me, mi facesti sentire più degli altri la tua superiorità intellettuale, mi

ponesti il dilemma: «Se abbracci senza riserve il messaggio di Gesù, resta; altrimenti vai altrove,

Israele è grande».

GIOVANNI (irrequieto) Ti ricordai semplicemente la parola di Gesù: «Chi non è con me è contro

di me». Ma forse la verità è un’altra.

ELIA Qui occorre dirla.

GIUDA Dilla la tua verità.

GIOVANNI La verità è che Giuda, d’un tratto, divenne invidioso di me per la predilezione che

Gesù mi dimostrava. Venute meno certe necessità pratiche della nostra comunità, i contatti di Giuda

col Maestro si fecero sempre più radi. Fui io, invece, che da un certo momento in poi, cominciai a

raccogliere le confidenze di Gesù.

GIUDA Sentitelo, il ragazzo! Che sensibilità da adolescente!

GIOVANNI Sostengo che fu gelosia, la sua. In un primo tempo cercò di avere la mia amicizia,

benché fino a quel momento mi avesse completamente ignorato...

GIUDA Avevo ignorato tutti, non te solo! Non potevo perder tempo a coltivare le amicizie, avevo

da fare, mi muovevo di qua e di là tutto il giorno.

GIOVANNI Poi mi si mise contro, apertamente. Non c’è dubbio che qualcuno del Sinedrio seppe

del nostro contrasto, e ne approfittò per indurlo al tradimento.

GIUDA Adolescente! E presuntuoso, anche! Dunque avrei agito più per una rivalsa su di te che per

una opposizione a Gesù? Vuol esserci lui, non Gesù, al centro della mia azione! Lui — Ma su

questo punto può parlare il Gran Sacerdote Caifa, se crede.

CAIFA (a malincuore) Su quale punto? Sul prezzo del tuo mercato?

GIUDA Su quel che passò di segreto tra noi, gli ultimi giorni.

CAIFA Passò di segreto? Niente passò. Non passò proprio niente. Che poteva passare tra noi del

Sinedrio e te, Giuda di Kerioth?

GIUDA (ai Giudici) Non vuol parlare. È evidente. Ma io vi giuro che ci furono parlamentari e

intese, anche se Caifa vorrà smentirle.

DAVIDE Parla. Dì quel che passò in quei giorni.

GIUDA Quando entrammo a Gerusalemme, prima della Pasqua, e fummo accolti con fiori e drappi

stesi per terra, io ero oramai convinto che Gesù aveva abbandonato ogni proposito di sollevare

Israele. Fu proprio in quei giorni che i vostri emissari mi invitarono a parlamentare.

ELIA (a Caifa) È vero?

CAIFA Non nego che qualcosa del genere possa essere accaduto.

GIUDA Non lo nega.

CAIFA In una riunione tra anziani, all’indomani dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, s’era infatti

deciso di giungere a un accordo con lui.

DAVIDE Lo consideravate dunque tanto potente da spingervi a venire a patti?

CAIFA Devo riconoscere che il fenomeno mi apparve piuttosto preoccupante.

DAVIDE I termini del patto?

CAIFA Noi lo avremmo lasciato predicare liberamente purché nei suoi discorsi avesse precisato

che il regno che ognuno doveva conquistare era quello di Israele.

PILATO Volevate in questo modo metterlo contro di noi!

CAIFA Volevamo solamente che ci fosse utile.

DAVIDE Prendeste o no contatto con Giuda?

CAIFA Non io.

DAVIDE Non sofistichiamo!

GIUDA Vi assicuro che trattai questo accordo con uno dei loro.

DAVIDE Non col Sommo Sacerdote Caifa.

GIUDA Chi parlò con me veniva espressamente da parte del Sommo Sacerdote; e il Sommo

Sacerdote era Caifa.

DAVIDE Andava da parte vostra?

CAIFA Si.

GIUDA Avrei dovuto riferire a Gesù i termini della proposta.

DAVIDE Sono esatti i termini enunciati da Caifa?

GIUDA Esatti. E dico subito che avrei fatto tutto quanto stava in me per indurre Gesù ad accettare.

Se Gesù avesse accettato mi sarebbero rinate tutte le speranze.

DAVIDE Ma quali speranze? Non capisco.

GIUDA Come fate a non capire! Se Gesù, d’accordo con i Sacerdoti, avesse accettato di predicare

la rivolta del popolo d’Israele, io sarei ritornato a lottare al suo fianco, sarei stato io il suo primo

generale. La mia vita avrebbe avuto il suo scopo.

DAVIDE (anticipando) Invece...?

GIUDA Invece non mi fu neanche possibile avvicinare Gesù. Per due giorni cercai in tutti i modi di

parlargli da solo. Giovanni sembrava che non l’abbandonasse di proposito nemmeno per un istante.

Allora mi decisi a chiedere la complicità di Giovanni. Gli parlai del patto che si sarebbe potuto

concludere con i Sacerdoti. Ne avremmo parlato a Gesù insieme, gli dissi. Ma Giovanni rifiutò la

mia presenza: ne avrebbe parlato da solo al Maestro. (Pausa. Davide guarda Giovanni)

GIOVANNI Io parlai a Gesù quella sera stessa.

GIUDA Ne parlasti davvero? Ho sempre dubitato che Gesù non abbia saputo mai niente di quel

patto.

GIOVANNI (senza dargli ascolto) Il Maestro mi ascoltò, poi scosse il capo. Era no. Era un no

reciso. (A Giuda) E te lo dissi.

GIUDA Allora sentii che era mio dovere impedire che Gesù seminasse ancora la confusione tra il

popolo che lo ascoltava. E coi rappresentanti del Sinedrio concordammo la cattura.

REBECCA Come potrete persuaderci che il vostro gesto fu dettato da un caso di coscienza? Sarà

difficile.

DAVIDE Difficile, ma non impossibile. Vediamo.

REBECCA Si potrebbe discuterne, se non ci fossero quei famosi trenta denari?

SARA (a Giuda) Non fu un gesto disinteressato, il vostro: fu un volgare mercato.

GIUDA Dovete pensare che avevo messo nell’impresa tutto il mio, e che m’ero del tutto rovinato.

Quei trenta denari mi consentivano di cominciare un’altra attività…

REBECCA Altra attività con trenta denari? Che cos’erano trenta denari?

SARA Una notte di baldoria, altro che una nuova attività!

GIUDA Trenta denari erano più di quel che si pensa. E credo che gli ascoltatori siano indotti nello

stesso errore vostro. Infatti si dice «trenta denari» come si direbbe «pochi spiccioli»: e non è così,

Trenta denari di quei tempo corrispondono a oltre dodici milioni di lire di oggi, quasi quindicimila

dollari... — comunque il mio non fu un mercato. Non vendetti Gesù per denaro!

DAVIDE (a Caifa) Caifa, fu o no un mercato?

CAIFA Io seppi che uno dei discepoli era stato corrotto con denaro perché ci consegnasse Gesù.

Ecco.

DAVIDE Difficilmente, allora, riuscirete a convincerci del contrario, Giuda.

GIUDA (agitando la corda) Il mio suicidio —impiccato all’albero — dovrebbe almeno farvi

riflettere. Dovrebbe convincervi che c’era ben altro in me oltre il denaro.

GIOVANNI Non cercare di alleviare la tua colpa. Tu solo hai compiuto il misfatto.

GIUDA (sbottando) Io! Ma voi — tutti voi — che avete fatto per impedirlo?

PIETRO Se l’avessi saputo, sta sicuro che te lo avrei impedito con queste mani!

GIUDA Lo so, Pietro, tu l’avresti fatto, sei impetuoso e manesco — ma gli altri?

PIETRO Io non l’immaginavo nemmeno. Debbo anzi dire che non ti ritenevo capace di tanto.

GIUDA C’era, però, chi sapeva e non fiatò, e lasciò fare! Chiedo a te, Giovanni; a te che eri il puro,

l’angelico, il prediletto tra tutti noi. Ti chiedo: perché non mi fermasti la sera famosa della cena

quando mi vedesti uscire prima che ci fossimo alzati da tavola? Gesù t’aveva già confidato che sarei

stato io a tradirlo, ti aveva già svelato il segno: «Quello che inzupperà un po’ di pane nel mio piatto,

è lui che mi tradisce». Tu mi vedesti compiere il gesto, e mi guardasti. Dunque, sapevi. Ma non ti

sei mosso. Non hai detto: «Fermati, Giuda; aspetta, che vai a fare?». Perché non ti sei aggrappato a

me, perché non mi hai impedito con la forza di varcare la porta, perché non hai gridato a tutti: «E’

lui il traditore! Fermiamolo!” Perché non l’hai fatto? Pietro l’avrebbe fatto!

GIOVANNI (un po’ scosso) Non potevo parlare. Gesù, non l’avrebbe permesso.

GIUDA Non importa! Dovevi disobbedirgli, se gli volevi davvero bene! Sapevi che gli avrei fatto

del male. È che tu lo credevi onnipotente, e pregustavi la gioia malsana di vedermi scoperto,

smascherato, umiliato, scacciato dal gruppo. Così saresti rimasto veramente solo, accanto a Gesù!

Non c’era né amore né pietà nei tuoi occhi quando mi guardasti uscire. (A Davide) Degli altri non

parlo nemmeno! Erano intenti a spiarsi l’un l’altro cercando d’indovinare chi tra di loro fosse il

traditore. Gesù aveva detto un momento prima: «Tra voi c’è uno che mi tradisce»… e ognuno

dubitava dell’altro. Nessuno, in fondo, aveva la coscienza tranquilla.

PIETRO Forse. Tu solo, però, l’avevi veramente sporca, perché tu solo andavi a metterlo a morte.

GIUDA (gridando) No! Io lo tradivo, è vero; io lo tradivo per trenta denari, però — dovete crederlo

— io non sapevo che sarebbe stato messo a morte, crocifisso! Non lo sapevo! Pensavo che sarebbe

stato soltanto imprigionato, isolato… Le cose presero invece un piega impreveduta. La morte — ve

lo giuro! — non era nei patti! Non era prevista. Mi appello a Caifa.

DAVIDE Caifa?

(Caifa viene avanti)

ELIA (intervenendo, e fermando con la mano l’azione) Ecco. La morte. Stasera siamo arrivati

all’epilogo per vie assolutamente inconsuete. - Caifa, era prevista la morte di Gesù? (Silenzioso)

Dico a voi Caifa.

CAIFA No. Il Sinedrio non pensava di crocifiggere Gesù quando fece il patto col traditore.

ELIA Come fu, allora, che si giunse a tanto?

CAIFA (dopo una pausa) Non potete immaginare quel che successe in noi sacerdoti - e giudici -

quando ce lo trovammo davanti. Era di notte - l’avevamo preso la sera -; eravamo riuniti in

molti in casa di mio suocero Anna, curiosi, ansiosi, perfino eccitati di vederlo in faccia questo

cosiddetto profeta. Ed ecco che lì finalmente ci è davanti, e cominciamo ad interrogarlo. Ma a mano

a mano che le domande incalzano, e la curiosità lascia il posto a un esame più attento del

personaggio, si forma nell’aria, ancora imprecisato ma evidente, una specie di disagio... di

imbarazzo, che ci inquieta… e diventa timore... quasi paura. Perché ci rendiamo conto con terrore

che il caso di quell’uomo è di quelli che non si accomodano con manovre o patteggiamenti o

minacce - no. Non ce lo dicemmo, ma lo pensammo tutti dentro di noi. Anna, a un certo punto

dell’interrogatorio, si chinò verso di me, e mi disse: “Meglio che non ci fossimo immischiati in

questa faccenda” — ma ormai era troppo tardi.

ELIA Perché troppo tardi? Lo stavate solo interrogando.

CAIFA Lo stavamo interrogando... ma come si interroga qualcuno che è considerato già colpevole

e che deve essere condannato. E invece scoprivamo che non era colpevole di nulla… e le sue

risposte avevano anzi il timbro non solo della buona fede, ma della verità. Fu allora che avemmo

paura.

ELIA Paura di che?

CAIFA Paura di non poterlo condannare.

ELIA E questo vi faceva paura?

CAIFA Pensammo al popolo ebreo, alla sorte riserbata al popolo ebreo, se quel Gesù fosse uscito di

lì innocente, e avesse ricominciato a predicare. Chi gli avrebbe contrastato il passo? Non certo noi,

che lasciandolo libero l’avevamo, agli occhi del popolo, assolto da ogni colpa, da ogni accusa. Ecco

donde nasceva la nostra paura! Ci rendevamo conto in maniera sempre più impressionante che

saremmo stati costretti a non farlo più uscire di lì... ma non sapevamo come fare… come

rimediare… Bisognava metterlo a tacere, assolutamente, ma come? Bisognava nasconderlo, farlo

scomparire agli occhi del popolo, ma in che modo? Allora cominciò, tra noi, quella notte, la

confusione... la confusione delle lingue — la Babele — si, si: un’agitazione, un affanno, un subdolo

scaricare l’uno sull’altro le responsabilità… Cercavamo qualcuno che ci aiutasse a far tacere, a far

scomparire Gesù… — ma alla morte non pensavamo ancora.

PILATO Fu per questa paura che lo mandaste da me.

DAVIDE E fu la stessa paura che spinse voi a mandare Gesù da Erode Antipa.

PILATO No, non fu per la stessa paura - anzi, non fu per niente paura la mia: fu soltanto pigrizia,

se volete, desiderio di non immischiarmi in una faccenda che consideravo di fanatici. Fanatici voi -

e fanatico lui. Io, in fondo, non c’entravo. Per questo lo rinviai ad Antipa. Ma dopo poco mi ritornò

al Pretorio. Dovevo giudicarlo proprio io.

CAIFA Se Pilato lo avesse imprigionato, noi saremmo stati soddisfatti. Avremmo ottenuto lo scopo

di isolare Gesù.

PILATO Ma io non potevo imprigionarlo. Non aveva alcuna colpa per me, quel Nazareno. Ma se

anche mi fossi prestato al vostro gioco e avessi preso su di me la responsabilità di un arresto, voi

non sareste stati soddisfatti. Voi volevate la sua morte.

CAIFA Non è vero.

PILATO Quando mi rifiutai di condannarlo voi non montaste la piazza per forzarmi la mano?

CAIFA Certo che montammo la piazza! Dovevamo farlo. Ma che vuol dire? Quello che non

capisce Pilato, è che ognuno deve sostenere fino in fondo la sua parte: noi continuare a screditare

Gesù per riguadagnare la fiducia del popolo che si era allontanato da noi; ma Pilato, dal canto suo,

mantenere ferma la sua opposizione alla morte di quell’uomo dal momento che la sua legge lo

autorizza a resistere alle nostre richieste. (a Pilato) Se aveste veramente rispettato la vostra legge

come noi pensavamo, avreste sottratto Gesù di Nazareth tanto al popolo che a noi. Non potete

rimproverarci di aver creduto più di voi nella inflessibilità della legge romana. Invece preferiste

darcelo nelle mani nonostante fosse, ai vostri occhi, innocente. Bella giustizia, la vostra!

PILATO Ma che altro c’era da fare?

CAIFA Metterci nelle condizioni di far vedere al popolo che Gesù non si può materialmente

crocifiggere perché il Procuratore lo custodisce con la forza delle sue leggi. Noi Sacerdoti non

potevamo niente contro il Procuratore. Se voi l’aveste fatto, Gesù non sarebbe stato crocifisso!

SARA Ognuno vuole avere le sue buone ragioni logiche! Perfino Giuda, vuole avere le sue —

eppure io credo che la vera, profonda, sotterranea ragione comune a tutti, ai discepoli e al Sinedrio,

al popolo di Israele e ai romani, a Giuda e a Pilato sia un’altra. — Una ragione che ha una speranza,

speranza che si faceva sempre più impossibile e assurda e disperata a mano a mano che gli

avvenimenti si sviluppano: la speranza che questo Gesù che si proclama orgogliosamente Figlio di

Dio dimostri di esserlo veramente, lì, davanti a tutti, compiendo un miracolo, il grande miracolo!

Tutti in fondo, aspettavano, chiedevano, volevano un segno straordinario per potersi gettare in

ginocchio e dire finalmente: “Ecco, è veramente il Messia!». È questo che sperano tutti mentre

urlano “a morte”, “crocifiggetelo”, è questo che sperano Giuda e Pietro quando lo tradiscono,

quando lo rinnegano! Direi che tutti, col loro comportamento, spingono Gesù verso una posizione

così disperata, così estrema e senza alcuna via di uscita umana, per indurlo, per violentarlo a

manifestarsi con un miracolo, con un segno del cielo! Forse non lo fanno apposta, ma tutti, tutti lo

mettono alla prova.

(Dal banco dei Testimoni si fa avanti una ragazza bellissima, con un ampio mantello scarlatto, che

si tira dietro per il braccio un giovanotto. È Maddalena con il fratello Lazzaro. Balza al centro

della scena, impetuosamente, gridando)

MADDALENA Non è nemmeno questo che cercano! Non credo che cerchino un miracolo!

SARA Ma tu chi sei?

MADDALENA La Maddalena, la peccatrice. E questo è il mio fratello Lazzaro.

ELIA Ma... questo ingresso imprevisto... Siamo ormai alla fine!

SARA Lasciala parlare! Dobbiamo sentirli tutti!

DAVIDE (ironico) Ma si! Sentiamoli tutti!

SARA (alla Maddalena) Perché dici di no, Maddalena, che non è un miracolo quello che tutti

cercano?

MADDALENA Perché non l’avrebbero visto. I miracoli sono misteriosi e segreti: anche quelli che

potrebbero avvenire qua. Non li vede che chi può e vuole vederli. (Volgendosi al fratello) Più

miracolo di questo. Lazzaro, il mio fratello, non è forse il miracolo vivente?! Un miracolo

convincente come la stessa resurrezione di Gesù! Morto da tre giorni , lui - già avvolto nelle bende,

già sepolto nella tomba di casa. — «Lazzaro vieni fuori.» Il prodigio. Alla presenza di tutti. Voi,

Sara, che pensate che un miracolo finale compiuto da Gesù in mezzo al Pretorio di Pilato o

addirittura sulla croce avrebbe mutato, rovesciato tutto... - ma niente, dico io — niente avrebbe mutato! Questo prodigio non è forse avvenuto pubblicamente? C’erano i discepoli, c’era tutta la

gente di seguito. E vedono. Vedono un morto di tre giorni uscire da un sepolcro. Ebbene che cosa

credete che domandino a Lazzaro appena cade il sudario? Immaginate! Indovinate! Dite qualcosa!

(Ai discepoli) Ditelo voi che a assistito a quel miracolo d’un amico sublime che rende alla vita un

altro amico fedele: che cosa chiedeste a Lazzaro? (Silenzio) Di tu Lazzaro: che t‘hanno chiesto?

LAZZARO (in mezzo a un gran silenzio) Oh Lazzaro, tu che sei stato morto per un po’ di tempo,

dicci che cosa hai visto di là! Che cosa c’era? Com’era?

MADDALENA (dopo una lunghissima pausa) Com’era fatto il paradiso, volevano sapere gli

apostoli e gli altri! E Gesù che li aveva uditi far quelle domande, s’era fatto triste...

SARA Perché?

MADDALENA Non capite che il vero miracolo era quello dell’amore! Non capite nemmeno voi -

come non capirono loro - che quel che contava per Gesù era l’amore, e i miracoli che erano?

Soltanto gesti e parole e atti d’amore!

SARA (improvvisamente colpita) Gesù... parole... atti d’amore…

DAVIDE (fissa Sara, poi reagisce) Amore, amore... Che c’entra l’amore? Troppe donne, qui,

troppe donne!

MADDALENA (a Sara, alludendo a Davide) Gli fa paura l’amore?

SARA (con intenzione guardandolo fisso) Ti fa paura?

MADDALENA Dovete imbattervi per forza nell’amore, se volete continuare a parlare di Gesù. Io

ho creduto in lui perché era l’amore!

DAVIDE (ironico) Voi difatti, ve n’intendevate d’amore, Maria di Madgala… Mi piacerebbe

sapere da voi, Maria di Magdala, che cos’è l’amore.

(Un silenzio)

MADDALENA L’amore... come vi posso dire che cos’è l’amore. Te lo devi trovare, scoprire da te,

con la sofferenza tua. Non te lo posso insegnare. Nessuno può pagare per noi il prezzo del nostro

amore. Ognuno deve pagare per sé.

DAVIDE Ma se andiamo avanti così finiremo per assolvere Gesù di Nazareth attraverso… prove

d’amore!

SARA È probabile.

ELIA Silenzio! considero terminata l’escussione dei testi.

(I testimoni di ritirano verso il fondo, ai loro posti di partenza)

SARA Terminiamo cosi, senza avere concluso nulla?

ELIA Non è vero. Qualcosa abbiamo concluso. (Al pubblico) Ci siamo resi conto, rispettabili

ascoltatori, che ci sono almeno due strade per fare questo processo; quella strettamente giuridica

che noi abbiamo percorso fino a stasera, e l’altra, più avventurosa direi quasi favolosa — che

abbiamo tentato qui, davanti a voi, per la prima volta , coni risultati che avete visto. È però una

strada che difficilmente ci permetterà di concludere… perché difficilmente si adatta alle maglie del

nostro abituale dibattito. Rispettabili ascoltatori, debbo chiedervi scusa per il fatto che vi abbiamo

forse promesso una cosa e ne abbiamo, poi, mantenuta un’altra. Io vorrei che almeno adesso che

siamo sul punto di concludere la nostra indagine, ci ricordassimo della domanda che ci siamo posti

all’inizio e cioè: secondo la legge giudaica Gesù di Nazareth meritava o no di essere condannato?

(Un silenzio)

Parli il difensore di Caifa.

SARA Caifa è stato quanto mai efficace nell’illustrare e difendere la sua posizione, quella dei

Sacerdoti e del Sinedrio. Vorrei soltanto far rilevare che Caifa si trovò di fronte un uomo

indubbiamente eccezionale che si proclamava Figlio di Dio. Si può rimproverare a Caifa di non

averlo creduto? Il punto è questo. Si può accusare Caifa di non aver avuto fede? Ma dal momento

che non lo credette, la pena dovuta a un falso messia era la morte. Furono coerenti, logici. Se vi

accontentate della logica e della coerenza devo dire che Gesù fu «ben condannato». Ma devo anche

aggiungere che per arrivare a questa conclusione formale non c’era proprio bisogno di tanta

messìnscena. Io ho finito.

ELIA Parli il difensore di Pilato.

GIUDICE IMPROVVISATO Di che cosa è accusato Pilato? Se ho ben capito, l’accusa più

insidiosa gli è stata lanciata da Caifa nell’ultimo intervento. Dice Caifa: Se Pilato avesse difeso

Gesù con tutta la forza che gli dava la legge, Gesù non sarebbe stato crocifisso. Se la legge romana

secondo cui Pilato doveva giudicare fosse stata ferma nella difesa di Gesù — che per Pilato non

aveva colpa alcuna — così come altre volte era stata ferma nel castigare dei colpevoli, Gesù non

sarebbe stato crocifisso. Perché, se è vero che Caifa, per conto suo, aveva già sentenziato di

crocifiggerlo, il potere per farlo era soltanto nelle mani di Pilato. Dunque il responsabile della

crocifissione fu soltanto Pilato. Questa l’accusa. Innegabilmente grave. Però… però, io vi prego di

domandarvi con me: chi era Pilato? Formalmente, un giudice che deve applicare la legge; in

sostanza, invece, un giudice politico che è spinto da altre considerazioni nell’interpretazione della

legge. Ora pensate: che cosa poteva rappresentare un messia ebreo per un uomo politico romano?

Colpe non ne ha, è vero; eppure la città è in fermento per causa sua. Un agitatore, sia pure

involontario — e i politici, si sa, hanno in sospetto gli agitatori, specialmente se involontari. Sono i

puri, cioè gli intrattabili! Pilato, allora, comincia a fare i suoi calcoli: questo profeta è solo? Ha

seguaci? E quanti? E difatti finché Pilato fu persuaso che Gesù avesse dalla sua una parte del

popolo, resistette con una certa energia alle pressioni dei Sacerdoti; ma quando si accorse che quel

profeta era rimasto solo e la sua assoluzione avrebbe significato irritare non solamente i Sacerdoti,

ma anche il popolo e forse avere delle lagnanze perfino dai superiori di Roma, anche l’argine

incrollabile della tanto decantata giustizia romana cominciò a sbrecciarsi. Finché cedette. Caifa,

sacerdote politico, aveva detto: bisogna sacrificare quell’uomo per la salvezza d’Israele; meglio che

uno paghi per tutti. Pilato disse in sostanza lo stesso: «Devo rassegnarmi a condannare a morte

quell’innocente per mantenere la tranquillità di una colonia, anzi di una provincia romana». Sembrò

a un certo momento, che la morte di Gesù rimettesse a posto tutto, per tutti. Tutti lo misero a morte

con nascosto rammarico, ma con un sospiro di sollievo. Domani, quando l’agitatore del regno delle

anime, sarà sparito tutto rientrerà nell’ordine — pensarono forse Caifa e Pilato. Invece... (Pausa)

Ma questo è tutt’altro discorso. (Si siede) Ho finito.

ELIA E questa sarebbe la difesa di Pilato? Lo difendete accusandolo, sminuendolo? È la prima

volta che la sento fare in questi termini e con questi argomenti. Non nascondo la mia sorpresa.

DIFENSORE IMPROVVISATO Non nascondetela. Eppure, vede, Pilato, a mio avviso, può

essere difeso e assolto solamente se accettiamo e giustifichiamo, a priori, certe caratteristiche

dell’uomo politico; solamente se siamo disposti a legittimare l’attività pratica di un uomo che è

chiamato — sempre — a decidere in base al criterio dell’utilità immediata. Ciò che sarà buono

domani non serve al politico. Gli serve ciò che è buono oggi. Il suo tempo è il presente. Risultato

immediato. E risultato concreto, anche: qualcosa che si veda, che si tocchi, che si misuri. Per Gesù

di Nazareth c’era ben poco da sperare dall’uomo politico Ponzio Pilato. «Regno di Dio», «Figlio di

Dio», «un giorno vedrete», «non di solo pane vive l’uomo»: questo linguaggio di Gesù non pesava

sulla bilancia di Pilato. E Pilato finì per non tenerne conto. Io non vi dico perché dovete assolvere

Pilato, vi dico perché non potete condannarlo, che è poi lo stesso.

ELIA Lo dica, invece, il perché: potremmo non averlo capito.

GIUDICE IMPROVVISATO Perché dovreste condannare in blocco tutti i giudici politici. Che

credete? Che ognuno di loro non abbia sulla coscienza un piccolo profeta condannato

ingiustamente? Una speranza mortificante, la promessa di un Regno delusa, la voce di un poeta

soffocata? Ogni giudice politico — lo sappia o no — ha sulla coscienza molti di questi reati. Ma se

provate ad accusarli, vi dicono, no, che non c’entrano: per quei reati, loro, i politici, sono autorizzati

a lavarsi le mani, assolti in precedenza. Autorizzati, dicono. Ma da chi? Da chi? Da noi, forse. Da

tutti noi. E allora? Se assolviamo tutti gli altri, perché non assolveremo Ponzio Pilato? Forse perché

a lui capitò d’avere tra le mani il Redentore degli uomini? Di questo proprio non gliene si può far

colpa.

(L‘ultima parte dell’argomentazione del Giudice Improvvisato è stata accompagnata da qualche

mormorio)

UNA VOCE E chi lo dice? Quando si elimina un giusto, addirittura Gesù, si finisce sempre per

rimettere in circolazione un Barabba. Oggi come ieri. E non è una colpa, secondo lei? È la peggiore

fonte del disordine.

GIUDICE IMPROVVISATO Forse ha ragione. Ma allora condanniamoli tutti in blocco i giudici

politici!

(Rumori, voci)

ELIA (intervenendo con apprensione) Silenzio! Un po’ di calma, signori. (Al Giudice

Improvvisato) Stiamo davvero sconfinando! Mi pare che adesso si esageri!

GIUDICE IMPROVVISATO Sono pronto a tacere.

ELIA Ma lei, scusi, chi è? Cos’è? (Silenzio) Un avvocato… un filosofo... non mi sembra né un

deputato, né un uomo politico…

(Si ride)

GIUDICE IMPROVVISATO Non ha importanza. Mi consideri uno del pubblico, uno come gli

altri, curioso, anzi interessato a questo processo. Nient’altro. E chiedo scusa se ho deviato un po’ il

corso del dibattito.

ELIA Anzi. Molto acuto. Molto serio. — E adesso parli l’accusatore.

DAVIDE Che cosa è risultato dalle testimonianze? Che Gesù era solo — incompreso da tutti: i

discepoli erano divisi — l’invidia... — ci fu il traditore — ci fu l’abbandono da parte delle masse al

momento culminante — ci fu, fatto strano, l’improvviso estinguersi di quella forza miracolosa che

aveva per tanto tempo sedotto le folle. Rimase lui solo, con la sua temeraria empietà: «Io sono il

Figlio di Dio!». Voglio dire, o signori, che non furono soltanto Pilato, Caifa e il Sinedrio a volerlo

morto, ma tutti: il popolo, e Giuda, e i discepoli, tutti vollero che Gesù morisse sulla croce. La sua

morte non è imputabile a qualcuno, ma a tutti, direttamente o indirettamente: ai giudici — a noi

giudei, come ai romani — a tutti gli altri, cioè anche a voi! (E tende l’indice accusatore verso il

pubblico della sala) La sola differenza, semmai, è questa: che mentre noi — giudei — ci siamo

assunti la responsabilità dei nostri atti, voi avete cercato di scansarla...

VOCI Ssst!

DAVIDE (rientra) Ma che dice! Che dice!

ELIA (sottovoce) Davide! Che ti succede!

DAVIDE Che mi deve succedere? Voglio dire ad alta voce la verità!

ELIA La verità… che cos’è la verità? Lo chiesero anche a Gesù di Nazareth ma tacque. Siamo qui

per scoprire un po’ di verità, e tu…

SARA Ma lascialo, lascialo dire... lascia che si scaldi... che si sfoghi... (A Davide) Mi piaci quando

ti butti un po’ allo sbaraglio!

DAVIDE Ti piaccio?

SARA Si, perché allora ti scopri!

ELIA (troncando) L’arringa dell’Accusatore è finita.

DAVIDE Finita?

ELIA Si, finita con una chiamata universale di correo. Per uno che voleva restare entro il binario di

un dibattito strettamente giuridico, non c’è male! Comunque... meglio così. È un’altra prova, direi,

che il binario non basta. Si esce fuori fatalmente. D’altra parte dobbiamo pur giungere a una

conclusione. (Volgendosi a Rebecca) Parli la difesa di Gesù.

REBECCA (viene avanti, uscendo di dietro il tavolo) Difesa di Gesù... Ma chi ha detto una sola

parola di accusa contro Gesù? Signori, signori miei che ci avete seguito... io vi chiedo soltanto una

cosa: abbiate compassione, abbiate comprensione di noi... Se non fossimo tanto inquieti non

faremmo quel che facciamo da tanti anni. Noi non riusciamo ancora a vedere quel che vorremmo...

Noi siamo sempre, come si dice, tra l’incudine e il martello... guardati di traverso dai nostri e

giudicati un po’ matti da voi... Vi chiedo un po’ di rispetto, per la nostra pena... Questo vecchio,

sapeste... E questa figlia... anche lei, che dramma... che spaventoso dramma... Voi che credete in

Gesù di Nazareth abbiate un po’ di pietà... Ecco: dico solo questo... e scusatemi... (Elia si avanza e

fa per parlare. Rebecca gli fa cenno di tacere) Mio caro, lascia finire me, stasera... Adesso, lui,

voleva dirvi: interrompiamo per un po’ il dibattito e ci ritiriamo per discutere tra noi, e giungere alla

sentenza. Facciamo sempre così... Fa parte dello… spettacolo... Posso dirvi che non ci siamo mai

arrivati, finora — ad una sentenza convincente. Non so però a che conclusione si arriverà, stasera.

Ci sono tante novità per l’aria... Alzatevi, pure, signori, se volete, e divagatevi un po’. Noi ci

ritiriamo.

Grazie signori.

Tutta la «troupe» fa un inchino e si scioglie.

LA RAPPRESENTAZIONE SI INTERROMPE

INTERMEZZO

Sul palcoscenico, pochissimi testimoni - due o tre in tutto - sono rimasti seduti in attesa che il

processo si concluda con la sentenza. Saranno ormai venti minuti che dura la pausa quando Sara

irrompe in scena e va a prendere il suo impermeabile. Davide, in un baleno, le è accanto. Dopo un

po’ si vedranno Elia e Rebecca affacciarsi alla porta e spiare quel che succede senza, però,

intromettersi.

DAVIDE Che fai, adesso?

SARA Me ne vado. Questa è la volta che me ne vado!

DAVIDE Aspetta, Sara. Non lasciarti prendere dall’impulso.

SARA Che impulso Me ne vado subito. Proprio tu vuoi trattenermi? Ti piace tanto continuare nella

tua parte di giudice? Che bel giudice sei! (Guardandolo) Io lo posso dire: che bel giudice! Che

coraggio, che coraggio abbiamo! Anch’io sai: tutti e due - io e te che coraggio abbiamo a continuare

a fare i giudici! Certe volte mi viene voglia di mettermi la maschera, la maschera perché nessuno mi

riconosca!

DAVIDE (persuasivo e cinico) Nessuno ti riconosce, sta tranquilla.

SARA Nessuno? Lo dici tu! (Vede i genitori che sono apparsi sulla soglia a guardarli) Loro

almeno ci credono... loro sono “puri”.... quei candidi vecchi… ma io no... e sono stanca, ormai, di

vergognarmi di me stessa.

DAVIDE Vergognarti di te stessa? Ti hanno rovinata i cristiani. Si, perché ti hanno messo il dubbio

dentro. Perché vuoi mescolare dei fatti, dirò così, privati, personali, tuoi, nostri… con un dibattito,

con un processo... con una commedia che continuiamo a rappresentare per compiacere... il vecchio.

Noi ne restiamo fuori!

SARA E tu puoi?

DAVIDE Sicuro che posso.

SARA Tu riesci davvero a non mescolare mai le... nostre vicende... personali, private... a certe frasi,

a certi improvvisi trasalimenti di questo processo, di questa commedia, di pure commedia? Tu puoi

discutere senza sentirti chiamato in causa ad ogni momento. È un’ossessione, ormai! Accusata, mi

sento, personalmente: condannata... Talvolta mi entra dentro una speranza di essere assolta... ma poi

è di nuovo la disperazione di non poter ottenere un perdono! Tu no?

DAVIDE (secco) Io no.

SARA Non è vero! Tu fingi. Tu sai nascondere...

DAVIDE Io non fingo. Distinguo.

SARA E non è una finzione anche questa? Tu fingi. Te lo dico io. E io lo so bene. Tu sai fingere.

Mirabilmente. Sei il miglior commediante tra tutti noi. Ma quando arriverà il tuo momento di

sincerità...

DAVIDE Aspettalo.

SARA L’ho aspettato. Tutto questo tempo l’ho aspettato.

DAVIDE Davvero?

SARA Ma la tua forza di finzione supera ormai la mia pazienza. Continuando a stare qui rischio di

perderla io la mia sincerità. Cosi ho deciso di andarmene.

DAVIDE E se anche fingessi, come dici tu, per che cosa lo farei? Per che cosa?

SARA Lo saprai tu!

DAVIDE Lo sai anche tu: tu che hai aspettato il mio... momento di sincerità.

SARA (fa per parlare, poi ha uno scatto e gli volge le spalle) Non lo so, io. Me ne vado.

DAVIDE (fermandola per un braccio) È per poterti vivere accanto che fingo d’interessarmi ancora

a questo… processo.

SARA (irridente) La grande rivelazione! Lo sanno tutti! Non ti curi nemmeno di nasconderlo.

DAVIDE E dunque? Non sono forse da... comprendere, da perdonare? Qualunque cosa facessi sono

da perdonare.

SARA (irritata come da una dissonanza) Ssst! Smetti! Non cercare di fare la vittima! Con me, poi!

Questa un’altra delle tue finzioni. Si, si! L’innamorato sottomesso, disperato, disposto a tutto. Non

sei tu. Prima non eri così. Violento, prepotente, egoista — si, egoista — prima! Ma hai capito che

dopo “quel giorno tremendo” io mi sarei ribellata: allora ti sei trasformato di colpo. Perché?

DAVIDE Avevo capito il tuo turbamento. Sara, e volevo comunque starti vicino.

SARA (acre) Comunque! L’ho ben capito che volevi “comunque”, che vuoi starmi vicino. (Forte)

Ma lo fai per torturarmi. La tua persecuzione é starmi vicino. L’hai trovato bene il castigo.

DAVIDE Persecuzione? Come se ti avessi chiesto qualcosa. E si che ne avevo il diritto.

SARA Diritto, poi!

DAVIDE Si, diritto: almeno di chiedere. Ma nemmeno questo ho fatto. Nemmeno chiedere, da

quando all’improvviso, direi da un minuto all’altro, mi hai detto: «è finita tra noi».

SARA Non te l’ho detto.

DAVIDE Me l’hai fatto capire anche troppo bene. E sono ammutolito. È verissimo quel che tu dici:

sono cambiato perfino nei modi da quel giorno.

SARA Perché non te ne sei andato, piuttosto? Perché non sei scappato?

DAVIDE Perché poteva esserci pericolo anche per te, per voi. Per questo sono rimasto.

SARA No, la ragione vera è un’altra.

DAVIDE Qual’è la ragione vera? Sentiamo.

SARA Con la tua presenza hai voluto ricordarmi ogni giorno, ogni sera, ogni ora che io lo tradivo

con te... — lo tradivo, lo tradivo, lo tradivo fino all’ultimo minuto... Credo che noi fossimo uno

nelle braccia dell’altro quando, sotto, nel cortile, i nemici gli tesero l’imboscata.

DAVIDE Sapere che ci ha lasciato senza avere sospettato mai, dovrebbe esserti di conforto.

SARA No. Al contrario. Perché poi ha saputo, ha certamente saputo tutto.

DAVIDE (allarmato) Come ha saputo?

SARA Si, dopo. Da morto, ha saputo. Di là. Ha visto. Ha visto tutto. Anche noi. Il nostro passato.

Deve aver inorridito. Povero Daniele. (Si chiude la faccia fra le mani quasi per non vedere)

Gliel’avessi almeno confessato, gliel’avessi almeno detto io - adesso sarei come liberata - si, più

contenta, tranquilla. No. L’ha visto da solo, appena ha varcato quel limite, quella soglia: gli è

venuto subito incontro insieme alla luce del Dio, il mio tradimento. La prima rivelazione. «Sara, che

hai fatto!» Gli ho avvelenato il primo istante di paradiso... Come si può pagare, come si può

espiare!

DAVIDE Sara, tu lo tradivi, é vero, ma non avevi mai cessato d’amarlo. Io no: lo tradivo, pur

essendogli... amico, anche perché non l’avevo mai amato.

SARA Come puoi dire, tu, che non avevo tralasciato d’amarlo... se tante volte, con te, l’abbiamo

deriso, l’abbiamo compatito... — l’ho abbassato, quell’uomo... come siamo miserevoli in certi

vaneggiamenti d’amore! Schifo, schifo mi faccio! (Aggrappandosi a Davide) Eppure tu dici che

l’amavo lo stesso? Lo credi veramente? Davide, non mentire, non dirmelo per compassione!

DAVIDE Nessuna compassione. Lo credo.

SARA Una prova. Dammi almeno una prova che mi possa persuadere.

DAVIDE La sera stessa... quando volli consolarti mi dicesti: «lasciami stare».

SARA E che vuol dire?

DAVIDE Ti sentisti schiacciata dalla colpa, non liberata della sua presenza. Tentasti di riprendere il

suo amore, non di buttarti nel mio. Anzi da allora ti ritraesti per sempre.

SARA Perché mi parve - vedi - che avessero catturato e portato via... Gesù di Nazareth. Che strana

sensazione.

DAVIDE Eri così immedesimata nel processo che ti venne naturale...

SARA Non lo so. Eravamo nell’intervallo del dibattito, ricordi? - proprio come adesso. Ci si doveva

riunire per giungere alla sentenza. Tu tardavi ad arrivare, non so dove t’eri messo, ed io aspettavo,

ansiosa di vederti, in quel corridoietto oscuro… Fu Daniele, non tu, che mi venne accanto...

Sembrava che mi avesse proprio cercato in quella specie di nascondiglio... Lo sentii dal respiro, qui

sulla nuca, vicino all’orecchio... E mi misi a tremare... ma mi volsi fissandolo altezzosa, pronta a

non so quale disputa... Si, disputa, perché, in quel momento, m’ero immaginata che avesse capito,

scoperto qualcosa di noi, e volesse parlarmi. E avevo paura, mi accorsi di aver proprio paura.

Eppure reggevo ancora il suo sguardo mettendo nel mio tutta la sfrontatezza che m’era possibile.

Invece, lui mi sorrise, e parlandomi sottovoce mi confidò che s’era persuaso che Gesù fosse

davvero il Salvatore di tutti...

DAVIDE Disse di tutti?

SARA Di tutti, anzi aggiunse: “anche il nostro Salvatore” - e lo avrebbe proclamato quella sera

stessa al momento della sentenza. Dovevo essere preparata. Lo ascoltai appena. Ero rimasta così

spossata dall’emozione di poter essere stata scoperta... ed ero così presa dalla nostra passione che il

mio animo si rifiutò di concentrarsi su quella rivelazione improvvisa... preferii restare come

assente... - tu non giungevi ancora... Forse, inconsapevolmente, io avevo anche paura che potesse

essere vero, che Daniele potesse aver ragione... Se fosse stato vero? Non poteva, non doveva essere

vero! Scrollai le spalle. Ma lui, aprendo quella porta a vetri che metteva sulle scale – lo vedo ancora

-, mi disse: “Ascolta bene, Sara, quel che dirò stasera pubblicamente, ascolta bene...” - e se ne andò.

Non è più ricomparso. Sotto, nel cortile, dov’era sceso a fumare la sua sigaretta, lo aspettava

l’agguato: i... nemici di Gesù.

DAVIDE (scattando e scuotendola) Tu vaneggi! Che c’entrano i nemici di Gesù!

SARA (calma) Sono sempre gli stessi quando uccidi un innocente. Da quando abbiamo ripreso il

processo dopo la scomparsa di Daniele la mia angoscia è diventata ossessione. Non ne posso più,

Davide, più! Se fossi stata coraggiosa avrei dovuto staccarmi non solo da te, come ho fatto, ma da

tutti, e mettermi a cercare quel che Daniele aveva già trovato. Per anni mi è mancato questo

coraggio. Ma stasera me lo sento. Me ne vado. Vi lascio. Tutti.

DAVIDE Non in questo modo clamoroso, però. Tuo padre dovrebbe dare al pubblico una

giustificazione della tua scomparsa.

SARA La darà.

DAVIDE Non puoi agire cosi.

SARA Vedrai se non posso! (E fa per andarsene)

DAVIDE (la ferma violentemente per un braccio e la tiene lì) No! Dico di no!

SARA Bada, che grido! Urlo! Chiamo...

DAVIDE (scioglie di colpo la stretta) Non chiamar nessuno. E fa quel che vuoi. Se proprio vuoi

andartene, andiamo. Partiamo insieme.

SARA Insieme? Chi te l’ha messo in testa?

DAVIDE Dovunque tu vada, io ti verrò dietro — ricordalo!

SARA (rimettendosi a sedere, con grande sicurezza) Quando me ne andrò davvero, tu non mi

verrai più dietro, sta sicuro. (E si guardano. Poi Sara si volge verso Elia e Rebecca e li chiama con

un gesto della mano. I due vecchi si avviano per attraversare il palcoscenico e raggiungere Sara e

Davide. A metà strada si fermano)

ELIA (un po’ rabbuiato) Gli parlerò chiaro! Non vorrei proprio che Davide finisse per

influenzarla!

REBECCA Davide influenzare Sara? Oh, come ti sbagli! Vuoi dire che conosci male tua figlia.

ELIA Ma... allora? Che si dicono con tanta... agitazione?

REBECCA Continuano questo processo... per conto loro... (Elia guarda la moglie) Anche gli altri,

del resto, gli ascoltatori, che credi che facciano in questo momento di pausa? Tutti, in un modo o

nell’altro, continuano... il tuo processo...

ELIA Forse dentro di loro, intimamente.

REBECCA Anche.

ELIA Come mai, allora, siamo ancora cosi lontani da una conclusione soddisfacente?

REBECCA Non è giunto ancora il momento. Aspetta, e abbi fiducia.

(Si avviano e raggiungono i due giovani)

SARA (nervosa, al padre) Vogliamo concluderla questa serata?

ELIA E come?

SARA Ma come vorrai! Non ha importanza la conclusione! Tanto... Scusami, sai. Potresti

concludere nel solito modo.

ELIA Davide?

DAVIDE (soprappensiero) Eh?

ELIA Tu sei d’accordo nel solito modo?

DAVIDE (sempre assente) Per me...

ELIA Ma… ti vedo pensoso. Davide: tu continui ad essere per la condanna, oppure...?

DAVIDE (si volge e guarda Elia. Una pausa. Tutti sono fissi sul volto di Davide, che

all’improvviso si decide a rispondere) Ma certo! Per la condanna!

ELIA (come deluso) Pensaci bene, Davide, se hai qualche dubbio: sei rimasto solo ad assumere

questa posizione di... intransigenza.

DAVIDE Lo so. Condannatelo pure con il mio solo voto.

ELIA (mortificato) Un giorno o l’altro sospenderò... le repliche di questo processo. Temo che stia

diventando inutile

SARA Intanto chiudiamo quello di stasera! Su, andiamo.

(Elia si guarda attorno un po’ smarrito, poi va al tavolo e suona uno strumento che emette un

suono alto e lamentoso. Rientrano tutti i testimoni della «troupe» vestiti dei loro abiti borghesi.

Intanto Rebecca è andata verso l’interno del palcoscenico e ha fatto dei gesti come per dare il

segnale della ripresa della rappresentazione. Si sentono subito squillare i campanelli del teatro.

Tutta quella parte di pubblico che è rimasta nei corridoi, rientra in sala. Gli inservienti del teatro

chiudono le tende. Si fa silenzio)

SECONDO TEMPO

La rappresentazione riprende. Elia è in mezzo al palco, davanti al pubblico.

Rebecca e Sara hanno tolto da una custodia una specie di toga, meglio una lunga stola sacerdotale

e la mettono sulle spalle di Elia.

Gli porgono anche un libro che il vecchio apre ad un segno ormai noto.

Poi intona un canto al quale tutti si uniscono.

Finito il canto i giudici – tranne Elia – riprendono i loro posti al tavolo, e i testimoni della

«troupe» si schierano come al primo atto, ma più riposatamente.

ELIA Rispettabili ascoltatori (china lievemente la testa, più sottovoce) tocca a me, come presidente,

pronunciare la... sentenza. (Sospira) Quando cominciammo fu stretto un patto tra tutti noi, un patto

solenne... (Indica Sara e Davide) Se giungeremo — dicemmo — all’assoluzione di Gesù dovremo

giungerci all’unanimità. Ci siamo promessi di giungere insieme a qualcosa di nuovo— ma insieme.

Perché lasciare qualcuno per strada, se abbiamo cominciato insieme? Se siamo stati tormentati

insieme dalla stessa idea? Noi siamo così uniti — lo vedete — più che una famiglia… addirittura

una piccola tribù... Vorremmo salvarci insieme, se è in gioco un problema di salvezza, ma dovremo

ancora camminare perché non tutti sono concordi… e basta che uno solo non sia persuaso perché

tutti gli altri debbano attendere. Non so se mi capite, rispettabili ascoltatori, non so se mi approvate:

attendere… attendere fino al giorno in cui accadrà, per tutti, il fatto muovo, l’evento! E fino a quel

giorno toccherà a me pronunciare la solita sentenza. Eh, si: la solita... (Guarda insistente gli

spettatori; poi piano) È difficile, sapeste. distaccarsi da un mondo per entrare in un altro... anche se

ormai si sente che una volta o l’altra questo passaggio dovrà pur compiersi... — ma si ritarda

sempre il giorno in cui diremo addio a tutto questo… gioie della nostra comunità... (si commuove e

si interrompe) Non vi dispiaccia troppo - ve ne prego - la formula della nostra sentenza. È un modo

di manifestare ancora la nostra appartenenza alla legge che condannò Gesù di Nazareth... non vuol

significare altro che questo. (Come tra se) Chissà, del resto, se dovrò pronunciarla molte altre volte.

Proprio stasera mi sono reso conto che questo processo è forse inutile, almeno nella sua forma

attuale. Perché dunque - mi chiederete - mi sono ostinato a ripeterlo tante volte, perché? Ve lo dirò,

rispettabili ascoltatori... (E si volge ai suoi che lo guardano preoccupati) Stasera voglio dir tutto...

— Mi ero illuso che continuando a tener viva la memoria di questo Personaggio Supremo e a

domandare una testimonianza a voi, cristiani di oggi, non solo saremmo riusciti a trovare una

soluzione al dilemma di un nostro antico e smisurato errore, ma saremmo perfino riusciti a suscitare

una prova imprevista che ci avrebbe aperto una strada nuova per intendere quell’annuncio.

Purtroppo l’attesa rivelazione non si è ancora manifestata, almeno ai nostri occhi. E se devo

concludere che la mia impresa rischia, oramai, di sembrare, e forse di essere, soltanto la mania

senile di un mistico ebreo, devo anche prendere atto - e vogliate perdonarmi la sincerità con cui vi

parlo, io ebreo, di qualcosa che può perfino offendere la vostra coscienza di cristiani — devo anche

prendere atto, dicevo, che il mondo cristiano non sembra aver abbracciato il messaggio di Gesù di

Nazareth in modo talmente vivo ed evidente da rivelarlo nella sua vita. Forse la vera civiltà cristiana

deve ancora incominciare... - può essere -: forse siamo ancora nei secoli dei “primi cristiani” -

anche questo può essere... -; io, però, chiamato stasera, forse per l’ultima volta, a pronunciare il

nostro giudizio, dico - ancora... (apre macchinalmente il libro che ha in mano)… che Gesù di

Nazareth fu appeso alla croce per ordine del Procuratore Romano perché con le sue magie aveva

sedotto e sviato il popolo d’Israele.

SARA (scattando) Papà aspetta. Cerca di trovare una formula diversa... che rispecchi meglio il

nostro stato d’animo d’incertezza, di perplessità... di dubbio.

ELIA Quale dubbio?

SARA Dubbio, si! Il mio, almeno, è un dubbio.

UNA VOCE Ma si! È giusto! Non ripeta la stessa formula dell’inizio! Non valeva la pena parlare,

discutere tanto per giungere dove s’è incominciato!

PRIMO SPETTATORE (si alza, chiedendo la parola. È un uomo di una cinquantina d’anni, con

occhiali, vestito di scuro) Ma certo! (Un silenzio) Oltre tutto, poi, si esagera in questa... finzione. Si

esagera... (brusio, interruzioni).

UN ALTRO Lasciatelo finire! Seduti!

ELIA (turbato, balbettando) Ma… che si vuole da me? Io avevo già detto che...

PRIMO SPETTATORE (che non si è affatto seduto incalza con evidente padronanza di sé) Si

esagera con questo “processo”; ci si spinge troppo oltre!

UN ALTRO Che significa troppo oltre?

PRIMO SPETTATORE Si cerca di dare, certo inconsapevolmente e con le migliori intenzioni,

parvenza di autenticità e di serietà a una discussione... estemporanea su argomenti di capitale

importanza. Sono problemi, questi, che non possono essere presentati e dibattuti in questo modo:

c’è pericolo che il pubblico se ne faccia un’idea del tutto sbagliata.

UN ALTRO Non si preoccupi, lei, dell’idea che ce ne facciamo.

PRIMO SPETTATORE (un po’ piccato) Mi preoccupo di dire ad alta voce il mio pensiero!

Questo si potrà!

VARIE VOCI Sicuro!

No!

Sentiamo...

PRIMO SPETTATORE Dopo tutto si tratta di una… commedia! Oooh! L’hanno riconosciuto,

l’hanno ammesso loro (e indica i giudici). C’è molta, molta fantasia! E in questo sono d’accordo

con il Giudice Accusatore... (e indica Davide che rimane impassibile; poi affrettandosi a

correggere) in questo soltanto, però: non vorrei che si pensasse che io condivido il suo

atteggiamento... - come pure non vorrei... (e si rivolge allo spettatore che l’ha rimbeccato) che si

pensasse che io biasimo questa riunione... io lodo, anzi — se cosi posso esprimermi — mi

compiaccio proprio di cuore con questo pubblico che si è dimostrato tanto pensoso di certi problemi

da preferire questo raduno, certamente austero, ai tanti divertimenti frivoli che potevano più

facilmente allettarlo... — Ma ciò non toglie che il presentare problemi delicati, che esigono studio e

preparazione specializzata per essere discussi, a gente… necessariamente impreparata…

impreparata a causa delle quotidiane occupazioni, possa costituire un pericolo, costituisce, anzi,

senz’altro un pericolo!

IL CONTRADDITTORE BONARIO La ringraziamo. Benché lei stia dando a tutti noi una bella

patente di ignoranza e di incompetenza!

PRIMO SPETTATORE No. Non vorrei essere frainteso.

IL CONTRADDITTORE BONARIO Stia tranquillo per questo! Come può fraintenderla? Ha

parlato papale papale!

ALTRA VOCE (al Primo spettatore) Scusi, sa: ma vuol dirci quale preparazione si richiede per

discutere questi problemi? (Ironico) Occorre forse un diploma, una laurea? Ce lo dica!

NUOVA VOCE Non facciamo dell’ironia, della facile polemica!

IL CONTRADDITTORE BONARIO Niente ironia, d’accordo. - Se i giudici, lassù, permettono,

io vorrei chiedere qualcosa a questo signore... (al Primo spettatore) qualcosa che mi pare

importante chiarire. (Si raschia la gola) Gli uomini che ascoltarono la prima volta Gesù, che

“preparazione” avevano? Forse meno di quella che abbiamo noi. Non le pare? O lei crede che la

dottrina di Gesù sia come una scienza che ha bisogno di uno studio speciale per essere interpretata?

Io credo di no! A me pare chiara, evidente. Mi sbaglierò, ma sono persuaso che tutti possano

intenderla a prima vista. Tutti: i colti e gli ignoranti. La parola di Gesù — il suo linguaggio — è

quello di un maestro che vuole insegnare a tutti la medesima dottrina. Il bello è proprio qui: che non

occorre alcuna specializzazione per capirla! Le interpretazioni, i commenti complicano tutto. Se lei

mi parla d’ignoranza, è un altro paio di maniche! Io sono con lei! Come pure sono con lei nel

rilevare che in questo processo ci sono molte lacune...

ELIA Certamente. Siamo i primi ad ammetterlo.

PRIMO SPETTATORE Caro signore: lei dice d’essere d’accordo con me se intendo parlare

d’ignoranza. Io non volevo usare questo termine, ma dal momento che l’ha usato lei... ne farei

proprio una questione d’ignoranza, da una parte... (gli ebrei) e dall’altra (il pubblico).

ELIA Riconosco che in questa materia l’ignoranza non è mai del tutto sconfitta, ma vorrei farle

presente che ho dedicato tutta una vita di studi a questi problemi…

PRIMO SPETTATORE Si, si... non volevo affatto disconoscere... mi scusi.

ALTRA VOCE (con una certa violenza) Ma dopo tutto lei chi è che si prende l’autorità di metterci

tutti sono accusa?

IL CONTRADDITTORE BONARIO Se c’è un guaio, semmai, è che tutto è fin troppo chiaro, e

se quelle parole, quegli ordini - perché si tratta di veri e propri ordini — fossero presi alla lettera,

altro che rivoluzione!

PRIMO SPETTATORE Rivoluzione!

IL CONTRADDITTORE BONARIO Se le dà fastidio la parola, diciamo trasformazione.

PRIMO SPETTATORE Ma non mi dà nessun fastidio, anzi! Ri-vo-lu-zio-ne. Proprio rivoluzione.

Rivoltare il mondo da così a così. Ci abbiamo mai pensato a quel che potrebbe succedere se davvero

ascoltassimo quegli ordini? “Amatevi l’un l’altro come fratelli”, “se ti colpiscono una guancia offri

— offri! — anche l’altra”. E senza ma o però o nel caso che. No! Non è mai scritto che in certi casi

particolari, di fronte a certe circostanze la guancia non la devi più offrire. Sempre. Ragione o torto.

Sempre. (Mormorii) È dura, eh! Lo So. Ma è così. È un ordine. Nemmeno sulla ricchezza ci sono

eccezioni: “da tutto ai poveri – tut-to! - vieni e seguimi”. Non dice: “dai tutto meno un po’, meno

quello che ti serve”, no: tutto. — E sulla pace? Deve essere la pace. Intera. Sempre. E basta. Anche

se mi colpiscono e ho un’arma in tasca, non devo usarla. Perché? Ma perché devo cambiare il

mondo solo con l’amore. A colpi di amore. Senza limiti. I cristiani sono questo. Sarebbero!

IL CONTRADDITTORE BONARIO Eeeh! Magari! Però se si applicasse alla lettera sarebbe una

utopia bella e buona, con i tempi che corrono.

PRIMO SPETTATORE Perché utopia? Se nessuno ci ha ancora provato! Quel che succede con le

guerre, con le violenze, con le rapine, con i piani politici non lo chiamiamo utopie, no: lo

chiamiamo realtà. E lo sappiamo tutti quello che è: qualcosa di mostruoso, di veramente mostruoso.

— Quello che succederebbe con l’amore, con la pace assoluta a tutti i costi, non lo sa nessuno, noi

non lo sappiamo ancora perché in duemila anni di storia cristiana è un esperienza che non è mai

stata fatta. E forse perché tutti abbiamo creduto che fosse un’utopia, e si è preferito —

ragionevolmente restare dentro la realtà. Ma lei, loro, sono contenti di questa realtà? Io no. Ma... (si

interrompe) ho finito.

IL CONTRADDITTORE BONARIO Ma lei, scusi, chi è? Prima gliel’hanno chiesto e lei ha

cambiato discorso. Perché si tira indietro?

UNA VOCE Ma sarà il Papa!

PRIMO SPETTATORE Dal momento che volete proprio saperlo, sono un sacerdote, diciamo un

Prete.

VOCI Contestatore!

Del dissenso...

Come? Ssst! Silenzio!

Si capiva che c’era sotto qualcosa!

Pare impossibile! Li trovi dappertutto!

Adesso poi non li riconosci nemmeno!

Vestiti come noi!

UNA SIGNORA Sono sempre una forza! Bisogna riconoscerlo!

VOCI Si, purché si giochi a carte scoperte!

Vogliamo un contraddittorio.

ELIA Silenzio! Per favore, silenzio! (Sporgendosi verso il Sacerdote) Reverendo noi non potevamo

supporre che una personalità come la sua potesse celarsi in mezzo al nostro uditorio. Ne siamo

sinceramente lusingati… e la preghiamo di voler compiacersi di prender posto… qua, tra noi... - e

rivolgere di qui, se crede, quelle parole che ritenesse più convenienti... - La prego... (e lo invita a

salire)

SACERDOTE (si muove dal suo posto e si dirige verso il tavolo dei giudici. Si volge al pubblico

con un certo imbarazzo) Sinceramente… non avrei mai immaginato di trovarmi su un

palcoscenico... (lievemente ironico) invitato a parlare a un pubblico di teatro. Non è davvero il mio

posto! Ma forse tutti loro, cari signori, apprezzeranno che io sia uscito dall’incognito per parlare a

viso aperto... È così frequente che ci si accusi di… falsità e di doppiezza. Del resto, non ho gran che

da aggiungere a quanto ho già detto. E cioè: tutto interessante. tutto degno di considerazione quello

che è accaduto qui, ma non vorrei che si potesse credere che i fatti si sono svolti così come sono

stati presentati qui. Sarebbe un errore. Diciamo che si sta cercando insieme di ricostruire i fatti

come si svolsero. (A Elia) Del resto è proprio quello che lei ha proposto in principio ricordando la

bella parabola tramandata di generazione in generazione: non si può più accendere quel fuoco... s‘è

perduto anche il senso misterioso delle antiche preghiere... e non si ritrova più nemmeno il luogo

esatto, però se riusciremo a ricostruire come i fatti si svolsero, quel che chiediamo si compirà

egualmente.

ELIA Grazie di avermelo ricordato.

SACERDOTE Come si svolsero i fatti per noi uomini di oggi? Com’è oggi la verità di allora

tramandata di generazione in generazione? Dove cercare la verità?

ALTRA VOCE Non vorremmo sentire una predica, adesso! Non siamo qui per questo!

DAVIDE (che dal momento in cui il Sacerdote si è alzato, è andato in fondo al palcoscenico a

parlottare con il Commissario di Polizia apparso a scrutare la piega degli avvenimenti viene fino al

proscenio inserendosi autorevolmente nel dialogo) Ssst! Per favore. (Si fa silenzio, per lo meno un

certo silenzio) Facciamo le nostre discussioni per bene, cioè con calma… altrimenti... (e guarda il

Commissario che è ancora sulla porticina del palcoscenico) allarmiamo chi sovrintende all’ordine

pubblico. Avete visto? (più piano) È il Commissario che ha questo teatro sotto la sua giurisdizione.

È un po’ preoccupato dai nostri discorsi. L’ho tranquillizzato, ma cerchiamo di star calmi, ve ne

prego.

L’INTELLETTUALE (un signore in blu, sui quarantacinque anni, vanamente tirato per un

braccio da una vistosa ragazza bionda, si leva in piedi) Calmissimi, staremo. Ma non per questo ci

sarà impedito di fronteggiare la presa di posizione del sacerdote balzato in maniera così inaspettata

al centro di questo “processo a Gesù”. (Ha una reticenza, con un mezzo sorriso) A meno che anche

questo — ma non voglio nemmeno pensarlo – non facesse già parte della rappresentazione, nel qual

caso mi siedo subito e vi dico: bravissimi, recitato alla perfezione!

ELIA No, signore! Nessuna commedia! La prego di crederlo! Noi, eravamo già alla sentenza…

SARA Abbiamo fretta di concludere sapesse! Io almeno!

L’INTELLETTUALE (con la bionda che gli borbotta qualcosa e lo tiene per la manica) Chiedo

scusa, allora, della insinuazione... sia pure ipotetica — (alla donna) sta buona… sta zitta! — che mi

sono permesso di fare.

DAVIDE È una... brusca impennata che il dibattito ha preso del tutto naturalmente... L’ha visto

anche lei: sono stati gli stessi spettatori che l’hanno provocata… tanto che noi, come avranno

notato, ci siamo tirati un po’ in disparte... non dico semplici spettatori... ma quasi... Lasciamo

volentieri il posto ad altre voci… (Il Sacerdote fa per avviarsi verso il suo posto)

ELIA Se ne vuole andare?

SACERDOTE Non vorrei che il signore che ha parlato un momento fa ritenesse questo posto...

usurpato. Preferisco ritornare alla mia «poltroncina».

L’INTELLETTUALE Rimanga, rimanga pure. Non sarà certo il pulpito a cambiar la predica.

SACERDOTE (riprendendo il suo posto sul palcoscenico) Quand’è così...

L’INTELLETTUALE Secondo lei, allora, come sarebbero andati i fatti?

SACERDOTE Il Vangelo li racconta esattamente.

ELIA (affrettandosi) Anche noi accettiamo la versione del Vangelo. L’ho già detto.

SACERDOTE La versione dei fatti esteriori, accetta — ma poi... beh! E la figura umana e divina, e

la missione di Gesù? Vero uomo e vero Dio! Sta qui l’equivoco! Voi sostenete d’aver messo a

morte un uomo che s’illudeva o si vantava di essere Figlio di Dio. Continuate a credere d’averlo

condannato giustamente. Il vostro cosiddetto processo ha sorvolato la questione principale: Gesù

era o no il Salvatore, il vero Messia? Voi avete risposto: no, non era perché non poteva essere. Ma

non è un modo di affrontare seriamente il problema. Stasera non se ne è nemmeno discusso.

L’INTELLETTUALE D’accordo! Discutiamone noi, allora! Consideriamo il processo ancora

aperto, se volete; oppure apriamone uno nostro, tra noi, se i giudici ebrei non consentono...

ELIA No. Preferirei mantenere aperto il nostro.

DAVIDE (al nuovo Spettatore) Lei sarebbe un nuovo testimone... testimone dell’ultima ora,

diciamo.

L’INTELLETTUALE (ironico) Come vuole: sarò il testimone dell’ultima ora.

SACERDOTE Parliamo, allora.

L’INTELLETTUALE (abile, dialettico, perfino elegante) Se me lo consentite, io vorrei rovesciare

le posizioni. C’è una ragione. Se ci si mette a discutere, come s’è fatto finora, sulla figura di Cristo

atteso dal popolo come un liberatore politico, che si rivela, invece, nella migliore delle ipotesi,

come un taumaturgo - taumaturgo, però, che al momento buono non sa scendere dalla propria croce

e non riesce a salvare nemmeno se stesso - se ci si mette per questa strada non si arriverà mai a niente di serio. Meglio non parlarne. E in questo ha ragione lei: occorrerebbe tutt’altra preparazione.

Ma se se ne deve parlare, in generale, mi pare che non ci rimanga altro che capovolgere le

posizioni.

SACERDOTE (attento) in che senso?

L’INTELLETTUALE In questo senso: cominciare col chiedere quello che fuggevolmente s’è

chiesto, prima, il giudice Presidente. “Come mai in un mondo che si dice e si crede cristiano, non si

vede o si vede troppo pallidamente la presenza di questo Cristo?” Signori miei: la traccia che ha

lasciato è troppo scarsa, troppo tenue perché si possa ragionevolmente credere che è la traccia

lasciata, impressa nientemeno che da un Dio! Basta che ci si guardi attorno...

SACERDOTE Perché vuol guardarsi attorno? Guardiamo piuttosto entro le cose, entro noi stessi!

L’INTELLETTUALE Guardiamo pure, se vuole. Lei le trova cristiane le opere, diciamo pure le

intenzioni di questo mondo? Mi accontenterei — vede — che soltanto le intenzioni fossero

cristiane: che cioè si partisse dall’amore e si fosse poi trascinati nell’odio; che ci si muovesse

apertamente verso la pace e ci si trovasse invece condotti a fare la guerra... Potrei concludere che è

una oscura fatalità che piega al male, la buona volontà dell’uomo plasmato a nuovo dal messaggio

di Gesù. Invece no! Nemmeno l’intenzione buona io riesco a trovare. Non trovo l’uomo nuovo, non

trovo il cristiano! È proprio l’uomo che non è cambiato nonostante il passaggio di Cristo! È l’uomo

che non cambia! E questo il fatto spaventoso, disperante che rende questo «processo» perduto per la

causa di Cristo, perduto senza possibilità di appello. Gesù di Nazareth non solo non riuscì, allora, a

cambiare la viltà di Pietro, la gelosia di Giovanni, la doppiezza di Giuda, ma non è riuscito, poi, nei

secoli, a mutare la cieca incredulità degli uomini. Perché un Dio non dovrebbe poter cambiare quel

che ha fatto, non dovrebbe poter restaurare l’opera sua, se fosse davvero un Dio? Io non posso

accusare gli uomini di non aver fatto – loro - deboli, peccatori — quel che Lui non seppe fare; non

posso accusare gli uomini di non essersi presi, nei secoli, la rivincita per lo smacco subito sul monte

Calvario! Accuso soltanto la presunzione di chi pretende di possedere la verità, accuso la scaltrezza

di chi alimenta delle false, fatue speranze in nome di questa verità… — accuso chi si leva, oggi, per

difendere il Cristo con la foga dialettica degli avvocati in tribunale, ed è pronto, domani, a

ricrocifiggerlo senza riconoscerlo, se dovesse, per un miracolo, riapparire nel mondo. Non si può,

non si deve proporre come possibile un messaggio, una dottrina che non ha più alcuna possibilità di

essere attuata. È una ostinazione colpevole! Meglio che ognuno viva per quello che è, seguendo la

sua immutabile sorte... illudendosi, se vuole, in speranze messianiche, ma sapendo, almeno,

d’illudersi.

SACERDOTE E i santi?

L’INTELLETTUALE Appunto i santi. Degli eroi illusi. Ma niente di più che un pugno di uomini,

si, un gruppo sparuto a confronto delle moltitudini pazze, cieche, ottuse che si sono succedute nei

secoli...

SACERDOTE (lo interrompe, prima ancora col gesto che con la parola) No... no... questa

obiezione non è degna di lei, signore…

L’INTELLETTUALE (interdetto) E perché?

SACERDOTE Perché, se ho ben capito, sembra che lei ne faccia addirittura una questione di

quantità... una specie di bilancio numerico! Quei santi, quei pochi santi... (un brevissimo arresto) —

e poi, perché pochi? — ma passiamo oltre! — quei santi con le loro avventure cristiane sono entrati

nella vita degli uomini, di quelle moltitudini cieche e ottuse, come lei le chiama, e l’hanno...

lievitata di nuove speranze...

L’INTELLETTUALE Glielo concedo. I santi imitatori eroici di Cristo e come lui ammirabili:

d’accordo! (Più penetrante, più adagio) Ma, come lui, regolarmente contraddetti e traditi dai loro

discepoli. Casi isolati, apparizioni occasionali... Ora, lei mi deve concedere questo: che una dottrina,

un esempio che perde sempre non può avere il sigillo della divinità. L’inanità è propria della parte

sublime dell’uomo, ma è la vittoria che costituisce il segno infallibile della perfezione e della

potenza divina. E qui, invece, si è continuamente perduto!

SACERDOTE Lei trova proprio che si sia continuamente perduto? (Qualcuno ride in sala) Glielo

chiedo, badi bene, senza alcuna ironia. Un momento fa, quando sono stato… scoperto, non so chi

esattamente, forse una signora, mi pare, ha detto che siamo una forza…

L’INTELLETTUALE Una forza, certamente! Lo riconosco anch’io. Lo riconosciamo tutti, credo.

I sacerdoti, del resto, furono sempre una forza, anche nell’antichità pagana... (altro tono) Ma qui, se

non sbaglio, si stava parlando non del gioco alterno delle varie forze storiche, in cui quella religiosa

ha avuto sempre una parte preminente!, ma di quella eccezionale, unica forza cristiana che avrebbe

dovuto — badi bene — non già urtarsi da pari a pari con le altre forze storiche, ma cambiare di

colpo la faccia del mondo. E questo non accadde.... e non dico di colpo, ma nemmeno dopo venti

secoli! Dovrà ammetterlo, reverendo. Ad un Cristo, uomo sublime, siamo tutti pronti a fare l’elogio,

ma sia ben chiaro che il suo messaggio e le sue speranze furono crocifissi e morirono con lui!

SACERDOTE (vibrato) Risorsero anche con lui, quando Lui risorse dal sepolcro!

L’INTELLETTUALE Questa è una frase ad effetto! Se ne renda conto! Una frase che può colpire

un pubblico di chiesa non questo... di stasera. Lei per volgere a suo favore la piega del dibattito, non

può puntare tutto sul fatto... favoloso della resurrezione! Sarebbe stata, comunque, una resurrezione

poco produttiva, perché nonostante ci si sforzi di moltiplicare i segni, gli emblemi, le strutture

visibili della cristianità, lei sa bene quanto me, meglio di me, anzi, che il messaggio di Cristo, il

vero messaggio di Cristo, quello autentico, quello evangelico sta morendo nella vita degli uomini di

oggi. È l’agonia. Si parla ormai apertamente di morte di Dio!

SACERDOTE E chi le dice che non si sia invece ancora all’alba della vita cristiana?

L’INTELLETTUALE (dispettoso) Ma come! Non li vede anche lei i segni premonitori della

fine… direi addirittura i segni dell’Apocalisse, per esprimermi col suo linguaggio! Che vuole di

più!

SACERDOTE Vedo, vedo anch’io quel che vede lei, signore; ma vedo anche quel che forse lei non

vede.

L’INTELLETTUALE E cioè?

SACERDOTE Che quei fermenti che lei crede siano stati crocifissi con Cristo, si sono invece

sparsi, da allora, per la terra e hanno inquietato gli uomini... e li inquietano sempre di più... oggi

come mai, direi! Questo io vedo. Vedo perfino che inquietano anche lei... forse lei non se ne

accorge, ma nel calore della sua polemica, nell’aggressività della sua accusa c’è proprio

l’inquietudine per Cristo...

L’INTELLETTUALE (irritato, come vergognandosi) Ho capito! Lei adesso, tenta di sedurmi...

ma sappia che io sono ben premunito contro questa tattica... la conosco!

SACERDOTE (un po’ confuso) Nessuna tattica, mi creda. L’ho detto perché lo sento, signore.

Sincerità per sincerità.

UNA SPETTATRICE (è la bionda vistosa che finora ha trattenuto per la manica l’intellettuale).

(Al Sacerdote) Lei ha ragione! Chi credete che sia questo che parla così? Eh? Indovinatelo un po’.

Ve lo dico io che lo conosco bene!

L’INTELLETTUALE Smettila, tu! Che c’entri tu nei nostri discorsi! Siedi!

LA BIONDA (una spettatrice) Vostri discorsi! Sono vostri come sono miei! Di tutti sono! Ve lo

dico io chi è!

SACERDOTE (alla donna) Chi… è?

LA BIONDA È uno dei vostri. Un mezzo prete. Ha imparato da voi tutte le cose che dice, tutte le

ragioni che porta...

SACERDOTE Come, da noi?

LA BIONDA Da voi preti! Se vi dico che è un mezzo prete. È stato lì lì per diventarlo intero! (Una

risata) Ma si! Me l’ha raccontato lui in queste... notti! Mi faceva venire un sonno... ah, ah, ah... ma

me lo ricordo bene! S’è fermato in tempo! E vi si è rivoltato contro... Ha il dente avvelenato contro

di voi — avete sentito?

L’INTELLETTUALE Le donne! Bel modo di ragionare! (Alla bionda) Già, prima, prima di

ritrarmi, m’ero rivoltato contro, come dici tu; già prima m’ero convinto che l’essenziale non andava

più. Per questo mi sono rifiutato. Non è stato un risentimento del cuore ma la conclusione di lunghi

pensieri... Non mi è accaduto quel che accade a voi, quando un amore contrastato o tradito vi si

tramuta subito in odio!

LA BIONDA Magari fosse stato così anche per te come per noi, magari! Saresti salvo! — Mica che

m’importi molto di lui... ci conosciamo cosi poco... (lisciandosi il dorso della mano) conoscenza

di... superficie, ah, ah!, ma mi fa pena vederlo cosi disperato, senza un momento di pace né di

giorno né di notte... - e mi fa anche rabbia, si rabbia, quando fa l’arrogante, come adesso... Si,

rabbia mi fai! Io non ho la tua testa - oh no - eppure io sono sicura che Gesù è il salvatore di tutti, e i

discorsi che fai tu li sento, si, ma non toccano tanto cosi! (Indicando attorno tutti quelli interessati

al dibattito) Voi, tutti voi, nessuno escluso - gli ebrei un po’... commedianti, il Prete che non si

riconosceva se non l’avesse detto, e lui che ha studiato da prete e adesso fa la parte di Giuda - si,

Giuda, è inutile che t’inquieti: noi diciamo così di uno che si rivolta contro dopo aver mangiato in

quel piatto, diciamo “far la parte del Giuda” - tutti voi potete condannarlo o assolverlo, Gesù di

Nazareth, potete fare quei che volete: a me non me n’importa niente! Per me è il Salvatore, e basta!

Ma per tutt’altri motivi da quelli che avete detto, proprio tutt’altri. Parlo per me, si capisce, soltanto

per me. Non c’entrano nemmeno i miracoli, se volete saperlo, benché io creda ai miracoli… tanto

che ne sto sempre aspettando uno. (Fermandosi e guardandosi attorno leggermente divertita) Oh,

ma non vorrei che pensaste che io... Chi credete che io sia? Io, per dirvela in forma educata, dato il

luogo, io sarei una... una come Maria Maddalena... ecco. Ci siamo capiti. Vi rendete conto, allora,

che io non valgo molto come donna. Lo so da me che non valgo molto, anche se mi tengo un po’

su... - eppure vi dico - e mi potete credere perché, non lo dico per orgoglio — che lui fa tutte queste

chiacchiere da intelligentone... — che testa, che testa!, gli dicono gli amici, e se vedeste come gli fa

piacere, cambia perfino il colore degli occhi tanto gli ridono — beh, lui, l’intelligentone, vale ancor

meno di me, come uomo! E non dico altro. (Più piano) Io, se voglio, gli faccio fare quel che mi

pare. Io vi dico che l’ho… umiliato, maltrattato... svergognato come nessuno, mai, ha osato fare con

me: E lui buono, sottomesso... Lui che a furia di ragionamenti, di pensieri è giunto a negare, a

respingere Gesù, lui finisce per mettere me — così come sono — quella che sono — finisce per

mettere me al posto del Salvatore. A queste conclusioni arriva la gente come lui — le gran teste!

Non gli date retta! Non credete a quel che vi dicono! Mai! Si sbagliano sempre! Prima, ha detto,

Dio è morto. Bella frase! Come suona bene! Complimenti (All’uomo) Ma che ne sai tu di quel che

c’e nel mondo? Che ne sai, se non vivi! Che ne sai tu di me, per esempio? Che ne sai oltre quello

che vedi? Lui non se lo sognava nemmeno ch’io potessi prender fuoco per Gesù si capisce… Ha

creduto che io sia soltanto come m’ha veduta… Che hai da guardare? Ti accorgi che sono un'altra?

(L’uomo fa per alzarsi ed uscire) Dove vuoi andare, adesso? Non vuoi sentire? Mi ci hai portato tu,

qui, e adesso ci stai! Io devo dire che non ne avevo proprio nessuna voglia; ma adesso che ci sono

mi piace tanto quel che succede... non mi sono mai appassionata tanto in vita mia… nemmeno ai

tempi del primo amore... (si guarda attorno) È questo il primo amore! (Mormorio) Vi dan fastidio

le parole? Pardòn! Va bene così?

L’INTELLETTUALE Scusatela... (tormentato). È vero ch’io fui quasi sul punto di... (accenna al

Sacerdote. Poi volgendosi a lei) Credi che non sia straziante accorgersi che quel che speravi con

tutto te stesso non puoi più, ragionevolmente, sperarlo... credi che non sia straziante dire addio… a

tutto quello che era la tua ragione di vita... di più, addirittura una speranza di vita eterna, era! Credi

che non sia uno strazio?

LA BIONDA (per nulla smontata) Sarà anche! Quel che so io è che per calmare questo strazio ti

sei messo con me. Io, al tuo posto, se proprio avessi provato tutto questo... strazio, me ne sarei stata

sola... non avrei saputo che farmene di una come me... che se ne sta a letto tutto il santo giorno... (e

ha una smorfia di sorriso).

L’INTELLETTUALE (piano) Forse hai ragione... Ma si ha bisogno talvolta di qualcuno che ci

stia semplicemente a sentire...

LA BIONDA Credi che non l’abbia capito che avevi bisogno di parlare, parlare, e basta! Io,

d’altronde, non capivo quasi niente, ma ci provavo gusto... si, adesso te lo posso dire, dal momento

che ci siamo. — Io, un uomo come te, della tua specie, non l’avevo mai avuto; non m’era mai

capitato per le mani un uomo che invece di far l’amore... ti si mette a parlare di cose complicate...

l’anima... Dio.... e il Nulla... quante chiacchiere su questa storia del Nulla... roba da far venire una

noia e un sonno da morire... ma che v’ho da dire: in questo non capir niente — tranne tre, quattro

parole — c’era qualcosa di... eccitante. Come siam fatti! Non capisci, e stai attenta! Perché? Mah!

(Più interiore) Se non ci fosse stato lui, sapete, io, a parte che non sarei qui, ma non so dove, non mi

sarei mica alzata per difendere Gesù! No davvero! (S’è fatto uno strano silenzio in cui disagio, pena

e il senso oscuro delle misteriose comunicazioni tra gli esseri si sentono mischiati. Poi Davide,

intervenendo con la sua voce autoritaria, calda ma senza ondeggiamenti di toni particolarmente

passionali rompe la tensione che s’è formata)

DAVIDE (al Sacerdote) Non le sembra che in questa strenua difesa si mescoli esageratamente

l’elemento sentimentale... e, direi un po’ troppo femminile? Le Maddalene! Gesù di Nazareth,

bisogna riconoscerlo, esercita il suo fascino specialmente su loro!

LA BIONDA E che vorrebbe dire lei con questo discorso? Che ci s’innamora di Gesù? Lei non

capisce niente, mi scusi. Noi... (e indica la Maddalena della «troupe» dei testimoni) noi siamo le

meno inclinate, sa, a innamorarci di un bell’uomo che passa. Noi! Facciamo finta, spesso, ma se

sapesse, lei! È ben altro che ci colpisce, che ci... commuove!

MADDALENA (intervenendo dal suo posto) Come ha ragione! Gesù non la guardò nemmeno, la

Maddalena... non la guardò come un uomo guarda sempre una donna — almeno credo che sia

andata così.

LA BIONDA Ma io sono sicura! La Maddalena deve essere, anzi, rimasta ferita, da principio,

proprio perché Gesù sembrava non si fosse nemmeno accorto di lei...

MADDALENA “Che sei venuto a fare?” - gli dico. E lui: «A rimettere in libertà gli oppressi». “E

io che c’entro con gli oppressi?” “Tu sei più che oppressa: sei una schiava, una schiava di te stessa.”

LA BIONDA Gli vai dietro anche in capo al mondo a uno che ti dice così!

SACERDOTE Lei, dunque, intende difendere Gesù?

LA BIONDA Perché? Non s’era capito?

SACERDOTE Si, si. Ma saprebbe portare una testimonianza... una ragione sua, beninteso...

LA BIONDA Io non ho ragioni speciali. È lui (l’uomo che le siede accanto a testa china) che ne

ha.

SACERDOTE Avrà per lo meno le ragioni del cuore.

LA BIONDA (mormora tra sé) Le ragioni… del cuore... (Improvvisamente pudica, raccolta) Si...

c’è una ragione... intima, mia... — Vede: la gente come me — ce n’è tanta di gente come me — se

non avesse la certezza... che Gesù è venuto per capire e per perdonare e per salvare anche noi…

sarebbe disperata! Più niente da fare! C’è sempre un momento nella nostra vita che rimane soltanto

Lui a difenderci, a prendere le nostre parti — proprio quando non abbiamo più difese, e la vita,

tutt’intera, ci sputa addosso. Come faremmo a continuare a vivere con un po’ di speranza ancora

con un filo di speranza nella bontà della gente, se anche Lui, parlo di Cristo, viene condannato? Non

voglio che lo condanniate — nemmeno per gioco, qui, stasera — non provateci nemmeno! Io dico

di no, di no, di nooooo!

UNO SPETTATORE PROVINCIALE (sporgendosi in avanti dal suo posto) Ma che condannano!

Dico di no anch’io! Tutti quelli che non vogliono... dicano di no! (Si guarda attorno, ma tutti

tacciono un po’ imbarazzati)

ELIA (agitato, balbettante) Però... però parlino uno alla volta, per favore… non facciamo troppa

confusione... (Pausa, silenzio. Al giovanotto che ha parlato per ultimo) Avanti, parli lei che aveva

qualcosa da dire.... Si alzi... venga avanti… si faccia vedere…

LA BIONDA (incalzando) Dica quel che voleva dire! Mi dava ragione, no? E allora! Non mi lasci

sola a protestare contro questi qui! Mi dia una mano! Parli!

IL PROVINCIALE Io... veramente... non ho niente di speciale da dire... Mi oppongo anch’io!

Ecco.

SACERDOTE Ma perché si oppone anche lei? L’avrà un perché!

IL PROVINCIALE Un perché ce l’avrei. Vede: ognuno difende la propria posizione, ecco. Si

potrà dire che non sono disinteressato a mettermi dalla parte di Gesù, è verissimo.

LA BIONDA Meno male!

IL PROVINCIALE Io non sono disinteressato!

SACERDOTE (al giovane) Perché dice di non essere disinteressato? In che senso? Potrebbe

spiegarsi, o chiediamo troppo? (Occhiata ad Elia)

ELIA Lei, mi scusi, chi è?

IL PROVINCIALE Io, chi sono? Nome… cognome, vuol sapere?

ELIA No, no. Mi riferisco alla sua particolare condizione giacché ne ha parlato lei, prima.

IL PROVINCIALE Già.

ELIA Allora?

IL PROVINCIALE (sottovoce) Vede: io sarei… come il figliuol prodigo... (le ultime due parole

non si sentono quasi).

VARIE VOCI Forte.

Voce.

Che ha detto?

LA BIONDA (intervenendo, ad alta voce) Ha detto che è come il figliuol prodigo.

ELIA Parli. Qui ormai, non ci sono segreti.

IL PROVINCIALE È vero, non ci dovrebbero essere segreti... ma se sapeste la fatica che si fa!

Come una vergogna...

ELIA Oh, ci scusi se abbiamo insistito...

IL PROVINCIALE No, no... Io, dopo tutto, non ho mica niente da nascondere... ma è come se mi

sentissi mescolar dentro... si, insomma: la vergogna. (E si prende la faccia entro le palme)

SACERDOTE (dopo una pausa) Vorrei soltanto sapere da lei perché crede di essere come il

figliuol prodigo?

IL PROVINCIALE Non vorrei sbagliarmi... Ma non è il figliuol prodigo quello che se ne va di

casa portando via i soldi del padre...

SACERDOTE Si, il figliuol prodigo volle la sua parte.

IL PROVINCIALE Anch’io me ne sono andato con dei denari di casa, ho diciamolo pure —

rubato a mio padre e ai miei fratelli... — c’era anche la dote di mia sorella. Un grosso commercio di

olio, il nostro. Era bello a vedersi, gli ulivi, i frantoi... - ma non mi piaceva starci. Io avevo in

testa… altri progetti. Pensavo: i genitori non mi capiscono, fratelli e sorelle badano solo ai poderi e

al capitale... Così sono scappato di casa. E loro sono stati zitti, non mi hanno rincorso, non mi

hanno cercato, denunciato: niente. Tutto merito di mio padre, perché credo che gli altri, i fratelli, i

parenti non me l’avrebbero passata liscia... Invece: scappato via - silenzio. Non mi sono fatto più

vivo. Nemmeno con mio padre. Con gli altri è stato per orgoglio; ma con lui, con mio padre, è stato

per... vergogna. Ho avuto vergogna, ho ancora vergogna! - Sono un mascalzone! Anche il figliuol

prodigo era semplicemente un mascalzone... - no?

DAVIDE (si fa avanti, mette una mano sulla spalla del figliuol prodigo) Si rimetta pure a sedere.

Direi che basta. Noi almeno ne abbiamo abbastanza. Tutto questo non ci riguarda.

SARA (insorgendo) Non è vero! Tutto questo mi riguarda, invece! Stimatissimo Sacerdote, la

prego, continui lei questo dibattito… se i miei non intendono più interessarsene...

ELIA Ma no: noi restiamo. (A Davide che si è allontanato) Davide! (Davide si ferma sulla

porticina del palcoscenico. Con tono imperioso, maestoso) Ritorna qui. Te lo ordino. (Davide

lentamente ridiscende il palcoscenico, e si siede al banco dei giudici, al proprio posto. Si prende la

testa tra le mani rimanendo in questo atteggiamento fino alla fine)

SARA (al giovane spettatore) E lei, per piacere, vada avanti, vada pure avanti... senza tenere alcun

conto dell’interruzione...

IL PROVINCIALE Oh, ma io non devo mica dire più niente...

SARA Come mai? Doveva esporci le sue ragioni... e invece...

IL PROVINCIALE Dopo quel che ho detto mi pare che si capisca tutto! (Agli ascoltatori) Non si

capisce?

SARA Forse si capisce, ma ci spieghi meglio...

IL PROVINCIALE Ma s’immagini, lei, che mi decidessi, un giorno o l’altro, a tornare a casa...

LA BIONDA Ne avresti voglia, eh!

SACERDOTE Perché non torna? Sa quel che dice il Vangelo sul ritorno del prodigo? “Mentre egli

era ancora lontano, il padre lo vide, uscì di casa, gli andò incontro e gli buttò le braccia al collo e lo

baciò...”.

IL PROVINCIALE Magari. Troppo facile. Io non ci spero. Altra gente quella di casa nostra.

SACERDOTE Ma lei ci ha detto di non aver ricevuto nemmeno un rimprovero.

IL PROVINCIALE Non vuol mica dire! Altra gente: glielo dico io. Se tornassi, e i miei fratelli e

mio padre mi chiudessero la porta in faccia, non avrebbero mica torto. Io credo che farebbero

proprio così. Nemmeno mia sorella mi verrebbe in aiuto... Mi farebbe forse dormire una notte in

casa sua se fossimo d’inverno… ma tutto qui... E nemmeno il prete della nostra chiesa vorrebbe

prendersi l’incarico di andare da mio padre e di supplicarlo per me... — Perché io ho davvero

esagerato, e non si può pretendere... — mi capisce? (Pausa) — E allora? Dove lo trovo, allora, il

padre che vedendomi di lontano — come dice lei: è bello, è bellissimo! — corre fuori di casa e mi

viene incontro e mi abbraccia e mi bacia? Dove lo trovo più, o signori, se questi qua — tutti

vogliono continuare a discutere per convincerci che Gesù detto il Nazzareno (e si fa il suo solito

segno di croce) non era altro che un imbroglione... o per lo meno era uno che s’era sbagliato? Per

carità, fermatevi con le vostre discussioni! Perché io ne ho bisogno d’un padre che un bel giorno mi

perdoni e mi accetti in casa sua... così come sono! Non toccatelo! Gesù detto il Nazzareno... non

toccatelo!

UN INFELICE (un giovanotto si alza in piedi e levando pacificamente un bastone, dice) Ve ne

prego anch’io: non toccatelo!

VARIE VOCI Che ha?

UN INFELICE Io sono... così.

VOCI È cieco? — È cieco...

UN INFELICE Io sono cieco. Sono nato così. È stata proprio un’ingiustizia... Ma lasciatemi

almeno la speranza... (si rimette a sedere. Si è fatto un profondissimo silenzio)

ELIA (sempre più spaurito, rivolgendosi al Sacerdote) Quel che succede qui... da qualche

momento... è indubbiamente al di fuori di ogni previsione... di ogni aspettativa... Come lo spiega

Lei?

SACERDOTE È... la coscienza cristiana che si risveglia un po’ in tutti, nelle forme più

impensate... e reagisce in difesa di Gesù.

ELIA (agli spettatori) Lo vedo, lo vedo bene! Ma come mai, finora, eravate tutti rimasti

indifferenti, o quasi? Io debbo dire francamente che non supponevo che molti di voi nascondessero

nel cuore una fede così tenace in Gesù di Nazareth. Me ne rendo conto in questo momento, e ne

sono turbato... si, scosso. Perché - vi domando, o egregi ascoltatori — perché con la certezza che

custodite in fondo al cuore, perché con lo slancio, direi quasi con la violenza, che avete manifestato

adesso contro di noi, che volevamo, sia pure simbolicamente, condannarlo ancora, perché non siete

stati capaci di cambiare il mondo? Perché non lo cambiate? Che cosa vi manca? Perché nascondete,

invece di manifestarlo, quel che avete di prezioso dentro di voi? Ditemelo!

LA BIONDA (fervida, ma abbandonata, con un tono del tutto diverso da prima) Lei ha toccato il

punto giusto, signor giudice. E io darò la mia risposta. Posso?

ELIA Dica, dica pure.

LA BIONDA (sospira) È una risposta che fa pena, la mia, ma è sincera. (Pausa, più piano) Non ci

pensiamo. Non ce ne ricordiamo. È come dice lei — dentro, in fondo, sepolto... Non viene su... E

facciamo tutto... come se quel sentimento non fosse in noi... — giornate intere, sa, mesi... talvolta

anche anni, senza pensarci...

IL PROVINCIALE (incalzando) E quelle poche volte che ci pensiamo... ci vergogniamo. Si, si, ci

vergogniamo!

LA BIONDA È verissimo! Ci vergogniamo anche. Stasera è stato un caso. Non so dove l’abbiamo

trovato tutti — il coraggio di saltar su, d’infiammarci in questo modo! Non lo so proprio!

IL PROVINCIALE (pacato) Ci vergogniamo di Gesù detto il Nazzareno... (e si segna con il suo

gesto rapido e un po’ furtivo). Ecco, secondo me, eccola la ragione perché non cambiamo il mondo.

Noi almeno. Come facciamo a cambiarlo se non abbiamo nemmeno il coraggio di dire che lo

conosciamo. Lei, signor giudice, lei e i suoi seguaci, non hanno fatto altro, ci ha detto, che discutere

e affannarsi per anni e anni intorno a Gesù detto il Nazzareno: noi, i cristiani, ce ne ricordiamo si e

no, veramente, sul punto di morte. È la vergogna, signore mio, la stessa vergogna che deve aver

provato san Pietro quando ha detto: «Non lo conosco... mai visto...» - e stavano per ammazzarlo. Io,

perché son capitato, qui, stasera? Non lo so davvero. Io, alla sera, vado altrove: al cinema...

insomma, altrove... Stasera mi sono infilato qui, a caso... Ingresso libero, ho letto. Non sapevo

nemmeno che cosa si facesse. Sarà comunque uno spettacolo, mi son detto. Vi debbo anzi

confessare che se avessi saputo che c’era di mezzo un discorso su Gesù detto il Nazzareno, io, di

certo, avrei tirato diritto.

SACERDOTE Perché?

IL PROVINCIALE (lo guarda fissamente, poi piano) È timore. Non si ha mica il coraggio di

imbattersi frequentemente in questo Gesù detto il Nazzareno. Io preferisco stare un po’ alla larga.

Bisogna sbattergli proprio la faccia contro... allora si deve affrontarlo. Allora, in un istante, accade

quello che non è avvenuto in tanti anni... Si prende fuoco... si urla... si piange... ci si batte il petto...

si osa parlare in pubblico… come me, adesso: non so chi me l’abbia dato questo coraggio. Chi ci

sente, adesso, io e la signora (indica la bionda) sembriamo dei... dei missionari, e invece siamo

quello che siamo, siamo niente, proprio niente...

ELIA (caparbio, rivolgendosi al Sacerdote) Io, sa, la capisco la loro testimonianza, il loro

controsenso di essere e di non voler essere; praticamente, di essere cristiani a loro insaputa, e

bisogna quasi prenderli a tradimento per farli sbottare... — è perfino commovente: personaggi

evangelici, direi; come se incontrassero la prima volta Gesù di Nazareth. Li capisco, loro. Ma gli

altri?

SACERDOTE Quali altri?

ELIA Gli altri cristiani. Quelli consapevoli, quelli che danno una aperta testimonianza, che fanno

aperta professione… quelli che hanno perfino dei segni... degli ordini (e si tocca la giacca per

alludere alla veste).

SACERDOTE Noi, vuoi dire?

ELIA Ecco: tutti loro. Perché finora non siete riusciti a cambiare il mondo? Scusi, sa, capisco che è

una domanda molto delicata… e potrebbe anche non rispondermi.

SACERDOTE No, no, non si preoccupi della delicatezza... (rimane un po’ pensoso) Io posso

risponderle.

ELIA L’ascoltiamo tutti. (Si fa assoluto silenzio)

SACERDOTE (agitandosi un po’, come pentendosi) Risponderle... del tutto personalmente,

s’intende. Noi, noi preti, abbiamo tradito Cristo. Siamo i più vicini a Giuda, parenti stretti talvolta.

Lo so, e chiedo perdono. Perdonateci perché nel nostro caso... non si tratta né di dimenticanza, né di

vergogna... Noi non abbiamo imitato Cristo, non ci comportiamo nella realtà, nella pratica di tutti i

giorni, non ci comportiamo come si sarebbe comportato Cristo. Ho parlato di tradimento. E non

intendo cercare scuse.

IL CONTRADDITTORE BONARIO (bonario) Molto coraggioso quel che lei dice! Molto

coraggioso il suo “esame di coscienza personale”, ma in pratica che cosa propone?

SACERDOTE (sorprendentemente umano e avventuroso) Noi dovremmo sempre chiederci:

qui, in questa circostanza, come si sarebbe comportato, come si comporterebbe Gesù? E

immaginarla, prevederla, indovinarla la strada che avrebbe presa Lui, ed abbracciarla

coraggiosamente fino in fondo... Non le pare che sarebbe questa la strada veramente cristiana? La

rivoluzione vera. Eccola! E invece...

IL CONTRADDITTORE BONARIO Bello! Ma tenga presente che Cristo faceva i miracoli;

voglio dire: moltiplicava i pani, guariva i malati, resuscitava i morti... Come faremmo noi se

scegliessimo la stessa strada audace, imprevista che probabilmente sceglierebbe Cristo? Noi... non

facciamo i miracoli.

SACERDOTE (ormai impegnato) Se credessimo veramente in Lui... smuoveremmo le montagne.

La fede.

LA BIONDA E l’Amore.

IL PROVINCIALE E i fatti... le opere...

IL CONTRADDITTORE BONARIO (contando sulle dita) La fede… l’amore... e le opere!

Dovremmo essere santi!

SACERDOTE Ecco.

IL CONTRADDITTORE BONARIO Ma santi non siamo! Non possiamo essere tutti santi!

SACERDOTE Per questo non abbiamo ancora capovolto il mondo. L’abbiamo appena un po’

mosso... un po’ inquietato.

L’INTELLETTUALE (amaro, sottovoce) Troppo poco. Ci voleva ben altro! Dopo tutto, oggi, nel

mondo ci sono gli stessi peccati, gli stessi peccatori di quei secoli lontani...

SACERDOTE (fermo) No. È qui, mi scusi, che lei sbaglia,

L’INTELLETTUALE Vorrei proprio sbagliarmi. Mi creda. Vorrei.

SACERDOTE Si sbaglia perché non ci sono gli stessi peccati, non ci sono gli stessi peccatori, ma,

da allora, sono nati dei peccatori nuovi, dei peccatori cristiani... Lo stesso per i peccati! Lei mi

capisce! Questa nuova consapevolezza di fare il male, questa sofferenza, questo rimorso, questo

strazio, questo bisogno di perdono prima non c’era... L’ha fatto germogliare Lui, nel mondo,

bagnandolo del suo sangue! È nato, mi creda, un uomo nuovo, che non e santo, d’accordo,

purtroppo, ma che è, anche senza saperlo, anche senza volerlo, cristiano! Ora io le dico che questo

fatto è immenso!

(Dal fondo, entrata dalla porticina del palcoscenico, viene avanti una donnetta di mezz’età, più

verso i cinquanta che i quaranta, vestita dimessamente. Tiene alzato a metà un braccio, non si sa se

per dare un mite allarme o per chiedere altrettanto mitemente la parola)

LA DONNETTA Posso parlare anch’io? Vedo che parlano tutti, oh!

ELIA Si accomodi.

LA DONNETTA Non dovete dire, signore, che il mondo è rimasto quello che era, no, no, oh! È un

grosso sbaglio! Voi, ho capito, vorreste addirittura vederlo sui giornali e scritto grosso così: «il

mondo stanotte è stato capovolto dall’amore di Gesù...». Oh! Una specie di bomba atomica... (molti

spettatori ridono) Non c’è niente da ridere, signori. Il mondo ha un modo suo di camminare... e di

capovolgersi... Bisogna avere occhi per vedere… e stare attenti, pazienti, oh!

L’INTELLETTUALE E allora?

LA DONNETTA Un momento. Perché anch’io voglio dire quel che hanno già detto la signora, lì...

e il giovanotto: non ce lo dovete toccare, Gesù. Noi non abbiamo l’intelligenza per stare delle

giornate intere a ragionare... Noi siamo poveri… e semplici, e Gesù lo sentiamo, lo conosciamo,

chiedo scusa, come fosse uno dei nostri. È il nostro tesoro. E allora non dovete toglierci questa sola

cosa che abbiamo, ma che per noi è tutto. Gesù è tutto, per noi! Oh! Io sono una madre, lavoro qui,

nel teatro - spazzo... le pulizie - oh! prendo proprio due soldi, e mi danno un buco di casa...

ELIA (forse temendo una rivendicazione salariale, fa decisamente il gesto di congedarla) Grazie,

signora. Abbiamo capito, adesso.

LA BIONDA Ma la lasci parlare!

SARA (spalleggiandola) Ma si, dica. Voleva dire ancora qualcosa?

LA DONNETTA Eh! Che sono una madre con un figlio morto, volevo dire. Una vedova. Le madri

alla mia età non dovrebbero lavorare, se avessero ancora il figlio… ma il figlio... (si commuove e si

interrompe) Io ho ascoltato tutto — non ho capito tutto, però… (indicando Maria di Nazareth nella

«troupe» dei testimoni) la madre... la Madonna... l’ho capita, e mi son detta: «anch’io sono un po’

come lei...». Per carità, per carità... non è che io faccia dei paragoni. Mi perdoni, sa... Io mi son

permessa di venire avanti... così pubblicamente... perché non capita mai di incontrarsi con la madre

di Gesù a faccia a faccia... così come stasera... (e s’inchina di lontano alla Madre di Gesù). Io

vorrei dire due parole... sul mio caso, e scusatemi se alzo un po’ la voce... Sono fatta così...

questione di carattere.

MARIA DI NAZARETH Dica. L’ascoltiamo.

LA DONNETTA Grazie... (comincia rivolgendosi a Maria) Anche mio figlio un bel giorno se ne

andò... I figli, buoni e cattivi, se ne vanno tutti... È un destino. Non mi disse nemmeno dove. Non

portò via niente... perché non c’era niente da portar via da noi... (e si rivolge al giovane figliuol

prodigo) Ma è lo stesso: i soldi di casa non contano... non avere troppi rimorsi per i soldi!

(Riprende) Quando si rifece vivo era un altro uomo. Io non lo potevo capire più. Era andato via

biondo e mi ritornava per così dire, più scuro di capelli, e cupo, pensieroso, chiuso... — Avevo

perfino un po’ di timore di guardarlo — sapete com’è coi figli che vi diventano degli sconosciuti —

oh! Rimase lì in casa — era mio figlio — senza far niente. Lì in casa— e diceva certe parole,

coglievo certe frasi... — noi stiamo attente a tutto! Che discorsi, che discorsi, Dio mio! — e non

potevo capire. E quando si comincia a non capire più i discorsi dei figli è finita. Si deve star zitte, e

aspettare. (Pausa. Sospira) Oooh! E una notte, battono. Chi è? Vengono a prenderlo, perché —

dicono — è un sovversivo. — Non domandatemi se era di questi, di quelli o di quegli altri... non

importa proprio saperlo per quel che sto per dirvi... credetemi. Io dico: ma come un sovversivo?

Mio figlio, che sta chiuso in casa? Che ha detto? Che ha fatto? Quelle solite domande... — Portato

via, scomparso, l’unico figlio. (Fa un gesto di annientamento) Un momento fa c’era. Dormiva.

Dopo un momento... non c’è più! E poi mi mandano una carta: che è morto. Da non crederlo... da

dar di volta il cervello... — Non c’è più... ma io lo sento parlare, lui che non parlava mai con me...

lo sento perfino chiamare — oh! Voi, signori del processo, voi prima, avete parlato dei miracoli —

ho sentito: ci sono, non ci sono, sono veri, sono falsi... un gran discutere... — poi ci si son messi

anche i signori delle poltrone: altro discutere... — Io non lo so se ho capito, ma posso dire che a me

è successo proprio un miracolo. Io ho detto, prima che da un certo momento in poi, mio figlio era

diventato come uno sconosciuto, per me — ma ecco che dopo la morte, mentre l’ammazzavano

all’improvviso è resuscitato... resuscitato dentro di me. Me lo son sentito vicino, vivo — proprio

come se fosse vivo e avesse confidenza in sua madre... Parla, dice quello che per anni non ha mai

detto - le cose meravigliose... le parole che dice... e i sentimenti che mi confida, sapeste! E io so,

ormai - lo sento - lo so, vi dico, lo so! che non passerà molto tempo che lo rivedrò - ci rivedremo -

perché è vivo, è ancora vivo... — Non è una favola... è una cosa vera, proprio vera, come se si

toccasse... una certezza. C’è, là, in un posto, in un altro posto, ed è vivo! C’è, e mi aspetta, e ci

ritroveremo - è così! È così! - Io volevo dirvelo, ecco... Loro ci aspettano! Queste sono le sole cose

che contano in questa nostra vita disgraziata! Non le toccate! Sono le sole che abbiamo... Siate

buoni, signori giudici, siate un po’ buoni verso il Salvatore... e verso di noi... Buoni... buoni, buoni.

(E fa per avviarsi)

DAVIDE (fa un cenno alla donna di fermarsi) Fui io... a denunciarlo... perché venissero a

prenderlo. «E’ Daniele, è lui.» Non vostro figlio… ma è lo stesso. Fermatevi a sentire anche voi.

SARA (ha un grido soffocato e si mette a singhiozzare) No! Daniele no!

DAVIDE A quel tempo eravamo a Monaco, e celebravamo il processo di Gesù da più giorni. Erano

settimane che in quel vecchio palazzo ebrei e cristiani discutevano su Gesù di Nazareth. Quei

tedeschi sembravano come impazziti per il nostro dibattito che si prolungava talvolta fino al

mattino. Già s’erano manifestati i primi segni della persecuzione contro gli ebrei, ma la nostra

«troupe» non era stata ancora toccata. Fu in quei giorni che io pensai di liberarmi di Daniele, il

marito di Sara. (Accennando, senza guardarla, a Sara) Sara ed io ci amavamo. Mi fu facile

denunciarlo. Lo indicai, come Giuda, da una finestra del palazzo. «È lui, quello che passeggia nel

cortile fumando...» Debbo confessare che non lo facevo soltanto per gelosia d’amore come si

potrebbe pensare. Denunciavo in Daniele un ebreo che s’era già quasi fatto cristiano. Credevano di

colpire un capo ebreo e io gli mettevo fra le mani il primo di noi che s’era già fatto, in cuor suo,

cristiano. Mi vendicavo di tutto quello che c’era di buono in quell’uomo che non amavo. Credevo di

sottrargli definitivamente la sua donna, credevo di soffocare sul nascere la sua nuova fede. Però...

però non sapevo... non credevo che non l’avrebbero più rilasciato... che sarebbe sparito... mai più

visto — non lo sapevo.

REBECCA Quando facciamo il male, tutti pensiamo che si fermi lì, fin dove l’abbiamo voluto,

entro quei confini: invece quel male che abbiamo voluto, che abbiamo smosso noi, cresce, cresce...

non lo controlliamo più... ci travolge… diviene irreparabile...

DAVIDE Non lo dico per invocare attenuanti. Accusatemi pure per la sua morte. Un denunciatore,

del resto, non è da meno di un assassino. Però io vi dico che non volli la sua morte, ma soltanto la

sua cattura.

(Silenzio. Si sente soltanto il piangere di Sara)

SARA Sentii subito che non l’avrei mai più rivisto!

DAVIDE Sospettasti subito di me?

SARA No. Ma ebbi immediatamente orrore della nostra colpa... della mia... soprattutto della mia!

Daniele si riprendeva di prepotenza il mio amore. Tu mi rendevi a lui nel momento stesso che

credevi d’avermi definitivamente per te... (balbettando) Chi vuol conquistare un amore... lo perde...

e chi è disposto a perderlo... invece lo conquista... Ma a che prezzo! Daniele! Perdono! Daniele! (E

torna a singhiozzare)

DAVIDE Per me nessuno avrà una parola di perdono, nessuno dovrà averla! Non la voglio.

(Indicando la donnetta delle pulizie) Soltanto lei, forse, potrebbe trovare la parola... (Sara ha alzato

la testa e fissa la donna delle pulizie. Intanto il Commissario è entrato dalla porta del palcoscenico

e s’è avvicinato lentamente a Davide)

DAVIDE (vedendoselo vicino) Cercate me? Eccomi.

ELIA (intervenendo) Non credo vi appartenga, signore. Appartiene alla nostra famiglia, alla nostra

comunità; dunque alla nostra giustizia: alla nostra vendetta o alla nostra pietà. Lasciatelo. Nessuno

di noi lo accusa. Chi lo accusa? (Silenzio) Perché allora vi intromettete?

COMMISSARIO (ritraendosi) Mi pareva d’aver sentito...

ELIA Avete forse sentito bene. Ma è una confessione fatta per un altro giudice. M’intendete?

COMMISSARIO (fa una smorfia per dire che non ha proprio capito niente, e se ne va dal

palcoscenico) È una commedia...

DAVIDE Perché fate ancora delle distinzioni? Non vi siete dunque ancora accorti che da «allora»

non ci sono più ebrei e cristiani, ma soltanto un’unica famiglia di peccatori che domandano un

unico perdono?

ELIA Forse ce ne accorgeremo alla fine di questo processo.

DAVIDE (scattando) Basta con questo processo! Interrompetelo... e chiedete scusa agli ascoltatori.

Ritiriamoci a parlare tra noi...

ELIA (caparbio) No. Questo processo deve giungere alla sua conclusione. Tu non hai ancora capito

che è proprio da questo processo che le... nostre pene — anche le tue, Davide, anche le tue — sono

giunte a compimento. E dobbiamo concludere con la sentenza. (Allargando le braccia) Fate silenzio

— tutti — rispettabili ascoltatori... (Si fa silenzio) Pronunceremo la sentenza, ma vorrei chiedervi,

prima: chi era… chi è — chi è — per voi, Gesù di Nazareth? (Un silenzio)

SACERDOTE È certamente il Figlio di Dio!

L’INTELLETTUALE È il figlio dell’Uomo.

LA BIONDA Il primo e l’ultimo amore — il vero amore!

UN INFELICE Venuto non per giudicare, ma per salvare.

IL PROVINCIALE Se vedrò uno che mi viene incontro, e mi butta le braccia al collo, e mi dà un

bacio, io saprò che è lui.

LA DONNETTA Mi consola, sapeste, tutti i giorni... qui, sola, in questo teatro vuoto... Lui c’è, e

mi dice: coraggio, verrai con me in paradiso.

DAVIDE Mi ha perseguitato per anni... mi ha accecato... ora ha vinto!

SARA Anche tu, Gesù di Nazareth, sei un ebreo morto anche per noi. Siamo tutti eguali.

ELIA Perché non lo gridate forte, dovunque e sempre, quel che avete detto stasera? Tutti dovete

gridarlo! Tutti! Perché altrimenti si ripete anche per voi, quello che accadde per noi, allora. Di

rinnegare... di condannare... di crocifiggere Gesù... (forte) Io debbo ormai proclamare... alto... e al

cospetto di tutti.. che non so ancora se Gesù di Nazareth sia stato veramente quel Messia che noi

aspettavamo… non lo so... ma è certo che Lui, Lui solo, alimenta e sostiene da quel giorno tutte le

speranze del mondo! E io lo proclamo innocente... e martire... e guida...

SACERDOTE Salvatore del mondo. Risorto da morte!

IL PROVINCIALE Talvolta hai l’impressione di sentirlo vicino, in mezzo alla gente... Ti volti, lo

cerchi! Ti sei sentito chiamare...

LA BIONDA Ci passa vicino… non visto...

SARA Allora, bisogna mettersi a spiare il suo passaggio...

REBECCA Continua a cercarci in questo nostro mondo…

LA BIONDA Nel nostro mondo marcio! Mondaccio sporco, ma forse benedetto...

QUATTRO VOCI (Provinciale — Bionda — Rebecca — Sara) Forse ancora — tra noi — vivo.

(Dalla «troupe» dei testimoni si levano varie voci)

PIETRO L’aveva detto!

GIOVANNI Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

MADDALENA Se due o tre di voi si riuniscono nel nome mio, anch’io vengo, e resto in mezzo a

voi!

TUTTA LA «TROUPE» Resta — in mezzo a noi — fino alla fine — del mondo.

ELIA (viene avanti e fa con le braccia un larghissimo gesto d’interruzione) Ecco, è finito. Il nostro

processo si è veramente concluso. Grazie a tutti voi. (Insieme agli altri giudici e agli attori della

«troupe» si inchina leggermente)

Ma dal suo angolo, la donnetta delle pulizie attraversa lentamente il palcoscenico e viene verso

Davide, che riluttante a questo estremo inchino, s’è già incamminato per rientrare il più presto

possibile. Si incontra con la donnetta quasi di faccia ad Elia.

Allora la donnetta lo ferma con un gesto, poi si alza sulla punta dei piedi e lo bacia due volte sulle

guance.

LA DONNETTA Non aver paura figliuolo… Il Giudice Vero è Lui.

Su quel bacio di universale perdono scende per la prima volta il velario.

VELARIO

FINE DELLA RAPPRESENTAZIONE

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