Rissa col diario

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RISSA COL DIARIO

Autopsia d’un matrimonio

Di Carlo Terron

A Giancarlo Sbragia,

dopo – e per – averlo udito

 impareggiabilmente monologare

“La sonata a Kreutzer”.

Riportati alla lettera, trascelti, raccordati, riassunti, concentrati, incastrati dialogicamente, parafrasati – “indovinati” e “commentati” – cronologicamente preposti o posposti, tutti ineccezionalmente i dati del discorso – or vissuto or ricordato –sono dedotti o impliciti, con puntuale fedeltà, dai diari onnivori e fluviali che, con monotonia ossessivamente reiterante, dalle cime inaccessibili dell’inquietante sottigliezza e insinuazione psicologica, non di rado rasente orli di delirante intolleranza, giù fino alle meschine crudeltà della banalità più petulante, Leone Tolstoi e sua moglie, Sofia Andreevna Bers tennero, ognuno il proprio, perfidamente puntato contro l’altro, non senza un occhio ai posteri, sino alla morte (1910 lui, 1919 lei) per volumi e volumi. Parole dette, fatti riferiti, pensieri pensati, sentimenti vissuti, giudizi espressi, accuse confidate, avvenimenti testimoniati. Scritti, corretti, sottoscritti, ricopiati, conservati, pubblicati e consultabili: affilato strumento di tortura, da grafomani indefessi, quanto emeriti ed ambigui manigoldi di alto sadomasochismo, impareggiabili nell’arte perversa e sofisticata dello sbranare sbranandosi: un inferno. Altro che Strindberg! Accade a coloro che “si vogliono bene”, come si sa: il maggior furto che l’amore, ladro insuperato, possa perpetrare a danno dell’odio, derubato sempre maldestro e soccombente in tal giostra. (è puranco vero, secondo Freud, che tutte le autobiografie sarebbero, in buonafede, “sinceramente false”. C’è molto da augurarselo, ma poco da sperarlo).

Interlocutori:

Sofia Andreevna Bers, vedova Tolstoi

Suo marito: Lev Nicolajevi_, profeta, scrittore, patriarca, conte e genio, in carica, naturalmente, nemmeno troppo in incognito.

In Russia. Dal 1862 al 1910 Preludio a un susseguirsi di sequenze lampeggianti nell’ombra – intese, col minimo mutar d’abito, d’acconciatura, di modo, gesto e tono, possibilmente, per quanto è dato, d’aspetto, onde sottolineare, non più che tanto, il subentrante evolvere dalla giovinezza alla maturità – come generata dall’assordante terribilità funebre di una remota musica sacra grecoortodossa, palese mediazione al transito estremo dei mortali, appare una severa matrona dalla venustà ben in ritardo sugli anni, che pur son già sessantasei. È in gramaglie strette, nascoste da un impenetrabile velo nero; compassata eleganza non priva di blasonata altezza. È la contessa Sofia Andreevna nata Bers, recente vedova Tolstoi, reduce dalle esequie dell’immortale consorte. Le pende, ancora, dalle eburnee mani, il madornale rosario che la inorgoglisce nel suo più noto ritratto della maturità. Incede lentamente fin nel cuore di un cerchio di luce che, taciuto, di colpo, il clangore del rito, evidenzia una monumentale poltrona scarlatta rasente un pianoforte a coda intera sulla quale ardono le candele di un sontuoso doppiere a molteplici braccia, contro lo sfondo di un gigantesco ritratto iperrealistico, a figura completa nello splendore della piena virilità, del grand’uomo, da credere di poterci addirittura colloquiare. Alti gli occhi, infatti, dopo aver indugiato a fissarlo meditando, essa si pone a sedere e, statuaria, si dedica alla commemorazione della propria vita trascorsa al suo fianco, in un silenzio che trafigge. Consumò ore così prima di sollevare il velo che le celava il volto, mentre, declinando progressivamente la luce, si lasciava riassorbire dalle tenebre. Quando riemergerà dal buio, cadutole massicciamente ai piedi il funereo pelliccione, sarà – o crederà o si figurerà o vagheggerà o delirerà o cercherà di dar da intendere – di essere una fragile diciottenne, un sorriso di perla a fastigio d’un etereo abito lilla pallido, colore sacro all’innocenza. È rinata del milleottocentosessantadue, un chiaro mattino di primo autunno ubriaco del canto degli uccelli e qualche cane abbaia lontano sotto la cupola di un cielo immacolato d’azzurro, dal cui obbligo lo scenografo è esonerato, trattandosi di parole e parole che “accadono” – anche se non rimangono – fra quattro mura, estolte da migliaia di pagine, un oceano di parole. La signora, pardon: la signorina allunga la bella mano candida per afferrare, dal pianoforte, un plico fermato da un nastro rosa. Ne scioglie i nodi e si trova fra le dita un grosso quaderno dal quale le scivola a terra un biglietto accompagnato da un dagherrotipo. Raccattati, legge il primo e sorride assorta, stringendosi il quaderno al petto, nella contemplazione del secondo. Quindi, esasperante nella propria mancanza di fretta, prima di sfolgiarne le pagine, un’ultima azione ancora “au ralenti”, quella di “accarezzare” con un sorriso malevolo il ritratto.

SOFIA ANDREEVNA … Gli manca solo una bella calligrafia. Non gli rassomiglia. Peccato, un gentiluomo così fulgido e seducente, senza un particolare fuori posto. Andrebbero ricopiati. Lo saranno, lo saranno. Due righe ed ha un sussulto. Resta un attimo perplessa. Si alza, avvicinandosi alla parete per raggiungere uno di quei cosiddetti “portavoce”, elementari antenati del telefono, che, tramite un tubo a imboccatura labbra-orecchio, occluso da tappi rimovibili, mettevano in comunicazione con qualcuno… … Puoi scendere, maman?... No, no, rimani pure in lettura del tuo Pu_kin. Non importa, una semplice curiosità. Grazie lo stesso… Era per… Dimmi: cos’è la… la… aspetta… Mi scappa la parola… Un attimo solo, resta lì. Riprende il quaderno per recuperarla alla memoria. Ecco. La… Cos’è la gonorrea, maman? Di che si tratta precisamente?... (un sussulto) Maman!? Che ho detto? Non è il caso di farmi una scenata… Calmissima. Tu, piuttosto… Io che ne so?... Sconveniente?... L’ho letto un minuto fa. Per cos’altro lo domanderei a te?... Nel diario del conte Tolstoi… Certo. Comincia così: le prime parole… Ma sì che lo sai: prima di dare una risposta alla sua richiesta, ci tiene che conosca il suo diario, te ne ho palato ieri sera. Per lealtà, dice… peccato solo che sia quasi indecifrabile. Un gesto delicato e nobile che par tolto da uno dei suoi meravigliosi racconti. M’ha commosso… No, no, quella parola lì si legge benissimo… Ti dico, al principio: terza riga. Se non mi credi, te lo mando disopra, va bene? … Maman, mi stai a sentire? Sembri spaventata… Mi pareva… Ha cominciato a tenere un diario a diciannove anni e s’è ammalato subito di quel male lì, che ti devo dire?... Ora ne ha… quanti ne ha?… Maman? Trentaquattro, il conto è presto fatto: venticinque anni fa… Guarito? Di che guarito?... Non è più pericoloso?... Se non vuoi altro, figurati… Che ti succede?... Sta a sentire: E sillaba dentro al portavoce decifrando dal quaderno: “Kazan 17 marzo 1847 – sarà stato là di guarnigione, da allievo ufficiale, penso – “Da sei giorni sto in clinica, e, da sei giorni, mi sento quasi soddisfatto di me: mi son buscato la gonorrea” – sì, la gonorrea, te l’ho detto - : “Les petites choses produisent des grands effets” – hai ragione, pare che se ne vanti – E che ne so?... Sicuro, esattamente: “mi sento soddisfatto…” Di essersi buscato la gonorrea, certo, che ci devo fare?... Mah, così dice. E precisa – “ovviamente per la ragione per la quale, di solito, la si busca”. Testuale. Per quale ragione si busca la gonorrea? Non raccontarmi di non saperlo nemmeno tu. Della medicina tu sai tutto… Insomma, cosa ho detto? Che mai sarà ‘sta gonorrea? … Mi rivolgerò al dizionario… Perché proibito?... Va bene, va bene, come non detto… Ripeti, per cortesia, senza arrabbiarti. Quando mai te l’ho domandato!... Una… Una costipazione? (dubbiosa) Sarà… Sì, sì,… E quando mai, per una costipazione ci si ricovera in clinica?... Sacrosanto. È quello che penso anch’io: hanno le mani bucate e la trachea delicata. Sfido che la nobiltà russa, pur essendo padrona di metà delle terre, è piena di debiti… Scusa, maman, lo chiederò a lui… Nemmeno questo? Stamattina, si vede, è la mattina delle proibizioni. Pazienza… Certo, certo, non arrabbiarti, come vuoi tu; non vorrei guastarti il tuo Pu_kin quotidiano.. Parola. D’accordo. Perché poi, a uno in procinto di diventare il proprio marito, non si deve potergli domandare com’è che s’è preso una costipazione di quella fatta, io non lo so proprio… Appunto per quello, dici? Certo, ammetterai, almeno, che, per un inizio di diario è piuttosto curioso. Accadeva ancora alle vergini preraffaellite di un secolo puritano. Benché… - Oggi, magari un po’ meno. Si pone, la pia, al pianoforte e suona – male – “Il bacio” di Luigi Arditi che, per esser bello, va suonato brutto, come le opere di Mascagni. Ma è preoccupata, in pensiero, e non lo suona male abbastanza.

SOFIA A.           -  Sempre lei che, terminato il valzer, s’è rimessa a sfogliare il diario del giovane pretendente, già insigne ipocondriaco morale e, ben presto, mistico paranoie laico: “…2 gennaio 1862. Ogni volta che ho inseguito il piacere, mi sono imbattuto nella noia; adesso che fuggo la noia, non faccio che imbattermi nel piacere. Ma è poi piacere? C’è qualcosa di sbagliato nel mio destino… Norme da seguire: fare bene, costi quel che costi, ciò che hai deciso di fare, jusque au but; costringere, sempre, la tua intelligenza ad agire col massimo di forza e di resa… Nessun timore di parlar chiaro alle persone che ti danno fastidio. Prima, farglielo capire, educatamente, ma senza esagerare; se non lo capiscono, dirglielo in faccia, dopo essersi scusato, ma non è necessario… Vivere equivale confessarsi: mai, dunque, una menzogna. Nulla, concernente l’uomo, è stupido, trascurabile o vergognoso, specialmente ciò che lo sembra e, quindi: pensare e dire, in qualsiasi occasione, tutto, sempre, ad alta voce, anche ciò che deve – cancellato il “deve” – che dovrebbe rimaner segreto, come fosse gridato in piazza – gridato in piazza! – Vivo… Vivo… Vivo… - altre sette date di solo “vivo”, l’ottava con due punti di domanda: “vivo??” Con totale naturalezza, interviene, proseguendo alternativamente lui, sagoma, all’inizio, appena intravista a una scrivania, emergente dalle tenebre, colosso barbuto, copia vivente del ritratto: evocazione della memoria vedovile più che materiale individualità di presenza reale: il proprio diario personalizzato, per così dire, voce e poco più. Anche – specialmente – in questo, diverso dall’avversaria fin troppo, in proseguo, nevroticamente reattiva e volubile al minimo soffio del sentimento, dell’umore, del sospetto e di ogni frustrazione possibile, immaginabile e immaginaria, morbosa sensitiva, nella convinta, tesa ed isterica emozionalità provocata, a tratti, ed esaltata, dall’apparente straniamento di lui, esasperante per la perentoria uniformità tonale al calor bianco: due opposte paranoie non ancora, ma ben presto, allo scontro diretto. In termini banali: essa recita, egli dice; in diversa guisa, entrambi, narcisi, si ascoltano. Terribile fare del teatro nella più assoluta sincerità.

NICOLAIEVIC -  (di seguito, senza distogliere lo sguardo da uno specchio a mano dove si sta osservando) “… mi piaccio e mi detesto, vorrei essere un altro e non mi cambierei con nessuno…” Ho trent’anni e l’anima una fogna: nettoyage! Mais ça coute!... Urgenza improrogabile: “prendere la rivincita a scacchi e smetterla colle carte”; maledizione al gioco; non sono Dostoewskij, dopotutto.

SOFIA A.           -  (alterna) “ … Ieri sera, di nuovo, ripulito, compreso l’anello, regalo di zia Tatiana: rimorso. Riscattarlo al più presto ed a qualsiasi costo… E’ stupido: ancora gioco e ancora perduto: sale inutilité.

LEV N.               -  … E altri debiti… Ieri, lascivia tutto il pomeriggio, colpevolmente soddisfatta. Je m’entends. Honte… Carte e lussuria ancora. È una via senza uscita. Due vizi sovrapposti si disturbano a vicenda. È come soffrire d’asma in montagna. Non ha senso. Idea originale, da sostegno per un racconto… Rinunciato al sostegno: non detengo un decimo dell’umorismo necessario. Andrebbe bene per Gogol, figurarsi… Sbagliato anche Gogol. L’umorismo non è sufficiente, ci vorrebbe il talento e la coerenza. Forfait à l’honneur, la “fante” a Gogol. Falserebbe l’ironia calcando sul sarcasmo, suo unico regno incontrastato. “Non crede a niente perché ha paura di tutto”.

SOFIA A.           -  …Forse, Turgheniev…

LEV N.               - Mon dieu!... Trop bonhomme. Fuor che scrivere mirabilmente bene, non sa far altro… Sto buttando la mia vita dalla finestra, peccato dei peccati… “Mi sono alzato vergognosamente tardi e sotto il morso dei sensi”, anche oggi. Il sesso mi fa dannare.

SOFIA A.           -  … “Tre quarti d’ora sprecati sotto la doccia”.

LEV N.               - In difetto di quattrini, si cerca di rimediare coll’acqua gelata. C’est un sale affaire. E fosse servito, almeno, ad ammansire la bestia. Ma è più forte di tutto. Per eliminare le tentazioni non c’è che un mezzo: soddisfarle, e non sempre riesce.

SOFIA A.           -  (nel sogguardare il ritratto, preoccupata) “Considero il sesso femminile una calamità inevitabile come i flagelli naturali. Potendolo, starne alla larga. Io non posso.”

LEV N.               - Si fa per dire. Ah que je m’embête in ogni senso…” “Intestino pigro”. Dovrei fare più moto… Purgante.

SOFIA A.           -  (lei sempre dal diario, s’intende)“… Vivo… Vivo… Continuo a vivere… Debbo dormire di meno e pensare di più. Domattina sveglia alle sei… Alle sette… Alle otto… Sette e mezzo, ultimo termine.

LEV N.               - Mi sono alzato alle nove. “Ieri sera, dalla Anikeeva, lodi sperticate per i racconti”. E peccato di vanità, di conseguenza.

SOFIA A.           -  (insospettita di suo) La Anikeeva?...

LEV N.               - Anche la vergogna di sé va a cicli: vanità a tutto spiano, pare che si siano messi d’accordo: una scorpacciata di vanità.

SOFIA A.           -  “E’ l’unica giustificazione, se lo è, alla sbornia per cui m’han dovuto riportare a casa a braccia” Oh, no!...

LEV N.               - “Scusa sfacciata: mi sarei sbronzato anche senza”. Sarebbe stato meno grave, tutto considerato.

SOFIA A.           -  “… Non curarti dell’approvazione di chi disprezzi o ti disprezza. Otto volte su dieci, essere antipatici è un pregio. “

LEV N.               - Ma quando a disprezzarti sei tu stesso?... Discreto soggetto, può venir buono anche questo. Una commedia?

SOFIA A.           -  “… Fa il bene, però in modo che nessuno se ne accorga”. È evangelico… Questo un po’ meno, mi pare: “Da non dimenticare: “Amando il prossimo non escludere te stesso, sarebbe un’ingiustizia: anche tu ne fai parte”. Vero, in fondo, però.

LEV N.               - Lussuria, gioco e alcool; alcool, gioco e lussuria: la mia trimurti. È mostruoso. Soprattutto, non ha senso manca di fantasia.

SOFIA A.           -  (riflessione personale) Scoperta la sua tattica di autodenigrarsi per farsi dar torto e uscirne valorizzato.

LEV N.               - “Completo fallimento della mia vita morale e materiale”, altroché… “Ancora debiti”.

SOFIA A.           -  Ma parla sul serio, o scherza? Forse, non ha avuto nemmeno quella misteriosa malattia. Si vuol solo male. Forse è il suo modo di volersi bene.

LEV N.               - “… Di questo passo finirò sul lastrico” e le terre non rendono mai abbastanza… Tanto varrebbe liberarsene come ha fatto Turghenev, senza tanto starci a pensar su, prendendo in considerazione, pro e contro, senza fretta, questa avversata utopia delle campagne a chi le lavora, tornata fuori, e badino a se stessi. Rifletterci, evitando, però, di continuar a rimandare.

SOFIA A.           -  (personalissima) A l’istant, il ne faut pas exagerer, monsieur le compte!... (riprendendo a leggere) “…Ma c’è dell’altro ”… C’è dell’altro sottolineato due volte… Dell’altro!… Che mai sarà ?

LEV N.               - “ Mantenersi, sempre, più freddo che sia possibile e non rivelare alcun sentimento. Non capirebbero. Non capiscono mai”.

SOFIA A.           -  Cosa non capiscono? Di nuovo sottolineato… “Al tavolo da gioco, non lasciar mai trapelare la tentazione di contare le vincite, le rare volte che ci sono; e le perdite, che non mancano mai”. Perché?

LEV N.               - “Non pago d’avermi spellato a Faraone, Ogarëv va calunniandomi che sono avaro”. Mai passato per la mente. Tutto, ma avaro proprio no. Caso mai, il contrario… Ingenuo io, che lo trovavo seducente.

SOFIA A.           -  E se avesse ragione?

LEV N.               - Quanto poco l’uomo conosce se stesso!... Ha anche – anche! – torto. “… Bisogna andare in fondo. Sempre più in fondo; imparare a perdere. E a diffidare delle apparenze”. Guai trovarlo seducente. Non sarebbe che una delusione.

SOFIA A.           -  Vale anche per la vita. (stupita e calcando alla lettura) “Penso a quel che penso” (e lo ripete interrogativa) “Penso a quel che penso?” Oh bella!

LEV N.               - “… Questione sempre aperta. Non desistere dal tornarci su. Sul seducente, intendo. Je sais.

SOFIA A.           -  “… Altre norme di comportamento: in società curare i rapporti specialmente, o preferibilmente? Preferibilmente; con gente che occupa posizioni superiori alla tua… Astuto, il sottotenente…” Badare a padroneggiare la conversazione, scegliendo gli argomenti difficili. Son, generalmente, più facili di quelli facili e nessuno s’azzarda a contraddirti, specie se discorri senza esserti levato i guanti…” E’ giudicato più importante colui che si dà importanza… Resistere sempre all’impulso di lodare per essere lodati: è uno scambio reciproco di monete false: mauvaise affaire; non derogare, viceversa, dall’assicurarti, in ogni circostanza, la prima e l’ultima parola”… C’est un mot!

LEV N.               - Oui. “Senza saltare, di continuo, dal russo al francese e dal francese al russo come il branco di tutti codesti parvenus snobisti ed imbecilli”.

SOFIA A.           -  Snobisti e… presuntuosi?

LEV N.               - Snobisti e presuntuosi. Satisfaite?

SOFIA A.           -  Bon! “… anche a prezzo di reprimere la tentazione di stringere tra le braccia un decolleté plongeant, mai trascurare, nelle feste da ballo, d’invitare solo le donne di rango”. Non mancano quelle attraenti anche fra di esse”.

LEV N.               - Persiste la malasorte: perdite, perdite ancora…

SOFIA A.           -  “… e spleen”… Spleen? Perché spleen?... “Mi lascio vivere…

LEV N.               - “… Ricco senza un soldo… Dal principe Sergej Demitrovi_ per il posto; più tardi, dal principe Andrej Ivanovi_ allo stesso scopo: tempo perso, come previsto…

SOFIA A.           -  “… Per un aristocratico, lavorare è un disonore. Stupefatti tutti e due. Fausse honte de ma fausse honte…” (lo ripete riflessiva e consenziente)

LEV N.               - Del resto, per quanto mi concerne, “in nessun luogo, servirei alcuna autorità… Devo ordinare un frac nuovo per il ballo da Zakrevskij”: impegno l’orologio… E’ venuto il momento di eclissarsi per un po’, da Mosca. Non mi ci posso più vedere. Latitanza da debiti.

SOFIA A.           -  “… Sono andato a letto passate le tre… Dagli zingari. Serata senza alibi… Sensualità struggente delle loro canzoni, una sorta di spudorato e innocente piacere erotico della sofferenza, ebbrezza della malinconia e via discorrendo… Sensazione per un inizio di commedia ancora inafferrabile accatastata negli scantinati della memoria, a futuro impiego”.

LEV N.               - “…Ubriaco marcio, naturalmente… Vita inutile, inutile, inutile… Non è una scoperta odierna. Un alibi, almeno un alibi qualsiasi, mon dieu”. Silenzio breve ma intenso, poi lento, quasi afono: Sensualità, vanità, superbia, cupidigia, squallore morale… e non è ancora tutto…: totale incontinenza. Entièrement deraciné. In basso fino alla vergogna di pensare, per giustificazione: dipende tutto dall’essere russo, e un pizzico, perfino, di compiacimento. Schifo, schifo, schifo…

SOFIA A.           -  Mais non, mais non, quesque vous disez ?

LEV N.               - Non vivo, vegeto imputridendo:... pura débacle… (futile serietà). Debbo aver maggior cura delle mie unghie. Non s’a idea quanto ci si badi in società.

SOFIA A.           -  (sentitamente, con rimorchiata riflessione) “… forse, dovrei prender moglie…”

LEV N.               - (subito) Ma chi? Degno di nessuna, indegno di tutte. Da qua, il mio successo colle donne e il mio insuccesso cogli uomini… Ammogliarmi, oppure scrivere. Ma non soltanto questo: ne suffit pas. Doppio mantenuto, mai! Due prostituzioni, per quanto sommate, non fanno un uomo… On verra, voici le problème… Più oltre, più oltre… Dove?...

SOFIA A.           -  Promemoria per domani, otto dicembre e fa freddo, la Neva ghiacciata. Visto che ho la tosse e 38 di febbre, “la mattina niente ginnastica, lettura per un’ora almeno; fino al momento di andar a tavola: poi diario e meditazione – ma su che?”

LEV N.               - … sincero sincero sincero, basta colla truffa d’ogni giorno…

SOFIA A.           -  Dopopranzo, di nuovo lettura, diario permettendo… e bagno, se sarà andata giù la febbre. Prima di notte, due lettere a Jasnaja Poljana, per zia Tatiana e per mio fratello Nikolenka, sempre più malato, preavvertendoli del mio arrivo, decisione irrevocabile; e via, via da tutta questa gente troppo e troppo poco comme il faut. Alla sera, se non sarò stanco, appunti per il nuovo racconto cosacco. Una inesplicabile tentazione: scrivere una lettera allo zar. Ma per dirgli che?..

LEV N.               - Accantonati i cosacchi e lo zar. La febbre non c’era più e non ero stanco, però m’è parso che stesse per avvicinarsi un brutto dolore al solito dente del giudizio, disopra, ultimo a destra, e ho dato la precedenza al dente. Non è venuto. L’ho aspettato fino a mezzanotte e non s’è fatto vivo. Sono preoccupato. Nemmeno del maldidenti non ci si può più fidare. I denti non son di parola.

SOFIA A.           -  (partecipe) Raramente, ma sono fortune che capitano.

LEV N.               - Vigliacco! Me vigliacco, me… Riposato malissimo. Tutta notte disturbato da sogni ed incubi erotici… Perdurante, anche oggi, una gran voglia di donna. Molto fastidiosa. Dovrei vestirmi per affrontare il gelo, e poi spogliarmi, un quarto d’ora dopo, dans l’habituelle maison de passe. Finirò col rimediare vergognosamente, alla solita maniera, mi conosco. On s’est jamais aussi vicieux qu’on voudrait l’être.

SOFIA A.           -  (con una certa difficoltà nel decifrare) “… Penso che penso… Penso di pensare che penso… Penso che penso di pensare che penso di pensare… che penso” e così via. Un baratro… Dopo esser rimasta col diario sulle ginocchia sostenendosi la fronte on una mano cercando di evitare la meningite per venirne a capo, scuote graziosamente la testa, rinunciandovi, e riprende la lettura: “Vertigini deliranti del pensiero… Giornata perduta… Vivo apparentemente…” Cancellato, e vistosamente sostituito con… come fa? Ontosamente: vivo ontosamente. Ha di buono che si riesce a leggere.

LEV N.               - “… Cosa rarissima è poter scorgere l’ombra che cade sull’acqua, e, quando la scorgi, non ti colpisce…” Che c’entra?

SOFIA A.           -  (seguitando dal quaderno di diario in suo possesso) “… Ricordarsi di creare l’occasione per inserire l’immagine nel racconto, sul finire… Solita ossessione del pensare di pensare incatenati all’infinito…”

LEV N.               - “Il metodo adottato, fin dal principio, di comporre a capitoli brevi è il più conveniente, trovo. Ogni capitolo, possibilmente ogni paragrafo, non deve esprimere più d’un pensiero o d’un sentimento” il resto implicito e sottinteso ad ogni virgola. Bon!... Nutrirsi di sensazioni e vivere di idee, rischi connessi.

SOFIA A.           -  “Sfogliato il diario di questi anni – il maggior troncone è in mano già di Sofia: - scontento e depresso, avvilimento ad ogni foglio… e, tuttavia, vivo…”

LEV N.               - “Niente di buono, poco di intelligente, molta reticenza”, umiliante e pericoloso tiramolla del falso e del vero… “però non inutile”… Noia, noia… Tempo grigio. I vapori della nebbia dissolvono le cime delle betulle. Attenzione all’umidità… “E’ un giorno malato”; nessuna voglia di niente, tranne i sensi che non disarmano mai. La sincerità dei sensi, unica verità sulla quale l’uomo può contare: triste… Malinconia da morire, in tanto desiderio di vivere. Uno scopo, uno scopo qualsiasi… Il vecchio progetto, esempio, di una scuola. Ma che mi viene in mente?... “Sono antipatico e non mi dispiace di esserlo, quando dovrei fare il contrario e “cerco il contrario”…

SOFIA A.           -  Mais non, mais non!...

LEV N.               - “Riprendo il diario dopo quasi tre settimane. È la mattina del primo di gennaio. C’è qualcosa di nuovo nell’aria. Anzi, di antico… Nikolenka poltrisce ancora a letto, consapevole e arreso al proprio destino, per niente disturbato da Dunja_a che sfaccenda cantando, indifferente a quanto è stonata… Io, tanto sgomento e, per lui, apparentemente così elementare e naturale l’idea della morte – ora. Ma il giorno che lo incalzerà assillante? - Penserebbe così una pianta, se pensasse… e, forse, pensano… Ciò non vuol dire che non patiscano anche le piante; dal patir fisico al patir morale il passo è breve, ammesso che differenza ci sia. Riflessioni in cui uno si perde… Chi può scrutare nel cuore di un condannato a morte? Spesso, colui che si rassegna è colui che, nel suo cuore, si ribella di più… La ziuccia traffica ai fornelli cucinando la torta al miele della mia infanzia. Ma non ho da saperlo, deve essere una sorpresa. Me l’ha rivelato, in segreto, Nikolenka. La fragranza s’è già diffusa per tutta la casa… me n’è tornato il sapore in bocca… Purché non le si bruci… L’ho fatta felice proponendole di accompagnarla a messa. C’è ancora il vecchio pope che mi battezzò… Ha già fatto preparare la slitta. Allungando il collo, al di là della grande stufa, la scorgo dalla finestra della mia camera, sulla maestà della porta sono ancora visibili le tacche delle mie successive altezze da bambino… Crescevo in fretta. Ho voluto misurare la prima da terra: sessant’un centimetri; l’ultima: centosedici… Souvenir d’enfance… Bonne chance, douce tante, mamy inoubliable… Sono in piedi da due ore. M’ha svegliato una terribile crisi di tosse di Nikolenka, che trapassava i muri. Fuori, il termometro segna ventisei gradi sottozero. Non par vero, qua dentro, al caldo. La campagna, slargatasi miracolosamente sotto la neve, “bianca come la neve”, è tutta un cristallo d’uno splendore religioso da ferire l’occhio: “una bellezza che uccide. Quel che ho veduto stamattina, col cervello in festa, ubriaco di me, non lo vedrò mai più: la tragica felicità della vita. Che silenzio, che calma, che eterna solennità. Come ho fatto a non accorgermi prima di questo cielo così alto, così infinito?... E la beatitudine di averlo conosciuto, finalmente… Sì, tutto è vuoto, tutto è ingannevole, è vano, a paragone dell’infinità di questo cielo in pace… nulla, più nulla, esiste all’infuori di esso..” Sono ancora madido per la corsa matta a cavallo, zuppo del mio e del suo sudore. Me ne è rimasto l’afrore aspro ed amaro nelle narici, e un’eccitazione incontenibile non cessa di esaltare tutti i muscoli del mio corpo. Provo l’impulso, mentre attendo che mi si asciughi addosso per cacciarmi sotto la doccia, di straccarli in un pesante e sano lavoro da contadino. Nella fatica materiale sta la pulizia del cuore… la felicità che è dovere e la gioia che è diritto: natura e semplicità… Dio è noi…Persisto nel corteggiare l’idea della scuola… “Ho trentaquattro anni, sono vecchio” (?)… Senza passato, senza futuro: una contraddizione dopo l’altra… Avesse un senso!... Eppure… A un anno meno dei miei, Cristo era già morto… Ecco uno che sapeva scandalizzare giusto… Preme mutar vita… Essere utili a qualcuno per essere utili a se stessi. Non superbi, umili della propria umiltà: è tanto difficilmente facile?... Quanto tempo sciupato… L’acqua è calda, la camera è tutta un vapore… E’ un piacere spogliarsi… Sono nudo e forte… Perché il corpo non mente mai, lo spirito sempre? Perché?... Nikolenka, caro, perdonami: per la prima volta, da molto, ritrovo la felicità, e, di nuovo, ringrazio sinceramente Dio di essere vivo. Signore salvami, Signore salvami, Signore salvami… (sempre nel diario, non dal diario) C’è un “salvami” di più, e anche un “Signore”, naturalmente. Ne bastavano due. Ogni volta troppo: sono l’uomo del troppo.

SOFIA A.           -  Mah… (disincantandosi, ritorna madamoiselle Bers) Quanta frenesia di vita. Come si fa a non innamorarsene?... Maintenant, je sais. Ça suffit (la voce un tono più su, nel deporre il diario sul pianoforte) Rien à faire. “Je crains d’aimer le comte”, maman! Un hasard, sans doute, néanmois, je lui repond: oui. C’est à prendre, ou à laisser: je prend. -3-

SOFIA A.           -  E’ arduo essere la moglie di Leone Tolstoi, quando Leone Tolstoi è Leone Tolstoi. Io lo conobbi. Gli altri no: nessuno. L’ “onore” durò 48 anni, tredici giorni e alcune ore. Nemmeno la soddisfazione di celebrare le nozze d’oro. Io fui una donna comune, condannata a un destino eccezionale. Alle nozze d’oro, come una donna comune, ci avrei tenuto. Dio non volle. O fu lui. Capace. Perché, comune, fin che si vuole – lo sappiano i posteri – tutto era morto tra me e il mostro, distrutto dalla macina inesorabile di mezzo secolo di vita gomito a gomito (un secco, breve riso scheletrico): tutto, tranne l’amore; la maledizione dell’amore rimase quella del primo giorno.

LEV N.               - (uno scherzo giunto da chissadove) Un romanzo!

SOFIA A.           -  Ma ci sarebbe voluto un Tolstoi. I propri romanzi lui li ha scritti in terza persona. Non li ha vissuti in proprio. Li ha fatti vivere agli altri.

LEV N.               - Primo errore. Da qui in avanti, ogni numero delle successive sequenze sarà introdotto, quasi un preludio, dalla citazione dei temi che si succedono nel connotare, uno dopo l’altro i “Quadri di un’esposizione” di Mussorskij, orchestrati da Ravel, o anche, indifferentemente, l’originale partitura per pianoforte…

SOFIA A.           -  Ha detto: io sono l’uomo del troppo. E del presto, dell’impazienza… e dell’eccesso… dell’assurdo, chiamiamolo pure dell’assoluto. Lo nega, ma gli fa piacere sentirselo dire… Mi fece la sua dichiarazione per lettera, dopo avermela anticipata a voce, una sera di metà settembre che, a casa nostra, si ballva, approfittando che ero al pianoforte: “Suonate, Sonia – mi ha sempre chiamato Sonia, mai che m’abbia dato la soddisfazione di chiamarmi col mio nome, Sofia. Respinto, rimosso sempre – “Continuate a suonare, non faceva che ripetermi, appoggiato col gomito al pianoforte; per non essere udito da chi stava danzando… e io giù a pestare “Il bacio” di Arditi sulla tastiera… Soffriva, era evidente, ma gli faceva comodo, poteva sfogarsi a parlare a più non posso… Conquistava e possedeva la gente colla parola… l’arma naturale della sua seduzione… persino coloro che non lo potevano soffrire: la sua “sincerità” così diceva… uno dei suoi assi nella manica al tavolo da gioco della posterità. Sempre vincente quand’era sul piatto quella posta: il suo bluff infallibile.

LEV N.               - (inserendosi spontaneamente nel monologo) Non era suonare, il tuo, Sonia, era lo scempio del suonare. (dolcissimo, e, perciò tanto più brutale) Un valzer degradato a una specie di mazurca zoppa, non si è disposti ad ascoltarlo nemmeno da innamorati.

SOFIA A.           -  Non ho mai pensato di suonare bene.

LEV N.               - Però suonavi.

SOFIA A.           -  Anche tu, Levo_ka.

LEV N.               - (ed è già sarcasmo) Ti capisco. Cominciava il… valzer dei mancini. Purtroppo, le squisitezze delle virtuosistiche dita del tuo prediletto Tereev, erano ancora di là da venire.

SOFIA A.           -  Dita per dita, più fortunato te, cui non erano sconosciute quelle non meno virtuosistiche, mi figuro, delle oscenità della piccola Aksinia Anikanova. Non per niente, c’è scappato, correggimi se sbaglio, l’inevitabile bastardo. Ero già matrigna prima di essere madre. Non capita a tutte le novizie, pensa un po’. S’è messa a sfogliare vertiginosamente il troncone di diario della prima parte della vita del marito, presentemente in suo possesso – il resto verrà, via via, e trova, immediatamente, la pagina che ha in testa. “10 maggio 1855, innamorato come non mai…” Conciso quanto un’epigrafe: non una più, non una meno, le parole usate per me il 12 settembre 1862, quattr’anni più tardi, al momento di coricarti, presumibilmente. E gliele mette sotto il naso, si fa per dire.

LEV N.               - Implacabilità delle date. Coi propri rimpianti, ognuno si porta dietro anche i propri errori.

SOFIA A.           -  O le proprie colpe?

LEV N.               - Nove volte su dieci, errore è il nome che si dà alle proprie colpe.

SOFIA A.           -  Sai che ho desiderato di ucciderla?

LEV N.               - Non mi sorprende. Te lo meriti.

SOFIA A.           -  Vorrai dire “se” lo merita.

LEV N.               - No, no: “te” lo meriti: tu.

SOFIA A.           - a sé s)…o(la Q“uando la scorgo in cortile, pesante, invecchiata, grassa, brutta, disfatta… viziosa, col bambino attaccato alle sottane, bello come te e sporco come lei… oh!... Le sue prime opere zeppe di donne… I passaggi dove si parla d’amore… Le darei tutte, quelle pagine che l’hanno reso celebre, pur di liberarmi dal mostro di questa gelosia che mi fa ingiusta ed egoista”… “Se potessi distruggerlo e poi, dal suo cadavere, creare un altro uomo tale e quale lui, lo farei senza starci a pensare un momento. Perché; dio mio, perché devo essere tanto innamorata?” Sempre di più e sempre peggio. È male amarsi male!... E lui, lo stesso: una malattia. E pensare la strana fiducia, la calma sicurezza dell’inizio, tutto bello, tutto rassicurante, tutto “come doveva essere”… Chi vuol farsi un’idea del nostro matrimonio, legga, in “Anna Karenina”, la descrizione delle nozze di Levin e Ketty. È fin paurosa la sua facoltà di penetrare, analizzare, di spingersi nelle più remote profondità dell’anima: di “rubare”ogni minimo trasalimento del cuore e della mente. Quel giorno, quelle ore furono le nostre. Ketty e Levin li hanno avuti solo in prestito. È là, che, in tutti questi anni, ho cercato rifugio, e mi son sempre ritrovata e l’ho sempre ritrovato. Ma lui?... Soltanto nutrimento, pretesto da trasferire su una pagina immortale? Oh, passare un attimo, un attimo solo, Signore – un lampo! – attraverso la sua mente, mi basterebbe un attimo per quel lampo.

LEV N.               - (nel cuore del suo stesso discorso) Realtà e sincerità dovrebbero essere il dovere semplice e facile di una conquista complessa e difficile, ma naturale, Sonia. Il giorno che un narratore avrà il coraggio di scrivere: “La neve è bianca come la neve bianca”, sarà uccisa la letteratura e resuscitata la verità.

SOFIA A.           -  (più malinconia che rimprovero) La verità va celebrata nella vita, non cercata nel calamaio, Levo_ka… Mi pare ieri. Venticinque settembre 1862, fredda e grigia giornata. M’ero svelto dal cuore – vi occupava così poco spazio – Mitropan Andreevic Polivanov per diventare la contessa Tolstoi. “Vennero portati sei superbi cavalli da posta completi di cocchiere e attaccati alla carrozza nuova da viaggio e si partì. Per le 24 ore da Mosca a Jasnaja Poljana, non ebbi il coraggio di rivolgergli la parola, non m’azzardavo a dargli del tu. Rannicchiata in fondo ala carrozza, osavo appena sogguardarlo intimidita”; pure, non fu mai gentile, sollecito, dolce e delicato come allora… Ho conservato nel cuore la malinconia di quella pioggia. “Una sensazione di timore e di dolore mi contraeva la gola. Era il congedo del luogo dov’ero nata, il distacco da una madre, da un padre, le mie sorelle, mio fratello… e un grande sconosciuto davanti a me, di cui null’altro sapevo che di volergli bene”. Mai viaggio felice fu altrettanto infelice… “All’arrivo mi venne incontro il sorriso buono di zia Tatiana con un’antica icona della Madre di Dio, e mio cognato Sergej Nikolaevic con il pane e il sale. Mi inginocchiai sulla soglia, mi feci il segno della croce, e baciai l’icona e i miei nuovi parenti”… Fate, Signore, che non debba dimenticare mai lo sguardo benevolo di Levo_ka in quel momento. È il filo al quale è rimasta appesa la mia vita… (altro tono, e quanto estraneo!) Ero nella grande casa, che, da allora, sarebbe stata la mia casa – della mia felicità dolorosa e dei miei dolori felici - : trent’anni di gravidanze. (un’interminabile pausa, tirata allo spasimo e sibilata) e la vita – d’ogni giorno, d’ogni ora, d’ogni minuto fissi in un’idea fissa: lui… Quella sera diventai sua moglie. Nel proprio diario, il giorno dopo, egli scrisse: 25 settembre 1862: “Incommensurabile beatitudine. Tutto ciò può finire unicamente con la morte” (in mano, il diario chiuso) Non ho bisogno di cercarlo. Lo so a memoria… Fa paura baciare chi si ama, quando si ama. Per me, fu atroce. “Il lato fisico dell’amore è disgustoso”… E offensivo; per la donna, offensivo: una violenza… Mi abituerò… ma è bestiale. -4- Diario contro diario. A incastro, dialogo e monologo, confessione e chiacchiera, scambievoli ed intrecciati: furto, prestito, regalo; a tratti gioco sinistro, vicendevoli, dal principio alla fine più o meno.

SOFIA A.           -  “8 ottobre 1862: comincio un diario anch’io. Il suo per me; il mio per lui… intesi senza dircelo. Abbiamo trascorso queste due settimane insieme in semplicità di rapporti. È stato tutto facile, diciamo facilitato, poiché era lui il mio diario, non avevo nulla da nascondergli…” salvo che… Pure, fa di tutto per non riuscire brutale. Pazienza… Ieri, due volte. Evidentemente è più forte di lui… (un faticoso sospiro)… Non riesco ad abituarmi. Vorrei che non se ne accorgesse… Evidente che non pensa che a quello; per anticipare il momento di andare a letto, ieri sera, è arrivato a mettere avanti la pendola di mezz’ora, e deve essersi accorto che me ne sono accorta. Ha fatto finta di niente. Un bambino colto in fallo… E’ la sua complessione, così forte, così esuberante e impulsiva… E il suo temperamento: sangue di autocrati; tanti boiardi in famiglia ci saranno pur stati per qualcosa… vorrei che non venisse stasera, per non coricarmi… E lui lo percepisce, sente tutto ciò che passa negli altri. E per dieci volte che sente, otto non consente. (altro sospiro) Si stizzisce per niente.

LEV N.               - … La disgusto. Da come subisce il mio piacere, è chiaro che ne ha ribrezzo. Pure, non deve difettare di una propria segreta sensualità: bruna, quello sguardo fermo, a tratti imperioso, appena addolcito dalla miopia; la pelle olivastra… tutti quei capelli… che ragione ha di trattenersi? Non mente ed è peggio che se mentisse. Ciò non fa che mettermi di fronte alla bestia che è dentro di me, l’animalesca lussuria di sempre. E, come sempre, “i maggiori drammi si consumano in camera da letto”.

SOFIA A.           -  … Niente da tre giorni. Dovrei essere contenta e son qui, arrostita dai sospetti. Sta fuori a cavallo per ore e ore, la campagna è seminata di isbe formicolanti di Aksinie più giovani, più fresche, più belle, più pulite di Aksinia e, certo, prive della mia ripugnanza. Conoscono, certo, il suo temperamento e non domanderebbero di meglio: il padrone!... Un dovere, e un onore. “Stanotte, ho fatto un sogno orribile. In un giardino, arrivavano, a frotte, le contadine della tenuta, ragazze adulte; esultanti, allegre, altrettante Anikanove vestite da signore… Per ultimo, lei, la Aksinia vera, in un procace abito di seta scura, attillatissimo, e trascinava per mano il bastardo più allegro e sfacciato di lei. Cominciai a rivolgerle la parola, e fui, subito assalita da una tal colera che, strappatole il piccino, mi misi a farlo letteralmente a pezzi. Le mani, le gambe, la testa, tutto. A questo punto, arriva lui. Uno scoppio di pianto e “Mi manderanno in Siberia” comincio a urlare. Lui non dice niente e, calmo, in due e due quattro, rimette insieme i pezzi della creatura: non è niente, Sonia, tranquilla, non è niente, mi rassicura: guarda, è solo un pupazzo”.

LEV N.               - (estraneo) … I buoni sognano ciò che i cattivi fanno, delegando i crimini alla fantasia. È l’unico caso in cui la viltà ci difende da noi stessi.

SOFIA A.           -  (concludendo come se lui non l’avesse interrotta) … io mi rassereno, però mi sento morire dalla vergogna.

LEV N.               - … C’è qualcosa di morboso che ci sfugge, in me, in lei, nel nostro rapporto, apparentemente così schietto, confidente, tranquillo. “Notte agitata, sonno pesante, mal di denti” tosse e qualcos’altro che, in questo momento, dimentico.

SOFIA A.           -  E’ terrorizzato di essere tisico come suo fratello. Perché si sente sempre male, mentre sta meglio di tutti noi?...

LEV N.               - “… Non so niente del suo passato. Quel Polianov, per esempio, erano quasi fidanzati, sì o no?...” Mai una parola… una natura appassionata come la sua. E poco normale… La gelosia del passato, i dubbi sul suo amore: il pensiero che, in buonafede, essa inganni se stessa…: il massimo della colpa nel massimo dell’innocenza: je connais.

SOFIA A.           -  Due righe in fretta prima di coricarmi. La concupiscenza dei suoi sguardi durante tutta la cena. Che accadrà fra poco? Dopo tre giorni di indifferenza? Mi lusinga e mi preoccupa nello stesso tempo.

LEV N.               - Eh no, eh no! Come un pezzo di legno. Una rassegnazione, è stata una rassegnazione! Il dovere coniugale sofferto come martirio. Ma si rende conto? Possedute tante donne più sensibili di lei, e mai accaduto qualcosa del genere… Rimorso per aver perso il controllo. In guardia dalla collera. Ma avrebbe perso la pazienza anche un santo. “Averle chiesto scusa ha solo peggiorato le cose”. Urge venire a una spiegazione. Magari è qualcosa che dipende da me… Non mi pare, tuttavia non è impossibile. In guardia, però, anche dal chiedere troppo spesso scusa.

SOFIA A.           -  … Così no, così no. In quei momenti perde ogni lucidità, ogni controllo, ogni ritegno, ogni rispetto… e almeno tenesse la bocca chiusa.

LEV N.               - Ancora insonnia fino alle tre, e, “alle cinque, svegliato da un gran dolore di pancia”. Totale sonno: due ore, poco più, disturbate da sogni osceni ed erezione tormentosa che nemmeno un sedicenne…, “io che mi sono sempre fatto beffe delle smanie degli innamorati…! E son qui, cotto più di un adolescente” incapace di tener le mani fuori dalle coperte peggio di un collegiale: la più vergognosa delle schiavitù… Dolori per tutto il corpo, la testa da scoppiare… “Se continua così, mi sento diventar pazzo, e se Dio non guarda giù può finire che mi toglierò la vita”.

SOFIA A.           -  Non è più lui. Irriconoscibile. “Bronci, silenzi, malumori, si arrabbia per niente, tratta male la servitù, offende i contadini, scoppia di furore”, cinque minuti dopo aver offerto loro le terre che si rifiutano di accettare per diffidenza, non del tutto ingiustificata. Che gli succede e che ci succederà al passo di queste idee anarchiche?... “Tutto il suo comportamento, a volte, mi sembra senza senso”.

LEV N.               - “… Che ne è stato del mio io che credevo di conoscere a fondo e a cui tenevo tanto, e ancora sgorga, talvolta, travolgendomi per la mia gioia o il mio spavento? Mi sento piccolo, nulla, mediocrità e nient’altro. E’ così dal giorno che mi sono ammogliato colla donna che pur amo e che mi ama, perché – è fuori discussione – perché l’amo e mi ama… Tutto quanto si legge in questo quaderno non è che una falsa apparenza, una mezza verità, cieca, prudente e vile: un inganno giocato a me stesso. La realtà è assai peggiore. Spente le passioni vigorose, assopiti gli interessi possenti di un tempo… ed era soltanto ieri… Il pensiero che essa può essere lì, sopra la mia spalla, a leggere le mie parole, immiserisce e snatura ogni verità, ogni slancio, mentre solletica il gioco perverso di farle sapere ciò che fingo di tenerle nascosto. Basta e ne avanza per farmi toccare tutta la banalità del vivere che ho aborrito fin dalla nascita. Maledetta l’intesa, il patto convenuto!... E son mesi che ci vivo dentro, ogni giorno più giù. È odioso, terribile, insensato, incatenare la propria libertà a delle realtà materiali… donne, bambini, salute, benessere, ricchezza: meschinità e nient’altro”.

SOFIA A.           -  “… Come fa a non vedere che se stesso, a non rendersi conto che, per me, tutto il suo passato è talmente spaventoso che, pur ponendolo al disopra di tutto, come lo pongo, non riuscirò mai ad accettarlo?”… Oggi, ho avuto, all’improvviso, la sensazione “che, ognuno di noi, si stia avviando, per conto proprio, su strade contrarie: io in cerca del mio modesto mondo fiducioso e malinconico; lui alla conquista del suo superbo universo” diffidente e brutale. E, contemporaneamente, “ i nostri rapporti si van facendo volgari… Anch’io ho cominciato a perdere la fede nel suo amore. Mi bacia e penso: non sono la prima donna a cui vuol bene; mi sorride e mi dico: non è affetto, è concupiscenza. Sì, anch’io sono stata innamorata, ma con la fantasia, nello spirito. Per lui, invece, s’è trattato di femmine vive, dai corpi reali, con un temperamento, un volto, un’anima, dei sensi;e le ha ammirate, le ha desiderate, le ha volute e toccate e godute: le ha amate… ha preteso da loro ciò che pretende da me, adesso. La volgarità non è mia, ma del suo passato. E il suo passato è lui e non gli fa certo onore”. Oh, se chi non sa, sapesse!

LEV N.               - (minuziosamente meticoloso) Il mio passato che non si può accettare?... Parliamone. (apre il proprio diario cercandovi una pagina particolare. Comincia a leggervi le prime parole e continua, quindi, a dire, con una naturale confessione) “29 novembre (alla lettera): Di donne non fui mai innamorato. Un forte sentimento somigliante all’amore, per una donna, l’ho provato solo a 13 o 14 anni, ma non riesco a convincermi che fosse amore, trattandosi di una grassa cameriera – il faccino, a vero dire, era parecchio grazioso - … e poi, dai 15 anni in su, ho cominciato a provarlo per i ragazzi… ma l’adolescenza – si sa – è il tempo più sconclusionato della vita, non sai mai da che parte volga le ali: le passioni sono fuochi di paglia dalle vampate eccezionali e transeat: c’est fini…” (una semplice intenzionalità) Se lo leggi, perché ti penta d’averlo letto: “per uomini – uomini – viceversa, ho perso la testa più di una volta, anzi spesso, è bene che si sappia. Il primo amore furono i due Pu_kin – nessun rapporto col bardo - ; il secondo, Saburov; il terzo, Zybin e Djakov: il quarto Obolenskij, Blosfeld, Islavin; poi Gotler e alquanti altri. Di tutti questi uomini, ho seguitato ad amare soltanto Djakov… il favorito”.

SOFIA A.           -  (appena un gemito da non interferire sul flusso della schietta naturalezza della confessione in corso)… Et ça questue ça signifique, mon Dieu?…

LEV N.               - … Guarda, “per conto mio, il segno fondamentale, infallibile, dell’amore è (un breve, amabile, impercettibile ghigno) … la paura di offendere, o di non essere gradito – di non piacere – a colui che amo, semplicemente questa paura e basta”. (ora palesemente provocatorio, benché, sempre, in chiave della maggior disinvoltura)… “Innamorato, proprio innamorato – parlo sempre di uomini – m’è accaduto di esserlo ancor prima della conoscenza della pederastia… L’esempio più… probante di una… simpatia, in qualche modo… insolita, - diciamo – è Golier. Oltre che per l’acquisto di certi libri, non è, poi, che con lui ci siano stati rapporti più numerosi che con gli altri. Però – eh, sì – quando entrava nella stanza, mi sentivo investire da una vampa di rossore… L’amore per Islavin, quello mi ha guastato tutti gli otto mesi di permanenza a Pietroburgo. Sebbene inconsciamente, di null’altro mi preoccupavo che di piacergli… piacergli e basta”.

SOFIA A.           -  (masticato, quasi inafferrabile) – Mi figuro che ci sarai riuscito.

LEV N.               - (quanta crudeltà nella vanità di una sillaba!) “Beh…Piacere! Non c’è uomo che ho amato che non se ne sia accorto. Subito, sempre. Lo capivo dai loro grandi sforzi per non incontrare il mio sguardo; che resta il modo infallibile di guardare e di tirarsi addosso gli sguardi quando hanno un particolare significato. Spesso, con qualcuno, non trovando le condizioni… morali comme il faut, o, magari, à la suite de ne sais pas quelque-chose de non agreable, ho provato della repulsione, mai, però, una repulsione che non fosse mossa dall’amore: mai”.

SOFIA A.           -  Ti scongiuro, Levoçka…

LEV N.               - (imperterrito, limpido) “Verso i miei fratelli, mai provato questo speciale genere di attrazione. Geloso. Spesso. Di donne, beninteso, verso gli uomini amati, geloso, sì, tanto. Comprendo benissimo l’ideale dell’amore come dedizione assoluta e incondizionata, totale sacrificio di sé all’oggetto amato. È, appunto, ciò che ho provato. Ah, sono sempre stato innamorato di uomini piuttosto freddi nei miei riguardi; al massimo, ero amato per la stima intellettuale. Più vado avanti negli anni, però, e più di rado provo codesto sentimento. Quando lo provo, è già un po’ meno passionale e verso uomini che mi contraccambiano, vale a dire il contrario di prima. Quella, però, che ha sempre influito alquanto nelle scelte, è stata la bellezza. Valga per tutti l’esempio di Djakov… Non potrei amare un uomo che non fosse un bell’uomo”.

SOFIA A.           -  Basta, basta…

LEV N.               - (forse nemmeno l’ha udita) “… Non scorderò, fin che vivo, le notti che si usciva insieme da Pirogovo con una voglia disperata di stringerlo fra le braccia e piangere. C’era parecchia sensualità in quegli slanci, ma non è facile valutarne quanta…” Ecco. E non è tutto. Tutto non si può confidare nemmeno a se stessi… (tutt’altro tono, senza, però, inficiare la spontaneità) Curiosità punita? Che te ne pare, Sonia?… Non si pensa mai a tutto. Difetto di fantasia: gelosia limitata. Mai spingere l’occhio oltre la siepe. Soltanto la pupilla dell’aquila non s’impaura di fronte allo sgomento di certi orizzonti. Era meglio non leggere, che ne dici?

SOFIA A.           -  (fuori di sé) No! Non è vero. Menti, menti. Tu me trompe pour m’épater. E’ la perversità del tuo narcisismo a suggerirtelo. Comincio ad imparare a capirti : autodenigrarsi per uscirne esaltato. C’est ton beguin.

LEV N.               - (proseguendo con fredda autorità) … Ma in testa, “l’uomo, anche il più giusto, pensa pensieri che meriterebbero il suicidio” ed è ancora dir niente. Sai, “quella che noto in me è una tendenza distruttiva di vandalo” consistente nell’impulso a degradare quanto mi capita a tiro: ah, inquietare, turbare, corrompere, sarebbe, per me, la suprema delle tentazioni.

SOFIA A.           -  (trionfante nello sgomento) Sarebbe, hai detto sarebbe, non hai detto “è”.

LEV N.               - (c’è dolore? Semmai, una traccia) Tra “sarebbe” ed “essere” il passo è breve, avrei dovuto dire, stavo per dire: è, amor mio.

SOFIA A.           -  Ma tu non lo compirai mai quel passo.

LEV N.               - Ne sei così sicura? Vorrei poter dire altrettanto io.

SOFIA A.           -  Sicura. Tu sei buono.

LEV N.               - E’ ben lì il pericolo. Al limite. Sempre. In bilico su quella vertigine. Sennò, che sapore avrebbe? Cosa avresti voluto: sì all’inclinazione, non alla realizzazione? Idealizzate, idealizzate, qualche cosa resterà.

SOFIA A.           -  Non ti credo: il tuo programma di scandalizzare… com’è che dici? Il tuo scandalizzare evangelico: la tua fissazione, la tua bestemmia.

LEV N.               - Il mio vizio; perché non chiamarlo, semplicemente, il mio vizio?

SOFIA A.           -  Mi rifiuto persino di concepirlo.

LEV N.               - Impara da me. Quello che non riesci a pensare in russo, continua a pensarlo in francese. Il francese è portentoso per… attutire gli urti. Il cuore dell’uomo, Sonia, è capace di tutto. Hai idea il richiamo del torbido piacere della vergogna?… Fa conto affacciarsi sulla soglia proibita di un paradiso capovolto.

SOFIA A.           -  (non senza una punta di sprezzante sarcasmo) Fanne un racconto, che sei tanto bravo, un racconto morale, si capisce, morale a tuo modo.

LEV N.               - (una goccia di veleno in un calice di ammirazione) E’ una riserva di caccia già occupata da Dostoewskij e io non sono un cacciatore di frodo.

SOFIA A.           -  (flebile: il crollo) Ti amo, Levoçka, ti amo: basta. (un guizzo, appena appena, ancora, di cattiveria) … Non uccidere il mio amore, non mi resta altro. Tu hai tutto, io solo quello. (rialzando il capo) Non farlo. Tanto, già, perderesti la partita. Non ci riusciresti mai.

LEV N.               - E’ una sfida?

SOFIA A.           -  (col tono che vorrà l’interprete; può scegliere tra un estremo e l’altro della tastiera) E’ una sfida: l’amor mio non muore. -5-

SOFIA A.           -  Sono incinta. Non ha perso tempo. E dire che il mio amore era così lontano dalla sensualità, da temere che non avrei mai avuto bambini. Signore, sii ringraziato. Ciò varrà a fugare tante ombre, spero.

LEV N.               - Sarò padre. Me l’ha comunicato stamattina come chi, avendo compiuto un’azione eroica, si aspetta una medaglia al merito. Commovente. Inopinati effetti della paternità: stavo prendendo appunti per un’eventuale nuova storia: m’è venuto un malditesta che mi dura ancora ed è quasi l’ora di cena. Non poteva scegliere momento meno opportuno: nel pieno del lavoro. Non ho più combinato niente per tutta la giornata, ed ho Pierre agonizzante, a metà pagina, cogli occhi spalancati verso il cielo… Chi è Pierre? Non lo so ancora: è! e sarà: uno che muore. Forse. O forse, no… E continuerà, poi, a conservare il nome Pierre?... Ma lei è fatta così e pazienza… Perché ho accolto la notizia con indifferenza? Se ne è risentita, anche senza darlo a vedere.

SOFIA A.           -  Lo credo bene.

LEV N.               - … M’ha un po’ irritato ma, in me, non c’era malanimo.

SOFIA A.           -  … Mi precipito nello studio, gli afferro quel suo gran testone e gli mormoro all’orecchio “Avremo un bambino, Levoçka”. Lui non mette nemmeno giù la penna e mastica fra i denti: “Ah sì? Non potevi aspettare?” Io! Non potevi aspettare io! Non poteva aspettare lui?

LEV N.               - Non poteva aspettare il moribondo! Figurarsi, se poteva dispiacermi l’annuncio di diventar padre. Incerto fra una virgola e un punto e virgola, lì per lì non ci sono andato su. Bastava che avesse pazienza un momento, l’avrei abbracciata… probabilmente.

SOFIA A.           -  Probabilmente! (presaga)… Sarà un punto e virgola.

LEV N.               - … Ma sì. Lo dovrebbe pur sapere che passo un brutto momento. Tutto mi fa rabbia della mia vita, e anche lei. Eppure, le voglio bene. Niente. Non ci crede.

SOFIA A.           -  Da che, allora, questo perpetuo malumore, questa continua irritabilità, questa aggressiva villania?

LEV N.               - Ma sì, può essere. Non devo scaricare su chi non ne ha colpa lo scontento che provo in me. Ma, a sua volta, chi non ne ha colpa, non dovrebbe approfittane per fare altrettanto, moltiplicato per dieci. Da parte di lei, non una parola. Solamente un sospiro regale, che conta più d una requisitoria. … La base di tutto sarebbe riprendere passione per qualcosa… E’ indispensabile lavorare. Ma basterà?... La verità è che non sto bene fisicamente. Mi rimane tutto dentro. Dovrei avere la tosse, almeno la tosse… Mi toglierei un sospetto… E non viene!... Non è un bel segno... E poi, quale lavoro? Scrivere… Fantastico… pasticcio… cincischio, voglio e non voglio: non si può scrivere per scrivere unicamente bene. Lo può fare Turgheniev, soddisfatto di farsi dir bravo e gliene avanza: io no. Questo – a lei – non le passa nemmeno per la testa. È rimasta a “La dame au camelias”.

SOFIA A.           -  Ha ragione. Sono incapace di crearmi degli interessi profondi… Lui possiede tutto per essere felice: intelligenza, talento, ambizione, volontà, ideali, e allora cosa va a cercare di più? Ma io? Io, niente; limitata, mediocre, in tutto: lo so. “Ho la mente occupata solo di lui e il terrore di perderlo”. Si può vivere, 24 ore su 24, esclusivamente di amore? “Se si sente male” – e non passa giorno che un organo del suo corpo non suoni l’allarme – “lo prendo alla lettera, e vado subito a pensare che mi debba morire”… non si sa mai, siamo tutti di passaggio; muoiono anche i geni, dopotutto… e poi, lo è?... Va bene: mettiamo che lo sia. Ma, almeno, io non mi sto a lamentare di continuo; e sì, dico, son pur qui con la spada di Damocle di una prima gravidanza sospesa sul capo, senza aver idea di come potrà andar a finire… pericolose come sono le prime gravidanze. Un conto è esser bravi a scriverla, l’infanzia, ben altro è partorire materialmente. Peggio se si sente bene, le poche volte che si sente bene… Chissà cosa mi combina, sano e robusto com’è… Quando è allegro, e non me lo nasconde, ho da scegliere fra rabbia, sospetto o invidia che lo sia e perché lo sia… Un’ansia via l’altra, una tensione continua, esasperata probabilmente dallo stato di gravidanza… E’ sempre in giro, cavalo, calesse, slitta, bicicletta, a piedi, solo, in compagnia, a cercar di mettere su i contadini con quella balorda idea di fargli accettare le terre e non c’è verso che ne vogliano sapere. Più si ostina e si arrabbia, secondo lui per il loro bene, e più sospettano che cerchi di imbrogliarli. E lui tollera, sopporta, giustifica, torna alla carica… A me non perdona niente, ad essi tutto, da sospettare addirittura della sua buonafede.

LEV N.               - Son qui ancora senza calze e nessuno viene a mettermele. Ho un maldischiena che non è stato possibile infilarmele… e cominciavo, appena, adesso, a rimettermi dal maldidenti. Lei dice dalla gelosia. Cosa c’entra la gelosia col non poter masticare?... Dopo “I Cosacchi” non è stato che un precipitare. Un ramo secco, ormai, c’è per niente… Però può anche esser dipeso dal matrimonio. Non a causa di lei, tanto cara quando non dà fastidio; ma proprio dal matrimonio in se stesso, je sais… La gelosia!... E solo per essermi lasciato sfuggire che la visita di Polivanov mi è riuscita sgradevole. Si tenga fuori dai piedi. Mi importa tanto che, come lei non perde occasione di ripetere, siano stati a un passo dal fidanzasi!... E, intanto, “ tutte queste meschinerie nelle quali affondo come in una cloaca, soffocano ogni slancio”. Eccettuata la sensualità, si capisce, quella resiste a tutto… Non lo manifesta apertamente, avendo cominciato a gustare le risorse dell’infingardaggine, ma è diventata il suo incubo: l’ “atto”, proprio non le piace. Tutte le scuse sono buone. Va bene, è incinta, lo so, ma non si tratta che del secondo mese. Indossa la sua gravidanza come un guerriero antico la propria armatura – inespugnabile! – per recarsi alle crociate… (esplosivo) “Ma Polivanov no, non lo posso soffrire!” Afferra un campanello a mano e lo scuote da forsennato, urlando: Calzeee!... Sono il più spregevole dei maiali. Il più spregevole dei maiali! E lo scrivo sul diario, a futura memoria, in lettere maiuscole sottolineate, perché un giorno, si sappia, se avrò un biografo, chi sono stato. E infatti, lo fa. … Anche ridicolo: anche ridicolo. E due punti esclamativi. Non è vero ridicolo: tutto è stato detto con una serietà intensa e sofferta, garantita dalla massima sincerità. Che, poi, possa anche aver fatto sorridere chi l’ha letto, è un altro discorso. Dipende. Un genio evidentemente non è tenuto ad essere un genio 24 ore su 24. Qualche volta ha anche lui il diritto di sonnecchiare… -6-

SOFIA A.           -  … Non sto bene e mi sento apatica. Ma non lo devo dire. Basta che io confidi al diario di star male, lui ribatte sistematicamente di sta peggio e di sentirsi moralmente distrutto. Materia o spirito, ci si ruba i disturbi a vicenda, come i bambini le caramelle. A un callo risponde con una sciatica, a una botta di malinconia con una voglia di suicidio. Si ha sempre la peggio. È più bravo!

LEV N.               - (poco più che tra sé) Approssimativa in tutto, pur di ferire: era una colica. Ma non sono ancora riuscito a farle riconoscere l’esistenza dei miei calcoli renali. Va insinuando, confrontati ai suoi, sono solo arie che mi dò come vegetariano, lei polemicamente carnivora, di stretta osservanza.

SOFIA A.           -  “… La mia felicità mi sembra un ricordo di tanto tanto tempo fa”. Stamattina, sveglia alle sei per andare a Tula. A far che a Tula? “Ci devo andare”, fa. Ma il perché lo sa solo lui. Io non sono ammessa. Detesta la casa perché detesta me, è chiaro. Non ci si può vedere. Ci sta solo col corpo. Quello è sempre tra i piedi. Collo spirito, mai. Anche quando è presente, barricato nel suo studio, come in una fortezza, è come non ci fosse. Non riesco a sentirlo come un essere vivo: un fantasma, al massimo… Ciononostante, in qualche recondito angolo di me stessa, il mio amore rimane inattaccato come un diamante; senza il cui sostegno non so ciò che potrebbe accadermi… “Ieri si è offeso – non so nemmeno più di che”, ogni minuzia è buona – però non l’ha detto chiaramente. S’è messo al riparo di quell’immusonito e tacito rimprovero ipocritamente rassegnato, offensivo più delle volgari e intollerabili sfuriate di cui è maestro ad inventar pretesti. “Eppure, piuttosto di niente, mi sono contentata. Significa, se non altro, che, nonostante tutto, qualche oscuro e vago legame fra noi esiste ancora”; ridotta ad umilianti mendicità del genere…: peggio l’indifferenza, anche se sarebbe più comoda… e non mi risparmia nemmeno quella… Mi sono ritrovata con un marito che non somiglia per niente al fidanzato che avevo conosciuto. Qualche volta, mi viene persino il sospetto di aver sposato un altro…

LEV N.               - Guarda caso, la medesima cosa capita a me.

SOFIA A.           -  … Ma forse, sono io che esagero, sbagliando. Perché no? Sbaglia lui – sono parole sue – non ho diritto di sbagliar io?... “Ogni volta che è di ritorno – se Dio mi facesse la grazia di non sbagliarmi, ma è difficile: non mi sbaglio mai – eviterei almeno “la” sensazione insopportabilmente dolorosa di “gioia che provo sempre” non c’è pericolo che una volta salti… Mah, la ragione delle ragioni sta che, “per quanto lui si dia da fare a convincermi di volermi bene”, e io, ingenua, finisco col lasciarmi convincere, “non può amarmi come io amo lui”. Il mio sentimento sono parole che, dal cuore, salgono alle labbra; il suo son frasi che dalle labbra non scendono al cuore. È chiaro come il sole e limpido come il cielo, oggi che non ha mai fatto tanto bello, forse perché c’è un freddo secco che taglia la pelle. Senza questa passione che mi dilania, starei qui ad aspettarlo scrutando attraverso i vetri della finestra, con altrettanta tormentosa impazienza, rovinandomi le mani a forza di rosicchiarmi le unghie? No, non ci starei, le adopererei diversamente, col da fare che c’è in casa… Ahhh!... la diversità tra noi due deriva che la mia sofferenza consiste nel gioire e la metto tutta là: la sua gioia consiste nel soffrire e la mette tutta qua. O viceversa. (in breve soprappensiero) Mi dispiace d’aver fatto un po’ di confusione, però, niente male questo pensiero. Da annotare subito per chiarirlo in seguito. (e si affretta a farlo).

LEV N.               - (un incomprensibile brontolio) Non farci caso. Non è farina del suo sacco, anche se sarebbe abbastanza stupido per portare la sua firma. C’est seulement “à la manière de…” je ne sais pas; un sot, sans doute. Niente paura, provvedo io a farlo scomparire. Appena il diario mi capita a tiro.

SOFIA A.           -  … Non faccio che aspettare: tutta la vita, aspettare. Adesso è fuori a cavallo, naturalmente. È innamorato dei cavalli come non s’è nemmeno mai sognato di essere innamorato di me, neanche la metà… (a umore rovesciato) Povero Leva, anche lui. Passo dalla rabbia alla compassione… Forse non ho mica il buon carattere che credo di avere. Dovrei studiarmi… “Possibile che un nulla riesca ad irritarlo?” O è vecchio o è infelice, deve essere quello… Malato, no! Ha un bel dire. Con tutti i suoi mali, che avrebbero già portato sottoterra un toro, quello lì, quando arriva a poco, arriva a ottant’anni e ancora ancora: ci seppellisce tutti quanti… Però nemmeno per lui è un bel vivere.

LEV N.               - “Forse non hanno torto coloro che mi esortano a riprendere la penna”. Rimettersi a scrivere. Ma c’è ancora qualcosa che metta conto di essere scritta?

SOFIA A.           -  Mah. Ognuno ha la sua croce. Io conosco bene la mia. Ma la sua? La croce di far collezione di croci. Meglio non approfondire… Il ribrezzo del suo passato, forse. Del resto, è lui il primo a riconoscerlo… Però come si fa? “Mi sento subito a disagio. Provo vergogna ad affrontare certi argomenti con lui”, tranne che non si tratti di litigare… La severità di certi suoi fugaci sguardi di traverso, l’indugiare di certi suoi ostentati silenzi benigni, mi gelano. Per esempio, adesso, metto queste riflessioni sulla carta e mi disgusta l’idea che le leggerà, perché questo è il patto inconfessato e inconfessabile al quale nessuno dei due rinuncerebbe per alcuna ragione al mondo.

LEV N.               - Niente come alcune perverse complicità è in grado di salvaguardare certi profondi legami: il nostro appartiene a questa categoria… “Mi fa male farle del male”. Ma la colpa è anche sua, contorta com’è… E, forse, questo mio rimorso non è che il prezzo che mi sono imposto per pagarmene la soddisfazione, je m’entend, moi.

SOFIA A.           -  (un sussurro) A proposito di contorsioni!

LEV N.               - Sì, perché l’amo e l’amerò sempre, purchè rimanga nel sospetto che non sia vero… Stamattina, insoddisfattissimo, stavo tentando di aggiustare gli stinchi a un vecchio capitolo zoppo de “I cosacchi”, “quando vengo interrotto da un bacio sulla nuca, e nemmeno uno dei soliti baci timidi e anemici. Sentivo che non era uno scherzo come tante volte. È bastato voltarmi e guardarla in faccia: piangeva; non diceva niente e piangeva”. E non era per il piccolo e stupido dissidio di ieri sera, evidentemente…: piangeva per piangere, che è il massimo della tenerezza di una donna. Sono le cose, tra noi, che sconcertano e disarmano. Che dovevo fare? Io ho la commozione facile. Mi son messo a piangere anch’io, senza informarmi perché piangessimo; non l’ho ritenuto necessario. Quando mi venne in mente – ma già erano parecchie le lagrime che avevo versate – “Sonia, mi sono azzardato a domandarle, perché stiamo piangendo?” Né più e né meno, parola d’onore. “Non lo so” ha mormorato, e c’era del rancore, del sospetto, e dell’antipatia nella sua risposta, ne sono sicuro. Se non lo sa lei che ha cominciato, lo dovevo sapere io, colpevole solo di farle compagnia? Apriti cielo! È finito in una litigata che, senza l’intervento di quell’angelo di zia Tatiana, ci si sarebbe presi per i capelli, si fa per dire. Risultato? Un’arrabbiatura da farmi andar su la febbre e ho passato il resto della giornata a letto, al buio, per l’emicrania, una volta tanto dalla parte destra anziché da quella sinistra come di solito, e non so cosa possa significare questo insospettato scavalcamento, probabilmente niente di buono. Ho notato, però, che l’emicrania a destra mi vivacizza l’immaginazione. Ben venga, coûte que coûte.

SOFIA A.           -  E’ finita così. È vero. Mica registra, però, le tre ore e dieci di singhiozzi miei, ripassandomi tutte le mazurke di Chopin, un tasto e una lagrima. Di quelle non rimarrà documento. “Ho un tal timore di amarlo, timore che si accorga fino a che punto, timore di annoiarlo a forza di udirselo ripetere, timore che non gliene importi niente… da sentirmi paralizzata”… Ha tutti i torti? Siamo giusti: li ha? Mica si può pretendere di aver per marito un santo – che, tra l’altro, quei pochissimi che ebbero il coraggio di prender moglie furono tutti dei pessimi mariti. – Ma questo non vuol dire che, a me, manchino le buone ragioni. Mi si riconosca almeno questo… Un grand’uomo, nessuno lo nega, ma non è che in una giornata i suoi momenti di grazia siano poi tanto numerosi. E tu valli a indovinare! Diciamo la verità: “il più del tempo, pensa per pensieri convenzionali e parla per frasi fatte”. Anche la bambinata del gioco inconfessato di questo scambio dei diari, non è mica gusta. Certe pagine di diario, se dev’essere un diario, han da rimaner personali e segrete: a sé per sé, non a sé per i posteri, facendo finta che non lo siano. Dico bene?

LEV N.               - Non potresti dir peggio. Significa non aver capito niente. Della sincerità, della lealtà, del coraggio, della provocazione, della vita: niente di niente.

SOFIA A.           -  Le prime parole dopo due giorni. Muto da 48 ore. Proprio persa la parola. È sconvolgente vivere con un uomo simile. “Di punto in bianco, tornerà di nuovo a concentrare il proprio amore sui contadini o sulle sue storie, e io tornerò a sentirmi come vedova, perché ama me come ha amato successivamente la scuola che ha avuto il capriccio di fondare con spreco di tanti quattrini buttati dalla finestra; la natura, gli amici, l’esercito, la povera gente, i cavalli, le carte, la letteratura” che ora dice di aborrire – ed è quando premedita qualcosa – sua zia Tatiana che, avendogli fatto da madre, si sente in dovere di essere sempre dalla sua parte, ed è venuto su com’è venuto su;… gli uomini, le donne, tutti i vizi possibili, e ciò a cui toccherà quando verrà il suo turno. Spartirlo, cederlo… “imprestarlo” è il mio destino… Il popolo, il popolo; mi indispone col suo popolo… Deve decidersi a scegliere, una buona volta, tra la famiglia e me che ne sono la personificazione, e il maledetto popolo per il quale spasima… se non vuol essere giudicato un uomo volubile, impastato di egoismo. Mi si stringe il cuore, ma dovevo pur dirlo… Post scriptum: “Perdonami, Levoçka, non pensavo quel che scrivevo”. Però è vero.

LEV N.               - (uno che non ne può più, privo della forza di incollerirsi) E scrive e scrive; e parla e parla…! Ho tutte le ossa rotte, un malditesta bilaterale – cattivo segno – da impazzire, un ascesso e un canino sottostante che si gonfia e si sgonfia a vista d’occhio; sudo freddo e brucio dal caldo ad onta che, nella camera, il termometro arrivi a malapena a due gradi sopra. Perché, naturalmente, coi polmoni nel mio stato, le donne di casa “si son dimenticate” di accendere la stufa. Non c’era legna, m’è stato detto. E viviamo in mezzo a una foresta. Ma la “contessa” non ha creduto opportuno mandar a raccoglierne una bracciata. Via al più presto. A Mosca, a Mosca!... Fosse mai una premonizione delle “Tre sorelle”? Cecov frequentava già Jasnaja Poljana?

SOFIA A.           -  (placida come non s’è mai fatta conoscere) La gravidanza procede d’incanto. È l’unica cosa che conta e che funziona, deo gratis. La creatura non fa che scalciarmi in grembo. Signore sii ringraziato. Probabilmente, è un maschio. Ma non batterei ciglio anche se si trattasse di una femmina. Ormai, dalla vita accetto quel che mi offre senza lamentarmi.

LEV N.               - Giornata splendida, se non fosse per il dolor di denti che non disarma e la vena varicosa che si è rifatta viva. La conosco: non si limiterà a questo. Ciononostante, son balzato a cavallo e via per forre e brughiere. Un’occhiata allo specchio e mi son fatto spavento. “sono terribilmente invecchiato; quest’estate, mi sono stancato di vivere, evidentemente”. Ciò non vuol dire, beninteso, che sia disposto a morire. Ho poco tempo, ma ho ancora tempo. Fare, fare!

SOFIA A.           -  (un affettuoso sogghigno) La sua paura della morte è stata sempre tanta da impedirgli persino di immaginarla. Nei suoi scritti, quando deve descrivere qualcuno che muore, e nel quale tende a identificarsi, lo fa guardare in su e si mette a parlare del cielo, cambiando discorso. Mai che dica, chiaro e netto, che finisce sottoterra come un cristiano qualunque. Fa piangere coll’azzurro e colle nuvole, girando al largo dalle agonie. In questo è insuperabile. Me lo ha fatto notare Turghenev, che deve essere un po’ invidioso. Sono tanto amici. Quando non stanno insieme… Fin troppo… amici e insieme.

LEV N.               - Ancora una bella giornata. Tutte queste belle giornate in fila, fuori stagione, cominciano ad esagerare. Non è normale. È monotono… “Molti nuovi pensieri, mescolati a qualche sciocchezza”… Soprattutto uno, notevole: una concezione evangelica “laica”… je m’entend… Farsi un nodo al fazzoletto che non si perda o non si sciupi aspettando. Può dar frutto e venir buona.

SOFIA A.           -  Gli verrà buona anche questa, non c’è da preoccuparsi. È come il re Mida, diceva mia sorella maggiore che fu innamorata di lui, e forse, non ha ancora smesso di esserlo: rivali persino in famiglia… E’ uno che sembra buttar via tutto e non butta via niente, anche a costo di pensar domani il contrario di ciò che pensava ieri. A che preludono, per esempio, quelle note e note che accumula nel suo taccuino segreto?

LEV N.               - Che brutto carattere. “Riuscirò mai a correggermi? Di fronte a tutti gli altri contadini, mentre mi davo da fare per persuaderli ad accettare le terre, ieri Razun, che è il più intelligente, mi ha detto una sfacciata bugia, io mi sono imbestialito, e un’abominevole abitudine mi ha fatto scappare di bocca il vecchio ordine: “Frusta!”… Ho aspettato di vedermelo trascinare davanti, ma non son riusciti a raggiungerlo, almeno così mi hanno detto e io non ho approfondito. Intanto, m’era passata. Chiederò perdono. Cristo non frustava, chiedeva perdono. Non me ne sono ricordato. Devo essere da meno di Cristo?... Regola: d’ora in poi, mai rimproveri a nessuno prima che passino almeno due ore. È ciò che ho fatto. Ho chiesto perdono e gli ho dato tre rubli”… Ne sarebbero bastati due. Sonia non fa che lamentarsi che in casa i soldi non bastano mai… Sarà… O non si saprà amministrare.

SOFIA A.           -  Va a Mosca. Non c’è stato verso di dissuaderlo… Non me la conta mica giusta. Dice che starà via una, due settimane. Ma quando mai dice la verità? A forza di esser sincero, diventa inevitabilmente bugiardo. Succede. Che farò, sola, gravida, piena di sospetti, in questa grande casa, tutta scale, colma di vecchi e di scarafaggi? Vederlo uscir da quell’uscio e sentire la mia anima andarsene con lui, è la stessa cosa.

LEV N.               - Curioso: ad onta del fastidio, “più si avvicina il momento di allontanarmi da casa, e più la mia tensione con Sonia, si affievolisce”.

SOFIA A.           -  Strano: nonostante la buona volontà, più si approssima la data, pur giustificata, della sua partenza, e meno convincenti me ne appaiono le ragioni. Il cuore non va mai d’accordo colla mente, ecco il mio male.

LEV N.               - … Sono arrivato a Mosca. Stanco ma sollevato… Ed è già noia… Nuove ipoteche ottenute con relativa facilità… “L’ambiente letterario, annusato ieri sera da Fet, misericordia, che disgusto!... Mi manca Sonia”. Chi l’avrebbe detto? “Per farsi un’dea di ciò che una persona significa per noi, basta esserne distaccati”… “Sono stato a ginnastica”… Mi sono rimesso bene, persino allegro, e nessuna tentazione della tavola da gioco. In tanto male, questo è bene… Sorpreso di tanta energia. Me ne rendo conto dalla voglia fisica di cavalcare che m’ha ripreso, tenendomi lontano, finora, dalla visita alla solita maison de passe, in progetto prima di partire. Dicono che è stata tutta rinnovata: uno splendore. Nessuna curiosità… - e, anche dalla nostalgia di casa… Bisognerà trovare anche i soldi per restaurare la veranda… Sento che questa è la volta buona: “ho deciso che le sole cose necessarie, nella vita, sono due: amore e lavoro. Anche sufficienti?” Forse, ne aggiungerò qualcun’altra strada facendo… E non smettono le belle giornate. Quant’è bella la Russia quando fa bello!... Volevo ben dire, tanto per cambiare, si son rimessi a dolermi i denti. No, stavolta le gengive: una postema sanguinante, gonfia e grossa come un fagiolo… E la mente in fiamme. Che ci sta ribollendo? Qualcosa che nasce?

SOFIA A.           -  (da Jasnaja Poljana) … “Essere soli è da morire”.

LEV N.               - (dal suo albergo a Mosca) … In compagnia, è peggio… Sai, cara, avendone la possibilità, la domanda che rivolgerei a Nostro Signore?

SOFIA A.           -  Sei sempre così imprevisto, tu.

LEV N.               - Signore, non vi sembrano troppi nove mesi per una gravidanza?

SOFIA A.           -  A me, non sarebbe mai venuto in mente.

LEV N.               - (inopinatamente seccato per davvero) Non stento a crederlo. Figurarsi, colla fantasia che ti ritrovi!... Bon Dieu, sarò mica incinto anch’io! Sarebbe la salvezza… O l’ultima caduta?

SOFIA A.           -  “… Rieccolo, di nuovo a casa. Strano effetto a sorpresa, mai verificatosi finora. Ho fatto uno sforzo non da poco su me stessa e son tornata, se non allegra, almeno tranquilla”. Non c’è dubbio – beata Vergine di Kazan, Vergine colla vu maiuscola (corregge lo scritto), astuto com’è, fa’ che non se ne accorga. Perderei anche quel poco vantaggio che ho conquistato - : non ho resistito, e, “appena riapparso sull’uscio sul quale temevo di non vederlo riapparire più, gli ho gettato le braccia al collo”… Grosso sbaglio, la sincerità non paga. (carezzandomi il ventre) Pur nello stato in cui mi trovo, è bastato questo a fargli passar per la testa la solita voglia di sempre – ma come è fatto? – me ne sono accorta subito. L’unica cosa che, a me, non riesce a nascondere, è la lussuria che non lo lascia mai. Ricordarsene per un’altra volta, quando ci sarà, se ci sarà… E non so se sia meglio o peggio che ci sia. Riflette un po’ per cancellare – se crede – qualche frase dello scritto, e conclude col mimare ostentatamente un’azione di nascondere il diario in un posto segreto, però facilissimo da individuare, come dire: son qua, prendimi: lapsus precedenti l’invenzione dei lapsus.

LEV N.               - (compilando il proprio) … Sono stato, tutta la giornata, in pensiero per il mio torace. Devo aver avuto anche la febbre; si son fatti sentire i sensi. Non c’è altro che rassegnarsi: i polmoni, vecchio destino dei Tolstoi fin da Piotr il boiardo, amico di bagordi, ambasciatore e complice nell’assassinio del figlio, di Pietro il Grande. (a voce) Lei dice raffreddore: sdrammatizzare negando la realtà, l’intenzione è buona e la vedovanza è un premio… E’ una bambina, una bomboletta di porcellana, una adorabile matrio_ka tutta amore, incantevolmente ottusa e testarda.

SOFIA A.           -  “Non v’ha dubbio, è tornato da Mosca diverso”: migliore e più estraneo, peggiore e meno indifferente ad un tempo. Qualcosa gli succede.

LEV N.               - “… Eppure, l’amo e mi ama”. Bisogna consentire a ognuno di voler bene come sa e come può, il semplice segreto è tutto qui. Perché mai sarà tanto difficile il passaporto per amare? (un sorridente vagheggio, più che altro pensato)… “L’amo, quando, silenziosa e imbarazzata, mi sta seduta a fianco mentre scrivo, mentre leggo, mentre mi abbandono a pensieri mediocri ed indegni… a sentimenti indecenti e vergognosi, che essa presume nobili ed alti…; quando mi rivolge certe ingenue e ridicole domande. Perché i tubi del camino sono diritti?... Lo scopo dei tappeti?... La ragione di vivere a lungo dei cavalli quando gli si vuol bene?...E, per poco, non vuol conoscere perché dispongano solo di quattro gambe… Perché non tre o cinque… o due? Sarebbero uccelli, cara, e la Natura non lo permette…; “quando” tanto per interrompere il silenzio, accarezzandole la treccia dei pesanti capelli bruni che le incorona il capo, “le sussurro all’orecchio: che facciamo, Sonia? E lei, come l’eco.

SOFIA A.           -  (sussurro a sussurro) “Che possiamo fare, Levoçka?” (duretta) Ma io “so” che cosa intendi “fare”.

LEV N.               - (inudibile, prima di proseguire) E, mostrando di saperlo, non capisce di sciupar tutto - … E ride senza ragione, del suo rider verde… Non posso far a meno di amarla nemmeno quando si arrabbia e, in un batter d’occhio, idee e parole le si fanno aspre, irte di risentimento e armate di malevolenza… e io taglio corto, pentendomi prim’ancor d’aver finito di rispondere, stizzito: smettiamola, mi dai fastidio”; mentre, in un lampo, mi trapassa il cervello un fascio di pensieri contraddittori, carichi di volontario rancore e involontaria indulgenza: la mia irrimediabile solitudine mista al compiacimento di sapermici immerso come nel mio elemento naturale – il pesce l’acqua, l’aria l’uccello - … e l’indifferenza nel “constatare che, per lei, il tempo fluisce senza scopo e privo di senso” tanto quanto pesa per me… E, ciononostante, non passa un minuto senza inviarmi un sorriso disarmante da tanto chiede scusa e io non glielo restituisca in segno di pace: di nulla accaduto perché nulla è accaduto… Però, so, so, “io so che ognuno di codesti screzi di nessun conto, di codesti dissidi per quanto insignificanti, di codeste tempeste di un secondo, rappresenta una piccola scossa, un’impercettibile incrinatura nel nostro sentimento”, la minaccia d’una minaccia, l’ombra dell’ombra di un’ombra sul nostro legame… perché non esistono due secondi uguali nell’animo di un uomo… e non c’è un dopo che non sia mai, più come un prima…: una minima cicatrice è rimasta. Ma lei, se ne rende conto, lei che fiuta tutto, anche quello che non c’è, e, colla sola facoltà di fiutarlo, se non c’è, lo suscita?... Nella voluttà del cattivo odore, annusa ogni sfumatura: sentimento, umore, sensazione, colla vocazione incoercibile di tramutarla in sospetto: possiede la virtù malsana di inquietare tutto quanto sfiora…

SOFIA A.           -  …Me?... La mia maledizione, Levoçka: m’è sufficiente alzare gli occhi verso il più sereno dei cieli per vederlo coperto di nubi; il solo stendere uno sguardo sulla limpida acqua di una sorgente, basta a intorbidarmela: le mie domande, amor mio, ho anch’io le mie domande… e pesano, sapessi quanto pesano. Nulla pesa più d’una piuma, quando pesa.

LEV N.               - (nell’indulgenza, duro; nel più assoluto estraniamento) La “sua” letteratura, “anche” lei ha la sua letteratura (totalmente un altro e ora dice e scrive) … “La verità è che continuo a non star bene”… E persiste la mancanza di tosse. Strano… Ozio, ogni giorno più ozio… Le idee come seccate: dissociatesi.. Lavoro! Ma che fare? Cercle vicieux… “A proposito: è morto, nella sofferenza, un bambino. Di tubercolosi, naturalmente. Non aveva che tredici anni. Perché? È permessa la domanda? L’unica spiegazione la offre la fede nella discutibile nemesi della vita futura. Se essa non c’è, allora non c’è giustizia, la giustizia non è più necessaria e il pretenderla non è che superstizione”… Seguendo il funerale, m’è venuta l’idea di scrivere un “Vangelo materialista; sì, la vita di un Cristo materialista, “sollevato dall’ingombro dei miracoli e ammennicoli del genere”. Ci ho pensato tutto il tempo, mentre il Pope recitava la sua pantomima e gli altri dietro. E così, ho privato quel fanciullo anche di quel po’ di pietà cui aveva diritto. Quando me ne sono ricordato era già sottoterra. “Ai funerali della povera gente tutti hanno fretta”… Rimane da vedere se un Cristo materialista sta in piedi, ha un senso, voglio dire.

SOFIA A.           -  Rimane, prima, da vedere se è concepibile… Le pensa tutte. Si metterà mai tranquillo? Mio Dio… ha bisogno di costruirsi colle sue mani, ogni giorno, i triboli per torturare se stesso.. E per torturare chi gli sta vicino. Mah… Esiste maggior crudeltà di voler far del bene per forza a chi non ne vuol sapere?

LEV N.               - (volubile) … “Da dieci anni, a dir poco, non ero investito da altrettanta ricchezza di immagini e di idee come negli ultimi tre giorni”. E avevo temuto che la “mia”gravidanza fosse finita in un aborto. Tutto torna a quadrare. “Non scrivo dall’abbondanza di idee”. Letteralmente stroncato, da dover rinunciare alla ginnastica.

SOFIA A.           -  Di solito le chiama coliche.

LEV N.               - … Nuovamente angoscia e insonnia fino alla una, con sudori freddi come novità… “Lettera di Turghenev coll’accusa di andare a raccontare in giro che lui è un vigliacco, e mi sfida a duello. Risposta che son tutte chiacchiere e rifiuto la sfida” con scuse e complimenti: non trovo incompatibilità tra letteratura e vigliaccheria. Cosa vuole dalla vita quello lì? Non ne ha a sufficienza di essere Turghenev? Pretende anche il coraggio, adesso?... “Tanto per far qualcosa, ieri ho riaperto la scuola, che, si capisce, non avrà vita lunga nemmeno stavolta”: la gente non vuol essere libera; è più difficile educare un uomo alla libertà che affezionare un popolo alla schiavitù. – Ecco: di questo dovrebbe essere edotto lo Zar -… “Sono, soprattutto, i maestri a darmi pensiero. Hanno dei segreti disgustosi”. Dice: siamo giovani, freddolosi e fatti per la compagnia. Va bene; fin che si trattasse di donne e di riscaldamento, ancora ancora… dopotutto, i sessi non sono che due anche in Russia, ma non sono le stufe che mancano. Pare, però, che essi non se ne siano ancora dati per intesi, “e, negli allievi, può creare qualche confusione”… Il male che sono stato stanotte!... Salute definitivamente rovinata. Non c’è da farsi illusioni: la tubercolosi nessuno me la toglie; meno male che comincio ad abituarmi. Pazienza, sarà quel che sarà, che posso farci? Potrei provare colla filosofia, forse.

SOFIA A.           -  Non è vero niente, son fissazioni sue. Per due fratelli che gli ha portato via la tisi, ne approfitta per farsi bello. È solo un po’ di faringite. Ma vallo a persuadere che dipende unicamente dalla mania che ha di tuffarsi nudo, a nuotare, a tutte le ore, in tutte le stagioni, nelle acque gelate dello stagno; che, oltretutto, è un’indecenza, lui, che, col suo passato, trova da dire perché i suoi maestri si tengono caldi reciprocamente dormendo nello stesso letto. Crede di essere sempre un ragazzo… e lo è solo nella sua testa e per altre cose poco pulite e per niente confessabili. Vorrei vederlo alle prese coi miei dolori di testa. Al presente, non li ho, ma è un puro caso, tocco ferro aspettandoli, e non tarderanno certo. Niente paura. Si trattava di meri disturbi neurovegetativi. Come tutta la famiglia Tolstoi, “caratteriali” da esposizione, una salute di acciaio.

LEV N.               - “A far pace da Turghenev, ancora indolenzito nell’amor proprio”. Dio del cielo, che crollo. Ne c’est pas possible!...” Baci e abbracci. Non ci si vedeva da Parigi. Irriconoscibile. “Abbiamo pianto insieme” tutto il pomeriggio. Non lo dico per vanità, ma dei due, quello che è riuscito a versar più lagrime sono stato io. Lo riconosce persino Sonia, quando non è di cattivo umore.

SOFIA A.           -  Poca fatica, potresti essere suo figlio!

LEV N.               - Non è di buon umore. Comunque, s’è trattato di una delle più belle giornate della mia vita.

SOFIA A.           -  Non è stata una brutta giornata, diciamo pure. -6-

SOFIA A.           -  “… Quando mi azzardo a metter piede, qui, nel suo studio deserto, senza pensare a niente, mi assale un malessere, una sensazione mortale di freddo, di noia, di vuoto… Se, viceversa, entrando, me lo figuro, seduto, lì, alacre di quella vitalità incoercibile che ha la facoltà di irradiare in qualsiasi situazione, è il contrario… Adesso, è solo angoscia per tutto ciò che è stato vivo e non lo è più”. (lancinante) Ahi! Dio, Dio… Domando scusa, devo interrompere. Credo che ci siamo. Sono cominciate le doglie, sì, sì… E via. Di corsa? Veda lei, tanto già, non si illuda che sia cosa di cinque minuti. Infatti:

LEV N.               - … Non ha fretta. Ha perso le acque ieri e siamo sempre allo stesso punto. Non c’è pericolo che trascuri un’occasione di tirarla per le lunghe. Ha la vocazione della sacrificata, bisogna capirla. La fretta ce l’ho io. E che?... Un po’ di pazienza, pora donna, è una primipara andrà meglio in seguito, non dubiti, conte. … Cara Sonia… “Sono ingiusto. Non posso stare in quella camera. Assistere al parto di una donna è atroce, ma, anche, dal punto di vista filosofico, esaltante…” Tutto quel sangue, quelle grida…: la ragione per cui ho interrotto la carriera militare… Farà veramente tanto male dar vita alla vita? … Niente, nemmeno paragonabile agli animali. “Ho visto partorire cavalle, mucche, pecore, cerve, perfino un’elefantessa, da sottotenente, a Kazan…: un silenzio riservato, composto, solenne… la spontaneità… Una donna è disgustoso, esagitato… falso. Forse soltanto una contadina sa partorire con naturalezza e dignità. Informarsi. Dignitosa animalità delle creature semplici. Si fa un nodo al fazzoletto. Ma, nel caso che si fidi della propria memoria, può anche trascuralo… Rieccola. È bastato uno scialle di cachemir, un rosario che le frequenta le dita ed una severa malinconia sul volto per tramutare la fanciulla di ieri nella donna di domani, eguale e diversissima la sua volubile paranoia.

SOFIA A.           -  Fatto. Dovere assolto. Casa Tolstoi non è più minacciata di estinguersi. Ho partorito, ho sofferto il soffribile, mi sono alzata e sto rientrando lentamente nella vita… Lui, suo figlio, mio figlio, tutto: un’ansia, una trepidazione… “Paura? Siamo lì. Qualcosa, dentro di me, s’è come spezzata: qualcosa, sento, che mi farà sempre male… Mah… Di fronte a lui son più timida ancora, come se avessi da rimproverarmi non so che colpa nei suoi confronti…” Apprensiva, insicura… che so? Alla mercé di un’influenza inafferrabile, ostile. “… Son diventata insicura più di prima… maldestra, impacciata, poco spontanea: insincera, anche insincera… Cerco di nascondere tutto quanto, per uno stupido e falso senso di pudore; e, più tento, meno ci riesco… Voglio bene al piccolo solo perché è figlio suo”; questo non è da buona madre e devo anche lottare contro il sospetto che goda del mio imbarazzo… Certo, non può non accorgersene e nemmeno non pensare, può, che è lui a guidarne i fili… Fa paura ciò che può accadere nella sua testa. Mi toglie la pace. Il suo diario non è che la superficie: ciò ce crede, o che vuol far credere, o che crede di riuscire a far credere, di essere. Ma chi è, veramente? Un maleficio, solamente un maleficio, si può dire che sia. (esaltata dal proprio lucido delirio) basta che un’idea la pensi e diventa subito la realtà. Bisogna star attenti. Può far molto male, in buonafede, a sua stessa insaputa… Constato, non mi consolo. Nemmeno lui deve viver bene. La vivacità della mente, la ricchezza dell’immaginazione, la profondità del sentimento… il meglio di lui, si va appannando, s’è assopito… più si avvicina ai comuni mortali, più se ne allontana, mentre gli cresce dentro – lo sento – il vecchio, inesausto desiderio di perfezione, il cancro sceltosi per autodistruggersi. (uno slancio di generoso delirio) S’è come, s’è come… arreso. Dio sa quel che darei per vederlo felice, all’altezza dove l’avevo collocato. (uno scarto subitaneo di cattiveria risentita) … Viceversa, tutto quanto ha saputo fare, dal giorno che, liberatomi il grembo, l’ho reso padre, è stato “ricominciare ad aver voglia”, la sua voglia, “quella” voglia. Lui pensa che l’amore sia tornato: gli è tornata solo la voglia… oltre a qualcosa che deve tenere in testa, lo sento… “Tutto mi pare concluso, tetro… la pendola suona ed è un lamento… noioso il cane, affliggente zia Tatiana, aggressiva Du_ka,… penosa la vecchia tata, infidi e malevoli i servi: un mondo spento… E tuttavia se Leva… Oh se Leva…” Basterebbe uno sguardo. Anche uno degli atroci sguardi della sua libidine… S’è deciso di battezzarlo Sergej ma, tra noi, lo chiamiamo già Sere_a. È venuto in mente a zia Tatiana per prima. Del resto, era stata lei ad abituar tutti a chiamar lui Levoçka fin da piccolo, quando prese il posto di sua madre. È un bel bambino. Lui lo nega, naturalmente, per spirito di contraddizione. Non lo dice, ma avrebbe preferito una femmina, lo so, non c’è dubbio… Ho appena letto, adesso, nel suo diario, data di ieri: “… questi nove mesi sono stati quasi i peggiori della mia vita” e ho cercato di consolarmi con quel “quasi”. Ridotta a questo?... Del decimo, è meglio non parlare. Mi domando solo quante volte – mentre non si faceva scrupolo di dirmi in faccia, ad alta voce: “Dov’è finito l’uomo che ero un tempo?” – dentro di sé, in silenzio, s’è chiesto: “Perché ho preso moglie?”…

LEV N.               - (una collera mordace) L’ultima! Adesso, si rifiuta al primo dovere di qualsiasi femmina d’ogni specie animale. Non può allattare, dice, perché le vengono le ragadi ai capezzoli. Bella scusa a un marito che patisce quel che patisce causa l’eczema a cui va soggetto. Scusa tanto se non posso allattarlo io!

SOFIA A.           -  “E’ mostruoso non aver cura del proprio bambino, chi dice il contrario? Ma che posso fare contro un’impotenza fisica? È cattivo, ingiusto non volerlo ammettere. Nemmeno la pazienza per il breve tempo che guarisca… Così divento cattiva anch’io, l’ultima cosa cui, per natura, sarei capace… Ma perché devo continuare ad amarlo tanto? Che ho fatto di male per portare questa croce?... E’ anche fuori senza maglia di lana… Dio, perdonagli anche tu: fa’ smettere di piovere. Per la campagna, acqua ne è venuta giù abbastanza. (lettura puntuale e sillabata di una pagina del diario) “… Sonia, perdonami. Solo ora, mi rendo conto quanto sono colpevole nei tuoi confronti… Volgare, crudele verso la creatura che m’ha dato la maggior felicità della vita e continua ad amarmi tanto, nonostante tutto. Riconosco che il mio comportamento, Sonia, non può venir né dimenticato né perdonato. Ma, finalmente, ti comprendo sino in fondo e vedo chiaramente tutta la mia bassezza. Sonia, tesoro, sono colpevole perché sono malvagio: ma in me c’è anche un uomo migliore che, a volte – troppo spesso - , dorme. Destalo. Cerca di dare, a lui, il tuo affetto; dimentica quell’altro e non serbarmi troppo rancore, Sonia…” Parole testuali del diario per chiedermi scusa. Poi, s’è incollerito, per nonsoché, ed a cancellato tutto, per fortuna leggibile lo stesso, e tanto più offensivo. Apposta? Ne sarebbe capace e credo di sì… “Ha coinciso con il periodo del mio terribile allattamento per il dolore alle mammelle. Io non potevo, proprio non potevo dar il latte al piccino e, a lui, non sembrava vero di imbestialirsi udendolo piangere”. Un inferno, odio, addirittura. So io se avevo diritto al risarcimento di queste poche righe di tenerezza e di pentimento. Bene: si vede di no. Date e tolte, prima ancora che le leggessi. (un sospiro che è uno strascico calpestato di regalità umiliata) Tanto sa essere piccolo un grand’uomo quando decide di essere piccolo…! Non ci si intende più. La malattia ed il bambino che avrebbero dovuto riavvicinarci, viceversa, ci ha allontanati… Tanto amore cancellato senza lasciar traccia: un foglio tornato bianco… Lui… l’incendio di un breve entusiasmo e poi… freddo, insensibile, intensamente occupato senza slancio nella futilità quotidiana…; io, afflitta, maldisposta, insofferente ed insopportabile di tutto e di tutti… Chiuso, chiuso, chiuso: un muro in fondo a una strada senza uscita… Mi son riletta… Forse mi sbagliavo, certo esageravo… Se sì, devo convincermi che esageravo: lo amo sempre… e nonostante: è il mio punto fermo, la mia verità. Non devo, non posso lasciarla andare alla deriva.

LEV N.               - … No e no. Non mi ha mai voluto bene e non mi vuol bene. Nella migliore delle ipotesi, lo ha creduto. Ma non lo crede nemmeno più, ha aperto gli occhi. E perché? Perché non mi ha mai desiderato né stimato. Non si desidera, e tanto meno si stima, uno come me. Al più, si cerca di indovinarlo. E una volta indovinato, è la bancarotta. Mi sta bene. “Ho ricontrollato il suo diario. Una malcelata ostilità traspira da ogni parola”. Capita spesso, nella vita. Se, da parte sua, è stato un errore, è terribile, povera donna. Intorno a noi è un immiserimento, un insudiciarsi progressivo di tutto. “Si crede solo a ciò che si desidera e fino a quando lo si desidera”. Ma poi?... Poi? Poi??... E non metto sulla carta che un minimo del minimo di quanto potrebbe macinare la mia mente (palese esagerazione mendace a scopo di inquietarla)… “E’ già l’una di notte, non posso dormire, e, tanto meno, raggiungerla nella sua camera con questo sentimento che mi opprime e mi paralizza. Ed essa, sempre così lesta a lamentarsi appena sa di essere ascoltata, ora russa – la contessa Tolstoi russa – tranquillamente, pronta a svegliarsi nell’assoluta certezza che io sia il tiranno ingiusto e crudele, e lei la vittima infelice e innocente della mia malvagia e carnefice fantasia”, parti intangibili di un dramma immutabile, assegnate una volta per sempre. Posso precipitarmi nella sua stanza scuoterla e gridarle: sono gravido anch’io, e di ben altra gestazione?

SOFIA A.           -  (un petardo d’allegria) Oddio, che mi succede? “Che bellezza! È bastato accendere due candelieri e sprofondarmi in una poltrona per vedere “il mondo alla rovescia e venir travolta dalla gioia: spensierata, pigra, pazza, non piglio più niente sul serio… e una voglia, ma una voglia di fare la civetta… con chiunque, il primo che càpita, fosse pure Ale_a Gor_ok lo scemo, il giardiniere che decidiamo di licenziare sempre e non licenziamo mai. (scrive e sottolinea tre volte) Ricordarsi di licenziare Ale_a Gor_ok… “Ma che voglia di ridere, di sfogarmi ad accarezzare, a baciare qualcosa, una sedia, un mobile, quel che vien, viene. Ho giocato alle carte per quattro ore filate con zia Tatiana, dimenticandomi perfino della sua arteriosclerosi: è la prova del nove; e più lui si arrabbiava, e meno, a me, me ne importava. S’è cautamente informato se avevo bevuto, facendomi venire una voglia di vodka, subito soddisfatta, per dargli ragione: la fuga folle da un mausoleo di cadaveri mummificati, morti di serietà, lui compreso. Ah, come si sta bene a sentirsi bene. Avevo voglia che gli venisse voglia. Ma hai voglia che avesse voglia di accontentare la mia voglia! Sul finire, rifattasi seria, ha intrapreso a temperare una penna d’oca, l’ha intinta nell’inchiostro e s’è apprestata a scrivere una lettera: Ma chère maman, avrebbe dovuto essere Levoçka a scriverti; ma, avendo cavalcato tutto il pomeriggio, sotto l’acquazzone, s’è dovuto mettere a letto aspettando la febbre, il mal di gola, la tosse, il catarro e tutto il resto, che gli impediranno, anche stavolta, di levarsi la curiosità se è tubercolosi o bronchite. E, pertanto, prendo la penna e ti comunico io la bella notizia. Ho idea di essere d nuovo incinta. Ti darò conferma… Gliela dette. È una notizia che avrebbe diffuso altre dodici volte prima della menopausa… -7- Lei. Tempo è trascorso e trascorrerà. Un’eleganza severa, progressivamente avviata verso la maturità nei cupi colori della semplicità del bel vestito da signora della casa, l’abituale rosario che circola, distratto, tra le dita magre, forti e scattanti delle bianche mani aristocratiche, e un tintinnante mazzo di chiavi padronali alla cintura. Sta soffiando via la polvere dal grosso fascicolo del suo diario personale.

SOFIA A.           -  “… Da tanto tempo che non ci scrivo più su, anche il diario s’è coperto di polvere, come tutto in questa vecchia casa. Ed ora, come i bambini, rieccomi ripresa dalla voglia di tornarvi a riannotare tutto ciò che mi passa per la testa”: cose vive, accomunate allo stesso destino delle tante cose morte, che, vive, già furono: il camposanto della memoria… Che impressione strana riprenderlo in mano. Timore o desiderio che l’avvenire replichi il passato? Il senso della mia vita sta tutto chiuso in questa domanda… “Mai, forse, come in questo momento, ho provato tanta tenerezza verso d lui…” – mi basta sapere che è di là - … tanta fiducia, tanto desiderio… E tutto perché? Per un sentimento, se vogliamo, contraddittorio. “Stanotte, ho sognato che ero vedova, in lutto stretto…: la felicità di svegliarmi e accorgermi di non esserlo”, ecco tutto. (in cauda venenum) Però, all’erta, guai se lo sospettasse. Cesserebbe subito di volermi male, cioè bene, a modo suo. Lo sento… Sì, sì. Il giorno che venisse meno quella parte di odio che c’è nel suo amore, cesserebbe anche quel po’ di bene che mi vuole e di cui devo imparare ad accontentarmi… Ecco, per esempio, uno spunto da regalargli, ora che sembra essersi rimesso al lavoro… un modo di tenerlo legato. Sono le idee che gli piacciono; le fa diventar subito realtà: costeggiare l’ambiguo inverandolo di normalità…, anche se, in ciò, (tappandosi la bocca con uno schiaffo) meno naturale, forse, ma va più in fondo, Dostoewskij. (e cancella subito vistosamente le ultime due righe)… Così va bene, si legge egualmente ed irrita di meno… Ma, ormai, non c’è nemmeno più soddisfazione a scriverlo, sperando di suggerirglielo, visto che a smesso di rubarmi il diario… o finge di avere smesso, come faccio io ogni tanto. Ne è capace: quello che egli chiama – lo ha scritto – un gioco da mostri, quel mostro!... Passo dopo passo, s’è inoltrata in territorio maritale, dove lui, seduto, riflette prendendo appunti. Una carezza sul capo arruffato, alla quale corrisponde con brutale amabilità, stringendole meccanicamente la mano, mentre gli sfugge un gemito:

LEV N.               - … Ahi, Cristo!

SOFIA A.           -  Devi portar pazienza. Non sei ancora in grado di ruotare la spalla. “E ringrazia il cielo che è soltanto una slogatura”. Pensa se ti fossi fratturato l’omero, o il femore… o la colonna vertebrale! Nulla di più facile. A meno fortunati, è accaduto di peggio.

LEV N.               - Potevo prevedere che il cavallo si sarebbe imbizzarrito e mi avrebbe staffato?

SOFIA A.           -  Più prudenza, Levoçka. Ma è come dirlo al muro, tanto tu ti consideri sempre un giovanotto. Ti basta balzare in sella a Delirio e ti senti subito uno dei quattro cavalieri dell’Apocalisse.

LEV N.               - Ti faccio una confidenza, Sonia. È proprio così. È con Delirio che ti tradisco. Che vuoi? Ha un nome che è una tentazione.

SOFIA A.           -  (placida. Proprio?) “Anche” con Delirio, caro. Un sorriso-sogghigno e lo riaccarezza, se possibile, con maggior dolcezza ancora.

LEV N.               - Il tuo rivale di turno, tocca a lui… Che fai in giro per la casa? Non è questa l’ora delle tue investigazioni.

SOFIA A.           -  Così…

LEV N.               - Durante i tuoi “così”, di solito, confidi le tue pene al diario.

SOFIA A.           -  (equivoca) Da quando hai smesso di frugarlo, non ha più senso.

LEV N.               - Mai disperare.

SOFIA A.           -  Dici?

LEV N.               - Penso.

SOFIA A.           -  Tolgo il disturbo. Ti faccio portare il the?

LEV N.               - No. Della vodka, se proprio ti vuoi disturbare.

SOFIA A.           -  Desideri qualcos’altro?

LEV N.               - No.

SOFIA A.           -  Non ti servo proprio a niente?

LEV N.               - A niente.

SOFIA A.           -  Al caso, non hai che da suonare.

LEV N.               - Al caso, suono.

SOFIA A.           -  Bene. Io vado a far compagnia a zia Tatiana, occupata coi suoi eterni solitari. Casomai Sere_a si spingesse fin qui, spediscimelo di sopra; io ho più pazienza. Scusa l’incomodo. È l’ora della poppata di sua sorella. E s’incammina. Lui afferra il campanello e la ferma.

LEV N.               - A proposito, t’è mica venuta qualche idea per il titolo?

SOFIA A.           -  Il titolo? (piccola commedia muta della sorpresa)

LEV N.               - Il titolo. Non che ci facessi conto, ma s’era rimasti d’accordo che ci avresti riflettuto pure tu.

SOFIA A.           -  Ti devo confessare che m’era proprio passato di mente. Son così poca cosa, io… Non avevi pensato?… Aspetta… mi pare… Non avevi pensato: “L’anno 1805”, o qualcosa di simile? Sbaglio? Debolino, d’accordo.

LEV N.               - Provvisorio. (a grande effetto) Che ne diresti: “Guerra e pace”?

SOFIA A.           -  (per nulla impressionata, anzi) Beh… mi pare un’esagerazione per un breve romanzo qualsiasi, no?

LEV N.               - Non è più un romanzo vero e proprio, né breve né qualsiasi.

SOFIA A.           -  Ah no?... Ma guarda: bene. “Guerra e pace”?... Non mi piace. Non ti offendi mica, vero?

LEV N.               - Figurati che la modestia di Molière si guardava bene dal trascurare il giudizio della propria serva sulle sue commedie. Potrei essere da meno?

SOFIA A.           -  (senza mai perdere tanto così di imperturbabilità) Mah, va a sapere… “Guerra e pace”… e basta?

LEV N.               - (già un po’ innervosito) “Guerra e pace” né più e né meno: punto lì.

SOFIA A.           -  (giocato sempre con noncurante souplesse) Sì, sì, non discuto, per carità… ma preferivo il primo.

LEV N.               - Ti sembrava un titolo, forse?

SOFIA A.           -  Non che fosse un granché, però…: “Guerra e pace”. È solo questione di abituarsi, del resto.

LEV N.               - (evidentemente il più debole è lui) Ma ora il quadro s’è allargato, s’è allargato, Sonia: man mano che mi documento, la visione si estende nella mia testa… uno sterminato affresco… l’anima della nostra Russia, messa a una prova suprema… l’eroico ridotto a misura umana, ecco.

SOFIA A.           -  (impermeabile) Vedo…! Se lo dici tu… A me piacciono “Les miserables”

LEV N.               - (un tollerante disprezzo non privo di rispetto) Lo so, ma… non è il caso… Il titolo primitivo, capisci, non riesce più a contenerlo.

SOFIA A.           -  E “Guerra e pace” invece ce la fa? L’affresco, dico, o il quadro che sia?...

LEV N.               - Ce la fa.

SOFIA A.           -  Allora… Non è che ci balla dentro?

LEV N.               - Non è.

SOFIA A.           -  (e dalli) Non ti suona, piuttosto…generico, approssimativo… e…

LEV N.               - …E?

SOFIA A.           -  … Tutto e niente. Mah… chissà se piacerebbe allo Zar, quel titolo lì?

LEV N.               - Che c’entra lo Zar?

SOFIA A.           -  Siamo in Russia, no?

LEV N.               - Che vuol dire? Mica, per ciò, si scrive per lo Zar.

SOFIA A.           -  “Anche” per lo Zar. Che male c’è?

LEV N.               - C’è, c’è. Per lo Zar! Mancherebbe altro!

SOFIA A.           -  Non vedo.

LEV N.               - Io sì… Al solito, tu concepisci sempre tutto… in piccolo.

SOFIA A.           -  Come, tu, sempre tutto in grande.

LEV N.               - Già, l’umile pulce…

SOFIA A.           -  E il superbo Leone.

LEV N.               - Il n ostro insuperabile spartiacque.

SOFIA A.           -  (enigmatica) Eh, sicuro, mi rendo conto, se si tratta di un grande affresco… Più di Gogol, più di Turghenev, più di Dostoewskij…

LEV N.               - (perde la pazienza?) Che c’entra Turghenev, che c’entra Dostoewskij? Che c’entra Gogol, quel reazionario, poi…?! Sono i corvi ad andare a branchi.

SOFIA A.           -  (pungente)… Già, e l’aquila vola solitaria.

LEV N.               - Se non ti dispiace.

SOFIA A.           -  Che ne so, scusa, non mi si dice mai niente. Te ne ho sempre sentito parlar con ammirazione.

LEV N.               - Lo credo bene fin che si parla di nasi e di cappotti!

SOFIA A.           -  Se è così… Che stai tanto a farne un dramma? Devi essere tu a decidere, caro; è a te che deve piacere… Certo, il titolo può decidere del destino di un romanzo. Guarda Dostoewskij: lui ha l’istinto del titolo. Citamene uno che sia sbagliato… “Guerra e pace” non sarà la fine del mondo… Non far caso alle mie perplessità da donnetta, Levoçka… Non disporre dell’istinto del titolo non vuol dir mica essere in peccato mortale, dopotutto. Però “Delitto e castigo”…

LEV N.               - (mordace) Vuol dire che nessuno ti impedisce di incaricare qualcuno “influente” di tastare il terreno cosa ne pensano… a Corte, n’est pas?

SOFIA A.           -  Eh, anche. E si avvia, vittoriosa, subito trattenuta da una scampanellata:

LEV N.               - Ah, tu: conosci mica, per caso, di che colore abbia avuto gli occhi Napoleone?

SOFIA A.           -  (sorpresa per davvero, stavolta) Gli occhi, Napoleone?

LEV N.               - Gli occhi, Napoleone. Mi servono i suoi occhi. Te, personalmente, sentiamo, come li avresti preferiti?

SOFIA A.           -  (subito) Verdi. Senza meno. Gusto mio, si capisce…Al massimo, blu, un bell’azzurro – hai presente? – lucido e profondo. Ma che ho a che farci, io? Bisognerebbe domandarlo a Giuseppina. Hai provato a consultare le sue memorie.

LEV N.               - (apodittico) Non risulta che Giuseppina abbia scritto memorie.

SOFIA A.           -  Ma tu pensa. Sei sicuro? Con tutto ciò che avrebbe avuto da raccontare.

LEV N.               - Di lui o di se stessa?

SOFIA A.           -  Quello che deve aver passato!...Ne dubiti?

LEV N.               - Sempre di più ogni giorno: anche la più veritiera delle autobiografie, per quanto in buonafede, è sempre bugiarda, Sonia. Prova ne siano i nostri diari.

SOFIA A.           -  (impersuasa) Mi metti in crisi. Si è allontanata in solitudine e riprende in mano il proprio diario.

LEV N.               - (deciso, lingua e penna) “Guerra e pace”. Proprio così. Tutto o niente. Non se ne parla più. E occhi color nocciola.

SOFIA A.           -  (un’eco) Come i suoi, naturalmente… Gli manca il senso della misura. Che, per amor del cielo, non mi diventi un’ossessione. “Devo guardarmi dall’idea fissa della morte di Leva”. Tanto varrebbe scegliere di vivere nella disperazione… Anche perché non sarei mai capace di scrivere la pagina dei suoi funerali. Soffrirla, non avrei preoccupazioni. Ci sono allenata. Ma descriverla… Occorrerebbe uno della sua altezza. Dovrebbe scriversela, da sé, lui stesso, colla propria penna “epica”. Non sono io a dirlo, non so nemmeno cosa significhi di preciso. Cito una parola di Turghenev: “Vostro marito, contessa, mi disse baciandomi la mano, l’ultima volta che lo andammo a trovare, e prima che si mettesse a piangersi addosso, è l’unico autore russo che possieda una scrittura epica”. Sempre impeccabile, nelle belle frasi rare, quel caro uomo. E, difatti, lo scrive, sillabando le ultime parole: “… che possieda una scrittura epica”. Proprio carino. Già che ci sono, gli faccio sapere anche di essere di nuovo incinta. È il modo più innocente e meno sospetto, di scoprire se avrà ripreso a leggerlo o no… E, col prossimo, ancora uno di più. La famiglia aumenta. Chissà se lui li conta? Esegue. -8-

LEV N.               - “… Eccomi ormai, tutto preso dal confronto di Napoleone e Alessandro, come inebriato dalla nube di una vaga consapevolezza, di poterne trarre una gran cosa. (e via, leggendo, parlando e prendendo nota da varie fonti), esaltato dall’idea di esplorare le loro psicologie, con tutte le vigliaccherie, le follie, le contraddizioni, le ipocrisie, i luoghi comuni, di coloro che avevano intorno, e di loro stessi verso se stessi: “Napoleone uomo: un commediante insicuro disposto alla rinuncia il 18 brumaio davanti all’Assemblea. Dès nos jours, les peuples sont trop eclarés pour produir quelque chose de grand. Alessandro il Macedone si vantava di essere figlio di Giove e lo credevano sulla fandonia… Tutta la spedizione in Egitto? Vanesia ribalderia gallica e nulla più. Non uno degli storici “bullettins” che non sia consapevolmente falso. La pace di Presburgo? Escamotage puro… Sul ponte d’Arcole cadde in una pozzanghera addirittura prima della bandiera… Cattivo cavaliere. Nella campagna d’Italia fa man bassa di quadri, sculture e qualsiasi cosa luccichi… Cadaveri e feriti lo eccitano e gli danno piacere. Ama aggirarsi da solo sui campi di battaglia insanguinati, cosparsi di morti… Sposa Giuseppina per vanità mondana: tipico parvenu! Rimasto, fino all’ultimo, sostanzialmente un plebeo…: sottolinearlo. Ha scritto tre volte la relazione della battaglia di Rivoli. Ha mentito sempre: una seconda natura… Interessanti, non lui, bensì le folle che lo circondano – miracolo della demagogia - . Da principio, unilateralità e beau jeux riguardo ai Marat e ai Barràs, dopo, a tentoni, presunzione e fortuna sfacciata: baro in ogni senso e circostanza: alla fine, vera follia: fair entrer dans son lit la fille de César: virilità zero… e, naturalmente, cocu jusque à la memoire… Demenza totale, prostrazione e miseria ingloriosa, a sant’Elena. Menzogna e grandezza solo perché è grande la scala di misura della grandezza e della menzogna, in cui si colloca; ma, ristrettasi l’arena, non rimane che un patetico nulla; in fondo all’anima, un piccolo uomo. E morte vergognosa… Meno appariscente, però, d’una complessità più inquietante e sottile, lo zar Alessandro… Talento, bontà, sensibilità… superiore livello di una nobile misura umana non ostentata, alla ricerca di altrettanto nel suo popolo… Austerlitz, lagrime e sangue… Pudore? Riservatezza? Malinconia? Timidità?” Una selva di punti di domanda… Evidenziarli e mantenerli aperti tutti. L’antagonista amletico, anche se Amleto non lo posso soffrire, come il suo autore. Rifletterci su… E se l’indecisione permane, che si senta: farne… l’alone, sì: l’alone del personaggio, alcunché di incompiuto, e così via… “personaggio-ombra, tenuto in ombra, je m’entend… La Norijskina lo tradisce – anche lui! – Speranskij, liberazione dei servi… Tilsit… Disorientato (cancella la parola) “stordito” dalla grandezza. Erfurt… Non conosco bene gli anni fino al 1812… Verificare… Magnanimità ed esitazione: vittoria, trionfo, grandeur che impauriscono se stesso… Disorientamento esteriore, però limpido d’animo… duro rigore. Morte. Se fu assassinio, meglio ancora. Il sospetto ci fu”. Documentarsi. Attenzione ad “evitare il solito dualismo dei contrari senza sfumature, tutto nero e tutto bianco. Non c’è perbenismo senza una sfumatura di cialtroneria, come non c’è cialtroneria senza una vena di perbenismo – utilizzare esperienze personali”. (mormorato appena) Ricordiamocene entrambi, Sonia, vale anche per noi due. Tempo bellissimo, il cielo, fuori, uno zaffiro liquido… Siamo rincasati assieme, io e Sonia, dolce come non mai, finora. Di nuovo, più nessuna ombra, un prodigio. Sono felice, questo è sicuro, quanto può essere felice a malapena un uomo tra un milione… Lavoro!... Ieri sera, spiegazione serena tra noi due: c’è poco da fare: è di nuovo incinta, e sono passate poche settimane che s’è sgravata. Crescerà il baccano dei ragazzi in casa. Tenerli distanti dallo studio: o scrivo o gioco. Pazienza, i figli sono una benedizione, si dice. Se non fosse per la salute… In compenso, efficace la ginnastica, la poca che posso fare coll’arto ingessato… Sto pensando a una commedia. Ma non è il caso, al presente, distrarsi dal romanzo… (a voce, d’istinto meno alta) Avrei voglia, ma non devo, al momento, turbare la sua gravidanza. Ogni cosa a suo tempo… Lo facesse apposta di farsi mettere incinta per evitare il “dovere coniugale?” Rimane soprappensiero, fisso in quel pensiero…

SOFIA A.           -  … Tregua. Che quiete, finalmente, la pace dei cuori grazie alla spontaneità del suo creare: “la spinta vitale di ogni cosa che pensa e che fa”… fin la sua pigrizia, le sue stanchezze, i suoi malumori. La stessa naturalezza con cui, nel grembo, mi matura il frutto del suo spirito. Se si comportasse verso i suoi figli come si comporta verso le sue storie, non esisterebbe miglior padre al mondo; e io partorirei dei giganti, al posto delle tenere e gracili creature che metto regolarmente al mondo. “Il romanzo cresce come un albero” in via di generare una foresta. I tratti della comune realtà, anche i più umili, semplici e quotidiani, a momenti, sotto la sua penna, emanano la luce di una sorta di intangibile immensità. Non fa in tempo ad affidare alla carta quello che gli balza, già adulto, nella mente, accumulando, a ritmo vertiginoso fogli e fogli quasi indecifrabili – il pensiero è più svelto della mano- ”… Alla sera, tardi, quando tutti sono a letto” e, anche lui, dopo essersi divertito a far giocare i bambini, più bambino di loro, non ancora stanco – e quando mai lo è stato? – s’è ritirato nella sua camera, in compagnia dei propri personaggi curiosi di ciò che faranno il giorno dopo, “io entro nello studio e, nel silenzio, alla luce della lucerna”, nemica dei miei occhi miopi, ma non ci bado, “riunisco, decifro, ricopio in chiara calligrafia”, non senza, talvolta, permettermi di riassestare la punteggiatura – conta anche quella – “il suo scompigliato lavoro della giornata… Trovandolo ordinato, alla mattina, rappresenterà per lui la sorpresa che lo rassicura su se stesso e lo stimolo per procedere avanti, a sollievo dell’ “eccitazione, delle emozioni, delle lagrime e dei tremendi mali di testa che la composizione gli procura” (evidentemente orgogliosa) E’ il mio umile modo di collaborare… E’ come l’amplesso tacitamente inteso, d’ogni notte, di un amore superiore, diverso e insospettato, unicamente nostro: un amore “pulito”… Ha finito per non dispiacermi nemmeno più il titolo (umile, umile, umile, mah?!...) Mi sono, per così dire, rassegnata anche a quello… Ieri abbiamo avuto un delizioso bisticcio, per poco non degenerato in un antipatico litigio, a causa di un punto esclamativo. Gliel’avevo chiesto – lo giuro – con dolcezza; lui me l’ha negato villanamente per via, dice, che i sentimenti quando son profondi non hanno bisogno di essere teatralizzati; proprio così: la sincerità lui la chiama teatralizzare. Era una frecciata contro di me. Ma si vede lui?... Capricci del genere… Però, quel punto esclamativo, la serva di Molière ce l’avrebbe preteso. Comunque, “grazie egualmente, Levoçka. Dimentica tutto di questo diario meschino – come non scritto - : non dimenticare queste brevi righe… che rimangono, diamante inattaccabile, il nostro esclusivo segreto… Buon sonno, caro”. Lo scrive e lo sottolinea. Un attimo soprappensiero. … Vuol dire che il punto esclamativo cercherò di contrabbandarlo, senza che lui se ne accorga, al momento che arriveranno le bozze da correggere.

LEV N.               - (il tra sé d’un tra sé) Me ne sono accorto. Aveva visto giusto: il faut ce qu’ il faut. Ma, se glielo dico, poi, il romanzo si convince d’averlo scritto lei. -9-

LEV N.               - “Rapporti con Turghenev, di nuovo, tesi”. È un destino. Ieri, non c’è stato verso, “mi son dovuto sorbire tre ore filate di lettura del suo nuovo libro. Mi sono addormentato”. Ho l’impressione che se ne sia avuto a male. Sonia insiste che ha ragione. Ma nemmeno io ho torto: l’arte per l’arte, ovverossia il ricamo per il ricamo. Quel poco che son riuscito a rimaner colle orecchie aperte, proprio non mi piace. E non perché mi senta Leone Tolstoi.

SOFIA A.           -  E invece sì. La grande differenza tra voi due, è che lui si dimentica sempre di essere un grand’uomo; tu, anche se non pare, non fai che ricordartene. Guai la superbia dell’umiltà!

LEV N.               - Figurarsi. “Per un uomo famoso, esiste una cosa sola più insopportabile della fama: rendersi conto di averla ottenuta senza meritarla”.

SOFIA A.           -  Dici te?

LEV N.               - Dico entrambi. Me, dovrebbe conoscermi: non perdo la testa né per il bene né per il male che si dica del mio libro; e la stima per lui – un po’ meno la simpatia, ultimamente – resiste ancora, nonostante tutto.

SOFIA A.           -  (impersonalmente colloquiale) … Il nonostante si riferisce all’immaginario “sospetto che abbia messo gli occhi su sua sorella…”

LEV N.               - (di continuo) … Del resto, son sicuro che, di fronte a un intero pomeriggio di lettura di “Guerra e pace” sarebbe caduto in letargo l’intero esercito napoleonico, Bonaparte compreso, naturalmente poco proclive ai piaceri della letteratura. “Comincia già un po’ a ripugnare a me stesso, quel libro. Provo un senso simile a quello che prova uno di fronte alle tracce dell’orgia alla quale ha partecipato”. È una continua altalena dalle vertiginose altitudini dell’ebbrezza, alle abissali profondità dell’avvilimento.

SOFIA A.           -  Non fa che assecondare l’altalena dei suoi umori. Una ne pensa e cento ne combina. Ora ho da combattere anche contro una nuova, insospettata mania: il collezionismo delle porcellane. E mica cocci qualsiasi: Sèvres autentiche, d’epoca. Tutto, mai mi sarei aspettata di ridurmi a subir per rivali, piatti, tazzine, zuppiere da portata e vasi da fiori; a non mettere in conto, l’occhio della testa che costano… e quelle che manda in pezzi. Le sue grandi mani che non gli obbediscono. Gli basta pigliar su qualcosa ed è la fine del mondo, all’infuori del frustino e dei guanti altro non hanno conosciuto mai!..

LEV N.               - … Ma che diavolo di titolo aveva il racconto di Turghenev che mi ha ipnotizzato? “Padri e figli” no; quello m’aveva fatto dormire già anni fa… E’ raro che non mi capiti con Turghenev… Mah, mi tornerà in mente. O, sennò, provvederà egli stesso a ricordarmelo. Non si lascerà, certo sfuggire l’occasione. Ma non si accorge che quello che gli manca è il senso dell’eterno?

SOFIA A.           -  (sguardo di rassegnazione al cielo, rubato a Guido Reni) Attenzione: comincia la caccia a Dio. Provetto cacciatore com’è, mai una volta che riesca a colpirlo.

LEV N.               - Dio è sempre stato la cima del mio desiderio. Non si “colpisce” un desiderio, lo si conquista, caso mai.

SOFIA A.           -  Dio ci ha dato bersagli più comuni, concreti e raggiungibili da colpire; excuse moi: da conquistare. L’assoluto non è di questa terra, mon ami.

LEV N.               - Lo dovrebbe essere Dio. “Ma Dio è il dubbio. Credi a Dio e Dio esiste; non crederci e non esiste”. Assoluto e relativo, dipende dall’uomo: Dio è il nulla, Dio è il tutto”. Dio è nessuno, Dio è me.

SOFIA A.           -  (irritata suo malgrado) Dio è Dio e basta. Piantiamola, Levoçka, un po’ d’umiltà.

LEV N.               - Sì, ecco: questo: Dio è Dio e basta. La parola saggia fiorisce sempre sulle labbra dei puri di cuore.

SOFIA A.           -  (sconcertata) Misericordia, che ho detto?

LEV N.               - (con serietà, involontariamente un po’ comica) Il vero, Sonia, unicamente il vero: il vero che ci sfugge sempre.

SOFIA A.           -  Ah, meno male. M’ero presa spavento. Scusami, comunque, non lo farò più (cautamente cauta)… Rintanato nel tuo tedio, son giorni che non metti il naso fuori di casa, pure il tempo è splendido e la foresta è in gloria. Nella stalla, Delirio non fa che nitrire e scalciare; che ne diresti di una lunga cavalcata? Farebbe bene anche a lui, povera bestia.

LEV N.               - E’ un’idea. Proviamo. “A cavallo, rifletto più facilmente”. Effettivamente, per un po’, si rende invisibile.

SOFIA A.           -  (in tutta la sua inconsapevole crudeltà) E’ meglio. Schopenauer lo sta demolendo. Quando comincia coll’argomento di Dio, o si litiga o ci si suicida di noia. Non era il momento più indicato a comunicargli il dubbio della settima gravidanza. Ecco un bersaglio che non sbaglia mai. Questa volta non cederò. Se sarà maschio, dovrà chiamarsi Nicolaj. Che ogni parto debba essere un litigio sull’argomento e tutti debbano dire la loro!?... Nicolaj è un santo autorevole, influente e generoso: da zar. Se sarà femmina, mi dovrò arrendere. Le femmine fanno parte del suo gregge; vorrà essere lui a sceglierle il nome, regola del sultanato e ci si deve inchinare. Speriamo di no. Preferisco allevare dieci maschi piuttosto che una sola femmina. -10-

LEV N.               - “Visita alla prigione. Preparano i carcerati per un trasferimento. Rapati a zero, coi ceppi. Urla e scudisciate. Tanfo irrespirabile… Uno di Vorolëvo con la moglie prostituta,… un vecchio: sessantasette anni, aria torva, più morto che vivo, per incendio doloso, di che e perché?... Tace. Un ragazzo storpio, col mal caduco, “per mancata iscrizione alla leva”… Ci mettono questi stracci e queste catene e via, ci spediscono! Dove?... Povera carne disumanizzata, bestiame a peso, mescolata insieme: colpevoli e innocenti, sani e malati, corrotti e puri, violenti e miti…” Non ne han trattenuto che uno, condannato a morte. Aspetta. Mesi, anni? S’è persa la data della domanda di grazia. Che non verrà. Se vivrà, sarà solo per inerzia, perché sarà stato cancellato dalla memoria.

SOFIA A.           -  (estremamente naturale) Se c’è stata condanna, l’avrà meritata. Gli uomini sono naturalmente cattivi. Succedono cose, in Russia, che gridano vendetta al cospetto di Dio.

LEV N.               - Al cospetto di Dio, gli uomini gridano soltanto giustizia. Tu non sai cosa sia un’esecuzione capitale. “Io vidi – a Parigi – la ghigliottina all’opera tagliare una testa”.

SOFIA A.           -  Come fu che la vedesti?

LEV N.               - Morbosa curiosità. E non l’ho mai più dimenticato. Un’offesa alla vita. Era giovane, sano, forte, bello… e colpevole. Pare. Non voleva morire. La notte prima, domandò di fare l’amore.

SOFIA A.           -  (s’accorge dell’empietà del proprio sarcasmo?) Innocente anche lui, probabilmente, secondo te.

LEV N.               - Inimputabile, ad ogni modo. Un povero analfabeta, reo di aver accoltellato la moglie sorpresa a letto col proprio padrone. Domanda: chi, dei tre, era il vero colpevole: i due che pagarono colla vita, o colui che ne fu responsabile?

SOFIA A.           -  Ah già. (direttamente ai posteri) Avendo conosciuto soltanto degli aristocratici, ha fatto del popolo la propria specialità: il suo grande amore non corrisposto causa di tutto. E gli hanno poi permesso di farlo?

LEV N.               - Cosa?

SOFIA A.           -  L’amore, prima di lasciasi tagliare la testa.

LEV N.               - Certo, era l’ultimo desiderio, vorrei vedere anche di no!

SOFIA A.           -  Che gusti!...

LEV N.               - “E da noi, alla sera, gran pranzo: diciannove invitati con caviale e champagne; le Tanie, figlia e cognata, agghindate come matrio_cke con gale dappertutto e Koko_nik ricamate in testa, e i bambini, tutti, cinture da cinque rubli in su. Dopo cena: conversazione: “Impiccare? Necessario. Esiliare? Necessario. Picchiare in faccia i deboli e gli indifesi quando non ci son testimoni? Necessario. Che il popolo si ribelli, questo fa paura. Però, battere a sangue gli ebrei, non è male, è, anzi, normale… Qualcuno è pazzo: o loro o io. Io zitto per tutto il tempo” (momentaneamente deciso, sottolineato come un titolo) “Che fare?” Scrivere una lettera allo Zar?... Non sarebbe preferibile rivolgersi direttamente a Dio? In fondo, il “principale” è lui.

SOFIA A.           -  “Da due giorni, ogni mattina febbre, e ogni era un’atroce emicrania. Davanti a lui, mi sento come un’appestata. Ma non gli dò fastidio poiché non si accorge nemmeno che esisto. Io, come sempre: la clausura in una gelosia rovente per tutto quanto lo interessa fuor di me… … Stamattina, leggendo una vecchia recensione de “I Cosacchi”, mi son resa conto quanto mi sia allontanata da tutto, mentre vita, affetti, giovinezza, beltà, gioia, erano per le altre donne, quelle del romanzo… E la primavera intorno, trillante d’acqua e mormorar di fronde, è stupenda… fatta per lui. C’è infilato dentro come nella sua vera pelle: allegria, salute, forza: un bell’animale in fiore… con me, chiusa in casa, avvilita e bastonata come un cane rognoso… Solo madre. Ma basta? Per lui, basta?... Dalla sua mente fluiscono idee idee idee impazienti di diventar pagine. Qualche volta, mi fa la grazia di mettermene al corrente e sono tristemente felice che lo faccia. Lo capisco sempre. Ma a che serve? Non io le scriverò!...” Perché non ho un po’ più di talento… e lui un po’ meno?...! No, no, che dico? Cancellare.

LEV N.               - (solo una voce da lontano)… Ma non lo cancellò. Pigramente, essa apre un libro e, pigramente prosegue nella lettura. Che fai che non ti si sente?

SOFIA A.           -  Penso.

LEV N.               - Pensi?

SOFIA A.           -  Perché? È proibito?

LEV N.               - Proibito, no: strano.

SOFIA A.           -  Strano che pensi? O che tu lo trovi strano?

LEV N.               - Pensavi leggendo?

SOFIA A.           -  Talvolta, mi accade di pensare anche leggendo… quel poco che so pensare…

LEV N.               - E che leggevi? Essa gli porge ilo libro senza dir nulla e lui, stupito: “Madame Bovary”… Tu?

SOFIA A.           -  No. Peggio, io peggio. Senza tentazioni, io!

LEV N.               - Ah!... Bel romanzo tutto sbagliato. Ecco una storia da non doversi scrivere.

SOFIA A.           -  Vuoi dire?... Forse, da doversi vivere?

LEV N.               - “L’uomo non dovrebbe mai essere la morta gora della sottomissione all’istante materiale; dovrebbe sempre essere il centro propulsore di un dramma morale”.

SOFIA A.           -  E non è la stessa cosa, pressappoco? Tu, lo dovresti sapere.

LEV N.               - Sempre e mai. Nous sommes tous dès egarés, Sonia.

SOFIA A.           -  Trop egaré pauvre madame Bovary ! Mah ! (senza darci alcuna importanza) Tutte le famiglie felici si rassomigliano, ogni famiglia infelice, viceversa, è infelice a modo suo: tutto qui.

LEV N.               - (esaltato) Momento! Come hai detto?

SOFIA A.           -  Non lo so: cos’ho detto?

LEV N.               - Or ora, cos’hai detto or ora? Ripeti.

SOFIA A.           -  E’ importante?

LEV N.               - Fondamentale. Ho avuto come un lampo improvviso. “Tutte le famiglie felici – hai detto - … E comincia ad annotare, in fretta, sul primo pezzo di carta che si trova a tiro, anzi sul risvolto stesso della copertina del romanzo di Flaubert. … si rassomigliano, ogni famiglia infelice – dico bene? - … ogni famiglia infelice, viceversa?...

SOFIA A.           -  … è infelice a modo suo. Una banalità.

LEV N.               - Perfetto invece: il puro essenziale. “Parlato. Insuperabile per entrare direttamente, d’impeto, nel cuore di un racconto”. Sono salvo: fine dell’ansia. È con queste precise parole che comincerò un nuovo romanzo. Non ne posso più di storia, di epica, di metafore, di disquisizioni, di pace e di guerra: solo realtà di singoli individui: il quotidiano, il privato personale e basta. “Tutte le famiglie felici si rassomigliano, ogni famiglia infelice, viceversa, è infelice a modo suo”. Un inizio che diventerà famoso. Grazie.

SOFIA A.           -  Di niente. Dopo il rassomigliano, sarà il caso di ricordarsi una virgola.

LEV N.               - La ritieni opportuna?

SOFIA A.           -  Necessaria. Per scrupolo di concisione, potresti, in compenso, risparmiare il “viceversa”, (calcato) penso… Benché, ne usciranno egualmente, prevedo, un paio di volumi.

LEV N.               - Non cominciare, rovinandomi la partenza. Tu hai il genio del guasto, Sonia. Guardatene.

SOFIA A.           -  (fra i denti) Purtroppo. E magari…

LEV N.               - Non so perché, sento nascere una storia che chiede di aver per titolo il nome di una donna…: Anna. Che ne dici?

SOFIA A.           -  Non disporrà del cognome, questa signora?

LEV N.               - Lo troveremo.

SOFIA A.           -  Generoso. Mi associ alla sua nascita? Quale onore! Così, come sono?

LEV N.               - O come desidereresti che tu fossi. Io non rifiuto niente della vita.

SOFIA A.           -  Volevo ben dire.

LEV N.               - Talora, le parentele più strette sono quelle al contrario.

SOFIA A.           -  Fa’ conto che l’abbia già letto, in tal caso, il tuo libro.

LEV N.               - Presuntuosa.

SOFIA A.           -  Scusa tanto… -11-

SOFIA A.           -  “…Ieri Sere_a, un ometto ormai, chiacchierava dicendo: gli usignoli, la luna, l’amore, la musica, sono le cose più belle del mondo, vero mamma? Ne discorrevamo insieme e non me ne vergognavo, mentre Levoçka, quando parla con me, è sempre come volesse dirmi: che diritto ha tu, di sentire queste cose? Tu non sei in grado di provare alcun sentimento… Lui ragiona, scrive, io sento, redigo il diario. Sinceri, non c’è dubbio: appena ci si legge reciprocamente, freddezza, imbarazzo e si diventa falsi… Ieri ha dovuto allontanarsi ventiquattr’ore per la tenuta, ed io, qua, annoiata e disperata perché non era presente ad irritarsi come al solito. Conseguenza? Ho maltrattato la bambinaia senza nessuna colpa e me ne vergogno ancora”. Perché l’ho fatto? Probabilmente, solo perché è bella. Sono un essere spregevole, e non ero così da ragazza… (volubile all’interno di una dea fissa) La “sua” Anna è sempre priva di stato civile: non viene al mondo. E non “cresce”… Magari, non ne ha bisogno: la sostituisce benissimo “la moglie del nuovo amministratore, Marija Ivanovna, giovane, piacente, brillante… - e si capisce – nichilista. Non ci manca niente per intendersi. Hanno lunghe e vivaci discussioni insieme. Si piacciono, salta agli occhi, e, questo mi fa uscir di senno. Dentro di me, le auguro tutto il male possibile – ma proprio tutto – però, al di fuori, chissà perché, sono particolarmente amabile. Scopro così anche la mia ipocrisia. Spero e faccio di tutto perché suo marito si riveli inutile e se ne debba andare”… E che ci guadagno trasformandogliela in ricordo?... Probabilmente, ci perdo… “Sempre peggio. E liti liti liti… Da ieri sera, appena di ritorno, per tutta la notte, fino all’alba, se ne è rimasto in terrazza a guardare le stelle”. Non ho resistito e gli ho domandato perché. “Perché è aprile”, m’ha risposto con uno starnuto, e s’è messo a letto col raffreddore, appena in tempo ad evitare il diluvio del temporale che si scatenò… “13 febbraio 1873, non resisto più. Scruto nel mio animo e mi domando di cosa ho bisogno. E mi rispondo inorridita: ho bisogno d’amore, di giovinezza, di allegria, di correre, di cantare, di ballare, di muovermi, di viaggiare, di non essere sempre incinta: di chiacchiere vuote, di futilità, di sentirmi tra la gente, strappata alla monotonia e alla malinconia di questa campagna; via dall’ossessione dell’ordinato disordine di questa casa che mi opprime; ho bisogno di bei vestiti, ho bisogno di piacere, ho bisogno che mi si ridica che sono bella, che sono elegante: che mi si corteggi; ho bisogno che tutto questo sia visto, udito, condiviso, invidiato da mio marito: ho bisogno che, anche lui, esca dalla misantropia della sua vita concentrata, fuori dal suo egoismo feroce. (quasi flebile)… vivere un po’ insieme a me, vicino a me l’esistenza comune e mediocre di tutta la gente comune e mediocre”…: in pace… “Sono tutti andati a letto, ci vado anch’io. Signore, preservami, durante la notte, dalla vergogna di quei sogni peccaminosi che mi hanno svegliata stamattina…” “11 novembre, il nove di questo mese, alle nove del mattino, il mio piccolo Petiu_ka è morto di difterite. È stato male due giorni, è spirato in silenzio, senza un lamento: s’è… spento. L’ho allattato per un anno, due mesi e mezzo. Ha vissuto dal 13 Giugno 1873. Era un bambino sano, biondo allegro… Quanto bene gli ho voluto, caro… E ora non c’è che il vuoto… L’hanno sepolto ieri, nella nebbia. Tanta, da lasciar appena intravedere la piccola bara bianca… E non so collegare lui vivo con lui morto: l’uno e l’altro mi sono accanto; ma come diversa questa creaturina calda, rosea, bionda, affettuosa, e quest’altra fredda, rigida, seria, di cera. Era molto legato a me”. Suo padre, come se non esistesse, e lui per suo padre. Era me. “Avrà pianto che io resti, mentre egli ha dovuto lasciarmi?…”

LEV N.               - (la stonatura)… Che ne dici “Karenina”?

SOFIA A.           -  (distante anni luce) Karenina?

LEV N.               - Il nome. Per il titolo: Anna Karenina.

SOFIA A.           -  (automa) Anna Karenina, sì, sì… E’ un nome poco russo.

LEV N.               - (un borbottio) Poco russo… Però suona bene. È un bel nome… che si tiene a mente.

SOFIA A.           -  (c.s.) Si tiene a mente, certo… “17 febbraio 1874, per quanto ci pensi non c’è futuro. E l’erba, sulla tomba di Petia, appena tornata verde, sarà tempo di dissodarla per me. È un presentimento tetro, continuo, che non so scacciare”. Si concentra, armeggiando col rosario Per mormorare una preghiera… -12- Grand pas de deux. L’un l’altro a specchio, intenti a redigere il proprio diario, stessa data, quasi stesse parole…

SOFIA A.           -  Il n’a pas pied. C’è qualcosa peggio dell’infelicità : c’è l’inferno. Realtà inconfidabili persino a un diario.

LEV N.               - … diario.

SOFIA A.           -  Tanto varrebbe trasformare questa lunga interruzione in una rinuncia definitiva, bruciar tutto, e, per carità di patria, lasciar credere che Leone Tolstoi sia stato Leone Tolstoi. Depone la penna precedendo di poco lui.

LEV N.               - …e lasciar tutti convinti che Sofia Andreevna Bers, sia stata la compagna invidiabile, amorosa e fedele del tormentato Leone Tolstoi (parlato) Ormai, i nostri diari possono sovrapporsi. Non c’è nemmeno più gusto a scambiarceli… “Riprendo di malavoglia la triviale, catastrofica “Anna Karenina”, persuaso, dentro di me, di non finirla mai. Dopo l’entusiasmo iniziale, mi si è andata corrompendo sotto la penna. Doveva essere brutta, grassa, opaca, volgare, la greve pesantezza della carne, ottusa; m’è diventata, ogni giorno più bella, eterea, luminosa, raffinata”: l’incorporeità dello spirito inquieto… Aveva visto giusto Sonia?... Ne ho fin sopra i capelli delle squisitezze, della sua sensibilità, dei languori del suo umore, delle volubilità della sua malinconia. Mi sta stregando, anima e carne, e più mi strega più la sento falsa… Liberarsene, liberarsene al più presto. È una malsana malia.

SOFIA A.           -  … Se Dio vuole, il romanzo demoniaco è finito. Ho appena ricopiato le ultime pagine colla mia calligrafia migliore e una soddisfazione mai provata: finalmente, la Karenina è uscita dalla sua vita. S’è deciso ad ammazzarla: l’ha “suicidata” con una morte atroce: stritolata sotto un treno e “se ne è liberato”. Dico un’eresia: se l’avesse lasciata vivere, non avrei, forse, potuto fare a meno di essere io a uccidere lui! Resta che ha pur attraversato la nostra vita, e sta che non può non aver lasciato tracce. Un chiodo ancora, il più crudelmente rivelatore della mia croce. Pace, mio Dio, pace… Lui è già tristissimo. Fa di tutto per non darlo a vedere, ma me, non mi inganna: la piange… Il rimorso. Darebbe sicuramente nonsoché per resuscitarla: una morta viva per un’amante morta. S’accosta al pianoforte e si ascolta monologare alternandovi arpeggi del remoto valzer di Arditi a qualche distratta carezza prodigata a un paio di guanti neri maschili, dimenticati sulla tastiera da nonsisachi, nonsisaquando.

SOFIA A.           -  Gli anni ci hanno peggiorati. Non si vive più che per farsi male. La patriarcale concordia della famiglia Tolstoi!... Carnefici e vittime, tutti, di ognuno, non esclusi i figli. E lui in testa. Dovevate conoscerlo quando non lo conoscevate, mio caro Teneev: l’uomo, l’artista, il fidanzato… Il “gigante possente e delicato” che era… Ormai, è tutto al passato. Il santo laico posto tanto in alto dalla candida generosità del vostro cuore sensibile ed equivocamente osannato dall’orda losca delle sanguisughe dei suoi ambigui seguaci – i “tenebrosi” come li chiamo io - , è un asceta squassato da uno spirito demoniaco. Più che un sentimento, un impulso, un pensiero, ogni suo sentimento impulso e pensiero è una rissa a coltello col sentimento, l’impulso e il pensiero contrario. Di quanto male è responsabile, la volontà di bene, amico mio… Io son qui a domandarmi se sia più avvilente detestare chi si ama, oppure continuare ad amare chi si detesta. Il solo conforto rimasto al mio spirito deluso, sono i momenti che voi passate seduto a questo pianoforte, sulla cui tastiera cerco il contatto delle vostre dita… Senza la vostra amicizia non avrei più nulla, sapete cosa vuol dire più nulla, caro Teneev?...

LEV N.               - (una fredda, tagliente cattiveria) Adulterio; Sonia!... Se qualcuno le spiegasse, ora, che le smancerie del suo parlar tra sé rivolta all’ “amicizia spirituale” di quello smidollato, mellifluo pianista da strapazzo, insinuatosi in casa come un ladro di polli, è adulterio puro, la prima a cader dalle nuvole e a reagire indignata, sarebbe lei stessa. Leggi e conosciti, Sonia. (e sottolinea collericamente l’ultima frase)

SOFIA A.           -  (proseguendo il corso del proprio pensiero)… E, in questo animo, dacché è rimasto “vedovo” della sua adorata “Anna Karenina”, la rivale di ogni rivale passata presente e futura, contro la quale non c’è difesa, s’è accinto a tradurre il Vangelo a modo suo.

LEV N.               - L’hai detto. “Colui che sta ligio alla lettera della legge è uno che, fermo sotto un fanale appesa a un palo, fin che rimane nell’alone della sua luce, ci vede perfettamente. Il vero cristiano, invece, è chi cammina reggendo davanti a sé una lampada appesa all’estremità di un bastone: la luce è sempre davanti a lui e lo costringe a seguirla rischiarandogli il cammino”.. “Se guardi il tuo simile con occhio peccaminoso, hai già commesso adulterio nel tuo cuore”… Io vedo. Ora, comincio a vedere.

SOFIA A.           -  Ma tu pensa!... La gran crisi. Poteva mancarti? Ne parleranno i posteri. Non fai mancare nulla, tu, ai posteri. Nemmeno i “crampi del genio”. Gli propini la tua biografa, preconfezionata, a puntate. Come ne parleranno i posteri? (autentica nel suo desolato scherno) Niente paura. A farne le spese sarò io. C’est mon rôle!

LEV N.               - (ma è un’indulgenza che scende dall’alto) Un marito, che non sia un complice, intuisce e deduce, Sonia.

SOFIA A.           -  (ma è un rancore che geme) Un marito che non ti stima e non ti rispetta, spia e calunnia, Leva.

LEV N.               - Posso vantar di aver avuto una buona maestra.

SOFIA A.           -  Ognuno ha i maestri che si merita.

LEV N.               - (una virile ammissione di pena, finalmente) A far giganteggiare, nel cuore dell’uomo, la quercia della gelosia, basta spargervi una semente più minuscola di un grano di miglio. In guardia, però, si pecca in due, ma si sconta uno per uno.

SOFIA A.           -  Tu ne dovresti saper qualcosa.

LEV N.               - Proprio perché lo so. Ma essa come reagisce a questi primi botti della fastidiosa sentenziosità onde il grand’uomo si compiacque di incivettare la profetica oratoria moralistica della sua maturità? Rinuncia apparentemente a difendersi – almeno per il momento – e celebra una sorta di silenzioso trionfo, sostituendo le ovvie risposte e il facile disprezzo con una trafila esasperante di successive volatine, a tempo debito, sulla tastiera, del valzer galeotto all’origine di tutto, contro, l’esplicativo monologare, per conto suo, dell’avversario. Ascolta, in una parola; forse compatisce, certo non condivide. “… Con Tania, discorso sulla non resistenza al male. Abbiamo fatto l’alba”. Con tanti figli, una, almeno, che capisce. Perché? Perché è la più sensibile alla sofferenza… “Sonia, ancora uno dei suoi attacchi isterici: sempre grande teatro con piccole cattiverie”. Ci sarà stata una ragione. Ma nessuno, ormai, ci fa più caso e si preoccupa di cercarla; fa parte… del paesaggio. Si fa l’abitudine anche alle realtà più meschine. “Quello che non bisogna dimenticare è la sua indiscutibile sofferenza e averne pena… Però, non si può non trovare urtante la crudeltà per la crudeltà” che non risparmia nemmeno se stessa… Vita sempre più impossibile. Scrivere qualcosa sul pericolo della viltà dovuta alla compassione: è cristiano… Stamattina, altra scenata, saltato ogni freno. In me – mi insultava – l’artista è finito, morto. Da intendere: non produce più diritti d’autore. Pietà e rabbia insieme: ciò è squallido, ignobile e volgare: l’arte per l’arte è corruzione, è vizio; solamente l’arte per la vita è virtù: non lo comprende. E non è la sola: verità giunta tardi. Strada senza uscita. Piantar tutto?... E tutti? Scomparire?... E’ la saggia idea di Certkov… “Il pensiero della morte mi fa meno paura di una volta… forse, morire non è poi tanto brutto come pare”… Ma sono sincero fino in fondo scrivendo questo?... Suona, suona, Sonia, non hai torto… “Nikita Solomoskij mi ha rivolto la consueta domanda: perché sono povero? Gli ho dato tre rubli e non gli ho saputo rispondere” se non con la solita vergogna: tacendo… Chissà?... Lo Zar, se qualcuno si prendesse la briga di scrivergli, cercando di spiegargli la situazione… “ Una vedova di S_ëkino, con due bambini cenciosi e affamati, coperta di stracci e cieca da un occhio – ha su una benda lercia, indurita come la cartapecora: il terrore – vero terrore – che mi domandasse il perché ha perso un occhio…: La catena interminabile dei perché… e dei perché dei perché, ossessione fin dall’adolescenza… “La gente del mondo non capisce la gente di Dio”, tutto qui. Pregare, raccomandano. Non risolve niente. Ha da essere discorso da pari a pari, mica da suddito a sovrano… Da Dio a Dio… Due vecchi denutriti, da non reggersi in piedi, che hanno perso tutto nell’incendio di Golovaika, passano per la strada istupiditi, diretti chissà dove”… “Sordido peccatore. Giornata consumata nell’ozio e nella lascivia, con lei, beata di “sacrificarsi” e di “vivere” la sua parte di vittima crocifissa; poi maldireni e starnuti fino all’alba; s’erano “scordate” di accendere la stufa… M’è venuta l’idea d’una commedia: né Gogol né Oblomov, e, tanto meno Turghenev. Vedremo… “Tutti lavorano, tranne me” e ogni scusa è buona: lavorare realmente e concretamente, intendo. C’è qualcosa che continua a non quadrare, è chiaro… “Lettera da una signora di Mosca che ha delle visioni”. Non specifica quali. “La rappresentanza della nobiltà di Tula, mio fratello compreso, si recano a Mosca per portare in regalo, al nuovo Zar, un’icona antica, pagata settecento rubli. In contraccambio, fanno istanza che i nichilisti, responsabili dell’attentato a suo padre, siano esemplarmente impiccati”. Leggendo la supplica per l’approvazione guardavano me e mi sono rammentato di essere conte. Imparo che si può impiccare anche “esemplarmente”. Evidentemente, non è sufficiente che uno Zar, successore d’Alessandro II, assuma il titolo di Alessandro III; deve, anche, sapere impiccare “esemplarmente”. Sull’esemplarmente non ero d’accordo e mi sono astenuto. Trovo che impiccare è una libera prerogativa sovrana che non ha bisogno di avverbi, né di altre interferenze. Sarebbe un’indebita ingerenza. Poni il caso che decida di impiccare non “esemplarmente”… Non devo aver fatto una buona impressione. “La madre del ragazzo di Lopotokovo, che mandano in Siberia per incendio di boschi, è una donna energica e un’umorista nata: è venuta a chiedere degli sterpi da bruciare. Dice che hanno freddo. Glieli ho fatti dare. Perché no? Possono soffrire freddo anche gli adoratori del fuoco, anzi! Una volta tanto, stranamente, la “contessa” – lei non dimentica mai di esserlo – non ha fiatato… Turghenev ha una paura blu di nominare Dio – deve dipendere da dissapori tra loro nell’infanzia – però, posto alle strette, è costretto ad ammetter che c’è”. È consolante, depone per la sua fondamentale lealtà. Comincio, però, anche a rendermi conto perché, essendogli amico e stimandolo, non lo posso soffrire: è insipientemente inerte nella sua vita di lusso e di ozio, tale e quale la mia… Gran scenata di Sonia – era tempo, e si cominciava a stare in pensiero per il ritardo - . C’era stato a trovarmi Certkov. Ci ha sorpresi in camera mia che gli mostravo gli stivali che sono, finalmente, riuscito a confezionare, colle mie mani, fino all’ultimo chiodo, proprio nel momento che lui se ne provava uno, esclamando: complimenti; pesanti, se vogliamo, ma comodi e di lunga durata, trovo. S’è messa in testa chissaché, ed è stata la fine del mondo. Qual meraviglia, del resto? E’ gelosa fin di Delirio, per via dei baci che gli dò tra gli occhi, e mi rendo conto che Certkov possa essere più sospettabile di un cavallo, anche se non è altrettanto bello: Certkov la conosce e non ci fa caso, però se n’è andato prima del convenuto, e io mi vergogno come un ladro e sono triste. Nel congedarsi, una stretta di mano che diceva più di un lungo discorso. Avrebbe anche potuto essere interpretato, amici come siamo: perché non ti decidi a spezzare questa catena?... Hai stonato, Sonia, ci va un la. Noi sì, siamo solo e veramente amici… “Con Tania, per quasi tutta la notte polemizzato sull’istruzione femminile. Ha entusiasmo e idee ardite”, pur non avendo mai fatto il nome di Ibsen. Non l’avrei sopportato. Non vorrei, però, che se lo fosse procurato di soppiatto… Sto leggendo Lao- Tzé. Mi piace. Siamo lì lì con Confucio. Penso che lo tradurrò”… “Questa rivoluzione economica, se ne parla tanto senza riuscire a far comprendere ciò che dovrebbe essere”… “Molte speranze nel nuovo Zar”, fa parte del rituale dell’incoronazione… Per non alimentare ulteriori equivoci, urge “scrivere un libro, nero su bianco, che spieghi perché e come, da nichilista sono diventato cristiano” – c’entra, in parte, anche Budda -. Titolo: “Confessione”. Scommessa che non troverò un editore. Pretendono solo storie d’amore e di lussuria, che è lo stesso. (ed ora, il fanatismo propedeutico al calor bianco di uno che viene alla ribalta per annunciare un manifesto) “…Tenere unicamente i domestici – evitando di chiamarli servi – indispensabili all’improrogabile via alla perfezione; e, anche costoro, temporaneamente, fino a quando non si sia imparato a cavarsela da soli, lavori manuali pesanti compresi, come: cucire abiti, fabbricar mobili, confezionare calzature – quelle, mi son già fatto insegnare – aggiustar veicoli, sarchiatura, tagliar legna, mungere, e così via; niente escluso, anche filare e tessere, col tempo. Personalmente, vegetariano assoluto, gli altri, verranno dietro. Far di tutto per non fumare; the, sì”… Pesta meno, Sonia; dopotutto è un valzer, non una schioppettata che rassomigli a un insulto… Vita comunitaria, in tutto e per tutto, salvo i sensi “quei” sensi, je m’entend. “Tutti insieme, due camere bastano, una i maschi, l’altra le femmine… No, anzi quattro, anche una per la biblioteca, e un’altra per il lavoro in comune… Alla domenica porte spalancate e pranzo collettivo insieme ai mendicanti di passaggio e ai poveri stanziali; il resto della giornata lettura e conversazione collettiva. Vita, abiti, cibo, ridotti al puro, minimo necessario vitale: “meno bisogni, meno legami; meno legami, meno preoccupazioni; meno preoccupazioni, meno “doveri”: solo, intendo, i doveri doveri, je sais. Il segreto della felicità è questo e nessun altro. “Tutto il superfluo – mobilio, carrozze, balalaike, pianoforte”, così la si smette coll’ipocrisia della musica impiegata da paravento spirituale alla colpa - : “vendere e dar via il ricavato”. Colloquio col valzer, n’est pas, contessa?!... “Trattamento rigorosamente eguale per tutti, dal governatore all’accattone”; sola, inevitabile eccezione: lo Zar e famiglia, proprio perché non se ne può fare a meno per ragioni di rappresentanza. “Contentarsi del poco e far del bene al prossimo” ha da diventare l’idea guida. E sobrietà, morale e materiale, l’unica parola d’ordine: “tutto a disposizione di tutti”; né padroni né servi.

SOFIA A.           -  (la rabbiosa allegria di un’assordante strappata del valzer e, finalmente, parla) Amen. Quando non gli basterà più nemmeno la parte di Cristo, dal Vangelo sarà costretto a rinculare sulla Bibbia. Nessuna preoccupazione: il ruolo di Mosè è ancora disponibile e ha meno concorrenti.

LEV N.               - (estremamente impersonale da un momento all’altro, riguadagnando il suo posto consueto) E via, in corsa, cavalcando la superiore irrealtà dell’assurdo. Non si sembra più nemmeno noi, e non lo siamo mai stati tanto. Pas de deux seconda parte, Sonia! A te. -13-

SOFIA A.           -  Udito? Eh già, perché questo era il programma, uscito dalla storica “crisi”. Delirante, nevvero?... No, no: coerente. Parole sue. Una vota così: il suo ideale: l’utopia. Dei santi… e dei visionari. L’ho amato troppo per pensare anche dei folli o dei criminali. Solo qualche volta, quando non ne potevo più, ho ceduto all’avvilita tentazione di lasciarmene sfiorare la mente.

LEV N.               - (il sarcasmo del genio) Salvato dall’amore! E allora, sotto, nevvero, Sonia, i finti suicidi coi quali ci ricattasti per vent’anni. Circoli ancora col contagocce del laudano in tasca, come un esplosivo, sempre a portata di mano, da lanciarci contro? La notte lo tenevi sul comodino, innescato per ogni evenienza. Infallibile nel dosaggio delle gocce: un numero sufficiente, sempre, a suscitare il panico dell’irreparabile; mai bastevole a conseguirlo. E se non era il laudano, era lo stagno, o la scomparsa nei boschi o chissaché: magistrale: un’arte.

SOFIA A.           -  (ironicamente umile) L’amore! Te ne fai un’idea? L’amore!

LEV N.               - (duro) Appunto: l’inesauribile fantasia maledetta e contorta dell’amore.

SOFIA A.           -  “17 settembre, è il mio onomastico e lui non c’è e non ho sue notizie… Non chiudo occhio la notte dall’angoscia, non mangio quasi nulla, non so come faccia a stare in piedi, piango per niente… la famiglia sulle mie spalle – sempre più egoisti tutti – e, nemmeno a farlo apposta, per allontanarsi, lui va a scegliere questo momento”… Donnacce, zingare, contadine… e chissà che altro di chissà quale sesso-. È come se le vedessi, se gliele annusassi addosso. “Cosa non ho pensato durante queste due settimane!...” … E Certkov, un chiodo fisso, sempre Certkov nell’ombra a congiurare… Non facevano che scriversi, ultimamente… Se immagino che, in questo momento, possono essere insieme… Ah, mi fracasserei la testa nel muro…

LEV N.               - Grande isterismo durante la mia assenza: la casa in stato d’allarme permanente… “Nessuna indulgenza per noi. Seminare solo per gli altri; diversamente, ci si smarrisce”. Mai scordarsene.

SOFIA A.           -  Di ritorno, senza una parola di spiegazione. “E’ venuto Bilikov da Somon. Cattive notizie. Rendita, di nuovo, quasi nulla. È stato ceduto un appezzamento per comprare del bestiame inutile, con un raccolto insufficiente a nutrirlo. Io l’ho saputo a cose fatte”. Verso codesto autentico furto contro i suoi figli, lui si comporta come non ne fosse nemmeno al corrente. Da augurarselo. Se lo fosse, peggio ancora. Ha lasciato fare, s’è “fidato”. Uno ci sarà che si congratulerà con lui: Certkov. A lui, gli basta.

LEV N.               - (nella luna) “Meschinità: è possibile sentirsi triste perché la legna non prende fuoco? Eppure, mi càpita. Son giù di nervi, malessere dappertutto”. Dormire, dormire a non svegliarsi più”.

SOFIA A.           -  E’ sempre più buio nella mia anima. Pensieri, congetture, preoccupazioni, sospetti non fanno che sopraffarmi… Se di gelo fosse possibile morire, penso sarei già morta, e sarebbe almeno finita”. Sono malta, devo essere malata. Nel cervello.

LEV N.               - Non mi azzardo a dirlo, ma “oggi mi sento proprio bene… letto Erasmo… Sì… Che avvenimento stupido, diciamolo, la riforma di Lutero”… Oltretutto, soffriva di emorroidi… io per fortuna e per ora, no. Mai avuto le emorroidi, l’unico disturbo, credo, che mi manchi… In seguito, non si può dire… Una congettura: che nella formulazione della riforma protestante, ci siano entrate, in qualche modo, anche le emorroidi? Non me ne stupirei, l’umore è quello. Basta un maldidenti a rendere catastrofica una filosofia. Non lasciar cadere l’intuizione… “Atteso tutto il giorno il calzolaio che non s’è fatto vivo”. Disappunto d’aver perso la lezione e chissà quando potrò impratichirmi a tagliar le tomaie come si deve. Prevedibile lite con Sonia. Tanto vale, dice, spendere per comperare gli stivali nuovi al negozio, che buttare rubli per intestarsi a farsi insegnare a cucirseli da sé rovinandosi le mani. Prova della sua incapacità a centrare il cuore del problema.

SOFIA A.           -  E così butta via il tempo che potrebbe far fruttare tanto più proficuamente.

LEV N.               - Oui, une machine à penser, nous nous entendons.

SOFIA A.           -  Non sta fermo un momento nei periodi che è su di giri. “Spazza, spolvera, apparecchia la tavola, sparecchia, lava le tendine; si rifà il letto che, poi, bisogna ridisfare e rifare senza che se ne accorga fin che è nella stalla a mungere le vacche. La roba che rompe con quelle mani anarchiche tanto belle un giorno!... Sorprendo lampi omicidi negli sguardi delle serve. “Costa il vizio dei ricchi dediti allo sport della povertà. Non glielo avessi mai detto. Ha minacciato di strozzarmi… Come si fa a chiedere a Leone Tolstoi se è pazzo? Leone Tolstoi può solo essere saggio.

LEV N.               - Adesso daranno la colpa a me. “Andriu_a, che ficca i suoi ditini sbadati dappertutto, ha rovesciato il calamaio di nuovo”… il tappeto: un disastro. Mi sta fissando aspettando una sberla. Che faccio? Gliela dò? Lo sgrido? Devo pensarci… “Dopopranzo, visto che il calzolaio non s’era fatto vivo nemmeno oggi, sono andato io da lui. Come è luminoso e, per così dire, moralmente elegante nel proprio angolo buio e sporco che mette in risalto la sua naturale aristocrazia”. Son rimasto incantato per quasi un’ora ad ammirare la precisione alacre e minuziosa delle sue mani grosse e deformate, impareggiabili nella maestria del proprio lavoro: ecco una faccia esemplare di quella cosa correntemente detta virtù… E’ già sera e, tra una faccenda e l’altra, ho ancora da decidere se sgridare o no Andriu_a… “Una lettera da Certkov. Uomo giusto, senza gioia e senza simpatia: due ragioni per volergli più bene. È insoddisfatto, domanda consigli per la gestione dell’azienda e ne dà per il prossimo volume dell’edizione nazionale dei miei scritti”… Una parola. Checché ne pensi mia moglie, il diritto d’autore è un’immoralità, questa specie di imposta di consumo sul pensiero e sulla fantasia va rifiutata. Saranno battaglie in casa… Pazienza, non mi sento bene e vado a letto. È l’unico posto dove si sta bene, quando si sta male.

SOFIA A.           -  Gli anni si accumulano. Se ne è andato un altro e non avrei da ripetere qui le stesse parole, salvo che sto aspettando, da un momento all’altro – e nemmeno questo è una novità – il parto che dovrebbe essere già avvenuto… tanto naturale per lui da essere convinta che se ne sia dimenticato… Curioso: partorire diventa sempre più facile, tanto quanto vivere diventa sempre più difficile. Sta architettando qualcosa di inconfessabile, non c’è dubbio… Lettere che vanno e vengono colla sua eminenza grigia… Prende continuamente appunti segreti, ed è la terza volta, in due giorni, che mi interroga sulle sensazioni che mi desta “La sonata a Kreutzer”… Insiste per conoscere se è “una musica sensuale”. Mi son tenuta sulle generali per non incorrere nella sua ira, cercando di indovinare le sensazioni che desidera lui che desti. Sinceramente, che mi ricordi, non devo mai averla udita… Forse forse, sentita nominare, a Mosca, da ragazza. (un sospiro nostalgico) A Mosca… Cercherò di saperne di più da Teneev. Ma deve essere un pezzo per violino e orchestra, e la specialità di Teneev è il pianoforte. Non può però non conoscerla. Non ignora nulla di Beethoven… La sonata a Kreutzer… perché mai gli interesserà “La sonata a Kreutzer”?... “Ancora niente da annotare…” Ah, dimenticavo: “finalmente, ieri, alle sei del mattino, in un’ora scarsa, senza difficoltà, ho partorito Michail: un bimbo sano, robusto, superiore al peso, con un testone sproporzionato” che stentava a passare. Il primo pianto, la prima poppata, e si è subito addormentato… tutto il contrario del mio povero Petia, così fragile, così gentile, partorito con tanta difficoltà… E adesso, con Mi_a, sono dieci in diciassette anni di matrimonio e non ne ho che trentasei. Ne verranno altri? Col temperamento di suo padre, è probabile, anzi certo, se il cielo mi dà vita.

LEV N.               - “…Sono andato a letto alle undici e mi sono alzato presto per visitare una fabbrica di calze. I fischi che si sentono a verste di distanza vogliono dire che, alle cinque, il bambino si mette alla macchina e ci resta fino alle otto. Alle otto, manda giù un paio di sorsate di the poco meno lungo dell’acqua calda e si rimette alla macchina fino a mezzogiorno: poi di nuovo dalla una fino alle quattro. Quindi, ancora dalle quattro e mezza alle otto di sera. Ecco ciò che significano i fischi che noi ascoltiamo standocene a letto, imprecando perché ci disturbano il sonno”. Altro che icone. Queste informazioni sono i regali da portare allo Zar.

SOFIA A.           -  “… 26 agosto 1882, ho il cuore a terra senza la forza di raccattarlo… Vent’anni fa, giovane, lieta, bella, ho cominciato a tenere questo diario; tutta la storia del mio amore per Leva, il bilancio della mia vita. In esso, non c’è, quasi, niente altro che amore”, poca speranza e molta delusione… “E stasera, dopo vent’anni, eccomi sola a rileggerlo, e a piangerci su… Per la prima volta, egli ha sbattuto la porta e s’è chiuso a passare la notte nel suo studio… Abbiamo litigato per delle sciocchezze; l’ho aggredito perché mai un pensiero per i bambini, perché non mi aiuta a curare Iliju_a che è malato, e a cucirgli un giacchettino”, lui che si vanta tanto di saperlo fare. Tutto sulle mie spalle… Non l’avevo mai visto così. Ha reagito urlando che “il suo unico pensiero è di piantarla colla famiglia e andarsene per sempre”. Per poco, non s’è messo a malmenare il bambino terrorizzato. Ho visto, visto subito, visto, non un’allucinazione, lo giuro, dietro le sue spalle il ghigno odioso di Certkov, la rovina della nostra famiglia. “Morirò ma non dimenticherò mai la scena”. E il “suo” cristianesimo gli serve da passaporto per queste crudeltà. Ebbene, non so che farci, “sono gelosa anche del cristianesimo, anche di Cristo”, se si mette fra di noi, confesso la mia bestemmia, e, “se, in nome suo, è diventato l’uomo brutale, egoista e repellente che è diventato… Aiuto, aiuto, Signore, mi si confondono le idee. Dammi la forza, Signore, di togliermi la vita:” autorizzami a questo peccato mortale e che finisca la storia di questa disperazione… Suonano le quattro, la prima luce inalba le cime delle betulle e non ho chiuso occhio… “Una verifica: se non mi raggiunge entro un minuto, ama un’altra”… Se supera il minuto, è per Certkov. Nessuna meraviglia, con ciò che mi ha confessato d’essere stato capace da giovane. (dopo aver controllato l’orologio)… Il minuto è passato: schifo, schifo! Si versa in mezzo bicchier d’acqua, parecchie, ma calcolate, gocce di laudano da un contagocce a portata di mano e le assapora dopo aver preso a pugno un mobile qualsiasi nei pressi , la follia!

LEV N.               - (l’obiettività dello spettatore imperturbabile) Segue la consueta scena madre, eccellente nella sua monotonia, per la verità. …”Iersera, verso notte, rincasando, ho incontrato una ragazza che non arrivava ai quindici anni; ubriaca, licenziosa, sfrontata… e non sapevo che fare”… L’ho fatto, naturalmente, sapendo, dentro di me, che l’avrei fatto. Io ho cinquantasei anni. È detto tutto: una differenza di quarantun anni di vergogna… Siccome, mai come in questo momento, è consigliabile evitare le chiacchiere, ho avuto la faccia tosta di denunciare la situazione alla polizia; a modo mio, beninteso. “Ho sentito dire che quelle poverette, spesso, non hanno neanche quindici anni”, ho reclamato; “Lo sappiamo. Qualche volta anche meno, signor conte. Vizio. Loro dicono: miseria, ma è vizio, conniventi le famiglie”. “Bisogna fa qualcosa”. “La faremo. Si tenta. Però, servirà a poco. C’è sempre meno religione, signor conte”… Ho ribrezzo di me stesso: avverto oscuramente il pericolo di lasciarmi assediare dal gusto torbido e perverso della vergogna.

SOFIA A.           -  Sarà, per caso, mica un’influenza inconsapevole di Dostoewskij?

LEV N.               - “… Qualcosa… Qualcosa bisognerebbe fare, sì. E’ da coloro che se ne approfittano che bisognerebbe cominciare. Ma le disposizioni, per la “Resurrezione”, dovrebbero venire dall’alto”. Ecco una crociata degna di uno Zar, invece di lasciarsi manovrare da un Rasputin. E magari nessuno si preoccupa nemmeno di aprirgli gli occhi… Temo l’antica maledizione della mia vita: nel male come nel bene, nulla, in me, che non mi riporti al esso: tout se tient! “Sono terribilmente combattuto da due estremi tutti i momenti: slancio dello spirito e peso della carne, e godo di ingannare me stesso”.

SOFIA A.           -  Gente gente gente. Nell’incessante andirivieni a Jasnaja Polijana come alla Mecca, è spuntato anche un tal professor Cesare Lombroso, psichiatra venuto dall’Italia. Un vecchietto bassottello, rotondo come una botticella, ossequioso ed ingenuo. Ha in mente di scrivere un libro sui geni e va in giro per il mondo a far collezione dei pochi che sono rimasti. Pare che aver il cervello un po’ fuori di sesto debba essere il segno indispensabile a farli riconoscere. L’informazione ha lasciato indifferente Levo_ka. Non altrettanto, quando l’ospite, discorrendo amichevolmente del più e del meno, gli ha detto, in faccia, con simpatica amabilità, che “la Bibbia è il libro – a parer suo – più immorale che mai sia stato scritto” e averlo pubblicato è stata una cattiva azione di cui durano ancora gli effetti. Da ebreo, se c’è uno che dovrebbe sapere quel che si dice, è lui. Non ha fatto nemmeno in tempo a finire il discorso, che Leva l’aveva già cacciato via. Se non mi davo da fare io a farlo riportare alla stazione colla slitta, sarebbe ancora lì fuori, sepolto dalla neve. Congedandosi, nel ringraziare il cocchiere, ha avuto ancora la buonagrazia di aggiungere: “Il conte è un tipo molto interessante. Rientra nella categoria a pieno titolo. Riferiscilo, coi miei ossequi a madame”. Levrion ha obbedito. Ma, nel riferirmelo, lui che ci conosce, non ebbe l’animo di guardarmi negli occhi.

LEV N.               - “…Pranzo in casa. A tavola cogli altri”. Silenzio; appena il tintinnio delle posate. Me presente, sono imbarazzati, come intimiditi. È la mia immagina di animale selvatico, imprevisto e spinoso che lei è riuscita a insinuare in tutti”. Sogguardano i miei umili cibi vegetariani senza nascondere il disgusto e malcelando la disapprovazione nel vedermi mangiare colle mani. Devono considerarmi, nella migliore delle ipotesi, un ruminante sfuggito dal suo recinto, un grosso coniglio che ha sbagliato mangiatoia… Qualcuno ogni tanto, per tagliar l’aria, tenta un sorriso o un facezia, ed è come un gorgoglio proveniente da qualcuno raggomitolato tra le coperte d’un letto, che ride da sé… Pena e vergogna reciproche, di tutti… “Decisamente, comunicare coi miei non è più possibile”… Qualche rara volta, coi più piccoli, giocando… Qui “non ascoltano nemmeno. Non gli interessa”. Occupato, ognuno, colle sue vanità, a cominciare dal primogenito tutto preso dalla smania di scrivere: figurarsi: l’ambizione di superare il proprio padre: il dramma della mediocrità.

SOFIA A.           -  Le meschinità dell’ingegno! Si invidiano a vicenda.

LEV N.               - “Il pomeriggio m’ero proposto di esercitarmi un po’ nel cucito, ma è venuta la Dmochov_kaja e ho dovuto rimandare: chiacchiere anziché sopraggitti… Stavo cercando il promemoria e ho trovato una lettera di mia moglie. Povera donna, quanto mi odia!... Voglio cominciare – e questa la debbo anche finire – una cosa nuova: “Le memorie di un non pazzo…” Faccio un esempio: ho “visto” in sogno mia moglie che mi ama. Incredibile ma vero. Soltanto, ormai, non mi ama che in sogno,. La veglia la tiene occupata quel languido musicista sempre appena uscito dal bagno, e le sue nenie più esangui e slavate ancora: cura omeopatica dei loro spiriti sfiniti… Devo assolutamente reprimere questo velenoso rancore che provo per loro… Magari non sarà bello morire, ma è bello essere morti… Ho voglia di una morte vera, autentica, consapevole e “sana”. Senza paura, senza disperazione: la morte di un albero, o di un bue… “Letta, per passarmi via, “La Certosa di Parma”; splendida!” Cominciata senza entusiasmo finita in delirio. “Come mai non la conoscevo ancora?”

SOFIA A.           -  L’autore era un patito di Bonaparte, tutto qui.

LEV N.               - Può essere… “A ogni lettera spedita da una prigione che ricevo – e sono tante – mi domandavo se era giusto aiutare ed esprimere solidarietà ai detenuti politici. Non ho mai voluto. Ora, però, finalmente, mi sono persuaso di non avere il diritto di rifiutarmi”. (leggendo da una di tali lettere) … Tutto vero “le memorie della casa dei morti” di Dostoevskij… “Una mano tesa verso di noi, deciditi, tovarich”… “E vieni anche a dar un’occhiata nelle carceri, signor conte…” Questa volta, devo proprio decidermi ad inviare una lettera allo zar…

SOFIA A.           -  “5 marzo 1883, siamo a Mosca lontani dalla malinconia di quella tetra casa umida e piena di scarafaggi, via da quella campagna immobile”. Cos’è la realtà vista dal di fuori di quel carcere a vita: segnata a dito come moglie fortunata del grand’uomo “onore e vanto di tutte le Russie”. Strano effetto, io “che so”!... “Come sempre, sento molto l’influenza del sole primaverile che splende così luminoso e tiepido nel mio studiolo al piano di sopra. Qui, quest’inverno, seppur contro la sua volontà, è stata possibile un po’ di vita mondana; soddisfatta dei successi di Tania, quasi una signorina, ed anche di quelli procuratimi dal mio aspetto giovanile, godendo delle modeste gioie che offre il mondo. (candida civetteria) Non fanno che ripetermi che sono bella”. Devo persuadermi che qualcosa di vero ci sia per due ragioni: perché sono in molti a dirmelo e perché Leva ne geloso. (uno dei rarissimi guizzi di spirito) Non come della Karenina, certo, ma con quella malafemmina chi ce la fa? Diciamo: mi conservo. “Tre giorni fa, cioè il due del mese, ho smesso di allattare Alë_a e sto soffrendo il ben noto intimo dolore del primo distacco dal bambino amato. Esso si ripete ogni volta, e non c’è modo di evitarlo”. Questa è l’undicesima.

LEV N.               - (molto “tra sé”) Sarà poi autentico tutto codesto “esaltarsi per redimersi” nella corazza fulgida e impenetrabile della maternità?

SOFIA A.           -  “25 ottobre 1886, Jasnaja Polijana. (con secca cattiveria) In casa tutti, - specie lui e, dietro, come tante pecore, i figli grandi – mi impongono il ruolo del castigamatti” pagatore e basta. E io che, avendo ottenuto la procura dell’amministrazione generale, credevo di aver risolto ogni problema! Era solo per lavarsene le mani, deviando le responsabilità. Mi son pagata l’antipatia universale… “Ho preso ad amare l’oscurità. Non appena si avvicina la sera, mi chiudo in me stessa, mi rifugio al buio, come gli animali, richiamando alla mente le cose amate e morte della mia vita… Allora vengono, silenziosi, i fantasmi a farmi muro intorno: una folla, ormai… Ieri mi son perfino sorpresa a parlar da sola, convinta che m’avrebbero risposto. Mi sono spaventata. Non uscirò di senno, per caso?... Questa oscurità mi è sempre più cara; vuol forse dire che mi è cara la morte?”… “Strano a dirsi, l’ultimo periodo felice… - sereno? No: felice - , anche se tormentato, sono stati i due mesi al capezzale ad assistere mio marito – ero soddisfatta di servire a qualcuno – felice di vedermelo lì, in fondo a un letto. Avrei voluto, desiderato, che non guarisse più”… Lassù, però, le mie preghiere non hanno avuto seguito.

LEV N.               - Da stampare, Sonia. Ti rendi conto?

SOFIA A.           -  Lo scrivo apposta: messaggio nella bottiglia, Lev Nikolaevi_… “Adesso è in piedi, quasi risanato…”

LEV N.               - Quasi? Hai detto quasi? Ho inteso bene?

SOFIA A.           -  Ho “scritto” quasi. Verificherai. La mia calligrafia è facile da decifrare… “quasi risanato e mi ha fatto capire che non gli sono più necessaria: nuovamente buttata via come uno straccio”: il mio destino… Ma eri ammalato per davvero?

LEV N.               - (ci gioca) Come adesso, poco di più… “Ho falciato un po’ intorno alla casa, ma non sto ancora bene, sono stracco morto… Bruciori di stomaco…”

SOFIA A. -  Tosse?

LEV N.               - Tosse no.

SOFIA A.           -  Non vuol proprio arrivare, questa tosse.

LEV N.               - Però rigurgiti di bile, dolor di schiena, sudori freddi. Promette male: debolezza, pruriti, angoscia crescente; di conseguenza, insonnia; insonnia, quindi maggio debolezza, esasperazione del prurito e angoscie moltiplicate… però miglioro, lentamente, si sa, ma miglioro, e chiedo scusa.

SOFIA A.           -  E’ un serpente che si morde la coda. Non sarà tutta una menzogna?

LEV N.               - Io non so mentire. So inventare.

SOFIA A.           -  (in terza persona, precorrendo Brecht) Me ne accorgo: compresa la verità… Ci risiamo. Sta troppo sempre male, per non seppellirci tutti quanti.

LEV N.               - Non le ho nemmeno risposto. Dietrofront e sono andato a fare un bagno. “Non si può nemmeno dire che la frattura fra noi due sia maggiore del solito. È solo completa e irreparabile, nella fase che la stessa presenza è urtante reciprocamente. Paci sempre più pallide e brevi, rancori sempre più lunghi e più cupi”.

SOFIA A.           -  S’è rimesso a fare il bagno: tre in soli quattro mesi: un primato per uno che ne faceva un paio al giorno. C’è sotto qualcosa. Sta a vedere che è in arrivo Certkov. Lo si viene sempre a sapere coll’anticipo di ventiquattr’ore perché son le volte che si fa fare la barba e, se non è troppo di malumore, si taglia le unghie da sé… Vado avanti per inerzia. La prossima settimana una scappata a Mosca a raccogliere fondi e a cercare di definire il problema della pubblicazione dei suoi scritti… inevitabile scontro con la censura. Se non fossi io a muovermi… deciderebbe per lui, e tutto al contrario, l’amico del cuore, lasciandoci sul lastrico prima del tempo, assai più prossimo che remoto… Stanca stanca stanca. E stasera non potrò andare a letto prima di aver trascritto il primo atto del dramma che sta scrivendo e non mi convince. “Perché ho smesso di credere persino nella sua capacità artistica?” Non mi piace che il titolo, nonostante la reboanza: “La potenza delle tenebre”, il titolo, sì, benché… si sente che si sente Giove. Del resto, ad onta del successo mondiale e di tutto quanto ha reso, non è che mi piacesse tanto nemmeno “Anna Karenina”, ma lì, almeno, c’erano delle ragioni personali. Non c’è stata più una seconda “Guerra e pace”. “Guerra e pace” è colma di Dio, la “Karenina” ne è totalmente priva… Quando si dice le sorprese. “Ieri sera, Sere_a afferra il violino, fa: chi conosce la “Sonata a Kreutzer” alzi la mano; e attacca con un’arcata violenta. Sconvolgente la forza scardinante di quella musica. Ancora stamattina, ne ero sconvolta. Poi, lui guasta tutto. La rabbia, mentre ci si stava mettendo a tavola!... “Attraverso le bambine – le femmine sono in sua balia, perse per me – mi ha fatto chiedere dei soldi per Gonja, la ladra. Io, già irritata per il solito ritardo, e soldi a Gonja, la ladra! Ho mentito dicendo che soldi, in casa, non ce n’erano, mentre qualche rublo, dalla spoliazione generale, era rimasto ancora. Poi, mi sono pentita e li ho accontentati”, non prima, però, d’aver finito la minestra: un po’ di pace, almeno i momenti che si manda giù un boccone. Sul punto di alzarsi da tavola, gli hanno portato una lettera. Di Certkov, naturalmente; l’astuto, perfido, infingardo, antipatico, sinistro Certkov, l’ “apostolo prediletto” che non piace a nessuno e sarà la rovina di tutti. Bisognava vedere il suo sorriso nel cacciarsela in tasca e chiudersi nello studio a leggersela di nascosto. Se ne sono accorte anche le ragazze. Chissà dove la occulterà?!... Dio. Dio, Dio!... Quanto mi odio per non riuscire a liberarmi da questo amore.

LEV N.               - (astratto) Laudano!

SOFIA A.           -  30 ottobre. Ha completato anche il secondo atto. Mi sono alzata presto e l’ho reso leggibile. “Bello. Devo riconoscerlo. Però, uniforme, manca di teatralità”, poco vario. Pazienza, la fantasia non risponde a comando, specie quando comincia ad appassire. Mah… peccato. Invecchiano anche i genii.

LEV N.               - “12 luglio, continuo a star male. Stanotte, mi son deciso, sono andato di sopra. Spiegazione. Non so come liberare me dalla sofferenza e lei dalla rovina dove sta precipitando”… “14 luglio…, scrivo a memoria, il mercoledì: quel giorno ho “chiamato” la moglie – avevo bisogno di far l’amore – e lei, con fredda cattiveria e ostentata intenzione di ferirmi, s’è rifiutata. Non ho chiuso occhio tutta notte. E, la stessa notte, ho deciso di andar via da casa. Mi son preparato la mia roba e son tornato disopra a svegliarla. Non so cosa avessi dentro, l’inferno: bile, lussuria, avvilimento morale, ma soffrivo come una bestia. Lei si è alzata ed è venuto fuori tutto, tutto; le ho detto che ha cessato di essere mia moglie. Basta! Un aiuto per il marito? E quando mai? Essa non aiuta, anzi ostacola. Una madre per i figli? Non vuole, non ha mai voluto esserlo veramente. Una nutrice? Nemmeno. Compagna di notte? Ma, di quello, essa fa un’esca, una grazia, un regalo, una concessione, un premio: un martirio!... E’ stato tremendamente penoso, e mi son reso conto che era tutto inutile… minacciava di venir meno, tanto da dimenticare la sua arma infallibile: il laudano… Mi prenderei a sberle per aver ceduto nuovamente alla pietà, commettendo lo sbaglio di non andarmene nemmeno questa volta. Sento, però, che non potrò evitarlo in seguito. Anche se provo una gran pena per i figli”… per questa famiglia che pare una famiglia e non è una famiglia… Ma “contro la sua frenesia di autodistruzione non c’è rimedio, bisogna scomparire”. Non esiste maggior difficoltà, al mondo, del persuadersi, quando è finita, che una cosa è finita… Guai rannicchiarsi nell’ovatta della viltà, allora… -14-

SOFIA A.           -  L’ultima offesa: il compito, che era mio, di copiare i suoi scarabocchi ricavandone un senso, senza una parola, ora è passato a Tatiana, a Ma_a, ad Aleksandra che se lo contendono come altrettante favorite del sultano. Ed io, l’esclusa, “la moglie legittima ridotta a essere gelosa delle figlie”. E le figlie della madre… La sua natura demoniaca!... Ama morbosamente le figlie come morbosamente aborre i figli, probabilmente senza rendersene conto lui stesso. Ma, forse, se ne rende conto. Ha superato ogni barriera. Io sola conosco quanto oltre sia capace di andare. Io che custodisco nel cuore – e nella carne – il diario segreto del suo diario palese… ed è un diario che fa paura… E c’è anche il rischio che sia peggiorato, perché, da qualche tempo, ogni suo scritto mi è tenuto celato.

LEV N.               - (occupato allo scrittoio)… La tengo, quel poco che la tengo ancora, col diario e colle lettere… Anche adesso, ne va in cerca senza trovarlo, come un’ape impazzita. Dove lo nascondo, questa volta, per farglielo trovare solo quando si sarà convinta di non trovarlo più? (si guarda intorno, fissa gli occhi in un angolo) Bon: il più in vista è sempre il posto meno sospettabile (e caccia il quaderno in fondo a uno stivale). Suona la pendola. È già passata l’ora che ne ha bisogno: il suo secondo oppio. Ora entra in crisi… Eccola. E, infatti, è già lì, sorpresa, o fintasorpresa, di incontrare lui.

SOFIA A.           -  Ah… non esci a cavallo, oggi?

LEV N.               - La cavalla s’è azzoppata.

SOFIA A.           -  Non c’è solo la cavalla nella scuderia. Ti faccio sellare Delirio?

LEV N.               - Oggi m’era venuta voglia della cavalla.

SOFIA A.           -  Vuoi bene alla cavalla?

LEV N.               - Tanto.

SOFIA A.           -  Pur che si tratti di femmine, tu, a quale non vuoi bene?

LEV N.               - Naturalmente… Cercavi qualcosa?

SOFIA A.           -  Disturbo?

LEV N.               - Tu non disturbi mai.

SOFIA A.           -  Non sali a riposarti, in camera tua?

LEV N.               - Posso riposare anche qui.

SOFIA A.           -  Come ti pare.

LEV N.               - Mi pare così… Cercavi qualcosa?

SOFIA A.           -  No. Perché?

LEV N.               - Vedo che ti guardi intorno colla sospettosità di una volpe.

SOFIA A.           -  (vaga)… Un libro, se ce n’era una copia… ma non importa non è urgente.

LEV N.               - Quale libro?

SOFIA A.           -  (provocante, provocante) Ridare un’occhiata alla… “Sonata a Kreutzer” (glissato) Collo scandalo che se n’è fatto, la censura in allarme…

LEV N.               - L’hai sotto il naso. Sta lì (un gelido sarcasmo, indicandogliela in una libreria) non la vedi? Stretta tra “Padre Sergio” e “La morte di Ivan Il’i_”.

SOFIA A.           -  … Grazie.

LEV N.               - Per carità.

SOFIA A.           -  Scusa.

LEV N.               - Di niente.

SOFIA A.           -  Un improvviso desiderio di rileggerla. Tanto scandalo…

LEV N.               - Scandalizzare è evangelico.

SOFIA A.           -  Il tuo terreno di caccia.

LEV N.               - Lusingato. Buon pro… A proposito, scusa tu.

SOFIA A.           -  Di che?

LEV N.               - Vedo che fissi i miei stivali con disapprovazione. Me li son tolti perché ho freddo ai piedi; ma li rimetto subito.

SOFIA A.           -  Con comodo.

LEV N.               - Se ben rammento, una volta avevi un debole per i miei piedi.

SOFIA A.           -  Proprio non ricordo. Prenderai freddo. Farai bene a rimetterli negli stivali. Se c’è una cosa fatta per i piedi, sono gli stivali.

LEV N.               - Vuol dire che l’avrai deciso tu. Un fugace sorriso malizioso attraversa il viso di lei. Avrà intuito che è là da frugare? Passandogli accosto.

SOFIA A.           -  Andrebbero anche spolverati questi stivali. E fa per raccoglierli e portarli via.

LEV N.               - Lascia, lascia, c’è tempo.

SOFIA A.           -  Io vado, allora.

LEV N.               - Va, va; t’ho vista volentieri. Essa torna nei suoi paraggi…

SOFIA A.           -  “E’ dall’altra mattina che non gli rivolgo la parola. Proprio è più forte di me. Fino alle due di notte mi aveva lasciata dormire tranquilla. Prima, si è fermato dabbasso a lavarsi, impiegando non so quanto tempo; lavarsi, per lui, ormai, costituisce un avvenimento, come gli antichi eremiti, capaci di vivere una vita in una camicia. Quando è salito in camera, ha cominciato un minuzioso discorso ancora sui suoi piedi. Gli si erano talmente induriti, mi spiegò, che avevano cominciato a dolergli sotto le croste. Le croste? Faccio io, vorrai dire i calli. Le croste, le croste. Mi son sentita rivoltare tutta dal disgusto. Poi, si è infilato nel letto ed è rimasto a leggere per non so quanto ancora, scoperto, borbottando e ruttando come non ci fossi. Quando non gli servo per il suo piacere, per lui io non divento che un oggetto fastidioso… Ci fosse uno capace di intuire il mio schifo per il lato fisico come s’è ridotto l’uomo che, in fondo è sempre mio marito; lui che, una volta, si sarebbe ritenuto disonorato uscendo da casa senza i guanti profumati sarebbe morto di vergogna per un baffo più corto di un millimetro. Ma non posso, non posso abituarmi, non mi abituerò mai alla sporcizia, al cattivo odore, alla straccioneria”. Non è possibile. Non trovo che esiste alcuna incompatibilità tra il Cristianesimo e il sapone; e, se esiste, è a tutto scorno del Cristianesimo. Possibile che l’uomo che ami ti debba fa vomitare, e che, ciononostante, tu lo debba continuare ad amare? Bisogna essere degenerati.

LEV N.               - Fisicamente sveglio ma mentalmente in sonno. “Tutt’oggi pensato alla mia disgraziata famiglia. Moglie, figlie, figli, vivono accanto a me sforzandosi di mettere fra noi dei separés per mascherare la menzogna della loro vita e non guardano in faccia la verità… Non so andar più avanti, sono stanco… Rien à faire. “Resuscitasse Cristo e trovasse chi gli pubblica il Vangelo, le “signore” gli chiederebbero l’autografo e ancora, ancora”… Son tornate le figliole, sognano il matrimonio. Devo abituarmi all’idea… Ma no… non si sposeranno mai. L’opposizione della loro madre è di marmo”. Gelosia? Non farsi mai uscir di bocca questa parola… Malditesta, prurito e nervi a pezzi. In complesso, però, tutto in regola. Non mi manca nemmeno il consueto mal di pancia.

SOFIA A.           -  Si capisce, lui non sta mai tanto bene come quando sta male.

LEV N.               - Vana resistenza contro le tentazioni oscene. “Mi son recato in caserma, dai soldati per distrarmi. Forse è stato peggio. In cortile, lavati, stirati e tirati a lucido, c’era la cerimonia dell’inganno delle reclute. Le hanno fatte giurare davanti alla bandiera. In paramenti solenni i Popi portavano le icone. Rullavano i tamburi e suonavano le fanfare. Poi il discorso del tenente: “è proibito… ha cominciato… Proibito, parola terribile. E non si tratta della legge del Signore, bensì delle insensate, crudeli idiozie del regolamento militare. Per non togliermi il cappello, al passaggio dei Popi colle immagini, mi sono allontanato”. Tutti si prendevano molto sul serio, in attesa della distribuzione della vodka… Vivo fin che vivo, ma con meno gusto… “Ieri, molto disagio, ascoltando le eterne lamentele di Sonia sui fastidi delle proprietà. Ne ha acquistato tante, povera donna, e lei stessa non sa cosa farne”. È ossessionata dal terrore della povertà. Cupida, avara, dispotica, gretta, infelice… Sta imbruttendo: i suoi movimenti, i suoi gesti si vanno irrigidendo: per lei esistere significa possedere, è triste… Sempre più solo e sempre meno voglia di parlare… Vado per funghi a passarmi via.

SOFIA A.           -  E quindi cena ad alto rischio. I ragazzi ne sono terrorizzati. Ma lui non ci fa caso: è mitridatizzato e non trova ragione che gli altri facciano eccezione.

LEV N.               - “A cena, Sonia, ha raccontato come niente fosse che, guardando passare il treno, le è venuta voglia di buttarcisi sotto. Ho sentito molta pena per lei”. Poi, subito, mi son pentito della pena che sentivo e gliel’ho ritirata. Si accontenti del laudano e lasci respirare la famiglia… E’ così… Allora ho cominciato un nuovo paio di stivali. Mi vengono bene, pare… Finalmente ho terminato la lettura di “Oblomov”. Che miseria. Per tirarmi su, mi son messo a spaccar la legna. È curioso, trovo meno faticoso spaccar legna che mungere le vacche. Dipenderà dalla posizione… “Tania fa compassione, non si controlla più. Civetta persino con Cingalov. E, almeno, fosse felice. Niente, sempre più ansiosa, sempre più angosciata. Ieri l’altro si son messi a leggere, ad alta voce, insieme, come se si divertissero, “La sonata a Kreutzer”. Ed io ad ascoltare. Effetto terribile”. Che gioco sta giocando? Non è un racconto: è un peccato mortale impiegato come cattiva azione: una chiamata di correa… Tutto sarà dunque stato inutile? Pure, a nessuno è sfuggito dove andava a parare… in alto e in basso. Non si accorge – non vuole accorgersi, finge di non accorgersi – che non contiene una parola che non sia contro di lei? Una storia degradante per chi l’ha concepita: gonfia di odio come un serpente è gonfio di veleno?... O lo fa apposta? Dovrebbe detestarmi per averla scritta. Se ne son rese conto le figliole, ricopiandola… Mai m’ero spinto tanto in basso: disonorare la donna per disonorare lei! Fanno bene a proibirla. Non hanno torto di scriverne come lo sfogo di un maniaco sessuale.

SOFIA A.           -  Probabilmente, lo è. Ma quel che conta è che possa sembrare “anche” il je accuse…

LEV N.               - (con ira) Di un marito tradito?

SOFIA A.           -  (severa) Di un moralista bisbetico. E tutto è a posto. E pensare che se credesse veramente quanto dice e fosse coerente con ciò che afferma di essere, forse sarebbe salvo. Il prezzo dell’uxoricidio poteva essere più economico e più conveniente. Ma non sa nemmeno lui più quando è sincero e quando ha solo la vanità di esserlo facendo la commedia con se stesso. E così sbaglia le dosi, gli scappa la mano, e confonde le idee, recuperando toni da Santa Inquisizione. Chi oserà mai parlare dell’insincerità “in buonafede” di Leone Tolstoi? Indistruttibile!

LEV N.               - Sveglio per la costipazione intestinale, stanotte m’è venuto in mente un romanzo, titolo e tutto: “Resurrezione”: ogni mia colpa e responsabilità di giovane gaudente e senza Dio, a cielo aperto… Terribile! Il destino! Tutto accaduto in meno di quarantott’ore. Abbiamo appena seppellito Vane_ka. Non par vero. Sette anni. Scarlattina… No, no, che dico? Mica terribile: è stato un grande avvenimento spirituale del quale avverto la grandezza: una prova suprema in cui, in un certo qual modo, c’entra l’austera misericordia di Dio: tu l’as volu, mon Dieu. Ti ringrazio padre, ti ringrazio… Non così Sonia: Epuisant debat de l’âme, paradossalmente remissiva, amorevole, una dolcezza morbosa con tutti… ma “in un altro mondo”. Dove?... Pioveva… Poi ho sentito voglia di scrivere. E anche questo, nel male, è un bene.

SOFIA A.           -  (appena un gemito) No, Levo_k… non lo è, non lo è…

LEV N.               - “…Il mio testamento sarebbe, press’a poco, così. Anzi, fintanto che non ne scriverò un altro, è così: seppellirmi nel cimitero più povero e in una cassa da poco prezzo come seppelliscono i mendicanti. Non fiori, non corone, non discorsi: una croce d’acqua benedetta. Però, se questo fa dispiacere a coloro che mi devono seppellire, seguano pure l’uso solito con la messa funebre e il resto, purché nella massima semplicità e che costi poco… Nessun annuncio ai giornali e nessun necrologio… Nomino ordinatari e curatori di tutte le mie carte, mia moglie, V.G. Certkov e le figlie Tanja e Ma_a. – Quello che si trova cancellato sono stato io e le figlie non devono occuparsene. – Escluso i figli maschi. Essi non sanno niente di me…”

SOFIA A.           -  (impercettibile, senza interrompere) … E tu, di loro?...

LEV N.               - “…A proposito dei miei disgustosi diari da scapolo, dopo aver salvato le poche cose valide – se ci sono - , distruggerli avec absolu droit de mépris. Certkov m’ha dato parola di farlo mentre sono ancora in vita. E, col grande immeritato affetto che ha per me e la sua esemplare rettitudine morale, sto tranquillo…”

SOFIA A.           -  (ancora più sommessa)… Non si farà, non si deve fare, il mondo deve sapere…

LEV N.               - “… Il rimanente dei diari rimane com’è, a prova che, ad onta di tutte le bassezze e le meschinità d’une jeunesse outrageuse, non fui abbandonato da Dio e, se non altro, da vecchio, ho cominciato a comprenderlo un po’ e ad amarlo come sono stato capace… Per il resto delle carte, metterle in ordine e pubblicare esclusivamente ciò che può risultare utile agli uomini…”

SOFIA A.           -  (enigmatica come una preghiera)… Si dovrebbe scartare il meglio…

LEV N.               - “…Prego i miei eredi di permettere a chiunque di pubblicare almeno il sillabario e i dieci volumi delle mie ultime opere. Cioè, rinunciare ai diritti d’autore…”

SOFIA A.           -  (ambigua nello spento calo ulteriore della voce)… Nemmeno questo potrà essere fatto. Sarebbe la miseria per chi ne ha più bisogno.

LEV N.               - (quasi, prevedendolo, a risposta) “… Preghiera solamente, non obbligo. Se lo farete, farete bene. Se no, pazienza, siete liberi. Vorrà dire che non l’avete potuto fare. Il fatto che i miei scritti, durante gli ultimi dieci anni siano stati “venduti” e abbiano “reso quattrini”, è stata la colpa più vergognosa della mia vita...” Essa, immobile, scuote soltanto il capo. …Vorrei, sul mio sepolcro, inciso solo questo motto di Chamfort: “Sii mio fratello, o ti uccido”.

SOFIA A.           -  secca e ( fredda: “come ) dLoeptot”eratura!...Non farebbe che confondere le idee. -15-

LEV N.               - “…Sta per congedarsi l’autunno, la più bella stagione dell’anno”.

SOFIA A.           -  La stagione che io detesto e lo sa. Lo scrive per farmi dispetto.

LEV N.               - “Ho avuto gioia della venuta di Certkov. C’è stato uno scontro sgradevole, del resto in preventivo. Come sempre, Sonia s’è comportata in maniera brutale, insensata e cattiva; impossibile farla ragionare. Il giorno dopo, le cose erano ulteriormente peggiorate. Scomparsa – nemmeno troppo originale - . I ragazzi son riusciti a stanarla e ritrascinarla a casa vaneggiante. È stata prossima alla pazzia. Ha sofferto terribilmente e ha fatto soffrire rabbiosamente. Il solito demone della gelosia: insensata quanto infondata: “ femmine, maschi, vecchi e giovani, belli e brutti, estranei e parenti, persino animali e cose; i pensieri: ciò che si legge e ciò che si scrive: tutto! “Niente più si salva, ormai. Prigioniera di un’ossessione pazzesca”.. Oh, se comprendere volesse, sempre, anche dire sopportare… assolvere!... “Ieri mi sono confrontato allo specchio, con un ritratto di tanti anni fa: c’è un limite a tutto, mon Dieu. Il tempo fluisce impercettibile e vertiginoso. Ne rimane ancora poco. Sempre meno. La cosa tremenda è che, più invecchi e più senti preziosa la forza creatrice che ancora persiste estinguendosi lentamente, in te e ho paura di sprecarla “non per quello a cui è destinata”. Nel pomeriggio, febbre, cara compagna, e ronzio alle orecchie, piuttosto nuovo, codesto.

SOFIA A.           -  Solo crudeltà e persecuzione intorno. “S’è indurito come ghiaccio, il cuore di Lev Nicolajevi_… Non c’è vita: l’ha preso nelle sue mani Certkov… Sono fuori di me. Non riescono a star separati: stamattina, Leva da lui, stasera, lui da noi. Leva sul vecchio sofà basso, l’amico, dell’anima, addosso, quasi a toccarlo, beati della familiarità del loro rapporto”, mano nella mano, sguardo nello sguardo: due fidanzati. Sotto i miei occhi. In nome del Vangelo. Rivoltante!

LEV N.               - Tania è cara, mite, buna… con uno sguardo pallido e affettuoso che inquieta e conquista…

SOFIA A.           -  Ma mica lo pensa. Lo affida al diario perché rimanga scritto. Fa molto “ottimo padre”. Perché dei maschi non lo dice mai? Se qualcuno glielo facesse notare, gli eviterebbe una gaffe a futura memoria. I figli maschi li disprezza, gli danno ombra… Pure, non sangue del suo sangue come le femmine! Pazienza, un fardello di più sulle mie spalle.

LEV N.               - Fa bene una lunga corsa in velocipede. È rilassante. Insistere. Ha solo il manubrio duro.

SOFIA A.           -  “…L’ho affrontato e l’ho scongiurato di aiutarmi a ristabilire il mio equilibrio cessando di respingermi dalla sua vita… Ma non può far nulla perché non è me che ama, ama Certkov. Servendosi di ogni mezzo, quel serpente, ha preso in pugno un povero vecchio, debole e credulo, e gli fa fare ciò che vuole”. L’ha promosso dio, motu proprio, spegnendo in lui ogni scintilla d’arte, sostituita dall’aridità, dalla critica; dall’afflizione, dalla noia, dall’odio, dalla negazione, che corrodono, intristiscono e incattiviscono tutto ciò che ha scritto durante gli ultimi anni: di un genio alacre, luminoso, sano e modesto, ha fatto un vecchio logoro, stizzoso e opaco Petru_ka da menare per il naso, fastidioso, intollerante, bisbetico e gretto, pieno di sé come lui.

LEV N.               - No. Muto muto. Negarsi di scriverlo… bocca cucita: savoir sans avouer: silenzio, per carità di me.

SOFIA A.           -  Salute sempre vacillante: otite, reumatismi e coliche; ha fatto il malato immaginario per cinque giorni. Io, non altrettanto fortunata: appena un’emicrania, a metà mattina dileguatasi spontaneamente senza lasciar traccia. L’annoto, se no me la dimenticherei.

LEV N.               - Ieri ho mietuto la segale. Bene; con Sonia niente di nuovo. Male. È tutto il giorno che l’accordatore traffica a romperci o timpani coi tasti del pianoforte, come se, per il concerto di stasera, dovesse arrivare Franz Liszt. Invece, ci sorbiremo Teneev il mellifluo, più che sufficiente del resto per farci rider dietro fino a Mosca: il “solista” della contessa… e, a venti passi, nelle isbe gelide, si muore di fame.

SOFIA A.           -  Coi suoi falsi mali, è stato prossimo a rovinare il concerto. Ammirevole la signorilità e la buona educazione di Teneev, imperturbabile ad onta dei ripetuti tentativi di essere interrotto coi più futili pretesti e le domande più irritanti: ben tre volte solo durante il “Chiaro di luna”. Forse per la vergogna, dopo il concerto, il suo linguaggio s’è imbevuto di presagi. Ieri sera, alla fine ha detto a Sere_a: “Pensavo che morire fosse facile; contavo molto sul ridicolo; invece no, mi accorgo che è molto difficile”… Stamattina, ha detto a Tania: “E’ bella una malattia lunga, lascia tutto per prepararsi alla morte”… Stasera, ha detto a me: “Non nasce pensiero nella mia mente, che non vi sia scolpita dentro la morte”. Non riesco ancora ad individuare dove stia la minaccia. Ma c’è, senza dubbio, e “se si tratta di una cifrata dichiarazione di guerra, vedremo chi la spunterà. La morte è la mia arma, non la sua”. Si fa delle illusioni se crede facile strapparmela di mano per usarmela contro. Serve a me. “E sarà la mia vendetta per la vergogna sua e di Certkov… Mi sento male solo a pronunciarne il nome.

LEV N.               - “… Potrà mai liberarsi da tutte le sciocchezze in cui si perde, dalla fede nella futilità, e cominciare a confidare nella propria anima…!” E probabilmente dipende – è dipeso – tutto da me: da codesto maledetto avvertire immancabilmente un’irresistibile attrazione verso il contrario di ciò che penso, che sento, che faccio… Il mio maggior rimorso. “Niente mi ha mai turbato tanto né mi son riconosciuto così colpevole”. Forse, piangere mi solleverebbe ma ho un mal di testa… temo che farei peggio… Già, ci sono anche quelli: gli orrori dell’autocrazia!? Dedicarci un libro? Sarebbe ancor poco. Un saggio?... Un articolo?... Panacee. È allo zar, a tu per tu, che occorrerebbe fare il discorso.

SOFIA A.           -  (colpita e pensierosa) … Allo Zar?... Allo Zar… “7 settembre, nemmeno l’annuale pellegrinaggio al monastero di Kazan… senza contare i circa duemila telegrammi da tutto il mondo e l’ossequio dell’umanità intera per l’ottantesimo compleanno di Leva Nikolaevi_”. Si aspettava solo il telegramma dello Zar. S’è fatto attendere, però era una lettera autografa. Non l’ha neanche aperta, l’ho dovuto fare io. Speriamo che non giunga all’orecchio dell’ Okrana… Strano effetto realizzare di essere la moglie di Tolstoi… “come lo vede il mondo”.

LEV N.               - “Agli uomini come ai gamberi piace di essere cotti vivi. Ieri, con Stasov e Rimskij Korsakov, al caffè, sciocche chiacchiere, insinuazioni e pettegolezzi su Chaikowkij”. Son fatti suoi, no? Nemmen per sogno: devono essere fatti di tutti: “Cosa si dirà a Corte?” E i loro, e i nostri, allora? E i miei?... Era parecchio che non mi sentivo l’anima così frustrata. Urge ripristinare l’inferno. È piuttosto urgente, ha bisogno di rèclame. Ricordarsi di interessare l’archimandrita di Costantinopoli. Darsi da fare.

SOFIA A.           -  “M’ero rinchiusa nel salone a strimpellare un po’ per conto mio, un forte colpo alla finestra quasi mi spaventa. Lev Nikolaevi_ mi convocava ad ascoltare la lettura della fine del suo romanzo… evidentemente per obbligarmi a mentire. Deve essersi reso conto che non mi piace niente di “Resurrezione”. Tutto mi imbarazza, mi inquieta; per non dire che mi rivolta, in quelle pagine, così false per voler essere sincere”. Perché insiste se lo sa? Come non lo conoscessi! Alla sua età, con la scusa del rimorso morale, “vederlo assaporare colla viziosità del goloso… quelle scene di lussuria”, di bordello in bordello… “rievocare, gustandola nel ricordo, la sua reale relazione con una serva di sua sorella a Pirogovo, come ci ha tenuto a farmi sapere nei minimi dettagli” e intanto la sua mano… Oh… Me l’ha anche indicata, in seguito, questa Go_a, ormai vecchia, cisposa, cadente, di quasi settant’anni, lercia e piuttosto ripugnante. Pensa solo a quelle cose. Non ha mai pensato che a quelle, in vita sua. Non se ne ricorda? Rimango del mio parere: il romanzo è sforzato e ipocrita, pretende di essere morale ed è solo l’esaltazione della lascivia: la lascivia impotente di un vecchio: non gli fa onore. (un riso stretto e vetrificato) La sua natura di mujik, tenta di insinuare per giustificarsi: la sua morbosa natura di aristocratico decadente, corrotto e fariseo. E ha capito che l’ho capito. Andiamo pure ad assistere alla beatificazione della “incolpevole” peccatrice… E meno male che “La potenza delle tenebre” – bella, dicono tutti, e sarà, ma continua a non piacermi – sta avendo un successo che non si merita e convoglierà a casa un po’ di soldi. Sempre che non provveda quella sanguisuga di Certkov a metterci su le mani. Finora, si stipendiavano soltanto le grandi mantenute, ora, in nome della solidarietà umana, pure i “discepoli” favoriti. Anche stamattina, ha ottenuto un “prestito”, non sono riuscita a saper quanto. Non oso dirglielo, ma quel giovane _ecov che l’adora, e verso il quale ha un atteggiamento tanto ambiguo, regolato sugli alti e bassi del suo malsottile – lui sì, davvero – avrebbe fatto dieci volte meglio de “La potenza delle tenebre”, ci scommetto, a cominciare dal titolo. Badi a non provocarmi, perché sennò… E porta inavvertitamente alle narici, annusandolo il contagocce del laudano.

LEV N.               - “… Niente, niente, non c’è niente da annotare; solo assaporare questa angoscia inesprimibile”. Sto soffrendo il più tormentoso dei dolori: l’indifferenza. Un mal di denti, almeno, mi distrarrebbe avvertendomi di essere ancora vivo…”

SOFIA A.           -  “13 ottobre 1910… Sono annientato dalla notizia che ha, segretamente, affidato alle mani di Certkov un documento di rinuncia, dopo morto, al diritto d’autore… E questo vuol dire togliere di bocca, a figli e nipoti, l’ultimo tozzo di pane per vivere. Ma noi – se sarò al mondo – sapremo ben difendere i nostri diritti”.

LEV N.               - Torpore, torpore. “Mezz’ora fa è entrata Sonia. Lo confesso: contavo che avesse voglia di litigare; io, tanta: un pizzicotto all’animo, almeno. Abbiamo parlato normalmente. Mi sentivo già male; ora mi sento peggio. Stanno suonando le nove. Son rimasto qui, solo, al buio… Sono depresso, “invaso da un infantile intenerimento natalizio; emotività, struggimento poetico. Ho le mani fredde, ho voglia di piangere e di voler bene” e Sonia non c’è, Sonia fu. “…A pranzo, i figli: mediocri, rozzi, banali, volgari”…: nessuno. “Sto pensando alle “Memorie di un pazzo””.

SOFIA A.           -  (serena e distesa) “… Devo ammettere che l’ascendente di Teneev su di me è innegabile. È questo che lui chiama adulterio?... Oggi è venuto a “farmi visita”. Siamo rimasti poco da soli, pure è bastato per sentir, quando è andato via, un senso di rilassamento, una tenera gioia rasserenante, quali, da tempo, non mi avevano medicato l’anima… l’oppio del cuore… “Abbiamo parlato soltanto delle chiavi di contralto, soprano e tenore. Ma bisogna aver ascoltato come ne parla”… la musicalità della sua voce… Per farmi passare la malinconia “mi son fatta le carte, e, per due vote di fila, è uscita la Morte”… Chi? Secondo natura, non è a me che dovrebbe toccare… (s’è accorta de significato di ciò che ha detto?) “Improvvisamente mi è parso intollerabile morire, eppure, non passa, si può dire, giorno, che non lo desideri”. Io non appartengo alla categoria di coloro che pretenderebbero di essere immortali…

LEV N.               - “…quante cose da vincere ancora: il cuore che batte sempre a sproposito, Dio, al quale non riesco a sottomettermi come dovrei…”

SOFIA A.           -  …Sfido, è sempre in agguato per prenderne il posto!...

LEV N.               - “…la lussuria che mi urla per tutte le membra, l’orgoglio, lo sdegno, la collera, che mi devastano; l’inconfessata gelosia che mi tortura incessantemente senza ragione” – senza ragione? – a quasi ottant’anni per una moglie di quasi sessanta! Pazzesco, se non fosse disgustoso.

SOFIA A.           -  Sempre lo spettro della “Sonata a Kreutzer”. Ennesima disquisizione, anche per chi non la voleva sentire, sulla donna, maledizione del creato. (un risolino lacerante) Supremo ideale del Cristianesimo? Castità e celibato. Lui! Par di sognare. Benissimo quando si trattasse di un monaco, un asceta, un eunuco, uno vissuto casto. Conti alla mano: in quarantott’anni di matrimonio, solo a me ha “regalato” sedici gravidanze – tredici figli vivi – più tre non portate a termine e fanno diciannove; mentre fra un maltrattamento, un torto e un’offesa, non faceva che scongiurarmi –me, donna giovane, ignara, che avrei potuto essere sua figlia – che non sarebbe stato in grado né di lavorare, né di scrivere… e gli sarebbe venuta l’emicrania, se mi fossi “rifiutata” e non l’avessi a.s.s.e.c.o.n.d.a.t.o. Questo è il celibato e la castità del suo privato Cristianesimo”. Lo devo dire e lo voglio far sapere: Io, Sofia Andreevna Bers, contessa Tolstoi, “se non ho seguito mio marito nelle sue dottrine è dipeso perché non è mai stato né sincero né veritiero”. (alto e calcato) Parto per Pietroburgo. Mi aspetta qualcosa da fare… (enigmatica) Mistero. Convocazione in alto loco… -16-

LEV N.               - Sollievo della casa deserta e silenziosa. “Soli a tavola, io e la governante”. Mi sogguarda con un misto di timore e di reverenza come le icone di certi taumaturghi di pessimo carattere… “Si cerca di parlare senza aver nulla da dire”…: la malinconia di Venezia, “la recitazione della Duse” figurarsi… La conversazione si polverizza da sé. Silenzio. Pace, finalmente… Non prende il tè. Si scusa mormorando che le “batte il nervoso”. È timida. Un viso aristocratico e severo, privo di sensualità… un giudice che non rimprovera.

SOFIA A.           -  (il trionfo dell’ambiguità) Una grande notizia, Lev Nikolajevi_: il mondo intero può conoscere la “Sonata a Kreutzer”. Revocato ogni interdetto alla pubblicazione. Non più edizioni clandestine o estere… Da chi?... Da chi aveva l’autorità di revocarlo. Ringraziamenti?... Non importa; fra di noi, non usa. Avanzando verso la ribalta: Lui non fa che dire di dovergli scrivere. Io, modestamente, nome e cognome, ho domandato udienza e l’ho ottenuta a giro di posta: Direttamente all’uditorio, a momenti una conferenza: Quasi quasi provo rimorso. Non so perché, so di averlo profondamente umiliato, ma è stato necessario: semplice diritto alla difesa. Chi sa se lui sa?... Bon! “Non ho fatto che dover raccontare dettagliatamente, in tutti i salotti, la mia visita allo Zar e il nostro colloquio da cima a fondo. Come interessa appassionatamente tutti! Ma il motivo vero e proprio, il motivo più profondo del mio viaggio a Pietroburgo, non l’indovina nessuno. Causa di tutto: la “Sonata a Kreutzer”. Questo racconto ha gettato su di me un’ombra. Non m’ero ingannata. Alcuni – molti: troppi – sospettano che sia stata ispirata dalla nostra vita coniugale; altri hanno manifestato compassione per me. Perfino lo Zar ha commentato: “Mi fa pena la sua povera moglie”. Lo zio Kostia, a Mosca, m’ha riferito che passo per una vittima e faccio pietà a tutti. Bene: ho inteso dimostrare a me stessa quanto poco assomigli a una vittima, e ho voluto far parlare di me. L’ho fatto istintivamente,. Certa di essere nel vero e nel giusto. Di riscuotere simpatia e successo presso l’imperatore ero sicura in anticipo. Non ho ancora perso la virtù di attrarre le persone con la simpatia. E, appunto, con la semplicità delle parole e colla simpatia, l’ho conquistato. Ma, per me, era necessario anche qualcos’altro: riscattare questo ambiguo racconto di fronte alla totalità dell’opinione pubblica. Adesso, nessuno può più ignorare che sono stata io a difenderlo presso il trono. Se il racconto fosse ispirato alla mia persona e ai rapporti con mio marito, non mi sarei certo data la pena di patrocinarne la divulgazione dell’opera. Questo, almeno, lo si capirà. I giudizi dello Zar su di me, che fanno il giro delle conversazioni, sono estremamente lusinghieri. Enchanté, addirittura. Alla _emereteva ha confidato di essere ancora dispiaciuto d’aver avuto, il giorno dell’udienza, un affare urgente che gli ha impedito di poter prolungare la conversazione. La contessa Tolstaja Aleksandra Andreevna, mi ha scritto che ho prodotto un’ottima impressione. La principessa Urosova mi ha assicurato d’aver udito da _ukovskij che lo Zar mi ha trovata molto schietta, semplice, amabile e non avrebbe mai pensato che fossi ancora tanto giovane e bella, bontà sua; in proprio, la principessa aggiunse che ero anche assai elegante, e non lo posso negare, pur facendo torto alla mia modestia. Tutto ciò alimenta la mia legittima vanità femminile e mi compensa del torto che mio marito, non soltanto, non abbia mai cercato di elevarmi in società, ma abbia, anzi, cercato sempre di tenermi bassa. Non ho mai potuto capirne la ragione” (1 giugno 1891) Ci sarà. Oggi è il giorno meno infelice della mia vita tanto infelice. Se nulla osta, gradirei molto un applauso. Mi tirerebbe su. Ottenutolo e ringraziato con dignità, si riaccosta al suo immortale consorte: Ti reco gli omaggi dello Zar, Lev Nikolajevi_.

LEV N.               - (aerea ironia) E la Zarina?

SOFIA A.           -  (la freccia del Parto) Non si pronunciò.

LEV N.               - Naturalmente. “… Sonia perde tempo coi dentisti. Le hanno strappato un altro dente e non era quello giusto. Ciò mi conferma più di ogni altra cosa, che è stato uno sproposito, cedere ai figli la proprietà. Non serve che a dissipare le rendite in spese sbagliate, superflue e dannose, costringendo il popolo a un lavoro degradante, improduttivo ed ingiusto… Salute sempre peggio. Da non so quanto, non “ho lettere di Certkov”. Devono venir intercettate. Sonia? Probabilmente Sonia. Anzi, certo.

SOFIA A.           -  Da non crederci!... Magari. “Lev Nikolajevi_ aveva dato a un contadino autodidatta, dei libri da rilegare. Da uno di questi, è scivolata fuori una lettera dimenticata, di tanto tempo fa. La raccolgo. Sulla busta azzurra, sigillata, il mio nome. Apro, leggo e inorridisco. Scrive d’aver deciso di togliersi la vita, visto che amo un altro e non può sopportarlo. L’altro era – pare – Teneev. Infantile. Capito l’origine della “Sonata a Kreutzer”, con tanto di uxoricidio? Non so se piangere o ridere: geloso di Teneev a tal punto da suicidarsi, ma pensa!... Perché non l’ha spedita? Perché è ancora vivo? Perché non gli passava nemmeno per la testa di togliersi la vita”, ecco perché. Stava qui a godersi le sue malattie. Commedia, grottesca commedia per se stesso… Mah, e tuttavia, “mi ha fatto piangere”… Che male amarsi male…! Poi, avevo da preparare l’albero di Natale per i nipotini e mi ha aiutato. È rimasto bravo a far l’albero di Natale. (torva) Poi… poi non dovevo ricaderci. Ridiventa affettuoso, quando gli serve il mio corpo: è la voglia a trasformarlo in essere umano… e fin che gli dura la voglia.

LEV N.               - … Malattia… Malattia… Malattia… Star male mi fa bene… Meno male che sto male: tutto a saldo delle mie colpe senza saldo… “Sono vivo ma non vivo: bene… La Cholevinskaija è di nuovo in prigione”. Non può far un passo senza la Okrana alle calcagna, ma non si arrende: un vero uomo, quella donna. “Pare che il procuratore abbia dichiarato che “sarebbe ora di occuparsi anche di me. Ierl’altro, s’è, presentato un gendarme e ha ingenuamente ammesso di essere stato inviato qui a spiarmi”. Adesso, ti avvisano anche prima. È un progresso. Lo dovremo alla benevolenza dello Zar per mia moglie. Per un po’ di tempo ancora, le contesse, in Russia, servono a qualche cosa.

SOFIA A.           -  (progressivamente fino a una sorta di angoscia convulsa)… Quanto gli rode che, appena posso, me ne vado a Mosca, per via della scuola dei figlioli e del contratto dell’editore. Ma non posso, non posso più consumare il mio tempo, in campagna, con lui, schiava ai suoi desideri che sono comandi. Sono stanca, vecchia, ho l’animo a pezzi, mi son lasciata, ormai, afferrare dalla pigrizia. Non c’è possibilità di vittoria nelle lotte contro la testardaggine del suo egoismo. “Rammento il terrore durante la settimana di isolamento insieme dell’inverno passato: un incubo. Sudiciume di fuori, sudiciume nelle due stanze dove c’eravamo ridotti a vivere. Acqua, neve, e fango intorno;…e, dentro: trappole contro le quali non si faceva che inciampare, suscitando squittii raggelanti: quattro trappole monumentali – o erano cinque, o sei? – con imprigionati dei topi giganteschi, impazziti e feroci, che le scuotevano senza tregua con un fracasso infernale”. Fabbricar trappole, a quel tempo, era una specialità e un vanto di Lev Nikolajevi_. Topi, topi senza fine, aggressivi, colossali, nauseabondi… E scarafaggi, neri, lucidi, scivolosi, una poltiglia bianca, fetida, e schifosa, schiacciati sotto i piedi dove avevano la vocazione a finire tutti. Topi e scarafaggi si divoravano a vicenda… Scarafaggi e topi, topi e scarafaggi ovunque: l’emblema della mia vita.. “Odore di muffa, esalante dalle pareti umide, imposte che chiudono male, spifferi ad ogni finestra… le stanze gelate, vuote, buie e il cielo grigio, la pioggia come aghi, l’oscurità alle due del pomeriggio, il quotidiano passaggio da un edificio all’altro per il pranzo e la cena, trascurando la lanterna” e l’abbaiar dei cani; scrivere, scrivere, incatenato a quella scrivania senza aprir bocca, dalla mattina alla sera; “i samovar che fanno solo fumo; mai un’anima viva”, contrariamente dalle altre stagioni sommersi dalla gente, come a Lourdes per “toccare” il sant’uomo in attesa, ognuno del proprio miracolo nonsisaquale… I santi stanno bene sugli altari, in famiglia intrigano.

LEV N.               - “…Sempre più angosciante sopportare l’infelice carattere di Sonia: egoismo, esclusione, fino al grottesco, dalla sua visuale, di tutto ciò che non è il suo io… vanità, autocompiacimento, vittimismo, presunzione di tutto sapere e tutto condannare; sospetti, calunnie, un niente, la scaraventa in folli stati di farneticazione esplosiva… Ieri sono passati di qui due giovani marinai fuggiaschi. Gli ho dato del denaro”… “Anche i marinai, adesso! Urla per tutta la casa: la fine del mondo.. Mi fa male la gamba, ma non me ne importa assolutamente niente. Anzi, ne godo”. La sinistra. Mi aspetto che invada anche la destra. Ma dovrebbe far presto, non ho più molto tempo da perdere.

SOFIA A.           -  “… Non so liberarmi come dal presentimento dell’attesa d’un pretesto per farla finita… Ho una voglia struggente di musica”… di suonare io stessa, anche male… e non trovo mai un momento libero… “Teneev è partito e non verrà”… me l’ha allontanato colla sua inconcepibile gelosia… Meno male che c’è un bel tramonto, e contemplarlo medica il cuore.

LEV N.               - “La corrispondenza si accumula ma non rispondo a nessuno”. Vorrei scrivere soltanto a quel Gandhi vegetariano di ferro e ottimo digiunatore. Ma ha tante di quelle acca e kappa nel nome e nell’indirizzo che non mi ci raccapezzo e continuo a rimandare. Sarà che m’è venuta la testa debole e che desidero colpevolmente la morte”… “Finalmente, una lettera di Certkov. L’ho aperta subito. Dice che verrà”. Che caro amico. Sua moglie meno. Somiglia alla mia. Però, in meglio…

SOFIA A.           -  S’è fatto fare la barba e s’è tagliato le unghie: Achille aspetta il suo Patroclo.

LEV N.               - Avrei voluto sprofondare sottoterra, “c’è stata una scenata odiosa. Mai tanta arroganza., tanto rancore, tanta violenza, tanta volgarità: una furia, saltato ogni freno. E tutto per averci sorpreso mentre ci si fotografava reciprocamente”. Non ha risparmiato nemmeno, come si chiama?... il nuovo giocattolo mandatomi in regalo dall’America, di quell’originale… Edison: il fonografo, ecco, che si può ascoltare la propria voce: in tanti pezzi! Certkov, che pur la conosce, era allibito… Laudano, naturalmente, e spavento generale: svenimento delle ragazze e strilli dei più piccini… Tre gocce di più ed era sufficiente! Adesso è là che fruga tra le mie carte, rovescia i cassetti… più alcun riguardo.. “Mi ricoglie il dubbio se non sarebbe preferibile andarsene, nascondersi in qualche parte, scomparire… prendere esempio da lei, ma non per finta. Se non mi son ancora deciso è solo per la convinzione che sottostare al veleno di questa vita, sia utile alla mia anima… ma qui lotto male. Ovunque mi volgo, incomprensione, umiliazione, vergogna, sofferenza, e sempre lei, nemica implacabile e inafferrabile nell’ombra: servi denunciati, contadini fatti cacciare in prigione per niente, guardiani licenziati; tutti la derubano, tutti la perseguitano; il vecchio Suvurov che si lamenta; “La contessa mi ha offeso, è peccato, conte, oh, è peccato”… E via, lungo questo insensato, demente, vanitoso, ingiusto, intollerabile cammino… E’ ben obbrobriosa e insostenibile la resa dei conti contro la turpe libidine… Oggi Certkov mi riferiva una conversazione con lei: “lui – è il suo chiodo – vive approfittando del lusso, sperpera e… parla… e giudica… Tutta ipocrisia… io, solo io, mi sacrifico… e pago per tutti…”. Vorrei fuggire con tutto il cuore e non mi decido ad abbandonarla… però, nemmeno lo escludo: viltà, viltà!... Una cosa so: rimanendo non lo faccio per me. “Ma fino a quando potrò resistere?... Non riesco più a gettarle uno sguardo addosso senza un sentimento malevolo. Parlarle non è possibile. Ho paura di me, di questo odio che mi sento crescere dentro come le radici tossiche di una pianta venefica… Lei?!... E me, allora? Cosa meriterebbe la mia congenita perversità, la mia naturale depravazione? Ieri sera, riflettendo sul mio io più segreto, per poco non m’è venuto da vomitare. Fuori e dentro non sono che una ripugnante latrina; solleva appena il coperchio della spiritualità (sghignazzando) – la mia spiritualità! – e sarai ammorbato dal tanfo nauseabondo del suo marciume… Tutti si occupano della mia biografia. Non in una risulterà traccia, per esempio, dei miei rapporti col settimo comandamento! Non un parola dell’immonda bruttura della masturbazione, mai interrotta, nemmeno quando cominciò la dèbàcle delle case di tolleranza: mica sostituita da esse: rinfocolata… Né della brutale relazione – ricordo perennemente bruciante – con Aksinia… E serve, e gentildonne, e contadine, e il bastardo illegittimato…e… e… sino al matrimonio: più vergognoso e colpevole ancora: la sozza disonorante lussuria su mia moglie…: nessun accenno d tutto ciò nelle mie esemplari biografie!... Mea culpa, mea culpa, mea culpa. Perdono, Signore. Mi pento: di tutto… delle azioni, dei sentimenti, dei pensieri… di ciò che ho detto e ho fatto, contro di te, contro i miei simili… e anche contro me stesso: un po’ di pietà per i peccatori… me compreso. E piange silenziosamente.

SOFIA A.           -  (celestiale) Ti serve qualche goccia di laudano, Lev Nikolajevi_? Penso io a versartele su una zolletta di zucchero. Sentirai, è buono, e reca un po’ di pace per tirar avanti… e durare a lungo.

LEV N.               - “26 ottobre 1910. Honte! L’amour coute chère aux vieillard… »

SOFIA A.           -  “26 ottobre 1910. Ancora. Ha ottantadue anni e senza tregua i sensi. Vergogna, non riesco a non amarlo”.

LEV N.               - (seguitando) … Sono passato davanti alla stalla. Il puledro che ha preso il posto del povero Delirio, morto di vecchiaia, mi ha riconosciuto e m’ha salutato con un nitrito. Il sole dell’autunno indorava la paglia sotto i suoi zoccoli… Mi son tornate in mente le notti che vi trascorsi e “la giovinezza e la bellezza di Dunja_a e mia… e l’intreccio delle nostre membra. Le volte che abbiamo fatto l’amore… Nudi, nello splendore della gioventù che tutto redime. “Pure, non ebbi mai un vero legame con lei”: solo i nostri due giovani corpi, mai sazi di maschio e di femmina. Sento ancora, se le piego, le mie mani colme della sua carne. “Già da tempo, di lei, rimangono solo le ossa. Cosa sono queste ossa? Dove sono? E che rapporto hanno più col riso di Dunja_a? Una volta, quelle ossa facevano parte di un essere vivo e riconoscibile che era Dunja_a”… il suo afrore umido e caldo che sapeva di fieno, il suo ridere alto che comunicava il piacere… Ho freddo… freddo. (perentoriamente gridato) Basta!

SOFIA A.           -  “28 ottobre 1910. Lev Nikolajevi_ se ne è andato improvvisamente. Non ha lasciato che una lettera in cui dice di non cercarlo, che sparisce per sempre, in cerca di una vita appartata e tranquilla adatta a un vecchio. Non avevo nemmeno finito di leggerla che, dalla disperazione, m’ero già buttata nello stagno. Mentre stavo normalmente affogando, Sa_a e Bulgakov, che sembravano lì apposta, mi hanno tirata fuori” e così tutto è da ricominciare. “Perché mi hanno salvata?”. Riescono sempre a salvarmi, è una persecuzione… “31 ottobre, non mangio e non bevo da quattro giorni. Ho male al cuore, ho sete”, ho un po’ di fame e non ho niente da scrivere: lagrime e lamenti.. “2 novembre, i morti, stamattina un telegramma” ci ha tirati giù dal letto che “era ancora buio: “Lev Nikolajevi_ si è ammalato ad Astopovo”… Ha quaranta di febbre. Siamo partiti tutti da Tula: io, Tania, Audrju_a e un’infermiera, con un treno speciale per Astopovo. … 3 novembre –Astopovo – Sono arrivati i medici. Si tratta di una brutta polmonite a sinistra. Non mi lasciano entrare da lui”, naturalmente. Certkov? Probabilissimo… “4 novembre, Lev Nikolajevi_ sta sempre peggio. Mi estenuo aggirandomi presso la stazioncina dove è ricoverato. Viviamo nei vagoni ferroviari”… “5 novembre. Poche speranze”. Meno male che, partendo, ho cacciato nella valigia un abito nero. Sarà tutto da stirare, ma c’è. “La coscienza mi arreca qualche disturbo. Soffro nell’attesa dell’irreparabile e per l’affronto della proibizione di vedere mio marito”, che poi non corra la voce che non m’ero precipitata ad assisterlo. Mi hanno garantito che Certkov non è presso di lui. Non ci devo pensare… “7 novembre, alle sei di stamattina, Lev Nikolajevi_ è spirato”. Ha lasciato detto che, ai suoi funerali, non vuole né Pope, né delegazioni ufficiali. Anche da morto, continua a scandalizzare. “Mi hanno concesso di entrare soltanto in extremis, che, quasi, mi perdevo gli ultimi rantoli. Gente crudele. Nemmeno il tempo di dirgli addio” e domandargli se aveva preparato la lettera per lo Zar. Me l’aveva promesso. Ma quando mai ho contato qualcosa per lui? Mi consola l’aver constatato personalmente che Certkov non c’era e la camera non ha altre porte. Prima cosa da fare subito: avvertire lo Zar… “16 dicembre 1910, tutto il paese di Iasnaja Poljana, uomini, donne, bambini, si è raccolto oggi, a quaranta giorni dalla morte di Lev Nikolajevi_, presso la sua tomba, nella nuda terra, come da suo capriccio, coperta da rami e corone di abete. Per tre volte, si sono genuflessi, si sono tolti il copricapo e hanno cantato – belle voci intonate – una preghiera per i morti. Ho pianto molto, l’hanno visto tutti”; ho sofferto, ma non manifestato i doverosi rimorsi dovuti ai propri cari, in queste circostanze…: “ma quel che mi ha maggiormente commossa e sorpresa, è stata la manifestazione di affetto di tanta gente anche sconosciuta. Proprio, non me l’aspettavo. E l’affettuosità e la gentilezza con me, poi… i compimenti; l’aspetto, l’eleganza… M’han riempita di condoglianze molto lusinghiere… Ho già scritto a mia sorella Tania, a mia figlia, ad Andrju_a, A Ilja”… a Teneev. Gli altri, domani, con comodo. Solo in un problema son rimasta incerta. Ma quando non si ha ancora pratica… Avrei dovuto dar lettura, oppure no, del telegramma autografo di cordoglio indirizzatomi dallo Zar? Non l’ho fatto. E, forse, avrei dovuto farlo. Pazienza. Sarà per la prossima volta… Brrr!... Ho incamerato tanto di quel freddo che, senza una bella tazza di latte bollente e miele, rischio un malanno anch’io, e faccio la sua fine. Sternuto. Fuori, neve. FINE

Dicembre 1983- Gennaio 1984

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