Tre… per treno

Stampa questo copione

Voce: San Candido di Fragore, stazione di San Candido di Fragore

TRE…PER TRENO

Commedia in due atti di Mimmo Spazioso

Copyright SIAE 2001

PERSONAGGI:

Anselmo     (45 anni circa)

Brigida      (42 anni circa)

Monique     (35 anni circa)

Maria        (30 anni circa)

Voce della stazione di San Candido di Fragore

ATTO PRIMO

Voce: San Candido di Fragore, stazione di San Candido di Fragore. Nessun treno in arrivo sul binario uno. Comunicato di servizio: squadra manovre alla linea manovre; squadra manutenzione alla linea manutenzioni;squadra messa a terra, a terra. Stazione di San Candido di Fragore, buongiorno.

Sulle ultime comunicazioni si noterà, attraverso la vetrata, lo svelto incedere da sinistra di un uomo infagottato nel suo pesante cappotto. Indossa anche un cappello a larghe tese ed una sciarpa voluminosa ed elegante. Si intende che parli, si direbbe da solo, pur non riuscendo a decifrare il suo dire sino a quando non avrà aperto l'uscio e sarà ormai entrato nell'ambiente. Ha con sé una  valigia sicuramente pesante, certamente voluminosa, che quasi stenta a sorreggere e trascinare. E' Anselmo; distinta figura di impiegato, sui quarantacinque anni, brizzolato quanto basta, nevrotico negli atteggiamenti e nelle evoluzioni verbose delle quali si compiace per intimo gaudio e che gli consentono di darsi ragione da solo. Tra un attimo si capirà anche che in stazione è giunto in compagnia della moglie, che lo seguirà a distanza.

ANS.  (aprendo la porta) Ecco, è questa la sala d'aspetto. Di qua, Brigida,            coraggio, siamo arrivati. (si accorge dell'assenza della moglie solo dopo  essere entrato a fatica con il voluminoso ingombro) Brigida! Ma dove diavolo s'è ficcata, adesso? (lascia la valigia e dirige ancora sveltamente alla porta; ci ripensa in un attimo, torna sui passi, riprende la valigia) Ah, no, ci      mancherebbe. (Compie quindi nuovamente il brevissimo tragitto, si sporge verso l'esterno, guardando a sinistra, mantenendo la valigia all'interno, saldamente afferrata per i manici) Brigida, ma che fai? Quanto ti ci vuole? Insomma! E' qui, la sala d'aspetto è qui, dove ti eri fermata? (lentamente la moglie lo raggiunge; è compressa in un cappottino da educanda, scialba nell'aspetto, insignificante nell'insieme; appare abbastanza più vecchia rispetto ai suoi quarantadue anni, è caratterizzata da una evidente miopia che la costringe ad indossare spesse lenti in una montatura dozzinale ed antiquata. La sua gestualità sarà tra l'impacciato, il rassegnato e l'insofferente. Capelli      raccolti sotto un piccolo e ridicolo cappellino di stoffa, scarpe con tacco basso, del tipo riposante e poco femminile, borsetta con manici lunghi di pelle nera in una mano stesa lungo un fianco; nell'altra mano, tenuta all'altezza del seno, quasi a voler mostrare con evidenza il motivo della sua sosta, una rivista piegata in due. Farà ingresso in sala, si guarderà  intorno con poco interesse e lascerà Anselmo proseguire nel suo  dire) E poi, scusa, io parlo con te, con chi altri      potrei parlare, e tutto ad un tratto mi accorgo non solo che non mi ascolti, ma che addirittura non ci sei neppure?  Mi fai fare la figura del perfetto idiota,      Brigida, te ne rendi conto?  La gente vede passare un uomo di una certa età, lasciamelo dire, di una certa età, che parla da solo; sa mica che fino a un momento prima stava parlando con sua moglie che chissà dove si è fermata senza avvertirlo che si fermava, cosa vuoi che pensi?  “E' un idiota”!, mi pare chiaro, “parla da solo; cosa vuoi che sia, un perfetto idiota”!

BRI. (con sufficienza) C'è nessuno, qui...

ANS. Nessuno? Cosa vuol dire “c’è nessuno”, Brigida? Sono nessuno, io?                                 Bisogna che ci sia qualcun altro, necessariamente, per passare da perfetto idiota? Non ce n'è bisogno, te lo dico io; se non c'è nessuno, me lo dico da me che sono un perfetto idiota per essermi scoperto a parlare da solo, essendomi per chissà quanto tempo illuso di continuare a parlare con mia moglie che si è fermata senza avvertirmi che si stava fermando, va bene così, Brigida?

BRI. Sì.

ANS. Cosa vuol dire quel "sì"?

BRI. Che hai ragione, Anselmo.

ANS. Fermarti perché, poi, per quale motivo, senza avvisarmi? No, un   momento, non che debba occorrere un motivo per fermarsi; ci mancherebbe che io pretendessi una motivazione per qualsiasi tuo gesto; non troverei una      spiegazione a nessuno dei tuoi gesti negli ultimi ventitré‚ anni, figuriamoci se la cerco proprio oggi, e a quest'ora del mattino, in una stazione dimenticata da      Dio e dagli uomini, che abbiamo trovato a stento dopo aver fatto la figura dei pellegrini per tre quarti  d'ora, col naso per aria in aperta campagna, il motore      in ebollizione, e senza nemmeno ricordarcene il nome.

Voce: San Candido di Fragore, stazione di San Candido di Fragore, buongiorno.

ANS. Buongiorno.

Voce: Dio c'è.

ANS. E allora?

Voce: E non si dimentica di San Candido di Fragore; stazione di San Candido   di Fragore, buongiorno.

ANS. Ma che fa, sfotte?

Voce: No, buongiorno.

ANS. Buongiorno. (a Brigida) Non c'era nessuno, eh? Ti pare nessuno? E tu ti fermi senza avvisarmi che ti stai fermando!

BRI. (mostrando la rivista) Ma no, è che...

ANS. Un giornale per il viaggio? Una rivista? Ma bastava dirlo, no? Me l'avessi detto, te l'avrei presa io. Ne vuoi altre? Non c'è problema; vuoi che vada a      comprartele?

BRI. E che...?

ANS. Ma quelle che vuoi, non c'è assolutissimamente problema; settimanali, quotidiani, enigmistica...(Brigida accenna a quella che ha tra le mani) Ti basta questa? D'accordo,  come non detto, volevo solo esserti utile. Ma siedi, cosa fai ancora in piedi? Ci sono le panche apposta; perché‚ credi che le abbiano messe, per semplice  ornamento?

BRI. Ma no, è che...

ANS. Hai ragione; starai già seduta tante ore in treno, non ci avevo pensato (Brigida, invece, siede). La necessità di anticipare questa partenza, poi, non riesco ancora a capirla. Avremmo viaggiato insieme, la prossima settimana, in macchina, comodi, con tutto il bagaglio al seguito. No! Non potevi aspettare...

BRI. E' che...

ANS. E sono già le sette e mezza. Quaranta minuti per raggiungere l'ufficio e, comunque, sarò in ritardo! Proprio oggi che ho una riunione importantissima; e  lo sapevi da tre giorni. Avresti almeno potuto rimandare a domani...O anticipare a ieri! Insomma, io devo scappare. Oh, ti raccomando, appena arrivi, ricordati di  telefonarmi. Mi chiami? Chiamami da casa di zia Franca; te ne ricordi? Mi chiami?

BRI. Sì, solo che...

ANS. ...Che ti secca chiedere di usare il telefono per una interurbana, lo so. Allora, chiama da una cabina. Ce l'hai una scheda telefonica? L'hai presa? L'hai dimenticata. Va bene, te la do io, non c'è problema...Eccola...Anzi, prendine due; sì, te ne do due. (al momento, però, non gliele consegna, continuando a sventolarle, quasi, nel procedere del discorso) Magari una potresti perderla e non trovare una rivendita per comprarne un'altra...A zia Franca non te la senti di chiedere il piacere di una telefonata; finisce che io      aspetto e tu non telefoni, io mi preoccupo e tu non telefoni, io faccio mille pensieri e tu non telefoni! Ma perché‚ non glielo chiedi, a zia Franca, di farti fare una telefonata? Facciamo così: quando arrivo in ufficio, la chiamo io e le dico di farti telefonare appena entri in casa. Che sarà mai? Ti da tanto fastidio?

BRI. No, è che...

ANS. E' tua zia, lo vuoi capire? La sorella di tua madre! E allora, cosa dovremmo dire noi di tua cugina Stefania che l'estate scorsa passava ore intere attaccata  all'apparecchio a parlare con sua madre, che sembrava non la vedesse da dieci anni!? Che cosa avessero poi da  dirsi...Mistero! Ho fatto storie per la bolletta? Non mi pare, non ho battuto ciglio; ho pagato e zitto, perché‚ così si fa quando si ospita qualcuno; si paga e "zitti"! Si fosse trattato, almeno, di questioni importanti: invece, no; così, per dire com'è il tempo, studiarsi      qualche critica su di noi...In particolare su di me. Non aveva altro a cui pensare che preoccuparsi delle mie bretelle? Porto le bretelle, e allora? Sono più comode      della cinta e non c'è rischio di dimenticarsele. Che succede, se dimentichi la cinta? Succede che ti infili in macchina di corsa, non ci badi, non ti sembra      importante...Arrivi in un bar, in ufficio, in qualunque posto e, sul più bello, ti cadono i pantaloni e fai la figura dell'idiota in mutande! Le bretelle non si      possono dimenticare: sono come la cintura di sicurezza in macchina. Avanti, sentiamo; chi adopera sempre la cintura in macchina? Risposta: solo chi porta sempre le bretelle; è regolare! Comunque, dille che ne ho comprato due paia nuove, non sono mica le stesse dell'anno scorso, così si sente più tranquilla, magari! Ad ogni modo, le schede te le do lo stesso, eccole. (Finalmente gliele porge) Conservale in due posti diversi ma a portata di mano. (Brigida, dopo averle prese, accenna a riporle in valigia) No, che fai? Dove le metti? In      valigia? Vuoi metterle in valigia? Non metterle in valigia, sennò dopo ti viene difficile cavarle. Magari,  passi davanti a una cabina telefonica e pensi: “adesso      telefono ad Anselmo...No, le schede sono in valigia; dove la poggio? Come la apro? E se mi cade la biancheria per terra? Che figura ci faccio”?  Così tiri      dritto, pensando che chiamerai da casa di tua zia...Ma una volta arrivata non te la senti di chiederle di farti usare il telefono; scendere a cercare una cabina non ti sembra ragionevole né educato, ti capisco, perché sei appena arrivata, non può esserci un valido motivo per uscire subito. No, dico, vuoi almeno salutarla come si conviene? Non vi vedete da più di due anni, che fai, le dici: “lascio un attimo la valigia e torno subito”? Non è logico, ti pare, Brigida?  Vuoi che non si preoccupi e ti chieda almeno dove accidenti vuoi andare, se sei arrivata da un attimo?  Cos'è; sotto casa sua ti aspetta  l'amante?

BRI. (ha un nervoso sussulto) Ah!

ANS. Che c'è?

BRI. Niente, è che...

ANS. E allora, mettine una in tasca e una nella borsetta; dovessi perderne una o subire uno scippo, appena scesa dal treno, perché a Milano scippano, sia chiaro, ti resta l'altra, così appena arrivi mi racconti tutto...

BRI. E che...?

ANS. Ma non lo so; tutto. Com'è andato il viaggio, se hai avuto fastidi, se le coincidenze sono state in orario, come hai trovato il tempo; le cose che si dicono dopo che si è affrontato un viaggio, insomma. Brigida, ti  chiedo troppo?

BRI. Ma che...?

ANS. Come vuoi. Facciamo come vuoi, come sempre. Se ti va, mi racconti tutto, altrimenti mi dici soltanto “sono arrivata” e riattacchi. Io so che sei arrivata e mi tranquillizzo, va bene? Perfetto, ora devo proprio andare. (guarda l'orologio) Eccolo lì; quasi le otto meno un quarto, e io odio correre in macchina. Spero      solo di ricordarmi la strada, guarda, spero solo di  ricordarla. Al bivio, a destra o a sinistra, Brigida? Non te lo ricordi. Chiederò a qualcuno, sempre che      parlino italiano, da queste parti. Un bacio. (la saluta affrettatamente) Scappo. Devi dirmi ancora qualcosa?

BRI. Che...?

ANS. Va bene, se non ti viene in mente, dev'essere poco importante.

Voce: San Candido di Fragore, stazione di San Candido di Fragore.

ANS. Ma questo parla sempre?

Voce: Ah, io?

ANS. Ma chi è?

Voce: Stazione di San Candido di Fragore.

ANS. L'abbiamo capito.

Voce: Buon giorno e buon lavoro.

ANS. Grazie tante!

Voce: Addio e buon lavoro. Fine dei comunicati di servizio.

ANS. Ciao, Brigida; vado, altrimenti ammattisco. (via al fondo per la porta della sala)

BRI. (ormai sola) E che...E che...Che rottura di palle! Non si può raccontare; non ci crederebbe nessuno. Ventitré anni di monologhi senza tirare il fiato una sola volta. Ventitré anni di flusso inarrestabile e continuato di dire, dire, dire! Un'eterna eruzione di cazzate legate l'una all'altra col solo filo logico della necessità di ascoltarsi da solo, in cerca di un motivo per non restare mai in silenzio. Il silenzio. La pace. Quando? Neanche davanti all'altare sapesti rispettare il silenzio del sacramento; parlavi anche con l'ostia in bocca. Di cosa vuoi che le facciano, le ostie? Di farina e acqua. E' pane, no? “Spezzò il pane e disse...”, sarà pane, allora! Ma no, dovevi trovare da dire anche sul gusto colloso dell'innocenza immacolata del Corpo di Cristo! Ventitré anni di totale apnea senza andare incontro nemmeno al più funambolico sospetto di un misero embolo nel sangue. Non sei un uomo, Anselmo, non sei una creatura terrestre; sei un enigma, un punto nero e interrogativo dell'universo che qualcuno dovrebbe  prendersi la briga di strizzare con due dita solo per poter dire: “non era un problema serio ma certamente, adesso, solo un fastidio in meno”. Ah! E per quanto mi riguarda, puoi tenerti le tue bretelle per tutto il tempo che vuoi. Le bretelle non servono solo per tenere su i calzoni, ma soprattutto per dare un motivo per cui i calzoni debbano essere tenuti su; nel tuo caso, non c’è mai stato un motivo. I calzoni li porta un uomo, e io non me lo ricordo nemmeno se ventitré anni fa sposai un uomo o un punto nero interrogativo. Ce l'ha attaccate      anche alle mutande, 'ste cazzo di bretelle...E non sono mai cadute neanche quelle! E sono troppo signora per aggiungere altro. Signora...(riflettendo) Troppo signora! Anche questa è un'apparenza che non mi va più di ostentare. (mostrandosi) Questo grigiore, questa miserevolezza, questa ordinarietà squallida! Altro ci vuole; e da oggi, da questo momento, tutto è perfettamente possibile. (intanto, avrà sistemato la valigia sulla panca e, una volta apertala, si      industrierà nella veloce trasformazione, estraendone tutto l'occorrente) Via questa cazzarola, intanto. (si toglierà il cappellino e lo getterà nella valigia; poi,      sciogliendosi i capelli) Aria! E via questo cilicio! (via anche il cappottino. Poi procederà spogliandosi del  maglioncino e della scura gonna di pesante tessuto,      restando per un attimo in sottoveste) Via, via, via! Ventitré anni di clausura.  “Questo non si porta, questo non va bene, devi darti un tono, sei una signora per      bene, cosa direbbe la gente...”. Cazzo mi frega della gente! Cosa dice la gente se vede una signora per bene vestita da signora per bene? “Toh, guarda quella che fa la signora per bene...Sì, vabbe’, ma poi sotto sotto...”. Sotto sotto, una signora per bene è soltanto una donna. Magari è una donna per bene, ma non c'è motivo per cui debba truccarsi da "signora per bene"! Oh! (Adesso indosserà una leggera camicetta molto colorata ed una gonna abbastanza corta e stretta) Sarò anche meno  "signora per bene", ma così mi sento molto meglio. Via anche queste ciabatte da cortile...(si toglie le scarpe con il solo aiuto dei piedi, lasciando che queste vadano  lontano da sé e ammirerà un paio di decolté‚ a tacco alto, anche queste estratte dalla valigia) Queste sono scarpe!  (Le calza) Va molto meglio, decisamente meglio! (Muove qualche passo) E vai! Ora pensiamo al resto. (getterà via gli occhiali senza curarsi di dove vadano a cadere, e comunque finiranno nei pressi della panca laterale di destra) Questi non servono più. Un po' di  luce ci vuole, solo un po' di luce. (Sempre dalla valigia estrarrà un piccolo necessaire che sistemerà sul tavolinetto; poi, inginocchiatasi, lo aprirà e ne  estrarrà un contenitore per lenti a contatto) Queste mi tolgono, senza esagerare, almeno altri dieci anni. Facciamo sette...  Sei, ma non uno di meno, e non è poco.  (nel sistemarsi la prima lente) Non brucia, non brucia, non brucia...E' solo impressione, dài...Non brucia...Madonna! (Massaggia l'occhio con forza per mitigare il fastidio iniziale) Tanto, passa subito. E' questione di un attimo. (Si impegnerà con la seconda lente) Non brucia, non brucia, non brucia...Madonna! (ora strofinerà le palpebre con i polpastrelli, quindi     tenterà di riaprire gli occhi irritati per mettere a fuoco) A vederci, almeno! Dài, dài, ci vuole un attimo a farci l'abitudine. Non sono la prima, dopotutto. (si      sforza di vedersi riflessa nello specchietto del necessaire ed approfitta per passarsi una veloce patina di rossetto sgargiante sulle labbra) Ecco fatto!  Tutto      il resto è un ricordo: solo un ricordo durato ventitré anni. Detto così, pare un'eternità: ventitré anni! No, no, no, devo sforzarmi di pensare che non sia durato tanto tempo; non sono gli anni che contano, ma il peso che riusciamo a dargli...E io giuro, stragiuro, che do a questi ultimi ventitré anni meno peso, ma molto meno peso, di quello che meritano gli ultimi cinque minuti. Certo, se avessi anticipato gli ultimi cinque minuti di ventitré anni, sarebbe stato molto meglio, ma siccome la colpa è mia, solo mia, preferisco non pensarci nemmeno      un po', altrimenti cado in depressione proprio quando sta iniziando una nuova vita di gioia e di...Di...Di godimento! L'ho detto!  Bruttura! Una signora per bene non può adoperare un vocabolo così carnale, così crudo! Certo che non può!  Se non gode, perché dovrebbe adoperarlo? Solo una donna che gode della vita può dire che prova godimento...E io la voglio godere come non ho  mai fatto in questi...Quanti anni sono? Già non me lo ricordo più. E' stato solo un brutto sogno, solo un incubo dal quale mi sono risvegliata...E ora che ho di nuovo gli occhi aperti...Ci vedo mica bene...Anzi, non vedo quasi un tubo! Mi avrà sbagliato le lenti, quella bestia. Avrei dovuto provarle quando me le ha    consegnate...O forse devo solo farci l'abitudine. (dalla comune fa ingresso Monique. Bella donna sui trentacinque anni, forse meno, elegante nel suo trench, capelli lunghi sciolti sulle spalle, slanciata, il bel viso sottile aggraziato da un lieve trucco che ne sottolinea il profilo altero e da una montatura di      occhiali sottile e preziosa.  Nell'insieme, ostenta un'aria professionale e uno stile d'immagine non comune.  Si accorgerà subito della presenza di Brigida e, dopo      aver valutato con una rapida occhiata l'ambiente nell'insieme, dirigerà con calma verso la panca di destra, nei cui pressi, prima di accomodarsi parcheggerà il suo trolley) Eh, sì, dev'essere solo una questione di abitudine. continuerà ad affaccendarsi per riordinare il bagaglio, osservando compiaciuta i vari capi di  abbigliamento in esso contenuti)

MON. Buongiorno.

BRI. (accortasi della nuova arrivata, tenta di aguzzare la vista per metterla a fuoco, senza successo, e comunque  ricambia il saluto) Buongiorno, buongiorno.

Voce: San Candido di Fragore. Stazione di San Candido di Fragore. Buongiorno. Si avvertono i passeggeri che.

MON. (dopo avere atteso, con una certa curiosità, il prosieguo del messaggio) ..Che?

BRI. Scusi?

MON. Che ha detto?

BRI. Non ho fiatato, giuro.

MON. Dicevo: il comunicato.

BRI. Quale comunicato?

MON. La voce. Buongiorno...E poi?

BRI. E poi, basta; che altro? Ma non era un comunicato; ho solo ricambiato il suo saluto.

MON. Ha ricambiato il mio saluto?

BRI. Ha detto “buongiorno”, entrando, mi pare. Ho risposto “buongiorno”; ci vedo mica qualcosa di strano.

MON. E il campanello?

BRI. Campanello? Ah, andiamo bene davvero.

MON. Ma non ha sentito niente?

BRI. Ho sentito “buongiorno”.

MON. Ecco. E poi?

BRI. E poi ho risposto.

MON. E non ha sentito nient'altro?

BRI. (fissandola per un attimo) Oh, sì...Dopo ho sentito “che”? Io ho detto  “scusi”?, quindi lei ha detto “che ha detto”?, e io ho risposto “non ho fiatato, lo giuro”.

MON. Ma no; intendevo il comunicato, l'annuncio.

BRI. Quale annuncio?

MON. Insomma, non ha sentito. (quasi tra sé) Spero che lo ripeterà.

BRI. D'accordo; buongiorno.

MON. Prego?

BRI. Buongiorno. Mi ha chiesto di ripetere e ho ripetuto. Ma non era un annuncio, solo un saluto di cortesia per rispondere al suo buongiorno che ha detto quando è entrata qui dentro. Ricorda, sì? Perché, quando è entrata...

MON. Va bene, va bene, fa niente, mi scusi. Va tutto bene, non si preoccupi.

BRI. Non devo preoccuparmi?

MON. Perché, ne ha qualche motivo?

BRI. Non lo so ancora. Certo, non ci vedo chiaro e tranquilla non sono.

MON. (notando gli occhiali nei pressi della sua panca) Questi sono suoi?

BRI. (strizzando gli occhi) Cosa?

MON. (convinta) Sì, sono suoi. Perché non li mette su?

BRI. "Su" cosa?

MON. Sul naso; dove vuole metterli? Se non ci vede, perché non li porta, gli occhiali?

BRI. Non ne ho bisogno.

MON. Ah, no, eh? Allora non sono suoi, deve averli persi qualcuno.

BRI. Comunque, me li dia un attimo, giusto per capirci qualcosa.

MON. Ma se non sono suoi...

BRI. Dia, dia, faccia il piacere...

MON. Prego...

BRI. (dopo averli inforcati) Bestia, non ci vedo!

MON. Se non sono suoi, come pretende di vederci? Crede che le lenti siano universali? Ognuno ha i suoi occhi, e per ogni occhio occorre una lente di gradazione diversa a seconda del deficit.

BRI. Ha studiato molto per arrivare a queste conclusioni? No, guardi, ho una voglia di sentire affermazioni scontate che non le dico. Lo so bene che le lenti non sono tutte uguali, con chi crede di parlare? Solo che prima ci vedevo, questo è il problema; adesso, no. (le restituisce gli occhiali)

MON. Probabilmente perché ha bisogno di lenti giuste.

BRI. Ce l'ho, miseria ladra, le lenti giuste. O almeno, le ho pagate per "giuste", e quella bestia me l'ha sbagliate. Potessi tornare indietro...No: indietro non si torna! (a Monique) Ho le lenti a contatto. Niente di serio, naturalmente, giusto una correzione per vedere con più chiarezza...

MON. Perché non le mette, allora?

BRI. Le ho messe, le ho messe: è per questo che non capisco; invece di vederci meglio, vedo sfocato. Devono essere sbagliate o sporche.

MON. Lenti a contatto sporche? Ma dove le tiene, di solito?

BRI. Nei loro contenitori, mi pare logico, dove sennò?

MON. Dovrei pensarci anch'io. Non che mi lamenti dei miei occhiali, ma sarei curiosa di vedere come sto senza. Ho qualche amica che le adopera da anni. Lei le porta da molto?

BRI. Beh, no, da poco...Prima non ne avevo bisogno.

MON. Non portava lenti?

BRI. Non queste.

MON. Ha avuto un peggioramento improvviso?

BRI. Ho detto che si tratta di una cosa lieve, cosa c'entra il peggioramento?

MON. Beh, io porto gli occhiali da quando ebbi un forte esaurimento nervoso, tre anni fa. Prima ci vedevo benissimo; poi cominciai ad avere qualche problema e dovetti convincermi che non potevo farne a meno. Lei ha sofferto di esaurimento?

BRI. Non me ne sono mai accorta...O, forse, sì...Ma, se si è trattato di esaurimento, è stato molto lento, lentissimo. Sa, di quegli esaurimenti che, se      esaurimenti sono, durano un'eternità.

MON. Per esempio?

BRI. Per esempio ventitré anni, o giù di lì; settimana più, settimana meno.

MON. Addirittura?

BRI. Gi…. Ma è storia passata, ormai. Quasi quasi le tolgo e vedrò molto meglio. Mi farebbe una cortesia?

MON. Se posso...

BRI. Ecco, tenga questo. (le porge l'astuccio per lenti) Non le secca, vero?

MON. Ci mancherebbe. Dia pure. (lo prende)

BRI. Oh, bene. Adesso...(con due dita tiene aperto l'occhio destro e tenta di cavarsi la lente, con poca perizia, riuscendo solo a procurarsi una leggera ma fastidiosa  sofferenza) Porca la miseria, se brucia...

MON. Ma non così, cosa fa?

BRI. Tento di toglierla...Ma non riesco a prenderla...

MON. Lasci fare a me, ci penso io.

BRI. Vuole mettere le sue dita nel mio occhio?

MON. Non voglio metterle le dita nell'occhio; solo aiutarla a rimettere la lente nel suo contenitore. Tenga. (le porge l'astuccio)

BRI. Ehi, calma, un momento. Sa come si fa?

MON. L'ho visto fare alle mie amiche più di una volta.

BRI. Anch'io ho visto fare un sacco di iniezioni a mio ma...Ad una mia amica, ma non mi sono mai sentita capace di fargliene io...

MON. E' un'altra cosa. Si sieda un attimo, e si fidi.

BRI. Va bene, ma faccia attenzione, per favore, molta attenzione.

MON. Certo, sarò attentissima. Se grida, mi fermo.

BRI. Guardi che deve togliermi una lente, non un dente.

MON. Ma sì, stia tranquilla, ci metto meno che a dirlo. Comunque, gridi pure.

BRI. (lancia uno strillo) Ahhh!

MON. Cosa fa?

BRI. Grido.

MON. Ma perché?

BRI. Per vedere se si ferma davvero. Lo faccio sempre, dal mio dentista.

MON. Ma se non ho nemmeno cominciato...?

BRI. Meglio controllare i riflessi. Poi, magari, non si ferma e mi cava un occhio.

MON. Si tranquillizzi, non glielo cavo.

BRI. Brava; dice bene, lei! Dovrei restare tranquilla con due dita estranee che mi vanno a spasso per l'occhio destro.

MON. Ecco fatto. Dove la metto?

BRI. L'ha tolta davvero?

MON. Certo, eccola. Dove la metto?

BRI. (porgendole l'astuccio) Ma qui dentro, no?

MON. Sì, va bene, ma nel contenitore di destra o in quello di sinistra?

BRI. Se era nell'occhio destro, andrà in quello di destra, credo.

MON. Quindi, ne è sicura?

BRI. Beh, dev'essere così, no?

MON. Sì, dovrebbe. E allora, prima di essere nel suo occhio destro, era nel contenitore di destra, vero?

BRI. E allora?

MON. Allora, niente. Mi chiedevo solo se ha preso la lente dal contenitore di destra, prima di metterla nel suo occhio destro, tutto qui.

BRI. Andiamo con ordine: le lenti le ho ritirate dall'ottico ieri pomeriggio...

MON. Non credo sia molto importante...Ma quando le ha messe negli occhi? O meglio, quando ha messo "questa" lente nell'occhio destro?

BRI. Un attimo prima che lei cominciasse a parlare di campanelli.

MON. Capisco. E l'ha messa a "occhio nudo"?

BRI. Ma che domanda è?

MON. Una come tante, ma in questo caso servirebbe solo per capire se ha letto sul tappo del contenitore se stesse per mettersi nell'occhio destro la lente di destra o quella di sinistra.

BRI. Perché dovrei mettere la lente dell'occhio sinistro nell'occhio destro?

MON. Questo, io non lo so. Una risposta potrebbe essere: perché non ha letto sul tappo del contenitore che apriva per primo se sopra ci fosse scritto "destra" o "sinistra".

BRI. C'è scritto?

MON. Sicuro che c'è scritto.

BRI. Faccia vedere.

MON. Sì. E con quale occhio vuole leggerlo, con quello nudo di destra o con  quello sinistro in cui, mi pare di capire, c'è la lente dell'occhio destro?

BRI. Ma lo sa che mi sta montando proprio un bel principio di casino?

MON. Io? Non è come crede. Mi ascolti; secondo me, sarà sufficiente invertire le lenti e tutto sarà più chiaro. Anche la sua vista. Provi. (le porge l'astuccio)

BRI. Voglio crederle. Su quale dei due c'è scritto "sinistra"?

MON. Su quello che dovrebbe contenere la lente sinistra.

BRI. Meraviglioso! Se me lo indica, mi fa un piacere.

MON. (indicandoglielo con un dito) Questo. Lo vede?

BRI. Questo. Da questa parte dell'astuccio, insomma.

MON. Esattamente.

BRI. Sul tappo, c'è scritto "sinistra".

MON. C'è una "elle" a rilievo.

BRI. E allora?

MON. Sull'altro tappo c'è una "erre".

BRI. Non c'è scritto "destra"?

MON. Appunto..."erre" vuol dire destra, "elle" significa sinistra.

BRI. Quindi, non c'è scritto né‚ destra né‚ sinistra.

MON. Certo che c'è scritto; in inglese, ma c'è.

BRI. Inglese?

MON. Sicuro, inglese, proprio così; "elle" per sinistra, "erre" per destra.

BRI. Ma perché scrivono in inglese sui tappi dei contenitori  per lenti italiane?

MON. Siamo in Europa, no?

BRI. Saremo anche in Europa, ma le lenti le ho comprate da un ottico italiano, parlando in italiano, e quando l'ho pagato non mi ha detto “thank you” ma “grazie, signora, torni a trovarci”. Che bisogno aveva di mettere le lenti in contenitori inglesi? Almeno, poteva avvertirmi. Se mi avesse detto “thank you”, mi sarei insospettita.

MON. Ha perfettamente ragione. Io credo che gli ottici italiani tentino di sfoggiare una cultura da poliglotti per darsi un tono di maggiore professionalità.

BRI. Dev'essere così. Tanto, da quello non ci torno più. Quindi, dovrei provare ad invertirle e, se lei ha ragione, dovrei vederci meglio.

MON. E' una speranza; comunque, glielo auguro di cuore.

BRI. Grazie. Mi toglierebbe anche quella di sinistra? O meglio, quella di destra che teoricamente dovrebbe essere nell'occhio sinistro...Insomma, ci siamo capite, no?

MON. Ma sì, ma sì. Apra. Guardi in su...Così, brava...Ecco. Magari, già che ci sono, gliela metto nel destro; dovrebbe funzionare.

BRI. Io sono certa che continuerò a vederci poco...Comunque...

MON. Se non prova, non può esserne sicura. Voilà! A me sembra proprio che sia così. Calza a pennello sulla pupilla.

BRI. Calza?

MON. E' un modo di dire. Come va?

BRI. (guardandola) Direi che ci vedo. A meno che non sia diversa da come la vedo io. (chiudendo l'occhio destro) Da qui, invece, la vedo meno...Ma potrebbe essere che lei sia come la vedo da quest'occhio e non come mi sembra se la guardo con l'altro...

MON. Cioè, come mi vede?

BRI. Molto confusa.

MON. Oh, beh, ascolti; se non fossi confusa, non sarei certo qui, ma credo che questo abbia poco a che fare con il suo occhio sinistro. Metta anche l'altra lente, dia retta; se mi vedrà ancora confusa, dovrà rassegnarsi a tornare dal suo ottico inglese o a cercarne uno migliore.

BRI. (nell'operazione di sistemarsi la lente sinistra) Lo sa che mi ha proprio convinto? E voglio che sappia una cosa; è molto difficile che io stia a sentire      un'estranea, ed è addirittura impossibile che mi fidi di una sconosciuta al punto da lasciarle tuffare le dita nel mio occhio destro. Ce l'ho fatta!

MON. A volte, bisogna bere o affogare.

BRI. Ma no...Miseria, se brucia...(concludendo, sbatte le palpebre) Volevo dire che mi ha ispirato fiducia con la sua sicurezza, e non mi capita spesso di fidarmi degli estranei. Mio Dio!

MON. Cosa c'è?

BRI. Ci vedo!

MON. Ne sono contenta...Ma, se per tutto c'Š una spiegazione, ora ha la certezza che aveva solo sbagliato a leggere sui tappi dei contenitori.

BRI. Poco male. Quando una disavventura finisce, non si può fare a meno di trovare i lati positivi di quanto ci è accaduto, vero?

MON. Sì, probabilmente è così.

BRI. E' sicuramente così. E' già cambiato tutto...

MON. Se ci vede...

BRI. Ma no: mi fosse accaduto mezz'ora fa, di scambiare le lenti, sarei andata incontro ad una tragedia familiare; è bastato incontrare una persona ottimista e razionale per dare una svolta positiva a quella che sembrava una situazione senza rimedio; non è poco, mi creda.

MON. No, no, si sbaglia. Innanzitutto, io non sono affatto ottimista; in quanto alla razionalità, poi, anche sotto questo aspetto mi ritengo molto carente. Mai fidarsi delle apparenze. Le sembro razionale?

BRI. Beh, sì.

MON. Ecco! E non lo sono.

BRI. Ma sarebbe irrazionale se dicesse di essere razionale sapendo di non esserlo; e questa è pura razionalità, mi creda. Lei ha la testa a posto.

MON. Grazie.

BRI. E sono contenta di averla incontrata. E' un segno del destino, questo.

MON. Non le sembra di esagerare?

BRI. No. Bisogna saper leggere i segnali che il destino ci manda. Avessi   incontrato una persona diversa, sarei piombata in uno stato di confusione; con lei, invece, tutto è andato a posto in quattro e quattr'otto. Sa cosa vuol dire questo?

MON. Che aveva sbagliato a mettere le lenti a contatto.

BRI. Quella era solo un'apparenza. Il fatto importante è che sta cambiando davvero.

MON. Sta cambiando cosa?

BRI. La vita. La mia vita. Da quando sono entrata in questa stazione, da quando ho incontrato lei, da quando ho messo le lenti a contatto, da quando...Come si chiama, scusi?

MON. Monique.

BRI. Perfetto, Monique, da quando...

MON. Da sempre.

BRI. No, da questa mattina!

MON. Sono trentacinque anni che mi chiamo Monique.

BRI. Intendevo la mia vita. Non importa. Si chiama Monique?

MON. Proprio.

BRI. Francese?

MON. No.

BRI. Quindi, Monica.

MON. Monica?

BRI. Se non è francese, si chiamerà Monica.

MON. No, proprio Monique.

BRI. Come mai?

MON. Un capriccio di mio padre. Mia madre voleva che mi chiamassi Serena.

BRI. Bello...

MON. Sì. Sarebbe piaciuto anche a me. Serena è un nome che mi ha sempre ispirato un senso di tranquillità, di leggerezza. Vuole sapere una cosa? Mia madre era davvero convinta che mi chiamassi Serena; invece fu mio padre, al momento della denuncia all'anagrafe, a cambiare le carte in tavola. E ne vuole di più? Mia madre lo scoprì solo il giorno del battesimo, quando il sacerdote chiese che nome intendessero mettermi.

BRI. No...!

MON. Oh, sì! lei rispose "Serena" e lui "Monique". Ci fu un lungo momento di imbarazzo generale; poi, mia madre pensò che sarebbe stato meglio rimandare i chiarimenti ad un secondo momento e in altro luogo, e accettò la situazione. Ogni tanto, mia zia Lucille mi racconta di quei momenti e si scompiscia dalle risate.

BRI. Lucille?

MON. Sì, sorella di mio padre.

BRI. Francese?

MON. No, in realtà si chiama Robinia, ma tutti la chiamano Lucille da sempre.

BRI. Perché? Robinia è un bel nome.

MON. Non so dirle. L'ho conosciuta che già la chiamavano Lucille.

BRI. E si scompiscia dalle risate?

MON. Ma sì. Dico: se lo immagina il prete che domanda “che nome intendete dare a questa bambina”, e si sente rispondere in due modi diversi? Sa cos'è? Mio padre, qualche anno prima di sposare mia madre, aveva avuto una      lunga relazione con una modella...

BRI. ...Che si chiamava Monique!

MON. No, no; si chiamava Maria Teresa, la modella. Era di Viterbo. Però, aveva un'amica di passerella che si chiamava Monique, e mio padre si era invaghito di lei. Certo, sarebbe andata peggio se mi avesse chiamata Maria      Teresa, non crede?

BRI. Credo che gli uomini siano dei gran bastardi; questo credo! Le sembra bello trasferire i ricordi degli innamoramenti giovanili nella famiglia? Posso immaginare  che dispiacere abbia provato sua madre. Dev'essersi sentita più che tradita, ne sono sicura. E l'avesse tradita con un'altra donna, lo capirei, può succedere...Ma addirittura con un ricordo...E' offensivo e vile; anzi, spregevole!

MON. Beh, insomma, è pur sempre mio padre.

BRI. Non se lo difenda, guardi, non se lo difenda. Al posto di sua madre, io l'avrei lasciato, l'avrei piantato lì, davanti alla fonte battesimale. Vuoi chiamarla Monique? E chiamala Monique come quella troietta di Viterbo, fa' come ti pare. Così gli avrei detto, e lo avrei piantato!

MON. Maria Teresa era di Viterbo, non Monique. Monique era parigina. E comunque, lo piantò un mese dopo.

BRI. Monique?

MON. No, mia madre. Piantò mio padre un mese dopo.

BRI. Così si fa! Quello che avrei fatto anch'io...Ma un mese prima!

MON. Fuggì in Francia con mio zio. E mio padre mi portò in giro per l'Italia alla ricerca di Maria Teresa, che nel frattempo aveva lasciato Viterbo per sempre. Che storia,  zia Lucille ancora ne ride.

BRI. Anche di questo, ride?

MON. Sicuro, perché mia madre se ne andò a Parigi con suo marito, zio Pierre.

BRI. Francese.

MON. Ascoli Piceno; si faceva chiamare Pierre per fare pendant con Lucille; a Parigi si fa chiamare Pietrangelo perché di Pierre ce n'è troppi e lui ama distinguersi.

BRI. E sua zia Lucille ride anche di questo?

MON. E cosa vuole farci? Meglio ridere che sconsolarsi. E poi, non tutti i mali vengono per nuocere...Perché se lo zio Pierre non fosse scappato con mia madre, zia Lucile non avrebbe mai conosciuto Jean Luc, e io non avrei una splendida cugina, Henriette, né due meravigliosi pro-cugini; Marcel e Louiselle, figli di Henriette e Gaston.

BRI. Gaston?

MON. Henriette ha sposato Gaston. Marcel e Louiselle sono i loro piccoli. Sono adorabili; sembrano francesini, col naso all'insù, gli occhi azzurri e i capelli

     biondissimi.

BRI. Ma non sono francesi nemmeno per parte di padre, mi sembra di capire.

MON. No, no, Gaston è di Santa Maria Capua Vetere, italiano e      meridionalissimo.

BRI. Accidenti!

MON. Non è mica una gran brutta cosa essere meridionali.

BRI. Certo che no. Dicevo: accidenti; tutto questo casino per una che si chiamava Monique!

MON. Cosa c'entra Monique?

BRI. Beh, mi sembra evidente che tutto questo francesismo sarebbe stato evitato se suo padre si fosse innamorato di una collega di Maria Teresa che si chiamava Carlotta, non è d'accordo?

MON. Non so che dirle...Non mi pare...Carlotta, dice?

BRI. E' così. E' adesso?

MON. Oh; adesso, mia madre è a Parigi da più di trent'anni, e quando mi scrive o mi telefona comincia sempre con “adorata Monique...”, e mio padre ha sposato Maria  Teresa che, nel frattempo è andato a ripescare a Desenzano sul Garda, dove aveva aperto un pub. Poi,  però, sono tornati a Viterbo. Lui non può chiamarmi  Monique, altrimenti Maria Teresa si incazza da morire...E quando ci sentiamo, o ci vediamo, mi chiama  Serena.

BRI. E Monique?

MON. L'altra?

BRI. Quella originale, certo.

MON. Non ne ho mai saputo niente...Ma non mi importa molto di lei.

BRI. E perché, no? Il suo destino è stato segnato da una persona che non ha mai visto e che, magari, non è  nemmeno a conoscenza del fatto che lei esista.

MON. Non credo che la questione la interesserebbe. Probabilmente non ha mai nemmeno saputo che mio padre si fosse innamorato di lei. E' stata una meteora. No, non credo davvero che la interesserebbe. Lei, invece?

BRI. Ah, io credo di sì.

MON. No, scusi; lei, invece, come si chiama?

BRI. Ah; il mio nome! Bri...Brigitte, sì, Brigitte.

MON. Davvero?

BRI. Giuro.

MON. Genitori francesi?

BRI. Mia nonna! Nobile, eh? Sa, di quelle signore arzille, quelle adorabili vecchine col pallino dei nomi di famiglia...Insomma, Brigitte. Certo, non mi sarebbe dispiaciuto chiamarmi Serena; mi piace molto Serena...Ma se penso al casino che ne sarebbe nato...Mi hanno chiamato Brigitte, va bene lo stesso.

MON. E' un bel nome.

BRI. Mh! Così. Non mi lamento. Certo, la versione italiana è meno carezzevole...Ma per fortuna la nonna era francese, quindi "Brigitte"!

MON. Pensi le stranezze della vita.

BRI. Le stranezze?

MON. Ma sì; le combinazioni, i casi della vita. Due persone con nomi francesi, e nessun legame con Parigi, che si  incontrano in una splendida mattina d'inverno in una sala d'aspetto. Bonjour, madame...Sono le uniche parole di francese che conosco, a parte qualche nome come Marcel, Lucille, Jean Luc, Louiselle, Gaston e Pierre. Forse ne conosco altri, ma al momento non mi sovvengono.

BRI. Io, da piccola, lo parlavo bene il francese. Sa, la nonna...Ci teneva tanto...Poi, poco per volta, ho dimenticato. Ma sono sicura che una decina di giorni a Parigi mi farebbero tornare tutto in mente...Il contatto con la gente, la necessità di esprimersi...E comunque, un legame con la Francia lo abbiamo: io avevo mia nonna e lei sua madre.

MON. Mia madre non è francese.

BRI. D'accordo; ma vive a Parigi e la chiama Monique.

MON. Sì, un paio di combinazioni.

BRI. Sono le combinazioni che danno il senso giusto alla vita, la correggono, se posso dire. Se lei nascesse adesso, lo sa come la chiamerebbe sua madre? Monique, la chiamerebbe...E probabilmente vivrebbe ancora con suo padre, perché non troverebbe niente di male nel fatto di avere una figlia francese che si chiama Monique, e sua  zia Lucille sarebbe ancora felice con suo zio Pierre. Un      cerchio che si chiude perfettamente e con una logica  senza alcuna arricciatura. Io penso che la vita stessa sia una sequenza di cerchi che si chiudono. E, a Parigi,  io ci andrò! Accidenti, se ci andrò! E non solo a  Parigi, Monique, non soltanto a Parigi! Andrò a Londra, a Madrid, a New York, a Puerto Escondido, che non so dove sia, ma dev'essere un posto musicale e piacevolissimo; un posto di superlativo, inimmaginabile, sfrenato godimento!

MON. Godimento?

BRI. Godimento, sì, godimento! Trova che sia un vocabolo disdicevole?

MON. No...

BRI. Meglio così! Voglio viaggiare, conoscere, divertirmi e godere...Osare tutto quello che non ho mai osato.

MON. Ha tutto questo tempo?

BRI. Che vuol dire? Crede che non abbia l'età per farlo? Avrei, forse, l'età per qualcosa d'altro?

MON. Non dicevo questo...

BRI. Quanti anni crede che abbia?

MON. Così, su due piedi...

BRI. Avanti, lo dica.

MON. Direi...

BRI. E sbaglierebbe. Molti in meno. Vuole sapere quanti anni ho? Diciannove  ne ho!

MON. Beh, diciannove, poi...

BRI. Sì, sì, diciannove! Riparto da dove mi ero fermata. Gli ultimi ventitré anni  non contano.

MON. Ah, ecco...

BRI. Cancellati, dimenticati, mai trascorsi. La verità è che non li ho vissuti io, capisce? Non li ha vissuti  Brigitte ma un'altra donna...Tutt'altro tipo di donna.

MON. Il lungo esaurimento di cui parlava...

BRI. Oh, sì! Un esaurimento, una malattia; di questo si è trattato. Ma sono guarita. 'Stamattina. Qui. Anche una malattia è un cerchio destinato a chiudersi; il mio si è chiuso, quindi non devo pensarci più. Posso e devo      ricominciare dallo stesso momento in cui mi ammalai: avevo giusto diciannove anni...Come adesso. Dico, ci  vede qualche arricciatura in questa logica?

MON. Mh...Solo qualche pence...Ma va bene lo stesso.

BRI. Brava! Così mi piace. Lo vede che ci intendiamo? Avevo ragione, allora?

MON. Di che?

BRI. Quando le dicevo che questo incontro è un segno del  destino.

MON. Ah!

BRI. Pensi a quante cose in comune abbiamo già scoperto di avere. Lo ha detto anche lei...Le stranezze, i casi della vita...E chissà quante ancora ne scopriremo.

MON. E dove va?

BRI. Milano. Sì, Milano.

MON. Anch'io vado a Milano.

BRI. Ma è stupendo! Faremo il viaggio insieme. Ne abbiamo di tempo per conoscerci meglio.

MON. Vive a Milano?

BRI. Milano è un punto di partenza, l'inizio di quello che sarà.

MON. Quindi, non vive a Milano.

BRI. Ci vivrò. Per viverci, bisogna prima andarci. E io ci sto andando. E avrò una casa meravigliosa, piena di luce e di fiori, con le pareti delle stanze tappezzate di  raso celeste e la cucina bianca come la neve e sempre     profumata di magnolia e vaniglia, le tende a balze ricamate e, dal balcone della camera da letto, si vedrà la Madonnina nel suo eterno saluto alla laboriosità dei      milanesi.

MON. Se l'è studiata bene, eh? Le è costata molto?

BRI. Cosa?

MON. Questa casa, dico, deve esserle costata un bel po'. Posizione centralissima, esposizione a nord e vista  sulla Madonna, non è certo una casa qualunque.

BRI. Non ce l'ho ancora. Per i primi tempi, vivremo in albergo, un grande albergo, è già tutto organizzato e, nel frattempo, metteremo a posto la casa, è semplice.

MON. Ah, capisco: vi siete trasferiti da poco.

BRI. Trasferiti, chi?

MON. Lei e suo marito...?

BRI. Mio marito? Ah, non mi faccia ridere. Mio marito? Ce lo vede, lei, mio "marito" a Milano? Si perderebbe al primo incrocio. (ci pensa un attimo) Se lo avessi, un marito. Io le ho detto di avere un marito? Non mi pare di aver    parlato di un marito, e tanto meno del mio.

MON. No, infatti non me ne ha parlato...Mi era sembrato, dal suo modo di dire, che in questa casa di bambole dovesse esserci un'altra persona insieme a lei, e allora...

BRI. E ci sarà; sì, ci sarà. E sarà anche mio marito, un giorno. E' ancora presto, ma ci penseremo.

MON. Presto? Io non aspetterei molto a decidere.

BRI. Dice per l'età? Non c'è età per l'amore, quando si ama davvero...Ma, forse, ha ragione; ci sposeremo prestissimo, appena il tempo di sistemare il necessario.      Un po' di tempo ci vuole...Sa, dopo ventitré anni...

MON. La malattia, eh?

BRI. Malattia...?

MON. Non so...Ne parlava prima...

BRI. Della malattia...Sì, una lunga malattia...Ma è finita. Lo sa che mi sta proprio simpatica?

MON. Grazie.

BRI. Voglio dirle la verità: ero sposata; lo sono stata. Ma  non è stata una bella storia; anzi, è stata una lunga  sofferenza.

MON. Ha sofferto?

BRI. Tantissimo. Ho sopportato solo perché sono molto religiosa, e sono rimasta fedele alla promessa fatta quel giorno, nonostante fossi troppo giovane, se      vogliamo, per imbarcarmi in una promessa di cui poi mi sono pentita più che amaramente...”Nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia...”! Ma vuoi dirmi prima di che accidenti di malattia si tratta? Quando sei sull'altare, il massimo del malanno che riesci a considerare è un raffreddore fuori stagione, un'ulceretta da curare col Malox, una parziale forma di    psoriasi; mica stai a pensare ai casini che quello già si porta dietro! Gli "verrà" una malattia; non ce l'avrà  già addosso dalla nascita, bastarda di una miseria       ladra! Me ne fossi accorta prima, non lo avrei certo sposato, oppure avrei cancellato dal patto "nella cattiva sorte" e "...nella malattia"!

MON. Era malato da allora?

BRI. Fino al midollo!

MON. Che tristezza!

BRI. A me, lo dice?! Comunque, dopo tanta sofferenza, è finita. Ventitré anni di sofferenza. Dài e dài; una, alla fine, non ce la fa più!

MON. Vedova...

BRI. Vedova? Non mi piace questa parola. La vedovanza è sinonimo di lutto e di dolore. Le sembro a lutto, io?

MON. No, non direi.

BRI. E non sono nemmeno addolorata, ci mancherebbe. Non più!

MON. Perché, dopo, ha conosciuto quest'altro uomo, vero?

BRI. Perché, nel frattempo, ho conosciuto quest'uomo meraviglioso che mi ha fatto decidere che non era giusto continuare così, nella rassegnazione e nella      disperazione.

MON. Ha fatto bene ad ascoltarlo. Bisogna reagire, trovare il coraggio e la forza d'animo che sono in ognuna di noi, e convincersi che bisogna andare avanti, costi quel che costi, che non è finita!

BRI. E' finita, finitissima!

MON. Ma no: lo ha detto anche lei; se ha questa nuova speranza di felicità, vuol dire proprio che non è finita per niente. Io penso che quando si è al centro della      tristezza, bisogna guardarsi intorno con attenzione e, come per magia, se si hanno le lenti giuste, si vede l'ancora di salvezza a cui aggrapparsi per uscire dalla disperazione in cui si era cadute. E lei ci si è aggrappata con forza...

BRI. A cosa?

MON. A quest'ancora; quest'uomo che ha saputo risvegliarla e le ha permesso di dare un nuovo senso alla vita.

BRI. Ah, sì...Ma non mi ci sono aggrappata...O meglio; non subito...Dopo, sì; ed è stato meraviglioso, non so se m'intende...Ma in un primo momento, in quella situazione di continuo stordimento, non capivo bene cosa volesse: mi telefonava solo per chiedermi come stavo, se fossi felice...

MON. E lei, che faceva?

BRI. Riattaccavo, mi pare logico. Non sapevo dargli un volto, non sapevo chi fosse e, soprattutto, "come" fosse...Quando uscivo, mi pareva che mi seguisse...Mi sentivo un'ombra accanto senza che riuscissi a vederlo...Mi      faceva trovare bigliettini intriganti nella cassetta delle lettere...

MON. Più chiaro di così? E lei non capiva cosa volesse? Un corteggiamento d'altri tempi, romantico, sentimentale...E lei non lo capiva?

BRI. Beh, i bigliettini non erano proprio "romantici"...Ho detto "intriganti", curiosi...Con certi disegni...

MON. Disegni? Un innamorato artista? Un appassionato di pittura? Deve avere un animo gentile, no?

BRI. Non si trattava proprio di "pittura", né di qualcosa di squisitamente artistico...Diciamo che in quei biglietti intendeva raffigurare in maniera cruda, direi naif, le forme di desiderio che nutriva nei miei confronti, in maniera quasi essenziale...Pittoresca, sì, ma essenziale.

MON. Essenziale...

BRI. Molto! Ma non importa...Un bel giorno, senza sapere che fosse lui, me lo ritrovo sul pianerottolo di casa...

MON. E come l'ha riconosciuto?

BRI. Ci siamo chiariti dopo. Ero sul punto di chiudere la porta per andare a messa; sa, faccio un salto in chiesa quasi tutte le mattine, è un'abitudine...

MON. Ci vado spesso anch'io.

BRI. Un'altra cosa in comune. Ma quella mattina non ci andai. Come dicevo, volevo chiudere la porta a chiave...Ma avvertii come una sensazione di disagio, di imbarazzo, come se sul pianerottolo non fossi affatto sola...

MON. Ma se ha appena detto che c'era lui...

BRI. Io non lo sapevo ancora. Mi dia il tempo; non anticipi.

MON. Scusi.

BRI. Mi volto e me lo ritrovo lì, davanti a me, con il suo sorriso da simpatico mascalzone, le labbra turgide e carnose, aperte sui denti candidi come perle coltivate del Borneo e lucidate con antiossidante all'euclorina e ammoniaca; il ciuffo biondo scuro, morbido e ondeggiante, lucido di riflessi da balsamo odoroso di spezie orientali, gli occhi profondi e scuri, penetranti e accesi come braci in attività vulcanica...

MON. E che sarà...!

BRI. ...La barba dai riflessi rossastri, appena appena  accennata, un sottile velo di maschio vigore sulle guance e sul mento che esalta con sfrontatezza il      ragionato disordine dell'uomo sicuro del fascino di cui è consapevole, come un Mickey Rourke in "nove settimane e mezzo", non so se ha presente...

MON. Ehhh! (per farle intendere come abbia bene recepito)

BRI. ...Le spalle larghe da indossatore, o sportivo d'alta classe, ben disegnate dalla carezza della lana pettinata della giacca cammello d'atelier, la cravatta di seta a tinta unita blu con un solo, vezzoso elefantino giallo ocra proprio sotto il nodo largo e volutamente fuori posto, per far risaltare l'ultimo bottone slacciato      della camicia azzurro pervinca, dal cui colletto svetta, impertinente, un serico sbuffo di virili peli neri...Sia  sincera; cosa avrebbe pensato al mio posto?

MON. Mh...Sincera, "sincera"?

BRI. Ma certo; cosa avrebbe pensato?

MON. Guarda questo coglione con i capelli ossigenati e la  barba tinta che non ha niente di meglio da fare che  sghignazzare sul pianerottolo di casa mia.

BRI. Ossigenato?

MON. Se lo sbuffo di peli virili dal colletto della camicia è nero e il ciuffo è biondo, non c'è altra spiegazione. E se non è ossigenato, ha una protesi di moquette sul petto.

BRI. Non era ossigenato; solo un tipo straordinariamente fuori dal comune.

MON. Su questo non c'è dubbio.

BRI. E poi, così slanciato, piantato come una quercia secolare e nodosa su due gambe muscolose e possenti; due cosce tornite e vibranti, i polpacci scolpiti come eleganti capitelli di marmo...Adesso, andiamo, cosa avrebbe pensato?

MON. Sempre "sincera"?

BRI. Ma sì: dica.

MON. Beh...Guarda questo coglione ossigenato, in giacca, cravatta e pantaloncini corti, che sghignazza sul pianerottolo di casa mia.

BRI. Non aveva i pantaloncini corti. Il fatto dei capitelli  l'ho capito dopo.

MON. Ah, ecco!

BRI. Aveva degli elegantissimi calzoni blu, con una piega dritta come una lama...ed un prezioso paio di scarpe...

MON. Bordeaux.

BRI. Come fa a saperlo?

MON. Se le avesse avute nere, mi sarebbe scaduto ancora di più.

BRI. No, non erano nere. E non è finita, Monique...(riflettendo sulla confidenza in cui si è sbilanciata verso l'interlocutrice) Possiamo darci del tu? Ti     dispiace?

MON. Affatto. Stavo per proportelo io.

BRI. Perfetto! E non è finita...Non ho fatto ancora in tempo a lanciargli un'occhiata nell'insieme...

MON. Ah, no? Mi pareva che l'avessi invitato sul pianerottolo per fargli un ritratto.

BRI. Non scherzare, dài. Tutto in un attimo; il tempo di voltare la testa verso di lui, incrociare il suo sguardo... E vengo assalita da una fragranza  ineguagliabile…Un afrore allo stesso tempo selvaggio e   stimolante...Un'essenza acerba e boscosa di muschio...

MON. Mi pareva di conoscerlo. L'uomo che non deve chiedere.  Mai!

BRI. Cosa avrebbe dovuto chiedermi?

MON. Appunto, dico, non deve chiedere. Gliel'hai data senza che te la chiedesse,  no?

BRI. Ma di che parli?

MON. Di...E' che un qualcosa mi dice che so com'è andata a finire.

BRI. In questo attimo di smarrimento...

MON. Questo "lungo" attimo di smarrimento...

BRI. Non so quanto sia durato...

MON. Parecchio; fidati. Non c'ero, ma deve essere durato parecchio.

BRI. Possibile.

MON. No: è sicuro!

BRI. In questo attimo di smarrimento, comunque...

MON. ...Lungo...

BRI. ...I miei occhi si fissano sulla sua mano destra, lunga e  affusolata...

MON. E' artista!

BRI. ...Le dita nervose e tenaci, le unghie quadrate e rosee, orlate da una cornicetta superiore bianco-perlacea...

MON. E che cazzo! (esasperata dall'eccessiva minuziosità descrittiva)

BRI. Scusa...?

MON. Dicevo: è invalido?

BRI. Invalido?

MON. Ha una sola mano? Cos'è, monco?

BRI. La sinistra è sul passamano delle scale, appena appoggiata, non come per sostenersi; piuttosto per definire con maggiore innocenza l'atteggiamento indifeso  che vuole dimostrare.

MON. Bel figlio di puttana!

BRI. Ma, con la mano destra...Lo sai, Monique, cosa mi mostra e mi porge con la mano destra?

MON. Non dirmelo! Se è quello che penso io, non dirlo; sarebbe troppo!

BRI. Perché non vuoi, a che pensi?

MON. Al peggio. Ad ogni modo, sentiamo: che ti porge?

BRI. Il mio mazzo di chiavi.

MON. Il tuo "cosa"?

BRI. Ma sì: è così; le mie chiavi di casa. Nella sua mano destra, tra le dita della sua mano destra, lui ha le chiavi di casa mia, capisci?

MON. Le ha lui...?

BRI. Le ha lui.

MON. E tu, scusa, tra le dita della tua mano destra, o della sinistra, fa lo stesso, cos'hai?

BRI. Non ho le mie chiavi di casa, se è questo che vuoi sapere.

MON. E perché non le hai?

BRI. (disarmante) Perché le ha lui.

MON. Ah...Che stupida! Come mi verranno certe domande! Le ha lui, certo. Ma perché le ha lui e non le hai tu, cosa che sarebbe più logica , visto che stavi per chiudere la porta di casa, operazione per la quale, suppongo, ti eri  assicurata di non avere dimenticato le chiavi, prima di uscire?

BRI. Questo non lo so. Devono essermi cadute senza che me ne accorgessi, mentre tiravo la porta...

MON. E' una spiegazione.

BRI. ...Lui deve averle raccolte, con la massima delicatezza, senza fare il minimo rumore...E adesso sono lì, tra le dita della sua mano destra; le porta, così, all'altezza dei suoi occhi, che si accendono ancora maggiormente di quella luce  calda e avvolgente, mentre mi chiedono: “sono sue, per caso”?

MON. Ma quanti sono?

BRI. E' lui. Lui solo. Sono i suoi occhi che chiedono, o meglio; è lui che chiede, ma a me sembra che siano i suoi occhi a farlo...I suoi occhi che mi hanno colpito

     in quel brevissimo istante...

MON. A me, sembrava che ti avesse colpito tutto il resto.

BRI. Perché quest'idea?

MON. Perché? Lo hai descritto come se l'avessi studiato per una settimana... Con una sola occhiata lo hai analizzato dal ciuffo alle scarpe, passando per i capitelli di  alabastro...

BRI. Di marmo; capitelli di marmo, ma ti ho detto che questo  l'ho capito dopo.

MON. Dopo?

BRI. Dopo, dopo.

MON. Dopo "quanto"?

BRI. Dopo aver risposto: “sì, sono le  mie, le riconosco dalla gondoletta a cui sono attaccate”…La gondoletta è il portachiavi a cui sono attaccate le mie chiavi di casa.

MON. Sì, lo avevo capito. Subito dopo, quindi, si è tirato su i calzoni e ti ha mostrato i capitelli. Non mi sembra un bel gesto.

BRI. No, quali calzoni! Mi ha chiesto: “ma stava per  uscire...O rientrare”?

MON. Oh, ecco: domanda che avrebbe anche dovuto insospettirti, no?

BRI. Dici?

MON. Se era lì, appoggiato al passamano, e ti stava guardando, l'avrà saputo se stavi uscendo o rientrando. Non sarà caduto dal piano superiore assumendo, per      incanto, una posizione da indifferente. Era lì!

BRI. A volte, Monique, ci si trova in situazioni di cui è meglio non cercare una spiegazione...E ci sono domande alle quali si può rispondere in un solo modo.

MON. E tu, che hai risposto?

BRI/MON. (all'unisono) Stavo rientrando.

BRI. E lui: “le darebbe noia offrirmi un Pernod con poca  acqua”?

MON. Un Pernod?

BRI. E' di gusti francesi.

MON. E tu...?

BRI. Io? “Porti le bretelle? No? E allora, entra”!

MON. Che c'entrano le bretelle?

BRI. Oh, se c'entrano! Mi chiede che c'entrano! Hai mai avuto un uomo con le bretelle, tu? Non lo hai mai avuto. Se lo avessi avuto, sapresti che grande liberazione è poter chiedere ad un altro uomo “porti le bretelle”?, e sentirsi rispondere “no, mai portate”! E' come entrare in un mondo nuovo, un'altra dimensione...Perché dopo ventitré anni di bretelle, una non ne può più!

MON. Va bene, va bene...Ma entrare subito in confidenza...Con uno che ti cade sul pianerottolo in quel modo...

BRI. Sul pianerottolo? Di': vedessi com'è caduto sul letto trenta secondi dopo!

MON. Così in fretta?

BRI. Così in ritardo, direi io! Dov'era stato nascosto per ventitré anni?

MON. E il Pernod?

BRI. Mai avuto Pernod in casa mia. Il massimo della libidine alcolica per mio marito era l'amaro del Piave, figurati! Ma non se n'è lamentato, te lo assicuro. Detto tra noi; quella del Pernod era una scusa.

MON. Da non credere. E quindi siete passati all'esibizione dei capitelli.

BRI. Più o meno. Ah! Che giornata. Ti è mai capitato di chiederti: “come ho fatto senza, fino a ieri”?

MON. Di un tipo così, no.

BRI. Lascia perdere il "tipo"; ognuna ha le preferenze che crede. Dicevo in generale; di qualcosa che ti prende talmente tanto da farti rimpiangere tutto il tempo sprecato prima di averla.

MON. Beh, non proprio.

BRI. Credi che sia strana?   

MON. No, no, non l'ho pensato neanche per un momento. Diciamo che,   probabilmente, non avrei avuto una reazione come la  tua. Tu devi essere  un'istintiva: sì, secondo me sei una che reagisce d'istinto; io, invece, sono, come posso dire, più "di testa"...Non so come spiegarmi. Ecco, il mio uomo non ha un "contorno fisico". Non saprei dire se ha il ciuffo o di che colore esattamente sia; per me, non ha importanza se i capelli li ha o no...Né mi interessa se indossa un capo elegante o veste trasandato; è il mio uomo. C'è una parte di me in lui, e      una parte di lui è in me; lo conosco per come lo vedo con gli occhi dell'anima, come il mio subconscio lo immagina in ogni momento; così com'è, insomma, senza  necessità di apparenza o fisicità.

BRI. Bello. Poetico. E' una cazzata, ma è poetica.

MON. Più che altro, è un amore fatto di concetti, di affinità elettive, di simbiosi oltre ogni soluzione corporea. Spero di non essere stata troppo ermetica.

BRI. No, no; sei stata chiarissima! Solo che, all'atto pratico, diciamo così, non puoi negare che "apparenza e fisicità" abbiano la loro importanza, no?

MON. Quale sarebbe l'atto pratico?

BRI. (dopo un attimo di perplessità) Vabbe', lasciamo andare.

MON. No, no, parliamone, scusa; perché, no?

BRI. E parliamone. Un uomo di bell'aspetto, alto, con i capelli, perché, scusa, io ci bado se i capelli li ha o  no...Con un fisico atletico e proporzionato, un buon      profumo e un bel sorriso, sarà senz'altro meglio di un altro con la pancetta, sul metro e cinquantotto, il vuoto assoluto sulla testa e un odore di soffritto     addosso, no?

MON. Ho detto il contrario?

BRI. Non hai detto il contrario, ma hai detto, però, che non ti interessa il "contorno fisico", e questo è l'esatto contrario di ciò che, di regola, a prima botta può attrarre di un uomo; quell'insieme di particolari che ti fanno dire di un uomo, quando lo incontri “toh, guarda che bell'uomo” e, se ci esci insieme “guarda che bell'uomo con cui sono uscita” e, se incontri una ex amica che non ti salutava da una vita, e questa volta ti corre incontro con entusiasmo e ti fa “cara, ma quanto tempo è che volevo telefonarti...”, “schiatta dentro, cocca, questo bell'uomo è già impegnato e non lo mollo”! Spero di non essere stata troppo ermetica, Monique...

MON. Avevo capito anche prima...Ed io, solitamente, quando esco con il mio uomo, le poche volte che mi riesce di  farlo, non mi sogno neppure lontanamente di pensare “guarda con che cesso di uomo sono costretta ad uscire”. E sai perché, Brigitte?

BRI. Probabilmente perché non ha un contorno fisico...?

MON. Perché il mio uomo è alto, atletico, elegante; ha un bel sorriso e un ottimo profumo, ecco perché.

BRI. E i capelli?

MON. Ha anche i capelli. Tutti. E' quello che tu definiresti, se lo incontrassi, un bell'uomo. E se ci fossimo conosciute dieci anni fa e, per un motivo del tutto     futile, avessi deciso di togliermi il saluto da un pezzo, incontrandomi per strada, abbracciata a lui, quasi sicuramente mi correresti incontro dicendo “cara,      ma quanto tempo è che volevo telefonarti”, e io penserei...

BRI. Sì, sì, ho capito.

MON. Bene.

BRI. Ma se hai detto che non dai importanza all'apparenza...

MON. E difatti. Quello che mi ha colpito in Giulio -si chiama Giulio- non è stato il suo aspetto. All'inizio, non  l'avevo nemmeno visto...

BRI. Tramite un'agenzia?

MON. Quale agenzia?

BRI. Non lo so; un annuncio? "Uomo solo, di bell'aspetto e con capelli, lieve difetto fisico, conoscerebbe donna di gusti cerebrali, amante di simbiosi e affinità elettive".

MON. Giulio non ha difetti...Non fisici, almeno.

BRI. Allora, ne ha di peggiori! Fuma?

MON. Non fuma.

BRI. Beve troppo?

MON. Solo un Pernod ogni tanto.

BRI. E' un delinquente?

MON. Non è un delinquente. Vuoi sapere cosa mi ha colpito di lui?

BRI. Se non vuoi dirmi i suoi difetti...

MON. Non ha difetti.

BRI. Hai detto di sì.

MON. Non mi pare.

BRI. Verranno fuori.

MON. Non credo.

BRI. Sei ottimista.

MON. Vuoi sapere cosa mi ha colpito di Giulio?

BRI. Sì, sono curiosa.

MON. Bene. Stavo finendo con un cliente: uno di quelli un po' avanti negli anni che ti fanno perdere una cifra di tempo per una cosetta che vent'anni prima avrebbero sbrigato in tre minuti, per intenderci, e che, ovviamente, non sono mai contenti del trattamento che gli fai. Hai presente il tipo alla "ma l'altra, che è più pratica, oggi non c'è"? Dico, realizzi? Una di quelle cose che mi mandano in bestia e a cui risponderei tanto volentieri: “perché non torna domani che gliela faccio trovare, visto che è più brava”? Come se davvero Lucrezia, l'altra, sia meglio di me. Ma poi penso: “poveraccio; non è colpa sua. E' l'età. Ci vuole      pazienza; tanto tra un minuto sarà comunque soddisfatto e contento”. Sapessi quanti me ne capitano.

BRI. Ah, sì...?

MON. Eh! Prima di consegnarmi i soldi, pensa, li contano almeno una decina di volte, con il terrore di  consegnarmi una diecimila lire in più. Sapessi! E      allora, sono lì che penso: “ma quanto ci metterà ancora? In metà tempo, di solito, me ne faccio almeno tre; mi fa perdere tempo e la fila si allunga...”

BRI. La...fila?

MON. Già, la fila.

BRI. Perché...Fanno la fila...

MON. Beh, non è più come una volta, per fortuna; c'è voluto un po' di tempo ma, adesso, hanno imparato che devono rispettare il turno; è questione di riservatezza. Non era bello vedere curiosi intorno mentre eri occupata con     uno; a parte il disagio che poteva provare il cliente in quel momento, con tutto il diritto di non far sapere agli altri cosa stesse facendo o se, magari, aveva     qualche problema...

BRI. Beh, certo...

MON. Se Dio vuole, finisco con questo tipo, e ti giuro che mi ha fatto sudare non poco...

BRI. Addirittura?

MON. Vorrei vedere te!

BRI. Ma non vorrei vedermici io.

MON. Ci si fa l'abitudine.

BRI. Capisco.

MON. E si fa avanti una vecchietta...

BRI. Una...?

MON. Una signora anziana...Ma molto anziana. Non meno di ottant'anni, a occhio e croce.

BRI. Una donna di ottant'anni?

MON. Perché, ti stupisci?

BRI. La moglie di quello di prima? L'ha seguito?

MON. Come "seguito"? E' venuta per conto suo...Era in fila...

BRI. Una donna! ...E di ottant'anni?

MON. Ma che hai? C'è qualcosa che non va?

BRI. Scusa, Monique, scusa un attimo...Solo una domanda...In pratica, di che ti occupi? Voglio dire: dove lavori? Che fai?

MON. In banca, no? E, a volte, mi tocca stare in cassa.

BRI. Ah! In banca! Lavori in banca! Sei impiegata di banca!

MON. Non lo avevo detto?

BRI. No, non lo avevi detto; e penso che dovresti dirlo, prima di cominciare a parlare di clienti in età avanzata che ci mettono troppo e di file che si allungano; sì, penso che dovresti proprio dirlo.

MON. Ma si capisce,no?

BRI. Può darsi, ma dirlo prima non guasta.

MON. Va bene. Quindi sono lì, con questa signora allo sportello, e già in pieno panico al pensiero di dover perdere un'altra mezz'ora, quando la vedo gesticolare in una maniera incomprensibile e senza emettere il benché      minimo suono. “Oddio, che giornata! Ma proprio oggi doveva mancare Lucrezia”? Dico: “signora, mi scusi, non la capisco; si sente male”? E quella continua a muovere le mani in su e in giù facendo smorfie strane. Sono ormai in paranoia completa, quando sento una voce maschile, chiara e distinta che fa: “perdoni; la signora  vorrebbe informazioni sui fondi d'investimento a lunga      capitalizzazione”.

BRI. Che vuol dire?

MON. Investimenti vincolati almeno a dieci anni.

BRI. La signora di ottant'anni vuole vincolare i suoi soldi per almeno dieci anni? E' coraggiosa! E chi parla? Il suo angelo custode?

MON. No, il mio! E' Giulio.

BRI. Ah, Giulio! E lui come lo sa che la signora vuole vincolarli, i suoi soldi?

MON. Capisce il linguaggio dei muti.

BRI. Alla faccia della riservatezza!

MON. Mi ha salvato! Prendo un opuscolo di spiegazioni, glielo porgo, e la stessa voce di prima mi fa: “tante grazie. E' stata molto gentile. Vorrei cambiare questo assegno”.

BRI. E' avvenuto il miracolo?

MON. Quale miracolo?

BRI. Non era muta?

MON. La signora è muta; lui, no.

BRI. E chi è "lui"?

MON. L'uomo che adesso è davanti a me al posto della signora, che se ne va, tutta contenta, con l'opuscolo tra le mani. Capisci, adesso? E' stato questo che mi ha colpito di Giulio.

BRI. Questo...?

MON. Certo!

BRI. Cioè, il fatto che capisca il linguaggio dei muti...?

MON. No; che sia arrivato al momento giusto per salvarmi da una situazione senza via d'uscita. E' un segnale del destino, una coincidenza che non può essere troppo occasionale. “Scusi, lei è correntista”? “No”. “E' conosciuto da qualcuno, qui, per cambiare questo  assegno”? “Conosco lei; mi sembra sufficiente, no”?

BRI. Quindi, lo conoscevi già?

MON. Mai visto prima. Solo in quel momento alzo gli occhi e vedo che mi sta sorridendo con una semplicità disarmante. E ha un gran bel sorriso, se vuoi saperlo.

BRI. Ma non gli cambi l'assegno.

MON. Glielo cambio, sì! Tanto che lui mi fa: “in questa banca  siete così gentili che ho deciso di trasferire qui il mio conto. Mi darebbe un'informazione”? “Certo, le chiamo subito il vice-direttore...”. E lui: “no, non importa; non lo scomodi, me la darà lei stasera, alle cinque”.

BRI. Cosa?

MON. L'informazione.

BRI. E perché alle cinque?

MON. Perché la banca chiude alle cinque.

BRI. Informato, l'angelo custode. Non gli avrai detto di sì?!

MON. Non gli avrei detto di no  per niente al mondo. E alle cinque era lì ad aspettarmi. Non me ne sono accorta subito; non ricordavo niente di lui...Ma quando l'ho visto gesticolare con le mani, l'ho riconosciuto subito.

BRI. Il linguaggio dei muti, certo...

MON. Mi è venuto incontro e mi ha baciato.

BRI. No!

MON. Sì. Con la massima naturalezza; come se fossimo fidanzati da mesi e lui fosse lì, come ogni sera, ad  aspettarmi all'orario di uscita.

BRI. E gli hai aperto il conto.

MON. Gli ho aperto il cuore, Brigitte!  Non avrei potuto fare altro! Io, la donna più sola del mondo, ritrovarmi con l'amore più grande e incontrollabile dell'universo, senza capire come potesse essere successo. Proprio a me. E poi, una splendida serata; una corsa in macchina fino al mare, una romantica passeggiata sulla spiaggia, con l'aria pungente e fresca della sera, il profumo del      mare, il calore delle sue braccia...Fino alle nove...

BRI. E poi, ti sei svegliata...

MON. (amara ma sognante)...E poi, è tornato dalla moglie...

BRI. Figlio di puttana!

MON. Un errore. Solo un grande errore.

BRI. Ecco che c'era il difetto! Altro che errore; una premeditazione!  Se te lo avesse detto alle cinque, di essere sposato, non ti saresti fatta pungere dall'aria      fresca della sera!

MON. Non sarebbe cambiato niente; lo avrei seguito lo stesso. L'errore è il suo matrimonio; una storia da dimenticare in fretta  per tornare alla vita e alla felicità. A Milano avremo una vita nostra, solo nostra, senza rimpianti e senza ricordi di ciò che appartiene al passato.

BRI. Ha lasciato la moglie?

MON. La lascerà oggi. E' tutto stabilito...E domani mi  raggiungerà a Milano.

BRI. E da quanto tempo dura, questo amore?

MON. Sette giorni. Una settimana fa non lo conoscevo ancora.

BRI. Sette giorni? Pochissimo anche per te...Quindici giorni fa, sul pianerottolo, nasceva anche il mio...

MON. Cosa?

BRI. Il mio amore. Quindici giorni fa incontravo Federico. E domani saremo a Milano. Avevo proprio ragione, Monique; il nostro incontro non è stato un caso...E a Milano ci frequenteremo, usciremo insieme, ci divertiremo. Vedrai,      ci sposeremo lo stesso giorno.

MON. Eh, no, Brigitte; io non posso sposarlo...

BRI. Se è per questo, nemmeno io posso sposare Federico. Non subito, almeno.

MON. Non dirmi! Anche Federico è già sposato?

BRI. No...Lui, no...

MON. E allora, che impedimenti avete? Guarda, ti invidio: vorrei essere quasi al tuo posto.

BRI. Io parlavo del mio matrimonio.

MON. Andiamo; essere vedova non può essere un ostacolo. Lui  lo sa?

BRI. Di mio marito? Certo che lo sa.

MON. E allora non ci sono problemi. Piuttosto, da quanto tempo è successo? Quando è morto, tuo marito?

BRI. Eh...'Stamattina; più o meno un'ora fa. Ma non lo sa ancora.

MON. E' morto 'stamattina e tu vai a Milano da Federico? Oh, Cristo! E com'è morto?

BRI. Uscendo da quella porta.

MON. Sotto un treno?

BRI. Magari. Non è "morto, morto", Monique. E' un modo di dire. E' morto per me, è fuori dalla mia vita, appartiene al passato più remoto, come le sue bretelle!

MON. Allora, non sei vedova!

BRI. Purtroppo, no. Sarebbe tutto più semplice. Ma non giudicarmi male; non puoi sapere cos'è stata la mia vita. (guarda l'orologio) Te ne parlerò. Tanto, ormai mancano pochi minuti; avremo tutto il viaggio per parlarne.

MON. Puoi parlarmene adesso, se vuoi.

BRI. E' meglio affrettarci. Tra cinque minuti, se è in orario, dovrebbe essere qui.

MON. Federico?

BRI. No, il treno.

MON. Ma non hai detto che vieni a Milano?

BRI. Milano, sì; con il treno delle otto e trentacinque.

MON. Otto e trentacinque? Oh, no; l'unico treno per Milano è quello delle dieci e ventuno.

BRI. No, scusa, sei informata male. Io ho fatto anche la prenotazione; è alle otto e trentacinque.

MON. (estrae dalla borsa, o dal trench, le sue credenziali di viaggio) L'ho fatta anch'io, la prenotazione, e ti posso assicurare che è alle dieci e ventuno. Guarda. (gliele mostra)

BRI. Ma come...(estrae anche le sue credenziali dalla borsa) Qui mi hanno scritto alle otto e trentacinque; carrozza sei, posto quarantaquattro...

MON. Carrozza sei anch'io, posto quarantasei. Cambia  l'orario...

BRI. Andiamo a chiedere al capo stazione, così ci togliamo ogni dubbio...

MON. Come vuoi, ma sono certa che sbagli.

MAR. (Maria è una donna minuta e graziosa, sui trent'anni, o poco più, abbigliata in maniera casual; jeans, maglione, stivali, un giaccone chiaro, non importa se di lana o pelle, cappellino di lana "alla pastore" sui capelli corti, occhiali tondi, una sacca da viaggio frangiata e molto colorata a tracolla. Entra dalla comune, al fondo. E' di maniere spicce e taglienti ed appare subito     alterata da quanto avrà vissuto un attimo prima) Cafone e imbecille!  Ci sono modi e modi, no? Idiota da confino! Con chi crede di parlare, con sua sorella?      Bestia!

BRI. Ma che succede, scusi?

MAR. Succede che ho scelto la giornata sbagliata per partire, ecco che succede! Era già cominciata male col taxi! "Futura ventuno"! Cosa ti aspetti di vedere arrivare, se ti mandano un taxi che si chiama "Futura ventuno"? Un'auto nuova e veloce? Quando mai: si presenta una 127 panorama diesel dell'ottantadue! Porca puttana; e me la  chiami "Futura ventuno" una carriola che camminava a spinta già quando era nuova? Un'ora e tredici minuti per      fare ventidue chilometri! “Scusi, ma non può andare più in fretta? Mi parte il treno”. Mi si mette a ridere, che l'avrei strozzato in quel momento! poi, ti arrivo      finalmente in questa cazzo di stazione e incrocio quel cafone di montagna: “Scusi, il treno delle sette e cinquantotto è già passato”? “Al suo orologio, le sette e cinquantotto sono passate”? “Che c'entra; magari è in ritardo...Sono sempre in ritardo, i treni...Deve essere in orario proprio questo che, una volta tanto, devo prenderlo io”? “E già...”, mi fa, “...Perché se sapeva che doveva salirci lei, il macchinista rallentava per  farla contenta”. Capito, che animale? E come ci arrivo, io, adesso, a Milano?

MON. Milano?

BRI. Va a Milano?

MAR. Ehi, non ho mica detto niente di strano, eh? Milano, Lombardia, Italia!

MON. Il treno per Milano è alle dieci e ventuno, non alle  sette e cinquantotto.

BRI. E' alle otto e trentacinque, Monique, tra un minuto.

MAR. Macché! Era alle sette e cinquantotto. Ho prenotato ieri  mattina.

MON. Anch'io ho prenotato.

BRI. Perché‚ io no?

MAR. Allora, forse mi hanno sbagliato l'orario...

MON. O l'hanno sbagliato a me...

BRI. A questo punto, potrebbe essere sbagliato anche il mio.

MON. (risolvendo) Andiamo da questo capo stazione, almeno ci capiremo qualcosa. (si avvia)

MAR. Benissimo. Andiamoci, ma parlateci voi, perché 'stamattina finisce male. (avviandosi) Ci mancava solo il capo stazione che prende per il culo. Mi fa      incazzare, mi fa!

BRI. Calma, stia tranquilla, avrà capito male...

MAR. Beh, mi fa incazzare lo stesso! (via)

Voce: (dopo un attimo, a scena ormai vuota) San Candido di Fragore. Stazione di San Candido di Fragore. Comunicazione ai signori passeggeri: il treno per       Milano passerà...Il treno per Milano non passerà...Basta aspettare per saperlo. Che fretta c'è?

 

Buio

 

ATTO SECONDO

Sono trascorsi solo pochi minuti. La sala è vuota, tutto è esattamente come al termine della scena precedente. Le tre  donne faranno rientro dopo qualche istante all'apertura del sipario. Si intravedranno sopraggiungere da sinistra attraverso la vetrata e si capirà che stiano parlando; Maria concitatamente, le altre con pacatezza. Maria aprirà con decisione la porta, spingendola.

MAR. Che vi avevo detto? Idiota e cafone! Ah, ma faccio reclamo; chi crede di essere? Reclamo? Io lo querelo per ingiurie, calunnia e offesa della dignità personale!

MON. (cercando di rabbonirla) Andiamo, su; non è successo niente di grave, alla fine. Si calmi e vedrà che ci mette due minuti a dimenticare tutto.

MAR. Dimenticare? Io, uno così, non voglio dimenticarlo, voglio sapere che non esiste...No; voglio sapere che è esistito e che è morto sotto un treno! Un treno che marciava lentamente; "molto" lentamente! Vigliacco d'un vigliacco!

BRI. Guardi, io credo che sia tutta colpa di "Futura ventuno". Se non avesse avuto quel contrattempo, tutto questo le sembrerebbe meno negativo di quanto sia realmente.

MAR. Lasci stare il taxi, che ci avevo messo su una bella croce...A pensarci bene, anche una 127 Panorama può essere scambiata per automobile, da queste parti...Ma quello zoticone me la paga! Lo querelo, e voi mi farete da testimoni.

MON. E va bene, va bene...Lei lo querela e noi, se è necessario, testimonieremo; (a Brigitte) vero che testimoniamo?

BRI. Se è necessario...

MON. Sì...(a Maria) Ma non crede di avere un po' esagerato anche lei?

MAR. Io? Cos'è, vorrebbe darmi anche torto?

MON. No, che torto...Ma si sa, quando si è già nervosi, è facile che qualche parola venga fuori un tantino stonata...Probabilmente, neanche lui voleva dire ciò che ha detto.

BRI. Sì, ma niente di grave, niente di eccezionale, dopotutto.

MAR. Niente di...Oh, guardate! Mi ha dato della stronza! Che altro avrebbe potuto dirmi di più "eccezionalmente grave"?

BRI. Intanto, se vogliamo parlarne, per essere precise, non è che le abbia dato della "stronza" in maniera brutale.

MON. Questo è vero...

MAR. Che vuol dire?

BRI. Che lei ha badato all'insulto...Insulto, poi…"Apprezzamento", direi, nella sua crudezza, senza considerare il contesto in cui il signore l'ha espresso.

MAR. Il "signore"?!

MON. Il suo stato d'animo era predisposto all'aspetto negativo.

MAR. E quello positivo, quale sarebbe?

BRI. Ecco, vede, se ci fa mente locale, pur biasimando l'espressione in sé, sia chiaro, non può negare che abbia usato un tono di delicatezza e un certo tatto...     Particolari, questi, che dovrebbero farle considerare la questione in maniera diversa, meno offensiva.

MAR. Ah, sì? Meno?

BRI. Meno, decisamente meno. (a Monique) Tu hai sentito com'è che ha detto, esattamente?

MON. Sicuro. Ha detto: ”signorina, mi scusi tanto...”

BRI. Già questo è importante, eh? Si scusa...(a Monique) E  poi?

MON. “...Mi scusi tanto...Ma credo che lei debba essere un po' stronza”.

BRI. Perfetto! Le stesse parole che ricordo io. (a Maria)  Come vede, quindi...

MAR. "Quindi", che?

BRI. Non capisce? Un po'. Non è che le abbia dato proprio della "stronza"... Solo un po'.

MAR. Ah! Sentite questa! Devo anche ringraziarlo per il riguardo?  "Un po' stronza" o "tutta stronza", non è lo stesso, per voi?

MON. E no, no, no...(a Brigitte) per te, è lo stesso?

BRI. Molto diverso.

MON. (a Maria) Vede? Per dare della "stronza" a una donna, bisogna avere la certezza che lo sia...Il signore non si è  sbilanciato fino a questo punto...Ha solo presunto una possibilità del genere...E' rimasto nel vago...

BRI. Brava. Sarebbe come un'opinione "sospesa", come per intendere: “vediamo come continua; se va avanti così, è  stronza sicuramente; se la smette, mi sono sbagliato”.

MON. Oh, senza contare, poi, che ci sono sempre due maniere, due punti di vista per considerare la stessa faccenda…Come le teorie del pessimismo e dell'ottimismo, quindi del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno: "un po' stronza     sì" e "un po' stronza no". Il suo poteva anche essere un "un po' stronza no", e in questo caso non sarebbe nemmeno un parziale insulto, anzi, si tratterebbe di un bel complimento.

BRI. La negazione dell'essere stronza! Non è contenta?

MAR. Ma...Dico...Ma...Ma siete due belle stronze!

MON. Sì, siamo tutte un po' stronze, non c'è niente di male in questo.

BRI. E non c'è motivo per prendersela; fa parte della perfetta normalità. (a Monique) Sei un po' stronza.

MON. (a Brigida) Grazie. Anche tu te la cavi mica male.

BRI. Lo vede? Eppure, la signora non mi querelerebbe per quello che le ho detto, e io non mi sogno per niente di querelarla per essermi sentita rivolgere una cosa del genere.

MAR. No...Ditemi che sto sognando...Ditemi che non è vero, non può essere tutto concentrato in una sola giornata! Ma cos'è, uno scherzo? Dove sono capitata?

Voce: San Candido di Fragore. Stazione di San Candido di Fragore.

MAR. Lo so! Maledizione!

MON. Per concludere questo argomento, non sarebbe male riconoscere che è stata lei a iniziare la provocazione.

MAR. Io?

BRI. Insomma; gli ha dato del deficiente, o no?

MAR. Ma lo è! Gli ho detto che è un deficiente perché mi aveva dato quella risposta del cavolo.

MON. Quale risposta?

MAR. Del macchinista che avrebbe rallentato se avesse saputo che io arrivavo tardi in stazione.

MON. Non c'eravamo, quando ha detto così. Stavamo qui.

MAR. Ma non mi crede?

BRI. Sì, sì, perché non dovrebbe crederle? Le credo anch'io; ma non si chiama deficiente un capo stazione per una battuta del tutto innocua.

MAR. Ah!...Io arrivo disperata, dopo un'ora e tredici minuti di agonia in una fottutissima 127 Panorama diesel; nervosa, scossa, con il terrore di avere perso l'unico treno della mia vita...E devo anche sopportare le battute cretine di un deficiente!

BRI. E ridagli! Con un po' di senso dell'humor, una ci passa sopra.

MAR. Non ce l'ho, il senso dell'humor.

MON. Questo s'era capito...Ma non può fargliene una colpa. E poi, invece di guardare il lato positivo, si ostina con questa storia...Il treno non è arrivato, lei non l'ha perso, la giornata cominciata male sta prendendo un'altra piega, decisamente favorevole; non le basta?

BRI. (estrae dalla borsa un thermos) Non pensiamoci più. Ci prendiamo un bel caffè e chiudiamo la parentesi. E' ancora bollente. (a Maria) Lo gradisce un buon caffè?

MAR. Sono già abbastanza nervosa.

BRI. E questo, vedrà che la calma. E' un luogo comune dire che il caffè innervosisce. Rende nervoso chi è calmo, ma ha l'effetto opposto su chi è nervoso. Poi, fa anche freddo; questo le fa bene. (dopo averne versato nel     bicchiere di plastica) Andiamo, non faccia così...Mi ascolti. Vedrà che si sentirà meglio. (glielo porge)

MON. Provi, no?

MAR. (dopo averle guardate un attimo) Grazie. (lo accetterà e dirigerà alla panca di destra per posare la sacca. Alle sue spalle, adesso, Brigida e Monique scambieranno occhiate significative, imbastendo un dialogo muto: la prima esprimerà speranza che la nuova arrivata possa finalmente tranquillizzarsi; l'altra, per contro, suggerirà di dare tempo al tempo, pronta ad inventare     qualcosa d'altro per fronteggiarla nuovamente. Una volta lasciato il suo bagaglio, Maria stringerà il bicchiere caldo tra le mani e si volterà verso le due) Siete sorelle, voi due?

BRI. Oh, no; come le viene? Sorelle? Non ci somigliamo nemmeno...

MON. Già; che stronzata! (tenta di riprendersi prontamente) No, scusi, davvero, mi scusi tanto, non pensi adesso che...

MAR. Non penso niente, non si agiti. Dovrei offendermi perché ritiene che abbia detto una stronzata?

MON. Ecco, appunto questo volevo dire...(si accorge di avere commesso una nuova gaffe e tenta ancora di riprendersi) Nel senso che volevo dire il contrario...Cioè, non è che volessi dire il contrario di qualcosa...Di cosa, poi? (a     Brigida) Come ne esco?

BRI. Vorrei sapere come ci sei entrata!

MAR. (calmissima) Nel modo più semplice: affermando che ho detto una stronzata.

MON. No!

MAR. L'ha detto.

MON. Ma no; era un mio pensiero che senza volere...

MAR. Andiamo, non si elettrizzi così; l'ha detto.

MON. Era solo per la situazione che ha immaginato...

MAR. Sì, certo. Il fatto che io credevo poteste essere sorelle le ha fatto scattare la molla dell'esclamazione "che stronzata". Non ci vedo niente di male.

BRI. Brava. Non c'era niente di offensivo.

MAR. Certo che no.

MON. Appunto...

MAR. Lo capisco benissimo. Credete che sia il tipo da offendersi per un'esclamazione qualsiasi?

MON. No...

BRI. No, no...

MAR. ...Fatta, per di più, da una stronza?

MON. (stupita e risentita) Ehi, calma, non...

MAR. Allora? Le da fastidio? Ma, un minuto fa, non l'ha detto lei che lo siamo un po' tutte? Ah, capisco: da sola può dirselo...(indicando Brigida) E sentirselo dire da lei non le provoca alcuna irritazione...Ma se glielo dice un'estranea, non ci sta tanto comoda e reagisce, vero? Io, invece, nel sentirmelo dire da un uomo, estraneo, avrei dovuto gioire e pensare “che bello, come sono contenta: questo deficiente, che vedo per la prima volta, mi ha subito riconosciuto per quello che sono; una stronza! Meno male, stavo in pensiero...Chissà per cos'altro avrebbe potuto scambiarmi”.

BRI. Non è andata così; non mischiamo le carte.

MAR. Non mischio niente.

MON. (tra i denti, contenendosi) Io, comunque, non me la sono presa...

MAR. E perché avrebbe dovuto?

MON. Avrei potuto, se avessi creduto che volesse offendermi.

MAR. (con esagerata innocenza) Ma non volevo...

BRI. (a Monique) Vero! (a Maria) Le sono testimone.

MAR. Lei è mia testimone?

BRI. Se sono qui...

MAR. Perché, prima, lì fuori, non c'era?

MON. Oh, santa pace; per favore, non ricominciamo!

BRI. E comunque, è diverso; gli ha dato del deficiente, per farlo reagire così.

MON. Basta! Non ti ci mettere anche tu! Si era calmata.

BRI. Ah, perché è colpa mia se non stai attenta a quello che dici? C'era bisogno di dire "che stronzata"?

MON. Mi è scappata! Ma non era legata alla reazione di quel deficiente!

BRI. (indicando Maria) Lo ha chiamato lei "deficiente"!

MON. E ha ragione!

BRI. Perché?

MON. Perché solo un deficiente si permette di rivolgere battute idiote e senza senso ad una donna che non conosce, che è disperata perché crede di avere perso l'unico treno della sua vita, dopo avere vissuto un'agonia di un'ora e tredici minuti in una fottutissima 127 Panorama!

MAR. Diesel.

MON. Diesel, tra l'altro!

BRI. E lo chiameresti deficiente, tu, se fossi arrivata in ritardo per colpa tua...

MON. Mia?

BRI. Tua, sì, tua...C'era solo questa cazzo di "Futura 21"? Non potevi informarti prima?

MON. Perché, c'era l'imbarazzo della scelta? Ce n'era un altro, forse? (a Maria) C'era?

MAR. No.

MON. (a Brigida) E certo che lo chiamerei deficiente!

BRI. Benissimo! Se lui, poi, ti dicesse che sei un po' stronza, ti verrebbe voglia di denunciarlo?

MON. Sì!

BRI. Perché?

MON. Perché mi avrebbe offeso, ecco perché!

MAR. No che non l'avrebbe offesa...Avrebbe solo detto la verità.

MON. (a Maria) Scusi, ma lei da che parte sta, adesso?

BRI. (a Monique, indicando Maria) Ha ragione. Lo hai detto anche tu che sei un po' stronza.

MON. L'ho detto per minimizzare...(indica Maria) Per tentare di calmarla...Ma non mi sembra il caso di ripetere le mie parole cambiandone il senso.

BRI. Perché, io cambio il senso alle tue parole? (a Maria) La sente? Dice che cambio il senso! Prima mi dà della stronza e poi dice che cambio il senso delle sue parole!

MON. Ma che ti stai inventando?

BRI. E' andata esattamente così!

MAR. (fino ad ora, fattasi in disparte, unici interventi le due brevi precisazioni, si sarà divertita del crescente ed imprevisto bisticcio tra le due; adesso interromperà il dialogo richiamandole ad una realtà che, evidentemente, avevano momentaneamente dimenticato) Ehi! Brigida e Monique si zittiscono e si voltano a guardarla. Dopo un sorriso compiaciuto, accompagnato da uno sguardo soddisfatto, continuerà) E' buono. E' caldo. Perché non ne bevete un sorso anche voi? (si avvicina) E' quello che ci vuole...Fa calmare i nervi. (consegna il bicchiere a Monique) Io ho bevuto da questa parte. Vede? Da qui. (Brigida e Monique guardano il bicchiere, poi fissano Maria che sostiene lo sguardo sorridendo, quindi Monique consegna il bicchiere a Brigida; infine     scoppiano tutte in una comune e fragorosa risata)

MON. (ormai calma, a Brigida) Certo che ti eri incazzata sul serio, eh?

BRI. Ma dài...Perché, tu, no?

MAR. Siete meravigliose! Dovevate vedervi...(farà il verso a Monique, poi a Brigida) “Ma che ti stai inventando”?...”E' andata esattamente così”!

MON. (mentre Brigida riempie nuovamente il bicchiere) Guardate; io penso che deve esistere un meccanismo perverso che, anche contro la nostra volontà, si mette in moto al momento meno opportuno.

BRI. Bevi prima tu. (le porge il bicchiere, e Monique beve)

MAR. Ha ragione, sa? Dipende dagli stati d'animo che si modificano durante un qualsiasi discorso. Si perdono i punti di partenza e viene a mancare il controllo del proprio pensiero. Magari, un minuto prima si discorre tranquillamente di questo o quell'altro, e subito dopo ci si ritrova a litigare senza nemmeno conoscere il motivo che ci spinge a farlo.

BRI. (riprende il bicchiere. Ora verserà per sé) Oh, ma noi lo conosciamo il motivo: si parlava del capo stazione. (berrà il suo caffè)

MON. Già. Comunque, se decidiamo di metterci una bella pietra sopra, resta il fatto che ci ha movimentato la vita in questi ultimi dieci minuti. Forse, avevamo tutte un po' bisogno di scaricarci.

MAR. Sarà così. Io ero talmente agitata che avrei litigato con chiunque. Ora sto già meglio...(a Brigida) Grazie anche al suo caffè.

BRI. Ne porto sempre un thermos, quando viaggio. Non mi fido di quello che si prende al bar; qui dentro so cosa c'è, almeno.

MON. Cosa ci mettono in quello che fanno al bar?

BRI. Non lo so cosa ci mettono: io ci metto caffè e acqua, loro non so.

MON. Acqua e caffè, che altro ci dovrebbero mettere?

BRI. Ho detto che non lo so.

MAR. (a Brigida) Quindi, viaggia spesso?

MON. E' una trottola. E non si stanca mai. Non c'è posto al mondo che non la incuriosisca. Prima, mi diceva che andrà in vacanza a Puerto Escondido. Lo sa dov'è Puerto Escondido?

MAR. Mai sentito.

MON. Deve essere un paradiso!

BRI. Ma non ho detto che ci vado...Vorrei andarci. Certo, per andare a Puerto Escondido, bisogna prima che arrivi a Milano.

MAR. Prende l'aereo?

BRI. Se dovessi prendere l'aereo, sarei all'aeroporto...Non qui.

MAR. Per Puerto Escondido...

BRI. Ma non vado a Puerto Escondido; vado a Milano. Cos'è questa storia di Puerto Escondido?

MON. Lo hai detto tu, prima, che non vedi l'ora di andarci.

MAR. Ma cosa c'è di meraviglioso a Puerto Escondido? Perché vuole andarci?

MON. Per...

BRI. (interrompendola) Per andarci! E va bene; ci andrò, prima o poi. Per ora, l'importante è arrivare a Milano.

MAR. Sì. Speriamo, almeno, che ci facciano sapere a che ora si parte. Come fa un capo stazione a non conoscere l'orario di un treno? In agenzia erano stati così precisi: sette e cinquantotto...Questo non ha nemmeno idea!

MON. Non ha detto di non avere idea; soltanto che gli orari sono cambiati e non gli hanno ancora comunicato quelli nuovi. D'altra parte, si può capirlo; un posto isolato come questo sarà l'ultimo in cui arrivano le informazioni. Dev'essere mortificante fare il capo stazione in questo buco.

BRI. Ma non è normale; come fa a sapere che sta arrivando un treno se non ne conosce gli orari?

MON. Ma se c'è un solo binario! Quando il treno si ferma, legge il cartello appeso alla prima carrozza e sa da  dove viene e dove va.

BRI. E per farlo ripartire? A che ora lo fa ripartire?

MON. Lo chiede al macchinista, no? “Collega, a che ora devi ripartire”?

MAR. Questa è buona, davvero! Bel sistema.

BRI. Lo chiede al macchinista? Dipende dal macchinista, l'orario di partenza?

MON. Non sempre: può anche dipendere da altro. Per esempio, potrebbe rispondere: “Sono le nove e un quarto? Allora, aspetto altri dieci minuti, altrimenti alla prossima stazione mi perdo quella che ha preso l'unica 127     Panorama diesel che fa il servizio di taxi”. Anche questa è buona, vero?

MAR. Non la trovo molto simpatica. Comunque, ha ragione.

MON. (a Maria) Lo vede? E poi, anche la sua agenzia le ha dato un orario sbagliato; ringrazi il cielo che non fosse quello.

MAR. Ah, sì; è stata quasi una fortuna. Sbagliando loro, sono riuscita ad arrivare in anticipo. Tanto, alla fine, non avrei trovato un taxi migliore, in questa desolazione. Anche voi, però, avete avuto orari sbagliati.

MON. No, no; io resto dell'idea che quello giusto sia le dieci e ventuno. E c'è un senso logico, mi pare. Quello vecchio sarà stato "le sette e cinquantotto", aggiornato alle otto e trentacinque e modificato ancora in quello definitivo delle dieci e ventuno.

BRI. Perché?

MON. Perché, cosa?

BRI. perché, secondo te, avrebbero dovuto portarlo alle otto e trentacinque per poi farlo diventare "delle dieci e ventuno"? Spiegami la logica, perché io non ce la vedo.

MAR. Anche a me suona un po' strano.

MON. Probabilmente perché si saranno accorti che, lasciandolo alle otto e trentacinque, non si combinava con le coincidenze degli altri treni.

BRI. Coincidenze? Ma se c'é un solo binario! O si arriva, o si parte...

MON. Dicevo, alle altre stazioni: quelle precedenti e quelle successive...O con il servizio taxi delle 127 Panorama diesel; non lo so, faccio delle ipotesi...

MAR. E' possibile. Errori di calcolo; perché, no? Mi sembra di capire, quindi, che non viaggiate insieme.

BRI. Oh, sì; questo, sì. Carrozza sei, io al posto quarantaquattro e lei al quarantasei.

MAR. Anch'io ho la carrozza sei...Posto quarantadue...Ma non viaggiamo insieme. (andrà ad indaffararsi presso la sua sacca. Potrebbe togliersi il cappello di lana e riporlo, quindi ravviarsi i capelli, prima di legarli a coda con un elastico)

MON. Certo che viaggeremo insieme...Stessa carrozza, posti vicini...

BRI. L'ho chiesto vicino al finestrino...Mi piace guardare la campagna che fugge...Mi dà un senso di libertà...

MON. (con intenzione) A dire il vero...Non è la campagna che fugge...

BRI. (raccolta l'insinuazione) Come hai ragione...E' il treno che fugge...Ma che altro può fare un treno che è rimasto in stazione troppo tempo? Deve fuggire! Volevi dire questo, no?

MON. Mettiamola così.

BRI. Così! Nel mio caso è il treno che fugge...Nel tuo, magari, è proprio la campagna a fuggire...Fino a quando si ricongiungerà col treno.

MON. (anche lei coglie l'ironia) Questo è il progetto.

BRI. Già. L'importante è che riesca.

MON. Non vedo perché dovrebbe fallire...La campagna è fatta per fuggire...Alla vista di chi la guarda dal treno...

BRI. (ambigua) Se non ha ripensamenti...

MON. Escludo! Il destino della campagna è quello di fuggire! Come quello del treno, a seconda dei punti di vista!

BRI. Beh...Il "treno" è già uscito dalla "stazione"...La  campagna, invece...

MON. La campagna sta già fuggendo...Sicuramente! E si ricongiungerà col treno...A Milano!

BRI. Ma certo...Non può essere che così...Ti auguro.

MON. Grazie. La vedrò fuggire dal posto accanto al finestrino; quello che ho prenotato in agenzia...Fuggire e perdersi nel passato...Anzi, dimenticare il passato.

MAR. (non avrà prestato attenzione al dialogo tra le due, impegnata nelle sue cose) Allora, non viaggiamo insieme. Anch'io ho un posto accanto al finestrino. Sarà un altro scompartimento.

BRI. Perché?

MON. Perché in ogni scompartimento c'è un solo finestrino.

MAR. Il mio è il numero tre. Il vostro?

BRI. Tre, anche il mio.

MON. Anche io sono nel tre.

MAR. Allora, non hanno sbagliato solo gli orari; anche i posti.

MON. Avranno sbagliato alle vostre agenzie.

BRI. Ma no; secondo me, il corridoio passa al centro della carrozza, così ci sono due finestrini, uno da un lato e  uno dall'altro.

MAR. Vedremo. Non ci resta che aspettare fino alle dieci e ventuno.

Voce: San Candido di Fragore...

MON. Zitte.

MAR. La voce del deficiente!

BRI. Ora sentiamo...

Voce: Stazione di San Candido di Fragore. Si avvertono i signori passeggeri che il treno delle nove e dodici viaggia.

MAR. (dopo una significativa attesa, durante la quale le tre avranno sperato nel completamento del messaggio) Ma che cazzo di annuncio è?

MON. E di che treno parla?

BRI. Certo, non del nostro. Nove e dodici...

Voce: Stazione di San Candido di Fragore...

MON. Rieccolo.

Voce: Annuncio ritardo: il treno per Milano delle nove e dodici viaggia con ritardo.

MAR. Va bene, sarò ripetitiva ma anche questo è un annuncio del cazzo!

BRI. Altro che dieci e ventuno; è proprio il nostro...Ma delle nove e dodici.

MON. Ah, per me è lo stesso. Anche se è in ritardo, lo aspettavo per le dieci e ventuno; sarà comunque in orario.

MAR. E se ritarda di tre ore? O quattro?

BRI. Effettivamente, non ha detto di quanto ritarda.

MAR. Ma cosa volete che sappia, quel deficiente!

Voce: Stazione di San Candido di Fragore...

MON. Forse, adesso lo sa...

Voce: Si avvertono i signori passeggeri...Si avvertono le signore passeggere...

BRI. E che palle! E' capace di farlo per intero, questo benedetto annuncio?

Voce: Si avvertono le passeggere...

MAR. Deficiente!

Voce: ...Anche quelle un po' stronze...

MAR. Ah! Questa, poi...

MON. (a Maria) Mi sa che ce l'ha con lei.

BRI. E andiamo!

Voce: ...Che non è ancora pervenuta la previsione del ritardo del treno per Milano delle nove e dodici...

MAR. A questo punto, esco e gliene dico quattro!

MON. Non faccia questo errore.

BRI. Per favore, non lo faccia!

MAR. Ma insomma...Mi ha chiamato di nuovo in quel modo! Così!     Pubblicamente!

BRI. (guardando Monique) Chi ha detto che ce l'avesse con lei?

MON. Eh! Non l'ha mica chiamata per nome...

MAR. E a chi l'avrebbe detto?

BRI/MON. (indicandosi reciprocamente) A lei, per esempio.

MON. Una passeggera qualsiasi...Genericamente...E' una stazione: nelle stazioni ci sono passeggeri e passeggere, di solito...

MAR. Ma qui ci siamo solo noi tre.

BRI. E su questo, ci troviamo d'accordo...Ma lui potrebbe non saperlo.

MON. E va bene, va bene! Può darsi che ce l'avesse davvero con lei; in ogni caso non le conviene affrontarlo con quella rabbia addosso! E' un uomo.

BRI. Lo sa come sono gli uomini, no? Una li stuzzica, e loro reagiscono; il guaio è che, spesso, hanno delle reazioni esagerate...Specialmente gli uomini di un posto così isolato: la solitudine rende gli uomini selvatici e pericolosi.

MON. La questione potrebbe degenerare...Ci troveremmo, magari, in una situazione spiacevole...Qualcuno potrebbe sentire schiamazzi e chiamare altra gente...Che so...I carabinieri...

MAR. Figurati se ci sono carabinieri, in questo schifo di posto!

BRI. Ma arrivano! Non ci saranno ma, se sentono schiamazzi, arrivano! E' una certezza.

MON. Con tutto quello che ne seguirebbe: domande, indagini,     interrogatori... E, in fondo, che bisogno c'è di tutta questa pubblicità?

MAR. Pubblicità?

BRI. Quello che mi domando anch'io. Non pubblicizziamo questo viaggio a Milano...Aspettiamo questo treno con un po' di pazienza...Una volta salite, dimenticheremo tutte questo posto infame, lei scorderà il capo stazione e noi...

MON. ...E noi viaggeremo verso Milano.

MAR. (non ha compreso l'esagerata preoccupazione delle due) Pubblicizzare? Ma di che parlate? A chi volete che importi se partiamo e dove andiamo...

BRI. A qualcuno potrebbe importare...Ma non è questo...L'importante è partire senza problemi...Salire sul treno, per capirci. Ecco, se evitiamo ogni possibilità     di complicazione, saliremo su quel treno, ed è questa la cosa che conta.

MON. Un contrattempo potrebbe farcelo perdere...E noi non possiamo permettercelo...Non so lei...Ma noi non possiamo.

BRI. Lo faccia per noi...La prego...

MAR. (le avrà osservate mentre le rivolgevano il comune e accorato appello. Ora, le guarderà con attenzione e sospetto, mentre alla sua mente si affaccerà una sua verità, che non esiterà a pronunciare molto duramente) Voi scappate! State scappando! Ecco perché non volete problemi.

MON. Ecco...

MAR. Non avete paura di quel deficiente e delle sue reazioni...Temete che un po' di rumore in questa stazione del cavolo possa attirare attenzione su di voi!

BRI. Non è così...

MAR. E per partire, avete scelto un posto isolato come questo, proprio per non dare nell'occhio...

MON. Non tiriamo conclusioni affrettate e fuori luogo. Scappare! Cos'è, si scappa in treno? Andiamo; il treno è l'ultimo mezzo di cui si servirebbe una persona che vuole davvero scappare...E poi, scappare da che?

BRI. E' una grossa...Sciocchezza; sì, sciocchezza...

MAR. Meglio. Allora, esco e gliene dico quattro...

MON. No!

BRI. La pianti!

MAR. (sfidandole, candidamente)Eh...Ma se non avete niente da temere... (è evidente come l'atteggiamento delle due la incuriosisca e desideri saperne di più) O avete da temere?

MON. (decisa) E va bene...Mi ascolti, signorina...O signora,  non so...

MAR. Maria. Può chiamarmi Maria.

MON. Mi ascolti, Maria...

MAR. E possiamo darci del tu, non credi? Tra donne...

BRI. (a Monique, con l'intenzione di suggerirle come una maggiore confidenza possa far nascere, casomai, una auspicabile complicità) E' un'ottima idea; diamoci del tu. E' meglio.

MON. Io sono Monique,Maria.

BRI. E io Brigitte.

MAR. Francesi?

MON. Per carità, lasciamo perdere la Francia, perché so già che faremmo un giro inimmaginabile che non porterebbe a niente...E ci allontanerebbe da quello che ci interessa in questo momento.

BRI. Beh, mia nonna è francese.

MON. Lascia perdere anche tua nonna.

BRI. E' solo per spiegare come mai mi chiamo Brigitte...

MON. Cosa vuoi che gliene importi?

BRI. Può farsi delle strane idee...

MON. Ma di che?

BRI. Del fatto di incontrare due donne con nomi francesi in una sala d'aspetto, senza che siano francesi. Io dico: se c'è una spiegazione che può chiarire perché due donne, che non sono francesi, stiano insieme, in una sala d'aspetto di una piccola stazione italiana, pur avendo nomi francesi, è meglio darla, no? Che penserebbe se, di punto in bianco, ti mettessi a parlare di zia Lucille e zio Pierre, e poi saltassero fuori anche Gaston, Henriette e tutti gli altri? Maria non ci     vedrebbe chiaro e si insospettirebbe. Penserebbe, con la giusta ragione che le si dovrebbe dare, che siamo due donne francesi, fuori dalla Francia, dove sarebbe più giusto che fossimo, e che ci troviamo in questa sala d'aspetto di una minuscola stazione italiana, preoccupate di non far sapere a lei, come a chiunque altro, che siamo francesi...Perché se fossimo francesi e negassimo di esserlo, vorrebbe significare che avremmo qualcosa da nascondere, come per esempio essere due donne francesi che tentano di passare inosservate per     scappare da non si sa cosa e che temono che un incidente di percorso, di qualsiasi natura, possa essere un serio problema per il loro rientro in Francia. Questo, logicamente, se fossimo francesi; cosa che non ci riguarda affatto, anche se a me la Francia è sempre piaciuta...E ci andrò...Ci andrò sicuramente. Per ora, in ogni caso, vado a Milano.

MON. (l'avrà seguita con fatica, nello sproloquio; occhi sbarrati e bocca aperta. Ora, sembrerà riprendersi da uno stato confusionale, nel rivolgersi a Maria) Ecco…Tutto questo dovrebbe farti capire che, probabilmente, il capo stazione non ce l'avesse proprio con te, quando ha fatto l'annuncio.

BRI. Che vuoi dire?

MON. Niente. (a Maria) A questo punto, per quanto debba ammettere che, al tuo posto, mi sarei convinta di avere davanti due donne francesi che, chissà perché, non vogliono ammettere di esserlo...

BRI. Ma se ho detto che non siamo francesi...

MON. (continuando, infastidita dall'intervento di Brigida)...Ti chiedo solo di fidarti di quello che ti dico: non siamo francesi. Andiamo a Milano, non in Francia. Mi credi?

MAR. Perché, no?

MON. Perfetto! Almeno su questo, forse, non ci sono dubbi.

BRI. Certo. Basta dire le cose in modo chiaro. Che problema c'è?

MON. Ecco. Tu sei stata chiarissima e Maria ha capito perfettamente. Grazie, Brigitte.

BRI. Mi sembrava doveroso.

MON. Sì. (a Maria) Ora...Ci sono delle situazioni, nella vita...Capitano certe storie che ognuna di noi vive in un certo modo,con i risvolti e gli aspetti che ogni storia  comporta. Che succede, allora?

MAR. E' quello che vorrei sapere, per decidere se devo uscire a dire al deficiente la verità sulle sue origini o soprassedere.

MON. E ci arriviamo. Io e Brigitte ci siamo conosciute  'stamattina...

MAR. Ah! 'Stamattina...

BRI. Qui, in stazione. Io c'ero da prima...Poi è entrata  lei...

MON. ...E ho trovato un paio di occhiali.

MAR. Occhiali?

BRI. Il fatto è che io porto le lenti a contatto. Si vedono? Fa niente, non credo che si vedano. Le lenti a contatto sono fatte per non essere viste...Altrimenti si     porterebbero gli occhiali...E si vedrebbero...

MON. Io credevo che fossero suoi...Erano sulla panca...

BRI. Ma se ho le lenti a contatto, le dico io, perché dovrei mettere un paio di occhiali che erano sulla panca?

MAR. Già. Perché?

BRI. Perché pensava che fossero miei.

MON. Ma perché lo pensavo? Perché lei non ci vedeva da qui alla panca! E lo sai qual era il motivo?

BRI. Come può saperlo? (a Maria) Erano sbagliate le lenti.

MON. No, le lenti erano giuste. Erano sbagliati gli occhi...O meglio; erano sbagliate le lenti giuste negli occhi sbagliati.

BRI. Poi, grazie a lei, è stato sufficiente mettere la lente  giusta nell'occhio giusto per far tornare tutto a posto.

MON. La cosa più semplice.

BRI. E questo è stato possibile solo perché lei conosce l'inglese e sa dare l'esatta traduzione di "elle" ed  "erre". Pensa che guaio, se fosse stata francese e con     nessuna conoscenza d'inglese. Non saremmo venute a capo di nulla, perché saremmo state una donna francese, lei, ed una italiana, io, che non conosce una parola d'inglese.  Sarei stata, quindi, costretta a rinunciare alle lenti a contatto e mettere gli occhiali. E questo, mi pare, spiega in maniera definitiva perché non     possiamo essere francesi.

MAR. Ehi, calma, fermatevi! Che accidenti state dicendo? Non mi frega assolutamente niente di occhiali e lenti a contatto!  E sia chiaro: a me non interessa granché dei  fatti vostri. Se volete dirmi perché vi comportate così,     riuscirete, forse, a convincermi che non è conveniente reagire agli insulti di quel tipo; altrimenti, ognuna  risponde delle proprie azioni per conto suo, e io mi     sentirò libera di fare ciò che ritengo più opportuno, e senza preoccuparmi se a voi possa, o no, dare fastidio!

MON. Appunto...E' questo che volevamo spiegare...

BRI. Dacci almeno il tempo necessario...

MON. Brigitte ha ragione. Se non conosci l'antefatto, per quanto contorto, non puoi seguire tutto il resto. Ci vuole un po' di tempo...E avremo tutto il viaggio per parlarne...

MAR. Io ho capito soltanto che "il tempo" serve a voi. Il tempo necessario perché arrivi quel treno e finisca questa storia senza che accada qualcosa che possa impedirvi di salirci sopra. E' per questo che prendete il discorso alla larga, sperando che questo tempo passi. E' così?

BRI. Non c'è motivo per nasconderlo. Speriamo che non ritardi troppo.

MAR. Quindi; scappate.

MON. Ma no che non scappiamo. Eravamo tranquille, qui, a parlare dei fatti nostri, senza altra preoccupazione se non quella di tentare di capire a che diavolo di ora dovrebbe arrivare questo treno...Poi, ci piombi addosso tu, con le tue fisime sul linguaggio dell'indigeno là fuori, pianti uno di quei casini da mercati generali per una sciocchezza e, come se non bastasse, ti intestardisci con questa storia che vogliamo scappare!

BRI. E con tutta la buona volontà...Se non ci fai nemmeno parlare...

MAR. Quindi, sono pazza!

MON. Anche questa è una convinzione soltanto tua.

BRI. Io non l'ho pensato.

MON. Solo che, se fossi meno ostinata, riusciresti a toglierti questa teoria dalla testa.

MAR. Brava! E' una teoria! Come se fossi entrata in questo schifo di posto con una teoria che stavo già sviluppando da quando sono salita in quel cesso di taxi...

BRI. (seccata) Ah, 'sto taxi!

MAR. ...”Chi ci sarà alla stazione più sperduta d'Europa, ad aspettare insieme a me il treno per Milano? Due francesi  che si spacciano per italiane per tentare di passare inosservate e raggiungere Milano, in tempo per salire al volo sull'aereo per Puerto Escondido, dove finalmente faranno perdere ogni loro traccia e potranno godersi il frutto dei loro misfatti”!

BRI. Ma è assurdo...

MON. Di': sarai un po' scema?

MAR. Sono un po' di tutto 'stamattina, a quanto sembra: un po' stronza, un po' scema...Che altro? Come se non sapessi perfettamente che non si parte per Milano da una stazione come questa se non si ha niente da nascondere e non si scappa! Si parte normalmente da una qualsiasi altra stazione, ma non da un punto inesistente sulle carte geografiche, disabitato da sempre e in cui non si     capisce perché ci sia una stazione, con un capo stazione deficiente, e dove, guarda caso, si ferma il treno per Milano. E io sarei un po' scema?

BRI. No; io direi che possiamo eliminare l'aspetto riduttivo del concetto.

MAR. Cioè?

BRI. Sei scema "tutta".

MON. Brigitte, ti prego...

MAR. Ah, sì?

MON. Non siamo francesi, una volta per tutte; e non andiamo a Puerto Escondido...Non io, almeno. Non so nemmeno se esiste e dove sia questo Puerto Escondido. (a Brigida) Perché vuoi andare a Puerto Escondido? Perché non a     Brisighella o Pontassieve?

BRI. Perché non so dove siano Pontassieve e Brisighella.

MON. E Puerto Escondido?

BRI. Nemmeno.

MAR. E perché dovresti andare in un posto che non sai dov'è, insieme a lei?

MON. Insieme...? Io non vado con lei: le nostre strade si dividono a Milano.

MAR. Lei a Puerto Escondido e tu a Brisighella...

MON. Dio; perché ho parlato di Brisighella!?

BRI. E' al confine con la Francia?

MON. Non lo so dov'è.

BRI. E perché vuoi andarci, allora?

MON. (esasperata) Per turismo!

MAR. Una turista a Brisighella?

MON. (a Maria) Sai cosa c'è di bello a Brisighella?

MAR. No.

BRI. Cosa c'è di bello?

MON. Non lo so!

BRI. E perché ci vai?

MON. Perché tu vai a Puerto Escondido!

BRI. Io vado a Milano...

MON. Anch'io vado a Milano, maledetta la miseria ladra! E non vedo l'ora di arrivarci: credetemi, non ne vedo l'ora; (a Brigida) come non vedo l'ora di dimenticare te e il tuo Puerto Escondido, (a Maria) te e le tue ipotesi di fuga, e il momento in cui sono entrata in questa stazione, da dove non si può partire senza scappare o avere qualcosa da nascondere...(come folgorata) Fermi tutti!

BRI. Perché ce l'hai con me, adesso?

MON. Silenzio! Un attimo...Solo un attimo...Chi ha detto così, prima?

MAR. "Così", come?

MON. Ma sì...Chi ha detto che non si può partire da una stazione come questa,se non si ha niente da nascondere e non si scappa?

BRI. Io, no...

MON. Certo che no; non tu. Tu, Maria, hai usato queste parole. Tu hai detto che è normale partire da una qualsiasi stazione meno che da un punto inesistente sulle carte geografiche. Tu!

MAR. E con questo?

MON. Sei tu che scappi da qualcosa, o da qualcuno, non io...Non lei; tu!

MAR. Ah! Che genialità! Stai a vedere che sono davvero io! Proprio io, che sono l'unica ad avere il coraggio di andare a rompere il muso a quel deficiente senza alcuna  preoccupazione! Scapperei io? Io vado a Milano, dal mio uomo, non in giro per il mondo!

BRI. Neanche noi andiamo in giro per il mondo; andiamo a Milano.

MON. E anche noi andiamo dai nostri uomini, liberamente...O almeno, io ci vado liberamente...(alludendo a Brigida) lei...

BRI. Io, come ci vado, io?

MON. Non proprio liberamente, su.

BRI. Cosa sarebbe, un gioco di parole? Se  è così, nel tuo caso è lui a non venirci liberamente!

MON. Io non ho legami.

BRI. Oh, no, tu no...Ma lui, sì...E di quelli stretti e pesanti, "su"!

MON. Non per questo si può dire che io scappi, mentre tu...

BRI. Mentre io ho avuto il coraggio di fare una scelta; solo questo puoi dire di me!

MON. Il coraggio...

BRI. Certo; di lasciare tutto ciò che avevo costruito in ventitré anni, per ricominciare daccapo. Non è coraggio, questo? Tu, invece, credi di poter pretendere la felicità da un uomo che forse ci sta già ripensando e che, magari, non troverà oggi né mai il coraggio di rinunciare alla sua vita per costruirne una nuova insieme a te!

MON. Come ti viene un pensiero del genere? Non lo conosci, non sai niente; perché parli? Per invidia, è chiaro!

BRI. Invidia, io?

MON. Certo; per il fatto che tu hai solo da perdere, mentre io ho la certezza che la mia vita non potrà essere che migliore, da oggi in poi...E se va male; io posso

     tornare indietro!

MAR. E io sarei la scema? (Brigida e Monique interrompono il loro litigio e la guardano incuriosite) Ci voleva tanto a dirlo? Ah! Guardatele; chissà che mi credevo...Il colpo del secolo, una rapina da cento miliardi, una anonima omicidi, un intrigo internazionale...E invece siete solo due donne pateticamente innamorate, di una certa età, che si comportano come due ragazzine alla     prima cotta, pronte alla fuga sentimentale col principe  azzurro...Ecco cos'era!

BRI. Ehi, splendida! nessuno ti ha chiesto niente. Non è colpa mia se scateni la fantasia senza motivo. In quanto alla "certa età", non sbilanciarti in supposizioni del tutto prive di fondamento, perlomeno per quanto mi     riguarda!

MON. E certo! (a Maria) Quanti anni credi che abbia la "ragazzina"?

BRI. Monique, piantala!

MON. (incurante) Diciannove, ne ha! Credevi che ne avesse una quarantina, vero? Forse anche qualcuno in più...Almeno, così sembrerebbe...E, invece, ne ha solo diciannove!

BRI. (a Monique) Stai esagerando!

MON. Lo hai detto tu, non io. Io so perfettamente quanti anni ho. Sono cosciente, io!

MAR. Non mi pare che vi comportiate in modo cosciente. E che sarà mai: non è logico litigare tra donne per motivi di cuore. Capirei se si trattasse dello stesso uomo...State litigando per lo stesso uomo?

BRI. Ah! Ci mancherebbe solo questa! Come se io potessi innamorarmi di uno presuntuoso e sfacciato che, la prima volta che ti vede, ti fa: “no, non adesso, me la darà  'stasera, alle cinque”!

MAR. “Me la darà”, cosa, se è lecito?

MON. La spiegazione. Si trattava solo di una spiegazione; non fantastichiamo troppo.

MAR. Beh, a sentirla così...

MON. E comunque, sfacciato o no, Giulio -(a Maria) si chiama Giulio- è un uomo di classe, affascinante e compito;non se ne va in giro per pianerottoli semi nudo, a esibire i "capitelli" in cerca di avventure con mogli insoddisfatte!

MAR. Che intendi per "capitelli"?

MON. E non si capisce?

BRI. Cosa si dovrebbe capire? Non li mostrava, i capitelli; era completamente vestito, e con buon gusto anche!

MAR. Mi sento meglio...

MON. Buon gusto! Adesso salta fuori un'altra qualità: il buon gusto! Esilarante! (a Maria) Lo definiresti uomo di buon gusto, tu, uno con la camicia aperta sul petto villoso e nero e che si liscia il ciuffo biondo ossigenato? Buon  gusto, dice!

MAR. A me non sembra grave che un uomo si tinga i capelli...Soprattutto se ha una certa età ma si sente ancora giovane...

BRI. Ma quale età? Cosa parli d'età se non sai niente?

MAR. Scusa, non volevo...

BRI. Federico ha ventuno anni; non deve nascondere niente, e non è ossigenato!

MON. Ventuno anni? Quello dei capitelli ha ventuno anni? E dici che non ha niente da nascondere?

BRI. No! Cosa dovrebbe nascondere?

MON. Te! Mi pare evidente! Gli potresti essere madre; non dirmi che non ci avevi pensato! Ma che vedi, quando vai al cinema, tutti i remake di "grazie zia"? E questa è la prova che non ha un minimo di buon gusto!

MAR. (a Monique) Non ti sembra di esagerare?

MON. (a Maria) Non ti immischiare! (a Brigida) E sai cos'altro penso?

BRI. Muoio dalla voglia di saperlo!

MON. Penso che sei solo un' illusa: una povera stupida illusa; una che crede di avere toccato il cielo con un dito perché un ragazzino di ventuno anni...

BRI. Ragazzino?

MON. Sì, ragazzino; in confronto a te, sì!...Perché un ragazzino ti ha detto che sarebbe venuto con te, a Milano, a vivere con te; e tu ti sei convinta che questo     possa essere vero! E' chiaro che si Š convinta! Ha diciannove anni, lei! Tutti gli altri li cancella! (a Maria) Capisci perché non porta gli occhiali? Perché porta le "lenti a contatto che non si vedono"; ecco perché! E non è un fatto di estetica o di comodità; no! Non vede un cazzo senza occhiali, ma non vuole farlo sapere; allora mette le lenti a contatto per illudersi di avere una decina di anni in meno; come se questo bastasse! (a Brigida) E, se anche bastasse, ne avresti     comunque troppi per il nipotino!

BRI. (ora la guarda con odio, senza avere la lucidità per reagire) Vuoi smetterla?

MON. E no; no che non voglio! Voglio, invece, che tu capisca come stanno le cose...E se stanno come io sono convinta che stiano, tu non troverai nessuno ad aspettarti a Milano; perché il tuo Federico, in questo momento, si starà facendo delle grasse risate alle tue spalle, con i suoi amici di vent'anni; delle risate obese!

MAR. Credo che adesso possa bastare!

BRI. (Ha accusato terribilmente le durissime parole di Monique. Sembra spenta, vuota, sicuramente umiliata) Sì. Basta...Per favore. (andrà a sedersi alla panca, a sinistra)

MAR. (E' anche lei amareggiata per lo stato in cui adesso vede la donna. Tenta, con un gesto ed uno sguardo, di convincere Monique a rimediare in qualche modo, ma riceve in cambio solo l'azione mimica di chi voglia intendere un essenziale "quando ci vuole, ci vuole". Cerca, quindi di rimediare alla situazione con un improvviso mutamento d'umore, con la speranza di coinvolgere Monique nel suo progetto) Eh...L'amore non conosce età...Anni fa avevo un fidanzato otto anni più giovane di me...(l'espressione che Monique le rivolge,     pur senza parlare, significa chiaramente “...ma otto anni sono un'altra cosa”. Maria non le lascia il tempo di proseguire nella mimica e incalza) E volete sapere  come andò a finire? (Monique alza le spalle per dimostrare quanto poco sia interessata alla questione, e questo atteggiamento provoca in Maria una minima reazione gestuale per stigmatizzare l'inopportunità di ostinarsi nel non volerla aiutare) Lo piantai a dieci giorni dal matrimonio! Sicuro; stavo per sposarlo. E lo avrei sposato, se non fosse stato troppo geloso; di una gelosia ossessiva, vi dico! Io glielo ripetevo sempre: “stai attento, perché così non si può andare avanti. Non  sono una ragazzina; non puoi starmi sempre attaccato     come un'ombra¯. Ma lui, niente: era troppo innamorato per essere sicuro che una donna più grande di lui potesse davvero sposarlo, e pretendeva di starmi     appiccicato ogni momento. Alla fine, non me potei più...E dovetti lasciarlo. Io. Lui non mi avrebbe mai lasciato. (Monique, alzando lo sguardo su di lei, e con     un semplice gesto della mano, farà intendere come ritenga poco attinente la sua storia alla situazione di Brigida) Era per dire che non bisogna dare peso agli     anni che una ha...Gli altri possono vederci diverse da come siamo...(si rende conto di essere inciampata in una gaffe e rettifica) Volevo dire che noi siamo come gli  altri ci vedono. Prendete me: io sapevo di avere otto anni più di lui...Ma per lui ero sempre la "ragazzina" su cui un altro poteva mettere gli occhi...Mi capite? Oh, insomma: non è una tragedia se Brigitte ha perso la     testa per questo Federico! Volete sapere la verità? La vita è una, e chi può godersela non deve rinunciare a niente! E se questo Federico ha ventun’anni, tanto meglio; durerà più a lungo...E se poi un giorno, molto ma molto lontano, dovesse finire...

MON. Se ne cercherebbe un altro di quindici anni! Sai che storia! L'istinto materno!

MAR. Non hai cuore. Come puoi continuare a parlare così?

MON. Ma che ho detto di tanto strano? Non si può esprimere il proprio pensiero? E' colpa mia, adesso, se si fa prendere dai rimorsi?

BRI. Io non ho rimorsi.

MON. No? Benissimo, ne sono felice. Perché te ne stai seduta in silenzio, allora?

BRI. (gelida) Aspetto il treno per Milano.

MON. (con pessimo gusto) E via, verso il folle amore!

BRI. Via da qui, quanto meno. E sarebbe già tanto.

MAR. Certo che andremo via da qui. Faremo un bel viaggio e ci divertiremo.

BRI. (alludendo a Monique) Io non viaggio con lei.

MON. Oh, sì che viaggi con me; abbiamo i posti uno accanto all'altro.

BRI. Andrò in seconda classe.

MAR. Uffa! Ma è possibile che non ci sia una maniera per dimenticare questo stupido incidente? (a Brigida) Non  puoi prenderla come una semplice battuta?

BRI. No.

MAR. Perché? prima hai detto che io non ho il senso dell'humor...Dammi la dimostrazione che ce l'hai tu, no?

BRI. Qui lo spirito dell'humor non c'entra per niente.

MAR. Ah! Io dovevo averlo, per quello che mi ha detto il deficiente...

BRI. Tu sei solo un po' stronza...Io sono vecchia!

MON. No! Questo non te lo permetto!

MAR. Per favore...

MON. Io non ho detto che è vecchia; non può accusarmi di una cosa che non ho detto. (a Maria) Avanti, andiamo: mi hai sentito dire che è vecchia?

MAR. No...

MON. Giuralo!

MAR. (poco convinta) Ma sì, lo giuro...

MON. E lo giuro anch'io! (a Brigida) Giuro di non aver detto che sei vecchia. Va bene? Vuoi di più...? Nel caso tu mi avessi sentito dire che sei vecchia, e giuro di non averlo detto, sono pronta a scusarmi per il fatto che tu abbia sentito una cosa che io non ho assolutamente detto. Hai capito? Mi scuso per una cosa che io non ho detto e che tu hai creduto di sentire! (a Maria, allargando le braccia) Beh, più di così...

MAR. (a Brigida) Mi sembra un bel gesto, no? E' stato un malinteso...Un pensiero espresso male...(a Monique) Certo che ne esprimi male in continuazione di pensieri! Pensa un po' meno!

MON. Ci proverò.

BRI. Dovrebbe fare il contrario. Pensare un po' di più...Ma ai fatti suoi; a quello che sta facendo, al disastro che provocherà.

MON. Io provoco disastri?

BRI. Sfasciare una famiglia cos'è, un gioco di società? Sei tutta elettrizzata al pensiero di prenderti il tuo Giulio, ma ti ha almeno sfiorato un dubbio su cosa sarà della sua famiglia?

MON. Io ho conosciuto un uomo, non una famiglia.

BRI. Hai conosciuto un uomo sposato, non uno qualsiasi.

MON. Un uomo e basta! Ho conosciuto un uomo, solo, in banca! Se lo avessi conosciuto in compagnia di una donna, mi sarei chiesta se fosse sposato, o fidanzato, o si portasse dietro la sorella. Era solo. (a Maria) Se incontri un uomo, e ti piace per qualcosa che ti colpisce, pensi subito “peccato che quest'uomo, che mi piace, sia sposato”?

MAR. No che non lo penso...

MON. (a Brigida) Lo vedi? Una donna normale non lo pensa.

MAR. Se posso dire...

MON. (certa di aver trovato, in questo frangente, una spalla) Certo che puoi.

MAR. Ecco...Me lo chiedo dopo, magari.

BRI. Quanto tempo dopo?

MAR. Una volta conosciuto un uomo che mi piace, se si stabilisce quel certo reciproco interesse...

BRI. Ci sono donne a cui occorre pochissimo per stabilire un interesse per un uomo; basta che lui gesticoli e cadono come pere mature. Sì, mature!

MON. Non credo sia il caso di coglierci un senso compiuto, vero?

BRI. Ma ci siamo capite!

MAR. Se ci esco...Se lo frequento...Me lo chiedo sì, se è sposato o no.

BRI. Te lo chiedi da sola?

MAR. Beh, lo chiedo a lui.

BRI. Oh! (a Monique) Lo vedi come "la pensa" una donna normale? (a Maria) Lei non l'ha chiesto a Giulio. Se lo è chiesto da sola: “sarà mica sposato quest'uomo che mi piace? Ma no che non è sposato. Come può venirmi un     dubbio del genere? Non pensiamoci e facciamoci pungere dall'aria fresca della sera”!

MON. Perché, lui me l'ha chiesto?

MAR. Te l'ha chiesto?

MON. No.

BRI. Qual era la ragione per chiedertelo? (a Maria) Un uomo ha una ragione per chiedere a una donna se è sposata, prima di invitarla a fare un giro in macchina? E se si sente dire “sì, sono sposata”, ci ripensa e dice “adesso la faccio scendere, questa donna sposata che mi si è seduta accanto e che ha tanta voglia di farsi pungere dall'aria fresca della sera”?

MON. Non l'ho cercato io. Avrebbe dovuto dirmelo lui. (a Maria) Avevo solo sostituito Lucrezia alla cassa. Se fosse entrato in un altro giorno, uno qualsiasi, non sarebbe successo niente. Probabilmente, non mi sarebbe nemmeno piaciuto, guarda un po'! Io non ho nessuna colpa.

MAR. Nessuno dice che hai colpa.

BRI. Come, "nessuno"? Ma se lo dice lei!

MON. Lo dico io?

BRI. (a Maria) Se afferma di non avere colpa, è proprio per evitare di pensare che la colpa ce l'ha. E' psicologia, questa!

MON. Chi sei, la nipote di Freud?

BRI. Se una non ha colpa, non ha bisogno di discolparsi. Non ha bisogno di dire “non ho colpa”! Se lo dice, è evidente che la sente. Inutile nasconderlo. E comunque, non è detto che i tuoi inesistenti sensi di colpa non abbiano, invece, giustamente colpito il tuo Giulio.

MON. Adesso tiriamo in ballo Giulio!

BRI. No! Tu sei qui ad aspettare il "tuo" treno.

MON. Anche tu!

BRI. Io aspetto il mio...E ho un motivo, per essere sola!

MON. Quale?

BRI. Scappo! Fuggo!

MON. L'hai detto, alla fine!

BRI. Sì, l'ho detto! E si fugge da soli, Monique! Sempre! Anche se con altre mille persone, o con un milione; si è sempre da soli! Ognuno pensa per sé! E anche tu sei sola, non hai nessuno accanto che divida il viaggio con te. E sai perché?

MON. Avanti, dillo!

BRI. Perché non è un viaggio: è una fuga anche la tua!

MAR. Bene. Almeno, una cosa l'abbiamo chiarita. Adesso, però, sarebbe il caso…

BRI. (interrompendola) Sarebbe il caso che lei pensasse a come può cambiare la storia se Giulio, in questo momento, a casa sua, con sua moglie che gli prepara il

caffè in cucina e che gli chiede “a che ora torni stasera, amore...”, si sta chiedendo: “ma dove vado? Perché ci vado? Per chi? Per una che ho impiegato tre minuti a rimorchiare? ma che donna è”?

MON. Non ti permetto di parlare così!

BRI. (non le da ascolto) “E' bastato darle un appuntamento, farci pungere insieme dall'aria fresca della sera...E dopo sette giorni, già mi chiede di buttare tutto all'aria”...

MAR. Sette giorni?

BRI. Sette.

MAR. Monique; avete deciso tutto in sette giorni?

MON. Sei...

BRI. Meglio mi sento!

MAR. Ma non è possibile...Non si può prendere una decisione così in soli sei giorni. Non c'è il tempo per conoscersi, per capire se sia davvero la cosa migliore.  Sei giorni sono un attimo...Capirei con uno scapolo, libero...Si tenta...

MON. Che avrei dovuto fare? Continuare ad uscire con un uomo sposato? Ma per chi mi avete preso?

BRI. Questa è meravigliosa! Scusaci tanto!

MON. E poi, in sei giorni fu fatto l'universo...Uomini compresi!

MAR. Non discuto...Ma non mi sembra un paragone azzeccato...E, a dirla tutta, al settimo giorno Lui riposò...Tu ti metti in viaggio! Magari, una pausa di riflessione...Giusto per vedere com'è riuscito questo "universo"...Se c'è qualcosa da correggere...

BRI. In sei giorni, si possono combinare grandi casini.

MAR. (a Monique) Non ha torto. Dovreste rifletterci ancora un po'.

MON. Sto per partire per Milano! E non gliel'ho chiesto io, è stato lui! Non avrei lasciato il mio posto in banca, la  mia carriera, la mia vita, Filippo…se non me lo avesse chiesto lui!

MAR/BRI. (dopo essersi guardate stupite per un attimo) Filippo?

MAR. E chi cazzo è "Filippo"?

MON. Il mio vice-direttore. (a Maria) Non mi ha dato il tempo, capisci? Gli avevo detto: “le chiamo subito il vice-direttore”...Ma lui: “non lo scomodi; me la darà  lei, alle cinque”...Se me lo avesse fatto chiamare, gliel'avrebbe data lui...

MAR. Filippo...?

BRI. La spiegazione, Maria, la spiegazione.

MON. E non ci sarebbe stata l'opportunità che fossi io a  dargliela, alle cinque.

MAR. La stessa spiegazione che gli avrebbe dato Filippo, suppongo...

MON. Più o meno...

MAR. E tu hai piantato Filippo, da un momento all'altro, per uno che ti ha chiesto una spiegazione? Però! Altro che colpo di fulmine. Devi essere una donna dalla decisione fulminante!

MON. Non ho piantato nessuno. Filippo mi veniva dietro da due anni...E mi piaceva pure...Ma l'ho sempre visto solo come collega...

BRI. E invece, è bastato che si presentasse Giulio...(si allontana in silenzio a sinistra, dirigendo nuovamente alla panca)

 

Monique, dopo l'ultima sua battuta, si sarà diretta al fondo, alla porta a vetri, dove si fermerà rivolgendosi all'esterno. Maria è sola, adesso, al centro della scena. Le avrà guardate allontanarsi senza trovare un pretesto, un motivo per continuare il dialogo. Non avrebbe immaginato che potesse andare in questo modo. E' cosciente di essere stata, in parte, lei a provocare il mutamento della condizione che aveva trovato al suo arrivo in questa sala d'aspetto. Il suo ostinarsi a ritenerle due donne in fuga, pensa, ha contribuito ad innescare dubbi, dissapori e verità, o presunzioni, che Brigida e Monique, forse, non avrebbero raggiunto senza il suo arrivo, senza la sua lite con il capo stazione, senza il suo sentirsi libera di comportarsi come meglio credesse. Libera. Ora, si sente libera un po' meno. Il suo "egoismo", il suo volere entrare nelle storie e nei

segreti delle due viaggiatrici ha modificato, a suo parere, addirittura la loro vita. Se potesse tornare indietro nel tempo, non di molto, si comporterebbe diversamente. Intanto, ciò che è accaduto riguarda anche lei: il saperle cosìabbattute le fa male, e farebbe di tutto per rivederlemotivate e convinte come prima. Decide di fare qualcosa, non sa bene cosa, per dare una nuova possibilità a tutte; anche a sé stessa.

 

MAR. E allora! Quanto ci vorrà ancora? Potrebbe essere questione di minuti. Vedrete; adesso quell'affare scampanellerà allegramente e dirà che il treno per     Milano è in arrivo sul binario uno.

MON. (dal fondo) C'è "solo" il binario uno...

MAR. Meglio, no? Così non dovremo fare troppa strada. Io odio le stazioni con troppi binari. Sapete, di quelle dove quando ti annunciano “è in partenza dal binario  ventitré...” (Brigida ha una reazione istintiva e trasale per un attimo; Monique si volta a guardare la "compagna di viaggio", senza che Maria si accorga di  niente) “...O trentuno”, non so, proprio quello che devi prendere tu, che hai due valigie che pesano come quattro, sei ancora al binario cinque.

BRI. (a Maria) Potresti correre, tu, fino al binario ventitré...

MON. ...O trentuno...Ha detto anche trentuno...

MAR. Sì, ho detto così...O quaranta...

BRI. Non hai molti bagagli.

MAR. Perché non mi piacciono; e non ho molto da portarmi dietro...Ma, di solito, si hanno troppi bagagli proprio quando si è in una grande stazione e lontani dal binario  da cui parte il tuo treno.

MON. Questo, invece, è proprio qui fuori. Il treno si fermerà qui.

MAR. E saliremo in un attimo. Quanto credete che si fermi? Io credo non più di due minuti. Noi ci metteremo un attimo. (suo malgrado, deve constatare che nulla è accaduto. La sua ilarità non è stata di conforto per Brigida e Monique, che restano con i loro pensieri) Ma un po' di allegria, accidenti! Non è successo niente: niente, al di fuori di uno stupido scambio di idee tra voi due...Ma     questo non cambia nulla rispetto al momento in cui siete entrate qui. (a Brigida) Eri felice di andare a Milano, e trovarci Federico? E lo troverai! Perché non dovrebbe esserci? (indicando Monique) Perché lei, solo lei, crede che sia troppo giovane per te? Esistono coppie felici in cui ci sono trenta, quarant'anni di differenza tra lui e lei! (a Monique) E tu, perché non dovresti trovarci Giulio? (indicando Brigida) Soltanto perché lei ha immaginato una scenetta familiare in cui la moglie prepara il caffè e lo chiama "amore"? Non ha senso. Anche sei giorni fa, probabilmente, gli avrà preparato lo stesso caffè; ma se ti ha cercato, se si è sentito  capace di amarti, vuol dire che ne aveva piene le palle di sentirsi chiedere ogni mattina “a che ora torni 'stasera”! Tu, che lo sai, evita di fargli la stessa domanda. Se vuole il caffè, se lo venisse a prendere in cucina. E tornasse quando gli pare; anche tu avrai da fare le tue cose, no?

MON. Tu dici?

MAR. Ma è così!

BRI. Ne sei convinta?

MAR. E' l'amore; niente altro che amore, niente di più meraviglioso, imprevedibile, esaltante, coinvolgente...Solo amore! (Brigida e Monique, pur restando nelle loro posizioni, si scambiano qualche sguardo meno ostile. Forse pensano che, in fondo, Maria ha ragione, e lo sperano anche. Si riaccende in loro la possibilità che tutto possa ricominciare a "viaggiare" come avevano     sognato, anche se restano le verità, e le cattiverie, che si sono scagliate, fino a quel momento, l'una contro l'altra. Maria coglierà il discreto mutare dei loro     atteggiamenti e continuerà) Capite? Non potete pensare di averlo perso mentre siete sul punto di andarci  incontro. Allora, scusate, se dovessi pensarci io a     quello che ho dovuto subire, affrontare...Probabilmente non ci sarei venuta qui, e non avrei mai potuto convincermi che davvero ci sarebbe stato un futuro per     noi. Invece, ci sarà...Ci sarà per me e Giuseppe, (a Brigida) Ci sarà per te e Federico, (a Monique) ci sarà  per te e Giulio.

MON. Io, qui, ci sono venuta apposta...Per non correre il rischio di incontrare in città qualcuno che mi conoscesse e potesse chiedermi: “che fai in stazione,     parti? Dove vai”?...E poi, me lo ha chiesto Giulio...

BRI. Giulio ti ha chiesto di partire da qui?

MON. Io non sapevo nemmeno che esistesse, questo posto. Mi ci ha accompagnata mia sorella.

BRI. E lei sa di Giulio?

MON. Non ho avuto il coraggio di dirglielo.

MAR. Glielo dirai quando tutto sarà sistemato.

BRI. Anche Federico mi ha chiesto di partire da qui. (a Maria) Mi ci ha accompagnato Anselmo, mio marito.

MAR. Tuo marito sa che sei qui, e che vai a Milano?

BRI. Sa che vado da mia zia...Crede di raggiungermi lì, tra qualche giorno.

MAR. E come farai?

BRI. Milano è grande. A quest'ora è in ufficio...A litigare con le sue bretelle...Fino alle cinque.

MAR. Bretelle?

MON. Parla del marito. Lascia stare, è una storia lunga. Non sarebbe qui se non si fossero messe di mezzo.

MAR. Chi?

MON. Le bretelle.

BRI. Già...Le bretelle...Ne ha comprate due paia nuove...

MAR. Anche Giuseppe mi ha chiesto di partire da qui. In un primo momento non ero d'accordo; avrei voluto che viaggiassimo insieme...Poi mi ha convinta...E non è stato facile arrivarci.

MON. Neanche voi siete una coppia regolare, eh?

MAR. Regolare...Un uomo e una donna...Mi sembra che sia regolare...

BRI. Sei sposata anche tu?

MAR. Oh, no; ci sono andata vicina una volta ma non ci ho più pensato seriamente.

MON. (a Brigida, convinta) E' sposato lui.

MAR. No, nemmeno Giuseppe è sposato.

BRI. E andate a vivere a Milano...

MAR. Milano è bella, è grande... Non abbiamo parenti né   conoscenti... Insomma, una città perfetta per noi.

MON. Per...Voi?

MAR. Per noi, per voi, per tutti, credo.

BRI. Speriamo che sia così.

MAR. Ne sono certa! Ci frequenteremo, faremo tante cose insieme; shopping al centro...Visiteremo i monumenti, i teatri, scopriremo i ristoranti migliori...Se vi va, andremo a messa...

MON. Io ci vado spesso a messa...

BRI. Anch'io; quasi tutte le mattine. Mi rilassa. E' stato proprio uscendo di casa per andare a messa che...

MAR. (interrompendola) Ma è stupendo! Io, prima, non ci andavo quasi mai... Poi, da quando ho conosciuto Giuseppe, mi ci sono appassionata. L'ho conosciuto in chiesa.

MON. Ah, in chiesa? Vi siete incontrati in chiesa?

MAR. Incontrati...L'ho visto io; non è che lui badasse a me. Ci ero andata per la prima comunione di mio nipote. Avete presente "come una folgorazione"? Beh, posso dire  di essere stata proprio folgorata quando l'ho visto lì, con quella fierezza, quella imponenza e, allo stesso tempo, tenerezza, nel suo elegantissimo abito bianco...

MON. Anche questo è elegante.

BRI. Perché; Federico, no?

MON. Bah!

MAR. Sentii subito che dovevo dirglielo; non potevo tenermi dentro tutta l'ammirazione e l'amore che avevo sentito nascere all'improvviso...E sapete che feci? Al mattino dopo, prima delle sette, mi andai a sedere per aspettarlo, prima che arrivasse altra gente...Le solite mattiniere...

BRI. Ti andasti "a sedere"?

MAR. Oh, sì! Quando arrivò, e lo ebbi a dieci centimetri da me, presi il coraggio a due mani e glielo dissi, prima che potesse aprire bocca. Lui non poteva vedermi bene, ovviamente, ma questa "dichiarazione", diciamo così, lo colpì moltissimo.

MON. Non poteva vederti, perché?

MAR. Un po' per la mia posizione: sai come si sta in certi momenti; non è che lo guardi in faccia...Sei in  ginocchio, con la testa un po' in giù, questo affare     davanti agli occhi...Come si chiama...?

MON. Questo "affare"?

MAR. Beh, al momento...Ma non è importante. Avrei dovuto aspettare? Sì, lo so, tant'è vero che dopo me ne vergognai anche un po'. Soprattutto quando lui mi disse che, pur apprezzando la mia sincerità e il mio coraggio, una cosa del genere non l'avrebbe mai immaginata. Ah, ma gli piaceva; lo capivo che gli piaceva. Una donna capisce quando riesce a sorprendere un uomo. Sì, mi     pregò di non tornare più, che sarebbe stato meglio, ma non riuscì a convincermi affatto. Ogni mattina lo  aspettavo e glielo ripetevo con maggiore fermezza. Voi     lo sapete meglio di me; quando una donna è convinta di una cosa...E alla fine accettò di incontrarmi fuori; disse che lo faceva solo per potermi parlare, una volta per tutte, con più libertà. Ma da quella sera non ci siamo più lasciati, ed è un mese che siamo felici. Purtroppo, come spesso succede,qualcuno ci ha visto...E sono cominciati i pettegolezzi...Capite che, nella sua posizione, non poteva permetterselo...E da qui la decisione di andare via e rifarci una vita.

MON. A Milano...

MAR. A Milano.

BRI. A Milano...Perché nella sua posizione non poteva permettersi i pettegolezzi...

MAR. Non è bello, no. Soprattutto quando ha capito che si sentiva in difficoltà nel confessare.

MON. Confessare? A chi? Se non è sposato...

BRI. Monique..."Confessare"!

MON. Ho capito...Confessare...Quello che non capisco è cosa ci sia da...(guarda Brigida)

BRI. (con gesti della mano destra, come per impartire una benedizione) "Confessare"...

MON. (solo adesso realizza) Oh, porca puttana! E' un prete?

BRI. Ci è arrivata!

MON. Un prete? Maria, ti sei innamorata di un prete?

MAR. Di un uomo meraviglioso, innamorato della vita. della semplicità, bello, intelligente, generoso, affascinante e...

MON. E...?

MAR. ...E prete.

BRI. Ecco.

MON. Ma...Ma non si può! Non è possibile! Come ti salta in mente? Con milioni, miliardi di uomini disponibili...Ti innamori di un prete?

BRI. E' un uomo, no?

MON. No: è un prete!

MAR. Ma prima di essere prete, è uomo.

MON. Ma "molto" prima! Ci vuole tempo per diventare prete: avrà studiato, sarà stato in seminario; non se lo ricordava più di essere uomo...Faceva il prete, che bisogno c'era di andare a ricordargli che prima era uomo?

MAR. No, guarda che se lo ricordava benissimo da solo.

BRI. Comprendo: certe cose non si dimenticano.

MON. (a Brigida) Comprendi? Vai tutte le mattine a messa...E comprendi?

BRI. Non tutte...Quasi tutte...

MON. E hai mai perso la testa per il tuo parroco?

BRI. Ma dài: il mio parroco ha settant'anni, un occhio di vetro e un pessimo alito...Non riuscirei a perdere la testa per lui...E poi, l'importante non è che Maria sia innamorata di un prete, ma che il prete sia innamorato di Maria.

MON. Ah, sì? Ma, dico, ti rendi conto?

BRI. Perfettamente. Sei tu a non capire.

MON. Ah, io!

BRI. Chi ti dice, in fondo, che non te ne saresti innamorata  anche tu?

MON. Io? Di un prete...?

BRI. Perché, no? Se fosse entrato Giuseppe, in banca, invece di Giulio, sarebbe successo anche a te. Gli cambi l'assegno, lui ti ringrazia: (ripete il gesto della     benedizione) “ti benedico, sorella”, tu lo vedi gesticolare e cadi ai suoi piedi!

MON. Che stronzata!

MAR. (a Monique) Non è stato lo stesso per te? Non ti sei innamorata di un uomo sposato?

MON. Ma che discorsi sono, questi? Io l'ho saputo dopo che era sposato. Tu lo sapevi da prima, che era un prete! L'hai trovato lì, in chiesa, vestito di bianco, con  l'ostia in mano, avrai pensato: “vuoi vedere che è un prete”?

BRI. La faccenda non cambia. Giulio si sarà stancato, o pentito, di essere marito...Giuseppe avrà capito che ha sbagliato a diventare prete. Siete pari.

MON. Siamo pari? Chi da le carte, tu? Sentite che assurdità: Giuseppe e Maria, follemente innamorati, che fuggono insieme per cercare la felicità in un'altra     città...Giuseppe e Maria...(a Maria) Guarda, dimmi che sei anche incinta e giuro che mi metto a piangere!

MAR. No, non lo sono. Ma abbiamo anche questo progetto.

MON. Brava! E fatene almeno un paio di bei pargoli biondi; così, se va male al primo, vi resta l'altro!

MAR. Ma che dici?

BRI. Lascia perdere; è in pieno delirio evangelico! La donna di larghe vedute! Sono "larghe" solo per quello che le conviene!

MON. ...Che "mi conviene"?

BRI. Ah, no? L'uomo più giovane lo disapprovi, l'ex-prete ti sa di scandalo...Solo l'uomo sposato non ti disgusta?

MAR. Perché "ex-prete"?

BRI. Non è il primo...Lasciando l'Ufficio...l'abito...

MAR. E perché dovrebbe lasciarlo?

BRI. Se hai detto che andate a vivere insieme...

MAR. Ma non ho detto che smette di essere prete. Cambia città, parrocchia… Con un po' di attenzione...Va bene così.

BRI. (stupita) No che non va bene...

MON. Oh, questa mi piace!

MAR. E' un ottimo prete. E non si fermerà, statene certe. Farà carriera...Diventerà vescovo!

MON. E cardinale, no?

MAR. Con un po' di fortuna, anche. E io lo aiuterò, gli starò sempre vicino...

BRI. (allibita) Maria...Non è possibile una cosa del genere. Dimmi che non ci pensi davvero...

MAR. Sicuro che ci penso.

MON. (a Brigida) Allarga le tue di vedute! Cosa ci vedi di strano? Una famiglia normale, questo intende Maria. Lei che prepara il pranzetto, non lo vede arrivare, gli telefona e gli chiede: “Giuseppe, ne hai ancora per molto”? “Scusa, amore, ho quasi finito: sai, le seccature dell'ultim'ora; due confessioni, un'estrema unzione e arrivo. Intanto cala, che ci metto poco”.

MAR. Ehi, di', che ti prende?

BRI. (a Monique) Piantala! Non ti permetto di scherzare su queste cose!

MON. E chi scherza? Lei gioca a "uccelli di rovo", e tu dici che io scherzo?

MAR. Io non gioco a niente!

MON. (a Brigida) Fa davvero! Che ti dicevo? “Bambini: oggi un bel compito in classe; raccontate come avete trascorso la domenica”. Svolgimento: “io non ho fatto niente di particolare, perché papà non può portarci fuori di domenica, lavora tanto e fa gli straordinari, e io lo aiuto” Cosa vuoi di più? Gli insegna un mestiere sicuro; la manodopera nel settore è sempre richiestissima! (scoppia a ridere)

MAR. Non c'è niente da ridere!

BRI. Non ridere, Monique!

MON. Ma come faccio a non ridere? Vi sembra una faccenda seria? No, ditemi che è una faccenda seria e non scherzo più...(Maria e Brigida la guardano severamente, senza parlare) Cazzo, è seria!

BRI. Ora, Maria...E poi sarai padrona di pensarla come ti pare...Non riesci proprio a vedere niente di strano nella situazione a cui andrete incontro?

MAR. Non siamo noi ad andarci incontro. E' così. Giuseppe non vuole rinunciare alla sua missione. Io lo amo anche così. Sono io a rinunciare ad una vita normale per stargli vicino.

BRI. Ma se non vuole rinunciare lui, alla sua vita, sarà perché fino a un mese fa era convinto di quello che faceva e, se non avesse incontrato te, sarebbe ancora     lì, a fare le stesse cose di prima, con amore, con passione, seguendo la sua strada, quella che aveva scelto. Io capisco che sia un uomo...Ma un uomo che     crede di avere sbagliato in una scelta, se è sicuro di dover scegliere altrimenti, sente anche il desiderio ed il dovere di abbandonare la sua vita precedente...E non mi pare che Giuseppe abbia deciso così. Mi sembra, piuttosto, che si tratti di un uomo, e di un prete, in una grande confusione, che non sa cosa fare...E che     avrebbe bisogno di tempo per riflettere, da solo.

MON. (seria) Approvo.

BRI. (credendo che voglia continuare nello scherzo) Per favore, Monique, per favore!

MON. Dico sul serio. (a Maria) Brigitte ha ragione. Se lo ami davvero, e se vuoi essere sicura che abbia scelto te per vero amore...Lasciagli il tempo per essere più chiaro con sé stesso...Il tempo di trovare le risposte alle domande che adesso lo confondono. Dopo, forse, lo avresti solo per te...o avresti contribuito a farne un prete migliore. Solo un po' di pazienza. Se non sono sufficienti sei giorni di passione, o quindici, per giustificare la fine di una famiglia...(a Brigida) Che     ne dici?...forse non lo sono neanche trenta...E per qualcosa di più grande e complesso. E non è detto che solo Giuseppe abbia bisogno di riflettere e capire.     Forse, ne hanno bisogno anche Giulio e Federico...

BRI. E neanche loro soltanto.

MON. Già. Forse, o soprattutto, Brigitte, Maria e Monique.

MAR. (dopo un significativo silenzio) E se ci facessimo una bella corsa in taxi? Beh, corsa...Una gita...Futura ventuno non è troppo scomoda, se non si ha fretta. Avete fretta, voi?

MON. Non più di tanto. Telefono in banca e dico che ci torno domani. Un giorno di ferie. (a Brigida) Tu?

BRI. Nessuna. Fino alle cinque, ho tempo per inventare qualcosa. E poi, sarà sufficiente fargli trovare un paio di bretelle nuove...Non farà domande. Per me, possiamo andare. (raccolgono i loro bagagli e si voltano verso il fondo. Si immobilizzano, equidistanti tra loro, proprio mentre il diffusore ricomincia a gracchiare)

Voce: San Candido di Fragore. Stazione di San Candido di Fragore. E' in arrivo, sul binario uno, il treno per Milano delle nove e dodici. (le tre donne si guardano perplesse un attimo, un solo attimo, poi la voce prosegue) Allontanarsi dal binario uno. Il treno non effettua fermata.

Brigida, Maria e Monique  (all'unisono) Ma vaffanculo!

buio

Sipario

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 2 volte nell' ultimo mese
  • 18 volte nell' arco di un'anno