Due volte Amelia

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DUE VOLTE AMELIA

ovvero

OMBRE CARE

oppure

I VEDOVI

Di Carlo Terron

Alla memoria di Luigi Pirandello (se permette, sennò pazienza)

PERSONAGGI

IL GENERALE BENIAMINO

TOM MIX

LA VEDOVA DEI DUE COLONNELLI

LA CARA OMBRA, ASSENTE GIUSTIFICATA

                                 Senza fretta, per piacere, tanto già minuto più, minuto meno… Si dà la possibilità di guadagnar tempo creando quella che si dice un’atmosfera e sarebbe da dissipati buttarla via, visto che la critica la tiene in grande considerazione. E allora, tanto per cambiare, si comincia al buio e poi musica a rompitimpani. Mica pezzi classici, grandi orchestre e direttori di cartello, no no. Solamente campane. Da morto. Sì da morto. E allegre. È difficile? naturalmente. Sennò i registi cosa ci stanno a fare? Bel merito far suonare delle campane da morto tristi, ogni sacrestano è buono. Qui li voglio. Una volta risolto il piccolo problema, che, in fondo, non ci riguarda: luce. Ma da far male agli occhi, a scassapupille. C’è qualcosa di nuovo oggi, nel sole; che cielo terso, che aria cilestrina, che stimolante esortazione alla vita, che frullio d’ali! Ogni respiro è come un aperitivo. Ah, si allarga il cuore! Siamo al camposanto. Anche qui, però, attenzione a non essere convenzionali. Che il solito scenografo sprecone non creda trattarsi dell’ultimo atto della “Lucia” e si vada ad ispirare al cimitero monumentale di Milano. Mostrerebbe di non capire niente, per questo il pericolo incombe. Qui da noi, i cimiteri sono piccini, verdi e gai: quieti, solitari, propensi al raccoglimento e alla confidenza, agli intimi colloqui coi cari estinti; non ci si portano a giocare i bambini solo per il timore – si sa come sono i bambini, frugano dappertutto – di trovarsi, poi, sotto il tavolo della sala da pranzo, qualche femore o qualche tibia scompagnata, mica per altro. Me l’aspettavo: no, niente “Piccola città”, pista totalmente sbagliata. Si può vivere anche senza l’antologia si Spoon-river. Un po’ di pazienza, Cristo! Mettiamo, intanto, le mani avanti con una precisazione economica: il cimitero mica c’è tutto, soltanto un pezzettino, quel che basta; un angoletto fuorimano, a destra, presso il muro di cinta, dove c’è il sole alla mattina e l’ombra al pomeriggio, e quindi ci si possono coltivare le viole: un quadretto dipinto su un uovo di pasqua; e se il cipresso è ancora in piedi, bene, altrimenti fa lo stesso; ma mi pare che si stato abbattuto durante la guerra per far legna e bruciarono anche le ossa sotto, ottimo combustibile. Era un bel cipresso, fine, svelto e stracarico di nidi, accidenti ci risiamo: “Davanti San Guido” (per quanto uno stia attento, si trova sempre a camminare fra le mine della letteratura: niente più cipresso, sacrificato!). Piccolo rigurgito della memoria privata, senza dover niente a nessuno, se non vi dispiace, sennò si salta il periodo e ci si capisce ugualmente. Oltre il muro di cinta, pochi metri, c’è la curva pigra del fiume, col canneto e la breve spiaggia sassosa, piena di carte unte e di barattoli vuoti, dove i ragazzi che marinano la scuola vanno a fare il bagno e poi si coricano ad asciugarsi al sole, e gettano sassi dentro al camposanto, raccontandosi storie da grandi piene di porcherie; e, ogni anno, uno s’annega. Beh torniamo dentro. Quanti morti ci staranno? Mezza dozzina, e ne mancano cinque. Tomba con monumento, lampada votiva, cancellatine di ferro battuto e aiuola di gerani intorno ad una colonna in pietra bianca che tien su un busto di donna dall’aspetto assai perbene. Somigliante? E chi lo sa? L’ha scolpito un semplice scalpellino che non sentì mai nemmeno nominare l’arte astratta e questo, per la rassomiglianza, dovrebbe già essere una garanzia. Di più non si può dire. Personalmente, la signora noi non abbiamo avuto il piacere di conoscerla e Dio sa la voglia che avremmo avuta di potercene fare un’idea personale. Chissà che, in seguito, visto e considerato che avrà da parlar molto, qualcosa di più preciso non si riesca a sapere dal vedovo che, in perfetta confidenza, con un panama in testa e un fazzolettone bianco intorno al collo, sta lucidando la dedica, in lettere di ottone non massiccio, che fa: “ ad Amelia Varon – il vedovo inconsolabile – pax in Deo”. Né più né meno: tacitiana (anche per economia) e dispiace di non poter far figura con una bella epigrafe dettagliata ed aulica, tradotta dal latino. Intanto che lui sta lì a lustrare, ci si sfoga con le campane e altri acconci rumori vegetali, animali e meteorologici, intonati all’ambiente, con proibizione assoluta di impiegare gufi, civette, pipistrelli, temporali, ulular di cani, folgori, lamentazioni di fantasime, vampiri e quanto possa, anche minimamente, offendere la lieta serenità del luogo pio che, nell’intenzione del poeta, dovrebbe, già a prima vista, suscitare nello spettatore uno struggente desiderio di andarcisi a trasferire senza perdere un minuto, ma si rende conto che è chiedere troppo, pazienza. Questo indugio, questa ideal compiacenza, ha il suo scopo calcolato. Fin che il rumorista si fa onore, uno, intanto è libero di mandare a spasso l’occhio da una parte e dall’altra del sepolcro – ma non è questa la parola giusta; si dovrebbe pensare piuttosto a un bel comò, ingombro di soprammobili – e rendersi conto che, intorno alla defunta, il terreno è, per così dire, ancora sfitto. Sfitto però non significa che, quello a sinistra sia disabitato o trascurato; e non è solo un cartello, piantato in terra con un palo e sopra scritto: “acquistato”, a farcene capaci, ma anche, e più le cose numerose e care, i comodi e l’organizzazione che il vedovo Varon, generale in pensione, grand’ufficiale Beniamino, detto Ben nell’intimità, vi ha già trasferito come s’avrà modo di constatare, conoscendolo meglio, dall’uso che ne farà in seguito: i segni, insomma – c’è perfino un rustico capannotto degli attrezzi – di una frequentazione condominiale, familiare ed assidua. Niente di simile al lato destro. Qui tutto è possibile e l’imprevisto ha via libera, pur che voglia approfittarne. Sotto!

BENIAMINO         - Le senti le rondini, amor mio? Si dà il caso che, non veduto, sia arrivato un tale vestito come Tom Mix, ma potrebbe essere suo padre e non è né l’uno né l’altro.

TOM                        - (così ha nome, una combinazione) Perché mi chiama amor mio?

BENIAMINO         - (che non è né sordo, né cieco, si volta e lo vede) Perché lo dovrei chiamare amor mio?

TOM                        - Appunto.

BENIAMINO         - Perché?

TOM                        - Sono stato io a dire perché.

BENIAMINO         - No, sono stato io.

TOM                        - Io l’ho detto prima.

BENIAMINO         - Non è il prima o il dopo che conta. È il perché del perché.

TOM                        - Sarà meglio cominciare tutto daccapo. Prego. A lei!

BENIAMINO         - Le senti le rondini?

TOM                        - E poi?

BENIAMINO         - E poi cosa?

TOM                        - Se non ci aggiunge: amor mio, abbiamo finito prima di incominciare.

BENIAMINO         - Ma sono io che devo dirlo.

TOM                        - Eggià!

BENIAMINO         - Le senti le rondini, amor mio?

TOM                        - Ecco, bravo, perché mi chiama: amor mio?

BENIAMINO         - Perché la dovrei chiamare: amor mio?

TOM                        -  Così va bene? Se non mi ha ancora visto in faccia, perché mi dovrebbe chiamare amor mio? È questo che intendevo. Lei si fida sul sentito dire.

BENIAMINO         - Io, in faccia l’ho visto.

TOM                        - E le sono piaciuto? Di solito, piaccio.

BENIAMINO         - La divisa sì, lei no.

TOM                        - Quando ha detto amor mio, stava voltato, come fa a dire che le è piaciuta la divisa e io no? Ha detto amor mio alla divisa?

BENIAMINO         - Ma non è mica a lei che io ho detto amor mio.

TOM                        - Vede che ho ragione? Lo ha detto alla divisa. Lei ama le divise.

BENIAMINO         - Non lo nego.

TOM                        - Tanto per dimostrarle come sono falsi i proverbi.

BENIAMINO         - Me ne citi qualcuno.

TOM                        - L’abito non fa il monaco, per esempio.

BENIAMINO         - Perché? Lo fa?

TOM                        - Si direbbe di sì.

BENIAMINO         - Come può affermarlo?

TOM                        - Se ha detto amor mio alla divisa, è evidente.

BENIAMINO         - Non l’ho detto né all’una né all’altro.

TOM                        - E’ sicuro di non mentire per tirarsi indietro?

BENIAMINO         - Gliene dò la parola d’onore: né all’una né all’altro.

TOM                        Ah no?

BENIAMINO         - Le dispiace?

TOM                        - Non lo so. A esser sincero, forse sì. Sì, sì, un po’ mi dispiace.

BENIAMINO         -  Lei non si sa che si sta prendendo delle intollerabili confidenze.

TOM                        -  E’ solo una conversazione che incontra una certa difficoltà ad avviarsi, abbia pazienza.

BENIAMINO         - Ora dica anche che sono incapace di sostenere una conversazione!

TOM                        - Non si adombri; noti il riguardo, ho detto adombri, un termine che non usavo da prima della guerra. Le dirò: passare per il mondo e suscitare delle subitanee passioni con tralci di rondini in volo, non dispiacerebbe a nessuno. La persuade?

BENIAMINO         -  Sa, io non ho molta familiarità con la psicologia. La specialità sono le armi da fuoco e da taglio.

TOM                        - (togliendosi una delle pistole texane dalla fondina e offrendogliela graziosamente) Perché non l’ha detto prima? Tutto sarebbe andato più spedito.

BENIAMINO         - (un cortese gesto di rifiuto) Avrebbe mica, per caso, in cambio, un moschetto modello 91?

TOM                        - Cos’ha, qualche presidente della repubblica da far fuori? Guardi che, per i presidenti, non c’è di meglio che questa Colbert. Vengo dal Texas e lo so.

BENIAMINO         - Ho fatto l’occhio sul modello 91, di altri non mi fido.

TOM                        - Spiacente, ne sono sfornito.

BENIAMINO         - Grazie ugualmente.

TOM                        - Sarà per un’altra volta.

BENIAMINO         - La riverisco. Non abbiamo altro da dirci.

TOM                        - Vuol dire?

BENIAMINO         - Penso di sì. Incauto! Si rimette a lucidare l’epigrafe. L’altro sembra che se ne vada, fa anche qualche passo, ma è solo una convenzione scenica e non convince nessuno. Infatti si ferma, sta lì, guarda, prende anche a calci un sasso, per far credere che, tanto, per lui, andare o restare è lo stesso, e riattacca. Valeva la pena perder tempo con tutta sta’ manfrina? Ma, dicono, così tutto sembra più verosimile!...

TOM                        - Ha piena fiducia, lì, in quel lustratutto che sta adoperando? Fossi in lei, io sarei più cauto. Non conterrà, per caso, qualche acido corrosivo?

BENIAMINO         - E’ il meglio che si trovi in commercio. Lo uso da cinque anni, bisettimanalmente, ogni martedì e sabato, e lo trovo ottimo. Oggi è martedì.

TOM                        - Sempre lo stesso tubo?

BENIAMINO         - No. Vari.

TOM                        - Si vede che ha molte cose da lustrare.

BENIAMINO         - Soltanto questa epigrafe.

TOM                        - E’ anche breve.

BENIAMINO         - Ciò non muta la situazione.

TOM                        - Lunga, avrebbe perso più tempo e più tubo.

BENIAMINO         - Dice perso in senso spregiativo?

TOM                        - No no.

BENIAMINO         - Per me è un piacere.

TOM                        - Proprio un piacere, via…

BENIAMINO         - Ho detto un piacere.

TOM                        - E non le si è proprio mai corrosa qualche lettera?

BENIAMINO         - No. Come vede.

TOM                        - Che vuol dire? Avrebbe potuto sostituirla.

BENIAMINO         - E invece, niente.

TOM                        - E’ stato fortunato.

BENIAMINO         - Non mi lamento.

TOM                        - Lo credo bene. (Altro corso al pensiero) Mi levi una curiosità: è sicuro che, prima ci fossero le rondini? Io non le ho sentite.

BENIAMINO         - Che le devo dire? Sarà sordo.

TOM                        - O non avrà detto così tanto per attaccar discorso?

BENIAMINO         - Mi crede forse capace di ingannar un morto?

TOM                        - In questo caso, forse lei non se n’è accorto, le hanno sbagliato l’epigrafe. Tutto tenderebbe a far credere che, lì sotto, ci fosse una donna. E, invece, mi viene fuori a dire che è un uomo. Dovrà farla riscrivere.

BENIAMINO         - Ho detto morto per dire morta.

TOM                        - Ammetterà che era più esatto dire morta.

BENIAMINO         - Non ho nulla in contrario.

TOM                        - Adesso si è offeso.

BENIAMINO         - Neanche per idea.

TOM                        - No, lei si è offeso.

BENIAMINO         - Le dico di no.

TOM                        - E’ che, vede, io manco da molti anni dall’Italia e mi trovo un po’ in difficoltà con la lingua. Tornando, ho notato, per esempio, una gran confusione tra il maschile e il femminile. La separazione, voglio dire, non è più sicura come una volta. Comunque, se lei mi dice che, lì sotto, c’è una donna, io le credo. Dopotutto, sono affari suoi.

BENIAMINO         - E allora cosa ci fa tanto caso?

TOM                        - Compatisca, sono venuto in questo cimitero, appunto per esercitarmi nella lingua leggendo le epigrafi. Capirà, se scrivono una cosa per un’altra, uno non fa che confondersi maggiormente.

BENIAMINO         - Sssst!... Rieccole. Le senti le rondini, Amelia?

TOM                        - A?

BENIAMINO         - Cosa a?

TOM                        - Ha detto a, mica o, ho udito bene?

BENIAMINO         - A, a: Amelia.

TOM                        - Sarà. Non è che intendeva Amelio, e per gettare fu negli occhi, ha detto Amelia. Alcuni lo fanno.

BENIAMINO         - Amelio è un nome che non esiste.

TOM                        - E’ ben quello che sto dicendo. Allora, uno si fa chiamare Amelia, e così l’irregolarità passa inosservata. Amelia, bel nome! Mi ricorda qualcosa.

BENIAMINO         - Ma lei non sa leggere? Sta scritto lì da cinque anni.

TOM                        - Io non posso saperlo; è la prima volta che entro in questo luogo, le ripeto. Mi corregga se sbaglio. Prendendo le cose alla lettera, il vedovo inconsolabile, allora, potrebbe anche essere lei.

BENIAMINO         - Per servirla: Varon, Grand’Uff. Beniamino, detto economicamente, Ben.

TOM                        - Adesso lei non mi crederà, ma, anche questo nome, io lo devo avere già sentito.

BENIAMINO         - Fa poca fatica. Per quattro anni, i bollettini di guerra lo portarono un giorno sì e un giorno no.

TOM                        - I bollettini di guerra non sono una delle mie letture preferite. Deve trattarsi di qualcos’altro. Mica, per caso, scusi, faceva parte della banda di Luchy Luciano.

BENIAMINO         - Chi è?

TOM                        - Niente, niente. Un mio amico laggiù.

BENIAMINO         - Forse se lascerà che finisca di presentarmi, si orienterà meglio. Lei ama la storia?

TOM                        - Non ne vado pazzo, ma nemmeno mi dispiace. La lascio fare.

BENIAMINO         - E allora stia a sentire.

TOM                        - Son tutto orecchi.

BENIAMINO         - Varon, Grand’Uff. Beniamino, fu Giobatta, generale in aspettativa. Le dice niente?

TOM                        - Chiedo scusa: no. Ma non si affligga, fino a un mese fa non mi diceva niente neanche Eisenhower.

BENIAMINO         - A proposito, lei che viene da quelle parti, sa mica quante medaglie ha Eisenhower?

TOM                        - Proprio non ne ho idea. Tante, penso.

BENIAMINO         - Non ne può avere molte: non ha mai perso. Stia a sentire me, invece.

TOM                        - Le ho già detto che son tutto orecchi. Non chiedo che di imparare.

BENIAMINO         - Medaglia d’oro al valor militare per la velocità di fuga nella ritirata di Caporetto ed è una; gran croce alla resa di Giarabub, medaglia d’argento alla ritirata di El Alamein, medaglia d’argento alla ritirata di Grecia, medaglia di argento alla ritirata di Russia e sono quattro, se uno sa contare. Più un numero imprecisato di bronzo e una promozione sul campo per altre ritirate minori ma non, per questo, meno gloriose. Eh, che gliene pare?

TOM                        - Lei ha fatto carriera a forza di ritirate.

BENIAMINO         - L’avrei potuta fare con le vittorie? Non per vantarmi, ma ho partecipato a tutte le sconfitte dell’Italia, dal 1910 ad oggi. Le dice ancora niente?

TOM                        - Mi dice che è un vero generale ma nulla più, generale; eppure… Beh, mi verrà in mente. Complimenti! Tutto considerato, un’attività di servizio come pochi.

BENIAMINO         - Ad esser giusti, invece, siamo in molti. Onore al merito. Ma, questo sì, oso dirlo: nessuno ci ha messo la mia tenacia, il mio ardimento, la mia passione, il mio attaccamento al dovere, il mio amor di patria e così via.

TOM                        - E ferite, ferite?

BENIAMINO         - Le sembrerà strano: neanche una scalfittura.

TOM                        - Che tempra!

BENIAMINO         - In quarant’anni di servizio: una colite in Abissinia e una storta ad un ginocchio in Albania. Nient’altro.

TOM                        - Destro o sinistro?

BENIAMINO         - Mi ci faccia pensare. Il tempo di pensare. Abbiate pazienza, sarà una pausa fuori luogo ma è suo diritto; e se ha il pensiero lento non è colpa sua e, tanto meno, nostra. Intanto, si può intrattenere lo spettatore con un corale di Bach o un valzer di Chopin, c’è tutto il tempo. No. era una caviglia. Visto che c’è arrivato?

TOM                        - Una caviglia vale quanto un ginocchio.

BENIAMINO         - Se non è anche più importante, sotto un certo punto di vista.

TOM                        - Onorato di stringere la mano a un valoroso vedovo, volevo dire soldato.

BENIAMINO         - L’una cosa non esclude l’altra.

TOM                        - Proprio piacere. E io: Tom Mix.

BENIAMINO         - Ecco. Al cinematografo mi avrà conosciuto: io stavo in platea.

TOM                        - In America, siamo tutti Tom Mix. L’altro nome è una finta.

BENIAMINO         - Americano, dunque?

TOM                        - Rimpatriato. Dopo trent’anni, sono stato restituito alla terra natia.

BENIAMINO         -  E allora non perda tempo: ne baci un pugno e non si faccia scrupolo di trattenere le lagrime. Questo deve essere l’effetto sulla memoria di un’antica canzonetta: il “Fox-trot della nostalgia”, che, appunto, contempla codesto cerimoniale da parte di un vecchio emigrante di ritorno, appena sbarcato a Genova (o sarà stata Napoli?) Senza riguardi. Se permette, ne approfitto e la bacio anch’io. Sono riti che riportano l’animo alle scaturigini della stirpe.

TOM                        - (cosa gli succede?) Viva l’Italia!

BENIAMINO         - Viva! Sottovoce, con la palma della mano davanti alla bocca e vicino all’orecchio dell’interlocutore. E anche il re. Più forte naturalmente. Hai sentito, Amelia? Te che amasti tanto questo nostro paese. Nuovamente mormorato, come poco fa. E questo nostro povero re. Bravo! Sono cose che affratellano, che, in un momento, creano un’amicizia. Nostalgia della madre patria. Le fa onore.

TOM                        - No. indesiderabile. Davano fastidio i miei successi con le donne, la mia fortuna a carte e le mie pistole.

BENIAMINO         - Il solito campanilismo. Non ci perdonano di essere una terra di santi, di navigatori e di eroi. (E di generali).

TOM                        -  Quello è. Attività antiamericane, hanno scritto sulla carta di rimpatrio, pensi un po’.

BENIAMINO         -  Ascolta Amelia, ascolta, amerai maggiormente la tua gloriosa terra.

TOM                        - Crede che senta?

BENIAMINO         - Credo che di lassù mi senta.

TOM                        - E allora glielo dica guardando in alto e non sottoterra.

BENIAMINO         - So io. Le notizie devono passare prima di lì. Vada pure avanti che le vengo dietro.

TOM                        - Si fa due passi?

BENIAMINO         - Avanti col discorso, intendevo.

TOM                        - Che vuol farci? Sono gente permalosa che non sopporta le corna, le perdite al gioco e le revolverate nella pancia…E poi dicono di amare lo sport.

BENIAMINO         - Già, così dicono. Confidenza per confidenza, anche quando li avevamo alleati, io non li ho mai capiti. Per carità! Nessuna conoscenza della scienza militare. Le basti dire che pretendono di fare la guerra  vincendola.  La  confondono  con  una  partita  di  rugby. Costituzionalmente incapaci di rendersi conto che, in guerra, la vittoria è un incidente imprevisto che può turbarne tutta l’armonia. Sono educati così. Di fronte a una ritirata: una ritirata: l’ora della verità, il momento magico di un esercito! Bene, si trovano persi, diventano bambin, bisogna condurli per mano. È per questo che le trascurano e le evitano. Non hanno mai capito quello che noi sappiamo da secoli e cioè che le guerre si vincono perdendole. Loro, più vincono e più si trovano nei guai; noi, più perdiamo e più stiamo bene. Quello che interessa il vero soldato è combattere: il risultato è un accidente secondario e trascurabile. La vittoria è un caso, la sconfitta è un’arte. Ma gliela faccio entrare in testa, se ne è capace. Si perdono nei particolari. Cosa vuole, sono popoli giovani; secoli in meno di civiltà. In fondo, son dei dilettanti.

TOM                        -  Nel mio piccolo, stavo, press’a poco, dicendo la stessa cosa… Piccolo per modo di dire. Coi miei uomini, io tenevo a bada tre città.

BENIAMINO         - Di quanti abitanti?

TOM                        - Tutte sopra i due milioni.

BENIAMINO         - Un campo d’operazioni rispettabile, per un generale al comando di una sola divisione.

TOM                        - E per tutta ricompensa, con la scusa che non pagavo le tasse, mi hanno rispedito indietro.

BENIAMINO         - Magari convinti che, in Italia, riescano a fargliele pagare.

TOM                        - Ma sì, pensi un po’.

BENIAMINO         - Cari ragazzi!

TOM                        - Come ha ragione! Son proprio contento d’averla conosciuta. Farei tanto volentieri qualche conversazione con lei.

BENIAMINO         - A sua disposizione. Io traggo vita in questo ameno luogo, in mistiche nozze con una memoria cara. Dalle dieci alle diciassette d’inverno e dalle nove alle venti d’estate, mi trova sempre qui. Dovrebbe soltanto evitare l’ora fra l’una e le due perché faccio il mio pisolino, sotto la tenda. Vede? Lì.

TOM                        -  Abbiamo le stesse abitudini. Non dubiti, ne approfitterò. A proposito ha il telefono?

BENIAMINO         - Non ancora, ma penso di farlo mettere.

TOM                        - Mi farò premura di chiedere il numero. Tante cose. Un’altra falsa uscita, naturalmente. Dopo essersi allontanato di qualche passo, curioso, verso il sepolcro. Gotico?

BENIAMINO         - Neoclassico. Gotico, con tutti quei buchi, è un ricettacolo per i nidi di vespe e per gli escrementi dei piccioni. Ho fatto l’esperienza con la mia prima moglie e non ci riprovo più. Sconsigliabilissimo.

TOM                        - Bivedovo?

BENIAMINO         - Campo ovest, quinta fila, tomba ventisei.

TOM                        - Campo ovest, quinta file, tomba?...

BENIAMINO         - Ventisei.

TOM                        - Se non la trovo qui, dunque la trovo là.

BENIAMINO         - No, là no, no no. A tre mesi dacché era morta, scoprii di essere stato cornuto e non ci misi più piede. È stata la mia ritirata più tempestiva e repentina. Con me tutto deve essere nitido e dritto come il filo di una spada. Fu al tempo che incontrai quest’angelo e mi riammogliai. A Teodora, quell’altra, la tomba gliela coltiva il suo ganzo. Io qui, qui per sempre, presso Amelia, la donna più sublime del mondo.

TOM                        - Tutto considerato, deve essere grato a quelle corna: le hanno fatto incontrare l’anima gemella.

BENIAMINO         - Ah, le benedico!

TOM                        - Congratulazioni.

BENIAMINO         - Grazie.

TOM                        - A presto.

BENIAMINO         - Ci conto.

TOM                        - Non dubiti. In attesa di dare uno scopo agli ultimi anni del mia vita, ho tutto il tempo libero. Scommessa che, neanche questa è la volta buona che ve lo levate dai piedi? E difatti…

BENIAMINO         - Ah, mi dica una cosa. Lei si intende di terreni?

TOM                        - (tornando sui suoi passi, eh già) Così così, dipende.

BENIAMINO         -  Questo qui… qui, vede il cartello: acquistato?... l’ho acquistato io… Questo qui, quanto può valere al metro quadrato?

TOM                        - Dipende da quello che ci si può costruire sopra.

BENIAMINO         - Vorrà dire sotto.

TOM                        - No, voglio dire sopra. Se, per esempio, uno ci fa un grattacielo con dancing, slot-machines, spogliarelli, snack-bar, sfruttando l’atmosfera funebre, può farselo pagare quello che vuole.

BENIAMINO         - Ma io l’ho comperato unicamente per essere vicino a lei.

TOM                        - A me? Vede che torna a battere sullo stesso argomento?

BENIAMINO         - No. A lei. A lei. Alla mia indimenticabile Amelia.

TOM                        - Va bene. All’Amelia ci può star vicino anche in un grattacielo. Si riserva un quartierino nello scantinato… E’ anche più comodo. Rimane allo stesso livello. E il resto lo affitta.

BENIAMINO         - Ma no, no; io non faccio speculazioni edilizie. Non l’ho comprato per questo.

TOM                        - E per cosa allora?

BENIAMINO         - Ma per la mia tomba, naturalmente; per coricarmi nell’eternità presso di lei, quando verrà il mio turno. Non c’è fretta, intendiamoci; in comunicazione come siamo, è già come mi ci trovassi, ma dovrà pur venire quel giorno, un giorno o l’altro, dico bene?

TOM                        - Che strano impiego del capitale.

BENIAMINO         - Da bravo, faccia una stima, dunque.

TOM                        Niente. Per una tomba niente. Dovevano regalarglielo. Mancherebbe altro pagare la terra che ci deve ricoprire. In America, la terra da morto è gratis.

BENIAMINO         -  Vuol sapere quanto me l’ha fatta pagare il Comune? 100.000 al metro quadrato. Tre metri quadrati: 300.000. La mia pensione di tre mesi.

TOM                        - E lei si va a fidare del comune? Son tutti ladri, non li mettono dentro soltanto perché le carceri sono troppo piccole. Almeno, io riferisco quello che deduco dai vostri giornali.

BENIAMINO         -  Che potevo fare? I cimiteri sono comunali, hanno il monopolio.

TOM                        - Mai visto un affare così sballato.

BENIAMINO         - Dice?

TOM                        - Certo che dico. Che bisogno ce n’era? Una volta morto, avrebbero pur dovuto seppellirlo, no?

BENIAMINO         - E se, nel frattempo, il posto veniva occupato da un altro? Sarei rimasto separato dalla mia metà.

TOM                        - Poteva suicidarsi, fin che era sfitto.

BENIAMINO         - E’ vero. Non m’è venuto in mente.

TOM                        - Cosa vuole, generale, non si pensa, mai a tutto. Si tenga su. La prossima volta non ricadrà nello stesso errore. Di nuovo. Pan pan! Spara due fulminei colpi di revolver in aria e ha già rimesso le armi nella fondina prima che si sia fatto in tempo a rendersene conto. Perché? Così. Se questa volta non se ne va, libero chiunque di farlo fuori violentemente.

BENIAMINO         - Di nuovo.

TOM                        - Non mancherò. Se ne va, proprio.

BENIAMINO         - - Hai visto, Amelia? Abbiamo avuto visite. Diversivo piacevole. Ma si dovrà apportare qualche modificazione al ruolino di marcia della giornata. Dalle dieci alle dieci e mezzo era in programma la lettura del giornale. (Consulta l’orologio) Dieci e trentasette. Siamo già in ritardo di sette minuti sull’orario del nostro concerto del mattino. Come preferisci? Rimandare il concerto e mettere, al suo posto, la lettura del “Gazzettino”, oppure rispettare l’orario e fare a meno delle notizie? Domanda oziosa, chi conosca la musicalità del tuo animo. Vuol dire che cercheremo di rubar tempo in seguito e il giornale te lo leggerò nel pomeriggio; speriamo che ci sia un bel delitto, di quelli che ti piacevano tanto. Così discorrendo, non è stato fermo un momento. Fatto si è che è già in funzione un radiogrammofono e si stanno diffondendo le prime note del valzer della “Vedova allegra”. Nessuno sa come reagisca, ascoltandolo, la defunta; però tutti possono vedere che suo marito apre una seggiola a sdraio, vi si adagia e accende la pipa. Altre mattine, si mette a lavorare a maglia. Uccellini fra i rami? No, grazie, no! Ah, che felicità, che accordo, che unione, anima mia… tutti i matrimoni dovrebbero finire così!.. Ascoltiamo pure, anche noi, ché si tratta di una melodia piacevole; purché non faccia scena vuota la vedova dei due colonnelli, che ora tocca a lei.

VEDOVA                - A che una musica tanto frivola, generale?

BENIAMINO         - Occupata con le tombe dei due poveri colonnelli, lei, cara collega ed amica, non sa che il concerto del mattino è sempre dedicato alla musica leggera. Se si fosse fatta viva al pomeriggio, dedicato alla musica classica, ora potrebbe ascoltare la quarta sinfonia di Brahms diretta da Toscanini, che abbiamo in programma giusto oggi, prendendo il tè.

VEDOVA                - Ma oggi è il ventiquattro maggio, generale!

BENIAMINO         - (profondamente costernato) Smemorato che fui! Perdono, Amelia. E anche lei, signora.

VEDOVA                - A lei io perdono tutto, generale.

BENIAMINO         - Senza divisa e senza decorazioni! Chissà cosa avranno pensato i due colonnelli. Ha già rimediato, sostituendo fulmineamente, sul grammofono; il valzer della “Vedova allegra” con “La canzone del Piave”.

VEDOVA                - Le dispiace alzare un po’ il volume che possano udire anche i miei?

BENIAMINO         - Dovere.

VEDOVA                -  Almeno Federico ho caro che la senta; Valerio non posso pretenderlo, era sordo come una campana già prima di morire. Eppoi, lui preferì sempre l’Inno di Mameli.

BENIAMINO         -  E si capisce, il colonnello Valerio era un fanatico del Risorgoimento. Ascoltano sull’attenti, quel poco che basta o quel tanto che credono.

VEDOVA                - Non ha mica, per caso, sottomano il bollettino della Vittoria? La sua lettura avrebbe concluso degnamente la cerimonia.

BENIAMINO         -  Spiacente, no. Eppoi, io, sa, ho sempre diffidato delle Vittorie.

VEDOVA                - Trattandosi dell’unica che possediamo, si poteva fare un’eccezione.

BENIAMINO         - Giusto. Sarà per il prossimo anno. Lo prometto.

VEDOVA                - Vada là, generale, che, al passaggio di due vedovi come noi, sarebbe ancor poco esporre le bandiere.

BENIAMINO         - In questa città non c’è mai un filo di vento; e senza il vento a farle garrire al vento, cosa diventano le bandiere? Dei panni stesi.

VEDOVA                - Nemmeno quella soddisfazione lì. Mah…! Sua moglie e i miei due morti, con licenza parlando, hanno fatto un affare a morire prima di noi.

BENIAMINO         - Essi hanno quel che han donato. Sol chi non lascia eredità d’affetti, poca gioia ha dell’urna. Hanno lasciato eredità d’affetti e, ora, hanno gioia dell’urna, ecco tutto.

VEDOVA                - Il problema è a chi, uno, la lascia l’eredità degli affetti. Per loro, i conti tornano, ma per noi, soli come Giobbe? Chi curerà la sua tomba, generale?

BENIAMINO         -  E chi curerà la sua, amica mia? Noi siamo le ultime sentinelle del deserto, di guardia al fortino dell’ideale, destinate a soccombere, sole, con la baionetta in pugno. Godiamoci questa felicità e non pensiamoci.

VEDOVA                -  E invece, bisognerebbe pensarci. Noi avremo quel che abbiamo donato? Qui la voglio. Non è eredità d’affetti che si deve lasciare; è un vedovo; e, nel suo caso, una vedova beninteso.

BENIAMINO         - A lei, scusi, hanno lasciato anche due pensioni.

VEDOVA                - Ecco il punto. Io mi domando sempre con una stretta al cuore a chi, lei lascerà la sua. Lei si sente felice e non potrà nemmeno lasciare in eredità una pensione. Dispersa con le sue ceneri: una pensione da generale, non lo dimentichi: il più alto grado della gerarchia! Ma già, alla base di tutto, c’è sempre una questione morale. Nessuno dei miei due, a me, ha dato questa soddisfazione. È sembrata una fatalità; un infarto uno, l’arteriosclerosi l’altro, e, al traguardo di colonnello: riposo! Si son fermati e mi hanno lasciato marciare sola.

BENIAMINO         - Furono due valorosi soldati.

VEDOVA                - Il numero non è tutto, nella vita. Lei lo sa, meglio di me. Occhi negli occhi, generale – a proposito che fieri occhi da sparviero ha sempre lei –  una mano sulla coscienza: può dire che due colonnelli valgano un generale?

BENIAMINO         -  Materialmente forse sì, moralmente certo no, questo è vero.

VEDOVA                - E le par poco?

BENIAMINO         - Devo anche doverosamente aggiungere che ha due dardeggianti occhi azzurri pure lei.

VEDOVA                - Grazie, residuati di gioventù. Purtroppo, la mia è stata una vita spezzata. E spezzata due volte. No, no, il destino è ingiusto.

BENIAMINO         - Questo lo lasci dire a Leopardi.

VEDOVA                - Perché lui sì e io no?

BENIAMINO         - Perché lui era gobbo e lei ha ancora una schiena dritta come una pista da sci.

VEDOVA                - Trova?

BENIAMINO         - Senz’altro. Via, via, pensi piuttosto che certe comunioni ideali non hanno prezzo.

VEDOVA                - Ma è ben questo che intendevo dire.

BENIAMINO         - Non riesco a seguirla.

VEDOVA                - Proprio? O non sarà viltà?

BENIAMINO         - Parola d’onore.

VEDOVA                -  Insomma, il pensiero che, quando sarà morto, non resterà nessuno a gettare un fiore sulla sua tomba, non mi fa dormire e l’insonnia m’innervosisce. Compatisca e provveda.

BENIAMINO         - Lei ha un animo sensibile e la ringrazio. Ma cosa vuol farci?

VEDOVA                - Diventare la sua vedova, generale.

BENIAMINO         - E sarebbero tre.

VEDOVA                - Ubi maior, minor cessat.

BENIAMINO         - Sssst, la prego. Amelia conosce il latino.

VEDOVA                - Lei mi capirebbe. Sogni, purtroppo, soltanto sogni. Eh già, il sogno di un mattino di primavera.

BENIAMINO         - Chi non sogna, nella vita, amica mia?

VEDOVA                - Ma io sogno proprio davvero, tutte le notti,

BENIAMINO         - Ah sì? Mi racconti, mi racconti. Ne ha di belli?

VEDOVA                - Faccio sempre lo stesso ed è bellissimo.

BENIAMINO         - Non me ne privi. Lo ascolterà volentieri anche Amelia. Le piacevano tanto. Purché non si tratti di un sogno osceno, si capisce.

VEDOVA                - Generale, mi conosce! Comincia tutto con dei grandi squilli di tromba. È lo smagliante mattino di una fragrante primavera. Io sono la Regina Margherita; ho un abito tricolore e la corona turrita in testa. Lungo un viale di magnolie, profumato da far venire l’emicrania, due file di ufficiali, cavalleggeri a destra e marina a sinistra, presentano le armi al mio passaggio. Giungo davanti a un cancello chiuso, dove mi attende un cadetto dell’Accademia di Modena che mi offre una chiave d’oro su un cuscino di velluto cremisi. Io la prendo, apro il cancello…

BENIAMINO         - E dove si trova, dove si trova? Ci segui Amelia?

VEDOVA                - Qui. Proprio lì, al posto della sedia a sdraio, fra due corazzieri immobili sull’attenti, sta, preparato per me, un trono di avorio, incrostato di smeraldi.

BENIAMINO         - Solo smeraldi?

VEDOVA                - Sì, ma grossi come uova di piccione. Bianco e azzurro: i colori della Madonna e dei Savoia. Accanto a me, a destra, c’è la tomba di Federico, poi quella di Valerio; a sinistra, quella della povera signora Amelia, proprio così, tali e quali. Fra sua moglie e i miei colonnelli, si erge, altissimo, un monumento di marmo di Carrara, con la statua di bronzo di lei a cavallo, sciabola in pungo, e, sotto, scritto: “Al generalissimo

BENIAMINO         - Varon, eroe di tutte le guerre, la vedova orgogliosa, pose”. Intanto, dal cielo, scende la marcia reale, suonata da un’orchestra di arpe, mentre, davanti, a perdita d’occhio, si svolge un saggio ginnico degli allievi dell’Arma di Finanza, tutti ragazzi stupendi, aldisotto dei venticinque anni, alti un metro e novanta.

BENIAMINO         - In onor mio?

VEDOVA                - Di tutti e due.

BENIAMINO         - Una magnifica cerimonia, non c’è che dire.

VEDOVA                - Talvolta vi partecipa anche Garibaldi come ospite d’onore,.

BENIAMINO         - In compagnia d’Anita?

VEDOVA                - Senza. In sogno, l’eroe dei due mondi l’ha uccisa perché è innamorato alla follia di me, o della regina Margherita, non si capisce bene, perché non s’è ancora spiegato. A presto. La rievocazione mi ha sconvolto. Devo ancora innaffiare i giacinti sui sepolcri e prendere il Bellergil. Dilegua come un fantasma e forse lo è.

BENIAMINO         - Che bella anima! Un po’ su di nervi, ma, egualmente, una gran bella anima! Che ne dici, Amelia? Meritava più di due colonnelli. Una delle virtù di quest’uomo è rendersi utile anche quando non lo è. Adesso, per esempio, mentre discorreva è andato a verificare la situazione meteorologica su un barometro appeso dietro la colonna. Tempo secco, bello stabile, temperatura 26º centigradi e 21 Réamur. Non c’è una nuvola in cielo, Amelia; non tira un alito di vento e, per esser di maggio, fa piuttosto caldo. Ah, sono imperdonabile. Scusami tesoro. Si fa trovare in mano un ombrellino di pizzo e lo colloca, naturalmente aperto, sul capo dell’estinta. Ciò gli ha impedito di accorgersi, anche questa volta, del ritorno di Tom Mix (chiedo scusa, in questo cimitero i visitatori si contano sulle dita di una mano e, quando ne capita uno, bisogna sfruttarlo).

TOM                        - Usava l’ombrellino?

BENIAMINO         - Ha sempre temuto il sole, per via del mal di testa.

TOM                        - Forse sarebbe più comodo un berceau.

BENIAMINO         - Ci avevamo pensato, ma di notte, i rampicanti portano l’umidità.

TOM                        - Perché non usa rampicanti di plastica? In America, abbiamo intere foreste di plastica. Rimangono sempre verdi e nnn c’è bisogno di innaffiarle. Basta spolverarle, ogni tanto.

BENIAMINO         - Costeranno care.

TOM                        - Certo, son lussi per nazioni ricche.

BENIAMINO         - S’è rifatto vivo presto, lei.

TOM                        - Son tornato perché, forse, mi sta venendo in mente.

BENIAMINO         - Dove mi hai conosciuto? Dica, dica, ho curiosità di sentire.

TOM                        - Con la memoria, sa, basta incominciare. Si sa dove si parte e non si sa dove si arriva. Metta lei, per esempio; lei si sta dileguando e, al suo posto, ancora a pezzi e bocconi, avanzano brandelli di ricordi di tutta una storia di passione, violenza e lussuria.

BENIAMINO         - La prego: proprietà di linguaggio.

TOM                        - Cosa ho detto?

BENIAMINO         - Ha detto lussuria. Consideri il luogo e la memoria di colei che ci ascolta.

TOM                        - Parlo sottovoce?

BENIAMINO         -  Se essa non la può ascoltare, si risparmi la fatica di raccontarla anche a me.

TOM                        - E se, nel frattempo, la distraesse con un pezzo di musica sacra? Perosi, ad esempio.

BENIAMINO         - Sarebbe una frode indegna. Caso mai, Bach.

TOM                        - Sì che, a sentirvi parlare, sembrerebbe che non vi siate fatti mai nemmeno un corno.

BENIAMINO         - Se trascorro il resto della mia vita qui presso di lei, anche da vedovo, vuol dire di no.

TOM                        - Quando emigrai io, l’Italia era un paese dove le corna eran d’uso comune.

BENIAMINO         - Noi facciamo eccezione, va bene?

TOM                        - Curioso, uno rimpatria dopo tanti anni e i primi che incontra sono un’eccezione. Mah!...

BENIAMINO         - E allora? Prende un vermut?

TOM                        - Grazie, volentieri. Prendono il vermut. Cinzano?

BENIAMINO         - Punt e mes. È pronto?

TOM                        - E’ passato tanto tempo. Cose di gioventù.

BENIAMINO         - Si controlli e io l’ascolto.

TOM                        - (il dito puntato contro il busto dell’estinta) Ci somiglia?

BENIAMINO         - Sicuro che ci somiglia.

TOM                        - A chi?

BENIAMINO         - Alla mia Amelia.

TOM                        - Anche alla mia.

BENIAMINO         - Ha conosciuto un’Amelia anche lei? Senti, senti.

TOM                        - Chi non ha conosciuto Moly, a Chicago nel 1930? Si alza – ah già. S’era seduto – gira intorno al busto, lo osserva da vicino e da lontano, con un occhio solo e con due. Eppure… Aveva per caso, una gemella la sua signora?

BENIAMINO         - Figlia unica. Ascolta che storia, Amelia.

TOM                        - Colore dei capelli?

BENIAMINO         - Una notte senza luna in cui manchi la luce elettrica.

TOM                        - Volgarmente.

BENIAMINO         - Neri.

TOM                        - Molly li aveva rossi.

BENIAMINO         - E allora che sta tanto a discutere di somiglianze?

TOM                        - Però se li tingeva e, sotto, nessuno seppe mai di che colore fossero. E gli occhi?

BENIAMINO         Si tingeva anche gli occhi, la sua?

TOM                        - Molly era capace di tutto, quella maledetta. Gli occhi?

BENIAMINO         - Naturalmente neri, anche loro.

TOM                        - Potrebbe giurarlo?

BENIAMINO         - Vuole che non sappia di che colore erano gli occhi della mia signora?

TOM                        - Non si sa mai.

BENIAMINO         - Lo stesso potrei dire io degli occhi di sua moglie, allora.

TOM                        - Quale moglie?

BENIAMINO         - Ma la sua; quella Molly, lì, che dice che rassomiglia alla mia.

TOM                        - Ah, ma non ha niente a che fare.

BENIAMINO         - E allora cosa c’entra Amelia, volevo dire Molly?

TOM                        - Può anche dire Amelia.

BENIAMINO         - E siamo già a tre.

TOM                        -  Due, due, Amelia e Molly sono la stessa persona, nome  e diminutivo. Mia moglie, invece, aveva nome Betsy.

BENIAMINO         - Ripeto la domanda: e allora cosa c’entra Molly con sua moglie?

TOM                        -  Molly con Betsy? C’entra perché fu lei a farla fuori, folle di gelosia, per poter convivere con me.

BENIAMINO         - Come ha detto che l’ha fatta?

TOM                        - Fuori.

BENIAMINO         - Cioè?

TOM                        - Due parti di arsenico e una di stricnina. Uno spettacolo drammaticissimo.

BENIAMINO         - E lei… Amelia, ci segui?... Oh ma è spaventoso… Lei dovette vederla salire sulla sedia elettrica. Chissà che choc!

TOM                        - Era l’ultimo posto dove Molly si sarebbe andata a sedere.

BENIAMINO         - Impiccata, allora, fucilata?

TOM                        - No. No no.

BENIAMINO         - Capisco: camera a gas.

TOM                        - Sarebbe  mancato            altro!

BENIAMINO         - Ma, allora, se non il patibolo, cosa, Dio del cielo?

TOM                        - Non le fu torto un capello.

BENIAMINO         - Assolta?

TOM                        - Nemmeno processata. Era una dritta. Aspettò il momento dei mesi. Cenava sempre al nostro tavolo, perché, a quel tempo, lavorava già nel mio locale. La sera che finalmente ebbe visto Betsy mangiare un piatto di funghi: “Quanti cucchiaini cara?” le chiese, spingendole davanti la tazzina del caffè. Tre cucchiaini erano la dose di Betsy, tutti lo sapevano. Fu tutto molto semplice ed elegante. E così Betsy rese l’anima, mentre Molly faceva delirare gli spettatori col suo numero di spogliarello. Sul certificato di morte il medico scrisse “avvelenamento da funghi” e nessuno volle saper altro. Avrei voluto vedere che volessero sapere di più! Ci avrebbe pensato Al. Con Al c’era poco da scherzare, anche la polizia.

BENIAMINO         - Al, chi?

TOM                        - Ah, ma bisogna proprio spiegarle tutto. Capone, Al Capone.

BENIAMINO         - Misericordia, Amelia, cosa ci tocca sentire.

TOM                        -  Molly era l’amante di Capone. Non resisteva nessuno agli spogliarelli di Molly. Era famosa dall’Atlantico al Pacifico. Avrete pur sentito parlare di Molly-cocaina! Era il suo nome d’arte.

BENIAMINO         -  Per chi mi prende? Ma, abbia pazienza, se era la sua amante, dopo, quando la signorina Molly optò per lei, Capone come la prese?

TOM                        - Male, però da gentiluomo.

BENIAMINO         - Vale a dire?

TOM                        - Ce la giocammo a poker, due mani su tre e, aiutando un po’ le carte, la vinsi io. Quando si dice la vita! Tale e quale come la fanciulla del West! Ma, anche se avesse vinto lui, sarebbe stato lo stesso. In un modo o nell’altro, essa avrebbe certamente fatto fuori anche lui. Era venuto il mio turno e quel che voleva voleva. Furono dieci anni meravigliosi e tremendi. Gelosa come una leonessa e infedele come una Messalina. Mi ha raccomandato proprietà di linguaggio e la devo lasciar priva di particolari. Un ciclone! Eppure, guardi, se adesso, vecchia, deteriorata la vedessi là, passare fra due tombe, per lei tornerei a dar fuoco all’America. Cara indimenticabile Molly!

BENIAMINO         - Era così una donna eccezionale?

TOM                        - (gesto verso il busto) Gliel’ho detto: l’aspetto della sua con un temperamento al contrario. Il paradiso e l’inferno. Faccia conto: il negativo ed il positivo di una fotografia. A proposito, come ha detto? Mi son dimenticato il colore degli occhi della sua.

BENIAMINO         - Neri, come i capelli.

TOM                        - Molly li aveva verdi.

BENIAMINO         - Mi pare neri.

TOM                        - Verdi verdi. Eh altro!...

BENIAMINO         - Ho detto la mia. Mi pare neri.

TOM                        - Le pare?

BENIAMINO         - Queste storie di briganti m’han confuso le idee.

TOM                        - Per cui, tanto adorata, non sappiamo nemmeno di che colore erano gli occhi di sua moglie. Ah, andiamo bene.

BENIAMINO         -  Si fa presto ad accertarsene. Ecco qui la sua carta di identità. Ma come fa trovarsi tutto fra le dita prima ancora di aver finito di parlarne?

TOM                        - (consultando il documento) Colore degli occhi: blu. E poi fidatevi della memoria dei mariti.

BENIAMINO         - Blu?

TOM                        - Blu.

BENIAMINO         - Mah, forse quando cambiava il tempo.

TOM                        - (sempre leggendo) Altezza 168 cm. Capelli neri, dentatura sana. Fra parentesi: dentiera; segni particolari…

BENIAMINO         - - Lasci stare. Sono peculiarità intime che non la riguardano.

TOM                        - Che male c’è? Sia buono, io le ho raccontato Molly, lei mi faccia conoscere Amelia. Se dobbiamo diventare amici…! Segni particolari: cicatrice di arma da fuoco sul quadrante addominale destro, a due dita dall’ombelico… Quando si dice le coincidenze! E resta pensieroso, ma pensieroso molto, tanto è vero che la smette di parlare (per il momento).

BENIAMINO         - Scusa Amelia, scusa tanto. Il nostro ospite è indiscreto. Viene dall’America. Non dovevo: tu che eri tanto scrupolosa e riservata. Che ciò non turbi la tua pace, angelo mio. Prima ancora che abbia finito, l’altro gli ha messo in mano la carta d’identità ed è già uscito senza dir più niente. Si faccia cuore, non tutti possono avere avuto la fortuna di incontrare una compagna come Amelia. I confronti fanno sempre malinconia, specie quando minaccia scirocco… Mah!... Disinfettiamo l’atmosfera. Ancor più velocemente del solito, si fa uscire dalle tasche zufoletti ed arnesi da cacciatore per richiamo di volatili e improvvisa un concertino, mescolando il verso di vari uccelli pregiati, di passo e di volo. Odi, Amelia, l’allodola gentile? E la capinera gelosa?... Attenzione! Ora giunge il merlo vendicativo come un baritono tradito. E, secondo il solito, il galante tenore si fa aspettare… Ma eccolo, eccolo. Chiudi gli occhi e ascolta l’usignolo, amor mio. Come faccia, poi, contemporaneamente, a soffiare negli zufoli e a parlare, lo sa solo quel disgraziato – ammesso che si trovi, ma se ne trovano sempre – il quale si avventurerà a recitare questa stravagante buffoneria. Ciò che premeva far sapere è che, coll’usignolo, è tornato anche

TOM                        - Mix. Sì, di nuovo. Eh, pazienza, bisogna pur arrivare in fondo! Cerco di rasserenarla. Le piacevano tanto gli uccelli.

TOM                        -  Vuol dire?... Senta un po’. Il segno particolare, la cicatrice, lì, come se l’era fatta, sull’ombelico?

BENIAMINO         - Da bambina, mi disse, al tirassegno.

TOM                        - Guarda la combinazione; la stessa cicatrice, allo stesso posto, ce l’aveva anche Molly.

BENIAMINO         - Il tirassegno anche lei?

TOM                        - No. Io. Pan! La quinta notte che la trovai nel mio letto col barista. L’avevo avvisata: fino a quattro sopporto, di più reagisco. Il quattordici marzo 1931 e, da allora, fino al 34, fu un inferno.

BENIAMINO         - Poi avete fatto pace e siete vissuti felici e contenti.

TOM                        - Poi scomparve, quella puttana.

BENIAMINO         - La scongiuro, non questi termini!

TOM                        - Dissolta. Dileguata nell’aria. Una notte uscì dopo lo spettacolo e nessuno la vide più… Lei, a quel tempo, chissà da quanto era già sposato, no?

BENIAMINO         - Altro! Sbrigata Caporetto mi ammogliai, subito.

TOM                        - E’ sicuro di non sbagliare guerra, di non confondere una Caporetto con un’altra? Non si sarà, per caso, ammogliato dopo la seconda guerra mondiale?

BENIAMINO         - Ma nemmeno per sogno. Dopo la seconda guerra mondiale, fui operato alla prostata… Eh, ma il mio primo, non fu un matrimonio felice come il secondo. Nemmeno da paragonare.

TOM                        - E il secondo, da quando data?

BENIAMINO         -  Quattro novembre 1937. Me ne ricordo bene non solo perché è festa nazionale ma perché, da lì, ha inizio la mia felicità.

TOM                        - Si frequentavano, penso, da molti anni.

BENIAMINO         - Sei mesi, un colpo di fulmine. Tre settimane dopo che ci eravamo conosciuti, rimasi vedovo e così potei fidanzarmi con lei.

TOM                        - Vuol dire?! E come morì, come morì la sua prima moglie?

BENIAMINO         -  Era andata a fare una gita in montagna con Amelia. Amelia adorava le grandi altitudini deserte. Aveva insistito tanto, per quella gita, loro due sole!... Un passo in fallo e giù in fondo a un burrone. Sfracellata. Una cosa orribile. Non le dico l’assistenza morale di Amelia in quella circostanza! Non mi lasciò un momento. Era una consolatrice nata. Una vera vocazione.

TOM                        - Me la figuro.

BENIAMINO         - Mi aiutò a superare il colpo, insegnandomi a lavorare a crochet. Facemmo, insieme, tanti di quei pullovers per beneficenza!... Del resto tornava dal fondo dell’Africa dove era stata, si può dire missionaria a catechizzare gli indigeni.

TOM                        - Cosa ha sposato, una monaca?

BENIAMINO         - Missionaria laica, diciamo. Oh, una mistica della beneficenza, fino all’ultimo giorno. Pensi: due anni a Johannesburg a insegnare il catechismo ai giovani minatori negri.

TOM                        - I giovani minatori, negri e bianchi, furono sempre la sua specialità.

BENIAMINO         - Ah, non era certo razzista. Non solo i minatori, anche i metronotte. Lei sì. Continuamente. Dopo il matrimonio, fra un’opera di bene e un’altra, si figuri l’abnegazione: si dedicò all’assistenza dei metronotte. Non rincasava mai prima dell’alba.

TOM                        - Stanca morta, mi figuro.

BENIAMINO         - Certo non si risparmiava.

TOM                        -  (per lui il caso è risolto e getta le braccia al collo della statua come in estasi) Molly, Molly, cara; amor mio, t’ho cercata per vent’anni!

BENIAMINO         - (battendogli sulla spalla: il ritratto di una dignitosa indignazione) Signore… signore, dico… mi sente? Eviti, la prego, queste pubbliche manifestazioni di insano delirio. Una semplice rassomiglianza, non giustifica questi eccessi. Essi sono offensivi per la creatura incontaminata a cui si rivolgono e indegni sia di un italiano esportato come lei dice di essere, sia di un americano importato come io credo che sia.

TOM                        - Ma ho ritrovato Molly, capisce? Non sono più solo. Ora ho, di nuovo, uno scopo nella vita.

BENIAMINO         - La riesorto a smetterla con codeste sconvenienze colpevoli e scandalose.

TOM                        - Non mi tocchi Molly o pongo mano alle pistole.

BENIAMINO         - Le sue prepotenze non mi impressionano. Questa è violazione di domicilio. L’ho capito. Cosa crede? Perché sono un militare che non l’abbia capito? Una torbida passione, unita ad un malinteso senso dell’economia, la spingono ad usurpare il condominio di un sepolcro, per offrire un domicilio gratuito ai suoi ricordi criminali.

TOM                        - (un bacio alla guancia del busto) Lo senti, Molly? Ma come hai fatto ad andare al letto co sto’ cornuto?

BENIAMINO         - Lei è un bandito da cimiteri, un seduttore di tombe, un violatore di cadaveri. Non tollero questo necrofiliaco tentativo di stupro sotto i miei occhi.

TOM                        - Non badarci, tesoro. Parla come combatte.

BENIAMINO         - Metta giù subito le mani dalla mia Amelia e chieda scusa, o la faccio arrestare per appropriazione indebita e atti osceni in luogo pubblico.

TOM                        -  Ma come glielo devo ripetere che, qui sotto, c’è la grande spudoratissima Molly, l’Amelia mia?

BENIAMINO         - Le proibisco di nominare quella delinquente. Ci vuol altro che una cicatrice sul ventre per far diventare disonesta una donna onesta e trasformare un angelo in un demonio!

TOM                        - Ah lei vuole le prove?! Stia buono. Adesso che mi viene in mente, ce n’è una che taglia la testa al toro. Oh non comincia a sbottonarsi la camicia e poi anche i pantaloni?

BENIAMINO         -  Cosa mi vuol far vedere, una cicatrice sull’ombelico anche lei?

TOM                        - Ho di meglio. Un autentico capo d’opera che appartiene già al patrimonio artistico internazionale, controllato dal Ministero delle belle arti, a firma del pittore Annigoni, ritrattista ufficiale dei reali d’Inghilterra? È una garanzia sufficiente? Bene, io sono il detentore dell’unico tatuaggio che egli abbia disegnato. Alla mia morte, debitamente incorniciato, finirà alla galleria degli Uffizi. Dia un’occhiata e mi dica chi è.

BENIAMINO         - Non vedo che uno sgorbio indecifrabile.

TOM                        - Osservi, osservi con calma, senza preconcetti.

BENIAMINO         -  E chi capisce niente? Potrebbe essere il volto di una donna, ma è più largo che lungo.

TOM                        -  Il guaio è che sono ingrassato, ho messo un po’ di pancia e, sviluppandosi di traverso, ha perduto la rassomiglianza. Dipende dalla elasticità della pelle.

BENIAMINO         - Ma si rivesta: non aggiunga oscenità a oscenità.

TOM                        - Guardi, guardi… cerco di restringermi, tiro in dentro la pancia… continui a guardare. Le rammenta qualcuno? Riesce a riconoscerla?

BENIAMINO         -  Ancora un po’, si contragga ancora un po’… Tenga il respiro…

TOM                        -  (aiutandosi anche con le mani a ridurre la superficie del tatuaggio) Così… va bene? Guardi che, se stringo di più, poi non la riconosce perché viene troppo magra.

BENIAMINO         - E infatti dimagrisce a vista d’occhio. Alt! È lei. Dio del cielo, Amelia, dove sei finita?

TOM                        - Lasci perdere che, qui, sta benissimo. Guarda un po’ chi si rifà avanti: la vedova dei due colonnelli.

VEDOVA                - Che accade, generale? Vigilavo. Ho sentito gridare. A subito un’aggressione? Ha bisogno di aiuto?

BENIAMINO         - In un momento, mi è crollato un universo, amica mia.

TOM                        - S’è persuaso finalmente?

BENIAMINO         - Abbadono tutto. Mi ritiro.

TOM                        - Figurarsi se non ne avrebbe approfittato per una ritirata!

BENIAMINO         - E che potrei più fare, ormai?

TOM                        - Possiamo piangerla e commemorarla insieme. La signora Amelia una e due; una completa l’altra. Sa che situazione pirandelliana!

BENIAMINO         - E’ uno scrittore che non ho, mai potuto sopportare. È sua, se la tenga. E anche tutto il resto. Ci costruisca pure su il suo grattacielo coi suoi dancing e i suoi casini.

TOM                        - Altro se ce lo costruisco! Vedrai che baldoria, Molly. Tornano le sette vacche grasse. Avrai un mausoleo di porfido al centro della pista da ballo.

BENIAMINO         - Chi, però, crede che, con tutto ciò, io desista dalla ricerca dell’ideale, si sbaglia.

VEDOVA                - (l’effige della ritrosia) Si guardi intorno, generale.

BENIAMINO         - E’ quello che ho già fatto.

VEDOVA                - E che ha visto?

BENIAMINO         - Vuol farmi l’onore, signora, di diventare il suo vedovo?

VEDOVA                - Non poniamo vincoli al destino. Le faccio anche quello di diventare la sua vedova.

BENIAMINO         - Sarebbe a dire?

VEDOVA                - Eguaglianza di diritti e di doveri, generale. Non dimentichi la mia collezione di pensioni.

BENIAMINO         - A chi tocca tocca, dunque.

VEDOVA                - Vedremo chi resisterà per ultimo.

BENIAMINO         - Accetto la sfida. Alla guerra, come alla guerra. Stanno già andandosene con un nuovo avvenire nelle pupille.

TOM                        - Ci vengano a trovare. Da noi, ci si diverte. Escono dal cimitero, mano nella mano, occhi negli occhi, e ci rientreranno fra ventiquattro ore, essendo finiti sotto un tram.

Fine

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