Quel bandito sono io

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QUEL BANDITO SONO IO

Farsa in 3 tempi e 4 quadri

Di PEPPINO DE FILIPPO

PERSONAGGI

(Secondo l'ordine di entrata in scena e con a fianco indicato il nome del personaggio che può essere raddoppiato nel caso che il complesso artistico della compa­gnia, che vuol rappresentare questa farsa, non disponga di tutti gli elementi necessari).

LO ZOPPO (bandito) Vice Questore

BRUTTAFACCIA (bandito) L'amico Foffi e Righetto

PRIMO IMPIEGATO    - Primo Agente

2¬į IMPIEGATO Se¬≠condo Agente o Carabiniere

DESIDERIO PELLEGRINO¬† Alberto Siracusa bandito det¬≠to: ¬ę Leone ¬Ľ

CAV. ZENOBIO Commenda­tore Rolè e De Simone

ROSANNA ACCOPPATUTTI  (bandito) Gattone e controfigura

LEONE  (Alberto Siracusa, ban­dito sosia di Desiderio Pel­legrino)

ANGELA madre di RITA

GINA cameriera¬† (ex amante di Leone detta: ¬ę Stellina ¬Ľ)

TEODORO ZACCARIA

AVVOCATO TITO CATONI

COMMENDATORE ROLE'

SIGNORA ROLE' - Carolina

CIOCIO (anni dieci)

CAROLINA, governante di Ca­toni

L'AMICO FOFFI

GATTONE (bandito)

RIGHETTO (bandito)

DE SIMONE

PRIMO AGENTE

VICE QUESTORE

SECONDO AGENTE

CONTROFIGURA DI PELLE­GRINO E LEONE

L'azione si svolge a Roma.

Commedia formattata da

PRIMO TEMPO

QUADRO PRIMO

Strada di Roma. A sinistra un angolo di palazzo di stile moderno, sotto il quale ha sede una delle Agenzie della ¬ę Banca Italiana ¬Ľ. A destra l'ingresso di un bar chiuso. In fondo case e vil¬≠lini. E' quasi sera. Alcune finestre sono illuminate dall'interno.

SCENA PRIMA

BRUTTAFACCIA E LO ZOPPO

BRUTTAFACCIA¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (guardando verso l'in¬≠gresso della Banca, allo ¬ę Zoppo ¬Ľ che √® fermo davanti al bar) Ben? Quan¬≠do si decider√† a uscire?

LO ZOPPO                     - Alle sette, ci siamo quasi.

BRUTTAFACCIA         - Al capo ne hai parlato?

LO ZOPPO ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Gi√Ļ ho dato appuntamen¬≠to qui per le sette meno un quarto... Ma vedo che ritarda!

BRUTTAFACCIA         - Se proprio gli so­miglia tanto, come asserisci, si potrebbe tentare un bel colpo.

LO ZOPPO                     - Se proprio gli somiglia? (gli mostra una piccola fotografia). Guarda questa fotografia!

BRUTTAFACCIA         - E' davvero impres­sionante. Perfino il neo sulla guancia. Sarà divertente sapere cosa deciderà il capo.

LO ZOPPO                     - E' una vera fortuna per lui, specialmente ora che la polizia non gli dà respiro...

BRUTTAFACCIA         - Come hai detto che si chiama?

LO ZOPPO                     - Desiderio Pellegrino.

BRUTTAFACCIA         - (osservando il ritratto) Desiderio Pellegrino. Che buffo!

1¬į IMPIEGATO¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (dalla sinistra, seguito dal 1¬į Impiegato) E Pellegrino?

2¬į IMPIEGATO ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - E' rimasto a parlare col capo-ufficio per la questione delle trattenute .

1¬į IMPIEGATO ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Allora vado, altri¬≠menti perdo il tram.

2¬į IMPIEGATO ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Aspetta, facciamo la strada insieme. (Parlando verso sinistra) Pellegrino?

DESIDERIO                  - (d. d.) Ecco vengo su­bito! Sto parlando col cavaliere!

2¬į IMPIEGATO ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Spicciati!

1¬į IMPIEGATO¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (c. s.) T'aspettiamo alla fermata del tram, (al 2¬į impiega¬≠to) Andiamo, se no rischiamo di fare la strada a piedi, (esce dal fondo a destra, seguito dal 2¬į impiegato).

DESIDERIO¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (entra dalla sinistra, segui¬≠to dal cavaliere. E' un modesto impie¬≠gato, scrupoloso e. amante del suo la¬≠voro. E' ben vestito e i suoi modi sono corretti e distinti). Caro Cavaliere, ognuno sa i fatti suoi; io so fin dove posso arrivare, e non √® mia abitudine fare il passo pi√Ļ lungo della gamba. Ho moglie e figlio e i suoceri a carico...

CAVALIERE                 - Qui non si tratta di sa­pere fin dove ognuno può arrivare. Si tratta di sollevare il prossimo con un minimo di sacrificio: aiutare i nostri fratelli!

DESIDERIO ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - E sia, Cavaliere; ma qui ,ogni 27 ci sono nuove trattenute: i mu¬≠tilati di guerra, i disoccupati, i senza tetto, i senza casa, i senza volont√† di lavorare. Alla fine del mese sono pi√Ļ le trattenute da rilasciare che lo stipen¬≠dio da prendere. Io non so mai se debbo dare o avere! Ho sempre paura a riti¬≠rare lo stipendio!...

CAVALIERE                 - Insomma, non volete contribuire ad un'opera di bene, a scopo patriottico?

DESIDERIO ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Non √® che non voglia aderire alla vostra idea patriottiva, tutt'altro! Io ho aderito. La patria soffre, ed √® giusto che no'n la si faccia soffri¬≠re. Come disse Leopardi? ¬ę Ahim√® quante ferite, che lividor, che sangue! ¬Ľ. Volevo dirvi, solamente, che in avve¬≠rtire, nel caso vi dovesse venire un'al¬≠tra idea patriottica... io vorrei lasciar¬≠la soffrire, la patria.

CAVALIERE                 - (ironico) Bene..

DESIDERIO                  - Che si soffra una volta per ciascuno: una volta la patria, una volta io.

CAVALIERE                 - (c. s.) Benissimo!

DESIDERIO                  - Scusate; Cavaliere, ma se sono sempre io a soffrire. La patria poi chi li aiuta?

CAVALIERE                 - Un'altra volta, allora, faremo senza il vostro concorso. Chiaro?

DESIDERIO                  - Chiaro.

CAVALIERE ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - E gi√† che parliamo chia¬≠ro: io faccio il vicecassiere da tre anni, ho una condotta illibata. E' sta¬≠to inutile quindi recarvi dal Direttore a fare delle basse insinuazioni sul mio modo di agire, cosa dovrei fare o non dovrei fare, dovrei non fare questo o non fare quello. Io agisco come ogni italiano oggi dovrebbe agire. Ho "fatto quattro guerre, io! Quella di Libia, '11-'12; quella mondiale. '15-'18; quella d'Africa, '35-'36, e l'ultima: ‚Äô40-‚Äô44.Tre volte decorato. E, tanto per la sto¬≠ria, io appartengo a quella razza di gente italiana che possiamo chiamare eroica. Ricordate Antonio Sciesa: ¬ęTiremm 'nnanz!¬Ľ. Capite, Pellegrino? ¬ę Tiremm 'nnanz! ¬Ľ disse Antonio Sciesa. Vado a prendere il 23.

DESIDERIO                  - Ho capito, signor vice cassiere: ho capito. E sapete che cosa vi dico? Se voi avete fatto quattro guer­re, io ne sto facendo una che vale tutte e quattro le vostre messe insieme. Sto facendo la lotta per vita, che è tre­menda, feroce: solo con la morte te ne puoi liberare. E tanto per la storia: se voi vi considerate italiano, io mi sento italiano quanto voi. E se non eb­bi la fortuna di avere i natali nella terra di Sciesa, ebbi altrettanta fortuna di nascere i'n quella di Settembrini, Pisacane... e Ciceruacchio. Capite, Cava­liere? Capite? Arrivederci, vado a pren­dere il 27.

CAVALIERE                 - Arrivederci, (escono uno a destra e l'altro a sinistra).

LO ZOPPO                     - (a Bruttafaccia) Lo hai visto?

BRUTTAFACCIA         - E' identico, preciso al Capo. E intanto, è andato via...

LO ZOPPO                     - Come facevo a trattener­lo? Ne discuteremo lo stesso ora che viene il Capo.

BRUTTAFACCIA ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Non verr√† pi√Ļ. An¬≠diamolo a cercare...

LO ZOPPO                     - Ecco Rosanna... (entra Rosanna) Rosanna, e il capo?

ROSANNA ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Credevo ditrovarlo qui. Mi ha detto: ¬ę Vai; tra un quarto d'ora verr√≤ anch'io.

BRUTTAFACCIA         - Di', che l'abbiano preso?

ROSANNA                    - Un giorno o l'altro fini­remo tutti così!

BRUTTAFACCIA         - Ti senti dei rimor­si? Dovresti essere orgogliosa di essere l'amante di Leone, il Capo.

ROSANNA ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Perch√©? Chi √® Leone? Il padreterno? Ci sto perch√© mi fa como¬≠do starci. Domani che non mi vada pi√Ļ, lo pianto e ti saluto! Tanto lo so bene che pensa sempre alla Triestina, la sua Stellina. Ma se lei √® Triestina, io sono romana: stia attenta!

BRUTTAFACCIA ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Se pensasse ancora alla Stellina non starebbe con te. Certo che la Stellina era pi√Ļ graziosa di te...

ROSANNA                    - Forse perché la Stellina non soddisfaceva soltanto il Capo. Ma con me, c'è poco da fare. Intanto, si può sapere perché ci hai fatto veni­re qui?

BRUTTAFACCIA         - Se tu fossi stata qui un momento fa,... avresti visto una certa persona...

ROSANNA                    - Scommetto la Stellina! E’ tornata perché vuole rifare la pace con Leone, quella sgualdrina!

BRUTTAFACCIA         - Ma che Stellina!... Avresti visto un altro Leone in carne ed ossa.

ACCOPPATUTTI          - (entrando dalla sini­stra, seguito da Leone, indicando i tre) Eccoli!

LEONE                           - (è il sosia perfetto di Desiderio, ma il suo atteggiamento e l'espressione del suo volto sono quelli di un uomo deciso ad affrontare qualsiasi avventu­ra, buona o cattiva, purché gli procu­ri i mezzi per vivere come ti suo ca­rattere autoritario e violènto esige. In­dossa un abito abbastanza sciupato, un impermeabile vecchio e un cappello di feltro con la falda calata sulla fronte) Ho tardato perché credevo di es­sere pedinato.

LO ZOPPO                     - Peccato! La persona che tenevo a mostrarti è andata via.

LEONE                           - Di che si tratta?

LO ZOPPO                     - Un miracolo del nostro protettore! (si toglie il cappello in se­gno di rispetto religioso e tutti lo imi­tano, poi mostra ad Accoppatutti la fo­tografia che aveva in tasca) Chi è?

ACCOPPATUTTI          - (osservandola) Per­bacco, è il Capo! (a Leone) Guarda­te, Capo.

LEONE                           - (guardando la fotografia) So­no io.

LO ZOPPO                     - E siete ammogliato!

LEONE                           - Io, ammogliato? Sei pazzo?

LO ZOPPO                     - E con un figlio: e avete una suocera e un suocero, il commen­datore Teodoro Zaccaria, proprietario di un grande negozio di gomme, (ripone la fotografia in tasca).

LEONE                           - Tu sei pazzoo vuoi scher­zare...

LO ZOPPO                     - Dico che voi non siete Alberto Siracusa, detto Leone, ricerca­to da tutte le Questure d'Italia, sulla cui testa pesa una taglia di 5 milioni, se preso vivo, e due se preso morto; no. Voi siete il signor Desiderio Pelle­grino, di professione ecc.. sposato con Rita Zaccaria; vostro figlio si chiama Ciocio, di anni 12, e siete stato rifor­mato alla leva militare...

LEONE                           - Cosa vai affastellando?

LO ZOPPO                     - Sono un grande uomo; da oggi abbiamo la polizia nel nostro gioco.

LEONE                           - Spiegati   - (alle loro spalle si chiude un sipario di velluto nero).

LO ZOPPO                     - L'altro giorno, trovandomi a passare per i giardini della sta­zione curiosando mi fermo davanti ad una macchina fotografica, una di quelle da fotografo ambulante. Sulla cassetta della macchina a far bella mostra di sé assieme ad altre, scorgo questa fo­tografia. Immaginatevi la mia meravi­glia nel riconoscere in quel ritratto le sembianze precise del mio Capo. La fe­ci sparire, intuendo, in un baleno, tut­to quanto se ne poteva ricavare. De­cisi allora di prendere informazioni. E Io feci in 37 ore.

LEONE                           - Dai qua! Incredibile.

ACCOPPATUTTI          - Sembra addirittura impossibile.

BRUTTAFACCIA         - Io l'ho visto:'sem­brano gemelli.

ROSANNA                    - Stupefacente. Ehi! parla chiaro: qui c'è trucco... tu m'inganni. Oltre che amare ancora la Stellina, sei pure ammogliato?!

LEONE ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Stai zitta! E ti prego di non nominare pi√Ļ la Stellina, (allo Zoppo) Dunque?

LO ZOPPO                     - Impossessarsi o della per­sona o dei suoi documenti. Se per caso decideste di farlo arrestare facendolo credere Leone, ci sarebbe facile e ci piz­zicheremo anche cinque milioncini.

ACCOPPATUTTI          - E se lo si uccides­se e voi prendeste il suo nome e il suo posto?...

LEONE                           - Voglio assicurarmene di per­sona. Ne discuteremo con gli altri. An­diamo.

 LO ZOPPO                    - Intanto domani bisognerà provvederlo di tutto quanto potrebbe servire a voi, abiti, oggetti personali, eccetera.

LEONE                           - Ha moglie e figlio?

LO ZOPPO                     - Suocero e suocera; la mo­glie si chiama Rita... (esce seguito dar gli altri, mentre il sipario di velluto ne­ro si apre e scopre una sala da pranzo. Tavolo grande al lato sinistro, buffet e snervante. Un arco in fondo a destra, pel quale si accede in una piccola sa­lta con grande finestra. Una porta in prima quinta a destra, e due a sinistra. Siamo in casa di Desiderio Pellegrino).

QUADRO SECONDO

ANGELA                       - (d. d.) Rita! Rita! (dall'in­terno si sentirà squillare il campanello della porta d'ingresso),

RITA                               - (dalla sinistra) Che vuoi mamma?

ANGELA                       - (entra in vestaglia) L'in­gresso. E' da un pezzo che suonano.

RITA                               - Ho sentito, 'mamma. Stavo rag­giustando ili letto a Ciocio e a convin­cerlo a non venire qui. Ha ancora un po' di febbre.

ANGELA                       - Vai tu ad aprire. Io non sono in ordine. (Rita esce per il fondo a destra. Subito dopo, dalla porta di sinistra, in prima quinta, giunge il ru­more di un oggetto di cristallo che va in frantumi) Che cosa succede? (va al­l'uscio di sinistra) Cosa hai fatto, Cio­cio? Scalzo sei? A letto, subito, a letto! Hai la febbre, cattivone! (ed esce).

RITA                                - (rientra portando una grossa scatola che deporrà sul tavolo).

ANGELA                       - (rientrando) Chi era?

RITA                               - Hanno portato questa scatola per mio marito.

ANGELA                       - Credevo che fosse la nuova cameriera. Mi ha telefonato l'Agenzia che a momenti sarà qui. (dalla sinistra si sentirà un suono di tromba, da ra­gazzi).

RITA                               - Ciocio è solo.

ANGELA                       - Gli vado a tener compagnia, se no chissà che altro guaio ti combina! Ha giàrotto il cristallo della toletta. (andando) Guarda che lì sulla mensola c'è una lettera per tuo marito. L'ha portata il portiere ieri sera, mi disse che l'aveva recapitata una donna. Avevo di­menticato di dirtelo!

RITA                               - Va bene mamma, (campanello interno) Vado io.

ANGELA                       - Io vado da Ciocio (ed esce per la sinistra, mentre Rita esce per la porta di fondo, per ritornare quasi subito).

RITA                               - (è seguita da Gina) Avanti. (Gina porta costi se una piccola valigia).

GINA                              - (è una donna sui 30 anni, graziosa ed accurata nel vestire, di temperamen­to riflessivo ed all'occorrenza energico. La sua espressione solita è quella di chi ama costruirsi, nella propria coscienza, una vita misteriosa e romanzata, e che confonde le proprie colpe con le fata­lità del destino) Grazie, (si guarda intorno).

RITA                               - Vi ha mandata l'Agenzia Mauri?

GINA                              - Si, signora.

RITA                               - Vi hanno già. informata sul ser­vizio?

GINA                              - Si. In casa: moglie, marito, fi­glio, suocero e suocera, vero?

RITA                               - Sicuro.

GINA                              - Andate tutti d'accordo?

RITA                               - Certo! A voi, poi, cosa interessa?

GINA                              - Per tante circostanze della vita sono diventata un po' nervosa: le liti in famiglia mi danno ai nervi e finisco per far male il mio lavoro che, tengo a dichiararlo, considero come una dura necessità per vivere e non una vocazio­ne. E' stata la guerra, signora, che mi ha spinto a questa vita umiliante.

RITA                               - Se proprio vi umilia tanto...

GINA                              - Voglio dire che servire non era il mio ideale. Comunque, di carattere stoico, ho accettato il verdetto del mio duro destino, e mi ci sono adattata con dignità, ma questo non implica - lei capirà - nessuno abuso da parte di terzi, (a Rita che vorrebbe parlare) Mi lasci dire: in me lei deve vedere la vittima di un grande amore, per il qua­le esigo rispetto! (c. s.) Non mi chieda altro. Ho detto il necessario ed ho giu­rato di non aggiungere altro a quanto ho già dichiarato.

RITA                               - Non è confortevole avervi in casa con questo stato d'animo.

GINA                              - Lei non avrà nulla da lamen­tare nei miei riguardi.

RITA                               - Come vi chiamate?

GINA ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Mi chiamo Gina. Ma poich√© fin da piccola mi dicevano che avevo gli occhi luccicanti come due stelle, lei pu√≤ immaginare con quale vezzeggiati¬≠vo la gente si compiaceva di chiamarmi. Per carit√†, non mi chiami Stellina: mi ribellerei! Non mi chiami Stellina; la prego! ¬Ľ

RITA                               - Bene! Vi chiamerò Gina. Siete romana?

GINA                              - Sono nata a Monfalcone, e Monfalcone non è Trieste, per cui nes­suno confonda. Ne resterei addolorata: nostalgicamente addolorata!

RITA                               - Siete già stata in altra casa?

GINA                              - Mi accingo al secondo servizio. Allora, mi prende? Me lo dica subito perché ho deciso di ritirarmi in un con­vento se lei son mi prende.

RITA                               - Va bene, vi prendo. Ne parlerò anche a mio marito.

GINA                              - Non è in casa suo marito?

RITA                               - Sarà qui fra poco.

ANGELA                       - (dalla finestra) Ciocio dor­me, (indicando Gina) E' la cameriera?

RITA                               - Si. (a Gina) Intanto vi mostro la casa, la vostra camera. (Campanello d'ingresso) Vado io, per il momento. (esce per il fondo a destra).

GINA                              - (ad Angela) Lei è la mamma?

ANGELA                       - Si. (si guardano a lungo).

RITA                               - (tornando) E' papà, (a Gina)

Venite. GINA                 - (ad Angela) Permette, (fissa negli occhi Angela).

ANGELA                       - Prego (Rita e Gina escono per il fondo a sinistra).

TEODORO                     - (entra nervosissimo) Buon giorno, cara.

ANGELA                       - Buon giorno, Teodoro.

TEODORO                     - Cara Angela, è arrivato il momento di mandare al diavolo creditori, negozio e tutti i salvatacchi che Dio li maledica!

ANGELA                       - Non arrabbiarti, caro, ve­drai che tutto si aggiusterà.

TEODORO                     - Come? Come? Ho tempo ancora una settimana.

ANGELA                       - Che t'ha detto il procura­tore?

TEODORO                     - Le cifre sono chiare. Circa due milioni di deficit!

ANGELA                       - Sei stato al Ministero della Guerra?

TEODORO                     - Niente da fare! Il capo gabinetto del ministro mi ha fatto sa­pere che farà esaminare la mia propo­sta. (Percorre nervoso la scena).

RITA                               - (entra dal fondo a sinistra, seguita da Gina) E questa è la camera da pranzo che avete già vista.

GINA                              - Va bene, signora. Comincio a rassettare dalla cucina?

RITA                               - Come volete. L'aspirapolvere è in corridoio dietro la tenda. In camera vostra ci so'no i grembiuli.

GINA                              - Permesso, (guardando Teodo­ro) E' il suocero?

RITA                               - Si, mio padre.

GINA                              - (sempre guardandolo) E' ar­rabbiato?

RITA                               - (pronta)  No!

GINA                              - Vado di là. (esce per il fondo a sinistra sempre guardando Teodoro che meravigliato le ricambia lo sguardo finche sarà uscita).

TEODORO                     - Cos'è? Non si può essere arrabbiati?

RITA                               - Per carità, papà. E' una buona donna, ma ha un carattere stranissimo e non ama la confusione.

TEODORO                     - E chi ne fa? Vieni, An­ gela: esaminiamo ancora il registro cassa, (esce per la seconda porta a si­nistra con Angela).

DESIDERIO                  - (entra dal fondo a destra) Buon giorno, Rita. Godo come sta?

RITA                               - E' sfebbrato, ora riposa, non disturbarlo.

DESIDERIO                  - Sfebbrato?

RITA                               - Si.

DESIDERIO                  - Stamani aveva ancora trentotto di temperatura, come mai è sfebbrato ora?

RITA                               - Man mano è calata la febbre!

DESIDERIO                  - Allora domani si alzerà?

RITA                               - Certo.

DESIDERIO                  - Abbiamo perduta la pa­ce. Siamo stati tranquilli sette giorni.

RITA                               - Sei un bel tipo, caro: pretende­resti che lo tenessi a letto tutto l'anno?

DESIDERIO                  - Mica male sarebbe l'idea.

RITA                               - Non dire cretinate! E' un po' vispo, ma non meno e non peggio di tutti gli altri bambini della sua età.

DESIDERIO                  - (siede) Sono stanco, Ri­ta: stanchissimo. Nel mio ufficio si la­vora per venti, e siamo in dieci. Che tempi! Stamattina, in banca, sono di­ventato una furia... il vice cassiere, sem­pre lui... il fervente italiano. Già la set­timana scorsa ci feci questione a causa di una trattenuta, per non so cosa. Que­sta mattina ha avuto l'idea di far ri­nunziare a un quinto dello stipendio a favore dei fondi per la classe dei disoccupati. Mi sono rifiutato! Che mi viene a raccontare il vice cassiere? Lui, si capisce, fa il patriota... sfido: traffica ih valuta estera... sterline, franchi svizzeri...

RITA                               - Traffica anche tu!

DESIDERIO                  - Per finire ih galera? La galera ci manca! Io voglio farmi i fat­ti miei, e basta.

RITA                               - Ma 'caro, se tutti fossero della tua idea... La patria ha pur bisogno dell'aiuto dei suoi figli.

DESIDERIO ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Ma fammi il piacere! Patria! Non √® che una parola che si gonfia e si sgonfia quando ad altri fa comodo. Per conto mio, eccola qui la mia vera patria: la mia casa. L'onore della mia famiglia √® la mia vera ban¬≠diera, mio figlio √® lo scopo della mia vita Se poi la mia casa si trova in Cina o nel Per√Ļ, per me fa lo stesso.

RITA                               - Non. mi piaci quando parli così, e lo sai. E' nostro dovere invece aiutare il prossimo.

TEODORO                     - (entrando dalla sinistra) Giusto! E' nostro dovere, s'intende per chi si considera italiano e non africano o cinese.

DESIDERIO                  - Insomma, la patria ha bisogno del mio quinto di stipendio?

TEODORO ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Prima di tutto sarebbe buona educazione dare il buon giorno a chi √® pi√Ļ vecchio di voi, e sopratutto al padre d√¨ vostra moglie!

DESIDERIO                  - Prima di tutto io non mi voglio arrabbiare. Poi vi dico che voi siete entrato qui ad interrompere una discussione della quale non facevate parte. Quindi spettava a voi per pri­mo dare il buon giorno ali marito di vostra figlia, che per fesso che sia avete accettato come genero.

ANGELA                       - (dalla sinistra) Si ricomin­cia?

DESIDERIO                  - E' vostro marito.

TEODORO                     - Già, sono, io!

DESIDERIO                  - (indicando la scatola) Cos'è questa?

RITA                               - Non so, l'ha portata un ragazzo per te.

DESIDERIO ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Ancora? (legge il bigliet¬≠to che accompagna la scatola) ¬ę In omaggio ai cavalier DESID. PELLEGRINO dalla "Tessile Imperial¬Ľ, (apre la sca¬≠tola) Due abiti! (li mostra) Uno grigio, Uno bleu... belli.... mi mancavano! Sei cravatte... fazzoletti... quattro camicie fantasia‚Ķ

RITA                               - E chi ti manda questa roba?

DESIDERIO                  - Sarà una forma di recla­me! Sai com'è? Queste ditte di abbigliamento, quando hanno intenzione di lanciare un nuovo modello, hanno i lo­ro agenti, per la strada, col compito di segnalare alla direzione quei tipi a cui il nuovo modello dona: ecco tutto.

TEODORO                     - Siete fortunato! Sembra che nessuno vi consideri, invece... ogni tanto un regalino!

DESIDERIO                  - (a Rita) E' venuta la nuova cameriera?

RITA                               - Si. E ti prego di trattarla con buone maniere altrimenti va via.

DESIDERIO                  - Non la guardo nemmeno,

RITA                               - Pazienza, caro. Volevo intanto, giacché siamo tutti qua, riprendere quel­la discussione di ieri sera... Si tratta di un prestito! Per evitare il fallimento. Papà sta per ottenere una concessione dai Ministero della Guerra per una for­nitura...

DESIDERIO                  - ....di suole di gomma e di salvatacchi, per l'esercito. Non capisco. Ma come? I soldati con i salvatacchi?

TEODORO                     - Sicuro! Salvatacchi anti-scivolanti.

DESIDERIO                  - Che verrebbero applicati alle scarpe dei militari,..

TEODORO                     - ...per tutti i militari!

DESIDERIO                  - In guerra e in pace?

TEODORO                     - . Si capisce. E' indice di grande civiltà salvaguardare il militare da pericolose scivolate, senza pensare all'enorme economia di cuoio che se ne ricava.

DESIDERIO                  - Ottima l'idea... sono spia­cente però dovervi ripetere ancora una volta che non ho disponibilità... Per me, l'esercito, può anche scivolare... io non posso farci niente. Mi sono interessato presso la mia Banca per farvi avere una anticipazione di un milione...

TEODORO                     - Un milione! E insiste, sai? Insiste! Io poi dovrei pagare alla Banca un milione! Co'n i tempi che corrono? (con rabbia) Voi siete pazzo! Accollarsi un debito con una banca? Non io vo­glio il; milione, sapete? Non me lo por­tate, perché lo rifiuto!

DESIDERIO                  - Allora me ne vado in camera mia in attesa del pranzo; spic-ciatevela voi! (esce per la prima porta a sinistra).

TEODORO                     - Cialtrone, ineducato! (pas­seggia nervoso),

GINA                              - (dal fondo, con grembiule di cu­cina) La cucina è fatta, signora, (os­serva l'atteggiamento di Teodoro).

RITA                               - Vengo io per preparare il pran­zo, (esce con Gina per il fondo a si­nistra).

TEODORO                     - (ad Angela) Senti: accada quel che vuole accadere, ce ne andremo da qui. Se nostra figlia vorrà vederci, civerrà a trovare.

ANGELA                       - Adesso esageri, Teodoro.

TEODORO                     - (con forza) Non pretende­rai che iostia qui a chiedere l'elemosina al signor Desiderio Pellegrino.

GINA                              - (si affaccia all'uscio di fondo a si­nistra) Signori, vi prego! Sto ta­gliando l'insalata, e con queste grida non ci capisco niente! (ed esce).

TEODORO                     - (dopo una pausa) Cos'è?

ANGELA                       - Dice che sta tagliando l'in­salata e che non ci capisce niente!

TEODORO                     - E che sta facendo, un trat­tato di filosofia? Ma andate al diavolo tutti: tutti! (esce per la sinistra seguito da Angela).

DESIDERIO                  - (entra dalla prima a sini­stra) Rita?

RITA                               - (dal fondo a sinistra) Cosa vuoi?

DESIDERIO                  - (rabbioso) Vai di là, vai a dare una buona dose di ceffoni a quel diavolo di ragazzo, altrimenti Io mando all'ospedale.

RITA                               - Cos'altro ha fatto?

DESIDERIO                  - Con la matita rossa ha segnato su tutte le pareti della stanza. Su quella dalla parte del letto ha scrit­to: Abbasso papà, viva il nonno!

RITA                               - (ridendo) Che vispo!

DESIDERIO                  - Me lo chiami vispo? E' un delinquente. In collegio finirà, te lo dico io: in collegio.

RITA                               - Ora mi sentirà, (si avvia verso la prima porta di sinistra).

DESIDERIO ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Si manger√† pi√Ļ tardi? Ho appetito, sai?

RITA                               - La cameriera sta preparando.

DESIDERIO                  - Come si chiama questa cameriera?

RITA                               - Gina. E ti prego trattala bene. (esce da sinistra).

GINA                              - (entra dal fondo a sinistra) Scusi!

DESIDERIO                  - (senza guardarla e dì spalle) Prego.

GINA                              - Devo preparare la tavola.

DESIDERIO                  - (c. s.) Fate pure, (poi si volta e dice) Vi chiamate Gina?

GINA                              - Si. (poi, fissandolo con grande stupore) Oh! (sviene e cade su di una sedia).

DESIDERIO                  - Mio Dio! (soccorrendola) Ehi... che vi succede? (chiama) Rita?... Santo Dio! Gina... questa è morta.... Gina... (la spruzza di acqua sul viso) Ei...

GINA                              - (riprendendosi e guardandolo fisso) Nulla!

DESIDERIO                  - Ma che avete?

GINA                              - (c. s.) Tu?! Possibile?

DESIDERIO                  - Tu???

GINA                              - Si... tu!

DESIDERIO                  - Ma cosa vi succede?

GINA                              - Chi sei?

DESIDERIO                  - Il padrone!

GINA                              - Eri sposato?

DESIDERIO                  - Sono sposato!

GINA                              - Perché sei qui?

DESIDERIO                  - Perché questa è casa mia!

GINA                              - E io chi sono?

DESIDERIO                  - Che ne so io?

GINA                              - Mio Dio! (si porta le mani nei capelli) Impazzisco. Da quanto tempo sei... siete sposato?

DESIDERIO                  - Da quindici anni.

GINA                              - Nativo di Caserta?

DESIDERIO                  - Nativo di Napoli.

GINA                              - (dopo averlo fissato) E la ban­da? Dov'è la banda?

DESIDERIO                  - Sarà in piazza! Ma quale banda? Siete impazzita?

GINA ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Credo! Mio Dio! Ma non √® possibile. Tu sei lui! Colui per il quale ho giurato il silenzio... colui per il qua¬≠le non sono pi√Ļ una donna, ma una tomba,

DESIDERIO ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Ges√Ļ! Una tomba in casa mia! Farneticate forse?

GINA                              - E' un caso di somiglianza! E mi piace guardarvi; e mi piace dirvi che avrei potuto rovinarvi... ma non l'ho fatto e non lo farò. Ho giurato! Conosco l'altra... ma anche lei finirà come me... La logica vorrebbe che io scappas­si di qui. Ma dove andare? Quegli oc­chi, quello sguardo, che non sono quel­li ma che pure sono suoi... (si inginoc­chia) Non mi cacciate!

DESIDERIO                  - Ma calmatevi!

GINA                              - Si... si: ditemi delle dolci pa­role!

DESIDERIO                  - (accarezzandola sulla testa)

                                        - E' bella, è bella!

GINA                              - Perdonatemi quanto ho detto, e giuratemi il silenzio! Tomba come me!

DESIDERIO                  - Un'altra tomba? Ma voi chi siete?

GINA                              - Sarò la vostra schiava. E non voglio essere pagata: un tozzo di pane e lavoro, lavoro, lavoro!

DESIDERIO                  - Come? Non volete il mensile?

GINA                              - No. Le mie cure saranno rivol­te principalmente a voi... come una vol­ta... Il caffè per primo, tutte le mat­tine! Vigilerò io su voi. Affronterò io per voi qualsiasi pericolo.

DESIDERIO                  - Ma perché? Corro peri­colo?

GINA                              - Non si sa mai... aveva molti nemici!

RITA                               - (dalla sinistra in fondo) Ancora non è preparata la tavola? Andate di là, qui penso io.

GINA                              - Si, signora, (esce per il fondo a sinistra sempre fissando Desiderio, che meravigliato la osserva).

RITA                               - Come ti pare?

DESIDERIO                  - Non c'è male. Si vede che ha volontà di lavorare. Un caratte­re un po' strano, però!

RITA                               - (dandogli la lettera che era sul mo­bile di fondo) A proposito, questa lettera è per te. L'ha portata il portiere ieri sera.

DESIDERIO                  - E me la dai ora? Da ieri sera, me la dai ora?

RITA                               - Il portiere l'ha consegnata alla mamma e la mamma se n'è dimenticata,

DESIDERIO                  - Leggi, leggi pure. Intanto consulto l'orario, perché domani dovrò recarmi a Fara Sabina per questioni di ufficio. Non so se andarci col treno o con la corriera, (consulta l'orario).

RITA¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (spaventata) Desiderio... senti cosa dice questa lettera, (legge) ¬ę Signor Desiderio Pellegrino, Leone vuol farvi del male... ¬Ľ.

DESIDERIO                  - Leone? Non si tratta per caso del bandito?

RITA ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Credo, (legge) ¬ęNoi possiamo proteggervi, ma tutto questo vuole un premio. Pagate entro domani sera la somma di tre milioni di lire, ih carte da mille, mettendo il tutto in un solo pacco che lascerete - alle ore venti di domani sera - dietro il paracarri al¬≠l'angolo di via Merlatti, e filate. Se vi fermerete, vi spareremo. Chi vi scrive √® il capo della ¬ę Misericordia¬Ľ, potente associazione per coloro che hanno biso¬≠gno del suo aiuto. Non fuggite perch√© sareste raggiunto, e se avviserete la po¬≠lizia, stermineremo tutta la vostra fami¬≠glia! Firmato: li Capo¬Ľ.

DESIDERIO                  - Mio Dio! Dov'è via Mer­latti?

RITA                               - Qui... all'angolo! Che ore sono?

DESIDERIO                  - Le sette! Maledizione a tutti... ieri sera dovevate darmi questa lettera, non ora! Ieri sera! Ora come faccio?

RITA                               - Perché, ieri sera avresti pagato i tre milioni? Telefoniamo in questura, non c'è tempo da perdere!

DESIDERIO                  - No, aspetta!

RITA                               - Cosa vuoi che aspetti? (chiama) Papà? Mamma?

DESIDERIO                  - Ti prego, non facciamo confusione!

ANGELA                       - (dalia sinistra, seguita da Teo­doro) Cosa succede?

RITA¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (dandole la lettera) Leggete! Desiderio, se domandassimo consiglio all'avvocato Catoni? E' un legale, no? Ne sapr√† pi√Ļ di noi.

DESIDERIO                  - Amore mio, che vuoi che ti dica? Io non so cosa dire e cosa pen­sare.

ANGELO                       - (che avrà letto) Teodoro, the si fa?

DESIDERIO                  - Che si fa? Che volete che faccia ora? Io, a due milioni ci ar­rivo.

RITA                               - E l'altro?

DESIDERIO                  - A l'altro ci penserà tuo padre.

TEODORO                     - Io?!

DESIDERIO                  - Non siete interessato nella faccenda?

RITA                               - Io telefono all'avvocato! (va al telefono).

ANGELA                       - I casi sono due: o pagare o farsi rapire! Così dice la lettera.

DESIDERIO                  - Già! Voi poi non vedete l'ora che io finisca all'elemosina, o che sparisca di qui: ammazzato, impiccato.

RITA                               - (al telefono) Pronto...

DESIDERIO                  - Intanto, vai a scegliere: o cadere nelle mani di Leone, o in quel­le della Misericordia. La scelta è allet­tante.

RITA                               - Pronto...Si, avvocato... Oh, una sventura... Vi prego, salite un momento da noi, ci occorre un vostro consiglio. Grazie. (riattacca il microfono ed esce per il fondo a destra).

DESIDERIO                  - (con tono forte) Ecco che significa quando si abbandona il paese nel caos di una cricca di politicanti. In­terregno, anarchia, banditismo. Poi si parla di disoccupati, di benessere socia­le. Ma fate il piacere! Questa è una umanità corrotta! Malata, pazza! Una umanità che fa schifo.

TEODORO                     - E lo dite a me questo?

ANGELA                       - Badate a quello che dite, sa­pete. Non è stato certo Teodoro a cor­rompere l'umanità!

DESIDERIO                  - Suocera, .voi non capite niente e lasciatemi in pace!

RITA                               - (dal fondo a destra, seguita da Ca­toni) Venga, avvocato.

CATONI                         - Dov'è la lettera?

DESIDERIO                  - Eccola (gliela dà e Ca­todi legge) Una sciagura, avvocato. Do­ve li trovo, io, tre milioni? Sono distrut­to: un uomo rovinato!

RITA                               - Calmati, tesoro!

CATONI                         - (finendo di leggere) Bisogna avvertire la polizia...

DESIDERIO                  - Stermineranno tutta la famiglia, avete letto?

RITA                               - (piange) Dio! Dio!

CATONI                         - (subito blandendola e baciando­le la mano) No! Non faccia così! Si calmi! Perché vuole sciupare i suoi be­gli occhi? Lei si agita per una situazione che invece richiede calma! (con dolcezza galante) Si calmi... (le bacia la mano di nuovo).

DESIDERIO                  - Avvocato, mi rapiscono! Posso starmene chiuso in casa? Eppure, se vogliono, questi possono tutto!

RITA                               - (c. s.) Che sciagura!

CATONI                         - (sempre galante) Calma, si­gnora Rita, la prego! (le bacia la mano).

DESIDERIO                  - Avvocato!

CATONI                         - (senza badargli, ma badando in­vece a confortare Rita) Serenità, ri­flessione....

DESIDERIO                  - Avvocato, lasciate perde­re mia moglie, pensiamo a ciò che si può fare, (dall'interno a sinistra un suono di tromba come al principio del quadro).

RITA                               - Si è svegliato Ciocio! Mamma, vai tu a tenergli compagnia, e non dirgli nulla!

ANGELA                       - Vado. Santo cielo, aiutaci tu! Permettete, signor Catoni?

CATONI                         - Prego. (Angela esce per la prima a sinistra) Se per lo meno si po­tesse dar loro un milione... Intavolare delle trattative, mentre lei, signor Desi­derio, si metterebbe, nelle loro mani, co­me pegno, fino al completamento dei tre milioni richiesti che nel frattempo i suoi famigliari farebbero tutto il possibile di racimolare. Che ne dice, signora Rita?

DESIDERIO                  - Ma che dice lei, avvoca­to? Mi metto nelle loro mani come pe­gno? Nel frattempo io morirò di disagi e spaventi.

RITA                               - Qui non ci resta che fuggire.

DESIDERIO                  - Ammesso anche questo. Sfuggo alla Misericordia, e con Leone come faccio? ,

RITA                               - Fuggendo, si sfugge a l'una e all'altro. E fuggire subito, bisogna. Pri­ma che scada n termine.

DESIDERIO ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Ma non hai letto? ¬ę Non fuggite: vi raggiungeremo ovunque¬Ľ. Quelli ci conoscono, e la casa sar√† or¬≠mai circondata. Come faremo ad uscire di qui?

CATONI ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Bisogna che lei scappi, signor Pellegrino... e con tutta la famiglia. E travestiti, al pi√Ļ presto possibile.

DESIDERIO                  - Travestiti come? (a par­te) Dio! Dio!

CATONI                         - Signora Rita, non si agiti. Io sarò con loro. Penserò io ad un rifugio sicuro. Sono o non sono un amico? Dunque... (conta le persone) Uno, due, tre, quattro... ili bimbo cinque...

RITA                               - E la cameriera?

CATONI                         - Deve seguire. Nessuno deve restar qui. Al primo piano, di fronte, c'è una sartoria teatrale... prendo a nolo gli abiti che serviranno... Non c'è tem­po da perdere! E' una trovata geniale! Vado e torno subito! (esce per il fon­do a destra).

DESIDREIO                  - Tornate presto, avvocato: sono le sette passate, (poi a Rita) Rita? Come si fa? Lasciare la casa...

TEODORO                     - Un momento! Come si fa ad andar via... ora che ci penso: ho invitato a pranzo il! Commendator Rolè e sua moglie. Quello viene qui; non trova nessuno, e io perdo tutte le spe­ranze per ottenere la concessione. Quello è un pezzo grosso del Ministero della Guerra!

 DESIDERIO                 - Vi pare il momento suo­cero di pensare al Commendator Rolè e a sua moglie?

TEODORO                     - No, no, io resto: avviso la polizia...

RITA                               - Papà, sei pazzo? Ci ammazze­ranno tutti.

DESIDERIO                  - No'n badargli, Rita. In­tanto pensa a preparare un po' di roba da portar via... gli oggetti indispensa­bili...

RITA                               - Ma per andar dove?

DESIDERIO                  - Sentiremo quando torne­rà Catoni.

TEODORO                     - Ma Rolè?

RITA                               - Papà manda un biglietto al portiere con la preghiera di consegnarlo ai signori Rolè quando verranno a cer­care di te. Come farò io con Ciocio? Per fortuna è sfebbrato, (esce per la prima a sinistra, seguita da Teodoro).

DESIDERIO                  - Io mi preparo e prendo un po' di danaro da portar via...

GINA                              - (dal fondo a sinistra) A che ora il pranzo, signore. Alle otto?

DESIDERIO                  - Si, alle otto faremo un beli pranzo! Senti: tu hai detto che per me sei pronta a tutto?

GINA                              - Lo confermo.

DESIDERIO                  - E allora devi fuggire con noi. Corriamo pericolo di morte.

GINA                              - Era da immaginarselo! Cosa è accaduto?

DESIDERIO                  - La banda della Miseri­cordia, per proteggermi contro quella di Leone - che non so cosa voglia da me - mi ricatta per tre milioni, sotto mi­naccia di morte se ne darò avviso alla polizia.

GINA .                            - Tre milioni?

DESIDERIO                  - Ci sei?

GINA                              - Si, e vi difenderò contro la Misericordia.

DESIDERIO                  - Brava! E' ammirevole il tuo contegno: te ne sarò grato. Ora vai ad aiutare mia moglie.

GINA                              - (esce per la prima porta a sinistra)

CATONI                         - (dal fondo, portando un grosso involto) Che idea! Qui ci sono gli abiti. Uscirete dall'altro portone dello stabile, dalla parte adiacente la chiesa di San Rocco. I signori della Misericor­dia saranno gabbati, poi penseremo a quegli di Leone.

DESIDERIO                  - E voi, avvocato?

CATONI                         - Io aspetterò a cento metri di distanza con due taxi. A venti chi­lometri dalla città ho una piccola pro­prietà. Ospiterò tutti per il tempo necessario. Qui si chiude. Lascerò io le chiavi al portiere, e gli dirò che per pochi giorni voi sarete fuori città, e null'altro. Si vada a travestire, caro, Non perda tempo! (indica il sacco) Qui ci sono gli abiti per tutti.

DESIDERIO                  - Vado, avvocato! (esce per la seconda a sinistra portando con sé l'involto).

RITA                               - (entrando) Oh, avvocato...

CATONI ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Vado a chiudere la mia casa e corro a cercare due taxi. Al segnale che far√≤, tutti gi√Ļ! (le prende la mano e gliel'accarezza).

RITA                               - E che segnale farà?

CATONI                         - Un fischio, un fischio pro­lungato.

RITA                               - Un fischio?

CATONI                         - Un bel fischio... e coraggio! (con tono galante) lo sono felice di po­terle essere utile, Rita. Potrò sperare nella sua buona amicizia? (le bacia la mano ; con comica galanteria).

RITA                               - Certamente!

CATONI                         - Vado, allora. E vedrà, ve­drà in quale nido di fata io l'ospiterò!

RITA                               - Vada, non perda tempo, (l'av­vocato esce rapido per il fondo a destra, mentre Rita esce per la prima porta a sinistra).

ROLE'                             - (entra seguito dalla moglie dal fondo a destra) Permesso? Si può? (ha in mano cappello e bastone).

GINA                              - (entrando dalla sinistra) Chi sono loro? Come sono entrati?

MOGLIE                        - Abbiamo trovato la porta aperta, mia cara.

ROLE'                             - Sono il commendator Rolè.

GINA                              - Ho sentito dire di là... loro so­no invitati a pranzo?

ROLE'                             - Per l'appunto. C'è il signor Zaccaria?

GINA                              - (confusa) Non so... vado a vedere...

ROLE'                             - (.dandole il cappello e il bastone) Scusate!

GINA                              - (esce per la seconda porta di sinistra, portando via il cappello e il ba­stone).

ROLE'                             - Una bella casa! Vero, cara?

MOGLIE                        - Si. (Ma si sente nell'aria un po' di confusione! (salgono la scena. Rita entra vestita da frate. Non vede Rolè e la Moglie. Attraversa disinvolta la scena e, mentre i due la guardano con stupore, esce per ha prima porta a destra) Un frate! (si avvicina alta porta per dove è uscita Rita).

ROLE'                             - Un frate?! (anche lui si avvi­cina alla porta per dove è uscita Rita).

MOGLIE                        - Era un frate? (risale la sce­na perché vede ritornare Rita).

ROLE'                             - Era un frate, si! (raggiunge la moglie).

RITA                               - (ritornando con una piccola valigia, nel vedere i coniugi Rolè, resta sorpre­sa e sconcertata) Signore! (e cerca di nascondere il viso; poi, cambiando tono di voce) Cosa cercate?

ROLE'                             - (salutandola con reverenza come si saluta coloro che vestono l'abito ta­lare) Padre!

RITA                               - Chi è lei?

ROLE'                             - Sono il commendator Rolè.

RITA                               - L'invitato?

ROLE'                             - Sicuro. Questa è mia moglie.

RITA                               - Piacere.

ROLE'                             - Ne era al corrente, padre?

RITA                               - Si, avviso mio marito.

ROLE'                             - (allibito) Suo marito?

RITA                               - (confusa) Volevo dire: il ma­rito della signora Angela, il signor Teo­doro...

ROLE'                             - Ah, ecco! Ma scusi, padre: è anche lei invitato?

 RITA                              - Si; permesso? (passa a sinistra della scena).

GINA                              - (entra dalla seconda porta di si­nistra e dice piano a Rita) Dalla finestra ho visto che fermo davanti al palazzo c'è un brutto tipo. La casa è circondata.

RITA                               - Mettiti di guardia e attenta al segnale!

GINA                              - (indicando i Rolè) E quelli?

RITA                               - Riferisco a mio padre, (le due donne escono per la prima porta a si­nistra).

MOGLIE                        - Ma per caso non abbiamo sbagliato piano? (sale la scena an­che lui).

DESIDERIO                  - (entra dalla seconda porta a sinistra, è in mutandine, non si ac­corge di Rolè e di sua moglie ed esce in fretta per la porta di destra, mentre i due lo guardano con stupore. Ritorna subito dopo portando una grossa borsa dì cuoio, dell'accorgersi di Rolè e di sua moglie, resta sorpreso e confuso, poi con un lieve inchino esce disinvolto per la prima porta a sinistra. Si riaffaccia perché Rolè lo chiama) Dica!

ROLE'                             - Ma... scusi... sono Rolè...

DESIDERIO                  - Rolè?.... Io... ecco...

RITA                               - (d. d.) Desiderio! Desiderio!

DESIDERIO                  - Scusi, mi chiamano! Ho degli amici di là! (ed esce per la prima porta a sinistra).

ROLE'                             - Per Bacco! E li riceve in mu­tande?

ANGELA                       - (entra dal fondo a sinistra in abito da frate. Ha tra le mani alcuni involti; quasi non si accorge di Rolè e di sua moglie ed a passi svelti si dirige verso la prima porta a sinistra ed esce).

ROLE'                             - Ma non saremo mica Capitati in un convento?...(fa per andare verso il fondo a destra).

GINA                              - (dalla prima a sinistra) Scusi. Il signore la prega di scusare... e mi manda a dirle (dall'interno un fischio acuto) Dio! Un fischio!

ROLE'                             - Un fischio, si...

GINA                              - E' un segnale!

ROLE' ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Non so', (un altro fischio pi√Ļ acuto e prolungato).

GINA                              - Permesso? (esce in fretta per la prima porta a sinistra).

ROLE'                             - Ma questo è un manicomio, un vero manicomio...

MOGLIE                        - Andiamo via, ho paura.

ROLE'                             - E il mio cappello? Il mio ba­stone?., (dall'interno altri due fischi).

MOGLIE                        - (indicando la prima porta a sinistra) Altri frati!

TEODORO                     - (entra dalla prima porta a sinistra, seguito da Angela da Rita da Gina da Ciocio e Desiderio. Indos­sano tutti quanti il saio francescano e con barbe e baffi finti. Ognuno ha tra le mani un involto o una valigia: do­do porta con sé una tromba di latta e un cavallino di legno con rotelline, che sì trascina dietro tirandolo con un filo di spago e pesta i piedini a ter­ra perché non voleva uscire di casa. Desiderio, che indossa un saio di ta­glia troppo piccola per lui, lo spinge e non gli risparmia qualche scappel­lotto. In fila indiana attraversano fa scena e tutti, meno Ciocio, guardando Rolè e sua moglie e facendo loro lievi inchini rispettosi, escono per il fondo a destra).

ROLE'                             - (a Desiderio) Scusino...

DESIDERIO                  - (che è l'ultimo della fila, lo benedice con larghi gesti. Rolè e sua moglie si inginocchiano e la tela cala rapida).

FINE DEL PRIMO TEMPO

SECONDO TEMPO

 (N. B. Nelle scene che seguono è ne­cessario rispettare scrupolosamente le entrate e le uscite segnate nel copione). (Una graziosissima stanza di soggiorno, nella e asina di campagna dell' avvocato Catoni, nei pressi di Roma. Una porta a destra In seconda quinta e due a si­nistra. In fondo, al centro, una vasta porta a vetrata dà su un terrazzino di legno, coperto di piante rampicanti, dal quale si scende in giardino. Mobilio di stile moderno da campagna. Poltrone e divani coperti di cretonne fiorato, tar­do pomeriggio. Sono in scena Angela e Teodoro. Destra e sinistra del pubblico).

ANGELA                       - (a Teodoro che è nervosissi­mo) Cosa vuoi farci, caro? Affidia­moci alle mani del Signore.

TEODORO                     - Mi ci sono affidato, ma temo che a un certo momento se ne senta stufo... e mi molli! Entro domani debbo provvedere a diversi pagamenti, e non posso muovermi di qui.

ANGELA                       - Ma se tu potessi muoverti, potresti pagare?

TEODORO                     - Con quale danaro?

ANGELA                       - E allora che ti muovi a    - (fare?

TEODORO                     - Il negozio chiuso da sette giorni... la corrispondenza da ritirare...

ANGELA                       - Gina, a momenti, sarà di ritorno. Non va a Roma tutte le mat­tine per questo? Finora, grazie a Dio, nessuna novità. Benché il signor Catoni si prodighi di colmarci di gentilezze, anch'io sono stufa di dover star lontano dalla nostra casa. La biancheria comin­cia a mancare: quel poco che portam­mo con noi non è sufficiente,

TEODORO                     - Ma non dovremo star qui tutta la vita. Ormai sono passati sette giorni, e non è accaduto nulla.

ANGELA ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Sentiremo cosa ne pensa Ri¬≠ta, che poi √® la pi√Ļ spaventata di tutti, poverina.

TEODORO                     - Quella si lascia suggestio­nare dal marito, che ormai potrebbe smetterla di aver tanta paura.

DESIDERIO¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (che √® entrato dalla porta di destra ed ha sentito le ultime parole d√¨ Teodoro) Se fosse per me, me ne andrei adesso. Credete proprio che mi faccia tanto piacere dover star qui a fare la parte del cretino? E col peri¬≠colo di perdere l'impiego, se non l'ho gi√† perso? Sono¬Ľsette giorni che mi san¬≠no malato. Se al direttore salta in men¬≠te di mandarmi a Casa un ispettore me¬≠dico, sono bello e rovinato. Catoni non √® ancora tornato?

ANGELA                       - Non lo avete veduto, forse, quando è tornato da Roma con la mac­china?

DESIDERIO                  - L'ho visto! Dico che non è ancora tornato da quando è uscito con mia moglie... che non si sa dove siano andati.

ANGELA                       - No!

DESIDERIO                  - Questa storia comincia a darmi sui nervi. Non vedo quale neces­sità ci sia per mia moglie di andare tutto il santo giorno in giro con l'avvo­cato!

ANGELA                       - Non si è stabilito forse che fin quando dovremo tenerci nascosti nessuno deve sapere che Rita è vostra moglie, ma che è invece la signora Ca­toni, e che voi vi si deve vedere il meno possibile?

DESIDERIO                  - Questo lo ha stabilito lo avvocato. Bella idea: mia moglie è sua moglie, voi i suoi suoceri e io un caris­simo amico.

ANGELA                       - Il signor Catoni sa quello che fa. Alla sua fantasia dobbiamo la vita di tutti noi: quella sera la casa era circondata dai banditi, e fu una trovata geniale farci uscire dal palazzo sotto altre spoglie.

DESIDERIO                  - Già! Ma se vi pare una bella vita là mia! Da sette giorni chiuso in quella camera, senza poter mettere il naso fuori della porta! (indica la secon­da porta a destra).

TEODORO                     - Siamo tutti nella stessa situazione, mio caro.

DESIDERIO                  - E Ciocio?

ANGELA                       - E' andato a Roma con Gina.

DESIDERIO                  - Altre assenze dalla scuo­la! Quello già. era ciuccio... Figuriamoci adesso!

TEODORO                     - Per me, domani me ne ritorno a Roma.

DESIDERIO                  - Siete impazzito! Se si de­ve ritornare a Roma dovremo essere tutti d'accordo.

CAROLINA                   - (dal fondo. E' la cameriera di Catoni) Ben levati, signori. Vor­rei sapere, se non vi dispiace, dato che al mercato non ho trovato carne: il pesce vi piace?

ANGELA                       - Che ne dici, Teodoro?

TEODORO                     - Vada per il pesce.

CAROLINA                   - E alla sposina, piace?

ANGELA                       - Si, anche a lei.

CAROLINA                   - Se non siete contenti, di­temelo.

ANGELA                       - Grazie, cucinate pure il pesce.

CAROLINA ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Permesso, allora, (fa per affidare, poi ritorna) In paese sono tutti ammirati della bellezza della signora Rita. Don Pietro, il farmacista, m'ha detto: ¬ę Che bella sposa s'√® trovato il signor avvocato ¬Ľ. E Giovannino, il ta¬≠baccaio: ¬ę Carolina, di' al tuo padrone che 'nessuno pensa di portargli via la moglie; l'ho visto poco fa che se la teneva stretta a braccetto, come se Erano a braccetto?

DESIDERIO                  - (sbuffa) Uffa!

CAROLINA                   - Che c’è?

DESIDERIO.                 - Fa caldo, molto caldo! Erano a braccietto?

CAROLINA ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - E che male c'√®? Siete il pi√Ļ caro amico del padrone?

DESIDERIO                  - Certo! A me è tanto simpatico Catoni!

 CAROLINA                  - E allora? Credo che deb­ba farvi piacere se la signora Rita vuo­le bene a suo marito.

DESIDERIO                  - Si capisce.

CAROLINA ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - E io sono tanto conten¬≠ta. Glielo dicevo sempre: ¬ę E' tempo di sposarvi, siete solo, senza genitori. Io vi voglio bene, sono vecchia di casa, ma in fondo sono una estranea ¬Ľ. ¬ę Vedrai, Carolina, che un belgiorno mi vedrai arrivare qua sposato ¬Ľ diceva. E ha mantenuto la parola.

DESIDERIO                  - Già! Andate pure a pre­parare il pranzo.

CAROLINA                   - Vado! (esce per il fondo a destra).

TEODORO                     - Vado di là, Angela. Vieni?

ANGELA                       - Vengo! (e tutte e due esco­no per la seconda porta a sinistra).

DESIDERIO                  - Uffa! Uffa! (dal giardi­no giunge l'eco della risata di Rita).

RITA                               - (entra allegra) Ciao, tesoro! E Ciocio?

DESIDERIO                  - E' a Roma, con Gina.

RITA                               - Gina non è ancora tornata? E pensare che sono ritornata prima perché ero preoccupata per Ciocio. (siede stanca).

DESIDERIO                  - Dove siete stati?

RITA                               - Una passeggiata in calesse fuo­ri del paese: una meraviglia! E' incan­tevole questo posto. E che gente curio­sa. Tutti a guardarci come cose rare. Presentazioni a destra e a sinistra: mia moglie, la mia signora! Complimenti, felicitazioni, inviti... Ti dico che quasi imi diverte!

DESIDERIO                  - A me, no!

RITA                               - Hai ragione, caro! Ma l'avvo­cato dice che è necessario.

DESIDERIO                  - Dov'è Catoni?

CATONI                         - (dal fondo a destra, contento e felice) Eccomi qua. (poi parlando verso l'esterno) Aspettami Foffi, vengo subito, (a Rita) Foffi è rimasto incan­tato della sua bellezza, signora Rita. Scommetto che m'invidia. Invece, eccolo là. (indica Desiderio) Eccolo l'uo­mo da invidiare. Signor Desiderio, ri­porto mia moglie al marito legittimo.

DESIDERIO                  - Avvocato, lei scherza, ma questa situazione comincia ad esse­re insostenibile! Se non incresciosa!

CATONI                         - Signor Desiderio, ho preso il suo posto perché nessuno in paese possa sospettare la sua fuga da Roma. Era mio dovere prevenire le possibili indagini della Misericordia, o di Leo­ne. Quella è gente che arriva dapper­tutto.

DESIDERIO                  - Ma a casa che si dice?

CATONI ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Col portiere ho finto di niente. Ho domandato con disinvoltura: ¬ę Giovanni, e i Pellegrino, sono ancora fuori Roma? ¬Ľ. ¬ę Sissignore, saranno in viaggio di piacere ¬Ľ, mi ha risposto. Ed ha soggiunto: ¬ęL'altro ieri, uh uomo ha domandato del signor Desiderio, ma con insistenza ¬Ľ,

DESIDERIO                  - Qualcuno della Miseri­cordia o della banda Leone.

CATONI                         - E' chiaro che non si danno per vinti. Ma lei stia qui, e fin quan­do sarà qui non avrà nulla da temere. Questo è un mio piccolo feudo. Domani andrò a parlare col suo direttore, e lo metterò al corrente di tutto, poi mi recherò in questura e denuncerò il fatto, con la raccomandazione di agire con prudenza. Trovare la traccia, il bandolo della matassa, e poi agire.

DESIDERIO                  - Io penso che ormai se avessero voluto farci del male, ce lo avrebbero già fatto.

CATONI                         - Ma se non sanno dove si nasconde!

RITA                               - Permesso, avvocato, io vado di là.

CATONI                         - Prego! Questa sera, allora, andremo dal sindaco?

DESIDERIO                  - A fare cosa?

CATONI                         - Dal sindaco, ili cavaliere Troia, il padre di Foffi.

DESIDERIO                  - E chi è Foffi?

CATONI                         - Il figlio di Troia, quello che mi sta aspettando fuori, in carroz­za. E' un mio carissimo amico d'infan­zia. Un buontempone, uno sconclusio­nato. Stamani, avendolo incontrato al caffè, quando gli ho presentato sua mo­glie come mia moglie ne è rimasto tal­mente lieto che ci ha invitato a casa sua, per un trattenimento. Nulla di male, no? Si danzerà, si faranno quat­tro chiacchiere...

DESIDERIO                  - Avvocato, via, le sem­bra giusto? In un momento come que­sto pieno di ansie e di angosce, mia moglie se ne va in giro dandosi ai ba­gordi... ed io qua?

CATONI                         - Creda, non ho potuto evi­tare!

RITA                               - Avvocato, se è necessario ci andremo, ma soltanto per poco. Si sente solo, e anche io sono in pena senza di lui.

CATONI                         - Come crede, signora.

RITA                               - Intanto mi dia permesso, (esce per la prima porta a sinistra).

FOFFI¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (affacciandosi agl'uscio di fondo. E' il vero tipo di ¬ę gag√† ¬Ľ di pro¬≠vincia) Tito? Che fai? Ti spicci?

CATONI ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Vengo, Foffi. Vado a met¬≠termi in ordine e scapperemo subito. Mi accompagni al Municipio dove ho da sbrigare un affare. Intanto ti pre¬≠sento il mio pi√Ļ caro amico, mio ospi¬≠te, il signor Cappuccini!

DESIDERIO                  - Piacere.

FOFFI                             - Foffi Troia. Mi chiamo Rodol­fo, ma da bambino mi hanno appicci­cato questo vezzeggiativo. Come mia sorella Lalla, che si chiama Laura e la chiamano Lalla! (ride).

DESIDERIO                  - Carini!

CATONI                         - Vado, allora. Cinque minuti. (esce per la prima porta a sinistra).

 FOFFI                            - Lei, giovanotto, è amico di Tito?

DESIDERIO                  - Quale Tito?

FOFFI                             - Tito Catoni, no?

DESIDERIO                  - Ah, sicuro!

FOFFI ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Anch'io! Vecchi amici. E' un tipo, Tito! Vuole sempre quello che non gli spetta. Ne ha fatte delle belle! Io, per√≤, gliel'ho giurata! Glielo dissi, tre anni fa: ¬ę Stai attento! Tu me l'hai .fatta... ma io te la far√≤! Al signorino Tito, tre anni fa presentai la mia fidanzata; dopo un mese non me la soffi√≤?

DESIDERIO                  - Sarebbe a dire?

FOFFI                             - Me la soffiò: me la prese! (ride).

DESIDERIO                  - E lei ci ride?

FOFFI ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - La donna m'interessava poco. E anche allora ci risi. E pi√Ļ ancora ci rido adesso. Si √® sposato? Questo aspet¬≠tavo: gli soffio la moglie!

DESIDERIO                  - E lei crede che Rita si faccia soffiare?

FOFFI                             - E cosa conta la sua volontà? E' il mio f ascino che conta. Non sono bello, lo so, però piaccio alle donne.

DESIDERIO                  - Ma la moglie non è una fidanzata...

FOFFI                             - Appunto per questo! Niente re­sponsabilità ! (ride).

DESIDERIO                  - Ma io glielo impedirò!

FOFFI                             - E lei chi è? Con quale diritto?

DESIDERIO ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Sono il pi√Ļ caro amico di Tito.

FOFFI                             - (ride) E chi se ne frega? L'ho detto anche a lui, a Tito!

DESIDERIO                  - E lui cosa ha detto?

FOFFI ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - ¬ę Prova! ¬Ľ mi ha risposto! E in carrozza ho provato a toccarle la mano: ci sta! Ho pomiciato!

DESIDERIO                  - Lei è pazzo! La signora Rita è una moglie onesta! E se lei si permetterà di toccarla solo con un dito...

FOFFI                             - Che mi farebbe, lei? (ride)

DESIDERIO                  - Potrei commettere qual­siasi follia!

CATONI                         - (entra) Cosa succede?

FOFFI                             - Hai un amico eccezionale, Tito! Gli ho detto che ho intenzione di sof­fiarti la sposa, e lui è montato su tutte le furie!

CATONI                         - Non ti temo, Foffi; conosco mia moglie! Andiamo, Foffi: ho tanto da fare!

FOFFI                             - Arrivederci, amico eccezionale. Ed anche buffo! Non si arrabbi, sa? Io sono un tipo franco, (ride) Lei è buffo. Buffo e glielo debbo dire! Io ho preso tutto il carattere di Lalla, mia sorella, la maggiore!

DESIDERIO                  - La Troia maggiore!

FOFFI                             - (ride) Buona, buona! Buono il doppio senso. Un, po' volgare, ma buo­no! Addio, uomo buffo! (ridendo esce per il fondo a destra con Catoni).

DESIDERIO                  - Imbecille, cafone, conta­dino: sicuro candidato per la festa di San Martino! (entra dal fondo Gina) A casa?

GINA                              - Nessuna novità! Ma state cal­mo, tranquillo. Mi permettete confor­tarvi? Mi piace tanto!

DESIDERIO                  - Se ti piace, conforta! Ma non tanto, perché anche i conforti mi danno ai nervi. La pietà mi umilia, ca­pisci?

RITA                               - (entra dalla sinistra, agitata, con due giornali tra le mani) Desiderio? (a Gina) Sei qua? E il bambino?

GINA                              - E' di là! Gioca sui prati. C'è Carolina.

RITA                               - Desiderio! (indicando a Deside­rio qualche cosa su di un giornale) Guarda, sei tu! (e gli mostra anche l'al­tro giornale).

DESIDERIO                  - Perbacco! Sono io!

RITA ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Senti! (legge) ¬ę Finalmente pos¬≠siamo mostrare al pubblico una foto¬≠grafia del bandito Leone ¬Ľ.

DESIDERIO                  - E' incredibile!

RITA                               - Guarda, Gina!

GINA                              - E' meraviglioso!

RITA ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Una somiglianza spaventosa! E senti qua: (legge) ¬ę Ieri notte in con¬≠trada della Torraccia, una pattuglia di carabinieri, si scontrava con alcuni ban¬≠diti, tre dei quali rimasero feriti mor¬≠talmente. Uno si ritiene fuggito. Nello identificare i cadaveri, in una tasca del¬≠la giacca di uno di essi fu trovata la fotografia che qui pubblichiamo. Il ca¬≠davere presentava sul volto una larga ferita che lo rendeva irriconoscibile, ma dai primi interrogatori gli arrestati han¬≠no ammesso trattarsi proprio del! loro " Capo " ¬Ľ. Che ne dici?

DESIDERIO                  - Leone... mio sosia?

RITA                               - O che tu sei? Parlami chiaro!

DESIDERIO                  - Sei pazza? Che stai pen­sando?

RITA                               - Ma allora? Ora che lo hanno ucciso, ce ne possiamo t'ornare a casa tranquilli. Vado da papà a raccontargli ogni cosa... Ma già, è uscito... lo vado a cercare! (Rita esce per il fondo a destra).

DESIDERIO                  - Io vado a cercare Ca­toni, (fa per andare).

GINA                              - (timidamente) Signore? (com­mossa) E' morto Leone! (piange).

DESIDERIO                  - E tu piangi? Se lo me­ritava.

GINA                              - E' vero. Ormai tutto quello che mi resta siete voi!... Sapete che sono stata l'amante di Alberto.

DESIDERIO                  - Chi è Alberto?

GINA                              - Leone! Si chiamava Alberto Si­racusa. Mi abbandonò per un'altra don­na. Non mi farete del male, ora? (fa per andare, poi ritorna) Vi avverto, e avvertite anche gli altri, che se mi de­nuncerete come parte a conoscenza di fatti e cose... piuttosto di parlare mi farò impiccare. Avverto pure che, nel caso... chissà... potrei anche confessare che Leone è vivo e che siete voi! Vi legherei al mio destino. Fucilati: io e voi! (con altro tono) Chiaro? (esce per la seconda porta a sinistra).

DESIDERIO                  - Gina sei impazzita? Gi­na? (esce per la seconda porta a sinistra).

CAROLINA                   - (introducendo Rosanna e Gal­lone) S'accomodino, signori. Il mio padrone è uscito, ma tornerà a momen­ti. Se si tratta di un affare urgente, pos­sono aspettarlo qui.

GATTONE                     - Andate pure, buona don­na. (Carolina esce) L'hanno inventata bene la commedia. Come vedi, le in­formazioni erano esatte. Sarà un bel colpo per noi. Ora che Leone ha dato l'animacela al diavolo, il signor Pelle­grino lo sostituirà, con le buone o con le cattive. Ci sarà da ridere quando la polizia se lo ritroverà tra i piedi. E a farglielo ritrovare, ci penserai tu, come il capo ha comandato.

ROSANNA                    - E se no'n dovesse riuscirci?

GATTONE                     - Dovrai riuscirci. Una bel­la ragazza come te non si rifiuta. Ma cosa c'è? Non ne sei convinta, forse?

ROSANNA                    - E' una cosa troppo di­sonesta...

GATTONE                     - Avresti degli scrupoli, for­se? Hai dei rimorsi?

ROSANNA                    - No... ma... non ne sono convinta, ecco!

GATTONE                     - Si è deciso Così, e così devi fare! Ricordati che il capo vuole così!

ROSANNA                    - Il capo della Misericordia non sarà mica il padreterno! Ho un bel caratterino io, sai? Andai via dal­la banda di Leone perché non mi pia­ceva di essere comandata da nessuno.

GATTONE                     - Allora, decidi: dentro e fuori!

ROSANNA                    - Ma sarà vero che gli so­miglia tanto?

GATTONE                     - Pare!

ROSANNA                    - Mi faràimpressione! Ora che Leone è morto...

GATTONE ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Non pensare pi√Ļ a Leone. (sentendo venir gente) C'√® gente!

DESIDERIO                  - (entra dalla seconda porta a sinistra) Buon giorno... Chi sono?

GATTONE                     - (piano a Rosanna) E' lui! Guardalo!

ROSANNA                    - (lo guarda, lo fissa, poi bal­betta qualche parola incomprensibile         - Oh! proprio lui, tale e quale... preciso... preciso.

GATTONE                     - Il signor Catoni non è in casa?

DESIDERIO                  - No!

GATTONE                     - (presentandosi) Gattoni.

DESIDERIO                  - Cappuccini.

GATTONE                     - Mia moglie.

DESIDERIO                  - Lieto, signora.

ROSANNA                    - Fortunata!

GATTONE                     - Le piace mia moglie?

DESIDERIO                  - Certo!

GATTONE                     - Abbiamo tanto girato Ro­ma, per rintracciare il signor Catoni, per un affare. Poi mia moglie - non so come - è riuscita a sapere dove si trovava, ed eccomi qui. Lo sa che noi ci siamo sposati da un anno?

DESIDERIO                  - Ah! Sì? Lo so adesso. Be'?

GATTONE ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - E da un anno non fa che ripetermi: ¬ęNon eri il mio tipo, ti ho sposato per dispetto!¬Ľ (ride) Vero, Lo¬≠la? (ride).

ROSANNA                    - Si! (guardando Desiderio) E' la verità.

GATTONE                     - A me cosa importa, no? E' bella, mi piace e... me la tengo (ride).

DESIDERIO                  - Lei per caso non è ami­co di Foffi?

GATTONE                     - No, non lo conosco. E' romano?

DESIDERIO                  - No, di Creta!

GATTONE                     - Un cretino, allora! (ride) Lola, faccio una cosa: vado al' cancello del giardino a vedere se spunta il si­gnor Catoni. Permetti? (a Desiderio) Permette? (ed esce per il fondo a de­stra).

DESIDERIO                  - Be'... signora, io dovrei uscire...

ROSANNA                    - Un momento, vi prego. Ho da dirvi qualche cosa!

DESIDERIO                  - Dica pure... ma presto, la prego.

ROSANNA                    - (agitata) No, non posso! Mi sembra così strano dover dire certe cose a voi. Dio! (porta le mani al viso) Preciso!... Preciso!

DESIDERIO                  - Ma scusi... signora...

ROSANNA                    - (risoluta) No! Non sono una signora! Sono una donna da niente io: una donna da sei soldi! Una debole, una sciagurata, che ha rovinato la sua vita! Ed io non sento di poter contri­buire al male che vi si vuol' fare! (pian­ge) No! No! Voglio redimermi... Scap­pai da lui per una vita di redenzione, te, invece, no; ci ricascai! Meriterei gli schiaffi... meriterei di essere schiaffeggiata. (al colmo dell'eccitazione nervosa) Vi prego, schiaffeggiatemi.

DESIDERIO                  - Io?

ROSANNA                    - Si, uno schiaffo qui... (mostra la guancia)... su questa faccia tosta. Lo merito! Lo pretendo! Mi ser­virà di lezione. Colpitemi.

DESIDERIO                  - Come vuole, (le dà uno schiaffetto).

ROSANNA                    - No... forte, forte!

DESIDERIO                  - (le dà un forte schiaffo) Così?

ROSANNA                    - (soddisfatta) Così mi sen­to meglio! Mi sento come liberata! Un altro, vi prego.

DESIDERIO                  - Un altro?

ROSANNA                    - (con sadica eccitazione) Sì, un altro. Lo voglio, mi piace, che bello! Su, su!

DESIDERIO                  - (c. s.) To'!

ROSANNA                    - Che sollievo! (sospiran­do) Ah! Che liberazione!

DESIDERIO                  - (anche lui eccitato) Lo credo è come una purificazione dello spirito. Anch'io dovrei, essere schiaffeg­giato! Stavo tranquillo per i fatti miei a Fara Sabina, nossignore, mi viene il desiderio di farmi trasferire a Roma. Nella grande città... che bella idea! (a Rosanna) Ti prego, schiaffeggiami. Uno schiaffo, qua! (le mostra la guan­cia).

ROSANNA                    - Forte?

DESIDERIO                  - Fortissimo!

ROSANNA                    - (glielo dà) To'!

DESIDERIO                  - (soddisfatto) Ah che bello! Un altro. Lo merito.

ROSANNA                    - To'! (gli dà un altro schiaffo) E' bello?

DESIDERIO                  - (c. s.) Bellissimo!

ROSANNA                    - E allora prendi, (gli dà un altro schiaffo) Ti senti purificato?

DESIDERIO                  - Si.

ROSANNA                    - E adesso a me.

DESIDERIO                  - (dandole un forte schiaffo) To'! Consolati!

ROSANNA                    - Bello, bello! Ancora...

DESIDERIO                  - (c. s.) To'!

ROSANNA                    - (dandogli uno schiaffo)

 DESIDERIO                 - (c. s.) To'! (la schiaf­feggia ancora. Rosanna reagisce con ec­citazione, e tutte e due uniscono per darsele di santa ragione, fino a rotolar­si sul pavimento).

GATTONE                     - (entra dal giardino a destra, osserva i due e corre a dividerli).

GINA                              - (entra attirata dalle grida dei tre e nel vedere Rosanna emette un grido di meraviglia e di rabbiosa soddisfazio­ne) Tu?! Rosanna? Sei qui?

ROSANNA                    - Tu?! La triestina?

GINA ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Ti avevo avvertita di non farti pi√Ļ vedere da me. Donna di malaffare, megera, strega, tu me lo hai preso il mio Alberto, tu! (come una tigre infuriata si avventa addosso a Rosanna, e prendendola per i capelli le d√† morsi e calci. Rosanna si difende bene).

DESIDERIO                  - (preso da una eccitazione folle, prende un randello dal terrazzino o dove lo avrà a portata di mano, e ne dà e ne prende, fin quando Rosanna, riuscita a liberarsi, prende in fretta la via del giardino seguita da Gina e Gattone, mentre Desiderio lancia mazzate a vuoto ora a destra ora a sinistra in preda a un folle eccitamento).

RITA                               - (entrando dal fondo a sinistra) Cos'è accaduto?

DESIDERIO¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (non avvertendo la presen¬≠za di Rita diventa sempre pi√Ļ eccitato, ma poi va verso di hi e non riconoscen¬≠dola la minaccia col bastone gridando con tono di voce isterico) Ehi!.. Ehi!...

RITA¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (spaventata, grida pi√Ļ forte) Desiderio?

DESIDERIO                  - (c. s.) -, Ehi! Ehi!

RITA                               - (forte e con tono severo come per richiamarlo alla realtà) Desiderio? Desiderio? (Desiderio la riconosce e si calma ma resta fisso a guardarla) Co­s'è accaduto?

DESIDERIO                  - (scattando) Non ci ho capito niente.

RITA                               - Perché la cameriera inseguiva quella donna e quell'uomo?

DESIDERIO¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (ritorna furioso) Non lo Bo, non lo so... Lasciatemi in. pace, (si riscalda sempre pi√Ļ) Cosa vuoi che ti dica? E' un manicomio questa casa. Non so niente, niente, niente. So soltan¬≠to che ne ho prese tante! (porta la mano alla testa) Dio, la testa! (esce per la seconda porta a sinistra).

GINA                              - (dal fondo, agitata, e col vestito in disordine) Glielo avevo promesso.

RITA                               - Ma la conoscevi?

GINA                              - Mi doveva del danaro. Sono due furfanti.

RITA                               - Sono andati via?

GINA ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - E non torneranno pi√Ļ! Permes¬≠so, vado a riordinarmi, (esce per la se¬≠conda porta a sinistra).

RITA                               - (esce per la seconda porta a sinistra).

LEONE                           - (entra dal fondo a destra. Indossa impermeabile e cappello. Di sotto, un abito identico a quello che indossa De­siderio. Lo segue guardingo Righetto, che ha in mano una valigia) Entra. Sei sicuro che indossa lo stesso vestito?

RIGHETTO                    - Sicurissimo! Dì, ma vuoi proprio restare qua?

LEONE                           - Per ora sì, è l'unico rifugio sicuro per me, ora che quasi tutti sono stati presi.

LEONE                           - (con tono basso) Per ora si!

RIGHETTO                    - E Pellegrino?

LEONE                           - Al momento buono gli par­lerò. Tu, intanto, intrattieni gli altri, poi al fischio tronca con garbo e vai all’angolo della via. Ti porterò Pellegrino. Lo metterai in macchina e lo terrai con te finché non avrai altre istruzioni,

RIGHETTO                    - D'accordo! Dì, hai no­tato quando siamo entrati nel giardino, qui? Mi è parso che un uomo ci se­guisse... La polizia sospetta che tu non sia morto.

LEONE                           - Ti è parso?

RIGHETTO                    - Sei armato? Io si! Parola d'ordine?

LEONE                           - Margherita gialla a tredici foglie. Datti da fare, (esce per il fondo a destra).

RIGHETTO¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (con altro tono di voce, pi√Ļ forte e disinvolto) Ehi... qual¬≠cuno qui?

GINA                              - (entra dalla prima a sinistra) Chi cerca?

RIGHETTO                    - Ho della buona stoffa inglese. Io sono del paese. Carolina mi ha detto di parlare col padrone, perché sa che molte volte si è servito da me. Dove sono i signori?

GINA                              - Sono là, in terrazzino, a discu­tere. Ma non credo che saranno disposti ad ascoltarla.

RIGHETTO                    - Ci tento.

GINA                              - Ci vada, (tutti e due escono per il fondo a sinistra).

DESIDERIO¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (dalla seconda porta a si¬≠nistra, seguito da Rita) No, no! Pi√Ļ ci penso e pi√Ļ mi vedo in un pericolo troppo pericoloso! Si ritorna a Ro¬≠ma, e presto, prima che torni Catoni. Anzi, gii lascio un biglietto. Vado in ca¬≠mera. Prepara tutto, (esce per la porta a destra).

ANGELA                       - (dal giardino, seguita da Gina)

                                        - Che attaccabottoni quello con la stoffa! Sono riuscita ad andarmene e non so come.

RITA                               - Mamma, Desiderio è deciso a ritornare a Roma.

GINA                              - Si ritorna a Roma?

RITA                               - Sì, si parte, prepara le valigie.

GINA                              - (esce per la seconda a sinistra).

LEONE                           - (entra calmo e tranquillo dal giardino a destra. Vede le due donne, esita un attimo ma poi si riprende).

ANGELA                       - (scambiandolo per Desiderio)

                                        - Caro genero, non so cosa dirvi. Vo­gliamo partire?... Fate come credete.

RITA                               - Hai scritto il biglietto a Catoni?

LEONE                           - (sorpreso) Catoni? (dopo bre­ve pausa) No!

RITA                               - Ma, caro, sei andato di là ap­posta. (Indica la camera a Leone e que­sti la guarda) Vai, non perdere tempo. Lo consegnerai poi a Carolina. Io, in­tanto, vado a preparare le valigie, (no­tando l'indecisione di Leone) Cos'hai?

LEONE                           - (fingendosi disinvolto) Niente, cara!

TEODORO                     - (dal giardino a sinistra, se­guito da Righetto) Non ho soldi da spendere, mio caro! Non voglio stoffe! Per carità, levatemi dai piedi quest'uomo.

RITA                               - Papà, vieni di là, dobbiamo su­bito partire!

ANGELA                       - Vieni, ti spiegherò! (i tre escono per la seconda porta a sinistra).

LEONE                           - (a Righetto che lo guarda sospet­toso) Margherita gialla a tredici fo­glie, (poi gli dice piano) Lui è di là. (indica la porta a destra) Presto, vai al cancello del giardino. Gli parlo subito e te lo porto. Bada che devi prendere quello che ride: perché lo faro ridere. (esce rapido, per la porta a destra).

RIGHETTO                    - Se c'è pericolo, farò due fischi. Ricordati due fischi.

DESIDERIO                  - (entra dal fondo a destra e vedendo Righetto si meraviglia che que­sti lo guarda con profonda curiosità) Rita? Rita? (ed esce per la prima porta a sinistra, chiamando la moglie, mentre Righetto esce per il fondo a destra).

RITA                               - (entra dal fondo a sinistra cercan­do suo marito) Cosa cerchi? (chia­ma) Desiderio? (esce calma per la por­ta di destra).

LEONE                           - (entra dal fondo, a destra, tenen­do in mano una grossa pistola. Guarda intorno ed esce per la prima a sinistra).

DESIDERIO                  - (entra dalla seconda porta a sinistra, guardandosi dietro spaventato. Egli ha visto Leone - e fugge per la prima porta a sinistra gridando) Mio Dio! Quello è Leone!

LEONE¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (entra dalla seconda porta a sini¬≠stra, inseguendo Desiderio e sempre ar¬≠mato di pistola, ed esce per la prima porta a sinistra e dall'interno dice:) ¬ę Fermo o sparo! ¬Ľ.

DESIDERIO                  - (dall'interno grida: Rita! Rita!...

RITA                               - (entra dalla porta di destra e si dirige verso il fondo a sinistra chia­mando) Desiderio! (esce).

DESIDERIO                  - (entra dalla seconda porta a sinistra, si guarda indietro spaventato) Mio Dio!.,. Leone., (esce rapido per la porta a destra e chiude a chiave dall'interno).

RITA                               - (entra dal fondò a sinistra e, sem­pre chiamando Desiderio, esce per la prima a sinistra).

LEONE                           - (entra dalla seconda porta a si­nistra con pistola, cerca Desiderio; nel frattempo dall' esterno si udranno due fischi, poi un colpo di moschetto. Leone, fermandosi al centro della scena e cioè bene in vista di tutto quanto il pubbli­co, ripone la pistola nel fodero nascosto sotto la giacca e corre subito verso la porta di destra, ma questa è chiusa dall’interno).

GINA                              - (dal giardino, dice a Leone scam­biandolo per Desiderio) La polizia, padrone, la casa è circondata. Avverto gli altri di non muoversi dalle loro ca­mere, (ed esce per la seconda porta a sinistra, mentre Leone esce per il giardi­no a destra).

VOCI INTERNE ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Rita! Rita! (dopo poco si sentiranno voci confuse e spari di moschetto, grida di donne e abbaia¬≠re di cani. Durante un attimo di tregua, dalla porta di destra, si sentir√† Deside¬≠rio che grida: ¬ę Rita! Rita! ¬Ľ Poi pi√Ļ niente, come se il grido fosse stato sof¬≠focato con violenza. Ancora qualche sparo. Poi da quella porta entra sconvol¬≠to Leone, che rivolto verso l'interno e con la pistola in mano dice minaccioso: ¬ęFermo e zitto! ¬Ľ Quindi rimette nel fo¬≠dero la pistola che √® sotto la giacca, si aggiusta i capelli; toglie la chiave dalla parte interna della porta da dove √® en¬≠trato, la infila nella toppa dalla parte esterna e chiude a chiave l'uscio. Du¬≠rante tutta questa azione, che va fatta molto rapidamente, dov'interno si sen¬≠tir√† sempre la stessa confusione di gri¬≠da, vocio, e spari).

RITA                               - (entra dalla seconda porta a sini­stra, seguita da Angela e Teodoro) Desiderio! Finalmente ti trovo! (con Rita è entrato anche Ciocio).

CIOCIO                          - Ho paura, mammina... (a Leo­ne) Babbo!

LEONE                           - (accarezzandolo) Non aver paura, Ciocio

DE SIMONE                  - (entra dal giardino con pi­stola, seguito da due carabinieri con mitra, e dice a Leone) Fermati, Leone! Sei in trappola! Arrenditi o sei morto... Sul serio, questa volta.

LEONE                           - Ma cosa dice? Io non sono Leone! Io sono Desiderio Pellegrino.

RITA                               - Mio marito!

ANGELA                       - Mio genero!

TEODORO                     - Nostro genero!

CIOCIO                          - (aggrappandosi alle ginocchia dì Leone) Papà, perché ti vogliono ammazzare?

CATONI                         - (dal fondo a destra) Ma cosa succede? Signor Pellegrino, che ac­cade?

LEONE                           - Vogliono arrestarmi.

CATONI¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (a De Simone) Sono l'avvo¬≠cato Tito Catoni! I signori sono miei Ospiti... Gi√Ļ quella pistola, la prego!

DE SIMONE                  - Ma come? (guardando Leone) Non è Leone! Pure gli somi­glia... lo abbiamo pedinato...

RITA                               - Ma se mio marito non si è mosso di qui.

CIOCIO                          - Papà, papà, perché ti voglio­no arrestare? Brutto...

LEONE                           - Lei ha preso una svista! Leone è morto...

DE SIMONE                  - Bè... si riteneva che fosse morto! Ma lei?... Sarebbe, allora, un ca­so di somiglianza...

LEONE                           - Ecco i miei documenti, (gli dà una tessera di riconoscimento).

DE SIMONE                  - (osservandola)     - Bene, be­ne. Mi dispiace, ma dovete favorire in ufficio con me. (restituisce a Leone il do­cumento).

LEONE                           - E perché? Sono in istato di arresto?

DE SIMONE                  - No!

LEONE                           - E allora? Vi ho mostrato i miei documenti. Sono in regola?

DE SIMONE                  - Si.

LEONE                           - E allora? Lì c'è la mia fami­glia... credete che siano tutti d'accordo con me?

CATONI                         - Signor brigadiere, ecco la mia tessera... Il signor Pellegrino do­mattina sarà in ufficio pronto a provare con maggiore chiarezza la sua identità. Sono io responsabile di lui. Tenga pure il documento.

DE SIMONE                  - Bene! Se il signore... (indica Leone)... e voi mi date la vo­stra parola...

CATONI                         - Ci conti!

DE SIMONE                  - (ad uno dei carabinieri) Avverti gli altri dell'equivoco e raduna­tevi al cancello, (il Carabiniere batte i tacchi ed esce) Buona sera, signori... e scusate il disturbo.

RITA                               - Grazie per lo spavento.

LEONE                           - Non è colpa loro, ma dei tem­pi in cui viviamo.

DE SIMONE                  - Buona sera, a domani! (esce, seguito dal Carabiniere per il fondo a destra).

RITA                               - Respiro! (dalla porta di destra, in seconda quinta, si picchia all'uscio. Leone corre subito a trattenere l'uscio per non farlo aprire) Che cos'è?

LEONE ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Non riesco ad aprire! (dall‚Äôinterno un forte rumore di vetri che vanno in frantumi, poi colpi simili a quelli che si danno su una porta per forzare l'apertura. Infine una voce gri¬≠da forte): ¬ęEccolo l'altro!... Eccolo l‚Äôaltro,. prendetelo!... Scappa! ¬Ľ (Seguir√† un vocio confuso e di nuovo si sentir√† spa¬≠rare).

CATONI                         - Che succede? (esce per il giardino a destra, seguito da Leone).

RITA                               - (grida) Desiderio, stai qui! (fa per andare).

TEODORO                     - Fermi tutti e pancia a terra!

TUTTI                             - (si mettono pancia a terra).

DESIDERIO¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (entra dalla porta a destra come inseguito e spaventato e gridando esce per il fondo a sinistra. Non appe¬≠na Desiderio sar√† uscito di scena, dalla porta di destra entreranno De Simone, un carabiniere in borghese e Ca¬≠toni che, inseguendo Desiderio, escono uno dietro l'altro per il fondo a sinistra. Non appena il gruppo inseguitore sar√† uscito dalla scena, dalla prima porta a sinistra entra Desiderio che pi√Ļ spaven¬≠tato che mai scappa per il fondo a sini¬≠stra, seguito a distanza e in fila indiana da De Simone, il carabiniere e Ca¬≠tini. I primi due escono per dove sar√† uscito Desiderio, il terzo invece per il fondo a destra. Non appena Ca¬≠toni sar√† sparito, ili gruppo rimasto in scena, formato da Rita, Ciocio, Angela e Teodoro, scappa per il fondo a sinistra. Non appena la scena rester√† vuota, dal¬≠la seconda porta a sinistra entra Leone (controfigura) e svelto si nasconde sotto Un grosso tavolo a destra della scena coperto da un tappeto che lo cela tutto. Quando Leone si sar√† completa¬≠mente nascosto sbotto il tavolo, dalla se¬≠conda porta a sinistra entreranno De Simone e il carabiniere, che, con armi alla mano, usciranno svelti e uno dopo l'altro per il fondo a sinistra. Usciti questi, dalla seconda porta a sinistra, entreranno Rita, Angelo, Ciocio, Teodo¬≠ro e Carolina per poi uscire gridando e spaventati e sempre in fila indiana per il fondo a destra. Quando la scena sar√† rimasta vuota, dalla prima porta a sinistra, come ancora inseguito, entra Desiderio che di filata si va a cacciare sotto il tavolo a destra, immediatamen¬≠te, questo, comincia, a muoversi stra¬≠namente su se stesso quasi come a bal¬≠lare, perch√© i due che stanno sotto si picchiano e se ne danno di santa ra¬≠gione. Dopo poco il tavolo s√¨ ferma e da sotto il tappeto che lo copre appare Desiderio (controfigura) che, dando le spalle al pubblico, si dirige verso il fondo della scena, ma sotto la porta centrale si imbatte con De Simone che entra dalla sinistra e. il carabiniere che viene dalla destra, i quali subito lo ac¬≠ciuffano e lo portano via verso destra. Dopo poco, Leone, pesto e stordito, esce da sotto il tavolo e cerca di por tarsi verso il centro, della scena. A que¬≠sto punto, dall'interno si sentiranno urli e gridi di approvazione seguiti da fischi e applausi. Cessati questi, che ad ogni modo non dovranno avere che u-na durata massima di pochi secondi, dalla seconda porta a sinistra entreranno Ri¬≠ta, Angela, Teodoro e Carolina che scambiando Leone per Desiderio corro¬≠no a soccorrerlo). CATONI (entra dal fondo a destra con aria trionfante) Lo hanno preso, lo hanno preso, (vedendo Leone che a stenti si regge 'in piedi) Ma perbacco, la somiglianza √® perfetta. (A Leone) Ma lei √® il signor Desiderio?

LEONE                           - (col fiato mozzo in gola) Sicuro...

CATONI                         - (agli altri) Venite. Andiamo a vedere Leone. Lo stanno portan­do via...

(Tutti escono dalla scena, meno Leone, che, rimasto solo, si guarda intorno so­spettoso, poi, mettendosi in posizione che tutto il pubblico possa bene osser­varlo, tira fuori la grossa pistola, che un momento prima aveva deposta nel fodero sotto la giacca che indossa, la nasconde sotto il cuscino di una pol­trona o in un qualsiasi altro posto del­la scena, purché sia bene in vista degli spettoso, poi, mettendosi in posizione porta a sinistra, mentre la tela cala re­golarmente).

FINE DEL SECONDO TEMPO

TERZO TEMPO

 (Ufficio del Vice Questore. A sinistra un tavolo con carte, l'accorrente per scri­vere, telefoni, eccetera. Nel centro Una porta grande con battenti. In prima quinta a destra una finestra con ten­dine. E' in scena il Vice Questore).

VICE QUESTORE        - (al telefono) Si, è stato preso. Si smentisce continuamen­te. Altro che Pellegrino: è lui! Ora mi lasci in pace, signora, perché ho da fa­re. Sapesse quante telefonate da ieri sera! Grazie. Facciamo quello che pos­siamo per il benessere e la sicurezza del prossimo. Grazie, (riattacca il micro­fono, mentre dall'interno si sente pic­chiare forte su di un uscio). De Simo­ne? De Simone?

DE SIMONE                  - (dal mezzo) Comandate?

VICE QUESTORE        - Fate tacere quel   - (delinquente e portatelo qui. Ammanet­tato e con due agenti armati, con pal­la in canna, che lo accompagnino.

DE SIMONE                  - Va bene, (esce per do­ve è entrato).

VICE QUESTORE        - (al telefono) Pron­to... sono io. (stacca la comunicazione esterna): qui mi assillano di telefonate. Come? No, ti ho detto. Ti farò sapere io quando i giornalisti potranno veder­lo. Lasciali aspettare. Si... (riattacca),

DE SIMONE                  - (entra) Viene subito. Sul tavolo ci sono gli appunti dei primi interrogatori, che ha lasciato per voi' il dottor Barile.

VICE QUESTORE        - A che ora è an­dato via?

DE SIMONE                  - Mezz'orafa, Era stan­co morto. Ha passato qui tutta la not­te. Sul tavolo ci sono anche i documen­ti dell'avvocato Catoni, quel tale che ieri mi ha assicurato...

VICE QUESTORE        - Faceste male a non portarlo qui ieri sera, e fidarsi di un tale che non si conosce. Mi meraviglio, siete così scrupoloso nel vostro servi­zio, e poi trascurate un fatto così im­portante.

DE SIMONE                  - Il dottor Barile, ieri sera, telefonò subito a casa del Pelle­grino, per invitarlo in ufficio, ma non c'era nessuno in casa. Questa mattina ho mandato un agente, e la signora Pellegrino ha detto che suo marito era uscito, ma che appena fosse rientrato lo avrebbe accompagnato lei stessa qui.

VICE QUESTORE        - Fu un errore gra­vissimo, il vostro.

DE SIMONE                  - Signor Vice, io ho par­lato con la moglie, i suoceri, ho visto il figlio, la cameriera... questo Catoni, suo amico: piangevano tutti, e allora mi convinsi che si trattava per davvero di un caso di somiglianza. Anche i documenti di Pellegrino ho visto, mentre l'arrestato non ne aveva. Anzi l'inter­no della sua giacca mostrava una eti­chetta della ditta Sartotecnica, secondo le informazioni che avevamo avuto in precedenza.

VICE QUESTORE ¬†¬†¬†¬†¬†¬† - E se questo signor Pellegrino non dovesse presentarsi, come ci regoleremo con l'arrestato che asse¬≠risce di non essere Leone, ma Pellegri¬≠no? Con un confronto, tutto sarebbe pi√Ļ facile.

DE SIMONE                  - Se non dovesse presen­tarsi vorrebbe significare che Leone è lui, e che l'arrestato è Pellegrino.

VICE QUESTORE        - Appunto questo, caro De Simone.

DE SIMONE                  - Ma deve pur presen­tarsi il Catoni: allora lui...

VICE QUESTORE ¬†¬†¬†¬†¬†¬† - De Simone, con¬≠fessate che avete commesso una fes¬≠seria pi√Ļ grande di voi. (si bussa alla porta) Avanti!

DESIDERIO                  - (in condizioni pietose; ha sulla fronte un grosso livido e un oc­chio pesto; entra spinto dagli agenti) Non spinga! Ha capito: non spin­ga! (al Vice Questore) Spingono... Que­sto è u'n abuso di autorità.

VICE QUESTORE        - (ironico) Per ca­rità, non lo spingete, si dovesse sciu­pare, il cocco di mamma! (forte) Uno alla porta, l'altro alla finestra, (gli agenti eseguono) Così! (a Desiderio) Il dottor Barile ti ha già interrogato tre volte, e che ne risulta? Che la pri­ma volta hai detto di non essere Leo­ne, ma Desiderio Pellegrino, e che si trattava di una somiglianza, che a quanto pare esiste. Barile allora ti ha mandato dal brigadiere La Torre, e quando sei tornato hai confessato di essere Leone, e alla terza volta sei ritor­nato alla prima versione. Adesso vo­gliamo metterci d'accordo, e vuoi dirmi le tue vere generalità?

DESIDERIO                  - Signor giudice!

 VICE QUESTORE       - Non sono giudice!

DESIDERIO                  - Signor commissario!

VICE QUESTORE        - Nemmeno. Sono il vice questore.

DESIDERIO                  - Dunque: ieri sera mi hanno condotto qui e io ho detto la verità, cioè: sono Desiderio Pellegrino. No, sei Leone... No, sono Pellegrino... e Leone, e Pellegrino... Il commissario -non mi ha creduto e mi ha mandato ida La Torre. Questo La Torre ha dei modi un po' violenti, e mi ha costretto a mentire. In quel momento, se mi avesse imposto di dire di aver ucciso mille persone, avrei finito per ammetterlo pur di farla finita.

VICE QUESTORE        - Non è vero! Qui non si usa maltrattare nessuno.

DESIDERIO                  - Come? Quello mi dava gli schiaffi...

VICE QUESTORE        - Schiafferà di av­vertimento...

DESIDERIO                  - Mi tirava le orecchie...

VICE QUESTORE        - Tiratine, così... co­me per rimproverare...

DESIDERIO                  - Insomma, tra una tira­tina e uno schiaffettino, io sono diventato uno straccio, (indicando la fron­te) Vedete che mi ha fatto qua?

VICE QUESTORE        - Chi è stato?

DESIDERIO                  - La Torre!

DE SIMONE                  - Non è vero. Entrando dal brigadiere La Torre, ii detenuto è scivolato ed è caduto.

DESIDERIO                  - Non è vero!

DE SIMONE                  - Si, signor Vice, ha avu­to un capogiro...

DESIDERIO                  - Il capogiro l'ho avuto dopo.

DE SIMONE                  - Prima.

DESIDERIO                  - Dopo!

VICE QUESTORE        - Stai zitto! E' co­modo asserire che noi facciamo dire quello che non si vuol dire! (indicando De Simone) Riconosci quel signore?

DESIDERIO                  - Si. E' quello che mi ha arrestato ieri sera.

VICE QUESTORE        - Come ti chiami?

DESIDERIO                  - L'ho già detto tante volte!

VICE QUESTORE        - E devi ripeterlo... E guardami fisso negli occhi.

DESIDERIO                  - Mi chiamo Desiderio Pellegrino, fu Antonio e Cristina Espo­sito, nato a Napoli il 31 dicembre 1903.

VICE QUESTORE        - (forte) No! Tu sei Alberto Siracusa, nativo di Caserta, di Giovanni e Maria Silone; di anni 44, ricercato da tutte le questure d'I­talia. Il fonogramma della questura di Caserta parla chiaro. Confessa.

DESIDERIO                  - Ma perché devo confes­sare quello che non è? Qui si tratta di un caso di somiglianza maledetta. Io l'ho visto, Leone, e posso assicurarvi che è preciso a me. La cosa è andata così: siccome giorni fa fui minacciato di rapimento e di ricatto dalla banda della Misericordia... A proposito, della Misericordia che si dice?

VICE QUESTORE        - Che ne so? Che c'entra questa Misericordia?

DESIDERIO¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (meravigliato) Della ¬ę Misericordia¬Ľ non sapete niente,

VICE QUESTORE        - No!

DESIDERIO                  - E' una banda di bri­ganti. Bisogna arrestarli.

VICE QUESTORE        - Quando ce ne da­ranno l'ordine,, li arresteremo.

DESIDERIO                  - E se no continueranno a ricattare?

VICE QUESTORE        - Sicuro!

DESIDERIO                  - Che bella comodità! Voi siete troppo buono, signor Vice!

VICE QUESTORE¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (con tono forte) Sono affari questi che non ti riguar¬≠dano. Cosa voleva questa banda della ¬ę Misericordia? ¬Ľ.

DESIDERIO                  - Aveva saputo che Leone voleva impadronirsi di me, appunto perché gli somigliavo, e mi fece un ri­catto di tre milioni perché io mi met­tessi tranquillo sotto la sua protezione. Sicché io mi trovavo fra due bande, due fuochi, tra l'incudine e il martello: Leone da una parte, la Misericordia dall'altra. Non sapendo come fare, chiedemmo consiglio ad un nostro ami­co, il signor Catoni, il quale ci consi­gliò di scappare, e scappammo infatti travestiti da monaci.

VICE QUESTORE        - E perché?

DESIDERIO                  - Per non farci riconosce­re, e ci recammo a Collatino, in una proprietà del signor Catoni, nella quale ciospitò. Ieri sera, mentre stavo nella mia camera, mi vidi davanti un altro me stesso che mi minacciava con la pistola. Spaventato, cominciai a scappa­re, e scappai fin quando non fui ar­restato. Questo è tutto. Ora io sono in pena, signor questore, perché oltre tutto Leone è rimasto con mia moglie... e mia moglie è una bella donna... se per caso... mio Dio, che pena al cuore!

VICE QUESTORE ¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Non credo un ¬ę acca ¬Ľ di quello che hai detto: una storia confusa! Perch√© l'altra notte ti sei incontrato coituoi compagni alla Torraccia?

DESIDERIO                  - E che ne so io?

VICE QUESTORE        - Ci sei stato e non lo sai?

DESIDERIO ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Non lo so .perch√© non ci sono stato. Se poi volete che io dica di esserci stato, fatemi sapere perch√© ci sono stato e non ne parliamo pi√Ļ!

VICE QUESTORE        - (a De Simone) Riaccompagnatelo...

DESIDERIO                  - Io voglio qui mia moglie!

VICE QUESTORE ¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (forte) Qui non c'√® ¬ę voglio ¬Ľ, qui c'√® la giustizia! (a De Simone) Via!

DESIDERIO                  - (agli agenti) Piano e senza spingere: conosco la strada, (esce con gli agenti, mentre squilla il tele­fono).

VICE QUESTORE        - (al telefono) Pron­to?... La signora Pellegrino? Falla sali­re, (riattacca).

DE SIMONE                  - Signor Vice, se l'au­topsia del cadavere del presunto Leone dovesse dare un risultato positivo sui dati fisici e somatici del bandito, non ci sarà dubbio: l'arrestato è veramente un sosia che risponde al nome di Pel­legrino, e quindi innocente!

VICE QUESTORE        - Su quali dati fi­sici volete che si basino i medici se il cadavere era irriconoscibile?

DE SIMONE                  - Bisogna che i parenti o la madre, che risiedono a Caserta, vengano a riconoscere i resti.

VICE QUESTORE        - A questo si è pensato e vedremo. E' un pasticcio, caro De Simone: dovevate portarli qua tut­ti e due.

DE SIMONE                  - Signor Vice, ma non avete pensato al caso in cui tutti e due avessero dichiarato le stesse generalità: Desiderio Pellegrino, uno in buona fe­de, l'altro per salvarsi e mettere in im­barazzo la giustizia?

VICE QUESTORE        - In questo caso sa­rebbe entrata in campo la scienza me­dica, (accende una sigaretta e fuma mentre siede vicino al suo tavolo di lavoro a sinistra della scena).

CATONI                         - (entra dal fo-ndo e dopo d'es­sersi piazzato davanti al tavolo del Vi­ce dice con tono molto cortese e cor­retto) Buongiorno., eccomi qua! (E guarda sorridente tanto il Vice quanto De Simone).

VICE QUESTORE        - (dopo d'averlo osservato per un attimo) Chi è lei?

CATONI                         - Sono l'avvocato Tito Cato­ni. Sono qui per il caso Pellegrino. Ieri mi resi responsabile...

DE SIMONE                  - Sicuro, signor Vice. Si tratta di quel signore che garantì Pel­legrino. Questi sono i suoi documenti... (li indica sul tavolo).

CATONI                         - Già, ma c'è una novità: il Pellegrino... (siede di fronte al Vice al lato opposto del tavolo e fa per con­tinuare a parlare)...

VICE QUESTORE        - (mal sopportando quel gesto di sedersi, senza chiedere prima permesso, esclama con tono deciso ma smorzato) Si alzi!

CATONI                         - Ma io...

VICE QUESTORE¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (pi√Ļ forte) Si al¬≠zi! (Catoni si alza e lo guarda con espressione interrogativa, dopo di che il Vice continua:) Si metta l√¨... (indica il centro della scena a pochi passi dal suo tavolo di lavoro).

CATONI                         - ...ma ecco...

VICE QUESTORE        - (forte) Si metta lì! (Catoni si piazza nel posto indicato dal Vice e lo guarda) Così... stia così e non si muova di lì. Dunque: io aspet­tavo la signora Pellegrino: dov'è?

CATONI                         - E' fuori.

VICE QUESTORE ¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Allora uno per volta. Non imbrogliamo di pi√Ļ la ma¬≠tassa.

CATONI                         - La chiamo, (esce per il fo)n-do; indi ritorna).

VICE QUESTORE        - (posando la sigaret­ta nel portacenere che sta sul tavolo passa a destra della scenadalla parte della finestra davanti alla quale ci sa­rà un divano con poltrone di pelle marrane e un tavolino) Io cerco la signora Pellegrino e si presenta quel­la macchietta!...

ANGELA                       - (entra dal fondo preceduta da Catoni che, dirigendosi subito presso il tavolo del Vice, prende distrattamente la sigaretta che il Vice ha lasciato nel portacenere e con molta disinvoltura la fuma restando accanto al tavolo) Buongiorno, signor giudice...

VICE QUESTORE        - Non sono giudice io... sono il Vice Questore... (passa a sinistra e cerca sul suo tavolo di lavoro la sigaretta)

ANGELA                       - Che ne so io... non sono mai stata in questi luoghi...

VICE QUESTORE        - (notando che Catoni sta fumando tranquillamente la sua si­garetta) Signore, questa è la mia sigaretta.

CATONI                         - (distratto) E' sua? Credevo che fosse mia: è una Morris.

VICE QUESTORE        - Fumo le Morris anch'io. (Catoni gliela offre, ma egli la rifiuta) Grazie. (Accende un'altra siga­retta mentre dice ad Angela che sta affacciata alla finestra) S'accomodi, si­gnora. (Angela non sente) Signora?! (Catoni passa a destra) Signora, rispon­da, la prego.

ANGELA                       - Scusi, volevo vedere i car­cerati con le palle di ferro al piede...

VICE QUESTORE        - Non è l'isola di Monte Cristo questa! Lei è la signora Pellegrino? (Angela passa a sinistra del­la scena).

ANGELA                       - No! Io sono la suocera di Pellegrino. Ho accompagnato mia fi­glia, perché... (siede vicino al tavolo del Vice).

VICE QUESTORE        - Ma io aspettavo la signora Pellegrino! Ho bisogno di par­lare prima con lei. Dov'è?

CATONI                         - E' fuori.

VICE QUESTORE        - La chiami, santo Iddio! (allontanandosi dal tavolo, de­pone la sigaretta nel portacenere. An­gela prenderà a fumarla come per moto nervoso e istintivo).

CATONI                         - (all'uscio) Avanti, avanti!

VICE QUESTORE        - (ritorna al tavolo, fa per riprendere la sigaretta, non la tro­va, poi vede Angela che la sta fuman­do) Signora, questa sigaretta, do­ve era?

ANGELA                       - (indica il portacenere) Qui.

VICE QUESTORE        - Allora era la mia!

ANGELA                       - Scusi... credevo di averla accesa io.... distratta! (gliela offre).

VICE QUESTORE        - Grazie, la fumi! (ne accende un'altra) E sono tre!

TEODORO                     - (entra) Buon giorno! (Angela passa subito a destra).

VICE QUESTORE        - Chi è lei? Che vuole?

TEODORO                     - Sono il padre di mia figlia.

VICE QUESTORE        - E io sono il figlio di mia madre! Chi è? Come si chia­ma? (forte) Perché è entrato qui?

TEODORO                     - Sono Teodoro Zaccaria, padre di Rita Zaccaria in Pellegrino. (si accosta al tavolo del Vice e ci si ap­poggia).

VICE QUESTORE        - (furioso) Ma io ho detto che voglio parlare con la si­gnora Pellegrino. Dov'è? Perché non entra? (depone la sigaretta nel por­tacenere e si avvicina a De Simone che sta in piedi in fondo a sinistra) De Simone, andate a vedere perché la si­gnora Pellegrino non entra o se per caso non sia ancora venuta.

DE SIMONE                  - Subito, (esce per il fondo).

VICE QUESTORE        - (ritornando al tavolo cerca la sigaretta, ma non la trova perché Teodoro l'avrà presa non appena il Vice Questore l'ha appoggiata nel portacenere e distrattamente la fuma) Dov'è la sigaretta? (notando che Teodoro fuma) Signore, questa sigaretta è mia!

TEODORO                     - (meravigliato) Sua?

VICE QUESTORE        - Già!

TEODORO                     - E la mia che fumavo dov'è?

VICE QUESTORE        - Che ne so io?

TEODORO                     - L'avrò lasciata fuori. Scu­si... (gliela offre).

VICE QUESTORE        - (rifiutandola) Gra­zie... la tenga! (ne accende un'altra).

RITA                               - (entra dal fondo fumando a lar­ghe boccate) Buongiorno, (ad An­gela che si trova a destra della scena conversando con Catoni) Vi ha inter­rogati? (e resta a parlottare sottovoce per poco, 'poi lascia la sigaretta nel portacenere che sta sul tavolino, presto il divano dove saranno seduti Angela e Catoni, e passa a sinistra sedendo vici­no al tavolo del Vice Questore di fronte a lui) Dunque?

VICE QUESTORE        - (deciso mentre fuma)

                                        - Senta, se lei non è la signora Pel­legrino se ne vada.

RITA                               - Sì, sono la signora Pellegrino.

VICE QUESTORE        - (sempre fumando) Finalmente! Abbiamo il piacere di par­lare alla signora Pellegrino.

TEODORO                     - (dal suo posto e cioè in fon­do a sinistra si fa avanti e interviene)

                                        - Signor Questore, se permette, come padre e come suocero io vorrei...

VICE QUESTORE¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (pi√Ļ che mai infasti¬≠dita, appoggia la sigaretta nei solito portacenere che si trover√† sul tavolo proprio sotto lo sguardo distratto di Rita, s√¨ alza e si avvicina a Teodoro, mentre Rita prende la sigaretta dal por¬≠tacenere e la fuma) Senta, lei par¬≠la troppo sa? Ha capito? Dico: ha ca¬≠pito? Stia l√¨, zitto e lasci parlare me. (ritorna al tavolo e cerca la sigaretta e, notando che Rita la sta fumando di¬≠ce esasperato:) Questa sigaretta √® mia, signora! E' mia!

RITA                               - (candida) Scusi, credevo che...

VICE QUESTORE        - ...fosse sua, lo so, invece è mia e me la fumo, (si rivol­ge agli altri e dice con tono severo:) Voglio fumare! Avete capito che voglio fumare?

CATONI                         - Fumi, fumi pure!

VICE QUESTORE¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (indispettito e dopo una piccola pausa) Noti voglio fu¬≠mare pi√Ļ. (smorza nervosamente la si¬≠garetta nel portacenere) E nessuno fu¬≠mi qui. Non √® un fumoir, questo; √® l'ufficio del Vice Questore, questo. Smorzate le sigarette! (Rita smette di fumare) Dunque, lei √® la signora Pel¬≠legrino?

RITA                               - Sicuro.

CATONI                         - Se permette, signor Vice, spiego io: questa mattina era mia in­tenzione di accompagnare qui il signor Desiderio Pellegrino, perché la polizia potesse accertarsi sulla sua identità, data la perfetta somiglianza riscontrata tra lui e, il bandito Leone. E' accaduto, in­vece, che ieri sera, non appena giunti a  Roma, il marito della signora è spa­rito di casa.

RITA                               - E, con lui, la nostra cameriera Gina, che confessò di essere stata a suo tempo l'amante di Leone. In tal modo è chiaro che l'arrestato di ieri è mio marito, Desiderio, e l'altro il bandito!

VICE QUESTORE        - E se invece fosse il contrario? Se fosse stata tratta in inganno anche la cameriera?

CATONI                         - Signor vice, che scopo ave­va il signor Pellegrino di scappare con la cameriera?

VICE QUESTORE        - Questo è vero! Ma l'arrestato, è vero, dice di essere Pelle­grino, ma non ha nessun documento che lo confermi.

RITA                               - Li ha mostrati l'altro, i docu­menti... ed erano esatti!

DE SIMONE                  - Si, signor Vice. Li ha mostrati a me, ed anche per questo ritenni opportuno di non fermarlo!

CATONI                         - E' chiaro, signor Vice, che ieri Leone era nella mia villa, e da questo l'equivoco.

VICE QUESTORE        - (a De Simone) L'arrestato qui! (De Simone esce mentre Rita si alza) Non è facile dipanare que­sta matassa, signora. Occorrerebbe aver­li tutti e due qui. (avvicinandosi al gruppo seduto a destra) Dica un po', signora, dica un po'...

CATONI                         - (ripetendo con interesse) ...dica un po', dica...

VICE QUESTORE        - (mal sopportando lo intervento di Catoni, lo guarda; poi si rivolge a Rita di nuovo) Suo marito ha qualche segno particolare sul corpo?

CATONI                         - (ripetendo come sopra) Ha qualche segno particolare sul corpo... (indicando il Vice a Rita)... dice lui!...

RITA                               - Si. Ha sulla schiena, nella parte bassa, una macchia violacea, come una voglia di prugna, che gli affiora quan­do è nervoso, depresso.

CATONI                         - (al Vice, ripetendo le parole di Rita) ...che gli affiora quando è ner­voso, depresso... dice lei!

VICE QUESTORE        - (sempre mal soppor­tando Catoni) In questo caso dovreb­be essergli affiorata...

CATONI                         - (a Rita ripetendo la frase del Vice) ...ih questo caso dovrebbe es­sergli affiorata, dice lui... (indica il Vice).

VICE QUESTORE        - ...e null'altro?

CATONI                         - (a Rita) ...e null'altro, dice lui.

VICE QUESTORE        - (scattando) Senta, la smetta. Il Vice Questore sono io, in­terrogo solamente io. (Rifacendolo) Di­ce lei, dice lui... (col suo tono di voce naturale e forte) ...Qui dico solamente io!

CATONI                         - (a Rita con tono corretto) Dice lui.

VICE QUESTORE        - E null'altro?

RITA                               - Un molare finto, il penultimo a destra.

VICE QUESTORE        - Possono essere pro­ve favorevoli queste. Contrariamente solo una commissione medica, quando si sarà acciuffato l'altro, potrà stabilire la verità.

DE SIMONE                  - (dal fondo spingendo De­siderio) Avanti... avanti.

DESIDERIO                  - (con le manette ai polsi) Non spingiamo. (Vedendo Rita esclama commosso) Rita mia cara!

RITA                               - (alludendo alla grossa ammaccatura che Desiderio ha sull'occhio destro) Mio caro, come sei conciato!...

DESIDERIO                  - La Torre è stato, La Torre.

RITA                               - La Torre? Chi sarebbe La Torre?

DE SIMONE                  - Non è vero! Il detenuto entrando è scivolato...

DESIDERIO                  - ...ed è caduto su un pu­gno di La Torre! Sapessi, cara, come si scivola qui. Bisognerebbe rifare tutti i pavimenti. E Ciocio?

RITA                               - L'ho lasciato ih casa della Mo­retti, per non condurlo qua. Passerò a riprenderlo.

VICE QUESTORE        - (a Rita) Dunque lei riconosce l'arrestato per suo marito?

RITA                               - Certo!

VICE QUESTORE        - E loro come ge­nero?

ANGELA                       - Sicuro!

VICE QUESTORE        - (a Catoni) E i come il suo amico!

CATONI                         - Senz'altro!

VICE QUESTORE        - Ma nessuno di lo­ro ne può esser certo. Sono convinti, loro? In coscienza, lo possono giurare? (a Rita) Lei, signora?

RITA                               - Io lo riconosco... ma dopo che l'altro... Non so...

TEODORO                     - Ha ragione mia figlia! Co-me si fa ad essere certi? Sono così per­fetti nella somiglianza!

RITA                               - Avvocato, che ne dice.

CATONI                         - A me pare che sia lui... ma anche l'altro sembrava lui.... e allora?

RITA                               - Non ho avuto il minimo sospet­to fin quando non è scappato, (a Desiderio) Senti, caro... lasciami vedere se hai sulla schiena quella voglia di prugna.

DESIDERIO                  - Ma certo, (si fa solleva­re la camicia e tutti corrono ad osser­vare) C'è?

RITA                               - No. non c'è!

DESIDERIO ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Ci deve essere: pi√Ļ gi√Ļ!

ANGELA                       - Non c'è!

VICE QUESTORE        - C'è sempre stata?

RITA                               - No, Sempre no, l'ho detto. Gli affiora quando è nervoso e quando è la stagione delle prugne.

VICE QUESTORE        - Allora aspetteremo l'anno venturo.

DESIDERIO                  - Ma aspettiamo. Può darsi che venga fuori improvvisamente!

VICE QUESTORE        - Qui non possiamo aspettare i comodi di nessuno.

RITA                               - E il molare? Fammi vedere il molare finto.

DESIDERIO                  - Sicuro (spalanca la bocca e tutti osservano.

VICE QUESTORE        - E' una capsula di oro?

 RITA                              - D'argento.

DESIDERIO                  - No, d'oro, non ricordi?

VICE QUESTORE        - Lei, signora, ha detto a destra?

RITA                               - Si.

DESIDERIO                  - No, a sinistra!

VICE QUESTORE        - Qui c'è... Ma è d'oro ed è a sinistra.

RITA                               - Allora?

DESIDERIO                  - Signor questore, le mogli non ricordano mai niente, le giuro che è come dico io!

VICE QUESTORE        - Mi dispiace, signo­ra, ma per chiarire la faccenda ci occorrono indizi precisi. E indagare. Indagare!

CATONI                         - E' chiaro che per il momen­to bisogna aspettare. Ma non si preoc­cupi, signora Rita, io le sarò sempre vicino!

DESIDERIO                  - Ti proibisco, Rita, di ri­cevere il signor Catoni. Ora sono stufo! E che non perda la pazienza, altrimenti commetterò una follia}!

VICE QUESTORE        - De Simone, ripor­tatelo di là!

DESIDERIO                  - Ma, signor questore...

VICE QUESTORE        - Basta! E via! (De Simone trascina fuori Desiderio che pro­testa la sua innocenza.

ANGELA                       - Rita, andiamo a prendere il bambino.

VICE QUESTORE        - Vada pure, signora, penserò io stesso a tenerla informata. Conosco il suo indirizzo. Stia a casa ad aspettare.

RITA                               - Va bene! (Tutti salutano ed escono per il fondo),

VICE QUESTORE ¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Caro De Simone, ieri avevate Leone nelle mani e ve lo siete, fatto scappare. Questo disgraziato non c'entra. Pi√Ļ che mai ne sono con¬≠vitato ora, che l'altro √® scappato. E' scappato. perch√© Leone era lui. Ed ha pensato che troppo tempo in quella casa non ci poteva restare.

AGENTE                        - (sotto l'uscio di fondo) Per­ messo?

VICE QUESTORE        - Avanti!

AGENTE                        - (con foglio) Signor vice, questo fonogramma, (glielo dà ed esce).

VICE QUESTORE¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (legge) ¬ę Pattuglia operante zona est arrestato bandito Leone con sua amante. Nessun incidente. Sar√≤ ufficio subito. F.to brigadiere Cap¬≠pa ¬Ľ (a De Simone) Avete visto che l'arrestato non √® Leone?

DE SIMONE                  - Allora tutto si potrà chiarire!

VICE QUESTORE ¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Ora vedremo come stanno le cose, (squilla il telefono) Pronto. Bene! Conducete!¬Ľ subito qua. (a De Simone) Leone con la sua amante sono giunti. Portatemi subito l'altro per il confronto. (De Simone esce, mentre il vice questore va alla fi¬≠nestra) Zampati! Zampati!

VOCE DI DENTRO      - Comandi, signor vice?

VICE QUESTORE        - Stretta vigilanza a tutte le uscite. Ancora un'agente all'entrata e occhi aperti.

VOCE DI DENTRO      - Va bene, signor vice.

DE SIMONE                  - (introducendo Desiderio) Avanti.

DESIDERIO                  - (come per protestare) Si­gnor vice...

VICE QUESTORE        - (con tono esagerata­mente gentile) La prego., vuole avere la bontà di attendere?

DESIDERIO                  - (con stupore) Ma io...

VICE QUESTORE        - (c. s.) Segga per favore... S'accomodi.

DE SIMONE                  - (porgendogli una sedia, mentre la spolvera col suo fazzoletto) S'accomodi, prego, prego!

DESIDERIO                  - (stupito siede) Grazie. (si commuove) Io sono un signore, si­gnor Vice... un vero signore mi creda!

VICE QUESTORE        - Lo so! Si vede!

DESIDERIO                  - (c. s.) Mi hanno trattato così poco correttamente.

 VICE QUESTORE       - (c. s.) La giusti­zia deve avere il suo corso.

DESIDERIO ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Giusto, ma creda, mi hanno trattato senza il minimo riguardo. Mi permetto farglielo osservare, perch√© provveda! Altrimenti finir√† per non ve¬≠nirci pi√Ļ nessuno qua sopra!

VICE QUESTORE        - Deve scusare. Ora le voglio comunicare... (vocio interno e grande confusione) Cosa succede? (al­larmato) De Simone correte a vedere che cosa succede!

DE SIMONE                  - (esce rapido).

DESIDERIO                  - Signor Questore...

VICE QUESTORE        - (con tono severo e brutale) Fermo lì! (Prende dal ta­volo la pistola).

DESIDERIO                  - Ma, signor Questore...

VICE QUESTORE        - Non un passo o sparo! (h minaccia con la pistola) Fermo lì!

AGENTE¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† - (entrando con Gina che tiene stretta per un braccio) Signor Que¬≠store... mentre stavamo conducendo qui il bandito Leone, al passaggio stretto del corridoio, con una forte spinta √® riuscito a svincolarsi ed √® scappato; per fortuna con questa¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† (indica Gina) mi trovavo pi√Ļ distante e sono riuscito a trattenerla!

DE SIMONE                  - (entra) L'hanno preso, signor Vice... Ora ci pensa La Torre a sistemarlo... Lo ha già preso in conse­gna! (guardando Desiderio) Ma che somiglianza con il signore! Una mela divisa in due! Due gocce d'acqua!

VICE QUESTORE        - (con tono forte) Portatelo in cella di segregazione e che sia ben guardato, quel bandito. (De Si­mone esce, mentre il vice questore si rivolge a Desiderio e gli dice con esa­gerato tono cortese e gentile) S'accomo­di, signor Pellegrino, la prego... e scusi, sa! Segga pure!

DESIDERIO                  - (stupito) Grazie! Posso sedere?

VICE QUESTORE        - (c. s.) Certamen­te... Segga pure dove crede. (Desiderio siede a destra) Bravo, così! (a Gina con tono severo) Come ti chiami? (pau­sa) Come ti chiami?

GINA                              - Gina Memeghin, di Monfalcone, di genitori ignoti.

VICE QUESTORE        - Hai dichiarato di essere l'amante di Leone?

GINA                              - Si!

DESIDERIO                  - E' vero anche a me lo disse e mi minacciò di farmi fucilare se avessi parlato. E' una delinquente, signor questore.

VICE QUESTORE        - Firma! (le porge Un foglio e la penna) Presto!

GINA                              - (firma) Si! Sono stata la sua amante e lo sarò fino' alla morte! (gri­dando) Fino alla morte! Fino alla morte!

VICE QUESTORE        - Portatela via! (esce agente e Gina) Mi pare che tutto sia chiarito, non mi resta che assicurarmene di persona e nel frattempo farle tante scuse, signor Pellegrino! (gli toglie le manette).

DESIDERIO                  - Intanto sono stato trat­tato in quel modo e poco c'è mancato che non venissi fucilato, (si accarezza i polsi).

VICE QUESTORE        - Lei capirà, si è trattato di un equivoco... e la giustizia deve fare il suo corso.

DESIDERIO                  - E' vero. Ma...

VICE QUESTORE        - (con tono quasi severo) La giustizia deve fare il suo corso!

DESIDERIO                  - Volevo dire...

VICE QUESTORE        - (c. s.) No, caro, la giustizia deve fare il suo corso.

DESIDERIO                  - D'accordo, la giustizia deve fare il suo corso... La Torre però...

VICE QUESTORE        - La Torre è un a-gente dell'ordine e agisce per il benes­sere del prossimo, La Torre!

DESIDERIO                  - Capisco... Ma vi giuro che non vorrei stare nei panni di Leone, ora che si trova a dover rispondere alle sue domande!

DE SIMONE                  - (entra alquanto sconvolto) Ecco fatto! .

VICE QUESTORE        - E' al sicuro?

DE SIMONE                  - Legato mani e piedi e vigilato da due angeli custodi! Ma ce n'è voluto per portarlo alla ragione... Il povero La Torre ha dovuto riparare all'infermeria... Con un pugno gli ha prodotto una ferita di circa sette cen­timetri ed un dente spezzato.

DESIDERIO                  - La Torre al bandito?

DE SIMONE                  - No, il bandito a La Torre!

DESIDESIO                   - (sorpreso) Il bandito a La Torre? (cinico) Povero La Torre! (breve pausa) E' scivolato, La Torre?

DE SIMONE                  - (masticando male) Già! E' scivolato!

DESIDERIO                  - Quanto mi dispiace! A quanti rischi vanno incontro questi no­stri agenti. Vero, signor vice? Bisogne­rebbe far loro un monumento in ogni strada e piazza.

VICE QUESTORE        - (con stoicismo) Vittime del dovere!

DESIDERIO                  - Proprio: vittime del do­vere! Povero La Torre!

VICE QUESTORE ¬†¬†¬†¬†¬†¬† - Intanto, signor Pellegrino, per sua soddisfazione, andiamo insieme dal bandito Leone; poi se ne andr√† tranquillo a casa sua, nessuno pi√Ļ le far√† del male.

DESIDERIO                  - No, grazie. Ci vada lei da Leone, signor vice. Io resterò qui, vigilato se crede, ma lontano da quel diavolo. Magari scappa ed io dovrò re­stare qui come pegno, fino quando non lo avranno ripreso. Se ne assicuri lei; poi, con un bel lasciapassare, mi faccia accompagnare a casa. Se non le dispiace, avrei un desiderio... se vuole accon­tentarmi.

VICE QUESTORE        - Dica pure, dica.

DESIDERIO                  - Vorrei vedere La Torre!

VICE QUESTORE        - La Torre?

DESIDERIO                  - Sì! Per un senso di uma­nità. Mi spiacerebbe andar via di qui... senza vedere La Torre. Sono desideroso di vedere come l'ha conciato quel delinquente.

VICE QUESTORE        - Ma certo! (a De Simone) Dov'è La Torre?

DE SIMONE                  - All'infermeria, nel re­parto chirurgia.

DESIDERIO                  - (intimamente soddisfatto, ma fingendosi commosso) Mio Dio!... Nel reparto chirurgia? Una ferita di set­te centimetri?

DE SIMONE                  - E un dente spezzato!

DESIDERIO                  - (sospirando) Eh! Signor vice, lei aveva ragione poco fa. E' pro­prio vero, sa? La giustizia deve fare il suo corso, (mentre il Vice Questore lo invita a seguirlo, cala la tela).

FINE DELLA FARSA

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