Quoat-Quoat

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IL VIAGGIATORE SENZA BAGAGLIO

QUOAT-QUOAT

Due parti

Di JACQUES AUDIBERTI

Titolo originale: QUOAT-QUOAT

Versione italiana di Ivo Chiesa

PERSONAGGI

AMEDEO

IL CAPITANO

CLARISSA

IL GENDARME

LA MESSICANA

LA SIGNORA BATRILANT

Commedia formattata da

PARTE PRIMA

(La cabina di un vascello Secondo Impero. Inta­volali giallo-biondi. Il disco bluastro dell'oblò corri­sponde al cerchio bianco di un salvagente su cui si legge il nome della nave, Mirmidone. Un rigonfia­mento dell'intavolato denuncia la consistente pre­senza dell'albero maestro. Un ritratto di Napoleone HI fa bella mostra dì sé. Siti tavolo sono posati dei libri, degli strumenti, una zappa.

Al elevarsi del sipario un giovanotto   (Amedeo) sta disfando le sue valige. Ardente e maldestro; cantic­chia. Qualcuno bussa alla porta...)

Amedeo                        - Un momento!... Avanti.

(Entra il Capitano; porta un largo berretto foderato in bianco, ha dei favoriti folti e tagliati a punta, una grande medaglia pendente da un nastro color cielo).

Amedeo                        - Vi prego, Capitano... Vi prego... Sedete.

Il Capitano                    - (tenendo in testa il suo berretto ed esprimendosi molto untuosamente) Caro signore, mi sono permesso di venire a presentarvi i miei osse­qui. Avete potuto accomodarvi convenientemente? Noi abbiamo fatto del nostro meglio.

Amedeo                        - Sto veramente bene. E' un incanto. Non mi dispiacerebbe affatto di passare tutta la mia vita in questa cabina così graziosa.

Il Capitano                    - E' la sua prima traversata?

Amedeo                        - E' la mia prima traversata. Io sono un archeologo. E vado al Messico dove mi attendono cer­te ricerche scientifiche, degli scavi...

Il Capitano                    - Caro signore, sono stato informato ufficialmente sull'esatta natura della vostra missio­ne. Voi andate al Messico in qualità di agente se­greto del governo francese. Con l'incarico di recupe­rare quel complesso di preziosi che è conosciuto sot­to il nome di tesoro di Massimiliano. Prima di peri­re, lo sventurato Massimiliano riuscì a nascondere il forziere che contiene questo tesoro, in cifra tonda dieci milioni circa, tra cui figurano, per una parte considerevole, le sovvenzioni del governo francese. L'impresa in cui voi vi impegnate è audace. Dovrete vincere, non soltanto la diffidenza delle autorità, la ostilità della popolazione, ma anche un clima selvag­gio e l'aridità di quei luoghi. Il vostro coraggio ono­ra l'intero paese. Permettetemi, vi prego, di stringer­vi la mano.

Amedeo                        - La stima di un uomo come voi mi è infinitamente preziosa, Capitano. Se fosse necessario mi conforterebbe: ma, a dispetto delle apparenze, il mio compito non s'annuncia così terribile. Poiché sono effettivamente diplomato della Scuola dei con­servatori di museo e laureato della Società di Geo­grafia, mi sarà assai facile passare per un archeolo­go. Insomma, non avrò che da recitare la mia vera parte... Certo, l'antichità americana mi appassiona. Ho persino scritto due opuscoli sul dio Quoat-quoat. E' una materia così ricca, così nuova! Credetemi... l'America rimane ancora da scoprire. Quando arri­veremo a Vera-Cruz?

Il Capitano                    - Il Mirmidone è un eccellente bat­tello. Il lino delle sue vele è bianco quanto può es­sere nero il carbone delle sue stive. Con la grazia di Dio toccheremo la Martinica entro tre settimane. Quindici giorni dopo, voi vedrete le colline di sab­bia di Vera-Cruz. Ed ora vi lascio. Non dimenticate che noi pranziamo alle sei e mezza (cava il suo orologio) entro venti minuti cioè. Peccherò di immodestia se vi dirò che il nostro cuoco è uno dei mi­gliori del momento?

Amedeo                        - Una notizia incantevole. Sono goloso come un gattino.

Il Capitano                    - Ah, prima di andarmene, e in os­sequio al regolamento, io devo    - oh, una semplice formalità! io devo darvi lettura del paragrafo cen-tocinquantaquattro delle istruzioni generali per la navigazione di lunga corso. Queste istruzioni sono state confermate dalla legge del tre luglio cinquan­tadue e, più vicino a noi, da un decreto del luglio sessantaquattro. (Sfoglia un libro che ha cavato fuo­ri da una tasca) Brro... Brro... Brro... Ah, ci siamo... (Leggendo) « Il Capitano (indica sé stesso con una mano) il Capitano di una nave mercantile, entro tre ore dopo aver salpato, porta a conoscenza di qual­siasi individuo imbarcato come agente segreto dello Stato, co-me a-gen-te se-greto del-lo Sta-to, ma non appartenente ai quadri dell'armata regolare, della polizia o della gendarmeria, che l'anzidetto individuo è presunto essersi astenuto di. aver organizzato o fa­cilitato l'introduzione a bordo di qualsiasi persona di sesso femminile non iscritta nel registro passeg­geri». Questo stile amministrativo, eh? Vuol essere semplice, condensato, limpido. E riesce soltanto ad essere oscuro... «Inoltre, l'anzidetto individuo si asterrà dall'intrecciare con qualsivoglia viaggiatrice delle relazioni che potrebbero essere interpretate dal Capitano come suscettibili di compromettere il se­greto della missione dell'anzidetto individuo...

Amedeo                        - Dove volete arrivare? Sarei io l'indi­viduo?

Il Capitano                    - Non sono io che parlo. E' il Rego­lamento. Ma aspettate. Ora afferrerete... « Se si fos­se convinti che l'agente segreto ha trasgredito l'una o l'altra di queste disposizioni, spetterebbe al Ca­pitano, nella sua qualità di ufficiale strumentale, di far passare per le armi il delinquente, dopo aver ap­plicato su di lui, nel caso occorresse, il provvedimento disciplinare numero quattro». Il provvedi­mento disciplinare numero quattro, caro signore, con­siste nello strappo delle unghie. Ammetto volen­tieri che questo testo possa contenere di che sor­prendervi. Il mio dovere...

Amedeo                        - Se ho ben capito, mi si sospetta di aver portato con me, a bordo, una donna. In qual modo? Forse nelle mie valigie. Potete cercare. Ma cercate dunque!

Il Capitano                    - Questa donna finirà col denun­ciarsi da sola. Non si nasconde una donna facilmente come una malattia.

Amedeo                        - Questa donna? Ma di quale donna par­late

Il Capitano                    - Di quella stessa di .cui parlate voi, perdio!

Amedeo                        - Della stessa di cui parlo io? Ma chi è questa donna?

Il Capitano                    - La donna che voi avete imbarcato clandestinamente, via.

Amedeo                        - La donna imbarcata da me clandesti­namente? Ma io non ho imbarcato nessuno.

Il Capitano                    - Mi spiace sentirvelo dire. Ebbe­ne, sarà l'altra che si destreggerà in tal modo da farvi fucilare.

Amedeo                        - Sarà l'altra? L'altra che cosa?

Il Capitano                    - Evvia, l'altra donna! Non fate l'innocente.

Amedeo                        - L'altra donna?

Il Capitano                    - Ma si, quella con cui voi. intrec­cerete delle relazioni che... Insomma, vi ho appena letto il regolamento. Voi ne sapete quanto me.

Amedeo                        - E' insensato. Realmente, è insensato. Come! Per patriottismo, per,., devozione, per render­mi utile, per continuare la tradizione di una fami­glia di prelati e di ufficiali, io mi lancio in un'im­presa la cui temerità mi valeva un attimo fa le vo­stre felicitazioni, e ad un tratto, con un libro alla mano voi mi trattate da individuo, pariate di fuci­larmi, di strapparmi le unghie (si guarda le mani) arrivate persino a suscitare intorno a me delle don­ne, delle ombre di donne, pericolose, viscose. Così conviene trattare con un uomo della mia qualità?

Il Capitano                    - Signore, un battello è un mondo. Quando, come questo, va ad un tempo a vapore e a vela, quando trae la sua forza e la sua velocità, non soltanto dalla sua propria sostanza, ma anche da un'influenza esterna, utilizzando così due ordini di potenze che potrebbero essere antagonisti fra loro, e che in ogni caso differiscono stranamente nella lo­ro sostanza e nel loro procedimento, non si può fa­re a meno di ammirare l'utilità, dirò meglio: la mae­stosità, sì, la maestosità, delle formule che consegna­no le teorie matematiche la cui giudiziosa applica­zione determina la posizione di questa nave, la sua velocità, la sua stessa esistenza. Eppure son ben se­ve^ ed austere, queste teorie! Del pari, le disposi­zioni tanto minuziose che il Capitano di lungo cor­so dovrà osservare nei suoi rapporti con i passeg­geri, con l'equipaggio, con gli agenti, con i coman­danti di porto... ce ne sono pagine e pagine... potran­no talvolta sembrare superflue. Voi dichiarate abu­sive quelle che vi concernono. Ora, senza queste di­sposizioni, voi pensate che la minima vita sociale sarebbe possibile su questi continenti autonomi che sono le navi, tagliati dal resto degli uomini, abban­donati in piena immensità?

Amedeo                        - In linea di principio io sono piani mente d'accordo con voi, Capitano. Tuttavia, le di­sposizioni che mi concernono, come voi dite, io vi confesso che provo difficoltà a trovarle pertinenti. Strappare le unghie ad un agente segreto...

Il Capitano                    - Vedo: vi hanno colpito le unghie. Praticamente, dopo il Consolato non le si strappa più, per così dire. Ma il Capitano può sempre, se lo giudica opportuno, ricorrere a questa procedura.

Amedeo                        - ...strappare le unghie ad un agente se­greto, o fucilarlo, con il pretesto che è stato trovato in compagnia di una donna, allorché egli aveva for­se bisogno, per portare a termine la sua missione, del concorso di questa donna stessa, io vi assicuro che....

Il Capitano                    - Vi impedisco di continuare: la mia età mi autorizza a farlo. Ah, giovanotto! Giovanotto! L'intimità della coppia rode il nucleo dell'uomo. Prendete un'amante. Voi la chiamerete mio tesoro. E allora, addio il tesoro. Più rifletterete, più vi ri­sulterà chiaro, come a me, che il regolamento sembra fatto apposta per voi. Vi si adatta come un guanto, dalla testa ai piedi. Potete dire che vi va perfetta­mente!

Amedeo                        - In fin dei conti, Capitano, voi non mi sorveglierete durante tutta la mia missione. E laggiù, al Messico, grazie a Dio non dovrò lottare che con­tro l'ostilità normale del paese. Il vostro regolamen­to sarà soltanto un bizzarro ricordo.

Il Capitano                    - E' certo che una volta a terra voi mi sfuggite. Ma lasciatemi dire che sarebbe meglio se voi aveste accanto a voi, fino alla fine, un tutore.

Amedeo                        - Grazie, Capitano, grazie. Preferisco na­vigare da solo. Nel vostro regolamento, io non vedo che un testo senza portata pratica, buono tutt'al più a fornirvi gli elementi per uno scherzo più o meno spiritoso. Ma io voglio...

Il Capitano                    - Mio caro bambino, voi siete al principio della vostra vita. Se anche, fino ad oggi, il volto famigliare del mondo vi è apparso facile, sor­ridente, voi avreste torto di concludere che non sor­tirà mai la punta, la punta acuta, penetrante.

Amedeo                        - Stavo appunto dicendovi che voglio, per un attimo, prestarmi al vostro gioco. Ammetto dunque la realtà delle minacce del regolamento. In questo caso mi sarebbe proibito di parlare alle donne che sono a bordo .alle viaggiatrici, sotto pena di incorrere (fa il  gesto di chi spara) pan! pan!

Il Capitano                    - Il regolamento non dice nulla di simile. Ve lo rileggo ancora una volta.

Amedeo                        - Inutile. La mia memoria è eccellente. « E' proibito, all'individuo, di intrecciare, con que­sta o quella viaggiatrice, delle relazioni che potreb­bero essere interpretate come suscettibili... ».

Il Capitano                    - ...dal Capitano ...interpretate dal Capitano...

Amedeo                        - ...come suscettibili di compromettere il segreto della sua missione... della missione dell'in­dividuo. Allora, che alla vostra presenza una delle viaggiatrici del Mirmidone mi chieda l'ora ed io glie la dia, oppure ch'io raccolga il fazzoletto di un'altra, allora io sarei, per il mio disturbo, freddato, fatto fuori diciamo?

Il Capitano                    - Questo potrebbe accadere su una nave il cui capitano fosse pazzo.

Amedeo                        - Capisco bene, ma in fin dei conti - e sempre nell'ipotesi, ipotesi assurda, che voi arriva­ste a pretendere di applicarlo, questo famoso rego­lamento - il più resistente dei capitani può pren­dere un colpo di sole, di sole tropicale...

Il Capitano                    - Le vostre facezie mi costernano. Ci comprenderemmo meglio, vi assicuro, se voleste finalmente esser serio.

Amedeo                        - In breve, che garanzia posso avere io che i miei rapporti con una signora, anche i più mondani, i più superficiali, non avranno per me le peggiori conseguenze? E poi, non vedo davvero perché dovrei limitarmi a dei rapporti mondani e su­perficiali. Diavolo, ho ventisei anni! Ho degli occhi. Delle mani. E ciononostante, se io dessi un bacio, secondo voi dovrei morire! Le donne, mercè vostra diventano delle cagne arrabbiate, delle vipere. Vera­mente deplorevole!

Il Capitano                    - Voi parlate come se tutto dipen­desse soltanto dalle apparenze. Ma, per il demonio, prima di lamentarvi dell'ingiustizia aspettate che vi sia caduta addosso! Credetemi... O si è colpevoli, o non lo si è. Quando lo si è, si sente, si vede, neppur lo stesso interessato può ingannarsi. Voi non vi in­gannerete. Il bene e il male, il sentimento del bene e del male, è lì dentro che si fabbrica, (indica il ven­ire di Amedeo) Bisogna che ogni uomo elabori nel­la sua propria carne il bene e il male. Se gli uomini esistono, è per questo. Il regolamento esiste non tan­to per indicare quel che bisogna fare, quanto per mettere l'uomo in stato di processo con se stesso. Quanto a me, non sarebbe davvero valsa la pena di aver preparato il brevetto di capitano, d'essermi fat­to entrare nel cervello, oltre alle velature, quattro macchine, venti caldaie, altre due macchine per le pompe d'alimentazione ed un albero di quattromi­la tonnellate - proprio così, amico mio! e di aver compiuto centinaia di traversate, per non es­ser poi capace di distinguere tra un bacio che im­pegna soltanto delle simpatie carnali, bestiali... mi fate impiegar certi termini... tra un bacio, dicevo, e degli scambi e dei contatti che, anche più sottili e anodini - un lampo degli occhi, un fremito - ri­velerebbero una complicità profonda, perniciosa. Ma finiamola - volete? con questo capitolo irritan­te... Sono desolato di aver rattristato l'inizio del vo­stro viaggio. La campana del pranzo sta per suona­re. A bordo noi abbiamo delle donne incantevoli, so­prattutto delle creole. Vi piacciono le creole? Certe hanno gli occhi di un blu profondo e i capelli neri come il carbone. Abbiamo anche delle sudamerica­ne, la bocca piena di un mosto ardente, ed una com­merciante di Bordeaux. Essa rappresenta una ditta di alcoolici. Una donna con una personalità sua, in cui il prestigio dell'esperienza compensa, e supera, gli incanti dell'ingenuità. Che potrei dirvi ancora? La moglie del Commissario? La suocera del Gover­natore della Guadalupa? Ah, stavo dimenticando mia figlia. E 'come voi, la piccola.... E' al suo primo viaggio. Vedrete come si sa divertirsi, sul mare. Giure­rei che i valzer cominceranno da questa sera stessa (canticchia un'aria dì valzer) Preparatevi a volteg­giare.

Amedeo - Non mi sento molto disposto. Un ap­pestato, non dimenticate che io sono un appestato, un lebbroso. Che io abbia la sventura di lasciare un mio sguardo smarrirsi su una delle vostre creole...

Il Capitano                    - Ha ventisei anni! Tutti i piaceri, tutti i successi lo attendono. E lui fa il broncio! Ma, mio caro, voi state per essere il re! Tolti i compo­nenti l'equipaggio, voi siete il solo uomo a bordo, voglio dire il solo che sia giovane, brillante, disponi­bile. Io non conto, naturalmente, i dodici gendarmi, tredici con il loro sottufficiale, che abbiamo imbar­cati a Le Havre.

Amedeo                        - Dove vanno, questi gendarmi?

Il Capitano                    - Oh, da nessuna parte... Da nessuna parte... Non scenderanno a terra prima che la nave sia tornata a Le Havre. In famiglia, certo, essi po­tranno dire che hanno visto il Messico: ma l'avran­no visto senza toccarlo, dal fondo della rada. Sono degli eccellenti tiratori, scelti, appunto perché tali, un po' fra tutte le legioni di gendarmi. Oh, sono già intenti a pulire i loro moschetti: dai e dai, sputi e forza di gomiti...

Amedeo                        - Ma a qual servizio sono destinati?

Il Capitano                    - Ora vi faccio ridere! Poiché sia­mo marinai mercantili - cioè sprovvisti di qualsiasi arma tranne il vecchio pezzo da trentacinque che, teoricamente, dovrebbe permetterci di chiamar soc­corso in caso di naufragio - siamo costretti ad im­barcare dei gendarmi per... pan! pan!... insomma, voi mi capite... per la piccola... per la piccola ce­rimonia, diciamo...

Amedeo                        - Decisamente, Capitano, io non andrò a pranzare né a ballare il valzer. Ballare il valzer! Io sono molto più giovane di voi, ma non posso ammettere che mi prendiate per uno stupido. Può darsi che tormentare i novizi sia un uso della marina: ma io viaggio come passeggero e credo d'aver di­ritto a dei riguardi. Vi prego di provvedere, Capita­no, a che mi si serva qui.

Il Capitano                    - Voi siete mille volte più difficile da guidare di un transatlantico, più ombroso, sì. Do­dici gendarmi non hanno mai fatto paura a nessuno, almeno fra gente onesta. Alla fine i vostri sospetti potrebbero offendermi. Non sono un orco. E non lascio andare i colpi di fucile come dei peti.

Amedeo                        - Capitano, ho dei documenti da ordina­re. Pretenderei troppo se vi chiedessi la libertà di farlo?

Il Capitano                    - Dei documenti! da ordinare! Ma avete venti giorni davanti a voi, andiamo. Mio caro amico, come potete vedere in me un nemico, un car­nefice? Vorrei essere io al vostro posto: lanciarmi, proprio come voi, per la prima volta sulle acque. Di solito, voi l'immaginate facilmente, io mi astengo dal vantare ai .clienti della Compagnia ì piaceri dei viaggio. Per questo, ci sono le cartoline pubblicitarie. Ma come potrebbe resistere, un vecchio albero maestro come me, al paterno desiderio di dire - a voi così giovane, così vivace, così coraggioso - di ripetervi anzi, che non bisogna rattristare d'un umore cattivo la festa che inizia, le vostre nozze col mare. Una tra­versata come questa che intraprendete è una pagina strappata all'eternità. E' un'eternità particolare, co­me un battello in sé stesso è un mondo, un nuovo mondo. Per scoprire il nuovo mondo, Cristoforo Co­lombo non ebbe che da salire sul suo vascello. Quello che accade su una nave veloce come la nostra sfug­ge alla tetra fissità che, nelle città e nei paesi, vi in­chioda, istante per istante, alle vostre preoccupazio­ni. La velocità di un battello come il Mirmidone spar­paglia e manda in polvere quell'ombra tenace che, sulla terra, blocca gli oggetti, li appesantisce, e, insomma, li « compone ». Qui. ogni oggetto, anche il più umile, fila a quattordici nodi. Questo tavolino vola. Proprio questo tavolino, sì. Tra due continenti vola, come vola l'aquila stampata sui bottoni da pol­so del sovrano, senza che debba, neanche una vol­ta, agitare le sue ali. Noi tutti scivoliamo, vertical­mente sospesi. Le nostre ali ci portano e il cielo, striato come uno sgombero, con le sue code da giu­menta e i suoi baffi da gatto, e il mare che non cessa di aprirsi e chiudersi come un fiore, il cielo e il mare si mettono d'accordo per formare una specie di chitarra o di limpida gondola che si sposta con noi. Un battello è sempre più grande di quel che sembra. E' il centro d'uno spazio chiuso di mare e di cielo. E' soltanto guardando la spuma della scia che vi ac­corgerete della sua mobilità, della sua velocità. Ma se voi vi intestate, e rimanete in cabina, non sapre­te nulla della vostra fortuna. Non conoscerete il ven­to che parla, né l'acqua fredda che brucia, né il si­bilo bisbigliato dalle sartie dell'albero di mezzana legato al parrocchetto, né il sapore inglese del va­pore rovesciato indietro a tutta forza. Se rimanete in cabina, non conoscerete il colore giallo o verde, pupilla di tigre, delle creole viste da vicino, né il blu elettrico dei capelli delle messicane, né le cavi­glie delicate, né i piccoli seni di... (Giunge un qual­che rumore) Che cos'è? Forse avete nascosto una donna nel tramezzo?

Amedeo                        - Capitano!

Il Capitano                    - Ho capito. (Indica una parete) E' il vostro vicino che si sistema. Il vostro vicino, o meglio la vostra vicina, quella signora di Bordeaux, appunto, che lavora nei liquori. (Indica la parete opposta) Da questa parte, voi avete la giovane mes­sicana. Così, da qualsiasi parte vi giriate per dor­mire    - o per non dormire... voi avete proprio ac­canto a voi, di che sognare. La parete si apre. Il brillio di una spalla. Poi una gamba le si aggiunge. Forse, dannato ragazzo, perché la parete s'apra davvero, basterà piegare l'indice e picchiare sul legno: pan!... pan!...

Amedeo                        - Pan!... pan!... E così, dopo...

Il Capitano                    - (alzando le spalle) Pan!... Pan!... Pan!...

Amedeo                        - Voi siete un uomo inquietante.

Il Capitano                    - Voi siete inquieto?

Amedeo                        - Non ho paura. Ho paura, semplicemen­te, che voi vi divertiate a farmi paura. Il vostro modo di .comportarvi è singolare.

Il Capitano                    - Suvvia! Abbiamo chiacchierato ab­bastanza. (Sta per uscire, ma incespica) Ancora que­sto sporco gatto! Micio! Micio! E' il gatto della mia bambina. Non dev'essere lontana.

(Entra Clarissa, giovinetta Secondo Impero, vivace e verginale a piacimento).

Clarissa                         - Babbo, non avete mica visto il mio piccolo girandolone ?

Il Capitano                    - Niente mi dispiace più di vedere degli animali passeggiare per la nave. Il regola­mento li tollera, d'accordo: ma finiranno per farmi ammalare. Micio m'ha fatto paura.

Clarissa                         - ; Anzitutto Micio non è un gatto, papà. E' un demonio. Ma guardatelo! Ora va a cacciarsi nella valigia! Micio brutto farfallino ineducato! Aspetta un po': se ti prendo... (Insegue il gatto. Qual­che carta vola via).

Un Marinaio                  - (presentandosi) Capitano! Capita­no! C'è il macchinista che mi manda a dirvi così che la terza caldaia ha un buco tale che ci passe­rebbe una muta di pescecani. E poi c'è il nostromo che mi manda anche lui a dirvi così che il fiocco di trinchetto s'imbroglia per via che c'è troppo ca­lore, e che la corda è un po' grossa.

Il Capitano                    - (Verso Amedeo) Questa combina­zione ha i suoi vantaggi, certo, ma ha anche i suoi inconvenienti. La vela e il motore si aiutano reciprocamente, ma quando presentano delle avarie si­multanee il povero Capitano deve tagliarsi in due (esce e subito rientra) nel senso dell'altezza, s'inten­de (esce).

Clarissa                         - Ci siamo! Micio se l'è svignata fra i polpacci di papà. (A Amedeo) Vi prego di scusar­mi, signore, per questa intrusione. Ma... Come... sie­te voi?... Che sorpresa!... Che meravigliosa sorpresa!

Amedeo                        - Clarissa! Clarissa!

Clarissa                         - Clarissa! Clarissa! E sì, è proprio Clarissa, e ben pronta a sgridarvi forte forte. Ora vi tengo e non vi lascerò andar via. Come! Vostra sorella e voi, non una parola, non un cenno, in due anni... Non avete saputo scrivermi una parola, né farmi un cenno. E così. Versaglia, il cavallino che trottava, pan!... pan!... pan!.... la marmellata, le partite a dama, tutto dimenticato, finito, annullato? Siete due bei cosini, tutti e due, sapete? Ma an­diamo per ordine. Come sta Teresa?

 Amedeo                       - Mia sorella sta benissimo. Si sposò l'estate scorsa: vi avvertimmo.

Clarissa                         - Mi avvertiste, ed io risposi. Oh, avete un bel essere solenne come un albero maestro, Ame­deo caro: non mi smonterete. Noi tre abbiamo vis­suto troppe giornate liete perché possano impor­tarmi i vostri passati remoti. Ad essi io oppongo risolutamente il nostro passato semplice, così semplice, così fiducioso. All'epoca del matrimonio di vostra sorella, avevo lasciato le suore del Rosario di via Monsieur, e vivevo a Le Havre, in albergo, con papà, o meglio, aspettando papà. Papà arriva. Papa parte. Non ha che me, papà. Io non ho co­nosciuto la voce di mia madre. Io non ho madre. Ho pensato tanto spesso alle nostre belle domeniche di Versailles, di Bellevue. Voi eravate i miei cor­rispondenti, come diceva la Superiora. Mi pare an­cora di vedervi, Amedeo, con una zappa alla cin­tura. Cercavate, nella terra, sotto gli alberi, dei rasoi preistorici, i registri in pietra da taglio dell'uomo primitivo. Vi ricordate? (una pausa). Ma infine, Amedeo, vi faccio forse paura? Mi riconoscete, o non mi conoscete affatto?

Amedeo                        - Vi riconosco perfettamente, Clarissa. Ma questo incontro è così sorprendente! C'ero così poco preparato... ,

Clarissa                         - Voi mi fate molto infelice, mio pic­colo Amedeo. Io pensavo, sempre, che quando ci saremmo rivisti non avreste avuto abbastanza brac­cia per saltarmi al collo. Quando penso che ab­biamo fatto insieme tante passeggiate, tanti, scherzi! Valeva proprio la pena! Avevamo persino cominciato un erbario. Spero vi ricordiate almeno di questo.

Amedeo                        - Ammiro la vostra sicurezza. Un er­bario! Perché non un museo?... Non arrivammo al di là di un fiore.

Clarissa                         - Un fiore di ciliegio.

Amedeo                        - Che? Un fiore di ciliegio? Era un fiore di melo. Il melo della strada di Bellevue non me l'aveva dato. Glielo avevo rubato. E come avrebbe potuto difendersi? Quel fiore, poi, ve l'ho dato. Che cosa ne avete fatto?

Clarissa                         - Un fiore di melo, strappato dall'al­bero, non è capace di arricchire della più piccola mela l'umanità, neppure di una goccia di sidro. La­sciamo queste sciocchezze.

Amedeo                        - E' veramente strano che non vi siate neppur ricordata che si trattava di un melo.

Clarissa                         - Il vostro fiore di melo l'ho sempre con me, scioccone! Lo tengo in un libro.

Amedeo                        - Il libro protegge il fiore e il fiore giu­stifica il libro.

Clarissa                         - Voi parlate come un libro... Ebbene... Insomma... Ecco qua.

Amedeo                        - Ecco qua.

Clarissa                         - Ecco qua! Noi stiamo allontanandoci sempre di più da Versailles, da Bellevue...

Amedeo                        - Quattordici nodi all'ora. Il battello è robusto come un forziere.

Clarissa                         - Papà è un capitano eccezionale.

Amedeo                        - E così, senza parere, sa scherzare, soprattutto.

Clarissa                         - Povero papà... Qualche volta dice di essere un salmone, tutto il tempo a salire e scen­dere il fiume. I favoriti glieli taglio io, sapete. Se non glieli tagliassi, striscerebbero a terra come due lunghi serpenti di pelo, argentati e brillanti. Già da quando avevo dodici o tredici anni, mi sedevo sulle sue ginocchia, con certe forbici... Ma voi era­vate al forziere.

Amedeo                        - (spaventato) Al forziere? Quale for­ziere? Forse ho parlato di un forziere?

Clarissa                         - Forziere o no, che cosa fate così, tutto solo, sul mare?

Amedeo                        - Le suore del Rosario non insegnano alle ragazzine .che essere indiscrete è altrettanto grave che commettere dei peccati, e più brutto an­che? I peccati portano in essi stessi il loro castigo, mentre con l'indiscrezione non si rischia nulla. Sci­vola via. E' erba medica da serpente.

Clarissa                         - Si rischia per lo meno un predicozzo. Ora vi decidete a rispondermi, mio caro predica­tore?

 Amedeo                       - A che cosa dovrei rispondere?

Clarissa                         - Che cosa fate, così, sul mare, tutto solo?

Amedeo                        - Viaggio... Io visito.,.

Clarissa                         - Anch'io viaggio. Anch'io visito. Ma non faccio la misteriosa come voi. Posso dirvi esat­tamente dove vado, io. Io vado in Martinica.

Amedeo                        - Io speravo... Pensavo che andaste al Messico.

Clarissa                         - In Martinica vive un amico di mio padre. Lavora nel rhum. E' sua figlia .che mi ha invitata.

Amedeo                        - La Martinica è in capo al mondo.

Clarissa                         - Che cosa dovrei dire io, allora, del Messico?

Amedeo                        - Clarissa, vi hanno ben informata? Ve l'hanno descritta, la Martinica, quel calore, quel torpore? Il clima pesa, pesa. Il corpo soffoca l'anima. Tutto è neutro, tutto è blu sotto un vapore bianco. Un'isola, la Martinica? Ma andiamo! Una piazza della Prefettura, Quattro alberi di cocco pol­verosi. La nausea della domenica pomeriggio. Ma a che credete di sfuggire, andando alla Martinica?

Clarissa                         - Che cosa andate a cercare?

Amedeo                        - Scusatemi. Ora sono io ad essere in­discreto,

Clarissa                         - No.., Non siete affatto indiscreto. Io vi chiedevo: « Che cosa andate a cercare?». E' una domanda diretta. Insomma, è francese! Per esser più chiara: al Messico, cos'è che andate a cercare?

Amedeo                        - Quello che io vado... Ma che cosa vo­lete che vada a cercare? Io sono nella pietra. Io la dissotterro. La gratto. La misuro. Io la decifro.

Clarissa                         - E' vero! Ha portato la sua zappa, lui! La riconosco. E' quella che portavate alla cin­tura. Una zappa, in fondo, ha la forma di un'an­cora. Non vi pare? Cara zappa, sorella del fiore di melo, lasciati baciare. (Posa tè labbra sul ma­nico della zappa).

Amedeo                        - Le isole... Sulle isole, Clarissa, io non mi sbaglio. Se ci andate, è per fuggire. Cos'è che fuggite? Un ricordo?.

Clarissa                         - E' costruita in tal modo, questa terra, che non si sa mai che cosa si fugge, se i passi che si fa li si fa per fuggirlo, questo qualcosa, o se invece questi passi che si fa ci riportano verso di esso.

Amedeo                        - Chi, esso?

Clarissa                         - Quello che si fugge. Eppure, è fran­cese, e un linguaggio chiaro! Ma voi non mi ascol­tate. Voi siete al Messico. Parlatemi del Messico.

Amedeo                        - Più che altro, ho imparato a conoscerlo sui libri. Da anni ed anni il Messico nutre i miei pensieri. Un uomo è felice, Clarissa, quando può disporre per i suoi pensieri, per la sua vita, di un alimento sempre presente, di un tema ine­sauribile nella sua fecondità.

Clarissa                         - Quindi, voi non avete trovato nulla di meglio, per legittimare la vostra esistenza, che consacrarla a ciò che non esiste più, senza neppur rendervi conto che col peso stesso dei vostri studi, delle vostre opere, essendo questi studi e queste opere a loro volta portate via dal tempo, voi au­mentate il nulla dei popoli antichi. Le vostre pie­tre sono fredde. Sono dure. La pelle dei fiori, è ben più dolce...

Amedeo                        - Ognuno segue la propria strada. Ognu­no è prigioniero della propria strada. E per ognuno, è fuor di dubbio, non esiste che una sola strada. A Versailles, io ero la timidità impersonificata. Non c'è cuore più vibrante e più esigente del cuore dell'uomo timido.

Clarissa                         - E non avete mai tentato di buttarvi, d'un balzo, fuori dalla detestabile strada del pri­gioniero?

Amedeo                        - Sì. Oh, sì. Ho avuto giusto il tempo di cogliere un fiore di melo. Ma subito, con uno strattone, il destino ti trascina via.

Clarissa                         - Il destino ripassa per la vecchia strada. La razza dei meli in fiore non è finita.

Amedeo                        - Nel paesaggio che stiamo attraversando non esistono che fiori di spuma. Chi potrebbe pen­sare a coglierli?

Clarissa                         - In Francia, i meli faranno sempre dei fiori.

Amedeo                        - Voi mi torturate, Clarissa. La mia mis­sione mi tiene prigioniero. Io porto in me una tal copia di speranze, di conoscenze... E voi siete qui, così graziosa, tutta rosa come un coccodrillo, come un mostro, davanti alle piramidi in *rovina del Mes­sico, davanti a queste piramidi abbattute, che io vorrei rimettere in piedi. Voi siete qui, terribile giovinetta, davanti agli uomini nudi il cui cuore fu dipinto in blu perché le frecce dei sacrificatori possano affondarvisi e raggiungervisi come le linee del mondo nel cuore dell'artista...

Clarissa                         - Respirate... La frase sembra che vo­glia esser lunga. Respirate...

Amedeo                        - ... e sorridete, perché nulla somiglia di più a una bella giovinetta di un coccodrillo dal brutto muso, o di un mucchio di preti rossi, i preti del dio Quoat-quoat che scagliano le loro frecce. Voi massacrate in me questo universo pensoso. Fic­cate dei fiori di melo dove essi non hanno nulla a che fare... Clarissa...

Clarissa                         - Attenzione! Il coccodrillo..,

Amedeo                        - I fiori del melo, Clarissa, avrei do­vuto darveli, tutti. Avrei dovuto strappare per voi l'albero e i suoi frutti. Io sono questo albero carico di frutti. Il vostro volto e il vostro corpo mi in­catenano e mi liberano. Io ormai non vivo che per vivere di più, e non vivrò di più che contemplan­dovi da più vicino, da più vicino ancora... E' tal­mente bello, questo... Questi occhi... Queste dita-Quando ci si trova con qualcuno che si ama, no­stra madre per esempio, o nostra sorella, e si è sul punto di morire, si guarda,, suppongo, vicino, quel volto adorato, per aggrapparsi ad esso, ma il mondo e la sventura sono i più forti, e tutto crolla e si muore. Con voi, accade il contrario. E' al volto del Messico e dei miei libri che mi aggrappo. Ma il vostro fascino sarà il più forte. Tutto crollerà. Io mi perderò in voi.

Clarissa                         - (con molta dolcezza) Amico mio, par­latemi del Messico. Parlatemi delle piramidi in ro­vina. Noi le rialzeremo insieme. Parlatemi di quello che vi interessa. Di Quoat-quoat, volete?

Amedeo                        - Era un dio. Era il! dio di un popolo.

Clarissa                         - Questo popolo vive ancora?

Amedeo                        - Non finisce mai di morire. Qualche famiglia resiste, i volti pieni di chiazze. Quando si dà loro dei vestiti, li mangiano. Eppure ai bei tempi, il dio Quoat-quoat... Ma vi sto annoiando.

Clarissa                         - Ma no...

Amedeo                        - Il dio Quoat-quoat... Oh, voi non po­tete sapere, non potrete sapere mai, Clarissa, quel che di turbamenti interiori può suscitare in me il fatto che sono sul punto di vedere e di toccare quello che fu l'oggetto di ogni mio istante, il prin­cipio di tutti i miei desideri, il dio Quoat-quoat, laggiù nel suo tempio perduto, fuori della storia, lontano dalla politica come un sole immobile di­menticato in un luogo selvaggio. Nulla si sa di lui, se non quello che possono dirci poche pagine di un gesuita spagnolo del diciassettesimo secolo. Dieci anni fa, una spedizione americana ha rilevato qual­che piano. Su questa base limitatissima alcuni stu­diosi ed io tra essi  Clarissa! alcuni studiosi sono riusciti, sfaticando come galeotti, a ricostruire la figura viva di questo Quoat-quoat, di questo sole. Ed ora, piccola Clarissa, io sto per vederla, questa testa coricata, questa pietra corrosa, in un paese che le due antichità classiche hanno rigorosamente igno­rato, un paese, mia cara, in ,cui si può lavorare li­beramente, senza dover disputare il proprio boc­concino di Omero o di Cicerone a cinquantamila professori. Voi mi credete un po' pazzo... Oh, non me ne lamento. Salgo di grado, in fin dei conti: in principio, mi credevate uno scimunito.

Clarissa                         - Amedeo! La vostra follia, Amedeo, la vostra sola follia è che non sapete d'essere cieco. Ma guardatemi dunque!

Amedeo                        - Guardarvi? Non c'è nulla di più soave. Né di più atroce.

Clarissa                         - Voi mi fate ardere, Amedeo.

Amedeo                        - Ardere?

Clarissa                         - Sono impaziente di conoscere questo dio Quoat-quoat.

Amedeo                        - Il clima messicano è quello del fuoco, effettivamente, del fuoco e del freddo, del fuoco che brucia insieme al freddo... Il fuoco della vita che sarebbe il freddo della morte. Un poeta estempo­raneo si sedeva di fronte al dio su una altalena posta sopra una buca in cui bruciava un ceppo. Se commetteva il più piccolo errore di prosodia, le corde dell'altalena venivano tagliate. Lo sventurato precipitava.

Clarissa                         - Cielo!

Amedeo                        - Senza dubbio, la buca esiste ancora. La ritroverò. Il -tempio di Quoat quoat mi è fami­gliare quanto il giardino della nostra casa di Ver­sailles: il tempio o almeno il luogo in cui sorgeva e le sue vestigia. (Misura, camminando, uno spazio immaginario),. Guardate. (Prende un libro e lo posa all'impiedi sul tavolo). Guardate, eccovi il muro delle giovinette... (Piazza un a-.tro libro). Questa, sarà la base della piramide centrale, quella del grande spec­chio di ghiaccio. (Prende il calamaio). Ed ecco la testa del dio Quoat-quoat. E' rossa. Ve lo avevo ben detto che è rossa! (Gesticolando). Ai due lati della testa si levano le colonne reali. Tanti soli, ognuno più enorme e più crudele di tutti gli altri, tanti soli sono passati su di essa, che le labbra si sono con­sumate, e si sono svuotate le pupille. Attorno a noi, tutto è nudo. Forse ci sono delle piante - certo ce ne sono - ma non le si vede. Tutto è scolpito in una luce, uguale e monotona come la neve.

Clarissa                         - I colori sono brillanti, ma vibrano cosi forte che si distruggono l'un l'altro.

Amedeo                        - Non esiste bontà, qui, né dolcezza.

Clarissa                         - C'è della grandezza. Queste scale che salgono, diritte e maestose...

Amedeo                        - Noi siamo nell'inferno ed oltre l'in­ferno. Siamo al di là dell'ombra che fa la mano cattolica del buon Dio. Lo splendore di queste ro­vine racchiude una disperazione così totale che fi­nisce per essere rassicurante. Assaggiare su un tal piatto il piacere dell'amore, il piacere di un amore che non si limiterebbe al gesto animale delle lucer­tole o degli indigeni - o che, forse, non lo rag­giungerebbe - assaggiare in questo regno del più maestoso dolore un amore come il nostro, tutto ec­citato da un ricordo di campagne fresche in Nor­mandia, di chiese di campagna delle parti di Or­leans, è più forte e più aspro, Clarissa, amore mio, di tutti i peccati insieme. E' più voluttuoso e più delizioso del perdono di lutti i peccati, Clarissa, mio destino! Guarda. Chiudi gli occhi e guarda. Tutto è cattivo con nobiltà. Tutto è duro senza re­missione. Tutto è vuoto. La morale, assente. La scienza, sconosciuta. Noi portiamo l'amore. Quale amore? Ma il nostro... Soltanto il nostro. Il nostro amore non si confonde con questo universo mes­sicano di perfetta malvagità. Nella sua tenerezza, il nostro amore prorompe come un oltraggio allo spirito de! lugubre fuoco in cui è immerso questo profilo coricato, queste muraglie incandescenti. La tua freschezza passa fra queste rovine inumane co­me un fiume di fiori di melo.

Clarissa                         - E' meraviglioso, Amedeo... Così lon­tano... E' stato necessario venire così lontano... C'è tanto spazio, nel mondo. Eppure, nello stesso punto del cristallo dello spaziò del mondo, noi ci siamo stretti l'uno contro l'altra, .come se questo mondo fosse piccolo, proprio piccolo, piccolo, e non avesse nulla da fare se non contenere noi due.

Amedeo                        - Noi siamo fuori dell'ombra della mano cattolica di Dio.

Clarissa                         - Perché siamo proprio in fondo al cavo della mano di Dio. Io mi sento debole... Ame­deo... debole debole...

Amedeo                        - Un asino! Un bambino! Io sono un asino e un bambino. Credo d'esser qualcuno, con i miei opuscoli. La mia felicità nel raggiungere e toccare il nodo dei miei pensieri, non sarebbe nulla se non ci fossi, tu, se tu non ci fossi a renderlo sensibile e vivo a me stesso. (Afferra la mano di Clarissa, e la muove nello spazio). Sono qui, impresse nella pietra delle steli gemelle, le cavallette che ti ho descritto, le cavallette geometriche. Le cavallette non sono cavallette. Sono delle lettere, delle lettere che sono delle forze. Ma la forza delle lettere s'è consumata. E' caduta come cade un vecchio dente, ed il giorno inevitabile, il giorno segnato, senza un errore di data, i conquistatori sono venuti, gli .Spa­gnoli. Trenta individui con quattordici cavalli si sono impadroniti dell'America. Un giorno più presto sarebbe stato di un giorno troppo presto. Un giorno più tardi, sarebbe stato di un giorno troppo tardi.

Clarissa                         - Io non so leggere... Io non so leg­gere le cavallette.

Amedeo                        - (fingendo di decifrare un testo davanti a sé) I dipintori di faretre porteranno una ra­gazza della loro tribù. La legneranno a un cane e ad un cervo. Le faranno una croce... una, croce... sul cuore. Con un filo d'erba, le cuciranno la bocca... La cuciranno. Poi uccideranno il cervo. Uccideranno il cane. Faranno coricare la ragazza sul corpo del cervo e sotto il corpo del cane... Il resto dell'iscrizione è cancellato, ma che importa?: tutte le mie ipotesi sono confermate. Clarissa! Clarissa! Il san­gue del cane inonda la ragazza coricata. Il cervo si estenua negli ultimi fremiti. E il dio comincia a sorridere. I tamburi: da soli rimbombano. I grandi violini di pietra rossa risuonano1 senza che alcuno li tocchi. Il popolo dagli occhi immobili alza un piede, lo riposa ed alza l'altro piede. La danza a poco a poco accelera il suo ritmo. Un piede. L'al­tro. Un piede. L'altro. Gli occhi sono aperti come dei soli inchiodati. I soldati impennacchiati sono in piedi sulle mura. Lo specchio di ghiaccio scintilla al sommo della piramide scarlatta. Sei bella. Piena di grazia. Bella e graziosa Clarissa, tu hai saputo seguirmi fin qui senza lamentarti, senza tentennare. (Qui, Clarissa commenta danzando le parole delfumo). Tu hai passato delle foreste. Tu hai letto il nostro cammino nelle stelle e le stelle ti hanno ri­conosciuta come una di esse, la più bella. Al ser­pente e all'uccello tu hai mostrato la tua bellezza. Hai traversato steppe di polvere e di cactus. Hai superato delle foreste in cui il sole non penetra mai. Hai preso delle diligenze le cui ruote perdevano i loro raggi ai passaggio dei torrenti. Hai superato delle foreste. Abbiamo comperato dei cavalli, allora tu ti sei vestita da uomo. (Brusco cambiamento di tono). Tu mi piaci, sai!: con questi larghi calzoni di cuoio, e questo cappello da cavaliere buttato in­dietro sui cappelli, e questa pistola al fianco, e que­ste mani pronte a trarmi lentamente, fuori dal corpo, la mia tenerezza, per potermela poi rendere con delle carezze. Quando le allarghi contro il tuo petto, sul giubbetto di pelo, le tue mani somigliano a delle bestiole crudeli che non si può addomesticare se non dando loro la nostra stessa carne. Le tue mani mi; guardano con il chiarore della loro pelle. Cla­rissa, tu sei qualcuno, sei veramente qualcuno!

Clarissa                         - Sono la figlia del Capitano, Io sono la tua amante.

Amedeo                        - Tu hai sopportato tutto: le zanzare, i colpi di fucile e i miei vaneggiamenti di profes­sore. Ora noi ci possediamo. La carne è la pena dell'anima, ma ne è anche la ricompensa. Io sono al Messico. Sono in piedi sulla collina del mio pen­siero concreto. E tengo fra le mie braccia la ragione dell'uomo, una donna. (Prende sulle sue braccia Clarissa, fa qualche passo). Un mio braccio si chiama Cane e suo fratello Cervo. I! pensiero è più bello della donna, ma la donna è più bella del pensiero. Il peso della tua leggerezza sprofonda i secoli nella terra, i secoli e i professori, i professori, gii am­miragli, gli archeologi. Le tue gambe annientano il segno cerebrale che fanno le cavallette. La tua bocca morde la corda e la corda è spezzata. Io cado in un pozzo di fuoco, ma questo fuoco mi fa tanto bene che, se muoio, io muoio di gioia, e questo pozzo mi aspira verso l'alto come se fossi il più grande e il più leggero degli uccelli. (Si baciano). Vieni ora. Andiamo a vedere il vero pozzo. (Bar­colla)-:

Clarissa                         - Che c'è, caro? Vi fa male una gamba?

 Amedeo                       - No, mi sono impigliato col piede in un anello. (Si china verso il suolo). Ah! Ma guarda un po'... Questa è straordinaria! Questo forziere... questo forziere moderno... Ma è il tesoro! E già! Il tesoro, .che nella mia qualità di agente segreto del governo, sono incaricato di recuperare! Toh! Quando penso che senza questo tesoro io non sarei certamente mai venuto qui, non avrei conosciuto il prodigioso ardore dell'amore al sommo del nulla in una luce solare fitta come la notte, in un calore più mordente del ghiaccio, quando penso tutto questo mi viene una tal voglia di ridere... E' il forziere di Massimiliano! Effettivamente m'era stato detto che lo avrei trovato, questo cocco bello di forziere, fra le rovine del tempio, a tre metri dal muro delle giovinette guardando verso l'angolo Nord della pi­ramide. (Misura a passi la distanza). Qui dentro ci sono, fiorellino mio, otto milioni in biglietti della banca di Francia e due milioni di dollari ameri­cani, nonché - non muoverti - la corona dell'Im­peratrice Carlotta. (Sul questo è entrato, senza far rumore, U Capitano. Amedeo e Clarissa fingono l'apertura del forziere, il ritrovamento del tesoro e l'incoronazione. Il Capitano segue la coppia passo a passo). Tu, fiamma di carne, tu mia guerriera, non di un paese pieno di presidenti e di commissari, non di un Messico con un bilancio, con un eser­cito, ma del Messico dal sole senza poesia e dalla stella senza raggi, di un Messico che non si chiama Messico ma si chiama Quoat quoat, cactus, rovine, av­voltoio e silenzio, ed anche questi vocaboli sono ormai senza senso. Clarissa!, di un Messico liberato da tutti i vocaboli, e che ha ucciso persino i suoi morti, di un Messico rimpicciolito e tuttavia acceso a dare un pretesto, qui, alla nostra coppia, di un tale Messico, tu sei l'imperatrice. La tua corona...

Clarissa                         - Amedeo! Avete sentito?

Amedeo                        - Effettivamente... Calmatevi.

Clarissa                         - Forse i portatori?

Amedeo                        -  I portatori ci attendono a tre chilo­metri da qui. Essi non oseranno mai avvicinarsi a Quoat-quoat.

Clarissa                         - La polizia messicana?

Amedeo                        - Non ci sono città, né villaggi, in un raggio di trenta leghe.

Clarissa                         - Un animale, forse...

Amedeo                        - Sì, forse un tapiro...

Clarissa                         - E' più grosso di un tapiro, questo animale, e più temibile di un giaguaro. Mi sento stringere...

Amedeo                        - State calma... Con un buon colpo di zappa...

Clarissa                         - Credo .che si nasconda dietro di noi.

Amedeo                        - Ora lo aggiriamo. Tenetevi alle falde della mia giacca.

Clarissa                         - Lì... davanti a voi!

(Amedeo leva la zappa. Il Capitano si erige con­tro di lui).

Il Capitano                    - I miei complimenti, signore, tutti i miei complimenti. Ah, non avete perso tempo. La posizione del forziere, il valore del suo contenuto. Perfetto! Ma noi abbiamo il regolamento. Per for­tuna! Senza il regolamento, dove andremmo a finire? Potete posare la vostra zappa. Una zappa non è un ombrello.

Amedeo                        - (si risveglia lentamente dal suo sogno) Ma che sto facendo con questa zappa in mano?

Il Capitano                    - Stavate cacciando il tapiro. Era­vate spaventoso.

Amedeo                        - Stavo cacciando il tapiro? Io?

Il Capitano                    - Sì. Mi parlavate, anche, di un for­ziere.

Amedeo                        - Io mi sono permesso di dare alla si­gnorina una piccola lezione di archeologia.

Il Capitano                    - Ah, si, eh? Voi avete divulgato l'oggetto della vostra missione. Sarete fucilato, ragaz­zo mio. Articolo centocinquantaquattro. Pan!... Pan!... Pan!

Amedeo                        - Io mi sono lasciato trasportare da una esaltazione facilmente comprensibile, ben legittima. Sono innamorato di Clarissa e ho l'onore di chie­dervi la sua mano. Come voi sapete, io sono diplo­mato, laureato...

Il Capitano                    - Oh, non ho pensato un solo istante a dimenticare i vostri titoli, né a contestare i vo­stri meriti.

Amedeo                        - Il colloquio che ho avuto or ora con Clarissa è stato decisivo. Noi ci siamo resi conto del nostro gusto non è vero, amor mio? del nostro gusto comune per le foreste vergini, per le esplora­zioni. Lei ed io, insieme, gireremo il mondo. Credo sia vicino il momento in cui andrete in pensione. Tra un viaggio e l'altro, verremo a riposarci accan­to a voi. Mia moglie taglierà i vostri favoriti.

Il Capitano                    - Voi siete un uomo di buon cuore, mio caro Amedeo, ma io conto di viaggiare ancora. Su questa nave, io passeggio a occhi chiusi. La portò in me come essa mi porta in lei. I capi dette scotte della velatura sono legati al piede della mia cuccet­ta. Non si potrebbe allentare un fiocco, la notte, sen­za che l'albero maestro se ne accorga. L'albero mae­stro, io stesso... Oltre alla mia nave, io conosco le dalie stampate sulla tappezzeria della camera d'al­bergo di Le Havre dove scendo quando dipingo a nuovo il Mirmidone. Poi, più nulla. Io non so più nulla di nulla. E mi piacerebbe andare un po' per i villaggi, nei caffè, in Auvergne, o m certi paesi che si chiamano Gap, che si chiamano Grenoble, e sul­le rive del Vidourle. Il Vidourle, sapete che cos'è, ragazzi miei? E' un fiume, il Vidourle. Passa vicino a Béziers.

Amedeo                        - Magnifico! Magnifico! Noi vivremo co­me tre amici! Voi mi racconterete delle storie: do­vete conoscerne un sacco. Dal canto mio. vi insegne­rò a pescare i gamberi, a distinguere il verso del ciuffolotto da quello del fringuello. Uno fa tsu tsu. L'altro, sciu sciu....

Il Capitano                    - Tsu... tsu... Sciu... sciu...! Per tenta­re, sapete tentare, vi assicuro! Ma c'è... Scusatemi, penserete che ripeto sempre le stesse cose... C'è il regolamento, questo dannato regolamento. Domani mattina, alle quattro, pan! pan!... Oh, non è che mi piaccia fucilare la gente: ma io sono il Capitano, no?

Amedeo                        - Ma... Vediamo... Forse mi sono spiega­to male? Io sposo Clarissa. Clarissa, vostra figlia!

Il Capitano                    - Non sono sordo... Vedete, il fatto è, appunto, che voi non... Voi non la sposate.

Amedeo                        - E perché?

Il Capitano                    - Perché, domani mattina alle quat­tro - voi - stecchito.

Amedeo                        - Io amo Clarissa.

Il Capitano                    - Questo lo capisco. Clarissa è ma­ledettamente ben fatta. Avete visto le sue gambe? Io, le ho viste. Sono suo padre, no?

Amedeo                        - Potremo sposarci subito dopo il mio ritorno.

Ih Capitano                   - Sì, certamente... Sì, sì, è naturale, capisco bene... Ma, non è vero?... Come potrei dire... Ah, se si potesse, è inteso che io... Dal canto mio, tutto considerato.... Ve l'ho detto e ridetto... Si, in­somma, per farla breve... Domani, pan! pan!

Amedeo                        - Capitano, qualcuno qui è di troppo.

Clarissa                         - Per me, posso ritirarmi. Ho finito, io.

Amedeo                        - Voi siete pazza! No, quel che è di trop­po è lo spirito di canzonatura. Lo spirito di canzo­natura abita vostro padre. Lo spirito che non è il buono. Quello che spinge gli adulti a terrorizzare i bambini, ad abbrutirli, mentre non sono che tene­rezza e gentilezza. Per tutta la vita, mi ha persegui­tato. Questo spirito di distruzione e di derisione mi era così sensibile che gli avevo dato un nome. Lo chiamavo il ziblum. Due dita che camminano su un tavolo, si direbbe. Il padre di mia madre soste­neva che un giorno una formica mi aveva fatto scap­pare. Una formica. Andavo al liceo, allora. Avevo quindici anni. Quella formica, vi assicuro, mi ha fatto piangere. C'era poi mio zio il colonnello: lui, quando veniva a Versailles, non mancava mai di af­fermare che mi avrebbe cotto e mangiato. Il ziblum li Javorava. E oggi, lavora voi. Veramente penoso.

Il Capitano                    - Del vostro ziblum - mi dispiace - io non ho mai sentito parlare. Ma è esattissimo che, in marina, il regolamento dispone che si può uccidere il mozzo e mangiarlo. In caso di fame, ben inteso e previe determinate garanzìe.

Amedeo                        - E continua! Insiste! In fin dei conti, signore, vi sì affida una nave lunga novantaquattro metri, duecento uomini di equipaggio, la vita e i beni dei passeggeri, e voi scherzate, scherzate senza mai fermarvi. E' allarmante. Ma guardate una buona volta quel che vi sta attorno! Prendete esempio dal vostro stesso regno, da questi intavolati esattissimi, da queste curve calcolate al millimetro, da questa fotografia in cui la maestosa espressione dell'augu­sto volto va di pari passo con la dignità matematica e chimica dei processi che ce la restituiscono pre­sente e viva. Questi solidi dati, Capitano, questi va­lori che veramente ci prendono, vi chiedono - lasciatemelo dire - vi chiedono e vi comandano di tenervi un po' più su.

Il Capitano                    - Sentite, giovanotto. Voi siete sin­cero, lo vedo. Le vostre parole mi sconvolgono. Vor­rei riuscire a calmarvi. Vorrei che capiste bene che tra il mio atteggiamento e la consistenza di questa nave e di tutto ciò che essa rappresenta - l'avete detto bene - di pensieri e di fedeltà, non esiste al­cuna frattura. Vi farò fucilare immediatamente. La mia buona volontà, così vi apparirà chiaramente, la mia buona volontà, la mia sincerità e la mia ami­cizia.

Amedeo                        - Clarissa, voi ve ne state così... Non mi aiutate. Alla fine, avrò una crisi.

Clarissa                         - (al Capitano) Vedi bene che non ti crede, che fino all'ultimo secondo non ti crederà. Non privarlo di questa notte che gli rimane... Essi amano talmente guardare il muro della loro prigio­ne. Talvolta, vi scrivono sopra delle parole.

(Sfinito, prostrato, Amedeo rimane immobile e silenzioso. Clarissa, ora, è seduta sulle ginocchia del Capitano. Con dette lunghe forbici, gli taglia i favo­riti).

Clarissa                         - Clic... Clic... Clic... Bisogna fare at­tenzione, soprattutto, che uno non sia più lungo del l'altro. Niente favoritismi, signori, favoriti!

Il Capitano                    - Davvero, senza di te crescerebbero fino all'inferno! Ma sei qui. Sei mia.

Clarissa                         - Forse non mi avrai sempre con te.

Il Capitano                    - - Forse non ti avrò sempre con me? Ancora ieri, non è molto dunque, ancora ieri tu mi hai detto ricordi. Clarissa? che ti infischi dei giovanotti, che non ti saresti sposata mai. Ricordati, Clarissa. Tortina mia dalle prugne di zaffiro! Mio bel fiore!

Clarissa                         - In fin dei conti, posso volere anch'io , farmi una mia vita...

Il Capitano                    - (si alza in piedi) Tu scherzi... Fini­sci di spendere il tuo slancio di attrice... Attenta! Io non sono Amedeo. Amedeo... Che nome idiota!

Clarissa                         - Non scherzo. Io voglio fare la mia vita.

Il Capitano                    - Come puoi, tutto a un tratto, par­lare come una borghese come una donna... Fare la tua vita... Ma te stessa, sciocchina, chi ti ha fatta? Non rispondi. A me la devi, la vita. Quello che sei, quello che hai, è a bibì tuo che lo devi.

Clarissa                         - Può darsi che un giorno io possa, al­meno in parte, pagare questo debito. Ti rimborserò i miei vestiti, tutti i pasti...

Il Capitano                    - E questo... questi capelli, queste spalle, questi fianchi tutto questo vellutato valore di armonia, tutta la viva meraviglia del tuo esser donna, anche questo potrai rendermelo, un giorno?

Clarissa                         - Posso rendertelo immediatamente. Strangolami.

Il Capitano                    - Strangolarti, io? Che senso avreb­be la morte? No, mia cara, no... E poi, se tu mo­rissi, io sarei così infelice... così infelice. Non puoi lasciarmi. Quando guardo i tuoi capelli, io dimen­tico il mio terribile potere. Dimentico la lugubre ve­dovanza. Quando guardo i tuoi occhi, i tuoi occhi che sono uguali ai miei, i tuoi occhi che sono ì miei, anche se mi resistono, allora io conosco il gradevole pericolo, assaporo la deliziosa infelicità di languire al di là di me stesso e di desiderarmi in te. Mi ami, tu?

Clarissa                         - Ti ammiro. Sarebbe difficile non ani* j mirarti.

Il Capitano                    - Un momento fa, mi detestavi. Io possiedo tutto. Controllo tutto. Tutto. Tranne una piccola parte di te, un'onda, un barlume, che «cìto- la via, che mi sfugge, (Si avvicina a Clarissa) Stiamo calmi e buoni. Due soldatini di miele. Due cavalli di zucchero. Diamoci una stretta di mano con la te­sta. (si scambiano un colpetto con le teste) Franca­mente, perché mi detesti? Io sono buono! Ti dico che sono buono!

Clarissa                         - Buono!

Il Capitano                    - Se non fossi buono, pettegoline mia, non sarei qui. È se non fossi qui, non esiste­rebbe per nessuno, a bordo, la gioia di bere qual­cosa di caldo, qualcosa di caldo oppure di freddo, o di mangiare dei gamberetti, o di rigirarsi nella cuccetta, la sera prima di addormentarsi, su un fianco e sull'altro.

Clarissa                         - Se non ci fossi tu...

Il Capitano                    - Dammi del voi! Se non ci foste voi.,.

Clarissa                         - Se non ci foste voi, non ci sarebbero macchinisti né gabbieri.

Il Capitano                    - E come potrebbe marciare il no­stro fiero battello?

Clarissa                         - Dopo un'ora di caldo atroce i mac­chinisti, riarsi, sudati, il petto arrossato, si buttano sotto la pompa ad aria fredda. E i gabbieri, quando l'alberatura s'abbatte a quaranta gradi, e la tela si fa più dura d'una pietra, e i pianeti si. capovolgono...

Il Capitano                    - I fuochisti e i gabbieri adorano il loro mestiere. Fino ad oggi non ti eri mai interes­sata molto ad essi..,

Clarissa                         - Se non ci foste voi, questo ragazzo non verrebbe fucilato...

Il Capitano                    - Finalmente! Finalmente! Ora ci siamo. Oh, abbiamo saputo aspettare il momento op­portuno. Abbiamo bordeggiato, costeggiato un po', sempre tentennando. Ed ora arriviamo. Tocchiamo il porto, o meglio, l'inevitabile punto. Il giovanotto! Amedeo. (Lo disegna nello spazio) Scheletro calca­reo. Due orecchie. Sei metri di intestino. Il cuore. II ehm ehm. Il uhm uhm. Non dimentichiamo le gi­nocchia. Il piccolo pollice. Su, su! Vi ascolto, cacchina mia. Raccontatemi presto, in fretta, che non è uguale agli altri, lui. Le formule della passione so­no immutabili. Ne abbiamo riso molto insieme. Que­sta volta, riderò da solo. (Ride).

Clarissa                         - (abbandonandosi sul petto del Capitano) L'orifizio del riso funziona ancora per me. (Ride) Vedi... Non c'è nulla di cambiato... Io sono fiera di te. Tu conosci il numero esatto dei fili di canapa di ogni corda. Conosci le squame del pesce e i muscoli del marinaio. Conosci i peli del granchio e i capello del riccio.

Il Capitano                    - Conosco molte altre cose. Ma sono felice che tu ti sovvenga del mio genio. Ci ritroviamo. Dammi un bacetto.

Clarissa                         - (si scosta) Le mie labbra sono asciutte.

Il Capitano                    - Il nostro posto, mia bella mandorla bianca, il posto di noi due, non è nel destino degli altri.

Clarissa                         - Gli altri?

Il Capitano                    - Quelli della terraferma. Quelli del­la terra. Gli uomini. Germogliano - gli uomini- cre­pano. Senza posa. Come delle acciughe. Il tuo Ame­deo non è che un'acciuga.

Clarissa                         - Anche se dipende soltanto da te, an­che se dormivano egli non conta nulla in ciò che è, e soltanto dal talismano dei tuoi galloni riceve la fortuna di vivere e il terrore di morire, egli soffre. La sua sofferenza è sua. La sua sofferenza è su lui.

Il Capitano                    - Non ha che da respingere la sua sofferenza nella sofferenza universale. Il mare è gran­de. In qualsiasi senso lo si prenda, esso non è che sofferenza, fame tortura e prurito,

Clarissa                         - Tu sai bene che la sofferenza degli uomini non è per loro meno immediata, meno es­senziale, della loro stessa carne. Essi non possono allontanarla.

Il Capitano                    - La sofferenza: io ne vivo. Noi ne viviamo. Rifletti. Dove credi, di' un po', dove credi che li troverei, i soldi per le tue scarpette, per i tuoi scialli, se non avessi questa nave, il regolamen­to, i fuochisti riarsi, i gabbieri congelati e. di tempo in tempo, un imbecille che si fa pescare? La fucilazione in seguito a giudizio è l'onorario più forte che il capitano possa pretendere.

Clarissa                         - Duemilaseicentotrentatrè franchi.

Il Capitano                    - E' una somma. Non trovi che sia una somma? Allora? Viene questo bacetto? Mi pare di averti ben meritata: duemilaseicento e tanti, in due ore, bei puliti! Rimani così, immobile. Mi guar­di come se fossi un pescecane. Ricordati!: quando mi guardi, io mi guardo. I tuoi occhi sono i miei occhi. I tuoi occhi, amore mio, sono quelli di un a-troce pescecane.

Clarissa                         - E' vero. Io sono la tua creatura. Mi hai dato troppa intelligenza. Mi hai dato troppo di te. Troppa intelligenza. Troppo di le. Troppo di tut­to. Io sono te. No! No! Io non sono te. Il mio filo è legato alla lenza dell'uomo.

Il Capitano                    - Il mio nome, in tutta la sua gloria, è scritto sulla tua fronte. La tua fronte è il più no­bile e il più altero dei miei specchi. Clarissa! Claris­sa! Noi ci capiamo così bene. Abbiamo gli stessi oc­chi, lo stesso umore. Noi abbiamo il medesimo pul­cinella. (Imita, caricaturando, Amedeo) « Capitano, io sono innamorato di Clarissa ed ho l'onore di chie­dervi la sua mano ». Noi abbiamo lo stesso cuore.

Clarissa                         - No!

Il Capitano                    - No?

Clarissa                         - Noi non abbiamo lo stesso cuore. Nel mio cuore, io ho la sofferenza dell'uomo. Sentimi bene: se tu lo uccidi, io mi uccido.

Il Capitano                    - Sei una vera oca!

Clarissa                         - Se Amedeo muore, anch'io muoio.

Il Capitano                    - Ma, dannata diavolaccia, nessuno qui può morire... Mia piccola Clarissa... bambina a-dorata... tu, morire,.. Nessuno qui può morire senza che io acconsenta.

Clarissa                         - Ebbene, se io muoio, tu avrai accon­sentito,

SIPARIO

PARTE SECONDA

(Ancora netta cabina. Amedeo gioca a carte con un gendarme. Di tempo in tempo si alza, nervoso. Il gendarme porta un grande cappello a due punte. Ha una grande sciabola, la cui elsa spunta da in mez­zo alle sue gambe. Ha inoltre dei grandi baffi ed un buriere bianco).

Il Gendarme                  - Metto giù picche e ti soffio la dama. A te, ora. Ehi, sto dicendoti che tocca a te.

Amedeo                        - Mi domando che cosa salterebbe fuori se al posto del re, del fante, del dieci di cuori, del nove di fiori e cosi via, ci fosse, su ogni carta, una parola. Religione, per esempio, fantasia, agonia, mac­china, amore, tradimento. E' un gioco, notate bene, al quale si potrebbe giocare da soli. Si stenderebbe­ro sul tavolo tutte le idee rovesciate come per un so­litario, e poi si girerebbero. Potrebbero nascere del­le combinazioni strane, degli incontri fecondi. Poi, basterebbe trascrivere, sviluppare. Del resto, è forse così che fanno i filosofi, i pensatori. Io li vedo, i filosofi, nella loro cameretta intenti a disporre le loro carte. Li vedo mentre tirano su una carta. Ma­teria? Vada per materia. Ne tirano su un'altra. Mor­te. Certo, questa è la carta che vien fuori più spesso. La materia della morte, o la morte della materia...

Il Gendarme                  - Ho accettato di fare una partita per ammazzare la notte, d'accordo, però non sono disposto ad incassare delle sciocchezze grosse come la mia coscia. Tanto più che non è mai stato molto allegro, qualunque sia la stagione, vegliare i morti, e tu lo sei, morto, visto che lo sarai entro un'ora: perché sono già le quattro del mattino, sai; una brut­ta ora: le fucilazioni, è sempre alle quattro che si fanno. Se bisogna ancora divertirli - è sempre dei morti che parlo - sappiano almeno che io non sono un buffone, dimodoché, là dove andranno - ora è ai fucilati che mi riferisco: ma, in un certo senso, morti e fucilati è proprio la stessa faccenda            - avranno appuntamento per il pranzo di mezzogiorno, questi sporcaccioni, con le loro dodici pallottole nello stomaco. E ora ci schiaccio un sonnellino. (Chiu­de gli occhi e comincia a russare).

Amedeo                        - (tirando su le carte) Prendiamo anco­ra una carta. Potenza. Ancora una. Leggerezza. La morte della materia. La morte materializza. La morte materializza la potenza della leggerezza... Effettiva­mente, la morte permette di toccare con la mano la inesistenza dell'esistenza, l'aerea limpidezza del le­gno, del ferro, dell'uomo, di tutto quanto... O invece la leggerezza della materia mortifica la potenza... Si», e questo vorrebbe dire che la materia del mondo è a tal punto leggera, insignificante, che quel che vi accade è senza importanza, anche le cose più gravi, le più splendenti.... (Butta via le carte) lì Capitano è un ignobile pazzo. Ma io, io sono un imbecille! Avevo la fortuna d'essere stato avvertito, e son caduto lo stesso nella trappola. Sporco cretino! Eppure te l'eri detto, prima di partire, te l'eri ripetuto che a-vevi tutto da temere, che dovevi diffidare di tutti. Perfino di te avresti dovuto diffidare, di quel creti­no che sei. Ma, d'altra parte, come potevo, ragione­volmente, prenderlo sul serio con i suoi gendarmi e il suo protocollo? (Un tempo) Ho assorbito tutto quel­lo che era possibile assorbire sull'America prima che fosse l'America. Conosco le lingue, la geologia. Po­vero Amedeo! E' la musica che avrei dovuto cono­scere: e della musica non capisco nulla, della musica della vita. C'è sempre una nota che mi sfug­ge. (Brontolio più accentuato del gendarme, che con­tinua a russare) Ma quelli che hanno accettato dì dar­mi l'incarico del ricupero del tesoro messicano, oh quelli... Erano ancora più cretini di me!

Il Gendarme                  - I condannati a morte godono di un mucchio di agevolazioni, però non devono par­lar male delle autorità. E' mio dovere ricordartelo.

Amedeo                        - Come? Non dormivate?

Il Gendarme                  - Mi hanno svegliato le tue bestem­mie.

Amedeo                        - In fin dei conti, mio caro gendarme, il potere preso nel suo insieme e rappresentato da questo Capitano, può forse, senza perdere la sua qua­lifica, provocare dei delitti che poi si prepara a re­primere? La sua responsabilità, in questo caso, su­pera e assorbe quella del criminale. Il Capitano mi manda sua figlia. Proprio così, mio caro, sua figlia, con i capelli, i piedi e le mani. Essa aveva perduto il suo gatto; con precisione Micio, Micio! Ma questo gatto, in fin dei conti, io non l'ho visto. Era un so­gno. Poi, proprio al momento giusto, vengono a pren­dere il capitano - al momento giusto, capite? in tal modo che la piccola ed io, rimasti qui potevamo fare quel che ci pareva - faccende di moine e carez­ze, capite- e in quei momenti... Nonostante tutto voi avete un addome civile, militare mio! Sapete come succede.,. L'uomo comincia. Fa il galletto. Si slancia. Si dà un po' delle arie. A questo punto, cucù! a questo punto il Capitano, che non era lontano, ritorna gridando: «Vi ci ho colto! Domani: pan! pan!... »

Il Gendarme                  - (ridendo) Il Capitano sa il fatto suo. Sennò un po' di buonsenso, via! non sa­rebbe il Capitano. Sono dei veri diavolacci, sulle lo­ro navi. Non hanno gli uguali nella conoscenza della luna, in fatto di triangolazioni e di calendari. Tu, ca­rogna, tu avevi il male dentro di te. Il Capitano t'ha fatto il solletico nel punto giusto, e allora il tuo ma­le ha messo fuori il naso. Ora ti ci daranno una buo­na soffiata. (Ricomincia a russare).

Amedeo                        - Questo bruto che russa, queste pareti verniciate, questa lampada, questo salvagente, questo salvagente, questa lampada, queste pareti verniciate, e questa persona che mi è ben più vicina di qual­siasi altra cosa. (Si tocca le mani, il petto, la fronte) Questa persona che non è nient'altro che me. Perché dovrei darmi pensiero dì ciò che può accaderle, se tra poco non sarò più qui a gioire delle sue gioie e a soffrire delle sue sofferenze? E perché proprio di questa persona, di questa carcassa di carne, e non di un'altra persona, di un'altra carcassa, perché di questa persona fra tutte, di questa carcassa sudata e gelida, io dovrei credermi solidale, e non di un'altra qualsiasi, della carcassa del Capitano, per esempio (afferra il cappello del gendarme e se lo metta... la tetta del gendarme appare calva con una bella arricciatura), o della carcassa del gendarme?

Il Gendarme                  - (perfettamente immobile) Presen­te! Chi va là?

Amedeo                        - Voi!

Il Gendarme                  - Sono seduto, io. Quindi, non pos­so essere in piedi.

Amedeo                        - Voi non siete seduto. Siete in piedi. Non avete che da guardarmi. Guardatemi. Io sono voi.

Il Gendarme                  - (sospettoso) Il cappello è a posto - vedo bene - ma il resto non mi soddisfa. Ora ti tiro le orecchie, imbroglione!

Amedeo                        - Attento! Se mi toccate, fate del male a voi stesso. Volete provare? Suvvia! Picchiate. In­tanto, rendetemi il cappello.

Il Gendarme                  - Il cappello? Se l'avete in testa voi!

Amedeo                        - Ma no, idiota. Voi, sono io. Sulla vo­stra testa è, il cappello.

Il Gendarme                  - Come? E 'sulla mia testa?

Amedeo                        - Eh, perbacco! Poiché io sono voi.

Il Gendarme                  - Ma allora, perché mai lo reclamavate, un attimo fa?

Amedeo                        - Reclamandolo, io agivo in mio nome, in vostro nome voglio dire, dato che io sono voi. da­to che io sono il gendarme, (gridando) Io sono il gendarme!

Il Gendarme                  - Se è così, perché dovreste conti­nuare a tenervélo in testa?

Amedeo                        - Perché voi me l'avete restituito.

Il Gendarme                  - Ve l'ho restituito, io? Se non mi sono mosso! E se io sono voi, come si spiega - ditemi - che mi date del voi.

Amedeo                        - Perché - è il gendarme che parla - perché mi sono ricordato che nell'arma della gen­darmeria non si deve dare del tu ai detenuti, soprat­tutto quando sono laureati della Società Geografica e incaricati d'una missione dal Governo.

Il Gendarme                  - Se voi siete me, ditemi un po' il giorno in cui abbiamo avuto Proserpina alla briga­ta di Villafranca(Alta Garonna), e, magari, il colore del suo mantello: del mantello di Proserpina, si. Qui vi voglio. Ah! Ah! Ah!

Amedeo                        - Come potete farmi una simile doman­da? Riflettete. Voi ignorate perfino l'esistenza di Pro­serpina la giumenta. Non dimenticate che siete me, voi, che siete il prigioniero.

Il Gendarme                  - Ha una risposta per tutto. Ah, hanno ragione quelli che lo dicono: la gendarmeria è un'arma scelta. Buttano giù rapporti dalla mattina alla sera, quei diavoli: e che cosa dovrebbe essere l'intelligenza, se non, appunto, buttar giù dei rap­porti? E' vero che si può anche ammettere che l'intelligenza si confonde con la sensibilità, ma qui noi cadiamo in Condillac.

Amedeo                        - Pardon....

Il Gendarme                  - (con la voce di Amedeo) Cadiamo in Condillac. Voi non avete mai sentito parlare del filosofo Condillac, naturalmente. Sarebbe troppo bel­lo.

Amedeo                        - (con la voce del Gendarme) Scusatemi, ma un Condillac c'è: a Villafranca           - (Alta Garonna). Ha fatto il concorso per il grado di maresciallo di sussistenza. Ma gli piaceva sbronzarsi un pochetto e allora non ce l'ha fatta a sgraffignare i galloni.

Il Gendarme                  - Alto là, gendarme, ora inventate. E siete della brigata di Villafranca! Dovreste sapere che nessun Condillac è iscritto nei ruoli. Le mie re­lazioni - elevate relazioni - e i miei diplomi, mi mettono in grado di darvene assicurazione.

Amedeo                        - (riprende la sua voce) Che incubo! Che delirio! Restiamo quelli che siamo. (Si avvicina al gendarme e gli porge il cappello) D'accordo?

Il Gendarme                  - (dopo un'esitazione) D'accordo. Riprendete il vostro cappello. (Si siede di nuovo, pe­santemente).

Amedeo                        - (guarda il mare attraverso l'oblò) Il mare... La notte... Trenta o quarantamila stelle visibili... Tutta questa forza, tutta questa abbondanza in me, se io voglio: attraverso il mio sguardo, il mio spirito, il gorgo del mio cuore. E questo Capitano da manicomio dovrebbe riuscire a corbellarmi? Ah, io sono un ingenuo, uno scimunito. Dopo tutto basterebbe forse far la voce grossa. Gendarme! Ehi, gen­darme!

Il Gendarme                  - Che ti prende? Rifiuto! Hai bi­sogno che ti insegni l’educazione?

Amedeo                        - Vi proibisco di darmi del tu, gendarme. Mio zio è .colonnello del terzo corazzieri.

Il Gendarme                  - (sull'attenti) Alencon.

Amedeo                        - Esatto, Alencon. Mio zio ha quindici galloni. Cinque per ogni manica e cinque sul keppì. Per non contare quelli del cappotto, né quelli del berretto da campagna, né quelli, piccolini, del pan­ciotto. Vi prego dunque- e se occorre vi ordino - di andare a chiamare il Capitano.

Il Gendarme                  - Mi farò ricevere!

Amedeo                        - Ho delle rivelazioni da fargli.

Il Gendarme                  - (alzandosi) Un gendarme non è un cane.

Amedeo                        - Andate. La notte non è finita. La tar­taruga di mare sta per uscire dalle acque e dalle te­nebre. Porta un cappuccio piumato. La sua corazza bianca è cesellata di piccole piramidi. La tartaruga sta per precipitarsi sul nostro guscio e il nostro gu­scio salterà. Allora il Capitano e i gendarmi dovran­no difendersi dagli scorpioni ,che stanno spassando­sela fra le piramidi della corazza. Andate a chiamare il capitano. Vedete bene che il tempo stringe.

Il Gendarme                  - Il Capitano porta un berretto piat­to. Questo forse gli permetterà; di capire.

Amedeo                        - (solo) Prigioniero. Che cosa vuol dire, prigioniero? Che sono stato rinchiuso da un pazzo in una baracca, in una cabina, baracca o cabina anch'essa presa in una legge, una legge che costò cer­tamente meno formulare di quel che costerebbe se si volesse giustificare. Prigioniero. Questa parola, la guardo per la prima volta. Per la prima volta la ca­pisco. La afferro come essa afferra me ,e forse pro­prio perché mi afferra. Se la vita non fosse, come credevo, una carriera, ma un'esperienza, sarebbe cer­to utile passare attraverso il maggior numero di pa­role, cioè di stati e di gradi. Per il momento, io sono il prigioniero. Ed è opportuno che la prigione sia reale perché il linguaggio abbia un senso. E for­se, dopotutto, perché questo linguaggio sia anco­ra più forte, forse mi fucileranno davvero. Ma io, non voglio ancora morire. Io spero di aver l'agio di pesare e meditare quello che il mio soggiorno qui mi avrà dato. Per conseguenza, devo trovare una so­luzione. Bisogna che me la svigni delicatamente da questa cabina, da questa carcassa. L'oblò? Irragio­nevole. Il suicidio? Riprovevole. Il Capitano? Massa­crare il Capitano e impadronirsi del suo berretto? At­traente. (Bussano alla porta. Amedeo afferra la zap­pa) Avanti, avanti, .caro Capitano. (Entra la Messi­cana. Bruna, sul vestito leggero l'offerta chiara del seno. Ha in mano una lunga pistola, con Da quale minaccia Amedeo).

La Messicana                - Mani in alto! Su, su, subito! Non gridate. Non chiamate. Sennò, siete spacciato.

Amedeo                        - Vi faccio noto, mia bella, che c'è un'op­zione su di me. Il Capitano m'ha condannato a morte.

La Messicana                - Non abbiamo che due o tre mi­nuti. E' cinquanta volte di più di quel che occorre perché io possa trasformarvi in una caccarella di cane. Ed è giusto quanto occorre a voi perché mi parliate del tesoro dell'imperatore Massimiliano.

Amedeo                        - Voi lavorate per il governo di Juarez?

La Messicana                - Juarez è un figlio di vacca, è un pappagallo mal rasato. La sua polizia, del resto, avrebbe dovuto semplicemente mettervi una zampa addosso a Vera-Cruz, non appena foste arrivato. Io, io sono per il .colonnello Mascaral - nuestro santo, nuestro jolito           - il nostro sole vivo, la speranza di tutti i cuori dabbene.

Amedeo                        - Il vostro colonnello sceglie male le sue amazzoni. Bella, voi la siete certamente. Avete fuoco. Ma arrivate tardi.

La Messicana                - Non tentate di abbindolarmi con le parole. Il tesoro?

Amedeo                        - Il tesoro? Il tesoro «avete detto, vero? Ma il tesoro, poveretta voi, tutta la nave sa dov'è. Ie­ri sera, proprio qui io ho strombettato ai quattro venti, con tutte le mie forze, dei dettagli che potreb­bero permettere di ritrovarlo senza rischi di errore. Qui. di fianco, nelle cabine, dovevano tapparsi le orecchie, da tanto io gridavo. Urlavo, per dir meglio.

La Messicana                - Sia maledetto l'anno in cui fui concepita! Sia messo fuori dal ciclo delle grazie! Che una mortale calamità si abbatta sulla discenden­za della donna che mi tolse al ventre di mia madre! Io sto in questa cabina, sono su questo battello pro­prio per corrervi dietro.... Ma, santa unghia del pol­lice della Maddalena!, come potevo sapere che avre­ste avuto tanta fretta di spiattellare tutto in codesto modo? Come potevo saperlo, bobò?

Amedeo                        - Bobò?

La Messicana                - Bobò, sì. Vuol dire scimunito. Non mi interrompete o vi annerisco il cervello, supposto che ne abbiate uno. Parlava del tesoro, lui. Ne faceva un bel disegnino. E intanto io - oh, de­solazione! intanto io mi attardavo nella sala da pranzo con le altre signore. E lui - ma guardatelo! lui, senza alcun riguardo per me, ronzava come un soffio di giovinetta in una bottiglia. E intanto.... No, decisamente, tesoro o no, io vi spiaccico contro il muro... E intanto il colonnello Mascaral, il più ge­neroso portatore di speroni .che mai. una donna ab­bia partorito, sta battendo i denti nelle paludi del Nord insieme a una trentina di pidocchiosi, senza aver neppure, tra tutti, quel che occorre per prende­re il treno pel Messico! Se Mascaral avesse il teso­ro, allora la rivoluzione.... Come un fico, ecco, sa­rebbe matura come un fico. Ma il tesoro, ormai, è perduto.

Amedeo                        - E' poco probabile, sapete, che il Capi­tano, e la signorina Clarissa vadano fin nel cuore del Messico a farsi graffiare dai rovi e a farsi, pun­zecchiare dalle zanzare...

La Messicana                - Così, è per la figlia del Capitano, è per quel mutevole volto e per quelle sue mani si­mili a una pulce a cinque zampe, è per quella frittatina fredda infine che voi avete compromesso la causa sublime del Mascaralismo. Sento che sto di­ventando un sorbetto di fiele. E se ora mi dite che la amate, questa sanguisuga dalla testa di paglia, se avete la sfortuna di dirmi questo, io vi ammazzo due volte di seguito: perché nonostante tutto l'amore è una coppa di pepe troppo bella perché voi possiate mescolarla a delle scolarette di formaggio dolce che credono di avere dei diritti sugli uomini semplice­mente perché hanno un paio di gambe nella loro crinolina e due piccole carote sullo stomaco. Se voi conosceste Mascaral, se poteste rendervi conto dell'enormità dei suoi talenti politici, comprendereste che una donna può amarlo fino alla morte, fino alla vostra, di morte .(Appoggia la canna della sua arma sul petto di Amedeo).

Amedeo                        - Se mi mancaste, sareste davvero mal­destra. Come ve ne servite, del vostro aggeggio? Lo immergete nel cuore della gente?

La Messicana                - I] Capitano è una vecchia strin­ga, e sua figlia una scimmia perversa. Si impadroni­ranno del tesoro. E' tutto organizzato come il dorso della vespa. Non si può permettere che questa nave arrivi laggiù. Bisogna che faccia naufragio. Quanto a noi, ce la svigneremo fui ti e due su una scialuppa. Ce n'è una in cui ho fatto mettere da un gabbiere, di nascosto, tutto quel che occorre: cioccolato, siga­ri, limoni, cuscini e coperte.

Amedeo                        - E il naufragio? Ve ne incaricherete voi, del naufragio?

La Messicana                - Statemi bene a sentire. Un tem­po, al Messico, c'era un Dio, un dio che...

Amedeo                        - Si. Quoat-quoat.

La Messicana                - Caramba! Voi lo conoscete?

Amedeo                        - Se lo conosco! Egli viveva e si librava nel gorgo in cui il pensiero di Platone e di Socrate non si avventura mai. E aveva bisogno d'un nutri­mento di sanque per alzarsi, ed abbassarsi nei tubi intrecciati del sistema geometrico in cui si ramifi­cava la sua potenza.

La Messicana                - Poiché siete così in gamba, voi dovete sapere - è detto e ripetuto in tutti i libri - ch'egli era già scomparso da un certo tempo, quan­do arrivarono i conquistatori. Aveva detto che se ne andava dalla parte del tramonto verso il mare, e che ne aveva abbastanza. Tuttavia, al Messico aveva lasciata una certa pietra rotonda, trasparente...

Amedeo                        - Sì, la pietra ghiacciata, quella che si chiama anche l'ossidiana.

La Messicana                - Questa pietra, era la sua forza, la sua immagine, e quando Cortez sbarcò fu una don­na   - anche questo è nei libri - fu una donna come lo sono io - come riconoscere una donna da un'al­tra, del resto? fu una donna, dunque, che diede a Cortez un piccolo frammento di questa pietra. Pic­colo, ma ce n'era abbastanza per fare del male e del bene, molto male o molto bene, e quando Cortez...

Amedeo                        - Trenta soldati... Quattordici cavalli...

La Messicana                - Quando Cortez incontrò, alle Pi­ramidi, l'esercito dei rossi - trecentomila uomini che avevano delle balestre capaci di lanciare quindi­ci frecce alla volta - quando li incontrò, Cortez non ebbe .che da alzare la pietra, stretta nella mano, al sole, perché i rossi - misericordia! credessero che fosse Quoat - quoat che tornava dal mare. La notizia passava dall'uno all'altro... Allora, tutto quel­lo che disse loro l'uomo che portava la pietra, essi lo fecero. Dettero alle fiamme le loro frecce. Dettero alle fiamme le loro biblioteche. Ed ora sono diven­tati fogliame secco.

Amedeo                        - Ma perché Quoat - quoat agiva così contro il suo popolo?

La Messicana                - Gli dei passano a turno, uno do­po l'altro, davanti alla finestra. I battelli dell'Est por­tavano degli alberi con un braccio di legno inchio­dato di traverso. Il vento spingeva la croce. Per far­la breve, questo pezzo di pietra, l'ho io. Con esso se ne possono fare, di cose!

Amedeo                        - Perché non ve ne siete servita al Mes­sico?

La Messicana                - Al Messico, non ha nessun effet­to. Il sonno è il sonno. Quoat - quoat dorme tanto profondamente che non russa neppure. E nemmeno in Castiglia e nemmeno nel vostro paese, la pietra potrebbe funzionare. Ma una nave, non è né di que­sto, né di quel luogo. E' un posto che non è nes­sun posto. Il legno viene dal Nord, il ferro viene dal Centro, la canapa dal Sud, e le anime, chi lo sa da dove vengono, le anime? Un prodigio 'Continuo rinserra e mantiene vivo il pesce. Un altro prodi­gio, non più prodigioso del primo, può far crepare il pesce. Bueno. Io butto la pietra nella caldaia delle macchine, e la nave - via - sparisce. Si trasforma in un serpente di fumo. Oppure rutta. Oppure, an­che, si invola come un sospiro, la nave e il suo vec­chio Capitano con la sua padella di figlia... Ma noi, in ogni caso, noi abbiamo la scialuppa, perché vi ho fatto sopra, con la pietra, il segno della cavallet­ta: è anzi a causa di questo, e non per il pranzo che io non c'ero quando spiattellavate tutto.

Amedeo                        - Fatemi vedere questo pezzo di pietra.

La Messicana                - Separarmene è peggio di quel che sarebbe se mi strappassero il cuore. (Porge la pietra ad Amedeo).

Amedeo                        - (esaminando la pietra) Decisamente, no.

La Messicana                - Che cosa, no?

Amedeo                        - No non voglio! Non userò questo mezzo.

La Messicana                - Naturalmente! Eh, siete diplo­mato, voi! Siete uno spirito forte. E credete che la mia pietra non abbia più potere e virtù di ogni altra pietra. Per me, io porto quattordici amuleti: tutta­via non ho una sola goccia di sangue rosso nelle ve­ne, voglio dire sangue indiano. Io sono la di­scendente d'uno dei compagni di Cortez - proprio così, signore - e ci sono più domenicani nella mia famiglia di quanti peli possono esserci sulla zucchet­ta della figlia del Vostro Capitano: eppure, nono­stante tutto questo, io ci credo, alla forza di questa pietra. Essa mi pesa. Mi travaglia.

Amedeo                        - Anch'io sono convinto che gli atomi di questa pietra sono carichi di una energia terribile. Ma ancora una volta, mi rifiuto. Io non mi lascerò salvare dalla pietra.

La Messicana                - Come! Ma, benedetto uomo, non capisci dunque che il Capitano ti fucila, e che il tesoro finisce nelle sue tasche, e che Mascaral con­tinua a marcire fra i suoi moscerini, e tutto questo perché un diplomato avrà avuto uno stomaco debole? Uomo, piccolo uomo, questa pietra farà di te il padrone della nave. Il Capitano, tu lo addome­sticherai. Godrai sua figlia, e le creole, e, se ti piac­ciono, anche le cameriere... Tu potrai rendere que­sta nave mille volte più grande o mille volte più piccola. Oppure potrai farla correre sotto i flutti come una lepre fra il grano. Tu potrai... Di' di si. Muovi un dito, muovilo... Qualsiasi movimento tu faccia, mettiamo che voglia dire di sì. E se dici di no, mettiamo che voglia dire lo stesso di sì.

Amedeo                        - Mi dispiace, signorina.

La Messicana                - Il Capitano sta venendo. Sento il suo passo. Deciditi. Decidi...

Amedeo                        - Sono desolato.

Il Capitano                    - Mi avete fatto chiamare. Toh! Avete visite? Bravo! Il fiore del Messico! Ma non dimenticate, mio caro amico, che siete il fidanzato di mia figlia.

La Messicana                - Sentite, Capitano, questo bravo ragazzo ha delle seccature. Voi vi disponete a farlo un pochino fucilare. Questo è quanto mi ha detto, almeno. Notate che io non ho nulla contro le fuci­lazioni. Sempre vivere, sempre vivere: alla lunga, è mortale. Tuttavia    - perché dovrei, nascondetelo ?

                                      - mi faceva piacere pensare che durante la tra­ versata avrei avuto qualcuno per intrattenermi su ciò che amo - su ciò che amiamo, lui come me - le vecchie pietre, sapete, le stoffe dipinte. E poi, noi abbiamo delle relazioni comuni, gente dei vec­chi tempi... Sapete che tra questa vecchia gente, tra questi idoli del passato, ce ne sono certi che hanno conservato una vivacità sorprendente?

Il Capitano                    - (a Amedeo) Così, signore, voi avete resa edotta la signorina della necessità in cui mi trovo di... Decisamente, voi raccontate tutto. Tutto. Un segreto, insomma, è per voi la passeggiata del lungomare. Vi si passeggia. Vi si sgranocchia dei dolci. Vi si fa all'amore. Il vostro comportamento non potrebbe che raffermarmi - se ce ne fosse bisogno - nella convinzione che ho di aver preso nei vostri riguardi la sola decisione che si impo­neva.

La Messicana                - Così, davvero voi pensate di privarmi del mio ballerino? Lo chiamo il mio bal­lerino, ma non balliamo affatto. Parliamo, noi. E' così istruito.

Il Capitano                    - Vi sembrerà che io mi comporti senza galanteria. Pensate che faccio fucilare il fi­danzato di mia figlia. Non dovete quindi biasi­marmi. Compiangermi dovete, piuttosto.

La Messicana                - Vostra figlia è assai mal accom­pagnata. Un fidanzato tutto bucato, tutto bagnato. Io      - per fortuna! non sono fidanzata. Devo dire che, negli uomini, la gioventù mi delude. Persino quando sono dotti, i giovani, continuano ad esser frivoli. Guardate questo! Io preferisco le guance grigie, le mani dure. C'è molto più zucchero, nelle mani che hanno tenuto per molto tempo le redini e il frustino, o il timone e il compasso. Hanno tanta paura, queste mani, di far del male, quanta ne hanno

                                      - poverine! di riceverne.

Il Capitano                    - Effettivamente, l'esperienza garan­tisce la dirittura.

La Messicana                - Voi avete delle mani interes­santi, signor Capitano. Si vede che sono servite a molto, che hanno compiuto delle grandi opere. Vo­lete che ve le guardi, fino in fondo?

Il Capitano                    - Ehi, ehi, mi fate il solletico! Co­nosco il trucco. Le linee che non ci sono, la strega le disegna con la punta della sua unghia.

La Messicana                - Le vostre mani mi piacciono, ma mi piace meno questa grande barba a due punte. Perché non portare i baffi, oppure dei favoriti pic­coli, piccoli, piccoli e silenziosi come dei piedi? Queste grosse cose di pelo sulle orecchie mi ri­cordano sapete che cosa? delle spoglie di pe­nitenti appesi per i calcagni.

Il Capitano                    - Non bisogna dir male della peni­tenza, in presenza, soprattutto, di questo scapestrato. La penitenza, è come l'artiglieria moderna. Ha una portata lunga. Se i suoi effetti vi sono invisibili, non dovete per questo concludere che non esistono.

La Messicana                - La penitenza è fatta per coloro che ci sono già dentro, alla penitenza: i Tes­chi bavosi, i malati, i prigionieri. Io, non mi sono mai pentita. Ho sempre spinto, spinto. Quando la vita non vuole aprirsi, la si spezza. Ma la vita si apre sempre. Basta un po' di calore. Voi mi tro­vate alle quattro del mattino nella cabina di quest'uomo. Avreste potuto trovarmi in un'altra ca­bina. Io conosco la nave fin nelle piramidi di corda che sono in fondo alla quarta stiva. E nella ca­bina del Capitano, io saprei andarci ad occhi chiusi, e con le dita aperte. Io so che l'estremo capo delle scotte delle grandi vele, l'avete legato al piede del vostro letto. (Si stringe tutta contro il Capitano).

Il Capitano                    - Signorina... Cercate di capire... Io, la donne... Mi occuperei più volentieri delle stelle, io. Per me il sestante è il mio...

La Messicana                - Io vado pazza per questo odore che è su voi, per questo odore di sale, di carbone e di comando.

Il Capitano                    - Scusatemi. Può darsi ch'io non sia molto compito. Le giovani donne, sono piene di incanto. Ma a loro, io preferisco una buona tempesta.

La Messicana                - E mi chiamavi il fiore del Mes­sico! Un fiore, si coglie! Non serve a nulla aspet­tare. Io sento contro i miei seni il duro dei tuoi bottoni di cuoio. Le tue ancore rimarranno impresse su di me, Capitano. E' da questi segni che si rico­noscono le donne toccate dal male di mare, dal male di amare gli uomini di mare.

Il Capitano                    - Signorina, naturalmente noi siamo pronti a fare qualsiasi cosa per il confort delle viag­giatrici di prima classe: tuttavia io - voi capite - io sono il capitano. I miei compiti mi assorbono totalmente. C'è da curare questo, da fucilare quell'altro. Provate... Provate col nostromo... O con il macchinista. E' abituato al fuoco, lui. Oppure pro­vate... non so... infine, c'è un mucchio di uomini, a bordo Giù, ad esempio, quelli che distribuiscono il materiale. Conoscono il linguaggio dei topi, loro... Il dialetto delle gatte. Per lo più sono dei sessantenni, questi ottimi cambusieri... E visto che voi avete un debole per il pelo grigio...

La Messicana                - li Capitano è così diverso dagli uomini?

IL Capitano                  - Il regime del Capitano, ragazza mia, è la quaresima. Oh, a lui piace che attorno a lui "la gente si diverta, e non c'è nulla che gli piaccia di più che immaginare, sotto il tavolo della sala da pranzo, i piedi dei signori e delle signore che si sfregano, si scavalcano a vicenda: volevo dire, pardon, delle signore e dei signori. Ma assag­giare lui stesso, tastare vero? lui stesso, questo no: gli è proibito, organicamente. Abbiamo un regolamento. A proposito, anzi, questo giovanotto vo­leva parlarmi.

Amedeo                        - (consegna al Capitano la pietra magica) Capitano, devo consegnarvi questa cosa, che la signorina mi ha affidato.

La Messicana                - Oh, il porco! Oh, 'sto figlio...! La mia pietra! Oh, il porco! Tu mi tradisci, per tentar di ottenere la grazia: ma non l'avrai, la tua grazia. Quest'altro figlio di vacca ti strapperà le un­ghie, e ti bucherà la milza e la trippa, e ti pren­derà a cannonate quel tuo bavosissimo...

Il Capitano                    - (al gendarme) Conducete la senorita nella sua camera. E chiudetela bene. (// gen­darme esce, portando via la messicana, che agita in aria delle belle gambe brune e nude fuori delle sot­tane svolazzanti).

Amedeo                        - Vi prego di notare, Capitano, che se vi ho consegnata questa pietra non è stato per ac­quisire non so qual diritto alla vostra indulgenza. E' perfettamente chiaro infatti che, in tutta questa buffonata, la vostra indulgenza non deve affatto ve­nir esercitata. Semplicemente, io non mi sarei mai saputo perdonare di aver concorso a qualcosa che fosse contro la vostra autorità e contro la sicurezza della nave.

Il Capitano                    - Vi ringrazio. Il Mirmidane è so­lido, questo è certo, ma non bisogna trascurare nulla. Poco fa, stavo dicendomi: siamo un po' inclinati a tribordo. Era 'sta faccenda, evidentemente. (Guar­da la pietra in trasparenza). Sempre questo vecchio serpente. Adesso ha delle piume. Vapore a vela e serpente piumato sono compari. Ma possono scam­biarsi una sgambetto. Vi ringrazio dunque, figliolo. (Cava il suo orologio). Sono le quattro meno un quarto. In genere, a quest'ora sto godendomi iì me­glio del. mio sonno. Bah, tra qualche minuto tutto sarà finito. Voi sarete finalmente tranquillo, e così io. I gendarmi sono già in fila sul ponte.

Amedeo                        - Ma allora pensate davvero di andare fino in fondo? Ascoltatemi, Capitano, Nella vostra vita, voi avete avuto a che fare con degli avven­turieri, con dei ruffiani. La loro scomparsa, tutto considerato, non avrebbe allarmato nessuno. Per voi il mare   - lo capisco bene - è come un fiume. Si getta verso la morte. La gente dal volto sbilenco, dal mestiere losco, ammetto che voi la guardiate come si guardano dei relitti, delle ombre. Il mare è la valvola di sicurezza della società. Chi potrebbe non approvare il vostro zelo nello sbarazzarci dei membri cariati, dei figli maledetti? Ma voi ed io - capitelo - siamo della stessa razza. Conoscete i miei titoli. Appartengo a una vecchia famiglia della Turenna.

Il Capitano                    - - Della Turenna o della Borgogna, una famiglia non è che una famiglia. Se ci si do­vesse fermare a certi argomenti!

Amedeo                        - Papà è notaro a Richelieu. Mio zio è colonnello. Una delle mie zie finì la sua vita come bibliotecaria di un convento di suore trappiste, nel Lot. Vedete che « contiamo », noi. Qui. su questo bel vapore a vela, voi siete il padrone. Forse, lo siete addirittura di fronte a Dio stesso: ma là, in Francia, vi assicuro che prenderebbero piuttosto male la notizia del mio decesso. Farebbe un vuoto, e poi molta schiuma. Mi spiego: mio padre era com­pagno di studi del Duca di Morny. Che ne dite? Questa sporca missione, è attraverso relazioni che l'ho avuta. S'è organizzata, così, tra una chiacchie­rata e l'altra. Voi avete un figlio già grande? Che cosa fa? Oh, mio Dio, riesce abbastanza bene in archeologia, nello studio delle lingue. Ma è di temperamento molto attivo. Gli piacerebbe viag­giare. Credete che il Messico lo tenterebbe? -Per farla breve, io sono esattamente il contrario di un acrobata, d'uno svaporato. Io sono quel che si dice un figlio di famiglia. E me ne vanto. Ah, ca­pisco perfettamente il vostro gioco...

Il Capitano                    - Se credete che io giochi... Non ve­dete che gli occhi mi si sono riempiti di lacrime?

Amedeo                        - Mi sono espresso male. Capisco che avete voluto mettermi alla prova. Se rifletto a tutto quel che è accaduto, tutto mi sembra chiaro. Sem­plicemente, mi avete sottoposto ad una prova. Mi avete dato una lezione. Clarissa ha manovrato come un maestro d'armi. Io avrei dovuto tacere. Avrei dovuto stare in guardia. Eh, mi avete dimostrato che sono soltanto un principiante. E per tutta una notte mi avete costretto ad avvoltolarmi nella mia presunzione umiliata. Grazie a voi, padre, in poche ore ho vissuto mille volte di più che in un nu­mero uguale di giorni, di giorni ed anche di anni. Ho pensato di uccidermi. Ho pensato di uccidervi. Voi avete fatto di me un assassino, ma - tutto è bene quel che finisce bene - un assassino senza malvagità e le cui mani rimangono pure. I miei delitti immaginari mi avranno valso, sull'epidermide dell'anima, quelle vescichette che finalmente indu­riscono i tessuti. Questa notte, con quel gendarme... A proposito, dov'è?

Il Capitano                    - Doveva presentarsi al suo coman­dante. Sarà qui tra poco.

Amedeo                        - ...con quel gendarme che dormiva, co­me se né la morte né l'angoscia lo riguardassero, e fosse protetto            - povero imbecille! dalla sua scia­bola e dal suo cappello, mentre io, nella mia in­sonnia lucida, sapevo che sarebbe finito all'ospizio, coricato nella sua sporcizia e paralizzato dalla testa ai piedi, oppure che avrebbe presto ricevuto, al basso ventre, il calcio di Proserpina o di Cassio­pea, della sua giumenta, e che la sua urina avrebbe cominciato a scorrergli nelle vene, e che il suo corpo si sarebbe fatto giallo e debole, e che qual­cuno gli avrebbe detto: «Possibile che tu puzzi in codesto modo? Lo fai. apposta»: perché, voi lo sa­pete bene, non ci si sbaglia mai quando si tratta di prevedere l'avvenire degli uomini: basta aver l'avvertenza di evocare rovina e marciume... Di fronte al gendarme addormentato, dunque, io mi di­cevo che sarebbe stato interessante tentar di eva­dere da questa nave, da questo sistema, di evadere non solo dalla vita ma dalla morte, e dagli uomini e dalle donne, e dalla terra e dal mare, e dalle culle e dalla tomba, e dal sole e dalla luna, per passare

                                      - capite quel che voglio dire? per passare su un'altra nave, in un altro universo, abbandonando l'universo di Dio... Quest'idea, nella mia testa, bol­liva..; Una vera caldaia...

Il Capitano                    - Andarsene dall'Universo di Dio... Voglio raccontarvi una storia. Vent'anni fa, sulla linea di Pernambuco, un marinaio mi aveva rubato l'orologio. Che ne dite? Inseguito, a bordo, egli si era rifugiato sul terzo pennone, sessantaquattro me­tri sopra il ponte. Faceva un tempo da lupi. L'uomo aveva il suo coltello, e guai ad avvicinarglisi! Alla fine...

Amedeo                        - Alla fine?

Il Capitano                    - Alla fine, mi mostrò i pugni, e poi, da quell'altezza, si buttò nel calderone. Era un coraggioso. (Un tempo). Proseguimmo al nostra rotta verso l'America. Forse appena un'ora dopo, accadde che una goletta portoghese, che se ne tornava pian piano in Europa, raccolse il mio artista. Egli era dunque salvo. Salvato dall'oceano. Salvato dal re­golamento. Orbene, a due miglia di distanza guar­date che caso! la goletta si fa prendere da un ciclone, non sto a dirvi di che violenza: vi basti sapere che uccelli, pesci, e persino dei pezzi di legno, volavano in tondo come i .cavalli in un circo. Anche noi eravamo nel raggio del ciclone. Per evi­tare che il gorgo centrale ci aspirasse, mi tenevo il più vicino possibile all'orlo, dove le acque sono calme. E tre volte, mio caro, tre volte la vedemmo passare, la goletta portoghese. Filava con la velocità di una palla di fucile. Girando, perdeva i suoi al­beri, le sue parapettate, i suoi marinai; Quando il ciclone si fu calmato, e tutto ridivenuto pulito, lim­pido, brillante, la Portoghese ci apparve, immobile, a tre lunghezze da noi. Si presentava esattamente come una chiatta, tutta piena di buon'acqua di mare, giusto di due dita sul livello delle onde: sul ponte, solo, il mio ladro, il mio ribelle. Si andò a pren­dere con la scialuppa. Gli feci tagliare le gambe l'una dopo l'altra a .colpi, d'ascia, proprio a filo della caviglia. Poi lo impiccammo. Però, che uomo! Bau­delaire. Si chiamava Baudelaire. Che uomo era!

Amedeo                        - Oh!

Il Capitano                    - Sì... Il regolamento - sempre lui!

                                      - il regolamento prevede questo trattamento per colui che avrà rubato l'orologio del Capitano. Se mi avesse rubato soltanto i. pantaloni, o il portafogli, non sarebbe incorso che in poche ore ai ferri. E ben volentieri gli avrei risparmiato anche questo. Ne aveva ruttate abbastanza, come si suol dire. E, in un .caso come questo, il diritto di grazia ci è concesso. Ma questo dannato regolamento, impossi­bile rigirarlo. I pantaloni? Una ragazzata. Il porta­ fogli? Una bagattella. Ma l'orologio del Capitano! Ah, ah, impiccato!

Amedeo                        - Sono perduto. Mio padre... Mia madre-Che cosa diranno?... E poi, io non so che .cos'è la morte. Non mi hanno insegnato nulla su di lei. Non ne posso più. Sono stremato. Non sono abituato, capite? Non ho più la forza... Voi avete l'età di mio padre. Avete un bel vestito, voi, così bene abbottonato, così rassicurante. Tiratemi fuori da que­sto guaio. Salvatemi!

Il Capitano                    - Ma  certamente! Subito! Però, co­me? Il commissario ha già redatto il processo-ver­bale.

 Amedeo                       - Via! Si può strapparlo. Non è che un pezzo di carta.

Il Capitano                    - I moschetti sono carichi. Sul pon­te, i gendarmi sono in fila. Se in qualche modo po­tesse esservi di giovamento, io potrei morire con voi... Ma voi non morireste meno, per questo, e per quello che è...

Amedeo                        - Accidenti! Ne ho abbastanza. Io non riconosco la vostra autorità. Il vostro modo di pro­cedere è una vera anomalia. Sto domandandomi con quale specie di pirata o d'imbroglione ho a che fare.

Il Capitano                    - Pirata? Imbroglione? Davvero pen­sate che avrei potuto organizzare intorno a me la complicità di tante persone? Questo non sarebbe più un battello, ma un teatro.

Amedeo                        - Poniamo che voi siate sul serio il Ca­pitano di una vera nave. Sopra di voi, laggiù sulla terra, c'è il sovrano.

Il Capitano                    - Esatto. Sopra di me, c'è il so­vrano  (portando la mano al berretto, saluta il ritratto) . Ma al di sopra del sovrano - certamente onnipo­tente ma lontano, teorico, vago - chi c'è. dì nuovo? Il Capitano perbacco! E ben vivo, lui, con la sua buona faccia, i suoi favoriti, la sua stella e il suo regolamento. E ora, andiamo. Quei bravi gendarmi, di sopra, finiranno per prendersi un raffreddore.

Amedeo                        - (si impadronisce della pistola della Mes­sicana e grida) Voi non lo racconterete, fara­butto, quello che ora accadrà! Non sarete davvero voi a raccontarlo. (Il gendarme, che era tornato in scena da qualche minuto, gli strappa l'arma, dopo una lotta ti ritmo di danza. Amedeo, in preda ad una sorta di crisi di nervi, continua a gridare). Non lo racconterete! Non lo racconterete   - (Il gendarme lo tiene fermo).

Il Capitano                    - Guardatelo un po'! Una vera zuppa al latte! Non vi ha mica fatto male, almeno, gen­darme? Ed ora, su! Abbiamo già perso cinque mi­nuti buoni. (Quando i tre uomini stanno per rag­giungere la porta, questa si apre, ed entra la si­gnora Batrilani, ita bordolese, matura e perentoria).

La Signora Batrilant - Fermi! Quest'uomo è innocente.

Il Capitano                    - Innocente! E come potrebbe es­serlo? Ho vegliato io stesso, scrupolosamente, alla consumazione del delitto.

La Signora Batrilant - Quest'uomo, questo gio­vanotto per dir meglio, non è colpevole.

Il Capitano                    - Se non è colpevole lui, vorrei sapere chi può esserlo. Il comandante dei gendarmi, di sopra, sta battendo i piedi. E io stesso, cara si­gnora, per quanto sia notevole la mia deferenza per la vostra persona e la mia stima per la grande casa di assenzio che voi tanto brillantemente rappresen­tate, io stesso, dicevo, non posso che biasimare, nel caso, la vostra leggerezza. Leggerezza: la parola non è troppo forte. Perché si tratta della vita di un uomo. Spero che non avrete immaginato di potere, non so per qual prestigio o quali intrighi, sottrarre questa vita a ciò cui fu destinata.

La Signora Batrilant - Vi ripeto che non è colpevole. Io sono un uomo d'affari, lo sapete bene. So quindi quando una parola c'è tanto per la forma, e quando invece corrisponde alla realtà. Perché que­sto ragazzo fosse colpevole, bisognerebbe anzitutto...

Il Capitano                    - Bisognerebbe anzitutto?...

La Signora Batrilant - Capitano... Ditemi... Qualcuno che non è se stesso può venir condannato per quel che ha fatto quando credeva d'essere se stesso?

Il Capitano                    - Non capisco. Che cosa volete dire?

La Signora Batrilant - Nel mio mestiere, per forza di cose, si acquisiscono delle nozioni di di­ritto... Questo povero ragazzo! Guardate come trema...

Amedeo                        - Io non tremo affatto.

La Signora Batrilant - Bisognerebbe dargli una tazza di cioccolata... Non abbiate paura, piccino mio. Non abbiate paura... Aggiusteremo tutto. (Parla ah l'orecchio del Capitano).

Il Capitano                    - Che? (Dì nuovo la donna gli parla all'orecchio, indicando Amedeo. Il Capitano dà un piccato strappo ad una dei suoi favoriti e butta all’indietro il berretto). Ne siete sicura? Potreste pro­varlo? (La Signora Batrilant apre la sua borsetta... Tira fuori sveltamente delle carte e le fa vedere al Capitano).

Il Capitano                    - Il sigillo segreto del Ministro... La firma... Non vedo però la filigrana... Ah, pardon!... Sì, sì, è proprio la foglia d'edera, la testa di cane-Mi pare che tutto sia perfettamente in regola.

La Signora Batrilant- (a Amedeo) Rassicura­tevi, mio piccolo amico. Dopo la pioggia, il sole... Dopo la fucilazione, una buona cioccolata!

Amedeo                        - Mi parlate come se avessi dodici anni.

Il Capitano                    - Mio caro ragazzo, voi avete diritto a qualche spiegazione. I documenti che or ora mi sono stati dati, sono di un'importanza decisiva. Devo inchinarmi. E ]o faccio con gioia. Voi non siete quello che credete.

Amedeo                        - lo non sono quello...

Il Capitano                    - Voi non siete l'agente segreto in­caricato di andare a ricuperare il tesoro di Massi­miliano. Il vero agente...

La Signora Batrilant - Il vero agente - pro­prio così, cocco bello - sono io. Vi hanno zavor­rato, quando siete partito, d'un po' di informazioni di seconda mano. Eh, non penserete sul serio che avrebbero potuto affidare il tesoro di Massimiliano - dieci milioni sonanti - a qualcuno che, d'ac­cordo, sarà colto e bene educato quanto meglio si può desiderare, ma che non ha mai visto in vita sua l'ombra della .coda del diavolo. Se sapeste dov'è; il tesoro, e sotto qual forma si presenta, sareste ben stupito. Abbreviamo: vi hanno buttato in questa av­ventura per attirare su di voi - nel caso occor­resse - i sospetti degli accoliti di Juarez, o i brutti colpi di qualche ruffiano che lavora a titolo privato.

Il Capitano                    - E intanto il vero agente, sbaraz­zato da questi calabroni, può continuare tranquil­lamente la sua missione. Vedete ora, mio caro ra­gazzo, che avevate torto di volermene? Io sono il prigioniero del regolamento, di questo regolamento che ormai non maledirete più. Dovete riconoscere che, senza il terrore che vi ispirò, non avreste po­tuto conoscere questa gioia, che ora è la vostra, di ritrovarvi intatto davanti al meraviglioso seguito dei giorni della traversata e della vita...

Amedeo                        - E' meravigliosa, la vita! Essa fabbrica, senza risparmio, delle vitalbe e dei battelli, degli scheletri e delle capigliature. Ci volle del coraggio, comunque, per mettercisi dentro, per entrare nella vita, in questa bocca di fiori viscidi, in questa ca­verna a chiocciola, in questa fortezza di Dio... E ora dura... dura, amico mio, mio piccolo amico così gentile così carino! dura e persisti nella tua insania. Il mare e le sue segrete praterie di alghe rosa, il grande mare che fa uh uh con le sue brac­cia come per spaventare gli. scrittori e gli ammira­gli, questo grande mare, io non lo trovo così grande. Lo vedo, d'un tratto, piccolo, talmente piccolo: un vecchietto rinsecchito, seduto attorno al legno bagnato d'un avanzo di alberatura; e la punta degli zoccoli sta di fronte al corno del mento... Il mare, disegnato dalle spiagge, ha sempre lo stesso pro­filo, quello di 'sto vecchietto sordido, di questo sudicio bruto; ed io mi devo dominare per non mandarlo a sbattere contro il muro della sua spe­lonca, lui e quel suo sputo monotono, da cui può farsi prendere soltanto un moscerino da latte, lui e quei suoi occhi blu piantati nella sua faccia di pelle di topo. La prima volta che si vede, il mare, può fare impressione. Ma è immobile, in fondo, co­me un necrologio. Non fa altro che offrirci, sempre, le stesse tempeste, le stesse odissee, la stessa ara­gosta alla maionese. Può crepare, se vuole!

Il Capitano                    - Ma .che gli. prende?

La Signora Batrilant - Il sangue reagisce. A certi, in casi simili, vengono delle chiazze su tutto il corpo. Non mi sorprenderebbe che ne avesse già qualcuna sul petto. Dovreste liberarvi un momento, in modo che possa vedere...

Amedeo                        - Che cosa mi prende? Io sto per essere fucilato. Ebbene, al momento di perderla, io svili­sco la vita.

Il Capitano                    - Fucilato? Non ha capito nulla! Sentitemi bene.

La Signora Batrilant - Voi non siete l'agente segreto.

Il Capitano                    - Voi siete, semplicemente, un uomo di paglia.

La Signora Batrilant - Vi hanno dato delle cianfrusaglie. Le cianfrusaglie, a casa mia, sono degli aggeggi di terra cotta, dei giocattolini insomma! Rappresentano degli utensili da cucina, ed anche dei cani o dei galli, Si danno ai bambini. I grandi fanno la minestra nelle pentole vere. Le cianfru­saglie, servono per giocare.

Il Capitano                    - Cianfrusaglie, cianfrusaglie!

La Signora Batrilant - Uomo di paglia! Piccolo uomo di paglia! (Essa e il Capitano danzano in­torno ad Amedeo).

Amedeo                        - Volete dire che... che è finito... che non mi fucilate più?

La Signora Batrilant - Finalmente! Ci siamo! No, non ti fucileranno. Ed ora te ne vai a letto, e fai una grossa dormita. Non c'è che dire, è tutto sottosopra. Ma ora te ne vai a fare una bella dor­mita, e dopo non penserai più a tutte queste brutte storie.

Il Capitano                    - Io vado ad ordinarvi una ciocco­lata speciale, con biscotti e marmellata. Questa co­lazione mattutina, l'avevo fatta preparare per i no­stri cari gendarmi, Ne approfitterete voi. E per so-prappiù, io aggiungerò un bel grappolo d'uva di Corinto.

Amedeo                        - Capitano... Signora... Amici miei... Do­vete scusarmi... Non trovo più le parole... Grazie - non posso dire che questo     - grazie... Voi siete molto buoni.... Ho avuto paura... Posso ben dirlo: ho avuto paura... Mi seccava  capite vero? era piuttosto increscioso perdere la vita, non esserci più per rispondere al proprio nome... E mi seccava an­che per il resto. Per- il latino, per il greco, per lo spagnolo, per tutto quello che ho imparato, tutti questi verbi, transitivi e deponenti, tutti questi poeti e questi filosofi che, se avessi dovuto morire, non sarebbero più esistiti, sarebbero ricaduti  puff! nella tinozza nera. E mi seccava, anche da sentirmi il cuore lacerato per questi paesaggi che ho tanto guardato, per certi tetti di fattoria, per esempio, là dove la Turenna diventa il Poitou, e per un mucchio di particolari che dipendono sol­tanto da me. La criniera del cavallino ,che parlava noi si diceva che parlava! Il grembiulino bianco della lattaia di Bellevue. L'odore della classe di matematica, in liceo. Ah, sono proprio contento che non sia accaduto, il... il... il pan! pan! Scriverò a mio padre, signore. Gli dirò quanto siete stato buono. Senza di voi...

Il Capitano                    - Io non ho fatto nulla. Io non avrei fatto nulla, mai, che fosse contro il mio do­vere. Ma sono indicibilmente felice che questo do­vere coincida con la vostra, salvezza. Ora, vado a liberare i miei gendarmi. Devono essere congelati. Assai piacevoli, del resto, questi militari allineati lassù, sotto le stelle, con una pallottola in canna. Non so davvero come potrò consolarli del loro in­fortunio. Riposatevi bene, mio giovane amico.

La Signora Batrilant - Spogliatevi in fretta. Tornerò a rincalzarvi il letto.

Amedeo                        - Grazie, grazie. Capitano, ancora una parola... Ho una certa confusione in testa. Eppure, in genere, afferro rapidamente... Mi sembrava che ammetteste, poco fa, che non si è responsabili di ,ciò che si è potuto fare, essendo in buona fede, in que­sta o in quella qualità, quando questa qualità, come si potè assodare in seguito, era menzognera, usur­pata. A me, invece, sembra che la convinzione che avete di rappresentare questo o quel personaggio, vi impegna, almeno moralmente, per tutto ciò che fa­rete in nome di questo personaggio. Se, credendo di uccidere qualcuno nel suo letto ,io non pugnalo che il suo .cuscino, rimango ugualmente un assassino.

  La Signora Batrilant   - Intanto, il vostro cuscino vi aspetta.

Il Capitano                    - Voi sollevate un'interessante que­stione dì diritto. Dovete tuttavia considerare che il vostro delitto non era concepibile se non in quanto lo commettevate in qualità di agente segreto. Ora, voi non siete questo agente segreto. Potreste essere piuttosto il contrario.

La Signora Batrilant - Si comporta come un bambino! Non sarà contento finché non avrà smon­tato il meccanismo. Ci si rompe le unghie, a tentar di forzare Le spirali. E fruga, e tormenta... E, intan­to, il sonno lo illanguidisce.

Il Capitano                    - Evidentemente, io avrei potuto far­vi fucilare per dar maggior credito alla storiella del­la vostra missione, della vostra pretesa missione. Ma avrei commesso un abuso di potere. E poi, fino a ' nuovo ordine non si bombardano i civili.

Amedeo                        - Oh, vi trovo ben pronto, Capitano, a trattare la mia missione di sottogamba. Tengo ad avvertirvi, allora, ,che il vostro punto di vista è com­pletamente diverso da quello degli uomini - eminentissimi e ragguardevolissimi - che hanno posto in me la loro fiducia, e che prenderebbero in assai cattiva parte, ne sono sicuro, il vostro disprezzo ri­guardo alla scelta ch'essi hanno fatta.

La Signora Batrilant- (brandendo le sue carte) Ma fategli dunque vedere la lettera personale del ministro Spiegategli il significato dei timbri, della filigrana. Continua a credere al suo tesoro!

Amedeo                        - Questi documenti non mi interessano. E non conosco questa donna. Puzza d'assenzio fat­turato a quindici passi.

La Signora Batrilant - E' di me che parlate in questo modo? Io che, proprio io che...

Amedeo                        - Capitano, io ho una missione da com­piere. Insieme ai privilegi ne ho accettato i rischi. Io dovrò, lo si voglia o no, subire la vostra ingiu­stizia. Non accetterò la vostra clemenza. Voglio mi­surare fino in fondo la mia strada. Io respingo la tentazione biforcuta. Un uomo è un uomo, non due uomini o dieci uomini. Se non muoio, non vivrò più. Sarà un altro che vivrà al mio posto, che vivrà sotto la mia pelle, nella mia testa, fra le mie gambe, fra le mie braccia. Egli non sarà più me: come potrei a-marlo e sopportarlo?

La Signora Batrilant - Ma, cattivone, poiché vi si dice che il tesoro...

Amedeo                        - Capitano, questa donna non ha nulla da fare nella mia cabina. L'esecuzione era fissata per le quattro. Credevo che la puntualità fosse di regola, in marina.

Il Capitano                    - Ma, dannato ragazzino, quando il Capitano in persona vi attesta, prove alla mano, la validità della vostra carenza o, se preferite, della vostra assenza - intendo la vostra assenza giuri­dica nel dibattito di cui ci stiamo occupando - i vostri scrupoli devono sparire. Lo devono.

Amedeo                        - Il Capitano ha ragione, anche se il Ca­pitano gli dà torto. Dopo tutto, può darsi che ci sia­no due Capitani, con gli stessi favoriti, lo stesso ber­retto, la stessa stella. E uno sarebbe più floscio, più sensibile, più sbiadito. Io, obbedisco all'altro. Sen­tite...

La Signora Batrilant - Io non sento nulla.

Amedeo                        - La gendarmeria si spazientisce. Fa rimbombare il ponte sotto i suoi tacchi. Sentite. Il mare, tutto agitato, si chiede che cosa stia accadendo, e se i pesci non stiano per cessare di succedersi sen­za posa, come degli dei il cui silenzio chiuderebbe, dominerebbe lutti i discorsi. Sentite... La terra -in­terroga il cielo. Si alzerà il sole, domani? Tutto que­sto timore è ben fondato. Che una remissione sia ac­cordata, che la matematica generale dell'appunta­mento dell'anima con la tragedia, della persona con la sua essenza e della nostra anima con la tragedia, esiti su un solo punto, e tutto il sistema crolla, o, almeno, si modifica. Quoat-quoat risuscita. Il sole, come un serpente scarlatto, si mette a scivolare, non più nell'aria ma sulla terra, trangugiando al pas­saggio le gambe delle ragazze. E la morale, la sola realtà della religione, la morale si slabbra e sì con­suma, e le ipoteche non saranno mai più purgate: mai più. Del resto, è libera di fare quello che vuole.

Il Capitano                    - Chi?

Amedeo                        - (impadronendosi della pistola) La mo­rale. Io, penso a me stesso. Esigo la mia parte.

Il Capitano                    - Vi proibisco di uscire.

La Signora Batrilant - E' capace di tutto. I suoi occhi brillano. Ha l'aria d'essere cresciuto.

(Amedeo va verso la porta, esce, e rinchiude bruscamente. Il Capitano e la signora Batrilant si pre­cipitano contro la porta chiusa).

IL Capitano                  - Aprite, miserabile! Vi ordino di aprire!

La Signora Batrilant - Non avete il passe-par­tout? In generale il Capitano ne ha uno che serve per tutte le porte.

Il Capitano-                   - No, non ho il passe-partout. Così. eccoci sottochiave. Se è stato svelto quello!

La Signora Batrilant - Ma bisogna far qual­cosa. E' come impazzito. L'avete visto anche voi. E' come impazzito.

Il Capitano                    - L'avevo ben dubitato, qualche vol­ta, d'essere, in definitiva, il prigioniero della mia nave. Ma non avrei mai creduto che un giorno qual­cuno avrebbe trovato il modo di darmene la sensa­zione. Questi bei legni, questa geometria, di .colpo mi disgustano. I miei favoriti si fanno dì piombo. I miei galloni mi stringono alla fronte e alle braccia. Le mie arterie si gonfiano e si induriscono. Sono stato sfidato, cara signora. Un momento, però! Ora io, più fluido del silenzio dei pesci, mi spanderò attraver­so le pareti, e lassù, sul ponte, agendo e fissandomi al livello delle circostanze meccaniche, io compor­rò il misterioso ostacolo che i cani dei fucili, model­lo cinquantanove, incontreranno al momento di mor­dere il congegno di sparo.

La Signora Batrilant - Eccellente idea! Spande­tevi presto. Presto! Spandetevi. Questo povero bam­bino con la sua graziosa pancetta!

Il Capitano                    - Non chiederei di meglio, ma il re­golamento vi si oppone formalmente. Neppure io, si, neppure io,potrò oltrepassare questa porta se non dopo averla aperta oppure sfondata. I miracoli non si producono se non con l'intercessione degli uomi­ni.

La Signora Batrilant     - E' proprio così. Siate uomo. A voi. Con questa zappa...

(Il Capitano si appresta a sfondare la porta. Allora, dalla parte alta della nave, si ode la raffica della salva omicida).

Il Capitano                    - Io ho vissuto nell'anima, nell'av­ventura, nella persona di quest'uomo. Io sono tutti gli uomini. Sono tutti gli esseri. Niente può rag­giungerli, niente può raggiungervi, se niente può rag­giungere me. E niente può toccare me poiché io so­no il buon Dio.

La Signora Batrilant - Voi siete il buon Dio, veramente?

Il Capitano                    - Il buon Dio? Chi è? Chi è il buon Dio?

La Signora Batrilant - Voi dicevate che...

Il Capitano                    - Io sono il padrone della nave. E credo di averne abbastanza. Al principio, questa bat­taglia insolubile tra il mio regolamento e i passeg­geri era varia, divertente, pittoresca. Ma ora comin­cia a dar cattivo odore. Dura. Si eternizza. Per loro, per ciascuno di loro, è sempre nuovo: lo vedo bene. Per me, è sempre uguale. La fucilazione, i tesori, i discorsi. E soffrono. Soffrono molto, gli uomini. Sof­frono di vivere, soffrono di morire. Se la facessimo finita? (Cava dalla tasca la pietra) E' potente, que­sta pietra. E' ancora più potente di quanto può cre­dere la nostra Messicana. Se butto questa pietra sul pavimento, tutto salta  si dissolve. Io stesso salto, con il mio berretto senza appello. Mi dissolvo. Mi can­cello. Più nulla. Neppure il buco nero di una car­rucola. Né l'asse della grande elica. Il pieno si svuo­ta. Il vuoto si colma. Più nulla. Più nessuno sulla nave. Più nave per nessuno. (Il Capitano alza il braccio) Tenetevi forte!

FINE

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