Quell’angelo azzurro che si chiama TV

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di Franco SIMONGINI

e Maurizio COSTANZO

da IL DRAMMA - Anno 44 - n. 2 - Novembre 1968

PERSONAGGI

IL REGISTA

IL FUNZIONARIO

IL TRUCCATORE

LA SARTA

L'ASSISTENTE DI STUDIO

LA SEGRETARIA DI EDIZIONE

IL PROFESSORE

1° CAMERAMAN

2° CAMERAMAN

3° CAMERAMAN

VOCE DEL DIRETTORE GENERALE

CORO

Ad apertura di sipario luce di ribalta su dieci attori. Sono: il regista - il funzionario -il truccatore - la sarta - l'assistente di stu­dio - la segretaria di edizione - il profes­sore - tre cameramen. I dieci attori riman­gono immobili qualche secondo. La colonna musicale è avvertita da lontano, si suggerisce una musica tipo spiritual. Ad uno ad uno, i dieci attori cominciano a parlare, lentamente, rimanendo schierati. Le loro voci hanno toni da   « Spoon-river ».

Funzionario.            Aveva una fama internazio­nale...

Assistente.     I suoi saggi erano stati tradotti in tutto il mondo...

Segretaria.    Docente universitario... amato e temuto dai suoi allievi...

Regista.          Popolare fra gli studiosi per il suo acume... per la sua limpidezza nelle tesi...

Truccatore. Ma un giorno il luminare fu chiamato...

Sarta.             Qui è la RAI, Radio Televisione Ita­liana... per una cultura di massa avremmo pensato che lei...

Un Cameraman.        E l'illustre professore...

Regista.          Accettò?

Tutti.              Egli  accettò...

Regista.          Ma da chi venne  l'offerta?

Tutti.              Dal  signor Direttore  Generale...

Regista.          Ma come andarono le cose?

Tutti.              Adesso vedremo.

Regista.          E il signor professore? E l'insigne studioso?

Tutti.              Divenne un cialtrone.

(Buio).

Al buio per qualche secondo si deve ascol­tare solo la colonna musicale: si suggerisce una musica beat. Fuori campo la voce del Direttore Generale.

Voce del Direttore Generale. Tutto il suo lavoro sarà ripetere davanti alle tele­camere quello che dice, più o meno, ogni giorno dalla cattedra universitaria. Natural­mente l'esposizione dei fatti, delle vicende, la spiegazione di determinati fenomeni, storico-economico-sociali, dovrà essere fatta usando un linguaggio semplice, piano, per­ché deve considerare che è stato accertato che il livello culturale del nostro pubblico televisivo è pari a quello di uno studente di terza elementare. Ma lei saprà cavarsela benissimo. Auguri, professore!

All'ultima battuta del Direttore Generale aumenta il volume della colonna musicale e si illumina la scena. La scena rappresenta uno studio televisivo. Da una parte l'angolo che sarà ripreso: una cattedra, una lavagna e la scritta « Una cattedra per voi ». Dall'altra parte una cabina di regìa molto stiliz­zata alla quale si accede attraverso una im­pervia scaletta in ferro. Alcuni praticabili sui quali sono sistemati i riflettori che devono illuminare la scena. Nella scena rivediamo tutti i dieci attori che abbiamo visto all'inizio. Si muovono contemporaneamente: il regista parla con la segretaria di edizione, i cameramen armeggiano intorno alle tele­camere, l'assistente di studio in camice bianco « aggiusta la cuffia. Sarta e truccatore siste­mano altre cose. Di quinta, preceduto dal Funzionario, entra il Professore. Il Profes­sore è evidentemente frastornato, indossa un abito blu con camicia bianca. La colonna musicale prosegue ed ha inizio il primo bal­letto, il balletto delle strette di mano: preso per un braccio dal Funzionario, il Profes­sore viene portato da tutti i presenti e stringe ad ognuno la mano. Quindi è sistemato da­vanti alla cattedra. Rimane immobile, con espressione da busto al Pincio. Non sa cosa fare. Si guarda intorno. L'assistente di studio si avvicina e le tocca il volto come se lo mettesse in posa. Il Professore, a riflesso condizionato, sorride come se, da un mo­mento all'altro, dovessero scattargli una fo­tografia. Si avvicina al Professore l'assistente di studio con un grande questionario.

Assistente.     Dovrei, se mi permette...

Professore.   Dica...

Assistente.     Riempire il questionario Z 824 per le persone di cultura elevata ingaggiate dalla nostra TV...

Professore.   Allora?

Assistente.     Più in qua...

L'assistente indica al professore che deve farsi un po' in avanti. Cominciano a par­lare, ma parlando per evitare il costante andirivieni degli altri nello studio, vanno su e giù come se stessero ballando un cha cha cha.

Assistente.     Manifesti contro la fame, la guerra e la violenza?

Professore.   È necessario?

Assistente.     Sarebbe meglio...

Professore.  Diciamo di sì...

Assistente.     Ottimamente... la verità...

Professore.  Mi chiede troppo...

Assistente.     Speranze?

Professore.  Vaghe... forse dimagrire...

Assistente.     Ma lei...

Professore.   Sappi che io non sono ebreo, non sono pederasta, non sono comunista, non sono perseguitato, non sono ex combat­tente, non sono grande amatore, non sono neppure impotente, non sono figlio unico, non sono invalido né di guerra né del la­voro, non sono né bello né brutto... per favore, signore... il questionario io non posso riempirlo... abbasserei la media dei nuovi ingaggiati dalla tv... quelli di cultura ele­vata, no?

Il regista ha adesso in mano una frusta che ogni tanto fa schioccare, si volta e, con voce isterica e stridula, grida:

Regista.          Da dieci anni facciamo televisione e ancora non lo sappiamo... non lo sap-pi-a-mo.. questa è la verità... mi dica. Profes­sore... mi dica lei se lo sappiamo...

(Il Pro­fessore si stringe nelle spalle)

Il bianco spara!!! spara!!! truccatore, costumista, assi­stente di studio... è mai possibile che dopo tremilacinquecentoventiquattro programmi an­cora non si sia imparato che il bianco della camicia spara? Via... via... rapidità... scat­tare!!! cambiare camicia all'illustre... velo­cità... culi di pietra!

Mentre il regista, assumendo sempre più ac­centi militareschi, continua ad impartire or­dini, ha inizio, mentre riprende la colonna sonora, il balletto della camicia azzurra. Due cameramen immobilizzano, come infer­mieri, il Professore. La segretaria di edizione gli toglie la giacca. L'assistente di studio gli toglie la camicia bianca. La sarta infine gli infila la camicia azzurra. La segretaria di produzione gli rimette la giacca. Il regista, più distante, osserva la scena. Due tecnici in un angolo, come appartenenti ad una tribù, danno fuoco alla camicia bianca.

Regista.          Ecco, adesso sì...

Tutti.              Oh... adesso sì...

Regista.          Ma...

Tutti.              Ma...

Regista.          E il truccatore? Il beauty... dove sta? (Buio).

Si riaccende la luce ed è illuminato soltanto un angolo dove il truccatore ha fatto sedere il Professore ed ha cominciato ad armeggiare intorno al suo viso. Si ascolta la voce fuori campo del Professore.

Professore.   Il truccatore con la sua ma­nina delicata mi spalmava una crema bianca e densa sul viso, mi massaggiava, mi dava schiaffetti sulle guance, sul collo, sulla fronte. E poi con una nappetta di piume mi incipriò tutto di giallo... i miei capelli erano male brizzolati per il video, perché tutto il sale e pepe era ai lati... ma adesso anche il sale e pepe era sistemato... che ver­gogna profonda tra le mani di questo perdi­giorno... non avrà neppure la licenza media ed io...  io... io... 

(Buio).

Al riaccendersi della luce il Professore è se­duto dietro la scrivania. Le telecamere gli sono dappresso. Tutti sono indaffarati. Il Professore si guarda intorno con Paria di non sapere cosa dire. Il regista grida.

Regista.          Dica qualcosa Professore... è una prova!

Professore.   Cosa devo dire?

Regista.          Quello che le viene in mente... senza preoccuparsi... dica quello che sta pen­sando...

La breve battuta del Professore deve essere pronunciala con il tono di chi stia effettiva­mente spiegando un passo di storia.

Professore.   Signore e signori buonasera. Vi invito ad ascoltarmi sin tanto che non sarò anche io vittima e strumento del siste­ma... siate così cortesi di rendervi conto che esistono vocazioni e predestinazioni... io non avevo vocazione al mezzo...

Regista.          Stop!

Professore.   Possotacere?

Regista.          Prego... adesso si allontani... dob­biamo sistemare le luci...

Professore.   Dove vado? Non sono pratico...

Regista.          Dove vuole...

(Buio).

Si accende solo la ribalta dove stanno pas­seggiando sotto braccio il Professore e il Funzionario.

Funzionario.            Caro, caro, caro il nostro Pro­fessore... Ma lo sa che il signor Direttore Generale ha voluto che io seguissi di per­sona questa sua prima esperienza televisiva?

Professore.   Troppo buono il signor Diret­tore Generale.

Funzionario.            Buono? Lei... forse si lascia... ma non mi faccia dire...

Professore.   No, dica... dica...

Funzionario.            Lei non ci crederà ma... (Am­micca verso l'alto)  è un despota... io posso dirlo... perché sapesse! Posso aprirmi ad una confidenza?

Professore.   Dica...

Funzionario.            Il mio, illustre Professore... il mio, è stato un viaggio costellato di mille amarezze... fui primo nel corso per i nuovi funzionari, sono l'ultimo, oggi... sognavo, aspiravo, desideravo un bel teleromanzo in otto puntate... o anche la rivista, perché no? Senza offesa per nessuno... una bella rivista in quindici puntate... vedevo già il mio nome tra i titoli di testa: delegato della produ­zione... e invece cinque anni a « Telescuo­la »... compiti culturali, non dico di no... ma sapesse lei... a vedere i miei colleghi con la Pavone e la Mina e il Celentano e il Lupo... Le mie amiche che dicevano alla mia signora: « Dì a tuo marito se ci porta un autografo del Corrado. Saranno amici, no? Non ci hai detto che il tuo Gino. che poi sarei io, lavora in tv? » e io... che vuole? Potevo giusto por­tare un autografo dell'insegnante di scienze...

Professore.   Vedrà... spesso bisogna saper aspettare...

Funzionario.            Aspettare? Dopo « Telescuo­la »... tre anni alle trasmissioni in lingua te­desca per le minoranze... meglio, molto me­glio se mi avessero fatto saltare come un traliccio...

All'improvviso un salto di luce. I due si guardano intorno non comprendendo cosa stia succedendo. La voce fuori campo del Diret­tore Generale seccamente grida.

Voce del Direttore Generale. Funzionario!

Funzionario.            II mio illustre Professore... il Signor Direttore...

Voce del Direttore Generale. Da domani alla tv degli agricoltori...

Il Funzionario, trascinando i piedi, con lo sguardo smarrito si avvia verso l'uscita in prima. Il Professore sempre in ribalta lo guarda attonito. Dalla quinta entra il re­gista trafelato.

Regista.          Ma Professore, dov'era? Dobbia­mo continuare le prove...

Il regista tira per un braccio il Professore che però indica il Funzionario il quale era rimasto di spalle al pubblico a gambe diva­ricate. Mentre gli altri due lo osservano in silenzio, il Funzionario estrae lentamente una pistola e sempre lentamente la porta alla tempio. Una secca detonazione e il funzio­nario stramazza al suolo. Il Professore ri­mane inebetito e guarda il regista. Quest'ul­timo alza le spalle e dice.

Regista.          Succede... qui... ma andiamo. Pro­fessore...

(Il Professore ferma per un braccio il regista).

Professore.               Senta, volevo chiederle una cosa...

Regista.          Riguardo a quello là?

Professore.   No, non so neppure chi sia...

Regista.          E allora?

Professore.   Lei pensa che sia giusto che io...

Regista.          Perché lei no e altri sì?

Professore.   Ma io avevo altre ambizioni... ho una moglie... due figli... una famiglia vera... altre strade...

Regista.          E cosa crede che non avevo anch'io altre strade? Che non avevo anch'io una famiglia? E le ambizioni? Ma stia zitto...

Professore.   Se sono ancora in tempo, dico di no...

Regista.          Bravo, per pentirsi domani... per soffrire d'invidia nei confronti di un collega che accetterà...

Professore.   Ma perché proprio io?

Regista.          E non è contento? Avrà un alibi... dirà che per colpa di questi impegni i suoi studi...

Professore.   Lei quindi crede che...

Regista.          Ma sì... meno scrupoli... è tutto inutile...

Professore.   Che figura farò agli occhi dei miei colleghi?

Regista.          Una figura di merda.

Professore.  E il  Direttore  Generale?

Regista.          Losapeva anche lui...

Professore.   Che io?

Regista.          Che  lei  avrebbe fatto una figura di merda...

Professore.   Però...

Regista.          Niente però... ne ho viste di peg­giori.

Riprende la colonna sonora. Luce nello stu­dio. Il Professore è passato ancora una volta, al ritmo della colonna sonora di mano in mano. È questoil balletto dell'ultima prova. Mentre il Professore passa dalle mani del truccatore a quelle della sarta e così via in un crescendo sempre maggiore, il regista fa schioccare la frusta nell'aria e impartisce ordini come un domatore da circo.

Regista.          E allora avanti Professore... non pensi più a niente...  forza...  pronti  con la uno, con la due e con la tre... via il lucido dalla fronte del professore, op... via la la­vagna... troppo didascalica... avanti... otto milioni di persone ci aspettano davanti al video... pronti con i titoli di testa op... il Professore è comodo? Il professore conosce la lezione? E allora via... via... pronti... op...

Il Professore siede dietro le telecamere. Le luci sono tutte su di lui. Sorride e ha inizio la trasmissione.

Professore.   Signore e signori buonasera... (Buio).

Durante il buio lungo applauso. Luce di ri­balta. Il Professore cammina in ribalta men­tre è inseguito da voci che gli arrivano dall'alto. Lui cerca la provenienza di queste voci tenendosi la testa tra le mani.

Voce1.           Bravo... bravissimo gradimento al­tissimo...

Voce2.           Plauso delle sinistre per la nuova trasmissione culturale...

Voce3.           Vergogna! Uno scienziato come lui...

Voce4.           Professure l'agghiu vistu in tv... come era simpaticu...

Voce5.           I suoi allievi... i suoi allievi...

Voce 6.           Alberto Lupo ha preso la cattedra del Professore ah... ah... ah...

Voce7.           Il Professore farà dei film con Al­berto Sordi...

Voce8.           Farà anche dei Caroselli per una enciclopedia... ah... ah... ah...

Voce9.           Ma la moglie?

Voce10.         La popolarità... l'hanno visto a cena con una annunciatrice...

Voce11.         Ma i figli?

Voce12.         Ogni giorno ha il massaggiatore a casa...

Voce13.         No, il professore adesso è occu­pato, sta facendo il servizio fotografico per Grand Hotel...

Tutti.              Vergogna... vergogna... vergogna...

La risata, come incubo onirico, aumenta a di­smisura e il Professore cade in ginocchio. Di lato entrano cinque persone nascoste dietro altrettanti piccoli televisori.

Coro.              Tucon la tua ingordigia ogni cosa trangugi ed essi con la loro divorano sì, che la gola non si trova più tra i sette peccati mortali...

Professore.  (ha un fascio di luce sul volto)  Mi fanno ridere. Non credi più a niente, di­cono. Non credo più a niente, dico. Credo alla mia faccia. Alla mia stupida, vuota, bolsa faccia di cinquantenne smerdato di belletto. Come dicono loro, i miei nemici. Credo alla mia faccia e alla morte. Almeno è qualcosa. Credo alla morte e alla mia faccia televisiva. Mi fanno ridere i colleghi, i professori, i let­terati, i cacastracci: costruiscono parole su montagnucole di sabbia. Sarei dunque un mercante fallito che adocchia la prima chiesa per balzarvi dentro? E non loro; con le frapperie e teologismi, il loro correr dietro impa­ludati alle coglione Muse? Come se qualcu­no, lardelloso e pigro, col manicotto im­merso nel pelago laudato del denaro, cre­desse più alle Muse. Alle coglione Muse. Di­cono, la vanità mi ha distrutto. Perché? Se nascessi invece proprio ora ad una nuova vita? Se la strada giusta, del futuro, fosse proprio quella televisiva?

Coro.              Tufino a un ago rubi, ed essi fino al sangue furono, riguardando il luogo dove fanno i furti, come lo riguardi tu: essi sono liberali nella maniera che diranno i servitori e i sudditi loro a chi gliene domanda, e tu sei cortese come possono giurare quegli che si arrischiano a toglierti qualunque cosa che tu. ti tenga fra l'unghie.

Professore.   Ormai chi legge più i libri? Il romanzo è morto, la poesia è morta, la so­cietà è corrotta, dicono. L'uomo si crea una altra sensibilità, un rinnovellato fascio di nervi, il cervello del duemila; perché godere leggendo un libro, osservando un quadro? Che razza d'emozione estetica è codesta? Non è forse più arazzante, più moderno, più connaturale al sangue che ci bolle dentro nelle vene pigiare una tavoletta col piede destro e correre a perdifiato a rompicollo? Nulla cambia o può mutare, truffati e truf­fatori, soltanto la mia faccia, ahimè, scen­derà nel buio antro del frantoio. Successo e denaro, dunque, e subito: fuoco e fiam­ma, gigli e rose. In qualunque modo vada. E all'amore, perché non credere all'amore, al sesso farneticante, alle donne polpacciute piuttosto che alle coglione Muse.

Coro.              Tusei sì lussurioso, che ti corrompi fin con te stesso, ed essi usano senza punto di vergogna con le medesime carni; la tua presunzione avanza quella degli sfacciati e la loro quella degli affamati; tu sei sempre pieno di lordezzo, ed essi sempre carchi di unguenti...

Professore.   La tivù ci salva, la tivù ci li­bera dal male, la tivù ci dà l'anima e la gioia, la tivù pensa per noi. la tivù prega per noi, vota per noi, la tivù ci fa riposare il pomeriggio e dormir presto la sera, la tivù è il nostro pane quotidiano; la tivù è la no­stra morte. La morte, la morte che fa paura, la morte che s'avvicina barzotta barzotta, la morte che toglierà alla mia faccia zibetto menta ed ermellino, il mio volto corroso nello specchio gigante a perdifiato del video nostro quotidiano.

Coro. I            l tuo volubile aggirare non trova mai luogo e il tuo cervello stabile come un torno; i tuoi scherzi sono il gioco del popolo e le loro materie il riso del mondo; tu sei fasti­dioso, ed essi importuni; tu temi ognuno, e fai temere ciascuno, ed essi a tutti fanno paura; i tuoi vizi sono incomparabili, e i loro inestimabili.

Professore.   (con aria estatica) Mi rimar­ranno però sempre nella fantasia quelle luci rosse delle telecamere, quell'accendersi di tre luci, alternativamente, in tre punti diversi, che gli occhi dovevano seguire, in maniera tempestiva e sincrona, quelle lucciole scar­latte che volteggiavano di qua e di là, come su prati falciati di fresco d'estate, con le stelle che brillano a manciate su nel cielo e la luna che si gonfia, a mano a mano, come un pal­lone e il profumo di fieno che s'alza dalla terra e le lucciole sono gli unici esseri viventi. mobili, leggerissimi che insieme al cri-cri dei grilli dànno anima alla natura, quelle lucette rosse che il mio occhio non abbandonava un attimo, quasi a ritmo di balletto, mentre la memoria e l'intelligenza rac­coglievano le parole e le gettavano dalle labbra, davano fiato ai polmoni che ansimavano sulla scia di quelle luci rosse, meravigliose, « uno », « due ». « tre », nello « Studio tre » verniciato di fresco e illuminato da cento lune piccole e voraci...

Franco Simongini e Maurizio Costanzo

Copyright 1968 by Franco Simongini

e Maurizio Costanzo)

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