Il rito

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IL RITO

ovvero: L’enculé magnifique

di Carlo Terron

capriccio in vece di psicodramma

INTERLOCUTORI

Keller, otoiatra, colonnello e altro.

Jungher, notaio, maggiore e altro, anch’esso.

Alcuni giovani indossatori, muti, aitanti, sfrontati, pronti a tutto;

Uno scultoreo Narciso biondo, insolentemente immorale, senza sapere di essere solo spontaneamente innocente;

e pronuncia, persino, qualche parola, non memorabile ma indicativa.

Trasgressione… degradazione… paradiso di voluttà… Crociera nell’inconfessabile immaginario… Facciamo conto che non sia vero niente? Facciamolo. – O tutto? Ogni tanto nella vita, pazze fantasie, assolte dal rimaner fantasie (?) purché insinuate fra le maglie delle canzoni “proibite” di Milly, metafora decriminalizzante del limite consentito riportato alla “normale” liceità d’un “mancinismo” tollerato. Un gioco? Siamo lì. Se la va… L’infrazione o la si consuma nella realtà, o la si celebra, esorcizzandola, nella fantasia. A scelta. Lo schiudersi del sipario – se ci sarà, se no, pazienza – svela, a prima vista, il quadro di una quotidiana banalità, corretta, anzi, contraddetta, da un’ambiguità che può far sospettare un senso per l’eccentrica originalità, tra l’ottimo e il pessimo gusto, intesa a metter d’accordo l’inaccordabile; vale a dire la comune funzionalità d’un ordinario ufficio da normale professionista come tanti – esempio: l’accogliente e pretenziosa sala d’aspetto d’un ambulatorio odontoiatrico per gente su – colla bizzarria snobistica di un “buen-retiro” a morbide vanità vagamente decadenti, signoreggiate da una sorta di genius loci marziale, esaltato da una serie di sesquipedali panoplie sgargianti nei variopinti velluti; fitte di armi e triboli, i più stravaganti, efferati ed ingegnosi; che non si capisce cosa ci stiano a fare, se non apparente quanto inatteso frutto, di un improponibile collezionismo o malsano o balordo; frammezzo a indiscrete se non proprio indecenti riproduzioni, quale a stampa, quale a scultura, di arcaiche personalità mitiche ineccezionalmente guerriere che ingolfano anche tutto il resto dell’invisibile appartamento. Non mancano, nel caso che trovino posto: Achille, Patroclo, Ettore, l’Ercole arnese, il Marte Ludovisi, il discobolo di Mirone, il Gallo morente della Loggia dei Lanzi, il Sangiorgio di Donatello, il Davide del Buonarroti, il Perseo del Cellini, e via discorrendo; due Sansebastiani non possono venir omessi: quello del Sodoma e quello del Preti, ma che siano proprio quei due, nous-nous entendos, onore all’inclita compagnia. Donne – ovviamente – come se il secondo sesso non esistesse: né una Diana né un’amazzone: rigorosamente assenti. Se l’hanno, in trovarobato, e se ci sta, ci mettano invece un Gattamelata o un Colleoni; inequivocabilmente virili come sono, attraversati i secoli senza troppo insistenti pettegolezzi, inseveriranno l’ambiente contribuendo alla dispersione del malpensare, benché… non sia mai detta l’ultima parola, la barba è un alibi a doppio taglio… e la grevità di quegli attributi equini… Finanze permettendo, a completar l’opera e far crescere la confusione, lungo le pareti fa spicco un clamoroso campionario di manichini rivestiti delle uniformi più strambe, tronfie e sgargianti, anacronisticamente strappate alle spire dei tempi, dei luoghi e delle civiltà più incongrue, dalla corazza del cavaliere medievale, per dire, al kilt del montanaro scozzese… snobismo emblematico strisciante che alimenta incessantemente l’antico, inestinguibile fiume d’una nobile, epperò democratica mafia. Vivente o virente fra tanta gloria commemorativa di maschia beltà, un ufficiale di nazionalità, prosapia, epoca indecifrabili – la lussuosa stravaganza dell’uniforme arcaica, vagamente asburgica, non soccorre per niente – rubato, chissà mai, alla foresta della storia, alle rocce della tragedia o ai giardini dell’operetta, sta controllandosi la virile venustà del volto abbronzato nello specchio abbagliante dei lustri stivali, più lustri di qualsiasi cosa lustra, calzati or ora, e manca poco ad infilare le grandi mani magre, leste e toste, indiscrete e lussuriose – aggettivi, ognuno messo, recidivamente, alla prova – terminale ferino di nerboruti avambracci non deserti di pelo, e non sono i soli dell’adusto organismo; tesi nelle maniche d’una giacca dell’uniforme di gala quanto più imbustata, attillata ed elegante, sonora di medaglie, fulgida e tintinnante di decorazioni non mediocri. Egli ha già l’animo irretito nella sensuale lusinga dell’indiscutibile fascino testimoniatogli dalla propria immagine marziale, che la non ingiustificata piaggeria di una specchiera gli rimanda generosamente. All’erta, quando gli specchi cercano di accalappiarci facendoci la corte. Come si fa, se uno, che già si piace, si sente dir mi piaci?! Sorprendono, considerati i suoi relativi verdi anni, i sontuosi gradi di colonnello dalle auree passamanerie che gli insuperbiscono la candida giubba, quando parrebbero prematuri quelli di capitano. Lo stesso, però, letterario, verso il morbido e l’inquietante: gli imprevedibili e volubili umori di non so che nervosa e sconcertante ambiguità, il vispo atletismo onnidisponibile – benché con meno pelo – il giovane maggiore, pronto, sull’attenti, dietro l’uscio, in attesa di raggiungerlo a momenti… Facciamo Marlon Brando in attesa di Alain Delon: uno dei tanti cari filmini di grande amicizia virile, sotto le armi: è un altro piccolo passo avanti per capirci (e non è ancora abbastanza… né, proprio, così). Innaturale naturalezza, realismo surreale, confessioni inconfessate… ecco, pressappoco, la qualifica che, per prima, si raccomanda all’ambiguo, ogni tanto insolente umorismo, alla falsa sincerità – o la sincera falsità che sia – della paradossale recitazione, tutta sensi: carne e pelle parlanti e provocanti fin troppo. Ciononostante, gli attori – e non parliamo del regista – sono pregati, come dicevano i greci, di non servire crudo il cazzo in tavola – cotto, non servirebbe. – Che se ne senta, solo, comunque e sempre, prossimo il rischio, l’aroma e la tentazione. Quasi, ecco, che il cameriere, ricevuta l’ordinazione, se ne fosse, poi, dimenticato. Come si fa? Imparino, si analizzino: trovino in se stessi la disinvolta noncuranza nella genuina spontaneità del gioco enigmaticamente metaforico, “contra se, pro se”, dei personaggi, mai consapevoli e men che meno confessi, fino a qual punto siano nella sincerità, pur persuasi di no – ma conta pur qualcosa anche solo la tentazione, e il piacere di quello o di questo – enfatizzando una parte allegorica a cui credere e, nello stesso tempo, a cui rifiutarsi di credere, concedendosi nel momento medesimo che ci si ritrae… Un rebus, un rompicapo. Esattamente così; intenzionato a provocar casino in platea, senza sorprendersi e risentirsi di subirne le probabili conseguenze: seminar sospetti per minar certezze, in previsione di nonsisaché. Chi ci sta. La voluttà d’aver torto… ! Un recitar sbilenco con raptus del kitsch più sfrenato. Sacri oppure no, questi “militari”, questi “ragazzi”, che non sono né militari né ragazzi, né altro: sono, sì, dei “mostri”; come ogni spettatore, quando, sotto l’usbergo della provvida viltà che tutto protegge, lascia in libera uscita l’immaginazione a bighellonare lungo gli angiporti meno raccomandabili, senza guinzaglio e priva di alibi… Là sopra, il personaggio deve venir spogliato e quindi, magari, rivestito e travestito o imbaracconato di panni all’apparenza assurdi ed indecenti e, di conseguenza, inaccettabili. In platea, ci si deve sentir, pure, nudi, col ribrezzo e il malessere di rimanerlo durante il breve tempo della necessaria manipolazione. Come certe erbe velenose, qualche volta, anche le favole nere possono esser salutari. C’è pericolo: un pericolo, però, divertente… la tentazione di cedere alla droga… Semel in anno… O, anche più spesso, chi ce la fa. Assecondate, o gente, il gusto scambievole di vibrar pugnalate colla soavità delle carezze. È una sera così, stasera. In guardia. Si lavora ad occhi bendati, senza rete di sicurezza, mettendo a repentaglio l’osso del collo. Per capriccio… Salotto e caserma, “camp” e club esclusivo. Inciampare è un diritto (forse un dovere). È nel preventivo. Fatto ciò che si deve fare, Keller – è il nome del nostro eroe – libera una radio, alla quale non par vero di mettersi a zampillare la malizia voluttuosa del canto di Milly, che modula “Capriccio” di De Filippis e Rulli, e porta, subito, fuoristrada. Poi, dimessa qualsiasi autorità di parata, si stravacca in una poltrona, estasiandosene a timpani spalancati. Non fa in tempo a volgere gli occhioni in su, rubando lo sguardo a una Madonna di Guido Reni, che gli esplode, villanamente, in faccia il telefono. Ne agguanta la cornetta, grinta truce che non preannuncia nulla di buono, e risponde incazzandosi progressivamente. Gli capita spesso, dapprincipio, poi, meno.

KELLER          -  … Manifesti, allora… Macché mobili Aiazzone, macché Biella!... Faccia conto, guardi, il gabinetto di un dentista, le va?... No, non della mutua: carissimo… Così!... Dubito che, uno come lei, possa permettersene il lusso: clientela supersu; … ma può, anche, pensare alla importante società per la diffusione delle pipe; di marca, beninteso, non meno preziose; fornitori delle ultime case reali e delle prime presidenze repubblicane… Non so cosa farci… Possibile qualsiasi altra professione; alta o bassa, conta prevalentemente la qualità… Appunto: un’aristocratica holding multinazionale, funzionante col massimo della democrazia: aperta a tutti, purché… Sì, che adesso sto a perdere tempo spiegandole il purché! Lo trovi da se stesso… Ah, vorrebbe anche farsene un’idea? Consideri, allora, che, in questo momento, lei sta telefonando alla Garibaldi… La, sì, la: Anita, se non le dispiace… per gli intimi, altrimenti detta “la pantera della steppa”… E lei è ancora uno che si formalizza sul timbro di una voce da baritono! Non ha i numeri… Ma faccia il piacere!... Di niente, di niente. Solo, stia più attento con chi ha l’onore di “sbagliare”, un’altra volta. Guai, sbagliare nella nostra società. Riattacca con malagrazia; ma, frattanto, s’è bussato un paio di volte all’uscio. Avanti. E compare il maggiore Jungher, amico per la vita. (Ma, più esatto sarebbe dire “per la pelle”) Gli rassomiglia come il duttile leopardo somiglia al fiero leone.

JUNGHER       -  Tu o voi?

KELLER          -  Ora, e in seguito, ufficialmente il più rigoroso voi. Tassativo.

JUNGHER       -  Agli ordini; basta intendersi. Uno scatto sull’attenti, da manuale, con sbatter di tacchi e tutto il resto, non esclusa l’aggiunta di un’accentuata spinta in avanti del bacino, non troppo benaccetta dal superiore, pare. Schiavo, mio colonnello.

KELLER          -  Non m’aspetto di meno. Riposo, maggiore.

JUNGHER       -  Contento del mio nuovo attenti?

KELLER          -  Così, così, neanche molto. Troppo zelo confidenziale in quell’impeto in avancarica. Sembrava un’intenzione di stupro. Che sì che no, per caso?...

JUNGHER       -  (incauto) Ma lo era!

KELLER          -  Appunto. Cosa intendete espugnare? Non si tratta di un assalto alla baionetta.

JUNGHER       -  Vi trovo severo, oggi, signor colonnello. M’ero sempre illuso d’una vostra spiccata simpatia per la baionetta.

KELLER          -  Insoddisfatto della frenata, maggiore. Mettersi sull’attenti non vuol dire marciare in processione armato di ostensorio come un fucile puntato.

JUNGHER       -  Non l’ho mai pensato. Di vederlo come un ostensorio, voglio dire. Come un fucile è sempre possibile. Tenterò (gli rifà l’attenti, stavolta retraendo il bacino)

KELLER          -  Ho capito. Adesso è un fucile a retrocarica. Mai un fucile che corrisponda all’aspettativa, sparando contro il bersaglio esatto al momento giusto. Sempre un attimo prima o un attimo dopo. Il tiro è una cosa non meno seria della mira.

JUNGHER       -  (umiliato) Faccio quel che posso. Mi eserciterò, maestro.

KELLER          -  (ma che dice?) Il “santissimo” deve essere un’offerta, non un’aggressione. Chiaro? (chiaro cosa?)

JUNGHER       -  (si vede che lui ha capito) Ne farò tesoro, comandante. (frattanto s’è scordato di passare dall’attenti al riposo)

KELLER          -  (stizzoso) Riposo, riposo; rammentatevi che ora siete un ufficiale superiore, per mia sfortuna.

JUNGHER       -  (deluso) Così presto? Insomma, non vi garba proprio, il mio attenti. Mi è costato ore di studio e me ne si priva già?

KELLER          -  Un maggiore non lo si lascia sull’attenti oltre i trenta secondi. Di più è abuso, di meno soggezione, dovreste saperlo.

JUNGHER       -  Sono le prime parole che sento. Faccio ammenda della mia ignoranza. Mi farò, se voi mi fate. Ma non saranno insufficienti trenta secondi a gustarne tutta la voluttà?

KELLER          -  (tagliando corto) Spiacente. Sta sul regolamento. Svisceratelo. (e ammette fra i denti) D’altra parte… d’altra parte l’orgasmo è tanto più intenso quanto più fugace.

JUNGHER       -  (perplesso) Dite?... Opinioni. Non sempre, trovo… La mia promozione a maggiore, come la vostra a colonnello, datano da una settimana soltanto. Conosco solo il regolamento fino a capitano. Il resto è silenzio. Ignoravo che il grado includesse un balzo di qualità, una contrazione dei tempi e un rinculo di soddisfazione. Sic stantibus, è da invidiare la truppa, col suo attenti illimitato.

KELLER          -  (tutto d’un pezzo, naturalmente) Coi vantaggi, il grado comporta dei sacrifici. Io conoscevo il regolamento parola per parola fin da sergente. Caddi sull’Amba Alagi abbracciato al regolamento.

JUNGHER       -  (non essendone a conoscenza, lui cade dalle nuvole per non essere da meno) Cadeste, colonnello? Cosa sento? Sull’Amba Alagi? Ne sono desolato. Non mi dite!

KELLER          -  Sulla carcassa di un elefante inciampato in un baobab. Domando e dico se è il luogo di andar ad agonizzare, un pachiderma incapace di rialzarsi, ingombrando il deserto, in tempo di guerra. Volevano darmi ad intendere che non l’aveva fatto apposta. Ipocriti!

JUNGHER       -  Ingenui, vorrete dire. Un mastodonte decantato per intelligenza e buona educazione e ti va ad inciampare in un baobab: è poco normale.

KELLER          -  Sabotaggio o attentato alla persona: è la conclusione a cui pervenni anch’io. Una guerra in cui perfino gli elefanti tradirono. E poi, danno la colpa al Duce.

JUNGHER       -  (inconvinto) Non starete confondendo il deserto colla tundra? Mi son fatto tutta la mia compagnia attraversando al tundra. Ne so tutte le croci e le delizie. Nella tundra mi sorprenderebbe già meno il tradimento di un elefante.

KELLER          -  Non era la tundra. Diversamente da voi, non ho molta familiarità colla tundra. Le tundre sono una passeggiata.

JUNGHER       -  Lo dite voi. Io l’ho amata molto, la tundra, viceversa.

KELLER          -  Sarò prevenuto, ma per un militare autentico, la tundra è scomodissima e piena di spuntoni falsi, come il letto truccato di un fachiro dilettante: non penetrano.

JUNGHER       -  Siete prevenuto. Questione solo di organizzarsi. Non c’è come la tundra che offra oasi di intimità che nemmeno una camera da letto chiusa a chiave e insonorizzata… Quanto ho amato la tundra! Personalmente – scusate – la rammento come un luogo di delizie.

KELLER          -  (piuttosto seccato) Sarà… Mi fate andare avanti?

JUNGHER       -  Ah, già, vi ho lasciato sotto l’elefante. Mi figuro le delizie, schiacciato da quel peso, coi vostri gusti, tutto per la patria.

KELLER          -  … Mi ebbero tutti, me compreso, per un uomo spacciato. Mai, come da morti, s’ha l’impressione di esserlo.

JUNGHER       -  Non stento a credervi.

KELLER          -  Morti! Dovreste provare,

JUNGHER       - : un’estasi.

JUNGHER       -  (lapalissiano) Non mancherò, comandante. Alla prima occasione: parola.

KELLER          -  (generosamente enigmatico) Vi darò una mano. Potete contarci.

JUNGHER       -  Con comodo. Non c’è fretta.

KELLER          -  (sibillino, prima di riprendere il racconto) Mica tanto… Bene, non lo crederete: quando, come Dio volle, mi risollevarono, mi ritrovai il regolamento ancora intatto in bocca come una caramella tutta da succhiare.

JUNGHER       -  Carattere! Io non avrei resistito all’impulso di succhiare. Ma voi disponete di una testa da generale. Non è da tutti. E lo diventerete presto. (inconvinto) Soltanto il privilegio di essere ammessi alla vostra presenza eroicizza la vista e tutto il resto.

KELLER          -  (modesto) Non è merito, è natura: ci si nasce.

JUNGHER       -  (più modesto ancora) Ahimè, io mi riconosco, a malapena una testa da tenente, colonnello.

KELLER          -  (che non ha percepito la virgola, esplosivo) Voi non siete che merda, con rispetto parlando. (un cachinno) Tenente colonnello, voi? Cos’è, avete vinto una guerra all’insaputa della Storia, infrangendo la nostra secolare e gloriosa tradizione delle sconfitte? Attenzione, potrebbe configurarsi il reato di alto tradimento. E, vi garantisco, nel vostro caso, sarebbe un dipiù. Per vostra norma, le guerre, da noi, si sono sempre vinte perdendole. Cosa v’hanno insegnato all’Accademia militare?

JUNGHER       -  (correndo ai ripari) No, no, avete malcompreso: tutta colpa della punteggiatura: una testa da tenente – io – volevo dire, virgola, colonnello. Se non vi basta, scorretto che sia, lo cambiamo in un punto e virgola. Figurarsi se, in tanta pochezza, oserei mai mettere un dito delle mie mani, grondanti di peccato, nei delicati ingranaggi della Storia, a rischio di spezzarne la molla. Mai più: pago della mia testa da semplice tenente – tenente. Anzi, detto qua, tra noi, lungi da orecchie indiscrete: una testa da sottotenente nudo e crudo, punto e basta… Massimo, con inconfessate propensioni a sergente, e sarebbe la mia vera marcia di crociera.

KELLER          -  Ora, però, siete maggiore…

JUNGHER       -  (umile) Bontà di vossignoria, signor colonnello.

KELLER          -  … ed è giocoforza adeguarvi. Non si guida una Mercedes come si guiderebbe una Fiat.

JUNGHER       -  (assecondandolo servilmente) Specialmente, quando si ha l’onore immeritato di far da scorta a una Rolls- Royce.

KELLER          -  Cosa? Di preciso, cosa? (cùpido) Non siate avaro di spiegazioni.

JUNGHER       -  (aumentando la dose) Obbligo primo del sottoposto, che abbia sete di rispetto e sottomissione: cambiar marcia senza mai superare. Dovere sentito, eccellenza.

KELLER          -  Non ancora eccellenza, non ancora. Nessuna piaggeria. Mi si dia solo quel che ho donato: sarebbe sufficiente.

JUNGHER       -  Questione di settimane, comandante. Che farebbe la patria privata di uomini come voi?

KELLER          -  (scoprendosi – si fa per dire, non è ancora il momento - ) Perché, ne vedete degli altri?

JUNGHER       -  Per carità, esemplare unico irripetibile.

KELLER          -  Via via… meno meno… E, mentre gli allunga la mano da baciare, di nuovo il telefono senza che egli batta ciglio.

JUNGHER       -  Posso?

KELLER          -  (magnanimo) Soddisfatevi pure. Per quale ragione, sennò, marchiandomi di nepotismo, v’avrei scelto come Aiutante Maggiore?

JUNGHER       -  Non lo so. Rimane un mistero. La psicologia della pelle è incomprensibile.

KELLER          -  (inesplicabile) Sorvoliamo: taglio! Si risparmia una fatica a quella bestia del regista. Ma il telefono non dà tregua e, a un gesto asseverativo del superiore, il sottoposto s’affretta e portare il ricevitore all’orecchio, più che zelante, servile. Masochismo?

JUNGHER       -  … Tout à fait… No: non Birra Peroni. Ici la gazelle des dunes… En effet: la gazzella delle dune… Oui, c’est moi, personellement: mon surnom de guerre, monsieur… Raisons?... Stratégiques… Caprice des compagnons : Algerie, Liban, Vietnam, et autres agréables endroits… Fatte tutte, ricordi inobliabili. Le estasi delle grandi saghe belliche del nostro tempo, non ne ho mancata una… Au présent ? Notaire… Abbastanza: un assez jeune notaire… Rien de tout. Il n’y a pas de quoi… Beau ? Pour l’amour de Dieu… sympathique, disons… Mais non, mais non… (lusingato, con rassegnazione)… A votre plaisir… Qu’est ce que vous direz de la couronne : notaio della corona, oui… La vie est belle, monsieur !... Mais non, mais non, moi aussi… Enchanté. Au revoir, j’espère. J’espère vraiment. E riattacca, rapito in un sorriso immotivato. Carino, proprio tanto carino.

KELLER          -  (invece, piuttosto truce) Quanto mi rompe questo parlar tradotto!

JUNGHER       -  (scusa non richiesta) Trattandosi di una multinazionale la cui ragione sociale si perde nell’oceano dei secoli, mi è parso doveroso… (sibillino) Lui aussi, peut-être. Vous m’entendez, mon colonel.

KELLER          -  Il pluralismo parlato non mi trova consenziente. Perché no l’esperanto, allora? Non sarà l’esperanto parlato a compromettere l’universalità del sodalizio millenario. Un esperanto tattile è sempre stato più che sufficiente.

JUNGHER       -  Conservatore!

KELLER          - 

JUNGHER       - ! Non più. Censura. Segreto di Stato. Possibile che non ve ne rendiate conto?

JUNGHER       -  Fatene carico alla dedizione alla causa.

KELLER          -  Sapete cos’è che vi manca, maggiore?

JUNGHER       -  Nossignore. Ma lo sapete voi e sto tranquillo.

KELLER          -  Vi manca l’autorità e lo spirito di corpo, ecco ciò che vi manca.

JUNGHER       -  Se lo dite voi, è certo così; benché, letteralmente parlando, per lo spirito di corpo, farei una certa eccezione, vossignoria permettendolo… E’ grave?

KELLER          -  … Chi non sa comandare non sa obbedire, specie quando si fa parte di una “casta” che non è un sindacato.

JUNGHER       -  Ben detto, colonnello. Quanta saggezza di cui mi sento indegno!

KELLER          -  (tagliente) Basta là, maggiore: è un ordine.

JUNGHER       -  Chiedo umilmente venia.

KELLER          -  Possibile che non vi rendiate conto che non ve lo posso concedere?

JUNGHER       -  Cielo, cosa? I soliti pregiudizi. Non toglietemi ogni speranza. Una cosa oggi, una cosa domani, la vostra severità mi priverà di tutto.

KELLER          -  (a mitraglia) Codesta parola arcaica, antiquaria, imbelle, ormai fuori uso, sopravvivenza di un parlar fossile uscito dal tempo, sofisticato residuo da intellettuali decadenti, museificati e pavidi, non vi posso dare: venia, figurarsi. Tutto, ma venia non ve la do.

JUNGHER       -  (audace) Purché mi si dia il resto, pazienza.

KELLER          -  E’ una parola che blocca tutto, come la linea Maginot. Lo capite.

JUNGHER       -  Sta nel dizionario del Tommaseo, comandante, non è colpa mia.

KELLER          -  Ma non nel mio.

JUNGHER       -  (moralmente distrutto) Con un verme come me, vostra generosità permettendolo, occorre indulgenza. Tutto deve dipendere dall’aver frequentato il liceo classico con un certo immeritato successo, dipeso dall’insana passione del professore di Lettere nei miei riguardi; responsabile, oltre ai guasti evidenti tuttora, della pubblicazione – minorenne, a diciassette anni, che, oltretutto, porta male – di un libretto di poesie. Deliravo, a quell’età, per Rimbaud e altri traviati della stessa risma: une jeunesse outrageuse. I successivi deliri, come si può ben comprendere, sarebbero venuti inevitabilmente da sé, col maturare delle gonadi… E maturarono… se Dio volle.

KELLER          -  (ma che dottore è?) Delle?... I coglioni volete dire?

JUNGHER       -  Non osavo, è una parola che pochi dizionari registrano… ma ci sono… Sapete, quel… Niente, un alcunché che ci sta dentro nascendo e, a una certa età, col crescere, si fa sempre più sentire fuori.

KELLER          -  Ne sarà fornito certo il Tommaseo di cui avete sempre le mani piene.

JUNGHER       -  E’ morto conservando il segreto. Dubito che possa aver ricavato qualche profitto da un dono del genere.

KELLER          -  Non lo sapete, insomma.

JUNGHER       -  (al fondo dell’abiezione) … No.

KELLER          -  Rimbaud viceversa.

JUNGHER       -  (illuminandosi) Sì, quello sì, a rotta di collo. Poi, dall’oggi al domani, tradì; di punto in bianco, cambiò direzione e passò al nemico. Non si seppe mai perché. Io sospetto un tumore che gli guastò le gonadi. È triste doverlo dire: si normalizzò incorrendo nell’ira del Cielo… Alcuni insinuano: per fare un dispetto all’amico Verlaine che, dopo aver stravisto per le sue giovani gonadi, lo fece becco col preferirgli la grappa dei bistrots.

KELLER          -  E che gli accadde?

JUNGHER       -  Il meno che potesse accadergli: morì fra atroci spasimi. Che ci stava più a fare a questo mondo?

KELLER          -  (severo) Quante notizie disdicevoli conoscete. Troppe per un notaio: discorso riprovevole, maggiore. Pessime compagnie. Non vi capisco… Mah, io vengo dalla gavetta. Nella professione da generazioni. Il mio trisavolo mantenne, fino alla morte, l’onore di tagliare le unghie dei piedi a sua maestà cattolica Francesco Giuseppe, settimanalmente purché non cadesse di venerdì, giorno di macerazione della carne. Lo sapevate, voi che sapete tutto, che non chiavò mai un venerdì vita natural durante?

JUNGHER       -  Me ne dispiace per lui. Ci perse molto. Personalmente, coltivo una predilezione per il venerdì erotico.

KELLER          -  Di magro?

JUNGHER       -  Non faccio questione di taglia. Peso forma, chilogrammo più, chilogrammo meno purché il magro non si annidi là.

KELLER          -  Figurarsi se rinunciavate a un’eccentricità per diversificarvi dalla massa. C’è un altro segreto della Storia, gelosamente mantenuto, che, forse, vi interesserà. Sua maestà imperiale aveva unghie tenerissime, eccettuata una sola: quella dell’alluce sinistro, dura non meno del diamante.

JUNGHER       -  Meno male che qualcosa di duro lo aveva anche Francesco Giuseppe. Fa piacere saperlo. E perché, perché?

KELLER          -  Purtroppo, per via dei calcioni coi quali aveva la cattiva abitudine di aprire le porte della reggia di Schönbrunn, cattiva abitudine contratta da piccolo.

JUNGHER       -  (pignolo) L’alluce sinistro? Sicuro?

KELLER          -  Era mancino.

JUNGHER       -  Di piedi? Ma tu pensa!

KELLER          -  (ma perché non fa che incazzarsi?) E’ un segreto che si custodisce nella mia famiglia da quattro generazioni!

JUNGHER       -  (meditabondo) Che macchina sorprendente il corpo umano! E non era mancino in alcun’altra parte? Ce ne sono. Più di quanti non si creda.

KELLER          -  (ma che ha capito?) Che si sappia, nessuna. Andava a donne, questo è provato. Prendete atto che qualcosa conosco anch’io. Mise persino in circolazione un ceppo della cosiddetta spirocheta pallida asburgica, gelosamente riservato tuttora alle alte sfere.

JUNGHER       -  Non osta. Al più, si tratterebbe di una prova di legittimismo e basta. Sul Kaiser, viceversa, sussiste più d’un ombra. Si tiene sempre troppo poco conto degli ambidestri: legioni.

KELLER          -  Quel monco maledetto? Non arruolabile. Inservibile, antipatico com’era.

JUNGHER       -  Però, militare indiscutibile e ambibidestro presunto.

KELLER          -  Si dice e sarà.

JUNGHER       -  Prove! Altroché!

KELLER          -  Io garantisco soltanto di ciò di cui ho esperienza personale. Compreso le gonadi, tanto che lo sappiate. Di certe cose non ho fatto esperienza sui libri, io, come parrebbe, a sentir voi.

JUNGHER       -  (incalzando per comprometterlo?) E dove, dove?

KELLER          -  (sillabato) Direttamente sulla pelle della truppa, va bene? La pelle, maggiore. Qual più alta scuola, per la conoscenza umana, del sano, diretto, assiduo, partecipe, diuturno e notturno contatto con l’epidermide…: la buccia, voglio dire col muscolo, in malora, della truppa? Ci si introduce all’interno di un uomo, soltanto attraversandone l’esterno.

JUNGHER       -  Lo so, signor colonnello. Non faccio che darmi da fare a ripetere, senza essere ascoltato, che la sua decadenza è cominciata il giorno che egli prese l’abbaglio di confondere una foglia di fico con un paio di slip di filanca, per via della forma che glieli ispirò: una fatale catena di associazione di idee di cui l’umanità sta pagando ancora lo scotto.

KELLER          -  Avrà avuto freddo.

JUNGHER       -  Storie! Messe in giro dai moralisti e dai preti. Nel Paradiso Terrestre faceva un caldo da togliere il fiato. La ben nota micragnosità del Creatore: collocato a quella latitudine apposta, da Dio, per fargli risparmiare la spesa dei vestiti. In nuditas, libertas! Capirei, ancora, il contrario: perché non ha scelto il Polo Nord? Nessuno che sappia darmi una risposta.

KELLER          -  Problemi più grandi di noi. Da far venire la meningite. È troppo per la mia mente: io ho già il malditesta. Non indaghiamo. Probabilmente perché al Polo Nord non c’erano alberi di fico.

JUNGHER       -  Poteva metterceli. Non dipendeva che da lui.

KELLER          -  Vogliamo consentire una dimenticanza anche a Dio?

JUNGHER       -  E’ una dimenticanza, a dir poco, strana. Io penso: avarizia, piuttosto.

KELLER          -  Il solito sospettoso!

JUNGHER       -  E’ eludendoli, i problemi, che si perpetuano… La gavetta… Cosa credete? Anch’io… Che non mi sia dovuto arrangiare?... Che non mi sia dovuto fare da me non meno di voi?

KELLER          -  (spazientito, tagliando corto) Non avete bisogno di darne parola. Vi siete fatto fin troppo in fretta, e si trattasse solo di quello.

JUNGHER       -  (ritroso) Fatto?!... Più che altro mi son lasciato fare.

KELLER          -  Già, e continuando a lasciarsi fare, quando, forse, non era sconsigliabile ingranare una marcia inferiore.

JUNGHER       -  Nessuna preoccupazione: per me, è tanta salute, l’entusiasmo mi fa da ricostituente. Posso permettermi di dire che mi tira su? Mi dà vigore.

KELLER          -  Evidentemente abbonda di vitamine.

JUNGHER       -  Vi dirò: penso proprio di sì. Conosco un biologo che ci giura, sta scrivendo un saggio sull’argomento… Potrebbe diventare, dice, un contributo non indifferente contro la piaga della fame nel mondo. E’ un vero idealista.

KELLER          -  Occhi negli occhi,

JUNGHER       - , piuttosto.

JUNGHER       -  Non domando di meglio: mi fate felice.

KELLER          -  Ah, sì?

JUNGHER       -  Ne dubitate?

KELLER          -  … Sareste in grado di distinguere un M.16 da una mitragliatrice Thompson?

JUNGHER       -  M’aspettavo ben altro test, colonnello. Questa è la domanda da centomila dollari. Forse no. In compenso, posso garantirvi di vantare un abboccato in grado di distinguere un seme umano fra mille.

KELLER          -  Non ho mai avuto dubbi in proposito. Se vi avessero detto che gli M.16 servono ad arrostire i pollastri allo spiedo, ci avreste creduto, scommetto.

JUNGHER       -  Perché dubitarne? La tecnologia moderna è capace di ben altro, mentre l’umanità muore per scarsezza di vitamine.

KELLER          -  (pare Brecht da tanto epico parla) E avete scelto la carriera militare!

JUNGHER       -  (insolente) Scelto è poco: adorato. Eravamo fatti l’un per l’altra: un predestino. Quel che si dice un matrimonio d’amore che meglio non avrebbe potuto riuscire.

KELLER          -  Non v’ha dubbio. E come fu? Dite: i contrari mi affascinano.

JUNGHER       -  (da schiaffi, o da baci, fa lo stesso) Forse, chissà, il complesso del travestimento. Voi, che ne pensate? Deliro all’idea di una divisa. Produco sogni ingombrati da falangi di uniformi in gloria, che mi assalgono ostacolando il traffico. (sempre più sul lirico) Si accavallano travolgendomi: l’elmo sfavillante del corazziere e l’ispido colbacco del cosacco, l’ondoso mantello turchino del cavalleggero e le mobili piume al vento del bersagliere; la penna solinga ed erta dell’alpino col raggiante bolero del toreador, l’altera alabarda della guardia svizzera di scorta alla porpora sontuosa e caudata dell’aristocratico cardinale, come la rozza giubba grigia del brutale secondino; la sozza casacca scarlatta del manigoldo e il vermiglio cappuccio del carnefice, fianco a fianco all’umile salopette del rude camionista… tutte magnificate, nobili e plebee, da statuari torsi di superbi atleti che scoppiano di sesso e bramosia… e, financo, io medesimo, silente, timido, solitario e indegno, conficcato e giulivo, stretto dentro una di esse. Un monumento ossessivo alla divisa, in altre parole… Tu, pardon: voi non sognate, colonnello?

KELLER          -  Soltanto immiti cosacchi e guardie svizzere altere, purché sopra i 190 centimetri e sotto gli 85 chilogrammi, che schiacciano noci gigantesche fra pollice e indice.

JUNGHER       -  I meglio fichi del bigoncio. Io non faccio che sognare alacri marinai che mi adoperano. Di Livorno, tutti.

KELLER          -  Di Livorno. Ma tu pensa!

JUNGHER       -  Con un remo in mano, Livorno e poi più.

KELLER          -  Chiacchiere inconcludenti, e, intanto, non fa che passare il tempo.

JUNGHER       -  E’ il suo mestiere.

KELLER          -  Non però il nostro. Questa sfilata, dunque?... Si vede o non si vede?

JUNGHER       -  Comincio? Vado?

KELLER          -  Uno che, diversamente da voi, fosse più sollecito all’andare che al venire, l’avrebbe già fatto. Nel tempo che s’è perso, si sarebbe potuta perdere una battaglia, cioè vincerla, all’italiana. Il frivolo maggiore, titillando l’aria d’un geroglifico liberty, le assesta un pizzicotto collo schiocco ed incipit il malizioso canto di Millj nelle saltellanti “Caterinette” di E. Frati e N. Ravasini. Senza ben rendersi conto se debbasi prendere per il numero d’un nostalgico music-hall, oppure confuso con una riesumazione operettistica – appena appena l’ombra di un recupero del tempo perduto, afferrato per la coda – impercettibilmente ancheggiando – un tocco della primordiale androginia custodita nella memoria fossile della specie, risalente all’eterno Abele – ecco, sull’onda della suadente melodia, susseguirsi, lungo una pedana, un numerato ed emozionante gruppo, un po’ altezzoso, di atletici indossatori esplosivamente sexy: tronco, fianchi, cosce, natiche, fasciati e costretti nel fasto di iperboliche uniformi d’un feerico stile impero; demenzialmente improbabili nella loro delirante sontuosità, una diversa dall’altra; solo accomunate da una sorta di indecente provocazione lussuriosa, sfacciatamente ostentata dalla sgargiante policromia dei panni, dei cuoi e dei velluti; dallo scintillio delle bandoliere e dal rigonfio delle giberne; dal barocchismo delle passamanerie e dal… vol-au-vent dei pennacchi napoleonici che, dipendesse da loro, ritti ed osceni, farebbero il solletico al soffitto – nonché dall’ilare e indecente ostentazione delle stupende creature che se ne gloriano -: altrettanto sfrontate quanto naturali metafore d’un’allegra e innocente erezione, come i valzer di Strass e le cabalette di Verdi. Conclusa l’araldica pantomima sull’ultima nota della canzonetta, i procaci giovanotti briosamente compresi del senso e della responsabilità, poco e moltissimo parlanti, dell’uniforme che personificano, andranno a sedere lungo le pareti, coro muto e tutt’altro che impartecipe di ciò che accade: estranei-presenti, dal principio alla fine, protagonisti, in silentium eloquentes. Ma non è il caso che essi lo sappiano; né che lo sospettino, in platea, coloro che li stanno a guardare e gli si richiede solo di assorbire la scarica di sensualità, indifferenziata ma onnidisponibile, effusa dalla loro calda presenza. Et ed hoc satis et sufficit.

JUNGHER       -  (letteralmente incantato) Vive l’empereur! Eh?...

KELLER          -  E queste sarebbero le nuove uniformi dell’esercito di domani?

JUNGHER       -  Le grandi uniformi: di gala, da parata, beninteso; previa e salvo approvazione dello Stato Maggiore. Ma ci sta. Lo Stato Maggiore ci sta.

KELLER          -  Non mancherà, con quello che c’è da guadagnarci su ognuna.

JUNGHER       -  Io le trovo esaltanti. Mi fanno venire in mente Austerlitz: una scossa elettrica: uniformi in erezione, per così dire.

KELLER          -  Colla recluta dentro.

JUNGHER       -  Senza, non avrebbero senso. Un’uniforme vuota è addirittura inconcepibile alla mia mentalità. Deve dipendere dalla mia visione antropomorfa dell’universo.

KELLER          -  Ecco. Lo penso anch’io: deve dipendere da quello.

JUNGHER       -  Si ha un bel dire, anche senza rendersene conto, si è sempre influenzati dalla propria filosofia.

KELLER          -  Non potreste dir meglio. E adesso, colle piume in testa, gli sbattiamo in mano una mitragliatrice, e, tappati così, li issiamo sui carri armati, per poi lamentarci di non aver vinto la guerra.

JUNGHER       -  Nessuna preoccupazione, colonnello: a quello ci pensa l’atomica in un fiat. Dovete scusarmi, ma io trovo che non ci sia miglior premio, per un militare, che finir atomizzato colle piume.

KELLER          -  Vi sorprenderà, io anche per un borghese, pensate un po’.

JUNGHER       -  Diversamente, non sareste il soldato che siete… Purtroppo temo che, per il lancio e il bersaglio dell’atomica, il regolamento prescriva l’uniforme di fatica, sbaglio se mai ve ne furono. La stanno studiando.

KELLER          -  Il regolamento si può, eccezionalmente, modificarlo, anche se non spetta a noi discuterlo. E ‘ste uniformi da fatica, quando si avrà la grazia che ci siano sottoposte in visione?

JUNGHER       -  Uno di questi giorni, appena Dior, Valentino e Cardin si saranno messi d’accordo sul modello.

KELLER          -  E in che consiste lo storico motivo del contendere che paralizza gli eserciti alleati?

JUNGHER       -  La cerniera lampo, comandante. Siamo sempre lì.

KELLER          -  Volevo ben dire, ci si ricasca. Evidente residuato di qualche traumatica esperienza infantile non rimossa, direbbe il vostro amico Freud.

JUNGHER       -  E’ il punto nevralgico delle moderne forze armate: il momento della verità, colonnello. Ne so qualcosa io la fatica, lo scoraggiamento a dominarla da allievo ufficiale, colle reclute imbranate alle prese con quell’infernale congegno: paralizzati loro, paralizzato io. I polpastrelli e le unghie che sacrificai sulle loro patte per arrecar loro qualche sollievo! Una lampo arrabbiata può rivelarsi inespugnabile più del vallo atlantico.

KELLER          -  Sciocchezze. Un vero soldato, la occupa di forza, la travolge, la sfonda, la riduce a brani. Nella sua storia ha trapassato armature d’acciaio con strumenti rudimentali, figurarsi… Beh, dunque, i contrasti di questi perplessi e problematici maestri dello zip?

JUNGHER       -  Il primo lo vuole davanti dove è sempre stato e non ci si sbaglia a cercarlo: è la tradizione. Il secondo lo preferisce didietro, dove non s’è mai visto, e, modestamente, la trovo una trascuratezza incomprensibile quanto imperdonabile: perché ogni diritto davanti, e didietro nessuno? È un’innovazione considerevole, secondo me.

KELLER          -  E il terzo? Il terzo, piuttosto, come la pensa?

JUNGHER       -  Il terzo… rigore calvinista: detesta le pieghe e i bozzi, - figurarsi: i bozzi! – concepisce il corpo umano… architettonicamente, liscio e diritto come un’asse dappertutto: né davanti né didietro. Sta pensandoci, dice, ma non è disposto a cedere: una fobia, una nevrosi così… E’ il caos.

KELLER          -  (montandogli la collera) Lui dove lo tiene?

JUNGHER       -  (vergognoso) Chiedo scusa, non lo so; non ho osato domandarglielo, non mi suscita alcuna curiosità. Dico un’eresia: così, a occhio nudo, vien da pensare che non abbia problema per mancanza di contenuto.

KELLER          -  Incredibile! E come mi pisciano, intanto che lui ci pensa, quei poveri ragazzi!

JUNGHER       -  E’ l’ultima cosa che lo preoccupa… Se posso esser di qualche aiuto a dare una mano contate su di me, ordinate… Mai vista un’ostinazione simile. Le ragioni che adduce: non cede di un palmo. È informatissimo. Non fa che citare la Legione straniera come ci fosse domiciliato dentro.

KELLER          -  Non pisciano nella Legione straniera? E sì, alla Legione straniera!...

JUNGHER       -  Al tempo mio, non facevano altro; ogni occasione era buon per chiedere aiuto a farsi dare una mano… adesso, invece, pare che lo zip sia stato messo al bando, per via, dice, che i beduini del deserto, che fraternizzano tradizionalmente coi legionari – ognuno il proprio e, qualcuno, anche più di uno – lo zip lo vedono come il fumo negli occhi; li innervosisce, li esaspera; capaci – se insistono – per aprirsi un varco, di sguainare la sciabola; e qualcuno ci ha rimesso così quel che aveva di più prezioso al mondo, voci che corrono di duna in duna… Forse, lui l’ha perso così, perciò non ci dà importanza. Chi lo sa? Ha assunto la dimensione di un ricordo. Se credete, mi posso diplomaticamente informare, con tatto, si fa per dire.

KELLER          -  E qui, coi nostri, come pensa di metterla per aprirgli il varco? Crede che si viva di ricordi anche qui?

JUNGHER       -  Secondo me, a quello lì, il varco non gli passa nemmeno per la mente. O tutto spalancato, massima libertà di andare e venire; o tutto chiuso, una parete di sesto grado come fosse Sing-Sing, non vedo vie di mezzo. Ad ogni buonconto, in fureria ho fatto ordinare due dozzine di forbici. Come soccorso di primo intervento contro la barbarie beduina, potrebbero essere di qualche aiuto.

KELLER          -  Il Ministro della Difesa ne è stato informato?

JUNGHER       -  (un’ispirata indignazione, salutata da un applauso unanime dei giovinotti) Altro se ne è stato informato! Ma non servirà. Di questo passo, si fa la fine degli infelici, plagiati a colpi di risotto dalla malia bieca di un sadico commodoro nano, invasato da moralistico furore, responsabile – Barbarossa redivivo – d’aver proceduto a far radere al suolo tutti gli storici vespasiani dell’eroica Mediolanum che, colla loro aulente fragranza, il benefico aroma e la consolante solidarietà, incivilivano onorandola, ad ogni piè sospinto, la città di Ambrogio e di Leonardo, clienti assidui e fedeli. Tutto e unicamente al solo scopo, oscurantista e illiberale, di ammanettare, per atti osceni in luogo pubblico, i miseri pensionati, vecchi e valetudinari, afflitti da prostatite, notorio incomodo di incontinenza diuretica, costretti, dalla sua medievale barbarie, pavidi e furtivi, a cercar un illusorio sollievo nell’angoscia di tentar di scaricare i reni lungo la sacra facciata del Duomo.

KELLER          -  Meditate la considerazione onde si tiene, nel vostro paese, la più alta e naturale delle esigenze umane. È un problema che toccherà direttamente anche voi, domani.

JUNGHER       -  (ben accentuato) Anche oggi. E non soltanto per spander acqua. Si comincia contestando lo zip e si finisce nelle corsie di sterilizzazione. La parola d’ordine, secondo me, dev’essere: bottoni ad oltranza.

KELLER          -  (puntando l’indice accusatore contro il gruppo dei giovinotti) Muti, loro! E sono i casi che i cittadini dovrebbero scendere in piazza a pretendere un referendum!

JUNGHER       -  Contratto! Muti, costavano meno, colonnello. Indossatori, fotomodelli e comparse hanno le loro tariffe stabilite dal sindacato. Parlanti, era tariffa doppia più I.V.A. e non fate che raccomandare il risparmio. Dovevano indossare, non discorrere. Potrete giudicare la versatilità in seguito, al momento della sfilata della biancheria intima. Qui – il giusto è giusto – il ministero non ha badato a spese: un sogno. Nemmeno la bella Otero, garantisce Dior che conobbe il marito sotto… Non sono cari. Coll’aumento del costo della vita odierna, vengono relativamente per poco, si offrirebbero, probabilmente, gratis. Per chi vive come una canzonetta, il richiamo… dell’uniforme rimane sempre irresistibile… : la mercede è solo un alibi – quando lo è.

KELLER          -  Alla patria, almeno, alla patria ci pensano?

JUNGHER       -  Parola d’onore comandante, glielo garantisco: se è questo che le preme, non gli attraversa nemmeno la testa.

KELLER          -  Conseguenza delle mollezze in cui sono venuti su. Io che son cresciuto alcolizzato di patria!...

JUNGHER       -  Sono come grilli: questi sono astemi.

KELLER          -  Nemmeno nei momenti di… di malinconia.

JUNGHER       -  Non si distraggono mai, per essi è lavoro: gioventù esemplare. Che volete?... Il Consumismo! (e, dopo una sberla sulla fronte) A proposito di esemplari, ce n’è un altro, il più importante. Dove l’ho messo? Scusate tanto: il Jolly, la Mascotte. Un altro pizzicotto in aria e, al canto della “Cocottina” di Ripp, sfila, guizzante e solitario un bel biondo, flessuoso, nudo come un verme nudo, color del miele, coperto solo e avaramente, le vergogne opime, da un perizoma strettissimo, di seta lucida e sottile, color lavanda, e nient’altro. Ciò che lascia sospettare è, innegabilmente un po’ osè per chi coltivi certi scrupoli, ma non c’è stato nulla da fare, o così o niente: fierezza professionale. Piutt6osto che rinunciarvi, ci si è adattati, censura permettendo.

KELLER          -  (indignato. O stupefatto?) Cosa?

JUNGHER       -  Il pigiama, colonnello.

KELLER          -  Alquanto ridotto. Economia di tessuto?

JUNGHER       -  Capriccio di stilista per figo di classe. Tinta unita, sette nuances differenti, a scelta; otto su dieci scelgono il verde pisello. Tenuta notturna, seta e lino.

KELLER          -  Bisogna mettergli le mani addosso per rendersi conto che lo porta.

JUNGHER       -  Terza misura. Gli scappa da tutte le parti. Conoscendo il vostro rigore etico, scongiurato in ginocchio di lasciarsi infilare almeno la quarta. Ha minacciato di non indossare niente del tutto, che pare il suo indumento da letto preferito. Prendere o lasciare… Abbiamo preso.

KELLER          -  Ma è peggio che nudo!

JUNGHER       -  Gli altri lo stesso: predilezione per lo stretto, tipica della gioventù odierna, il sindacato gli dà man forte.

KELLER          -  Si ordina.

JUNGHER       -  Potete provare voi se ci riuscite. È già un miracolo aver indotto una camerata, formicolante di giovani prede in libera circolazione, a imprigionare, in qualche modo, la parte del corpo che, a vent’anni è la meno disposta a lasciarsi imprigionare. È un esperimento, mas non ci si fa troppo conto. Extra muros, poi, l’imprevisto.

KELLER          -  (indignato. Mah) Altro che esperimento: è un’indecenza, un’oscenità bella e buona. Roba da riviste per uomini soli, sfogliate al buio facendosi lume con un cerino, e l’altra mano libera sotto le lenzuola. E, per tutta risposta,

JUNGHER        - , un bel sorriso complice, in perfetto silenzio, dall’inequivocabile significato di “appunto!”

JUNGHER       -  (sentenzioso) Il futuro è nudo, colonnello. Infelice colui che offende Eros pretendendo di separarlo da Priapo.

KELLER          -  E’ il loro motto?

JUNGHER       -  Di più: è la loro filosofia. Il biondo ha concluso il proprio assolo e si avvia a riunirsi ai suoi compagni.

IL BIONDO     - Permettono?... Posso?... Io parlo. Volevo avvisare di questo.

JUNGHER       -  (al collega) Un leggero sovrapprezzo: categoria superiore. Spesa che era opportuno sostenere, come capirete fra poco.

IL BIONDO     - (visto che nessuno gli dà retta) Ho detto che io sono un parlante, se serve. Non gli ho fatto buttar via i quattrini. Se vogliono, mi domandino, anche discorsi scabrosi me la cavo bene. Son qua a disposizione, mi provino.

JUNGHER       -  Il colonnello ha udito. C’è tempo. Scrupolo professionale apprezzabile.

IL BIONDO     - (dispiaciuto) Mica è con lei che ho da parlare?

JUNGHER       -  (guidandolo a sedere fra gli altri) Non è escluso. Ma non dipende da me soltanto. Pazienza. Non è impossibile.

IL BIONDO     - Per me, è lavoro, ma ci terrei. Cerchi che dipenda.

JUNGHER       -  Adesso, accomodati. Se parli troppo, ora, i tuoi compagni potrebbero essere invidiosi e aversene a male. Surtout pas trop de zèle, è la raccomandazione del vostro sindacato.

IL BIONDO     - Io me ne sbatto del sindacato. Faccio parte di una categoria sopra, io. Son costato di più.

JUNGHER       -  Abbiamo capito, hai l’ambizione del libero professionista. Adesso non prendertela. Va, mettiti lì; intanto osserva e taci.

IL BIONDO     - Però faccia in modo che sia con lei. Sa, anche la simpatia vuol la sua parte, il lavoro riesce meglio.

JUNGHER       -  Va bene. Grazie, ma zitto… Per quello che ci è costato parla fin troppo questo qui.

KELLER          -  Tanto valeva noleggiare un muto di più. Era un’economia.

JUNGHER       -  (elusivo) Sarebbe mancato qualcosa. Poter scambiare parola è un sollievo. Oggigiorno, si tende a comunicare sempre meno, specie nei momenti che si comunica di più. L’incomunicabilità ha lasciato traccia.

KELLER          -  E’ vero, c’è tanta solitudine nel mondo.

JUNGHER       -  D’accordo?

KELLER          -  D’accordo. (una profonda riflessione) Se poi, si dice alienazione, diventa ancora più grave e moderno: fa snob.

IL BIONDO     - E’ più figo.

KELLER          -  (aut aut) Ci si decide? Qua non si continua che a perder tempo per guadagnar tempo. Che ci si sta? A recitarsi reciprocamente la commedia?

JUNGHER       -  Il teatro ha le sue esigenze.

KELLER          -  Teatro? Lo si degrada a teatro? Trovate?

JUNGHER       -  Lo si promuove a teatro: totus mundus agit histrionem: ve ne siete dimenticato?

KELLER          -  Tutti delle marionette, in altre parole.

JUNGHER       -  A un patto: offrirsi come marionette per confessare tutto ciò che è necessario – e decente – nascondere… e “oltre”, possibilmente.

KELLER          -  La quadratura del cerchio!

JUNGHER       -  Mica tanto. Spesso, più che non si creda, è tutto fuorché rotondo. Gioco: la maggiore delle risorse. Nulla di meglio per sgravare le coscienze gravide. (un passo verso la ribalta) In guardia, gente: non credere a niente di quanto si vedrà e si udrà, poiché, essendo tutto esteriormente falso, è tutto interiormente vero. (un aperto risvolto di scherno) Il cuore nascosto della menzogna è la sincerità: regola generale.

KELLER          -  E viceversa?

JUNGHER       -  Manco per sogno: confessarsi recitando è redimersi accusandosi.

KELLER          -  Il bisogno di scandalo, per voi, è come la grappa per gli alpini: impossibile farne a meno.

JUNGHER       -  Ciascuno ha un modo personale di ubriacarsi… Sono pronto, comandante. A vostra piena e incondizionata disposizione: sbranatemi: non batterò ciglio. Per tutta risposta l’inquirente estrae dal cassetto della scrivania due copie eguali di un medesimo protocollo e gliene mette in mano una. … Cos’è, il copione?

KELLER          -  Fate conto: sottospecie dell’inchiesta, a termine del codice militare, a vostro carico. Non ve l’aspettavate?

JUNGHER       -  Mi domandavo perché tanto ritardo. L’intenzione, oggi, è far saltare, finalmente, il piatto, dunque. E via, colla serietà, “proprio come se recitassero”.

KELLER          -  Vi sconsiglio lo scherzo, maggiore. Ce n’è abbastanza. Non dubitate.

JUNGHER       -  Lo credo: non si è mai colpevoli a sufficienza per essere innocenti. E, questo sì, vale anche viceversa.

KELLER          -  Bene. Nei due casi, a iosa per sprofondare nel disonore.

JUNGHER       -  Iosa! Buon recupero di un termine desueto. E magari. Ma, nove volte su dieci, la realtà è una delusione. Il male è avido di fantasia e, spesso, soccombe per inedia diversamente dal bene, sempre più tardo, al quale basta niente per ingrassare. E, con gesto amabile, gli restituisce il fascicolo.

KELLER          -  (non meno amabilmente) E’ per voi, il vostro “copione” come aveste l’alzata d’ingegno di chiamarlo. Onde possiate verificare l’incontestabilità degli addebiti. Servitevi, controllate, obiettate.

JUNGHER       -  Non mi serve. Prevedo la parte che m’è stata assegnata e preferisco andar a senso, certo di riuscir più naturale, più “vero”. La traccia la so. Difendo la commedia all’improvviso, perché è quella che detesto.

KELLER          -  (sconcertato) A piacer vostro. Rinuncia al diritto della difesa solamente chi non è in grado di difendersi. (lui, viceversa, segue il “copione”, sempre, però, meno, mano a mano che aumenta di severità)

JUNGHER       -  … O chi lo sarebbe troppo.

KELLER          -  Mi domando, vivaddio, di che razza siete; addirittura, qualche volta, a che sesso apparteniate.

JUNGHER       -  Caro colonnello, se potessimo non essere né uomini né donne, saremmo tutti perfetti… A turno: ecco! Or così or cosà. Lo ripeteva sempre un saggio: Arlecchino, pensate un po’… Fatti, se non vi spiace, bombardatemi di fatti. Nessun limite al tiro. Mirate al cuore, ma risparmiate il viso… e l’inguine, possibilmente: due zone che mi sono care.

KELLER          -  A vostro rischio e pericolo. Ve la sarete voluta.

JUNGHER       -  Son tutto vostro.

KELLER          -  (dritto al bersaglio) Da quando in qua vi piacciono gli uomini,

JUNGHER       - ?

JUNGHER       -  (senza aver fatto una piega) Tutte le volte che ho una delusione con una donna… o con un uomo… o con tutt’e due… o prima di averla avuta. O dopo, o in previsione di averla. Lo troverete strano, ma sono… un uomo pessimista e previdente. Non amo farmi scavalcare dalla realtà.

KELLER          -  Tutto il tempo dell’anno dalla mattina alla sera, praticamente.

JUNGHER       -  Esistono anche le notti, colonnello, e non presentano meno rischi: sta tutto lì; non sai mai da dove il colpo ti arriva. Rimedio come posso, mi ingegno, mi arrangio, m’aggrappo a quel che trovo… E prevedo… una sorta di risarcimento preventivo. L’incrocio di due rasoi, ormai.

KELLER          -  Vi capisco. Legittima difesa.

JUNGHER       -  Cerco, mi illudo. Ma è spossante, credetemi.

KELLER          -  Ignorate come siete soprannominato dalla truppa, maggiore

JUNGHER       - ?

JUNGHER       -  Ne ebbi vaga notizia.

KELLER          -  E non arrosite di vergogna?

JUNGHER       -  Cogli anni, il senso della vergogna in me s’è un po’ atrofizzato, a vero dire. Ma, se è un ordine, tenterò una perquisizione della memoria nella speranza di trovarne una traccia. Cosa non farei, per voi, comandante? Ho idea, però, che si tratti di un portato del progresso. Comunque, ogni opinione è rispettabile.

KELLER          -  Domando troppo suggerendovi di dare un’occhiata a questo allegato? E gli caccia in mano un documento, parte del fascicolo.

JUNGHER       -  Per carità.

KELLER          -  Lo si trova scarabocchiato ovunque, per la caserma, ormai: sui muri dei cortili, in sala mensa, lungo i corridoi, sui tavoli, sopra la testata delle brande… nei cessi; una delle reclute dovrà essere riformata per esserselo fatto tatuare, in circolo, intorno all’ombelico.

JUNGHER       -  Non ditemi…

KELLER          -  Nulla esclude che possa aver invaso anche altre zone corporali meno discrete in altri fanatici della vostra… filosofia, plagiati da voi.

JUNGHER       -  (che ha letto, imperturbabile) Sapevo e non sapevo. Lusingato davvero, scoprire che la gioventù ti stima.

KELLER          -  Trovate?

JUNGHER       -  Sarei un ingrato. Chi non lo sarebbe? “L’enculé magnifique”… Però, permettete, colonnello, poca lealtà: non mi avete accennato all’esultante evviva che, generalmente, lo precede.

KELLER          -  Due volte su quattro, purtroppo, e qui sta il grave.

JUNGHER       -  (mai smessa la faccia da schiaffi) Attenuante?

KELLER          -  Aggravante, vorrete dire. Malscelto il momento di scherzare.

JUNGHER       -  Ci vuol, pazienza, colonnello. Sono gli scherzi dei personaggi. Fate che aprano gli occhi un momento e scappano di mano a chi li ha partoriti, andandosene per conto loro e imboccando sentieri imprevisti. Succede nelle migliori famiglie ed è allora che… “l’ enculé magnifique” può scoprire e, addirittura, sfoderare il proprio orgoglio conculcato: “conculqué”.

KELLER          -  Strani consigli per la fierezza.

JUNGHER       -  Non avete idea, comandante, dove possa trovare rifugio la fierezza, quando saltano i pregiudizi. (serio oppur faceto) Pensate, c’era stato un serpente il quale, pure lui, omesso quell’evviva redentore che suona una corona in capo ad un re democraticamente intronizzato, aveva addirittura stravolto l’aggettivo riferendone un altro tutto diverso: maudit: l’enculé maudit. Sono ancora possibili mistificazioni del genere… Son proprio dei cari ragazzi generosi e prodighi di fantasia… Però, anche maudit, in fondo… Quell’alone inafferrabile di affettuosa perversità, a pensarci bene… Ma ci vuole la classe del francese. Qualsiasi altra lingua e – sì – sarebbe subito pornografia.

KELLER          -  In francese, viceversa…

JUNGHER       -  (sempre istrione) Le parole non si pronunciano, si baciano tra di loro… “maudit!” devi reprimere un brivido, un “frisson” lungo la schiena: il solo pensiero induce irresistibilmente a “se tutoyer”… Vien su, naturalmente dai precordi.

KELLER          -  Non è necessario accennare dove sono domiciliati i precordi, né di che si tratta.

JUNGHER       -  Non si è mai abbastanza chiari, signore.

KELLER          -  … Dopodiché – reo confesso e irrecuperabile – traetene voi stesso le conseguenze.

JUNGHER       -  Come potrei azzardarmi?... Fate del vostro “schiavo” ciò che vi pare. Non per altro che per questo siamo qui a recitare la commedia della colpa e della punizione. È un hobby che v’appartiene.

KELLER          -  Non incontra il vostro gusto, nevvero?

JUNGHER       -  Non troppo, ma… Ognuno ha i classici che preferisce e l’antagonista deve adattarvicisi, fino alla discesa del sipario: serata d’onore una volta per uno. Procedo. È il sublime momento dell’obbedienza pronta, cieca, assoluta. Assaporatela. (accentuatamente recitato) Bramerei soltanto…

KELLER          -  Ah, voi bramate. Vi permettete di bramare?

JUNGHER       -  Così. Bramo, oh bella.

KELLER          -  (misericordia, sarà mica il solito ufficiale sadico?) Bramano, forse, i vermi?

JUNGHER       -  Anche i vermi hanno un’anima, colonnello… Il segreto è scovarla… Crepi l’avarizia: rinuncio a bramare per concedermi il piacere del… sorpasso di ogni vostra più voluttuosa aspettativa, offrendovi il supremo atto di sottomissione che bramate voi. (accompagnando il detto alla posizione servile) La delizia della schiavitù recata in dono all’estasi della tirannia – mi sento uno dei re magi, Baldassarre, se non avete nulla in contrario – Suvvia: mettetemi il vostro calcagno sull’osso del collo e maltrattatemi spingendo a più non posso. È emblematico… se non vi viene da ridere. Approfittate della mia incipiente artrosi cervicale. (gigione!)

KELLER          -  Mai nulla di serio per voi! Guastare ogni cosa. E questo è l’hobby vostro. (irreplicabile) Fin quando credete di poter contare sulla nostra sopportazione? No! Voi tenetevi il vostro collo, come io tengo il mio calcagno.

JUNGHER       -  (non potrebbe essere più crudele) Va bene. Vuol dire che il calcagno me lo farò mettere dal caporale Brigidin. Lui va matto per maltrattare gli ossi del collo ed è tanto meno permaloso di voi.

KELLER          -  (colpito a segno) Anche il mansueto Brigidin, la perla della caserma! Avete diffuso una lebbra che non risparmia più niente e nessuno. Brigidin, proposto per il monumento al caporale ignoto! A tanto può condurre lo sradicamento dei sensi, inculcato in una casta compagine di giovani fieri, sani di corpo e di spirito, inconsapevoli pur dell’esistenza del male… E non ghignate, corruttore che non siete altro, sennò, vivaddio!... Cosa stavo dicendo? Ho perduto il filo, mi manca la battuta…

JUNGHER       -  … Sennò, vivaddio!...

KELLER          -  No, non quello.

JUNGHER       -  Ve lo garantisco: avete appena finito di esclamare un vivaddio… parlavate dell’innocenza delle giovani reclute caste, pensate un po’ gli scherzi della gelosia, pardon: della demagogia.

KELLER          -  L’ho riafferrato!

JUNGHER       -  Cosa?

KELLER          -  Il filo. Dunque, ecco: … le giovani e fiere reclute impazienti, che, nell’attesa dell’appello della patria al sacrificio, versano, versano… cosa versano?... Versano le preziose stille di cui i loro animi traboccano… ad alimentare le incontaminate amicizie che, in purezza d’animo, solo nelle trincee, nelle caserme, nei collegi, nei seminari, nei campi di concentramento, nei riformatori e nelle carceri, sì, persino nelle carceri, chi è inciampato lungo l’arduo cammino, tanta è l’urgenza della dedizione e della solidarietà umana, hanno i loro templi sacri e consacrati, che offrono all’indifesa, più spesso inconsapevole, gioventù, la garanzia di riparo e di sicurezza di una reggia al protetto da un sovrano paterno e generoso… e…e?... Ah. E sul candore dei loro cuori, sulla trasparenza delle loro menti limpide, sulla pudibonda incontaminatezza dei loro corpi: sul miracolo della loro innocenza…: nelle anime rudi e buone di tanti eroi forti e delicati (?!), voi spargete, a piene mani, il contagio della putrefazione e della morte, solo per l’incapacità di trattenere i torbidi istinti e la contorta fantasia di una mente malata, indotta ad attribuire agli organi umani finalità innaturali che, per parlar con decenza, non c’entrano un cazzo con la funzione per cui furono concepiti quando al padreterno venne quella strana idea che avrebbe fatto meglio a risparmiarsi.

JUNGHER       -  Lo leggerei volentieri pubblicato dalle Edizioni Paoline questo discorso, e declamato da Vittorio Gassman durante un’udienza di Sua Santità.

KELLER          -  (collerico) Ma è mai possibile – occhi negli occhi,

JUNGHER       - ! – è mai possibile, ditemelo voi, che quando c’è bisogno di uno dei vostri organi riproduttori, non lo si trovi mai al posto giusto dove dovrebbe essere, e lo si deva andar a cercare nei recessi più inimmaginabili dei corpi altrui?!... Attendo una risposta.

JUNGHER       -  Mi sento colpevole, son sempre stato disordinato e distratto fin da piccolo… li dimenticavo dappertutto… Proprietà collettiva… Fosse mai un’inconscia vocazione al comunismo? Mi fu consigliato di consultare uno psicoanalista… Nemmeno a farlo apposta, … più marxista di me: bravissimo. Destino.

KELLER          -  Altro che disordine e distrazione! È da quel dì,

JUNGHER       - , che Sodoma e Gomorra fecero la fine di Hiroshima mettendo termine al caos del traffico per cui andarono vergognosamente superbe.

JUNGHER       -  Non ci si vuol mettere in testa che, come tutte le grandi località turistiche, erano molto frequentate. Guardi, oggi, Las Vegas, le Bahamas, si fa per dire… Ma anche a due passi da qui, basta scendere per la strada: uno no e uno sì.

KELLER          -  Per caso, vi sareste messo in testa di riedificarle, Sodoma e Gomorra, per vostro uso e consumo turistico? Da voi ci si può aspettare di tutto.

JUNGHER       -  Se rispondo che la seconda vada pure al diavolo, ma, quanto alla prima, forse, non sarebbe fuori luogo un pensierino di farcelo. Il turismo, in fondo, è l’asse portante dell’economia del nostro paese; cosa mi può capitare?

KELLER          -  Che non rispondo più della vostra vita.

JUNGHER       -  Bella fatica, in tal caso son costretto, per forza, a dir di no.

KELLER          -  Non solo dire, pensare, pure, lo dovete: pensare,

JUNGHER       - , se ci fosse ancora tempo.

JUNGHER       -  Anche pensare, sì, sì, mi rendo conto, certo. Non per niente foste prigioniero in Russia dove avete subìto il restauro del cervello: non ne vogliono sapere quelli là.

KELLER          -  Io ho avuto degli amici: dei grandi amici, di tutti gli eserciti e di ogni paese, lassù.

JUNGHER       -  Non ne dubito. Le attività clandestine fanno miracoli.

KELLER          -  Anche russi! E con nessuna vocazione al restauro.

JUNGHER       -  Perché i russi dovrebbero far eccezione? Abbiate pazienza, comandante. Solo hanno l’obbligo di non far sapere di avere amici in occidente. Quanto a disordine e distrazione non sono secondi a nessuno. Fate che se ne presenti l’occasione ed è la fine del mondo… Cuori… grossi così. Certe voci girano portate dal vento come i pollini, contribuendo all’uguaglianza e all’unità dei popoli sulla terra nonostante la censura: fa più una sauna ben organizzata, per certi ideali, che non mille edizioni del “Capitale”. Non v’è mai venuta questa idea? C’è – lassù – chi ha la sauna in casa: è detto tutto.

KELLER          -  Io non ho rimorsi. Detesto i russi ma amo il russo, sia ben chiaro.

JUNGHER       -  Formula ideale. Non c’è da toccare una sillaba. Un russo oggi, un russo domani e si mette insieme la Russia: ci si “fa” la Russia”. A conti fatti, è ciò che conta, no?

KELLER          -  (improvviso quanto inatteso: un raptus) Occhio nell’occhio, distruttore di eserciti: riuscite ad immaginare la terra vuota di soldati?

JUNGHER       -  (naturale) Ma sì.

KELLER          -  (stupefatto) Ma no! E di che la riempireste?

JUNGHER       -  (c.s.) Di coscritti… e un sottotenente. Personalmente, trovo che basta.

KELLER          -  Irrecuperabile! Non c’è rimedio. Alta corte.

JUNGHER       -  Quale pensate che sarà la sentenza?

KELLER          -  Tanto così meno della degradazione, sarebbe un’ingiustizia. Davanti a tutta la truppa schierata in cortile, per quattro e sotto gli occhi del prediletto Brigidin.

JUNGHER       -  Spero che non singhiozzi. Devo evitare l’incontro coi suoi occhi. È così sensibile. (volubile) … Le bandiere, almeno; avrò le bandiere che garriranno al vento; il cortile è pieno di spifferi, fatto apposta, pare, per farle garrire. Ho la vostra parola.

KELLER          -  (non meno spietato di una Essesse) Le bandiere saranno assenti. Carcere, radiazione dall’esercito: l’infamia, il disonore, l’abominio, vita natural durante per voi e la vostra famiglia, l’esecrazione e l’abbandono di chiunque vi abbia conosciuto e frequentato.

JUNGHER       -  Voi compreso? (un gemito) Nooo… Questa scortesia no.

KELLER          -  Me per primo: tradito come amico, umiliato come uomo, offeso come superiore: uno spiraglio che è uno spiraglio di scampo non sussiste; il Brigidin è la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

JUNGHER       -  Tanto un bel vaso…! La morte civile.

KELLER          -  La morte civile. Se vi va bene. Maledirete il giorno che veniste al mondo.

JUNGHER       -  Insomma, cosa dovrei fare secondo voi, per favorirvi? La grazia, almeno, dell’ultimo consiglio… Karakiri? Cedervi Brigidin?... Ordinate!

KELLER          -  Dovete esser voi a sapere ciò che dovete fare.

JUNGHER       -  (rassegnato come un bidone per la spazzatura vuoto) Se è d’uopo è d’uopo. Nessuno sconto a quel che sento.

KELLER          -  (in levare, molto giocato, dopo un tempo acconcio) Però… Ora tutto l’edificio è retto dal però. … Però, tenuto conto delle vostre innegabili doti di prode soldato, del passato valoroso, della fedeltà e dell’obbedienza sempre dimostrate verso il vostro superiore; delle medaglie collezionate, nonché della strenua difesa del bottone, ad onta d’una deplorevole insensibilità al regolamento, in nome dell’antica amicizia che ci avvinse, cadetti, sull’Amba Alagi…

JUNGHER       -  Meno male. Vedete? L’ho sempre detto, io, che, sul però, si può sempre far conto. E sull’Amba Alagi ancor di più.

KELLER          -  …In nome di tutto questo, non posso non tendervi la mano, offrendovi la possibilità di sfuggire al pubblico ludibrio che meritereste e il cui fiato già vi tallona la nuca.

JUNGHER       -  Però, cosa può fare un però! Perfetta.

KELLER          -  Cosa?

JUNGHER       -  La battuta. Da applauso. Che non verrà. Tant’è che

KELLER           -  estrae dal cassetto – o dalla fondina – un revolver, se stava sulla scrivania, e glielo mette in mano colla buonagrazia come si offre un bigné a una signora nel corso d’un rinfresco.

KELLER          -  Ecco, né più né meno, ciò che farebbe un uomo d’onore, per poco che gliene rimanesse.

JUNGHER       -  (concludendo una riflessione) Non ci si può più fidare nemmeno dei però, evidentemente. Dove andremo a finire?

KELLER          -  … E’ una Peyton di precisione, calibro 38, l’ultimo amico sul quale possiate contare.

JUNGHER       -  Penso che vi aspetterete anche di sentirvi ringraziare.

KELLER          -  Sarebbe il minimo del vostro dovere di soldato nel caso che vi rimanga un residuo di dignità. Se non altro per la vostra famiglia.

JUNGHER       -  Personalmente, il rimedio mi sembra peggiore del male. Ma se la conclusione deve essere questa… pur di farvi contento e che sia finita… A quanto mi par di capire, non mi restano che due scelte: tempia oppure cuore. (che sospiro! Par vero) Peccato così un bell’uomo e ancora in giovane età. Parlo per me.

KELLER          -  (spietato) Ne esiste una terza di scelta: bocca.

JUNGHER       -  (sgomento) Oh no, comandante! Dovete farlo apposta. No. Finire con in bocca la canna fredda ed inerte d’una rivoltella… - altra era la mia aspirazione – sfigura orrendamente il volto che è la seconda risorsa del mio superstite fascino. No. Mai. La canna d’una rivoltella non è da bocca!

KELLER          -  Che vi frega da morto?

JUNGHER       -  La memoria di chi mi amò e tante promesse fatte.

KELLER          -  Sarete invisibile, chiuso in una cassa di palissandro con decorazioni, maniglié e crocefisso d’argento ageminato. (consolatorio) … Il solito provvidenziale colpo sfuggito accidentalmente, questione di mezzo minuto neanche… Parola: alle esequie non mancheranno la corona del reggimento e quella del circolo ufficiali. Non prometto nulla ma non escludo nemmeno quella del Presidente della Repubblica. Penso di farne un caso che non gli basti ciucciare la bandiera e due parole di circostanza.

JUNGHER       -  Grazie.

KELLER          -  Di niente. Lo faccio perché ne esca smacchiato l’esercito.

JUNGHER       -  Dimenticate quella del caporale Brigidin. Capace di vendersi la camicia pur di non mancare.

KELLER          -  Ci tenete proprio tanto? Sarà fomite di chiacchiere.

JUNGHER       -  Condizione sine qua non. Non sapete cosa perde la mia vedova bocca.

KELLER          -  Ostinato!

JUNGHER       -  Avevamo appuntamento per stanotte all’alba (fissandolo negli occhi) Con chi sarà costretto a sostituirmi, adesso, indomito com’è?

KELLER          -  Non preoccupatevi, maggiore. Si farà di tutto per salvaguardare il vostro ricordo.

JUNGHER       -  Eravamo tanto bene affiatati. Sentirà assai la mia mancanza.

KELLER          -  (come niente fosse) Non avrà da rimpiangervi. Nessuno è insostituibile.

JUNGHER       -  Mah! Porterò nella tomba questo dubbIo. Conosco Brigidin.

KELLER          -  Più presto accadrà, meglio è. È un bubbone che non si deve perder tempo a estirpare dal corpo sano dell’esercito.

JUNGHER       -  Una raccomandazione personale al commilitone di tante pugne affrontate insieme: rivendico la piena legittimità di quello che voi, e chissà quantI altri come voi, chiamate il mio peccato e non ho ancora deciso se non soccomberò inneggiandovi. Non sono un malfattore. Non ho rubato le vitamine alla truppa. Ho, semmai, contribuito a un salutare scambio di ormoni.

KELLER          -  In altre parole, gli faceste del bene.

JUNGHER       -  Penso di sì. Semen repento, venenum est. È deplorevole che siano così pochi a sapere il latino, anche fra coloro che lo praticano a tutto spiano. Per aver diritto di parlare, necessiterebbe conoscere lo strazio delle furibonde astinenze di una caserma condannata alla castità e che ha un solo pensiero in testa ventiquattr’ore su ventiquattro.

KELLER          -  Cos’è, una minaccia, un ricatto?

JUNGHER       -  (duro) Un avvertimento che può diventarlo! (di colpo, un a l t r ’ u o m o ) Stop?

KELLER          -  Stop, non divaghiamo: basta là, il resto è silenzio.

JUNGHER       -  Soddisfatto? Va bene così?

KELLER          -  Filodrammatico ancor più del solito: la serietà, evidentemente, non è mai stata il tuo forte. Lasciatelo dire: non fosti mai tanto cane come oggi. Dipenderà dal tempo.

JUNGHER       -  Fo’ quel che posso: mica, poi, tanto peggio di te che ce la metti tutta.

KELLER          -  Le crisi morali si sentono, oppure non si sentono. Non fanno per te.

JUNGHER       -  Non ero in vena. Ci guadagni tu. Ai voti. So d’aver perso. Era nelle previsioni. Prende su una gran coppa e percorre la fila dei ragazzi soffermandosi, un momento, davanti a ciascuno. (l’ideale sarebbe farlo con tutti gli spettatori in platea) A voialtri, come d’accordo, ragazzi: giuria. Il voto. A chi spetta la mascotte? Quale il migliore, chi ha ragione? A chi il figo? Pallina bianca il colonnello, pallina nera il maggiore.

IL BIONDO     - (essendo stato scavalcato) E io, non voto?

KELLER          -  (un benevolo sorriso respinto dal destinatario) Malizia dell’ingenuità!

JUNGHER       -  No, tu no. Tu sei la posta, il premio per chi, dei due è risultato più bravo a inventare e a recitare se stesso e la propria commedia. Eri stato avvertito, no?

IL BIONDO     - Va bene, lo sapevo. Ma secondo me, di tutta la ghenga, ero anche colui che aveva maggior diritto a dire la sua. In fondo, poi, lui tocca a me. Son io a dovermelo sciroppare.

JUNGHER       -  No, sei tu che tocchi a lui, casomai. O pretenderesti paga e scelta?

IL BIONDO     - Naturalmente: paga e scelta se dipendesse da me o mi devo considerare un ragazzo oggetto, oh bella?!

JUNGHER       -  (una strizzata d’occhio a

KELLER          - ) Lo facciamo votare? Tanto, che ci rimetti? Il risultato è scontato: riflesso condizionato.

KELLER          -  (accompagnato da un’espressione di consenso di tutti i ragazzi concordi nei diritti della categoria) Ma sì, che voti. (ambiguo) Quel che è mio, è tuo. Lo lasciano votare. Alla fine,

JUNGHER        -  fa la conta.

JUNGHER       -  Votanti sette… Bianchi sei, nere una. La morale vince, come dovevasi dimostrare. Accade tutte le volte che la si identifica col “regolamento”. È (sottolineatissimo l’avverbio) quasi l’unanimità. La festa è con lui. Visto?

IL BIONDO     - (abbassando tono, come ogni volta che si rivolge al preferito) Puttana miseria, me la sentivo.

JUNGHER       -  (c.s.) Calma, giovanotto. L’ultima parola non è mai detta. Il tempo non finisce stasera. Comunque, grazie. Avrebbe fatto piacere anche a me. E non soltanto per la ragione che tu credi.

IL BIONDO     - E allora…?

JUNGHER       -  (indecifrabile) Le regole del gioco vanno rispettate.

IL BIONDO     - Cosa vorrebbe intendere “l’ultima parola non è mai detta?”

JUNGHER       -  Tu che ne pensi?

IL BIONDO     - Che cazzo vuole che ne pensi? Quando penso, io penso nei pantaloni. E tutto quel che mi dicono è che mi son messo in un bel casino. E lei?

JUNGHER       -  Più o meno… Non so bene nemmeno io, però sento, mah… che non finisce qui.

IL BIONDO     - Avrei preferito un… “passaggio” con lei. Non mi sta mica tanto bene il suo amico… Meno di lei, voglio dire… Insomma… cioè, ecco, niente, così… capito?... E’ sempre la pelle a decidere. A tu per tu, quasi sottovoce, mentre il colonnello, occupato a ordinare delle carte, continua a non seguire il loro furtivo discorso così personalizzato. In due parole, mi ha smerdato di ingenuo e di malizioso. Domando e dico se ne avesse adoperate quattro. Ma chi gliel’ha data la patente a quello lì? Cosa crede di avere attaccato in fondo alla pancia, il bambin Gesù? (non è improbabile)

JUNGHER       -  Non bisogna guardare alle apparenze.

IL BIONDO     - E a cosa bisogna guardare?

JUNGHER       -  (complice) Al loro contrario. Se ne avvantaggia. Fidati di me.

IL BIONDO     - Come fa a saperlo?

JUNGHER       -  (elusivo) Curioso: lo so.

IL BIONDO     - Sarà. Io ci guardo… Parola?

JUNGHER       -  E’, giovanotto: è; non sarà: parola.

IL BIONDO     - Se garantisce lei… Guardi che io non sono mica tanto facile di gusti.

JUNGHER       -  (divertito) Nemmeno lui.

IL BIONDO     - (sussurrato) E’ sicuro che non sia uno stronzo? Mah… Mi sa tanto… Sarà mica fuori servizio come le scale mobili della metropolitana?!...

JUNGHER       -  (stando al gioco, come da sua natura) Niente affatto… Avrai delle sorprese… Forse. Non sciuparti il presente pensando all’avvenire. La vita offre, ogni momento, qualcosa di godibile, l’astuzia è saperlo afferrare.

IL BIONDO     - Io mica mi riferivo al contrario… dell’apparenza. Su quello garantisce lei, dice… Così, a naso. Io dico sempre ciò che mi passa per la mente. (e, da competente, non avendo fatto, intanto, che scrutare l’oggetto del contendere) Mah, mi sa tanto che abbia pure il… divertimento un po’ basso. Lei, no?

JUNGHER       -  Trovi? Lui che ci tiene tanto alla sua gamba lunga!

IL BIONDO     - Si tiene sempre a quello che non si ha.

JUNGHER       -  Tu, per esempio, sentiamo, a cos’è, di tuo, che tieni di più?

IL BIONDO     - (un’orgogliosa naturalezza) Non ho da lamentarmi: a tutto quel che ho, come ce l’ho, fin che dura.

JUNGHER       -  Modesto!

IL BIONDO     - Perché dovrei esserlo?

JUNGHER       -  Sicuro, perché dovresti esserlo? Bada, però, che anche lui passa per uno degli ufficiali più sexy del distretto.

IL BIONDO     - Non dico di no. Anzi. Parlavo per pura comodità personale, mica altro. (un sorriso che tira alla malizia senza farcela ad uscire dall’ambito dell’ingenuità) Un corpo umano, intendevo, non è come una molla: si può allungare ed accorciare solo fino a un certo punto, neanche poi tanto, e, se sforzi troppo, si rompe.

JUNGHER       -  (gran sorriso di simpatia irridente) Non è il caso di scoraggiarsi. Uno si toglie le scarpe, l’altro le tiene addosso e lo slivellamento è, più o meno compensato. Se tutti i problemi fossero questi…

IL BIONDO     - Perché non mi suggerisce di “mettergli qualcosa sotto” come alla gamba di un tavolo zoppo? È sleale un consiglio del genere a un ragazzo, arrivato a ventun anni col fanatismo del piede nudo… Ci ho fatto su la bocca al Beccarla… (sensuale invasione d’una rimembranza) Il Gionny!... Giorno e notte, culo e camicia col Gionny… Le aveva, sì, le palle il micco! Quanto ridere. Delirava per un paio di piedi. Perdeva la testa, non capiva più niente… Non ce n’erano due meglio dei miei in tutti i riformatori che s’era fatto… La corte lui me la fece così… D’un bravo!... Quel che ci sapeva fare…! Cose che, uno, neanche se le immagina… E finisce che ci resta. C’avevo la predisposizione, si vede. O me la mise addosso lui… E uno snob che ci si potrebbe fondare un partito, e neanche troppo piccolo… il Gionny… Un sogno, ha presente? La smania del piede gliel’aveva attaccata Salvador Dalì.

JUNGHER       -  Ho presente che, qualcosa in comune fra noi, potrebbe saltar fuori.

IL BIONDO     - (rotto completamente il ghiaccio) L’ho ciccato al volo da come non hai fatto che slumarmeli dal momento che ho fatto il primo passo qua dentro.

JUNGHER       -  Non ho fatto che?

IL BIONDO     - Slumarmeli: mangiarseli cogli occhi: lo sguardo che palpa e la saliva da inghiottire, non so se mi spiego. Sei un dritto, tu. Ci si deve, dunque, render conto, che chi sgalletta con me, scarpe nemmeno parlarne. Suole, per carità!

JUNGHER       -  (senza smettere di divertirsi) Neanche questo costituisce un problema. In punta di piedi e l’ostacolo è rimosso. Duri, tesi, irrigiditi: è addirittura un modo di valorizzarli, vi si concentra tutta l’energia.

IL BIONDO     - (che denti, la scoperta di quel ferino sorriso!) Ma certo! Che bomba. Mai pensato. Un po’ scomodo, però hai ragione.

JUNGHER       -  Fa anche più intimo, non ti pare? Quel pizzico di violenza… E poi, mica esiste soltanto la posizione verticale; per chi va sul distensivo, dove la metti, quella orizzontale?

IL BIONDO     - Buttala via!... Verticale è più bello ancora, io trovo.

JUNGHER       -  Va a momenti. E a stati d’animo. Davvero, hai dei piedi di sogno.

IL BIONDO     - Vedi? Con te è un’altra cosa. Capisci al volo, dài consigli… Hai pure l’altezza giusta… Ai gusti non si comanda, te lo dissi.

JUNGHER       -  Non sarà che mi sopravvaluti?

IL BIONDO     - Lascia correre. Ho occhio e naso anch’io, e te ne sei pure accorto; non diresti di no, sputa che non diresti di no.

JUNGHER       -  Pazienza, oggi è andata così.

IL BIONDO     - … Non vedresti l’ora, dì che non vedresti l’ora. Io lo dico anche contro il mio interesse. Che male c’è?

JUNGHER       -  (meditativo) Il male della franchezza, che è sempre un male… Chissà… (scherzo, o no?) Chissà… Pensa, si potrebbero avere a disposizione quattro piedi uno meglio dell’altro… a libero impiego, tutti per noi e tutti in una volta.

IL BIONDO     - (buonsenso) Si hanno sempre quattro piedi a disposizione: è il primo vantaggio quando si fa l’amore in due; e di più se si è di più… (memorie?) Anche dodici, un ferragosto a Ostia…

JUNGHER       -  Ma non sempre piedi di prima scelta… (sottolineato al massimo; da ricordarsene in seguito) E ti dirò anche che, forse, m’hai dato l’idea di un’idea.

IL BIONDO     - In attesa di meglio, son contento. Mi faccio vivo io?

JUNGHER       -  Come preferisci.

IL BIONDO     - Sei tu che deve preferire. Io non appartengo a coloro che, uno di più, si porta via un pezzetto d’onore e ne fanno un dramma. Quando qualcosa mi gusta, me la ciuccio e basta là. Me, le mie intenzioni, ora, le conosci. Sai dove rimorchiarmi, batto sempre nello stesso posto. È un caso che non ci sia.

KELLER          -  (disoccupatosi) Vogliamo andare, giovanotto?

IL BIONDO     - Di già?

KELLER          -  Non hai chiacchierato abbastanza?

IL BIONDO     - (strascicato) Vengo, sì vengo. (all’altro in bassa voce) Parola?... Mi fido?

JUNGHER       -  Parola. Fidati. Sei prevenuto. Non te ne pentirai. Di tutti i tuoi compagni non ce n’è uno che non te lo invidierebbe, garantito.

IL BIONDO     - …e io… Puttana Eva!... Deve avere anche la caviglia grossa.

JUNGHER       -  Va, ti ripeto: il rifiutato è tutto perso. Perché un pesce solo quando esiste il fritto misto? Non farai mai carriera, esclusivista così.

KELLER          -  Allora, ragazzo?

IL BIONDO     - Uffa che strazio!... Eccomi.

KELLER          -  (nel portarselo dietro) Come fa il tuo nome?

IL BIONDO     - Salvatore, ma mi chiamano Tore. Del sud, però settentrionalizzato come lei. Soltanto al nord mi sono “realizzato”. L’apprendistato me lo son fatto venendo su. Giù, non battevo un chiodo. Timidezza.

KELLER          -  E cos’hai perso in compenso?

IL BIONDO     - (molto insolente) Tutto quello che c’era da perderci per guadagnarci. Terminato l’interrogatorio? La prima domanda di tutti: come ti chiami?

KELLER          -  Andiamo, su, facciamo presto.

IL BIONDO     - La madonna, brucia il palazzo? Non scappo mica. (altra falsa uscita per le ultime parole in un orecchio a

JUNGHER        - ) Quando ti guardo, mi vanno gli occhi in gondola e non ne ho ancora visto una (esalato in un sospiro che non consente equivoci) Tu non devi essere di quelli che hanno fretta…

JUNGHER       -  Se il paesaggio merita, trovo che circolando in prima marcia, lo si esplora meglio.

IL BIONDO     - Vuol dire che se “sento qualcosa” è perché, intanto, penso di essere in viaggio con te. D’accordo? (una curiosità chissà perché) Canottiera? La porta?

JUNGHER       -  Quasi mai. Da dicembre a febbraio in caso di inverni molto rigidi.

IL BIONDO     - Bene, so come orientarmi. Per fortuna, siamo di maggio, un fastidio meno.

JUNGHER       -  Dài, animo, che la vita non è mai tanto bella come quando pare brutta. Sotto, avrai delle sorprese comunque.

IL BIONDO     - (appena prima di essere trascinato per un braccio, fuori, da

KELLER           - ) Io mica mi lamento, però, qualche volta, potrebbe essere meglio. Figurati la bellezza quando è bella, ti sfagiola e l’avresti sottomano, porca vacca.

JUNGHER       -  Incontentabile. Mi riferirai, va bene?

IL BIONDO     - Tanto tu lo “sai” già tutto, no? (un franco ridere trattenuto) Una ripassata per tuo conto. Impegno! Dedicata a te.

KELLER          -  (uno strattone) E dài! Deciditi. Solo

JUNGHER        - , meditabondo, mentre il ragazzo, con un sospiro che sfonda i muri, scompare in compagnia del colonnello.

JUNGHER       -  Uno è sempre poco e un milione non sarebbero mai abbastanza: il nostro destino. ( o la nostra dannazione?) Egli prende in mano la rivoltella e ci riflette su. …Dilettante! Vecchi canovacci riciclati… Come si fa? Hai voglia ad esortare uno ad essere se stesso quando non è qualcuno!... Il peccato è la Musa del moralista: povero

KELLER          - , irrimediabilmente normale, fuori sesto. Solo le loro maestà i fatti, subito degradati a fattacci: colpa ed espiazione, massimo reato e massima pena… Come tutte le checche velate, si autopunisce… Giustiziandosi nei compici; perché non comincia col suicidarsi? (il consueto ghigno) In fondo, non è che un ibrido snob della convenzionalità borghese. Tutto sì o tutto no, per tutto… Ma amici si nasce, bisogna rassegnarsi e pazienza. Il cuore non è che… la metastasi di ben altro organo (ha accennato anche un gesto d’indicar quale?)… “Aux armes, camarades!” Peccato che arrivi in ritardo per scriversi addosso “I due sergenti”. Era il suo repertorio; l’ha sempre tenuto nel cuore e c’è rimasto. Non ha in mente che la guerra, come Radamès, in quell’afroidisiaca musica di Verdi, sempre in erezione, pronta – se non stai attento – a venirti in mano da un momento all’altro; a differenza di quella di Wagner che minaccia continuamente di venire e non si decide mai. E la diversità fra Manrico e Sigfrido sta tutta qui… Mah… Ha concluso, accarezzando il fascicolo, con lo sguardo malinconico e pesante di un disprezzo non alieno da una certa affettuosa comprensione… (beffardo) Gratta gratta, vien fuori la gavetta plebea del parvenu: complessi radicati di gretta colpa antica… (sprezzante) e psicodrammi stonati corrispondenti; fantasia anemica… Lui incapace di scherzo recitando seriamente; io ostinato nella serietà, gigioneggiando per ischerzo. Senza capire, una volta per tutte, che Eros è l’unica verità strappata dall’uomo all’avarizia del cielo, non si potrà non giungere presto ai ferri corti. (ambiguità di un mezzo sorriso)… Dopotutto, è eccitante la rissa di due astuzie sulla stessa linea di percorso… uno stronzo e uno astuto. Monologando monologando, ha spalancato i battenti di un enorme armadio ridondante di splendide toilettes femminili, ha staccato un portentoso costume popolare russo – completo del suo gemmato kokosnik – dalle scollature vertiginose; e, smessa, in un baleno, l’uniforme militare, senza la benché minima sottolineatura caricaturale – anzi d’una inquietudine raffinatezza androgina, che, se pecca, pecca per eccesso di sensuale autenticità per quanto sfrontata – se ne traveste con fascinosa naturalezza, lasciando intatto solo il bel volto procace e la massa bruna dei capelli, d’una inequivoca quanto provocante maschierà. Dall’inizio al completamento dell’allucinante metamorfosi in “Ivonne”, che ha la svelta grazia del gioco di prestigio – e l’interprete, ove se ne trovi uno, non dovrà mai dimenticare fino all’ultima parola (è determinante); come, poco fa, quella di brillante ufficiale – si diffonde, in crescere, il tango omonimo – lo canta, naturalmente, Milly – di Rulli e Cherubini. Ed ecco, balzar nella stanza

KELLER           - , altrettanto trasformato, di fuori e di dentro, da fiero ed aitante del Don, cuoi, pelo, armi, passamaneria, giberne, anima e tutto. Per

JUNGHER        - , già Ivonne dal capo alle piante, nulla di più naturale al mondo.

KELLER          -  (col massimo dello slancio istrionesco) Ivonne!

JUNGHER       -  (idem) Mio cosacco!?

KELLER          -  Io stesso: Pugacëv, il Garibaldi della santa Russia. E sotto, un bacio, lingua in bocca, da sei mesi senza condizionale. E fosse finita. Oh, non si danno ad improvvisare un fugace quanto forbito pas-de-deux in tempo di tango, e magistrale? Eh?...

JUNGHER       -  La mia… vita di scorta, caro… per te.

KELLER          -  Ed io, per te, la mia. (in seguito, entrambi progressivamente calmandosi, ma, al momento, più saltimbanco di lui) … La grazia dell’ultima follia, se la mia fine dovrà esser quella destinatami dal mio Signore…

JUNGHER       -  Riappari in cerca di complimenti, sazio di steppa e di colbacchi?

KELLER          -  (mammola) Non li merito, forse?

JUNGHER       -  (ambiguo) Ed io che, dopo tanto aspettare, mi illudevo che fosse giunta la mia volta di protagonista.

KELLER          -  Prova ne è come ti sei vestito.

JUNGHER       -  Prego: travestito: a. Rivendico il sacrosanto diritto al doppio sesso, nell’ora della rivalsa.

KELLER          -  A te, quindi, la mano: redimiti inventando il tuo disonore. Fremi già d’impazienza. Il secondo tempo è tuo, e vinca il migliore.

JUNGHER       -  Inventando? Confessando! Tema aperto, senza bisogno di copioni prefabbricati. La maggior parte di noi siamo attori senza repertorio. Creiamocelo. Impromptu all’antica italiana: psicodramma in libera uscita: chiacchiera su chiacchiera da chiacchiera. Io – lo sai – credo alla parola, anche alla più scombinata, mendace, sgangherata e pazza.

KELLER          -  Non troppo complicato, alla portata di tutti, possibilmente. Tu sei contorto come un cacciavite. Gente del tuo stampo siete inconcepibili.

JUNGHER       -  (giocoliere) Dacci la giustificazione di… incarnare un’ipotesi.

KELLER          -  Cioè?

JUNGHER       -  Se le dai un senso non ha più senso. Ci invera l’i.m.p.r.o.b.a.b.i.l.i.t.à. Squillo di telefono. La realtà!

KELLER          -  (all’apparecchio)… Sofia?... (sua moglie) Ma cara, il lavoro. Per metà pomeriggio, il trapano non mi ha funzionato. Ho dovuto rimandare tre otturazioni, una protesi e mezza dentiera… Dopo sì, come Dio ha voluto… Che t’ho da dire?... No, no, non è che mancasse la corrente; corrente ce n’era anche troppa; solo che non voleva entrare, sfuggiva da tutte le parti… Proprio, bocca strettissima… E’ già qui ad aspettarmi, saremo puntuali, ma, se vuoi che non facciamo tardi, adesso lasciami lavorare… Certo, anatra all’arancia. Lo sa, lo sa, è la sua passione… O la smetti di trattenermi al telefono o a mezzanotte siamo ancora qui… Un paio di pazienti, sì… Auff!... Sofia!... E sbatte giù, di brutto, il ricevitore.

JUNGHER       -  Quindici anni che mi infliggete il tributo di frequentare la tua tavola e ancora non s’è resa conto che preferisco, a tavola, una bistecca al sangue, possibilmente cruda.

KELLER          -  L’anatra all’arancia è la sua specialità. Devi portar pazienza anche tu. Fa finta che ti piaccia come hai sempre fatto.

JUNGHER       -  E pensare che tutto è dipeso da due parole, un complimento di circostanza, la prima volta che ci son venuto. Quando si dice… come cominciano le persecuzioni.

KELLER          -  Che ci posso fare? Esiste.

JUNGHER       -  E resiste… Dico il vero: quello che, per me, rimarrà uno degli enigmi indecifrabili dell’età contemporanea è la ragione del tuo matrimonio. La lingua degli Etruschi è un rebus che capirei di più.

KELLER          -  Cosa dovrei dire del tuo?

JUNGHER       -  (e via, animandosi, partendo dai toni più serafici) E’ molto semplice: uscivamo collo stesso ragazzo. Sai com’è, una distrazione è sempre possibile… Fa conto, hai presente? una stazione ferroviaria… un’infinità di binari… Ti confondi, perdi la cognizione del tuo e sali sul treno sbagliato… Ecco, qualcosa del genere, una volta nella vita, succede a tutti.

KELLER          -  L’unica conclusione da trarne è che tu avresti dovuto stare alla larga dalle stazioni ferroviarie.

JUNGHER       -  Quando si è giovani, ogni viaggio è una tentazione… E poi, le stazioni, sai com’è… Non manca mai il movimento. Fatto sta che, un giorno, rimase incinta lei. Scherzi della genetica. Tu non hai idea quanto possa rivelarsi dispettoso uno spermatozoo di carattere un po’ particolare, incazzato per aver sbagliato strada.

KELLER          -  Ha torto? Non si va a sparpagliar spermatozoi a vanvera lungo i binari di una stazione ferroviaria. È da prevedere che qualcuno, più avventuroso o vendicativo, scenda in una località dove non dovrebbe scendere… Di lui, incinta del ragazzo col quale uscivate insieme?

JUNGHER       -  (chinando il capo) Di me. Tirammo a sorte, tutto lì.

KELLER          -  A sorte? Fammi comprendere.

JUNGHER       -  Cosa dovevamo fare, affiatati come si era?... E il destino scelse me: dovevo oppormi al destino? Ero un ragazzo padre e amen.

KELLER          -  Bel motivo per precipitarsi a capofitto nell’abisso d’un matrimonio fra le spire di una smaniosa vergine.

JUNGHER       -  Tu non sbagli solamente gli aggettivi, sbagli, insieme, i sostantivi, pure. Non era così smaniosa, né vergine, se rimase incinta senza che nessuno lo sapesse.

KELLER          -  E ti par meglio?

JUNGHER       -  (seccato) Meglio o peggio, non c’è pericolo che tu ti sposti dalle tue posizioni. Stava, stavano così, ecco tutto. Poco più di mezzo secolo in tre, figurarsi: il più vecchio non faceva vent’anni. Il tempo spensierato dell’ignoranza, della timidezza, del pudore, della bicicletta sognando la moto e delle erezioni permanenti sognando i motociclisti: l’adolescenza, tutto ciò che fa diventar rossi… - E’ triste, ci hai fatto caso? Scoprire di non aver più niente che ti fa diventar rosso?

KELLER          -  Non eri adolescente soltanto tu.

JUNGHER       -  Non è quello che ti sto dicendo?... C’erano delle ragioni, delle buone ragioni. Egli si defilò subito con una commovente e umida scena di pianto sulla mia spalla, spergiurando che usciva soltanto per me.

KELLER          -  Per o con?

JUNGHER       -  Per per. Causa che gli avevo sconvolto la vita e altre cose carine.

KELLER          -  Carine?

JUNGHER       -  Carine, sì.

KELLER          -  (gelosia? Forse, retrospettiva, un po’) Quali altre cose carine, oltre la vita, gli avevi sconvolto? Dì, su, quali “cose”, per esempio?

JUNGHER       -  Che ne so? Facevano parte della vita. Riferisco le sue parole. Tieni conto che eravamo anche molto timidi tutti e tre.

KELLER          -  Beh?... Se poi non lo foste stati!...

JUNGHER       -  … Sì, insomma, giuri e spergiuri che lei – lei! – non la vedeva manco per… Non la vedeva proprio, ecco… Hai capito per che “cosa”.

KELLER          -  Vedeva solo te, lui vedeva solo te! Si capisce.

JUNGHER       -  Non so cosa farci, mi dispiace che ti dispiaccia, ma era così: inconcepibile addirittura il pensiero di un torto consapevole al mio amore, mettendo in moto alcunché in un grembo estraneo e così via… rendo l’idea?

KELLER          -  Altroché! In altre parole, tendeva… a star fermo lasciando muovere gli altri.

JUNGHER       -  Effettivamente, adesso che mi fai venire in mente, non era molto mobile. Avevamo avuto anche da dire in proposito. Non aveva fretta: pigro per costituzione. Ciononostante, però…!

KELLER          -  (sarcastico) Effettivamente, ciononostante…

JUNGHER       -  (incollerito) Effettivamente un cazzo!! Se ti va bene così, è così, e se no, fattelo raccontare da un altro che sa mentire. Non sopporto l’eco.

KELLER          -  … (gettando acqua sul fuoco) Allora?...

JUNGHER       -  (calmandosi) Allora…? Dei due, in altri termini, chi aveva corso maggiori rischi di ingravidarla “non” poteva esser lui. Mancata – era mancata sempre – l’intenzione. Capisci? … Insistette molto sulla non intenzionalità… Onde, per cui, lui non ci poteva entrare. Mi ricordo: abbracciandomi, disse proprio: “scusa, sarà per un’altra volta”.

KELLER          -  Ma tu pensa!

JUNGHER       -  (che pazienza) … anche se, occasionalmente, era potuto capitare – come era capitato – che ci fosse entrato. Chiaro?

KELLER          -  Senz’altro.

JUNGHER       -  La mise giù giuridicamente. Giocò molto di codice e ottenne la non intenzionalità… Feci un paio di lagrime anch’io… e, per tirarci su, dovemmo far l’amore, tanto per dirti.

KELLER          -  Più che comprensibile. Tu e lui, o tu e lei?

JUNGHER       -  Sei curioso peggio di una scimmia in amore. Fammi ricordare…: io e lui e lei… ma sì!...Ho in mente perché il letto era stretto e si doveva star uno sopra l’altro. D’uno scomodo!...

KELLER          -  Tutti e tre insieme?

JUNGHER       -  Accumulati. Stavamo lì, cosa si doveva fare? Andar a passeggio a turno? Scusa… Ti par delicato? Ci accumulammo. Il bisogno di fraternizzare. Dovevamo metterci a litigare, carino com’era?

KELLER          -  Certo, certo, stavate lì… In te, viceversa, spiegami una cosa: l’intenzione c’era stata?!...

JUNGHER       -  Che ti devo dire? Si vede di sì… non me ne accorsi: nell’inconscio, presumibilmente, se diventai padre… Che ne so? Un momento di distrazione… Il concepimento non è mica molto chiaro neanche nel Vangelo, sai… e non è che io me ne intendessi molto neanche allora.

KELLER          -  No, no, questo no, non ho mai detto questo.

JUNGHER       -  … Perché dovrebbe esserlo nel mio caso, abbi pazienza?

KELLER          -  Nessuna obiezione da parte mia.

JUNGHER       -  Mi pareva…

KELLER          -  Ti garantisco. È citato anche qualche caso di partenogenesi… come i vermi, faccio per dire. Io, da medico, benché dentista, dovevo saperlo; meno,tu, che hai studiato da notaio.

JUNGHER       -  Mah… (minimizzando)… una rivalsa, un dispetto, un saltafosso della Natura, seccata, vendicativa, in un momento di malumore… al fine, si vede, di darmi una lezione facendomi ammogliare, va a sapere… Te la raccomando, la Natura: ha i rancori lunghi… Ci si abbracciava talmente stretti che non rimaneva tanto così di intercapedine per la circolazione dei sentimenti, figurarsi della prudenza. Deve aver approfittato di uno di quei momenti lì. Quanto al resto, ammesso che ci sia, la mia Bice era già allora, quello che è adesso – nessuna evoluzione - : una testa vuota come una chiesa vuota, che è il massimo del vuoto e ci stai dentro come non ci fossi. Però, manda un’eco deliziosa, mi spiego?

KELLER          -  Per me, neanche un po’, ma c’è tanta gente ad ascoltarci e, se non hanno incominciato ancora a fischiare, non è impossibile che qualcuno si trovi; il mondo formicola di tipi strani. Non è il caso di abbattersi, prima del terremoto.

JUNGHER       -  Sta, vedi, che oggi, sono rimasti solo più i conigli persuasi che la santa lussuria sia una trama escogitata da quella carogna della Natura a beneficio del crescete e moltiplicatevi. Giovinetto, non m’era ancora ben chiaro che serve assai meglio per il contrario; pur di starci attenti a saper infilare i vasi comunicanti giusti; (una pausa di riflessione per concludere il concetto) crepi l’avarizia e, se proprio non te la senti di avventurarti a sbarcare sulla sponda ancora in via di esplorazione, indossi un preservativo e ti metti il cuore in pace… Del resto, nemmeno il mio scaltro compagno ebbe miglior sorte. Le batoste della vita! Rincasando un ventiquattro maggio, con una dozzina di bigné ancora caldi, e pioveva… indovina un po’ la sorpresa: l’amante di sua moglie, che lo era anche di lui, a letto con un’altra donna – donna - . Che fine abbiano fatto i bigné di quella sera non son mai riuscito a saperlo, mangiati, certo, no… Non si è più rimesso. Ha dovuto fuggire il cruccio e l’onta emigrando. Per restaurare, nell’unico modo ancora possibile, la propria virilità duplicemente lesionata, sai che ha fatto? Ha trasferito il suo bel fusto di derviscio stanco, come indossatore a forfait, in pelle viva naturale, su una spiaggia di nudisti alle Hawaii, arbiter elegantiarum delle isole felici. Le sue sfilate, senza niente addosso, salvo i pendenti personali della sua palpitante gioielleria individuale, non hanno prezzo dopo che furono sponsorizzati da “Vogue”. È già miliardario, ha una villa principesca a Honolulu e, naturalmente, non ha un soldo di spesa di guardaroba. Si ritirerà a vita privata il mese che viene, nel giorno di San Ciro, ricorrenza del suo onomastico; passerà a trovarmi e farsi fare, spero, e, quindi, per non lasciarsi travolgere dall’ozio e tener le mani in mano, organizzerà dei seminari per l’allevamento di giovani indossatori del suo genere eccezionalmente dotati. (applauso della tacita gioventù presente) Una splendida carriera: dopo il servizio attivo, l’insegnamento. Costretto a chiudere le iscrizioni in anticipo dalle richieste ricevute!

KELLER          -  L’hai rivisto?

JUNGHER       -  L’ho letto su “Homo”. Ormai, è troppo su per farsela con un modesto collezionista delle Forze Armate ma forse no. Chissà, anche, se si ricorda di me, si fa per dire… E’ un arrivato… Ma si ricorda, son sicuro. Certe esclamazioni “… durante”, non te le fanno dimenticare neanche gli hawaiani, che, poi, sai, c’è il molto e il poco anche tra loro.

KELLER          -  Tu ce l’hai ancora nella pelle, sputa il rospo.

JUNGHER       -  Per tua norma, io non sputo mai niente. Non è mia abitudine, dovresti saperlo. E la mia pelle – come la sua – ha buona memoria, ecco tutto.

KELLER          -  Già… (inteso a riannodare il filo del discorso) E tu… Finisci che l’anatra ci sta ad aspettare, raffreddandosi, coll’arancia nel sedere.

JUNGHER       -  Becco mai, io. Non me lo posso permettere nella mia posizione. In compenso, sette mesi dopo, mi ritrovavo padre.

KELLER          -  (un residuo di scetticismo) Veramente, padre, sai, si dice, può pure far piacere… ma bisogna andare coi piedi di piombo. La paternità è la più aleatoria delle parentele.

JUNGHER       -  Padre padre, senza remissione. Stesso neo, stesso posto. Allora, te e le patrie milizie, che non fate correre di questi pericoli, eravate ancora di là da venire. Son trascorsi quasi diciannove anni e ho ancora da riprendermi.

KELLER          -  Me, vanno per i venti, e mi son ripreso meno ancora, senza manco l’esca dei binari. Ci son piaghe che non si rimarginano, come Padre Pio le stimmate; suo padre era collezionista di cimeli garibaldini e il mio animo di vecchio scout non resistette. E pensare che se l’avessi strozzata vent’anni fa, a quest’ora sarei già fuori. Mah. Ci sono troppi mah nella nostra relazione, Kel.

JUNGHER       -  E chi ce li ha messi? Eh!... (la prende talmente alla lontana da non accorgersene probabilmente nemmeno lui stesso)… Prendi mio figlio. Devi sapere che Fabio, ha l’inquietante mania di dormir nudo, inverno e estate, colla luce accesa – ha paura dei vampiri, dice: l’ha contratta da bambino, in culla, dai racconti del terrore di sua nonna per addormentarlo, ma ne va ebbro; li gusta troppo alla televisione per affrontare il rischio di trovarseli in camera da letto, alla notte, a tu per tu, corpo a corpo, sotto le lenzuola. Hai capito tu perché del Dracula non si veda che la parte negativa: il dente anemizzante e omicida? Mai uno che tenga conto della parte positiva che poi, è tutto il sottomascella, dal palato in giù… e la dentatura stessa, chi la sappia gustare… non trovi? Il canino sanguinario… - Io, puntualmente, fra le due e le tre, ho la terribile necessità, attesa con angoscia, di dover attraversare la sua stanza, chiara come a mezzogiorno, e scivolare furtivamente, in bagno, per scaricar l’acqua dalle olive, sfiorando – pelle a pelle, Ben! – il letto che effonde l’odore delicato e fiero del suo corpo madido – una vecchia spina nevrotica, residuata da quando dormivo in caserma, sottotenente di giornata, di guardia alle reclute, e facevo altrettanto attraversando la camerata tappezzata, ai due lati, di giovani prede; incapace di passar oltre l’ultima branda, dove giaceva sveglio, in attesa mai sazia, col suo tatuaggio osceno attorto all’avambraccio, il gigantesco tunisino che seminava ombra intorno a sé e non c’era uno che, nel raggio di cinque chilometri, non lo chiamasse “il figo delle F.F.A.A.”… Io quasi svenivo, ubriaco dall’afrore di sudore e di sesso emanato dalle ascelle roride e buie e dai grembi tumidi e caldi di tutta quella giovane carne indocile e instancabile, pronta ad esplodere inondazioni, che mi assediava, anelante di peccato da ogni dove. Cos’è a far agitare quei ragazzi, finora composti, seduti e impennacchiati? Lo stimolo di segnalare la loro trascurata presenza? … Fabio ha il culto della fisicità. Metà di quanto gli passa, settimanalmente, sua madre, gli va in tennis e basket… e l’altra metà in riviste di culturismo affollate di giovani atleti nerboruti, hai presente? L’esplosione di quelle muscolature che sembrano panettoni biscottati… (un piccolo ridere indecifrabile) ne è ghiottissimo.

KELLER          -  Del panettone?

JUNGHER       -  Del muscolo… E anche del panettone che lo sembra… Se le porta a letto – le riviste – e ci si addormenta su, nutrendo di ginnastica, penthatlon, lotta libera, pugilato e giavellotto i suoi sogni; coll’imponderabile fardello dell’enigmatica disponibilità, curiosa e golosa di tutto, celata nell’anima e nei sensi di ogni adolescente, lesto ad immergersi “entro il dolce rumore della vita”.

KELLER          -  Chi lo dice?

JUNGHER       -  I poeti, pensa un po’. (una magica sospensione)… Perché, sotto sotto, inconsciamente, per un adolescente, è duro il pensiero della rinuncia alla possibilità di far parte di entrambi i sessi: fin che non ci si inchioda bene in testa questo non si capirà mai niente né della gioventù, né del sesso, né dell’amore, né dell’uomo, un’ostia di niente!

KELLER          -  (si vorrebbe conoscere la ragione di quel sospiro. Ha dalla sua che non se ne rende conto) Mah… Congetture: chiacchiere. Una fantasticheria vale l’altra, tua o sua, lo stesso… o magari pure dei poeti.

JUNGHER       -  I poeti sentono cantare la carne… Fantasticheria? La mia è qualcosa di diverso. Di più… la mia pesa… una sorta di cupa e tesa vertigine… le cui rotaie corrono in direzione contraria… verso i paesi persi… nel continente sommerso della trasgressione e del caos. Ma sa quel che dice? Lo sa, lo sa e ci gioca, indecifrabile, apposta.

KELLER          -  (il baluginare d’un’impressione indefinita) Che niente, niente… (il sospetto?)… Sembri un poeta pure tu… No, eh,

JUNGHER       - , no!

JUNGHER       -  (impenetrabile)… Non so da che dipenda, ma è più difficile essere intelligenti nudi che vestiti, hai notato?...

KELLER          -  (tardo o innocente?)… Io, sai, son problemi che mi trovano estraneo, senza ripercussioni… sulla corteccia cutanea, se è questo che intendi.

JUNGHER       -  (un po’ sorpreso dal linguaggio) … Cioè, come? Spiegami la… corteccia cutanea, lì, mi incuriosisce.

KELLER          -  Non ho mai neanche fatto due passi – per dire – senza cravatta, io; né materialmente né metaforicamente, come sono abituati quegli scostumati del giorno d’oggi, né più né meno… mi spiego?

JUNGHER       -  Io, viceversa, chilometri e chilometri anche senza slip, materialmente e metaforicamente.

KELLER          -  (sconcertato) Confermo: circolo vestito e dormo col pigiama, ma non ho capito un cazzo lo stesso. Dettagliare, per piacere.

JUNGHER       -  Figurarsi senza… Il protagonista è sempre mio figlio, disteso lì, sul suo letto senza pigiama. Tra di noi, a portata di mano. Ed ecco il problema: nudo è davvero meno intelligente che vestito? Tutto qui.

KELLER          -  Perché?

JUNGHER       -  Mi farebbe comodo.

KELLER          -  Meno?

JUNGHER       -  Meno meno. Più rassicurante. E ti spiego. Due attraversamenti, andata e ritorno, ogni notte, quando non sono quattro: diuresi emotiva, la chiamate così?

KELLER          -  Li conti pure? Perché no una precoce prostatite?

JUNGHER       -  Che padre sarei, se no?... Per quanto felpato e soffice stia attento a muovermi, strisciandogli accanto in punta di piedi… egli fa attenzione: il guaio d’avere il sonno leggero ereditato da sua madre – socchiude gli occhi – non una volta che non lo faccia – e mi sorride mezzo addormentato – ma forse – semplice dubbio – qualcosa meno di mezzo addormentato.

KELLER          -  Un quarto?

JUNGHER       -  Un pizzico d’ombra meno ancora. E non è questo che mi turba, non è nemmeno questo.

KELLER          -  Ah no?

JUNGHER       -  (se ci marcia!) No. E’ che sento – sento – che quel quarto d’un quarto di sorriso, potrebbe essere, ipoteticamente, forse è, ironico. Torno a letto e non chiudo più occhio tutta notte. Hai capito?

KELLER          -  No.

JUNGHER       -  Era prevedibile. Come faccio a farti entrare nel mio animo?

KELLER          -  L’animo, sai, bisogna accontentarsi di aggirarlo penetrandovi per traverse vie più facili da percorrere… Secondo me, la prima cosa da stabilire è un’altra. Insomma, è sveglio? Sì o no?

JUNGHER       -  Mah… Impressione… Ha lo sguardo puro, stupito, languido, rassicurato, consapevole, spavaldo e calmo – anche, vagamente complice, mi sa (otto aggettivi e un avverbio. Non si esagera per un diciannovenne? Transeat) di chi sta risalendo da un’estasi, volevo dire di chi si è, da poco, masturbato… onanismo, onanismo, quel traviato!

KELLER          -  Ma no! No.

JUNGHER       -  Va tranquillo. Te lo dico io che ho maggior spirito d’osservazione e tanta più esperienza di te nel leggere le fisionomie. Difficile che mi sbagli in queste cose, mi son troppo sempre controllato allo specchio prima e dopo. A proposito, nessuno te lo dirà mai: si diventa più belli, un po’ più belli, più belli e più maschi, come lui che lo sarebbe già abbastanza. E dura per un certo tempo.

KELLER          -  Adesso ho capito: deve stare tra la veglia e il sonno.

JUNGHER       -  Prova a immaginarmi mentre gli passo vicino, se ce la fai.

KELLER          -  Beh?

JUNGHER       -  Beh… Io lì, coi sensi spalancati e rosi, le ginocchia traballanti l’angoscia che lo abbassi, quello sguardo, verde e profondo… lo abbassi e lo posi dove non lo dovrebbe posare, indovinando il mio turbamento. Ci sei arrivato, adesso? C’è un off-limit sul corpo dei padri che, i figli, non dovrebbero mai oltrepassare.

KELLER          -  (il candore) Ah, questo. Si vede?

JUNGHER       -  No… Non so. Ma “io” so. Se si vedesse, pensa!, penso.

KELLER          -  (pensieroso) Di che può essere capace un se!...

JUNGHER       - , chiariscimi un dubbio: circoli per casa nudo anche tu, di notte?

JUNGHER       -  No. Ma non è indispensabile. Nulla riesce a far tacere la voce della verità quando grida alto ed è abbondante.

KELLER          -  La tua maniaca indecenza della biancheria intima due misure meno, per figurare una di più, a rischio continuo di scoppiarti addosso… appena alzi la voce… Certo, non si può negare, in casa tua, dalle due alle tre, si creano situazioni allarmanti.

JUNGHER       -  (ormai, sul sentiero di guerra sceltosi)… Sfiorare quel suo gran piede magro e nerboruto, col secondo dito che gli sopravanza l’alluce come una scultura greca: (lirico nell’elogio del feticismo del piede, palese la simbologia) il più lapidario e sensuale, senz’altro, guizzante ed altero, che mai calcasse il sacro suolo mediterraneo, superbo di tante e tante orme, nude e voluttuose, viste e conosciute, dal giorno che lo percossero i passi spietati, inobliabili e gloriosi di Alessandro giovinetto, servito, notoriamente, da modello al divino Prassitele – e non per quella parte del corpo soltanto – che, nel marmo, pari solo a Michelangelo, del piede fu il poeta insuperato.

KELLER          -  (scettico) Chi è la bestia che lo dice?

JUNGHER       -  (sfacciato) Senofonte! L’avrai sentito nominare, no?

KELLER          -  (intimidito) Senofonte, altroché! Chi non ha sentito nominare Senofonte?

JUNGHER       -  Non per altro, Alessandro trascorse la gloria della sua fulminea esistenza sempre scalzo, evitando i calli, senza scampare i geloni.

KELLER          -  Per cui la storia non potrà mai conoscere che numero di scarpa avrebbe calzato oggigiorno.

JUNGHER       -  Non è il solo enigma che si sia portato nell’avello.

KELLER          -  Che ne dici? Gli si prova un bel quarantacinque.

JUNGHER       -  Mezzo numero più mezzo numero meno, un quarantacinque… o sei, mi sta a pennello. Meglio sempre abbondante che scarso.

KELLER          -  (una riflessione) Davvero, per te, il piede è tutto.

JUNGHER       -  La prima cosa, in un uomo, dopo… intendi?

KELLER          -  Allora, scusa, è la seconda. Non sa, poveruomo, che è la stessa.

JUNGHER       -  Siamo lì, guarda, non son ancora stato capace di prendere una decisione. Va a ore, una cala, l’altra cresce… Partecipano del medesimo saliscendi.

KELLER          -  E il piede del tuo ragazzo? Dimmi, dimmi, parliamone.

JUNGHER       -  E’ in crescita. Confido che possa arrivare a un buon quarantaquattro e, probabilmente, non si fermerà lì. Sai, fino ai ventiquattro anni la possibilità sussiste. In Cirenaica ebbi un attendente – si chiamava Orazio, che, a ventisette non s’era ancora fermato dal crescergli. Gli si bloccò il giorno che calava un mese a compierne vent’otto. Fu un sollievo per tutti. Non si sapeva più cosa farne, dove metterlo: un paradosso: inservibile per eccesso. Imbarazzante.

KELLER          -  Congratulazioni, padre fortunato.

JUNGHER       -  Me? Le congratulazioni bisognerebbe farle a lui… Sì, tutto mi induce a credere che, quello lì, è un piede destinato ad aumentare ancora.

KELLER          -  Purché non esageri. Sai, oltre una misura ragionevole, diventa scomodo per il suo stesso possessore. Non trova più una scarpa dove infilarlo.

JUNGHER       -  Io te l’ho detto! Era, appunto, il caso dell’Orazio: o sfondarle o farne a meno. Il reggimento ne era preoccupato. Aveva finito, di un dono di Dio, col vergognarsene. Gli era venuto il complesso.

KELLER          -  Del piede grosso?

JUNGHER       -  Grande, diciamo… C’è, c’è. Ce ne son così di complessi. Son drammi: grandezza dei piccoli drammi. Avrai conosciuto gente, specie nelle coscienze profondamente cristiane – che si vergognano di essere ricchi… Una varietà del complesso dell’abbondanza: il complesso di Mida.

KELLER          -  (divagando, ma non divaga) Dì un po’, che non te l’ho mai domandato: e il tuo numero? Stai mica male di piede anche tu.

JUNGHER       -  Ce l’hai sempre sotto gli occhi, a portata di mano e tutto: un quarantasei scarso. Per questo, presumo che ci possa contare anche mio figlio.

KELLER          -  Ma certo, è un’ambizione ragionevole: buon sangue non mente. Sul quarantasei, lo blocchi.

JUNGHER       -  (un riaggancio secco) Perché porre limiti alla provvidenza? Basta che sappia fermarsi alla misura giusta… Ma, in attesa del traguardo, intanto, tutte le pene dell’inferno sono per me: sempre peggio, ho dei cattivi presentimenti.

KELLER          -  (a tentoni) Che ti ho da dire? Non vedo altre soluzioni fuor di quella di ogni famiglia per bene.

JUNGHER       -  (suscettibile) Perché, non è una famiglia perbene, la mia?

KELLER          -  Intendo semplicemente… insomma, tener la luce spenta, di notte, che è pure un risparmio… O, se no, obbligare il ragazzo a dormire almeno con le calze.

JUNGHER       -  Improponibile. Non ci riuscirebbe lui e non potrei io. C’è tutta, ormai, una rete di riflessi condizionati dalla quale non si riuscirebbe mai a districarsi. Comincerei, al buio, coll’inciamparci contro. Mi ci rovescio addosso e, o si rompe lui, o perdo il controllo io. No, no: pericolosissimo.

KELLER          -  Avete provato coll’aglio? Contro i vampiri, garantiscono, niente di meglio.

JUNGHER       -  Per carità, coll’odorato sensibile che ci si ritrova, roba da vomitare. Non riuscirei più a metter piede in camera sua.

KELLER          -  E tu non mettercelo. Coi piedi tu hai un fatto personale: devi stare attento.

JUNGHER       -  E in bagno chi ci va? E poi lui, al buio, nell’aglio! Neanche pensarci.

KELLER          -  Mi sa che c’è poca volontà di rimuovere le cause.

JUNGHER       -  Per te, fai tutto semplicistico. La questione è più complessa più profonda da sradicare… evidentemente nel suo sinistrato subcosciente, non lo capisci? E’ proprio il succhiare del vampiro che anela senza saperlo e rifugge senza volerlo. Tutto è alla mercé della sua immaginazione: se mi cade preda di un vampiro ingordo che succhia di duro oppure di un vampiro porco che succhia di tenero. Nel primo caso rischia la vita, nel secondo l’anemia.

KELLER          -  (gli inconvenienti dell’associazione delle idee) Sarà poi vero, che lo sfinimento che si prova dà una voluttà sovrumana?

JUNGHER       -  La droga è niente, a paragone: vampiro-dipendenza, un tunnel dal quale uno non esce più.

KELLER          -  Te la fai, per caso, anche coi vampiri? C’è vizio che tu non abbia?

JUNGHER       -  Per sentito dire. Da mio figlio; pure lui per sentito dire: chi ha provato una volta è perduto. (con accentuata intenzione) Che miracolo me lo potrà salvare, deviandogli verso più sani lidi la morbosa tendenza? Ci sono problemi, Kel, che, a un padre, non è dato di risolvere, per il bene de propri figli!... (e, per il momento, la lascia lì) Ah, quel piede, quel piede incontaminato mi ha ucciso il sonno… La settimana passata, figurati, non ho resistito più al suo notturno grido di aiuto e, la mattina dopo, gli ho portato in dono un paio di mocassini di pecary, firmati El vaqueiro, costati un occhio della testa.

KELLER          -  (qualcosa come l’inizio di una fascinazione) Colore?

JUNGHER       -  Grigioperla con fibbiolina d’argento.

KELLER          -  Li vedo. Un guanto.

JUNGHER       -  Un guanto.

KELLER          -  … Me lo sento tra i polpastrelli.

JUNGHER       -  E, tuttavia, indegni… (un frisson per tutto il corpo)… Me lo ha messo in mano.

KELLER          -  (un poco oltre la semplice curiosità) Cosa?

JUNGHER       -  Il piede… perché glieli calzassi.

KELLER          -  Ma non ne ha due? Glieli regali a rate i mocassini, uno alla volta?

JUNGHER       -  Prima il sinistro – le sue simpatie politiche – e poi il destro… uno alla volta. Pensa,

KELLER          - , due volte di seguito.

KELLER          -  (?) Ci sto pensando.

JUNGHER       -  Pensaci bene… E me lo son trovato teso e fremente tra le dita, irrigidirsi di gaiezza e riconoscenza. Spaventoso è stato, poi, quando, ringraziandomi, mi ha voluto…

KELLER          -  Che, che?

JUNGHER       -  …Baciare.

KELLER          -  … E dopo? Racconta, dai.

JUNGHER       -  (jena ridens) Niente… Non so come, le labbra – sai, succede – gli son scivolate giù dalla guancia, mi segui? verso la bocca… mi segui, Kel?

KELLER          -  Ti seguo. È stato uno sbaglio creare la bocca dell’uomo a due dita dalle guance e a tre dalla fronte.

JUNGHER       -  Non son stato io, abbi pazienza.

KELLER          -  E’ vero, scusa… (la curiosità personalizzata) Beh?... Beh?... E dài!

JUNGHER       -  (centellinandogliele)… Sai, l’estasi dell’attimo che precede uno svenimento, la vertigine che ti segnala che, forse, c’è anche una dolcezza al momento di morire?...

KELLER          -  Momento, ci sto arrivando.

JUNGHER       -  Come la sai lunga… Ci sei?

KELLER          -  (piuttosto confusamente)… Vengo… Ecco. So… E?

JUNGHER       -  E?!... (una domanda sussurrata che vale una risposta confidata) Conosci qualcosa più sensuale del bacio casto di un uomo nudo che sembra ancora un adolescente vestito, o di un adolescente vestito che pare già un uomo nudo? Se lo conosci, ti prego dimmelo: una malia torbida, Kel, la sofferenza voluttuosa della colpa inespiata.

KELLER          -  No, non lo conosco, uno così non lo conosco, non mi entra in testa.

JUNGHER       -  Ostinato. Spingi un po’ che ce la fai.

KELLER          -  Mi riesce un po’ complicato, a dir la verità. Vuoi che provi uno alla volta? Forse, è meno difficile per me. Non vorrei che, poi, mi venisse uno dei miei mali di testa. Con te, finisce sempre così.

JUNGHER       -  Mi servono insieme. Uno alla volta sarebbe capace anche Liala.

KELLER          -  Insieme, come si fa? Ammesso che riuscissi, la trama assume una tinta poco morale, che, forse, disturba il tuo pensiero.

JUNGHER       -  Non farci caso per quello. (sarebbe anche ora di smetterla con questa citazione di Shaw riciclata dal Vangelo) “Non solo è conveniente, ogni tanto, scandalizzare il prossimo; ma è proficuo scandalizzarlo il più di frequente che sia possibile”. Sta nelle Sacre Scritture, più o meno e tu ti ostini a ignorarlo.

KELLER          -  Dove stia non lo so. Ti do soltanto un consiglio. (ingelosito di brutto): non metterti tra il drago e il suo furore.

JUNGHER       -  Mi piace, battuta niente male.

KELLER          -  Uomo avvisato. Cambiamo discorso, se non ti dispiace. Basta coi piedi di tuo figlio: me mi rompe, e te, mi accorgo che ti turba.

JUNGHER       -  (rovesciamento a vista: lazzo della mortificazione) Dormi i tuoi sonni tranquilli, coscienza mia!... Devi giudicarmi ben corrotto!... Mio figlio, Ben! (che bravo) E’ inservibile anche il Vangelo, pur così di manica larga in tante altre circostanze, sapendolo adoperare come si deve.

KELLER          -  Te lo auguro.

JUNGHER       -  Anche – ipotesi – colla voglia, come? Come,

KELLER          - ? Figli sono, figli. Tabù possenti e millenari come le colonne d’Ercole si eleverebbero di guardia contro ogni tentazione. Lo stesso del Minotauro sulla soglia dl labirinto. Conosci il Minotauro, vero?

KELLER          -  (per fortuna, sì) L’ho sentito nominare. Quello che ti pregherei è che tu la smettessi una buona volta con questi continui esami.

JUNGHER       -  (malinconia d’una resa. In calare)… Terribile: no pa_aran. Stirpe maledetta,

KELLER          - , checché se ne dica.

KELLER          -  (fremebondo) Se no, vero?...

JUNGHER       -  (c. s.) Dai draghi ai minotauri, un destino da dannati. A monte, a monte…! Non è finita mai.

KELLER          -  (in crescere di minaccia) Se no, vero?...

JUNGHER       -  (l’esca) Oddio, se no… sai com’è… debolezze della carne, Ben; si è pur sempre esseri umani, golosi di peccato (si assottiglia rasentando l’umiltà del nulla) Cerco, come vedi, di scalare il tuo alto modo di pensare, e non m’è facile. Aiutami. Ti scongiuro a cambiar discorso. Da solo, non ce la faccio e non ho altro amico che te.

KELLER          -  (comprensivo, benevolo, consolatorio e mesto) Il neo, eh…?!

JUNGHER       -  (figurarsi se non è pronto ad approfittarne) Tu solo capisci… e mi indovini. Già, l’ora magica del neo, Kel, (sottolineatissimo) “con tutte le sue angosciose implicazioni morali” (scivolato)… sul far della sera, quando i corpi della gioventù diventano più belli come il bronzo al neon, e se li accarezzi: velluto (checca maledetta!) Il neo che mi ammonisce: è tuo figlio!

KELLER          -  (allungando una mano a stringergli la mano) … E, meno male, puoi ancora prenderne possesso cogli occhi, ammirandoglielo, tastandoglielo, carezzandoglielo. È pur sempre una soddisfazione che non puoi prenderti col tuo…

JUNGHER       -  Che m’è ignoto. Conosciuto solo per sentito dire, per quello che me ne raccontate voi: attraverso i vostri occhi. Per me: inesistente.

KELLER          -  E non è giusto, perché non è una perdita da poco. Io ho fede, tu lo sai, però devo riconoscere che uno sbaglio del Creatore è consistito nel non dotare l’uomo di un occhio posteriore per metterlo in grado di rendersi conto di ciò che gli accade anche per didietro. La trovo francamente, un’economia meschina. Tutto davanti. Perché?... Magra consolazione, ma, adesso, una mezza idea puoi fartela, specchiandotelo in tuo figlio. Ogni nal non vien per nuocere. (una strisciante insinuazione) Farà pure la doccia…

JUNGHER       -  La fa, e gli luccica al contatto dell’acqua, vedessi come gli luccica: una fiamma accesa nella sua pelle più segreta… ma riman suo: il “suo”… intangibile e intoccabile: estraneo, intendi, inaccessibile: un esilio, ecco il senso d’un esilio! Che so? Un paradiso proibito, difeso da un invalicabile cordone sanitario. (?!)

KELLER          -  (stupito lui stesso) Intendo.

JUNGHER       -  (stupefatto non meno) Ma no. Non dirmi… davvero intendi?

KELLER          -  Ma sì. Te lo dico. Intendo.

JUNGHER       -  Proprio vero. Le sorprese della vita non sono mai finite.

KELLER          -  Puoi ben dirlo. Non l’avrei mai creduto nemmeno io.

JUNGHER       -  Ti abbraccerei.

KELLER          -  Non farti riguardo. Tanto più che la voglia mia sarebbe quella di strozzarti.

JUNGHER       -  (con slancio) E fallo! Che pausa, gente!...

JUNGHER       -  Eppure…

KELLER          -  Ah, perché c’è anche un eppure?

JUNGHER       -  Certo! E scioglierebbe il nodo… forse. Ma il tuo giusto rigor moralis è più chiuso e inespugnabile dell’armatura d’un crociato.

KELLER          -  (imprudente) Cosa vuoi che sia dopo la scoperta della nitroglicerina?

JUNGHER       -  Ti riferisci ad Alfredo Nobel? No, sai, non risulta: estraneo.

KELLER          -  Per l’appunto. Dopo di lui, mi sai dire cos’è rimasto di inespugnabile?

JUNGHER       -  Già, non ci si pensa mai, altro che per i milioni dei premi distribuiti a gente come Eugenio Montale, istituiti per farsela perdonare…

KELLER          -  Ah, senti (oh dio cambia discorso?): a proposito, facesti poco fa il nome di Alessandro, fulmine di guerra che non aveva bisogno di nitroglicerina di sicuro… Al tuo ragazzo, non manca alcun presupposto – ho idea – per foggiarne un prossimo Cavaliere senza macchia, salvo il neo; un lucente Lohengrin; un immacolato eroe in pectore, in altre parole, da intasare, col proprio monumento a cavallo, la circolazione di tutte le piazze del mondo… Come se lo figura, la tua ambizione paterna, l’avvenire di codesto figlio della sbadataggine? Armi e bandiere, immagino, n’est pas? Minimo!

JUNGHER       -  (procedendo sulla traccia della demenza lirica appropriatasi della conversazione) Giammai. Massimo: cipria e colonia Coty, parole d’honneur, ma foi.

KELLER          -  Mais non!

JUNGHER       -  Mais oui! Ombra inulta della Wanda indimenticabile, accomodati, mentre, in sottofondo, Milly sussurra “Addio tabarin” di Rulli e Borella. Un’ebbra e indocile insania non la smette di raffigurarmelo ossessivamente da affascinante Star, che ancheggia in un’ambigua apoteosi androgina di valzer lenti, mentre discende, con mollezza, uno scalone di finto marmo cipollino che si guarda bene dal sembrar vero, alle Folies Bergères, sul quale è facilissimo scivolare e non scivola: Helène. Nudo, in tutto il fulgore della sua plastica fisicità – solo la vampa di una rosa a metà corpo: là – circonfuso d’un sentore di Arpège che dà le vertigini, sotto riflettori accecanti, e una nuvola di cipria rosé da far starnutire una piazza d’armi, lanciando insulti, baci, raffinate oscenità orchidee avvelenate ed atti lubrici e laidi addosso alla platea che mugola e si convelle di desiderio e di malabrama sussurrando: ancora…! E, naturalmente, militari, studenti e pensionati metà prezzo e i dannunziani gratis.

KELLER          -  (preso. È inutile perseverare nel nasconderlo) E piume, piume? Piume, vessillo dell’Eros?

JUNGHER       -  (una doccia gelata) Piume no. Nemmeno l’ombra di una piuma. Abbandono le futili piume al dopolavoro della tua indigente fantasia “naive”: “nature”, spoglio, superbo, procace, aitante e delicato come l’eterno Adamo.

KELLER          -  (deluso) Perché mai privarcene? Piuma dritta, onor del capitano.

JUNGHER       -  (arreso, spalancando le braccia) Allergia. Ha la febbre della piuma. Una sola piuma lo distruggerebbe a forza di starnuti, in men che non si dica. Per il suo primo guanciale, da piccolo, rischiò la vita. Fatalità così. (triste) Per lui, non hanno piume gli uccelli.

KELLER          -  Peccato… uccello senza piume…: era il segno (?)

JUNGHER       -  (di colpo, sparato; ma che, s’arrabbia?) Pelle, unicamente pelle è il segno supremo. E quella vampa là, beninteso. Senza, la sola vista fulminerebbe l’incauto che ne osa lo sguardo come Orfeo. Il resto è fragile contorno effimero.

KELLER          -  (scaldandosi) Sì, sì; la vampa, sì.

JUNGHER       -  Là!... (amichevolmente confidenziale) Perderesti la testa anche senza piume, Kel; dà retta a me che, nel pensier, lo spiumo ogni momento.

KELLER          -  (prudente., ma perché?) Teoricamente, non è che lo escluda a priori… (glissando) Lo imparerei volentieri, non dico di no… Di me, non m’è figlio… dopotutto, or che mi rammento, n’est pas?

JUNGHER       -  (già ben più oltre in medias res) Perché “imparerei”?

KELLER          -  (stupito?) Dissi imparerei?

JUNGHER       -  Mi parve.

KELLER          -  Mi sfuggì. Da considerarsi un lapsus, vuoi?

JUNGHER       -  (coll’autorità conferita alla battuta da trenta secondi di mutismo davanti e nemmeno uno didietro) Ti stupirà: in un certo senso, anche la mia idea apparteneva alla famiglia dei lapsus che tu frequenti tanto volentieri… Stammi a sentire… e poi lamentati della mia “ingenerosità”… o scandalizzati del mio… deficitario senso morale… Dunque…

KELLER          -  … Allora?... Su, che il lapsus preme.

JUNGHER       -  Eh, non è facile… non la “cosa”, il discorrerne… Dico, per te, l’ascolto, e… per me la proposta. Accade sempre quando s’è… innocenti e… naturali.

KELLER          -  (una malcelata impazienza)… E dài. Conosco la manfrina… Risparmiamela. Siam già lunghi a venire di natura.

JUNGHER       -  (la circolarità di quelle labbra! Morbide e lente, lente…)… Farti il dono, il dono “anelante”, del mio impossibile però, esimendolo da ogni colpa… (un sussurro appena) Visto che “non t’è figlio”… Amicizia, quante perversità in tuo nome!

KELLER          -  (sinceramente interdetto) Fammi capire…

JUNGHER       -  Mai perder tempo a capire nella vita: guai. Afferrare ciò che ti passa a tiro: intuire, e già ne avanza. Chiarire dopo.

KELLER          -  Ma è capire che io voglio: riflettere.

JUNGHER       -  (cinico e sprezzante) Per capire, si capisce. E, nove volte su dieci, significa sciupare. (persuaso a un moncherino di spiegazione) Trenta secondi sono sufficienti ai guasti dei tuoi nobili scrupoli?

KELLER          -  (poveretto) Non basterebbero trenta ore da tanto mi suona enorme.

JUNGHER       -  Non uno di più: secondi: trenta. Son già troppi a degradare il dono. (orologio alla mano, ne trascorrono ben trentatré):

KELLER          -  Non si sono. Ma è già meno vero. E avanti, smagliandosi nella morbida insania di compiaciute dimensioni irreali, impercettibili, ma precisamente individuate, parole e musica, dall’elegante ironia del canto, in precario sottofondo – sempre Milly – dell’indimenticabile “Vipera” di E.A. Mario.

JUNGHER       -  (il sorriso della Gioconda)… Sì che ci sei, c’eri già, Kel, ma il teatro – psicodrammi compresi – ha i propri cerimoniali da rispettare. Ciò che non si può offrire in vetrina, a un prezzo proibitivo; lo si contrabbanda gratis, pur che circoli, altrimenti ce lo si sogna: arrivare dove… il cuore mira ad arrivare… e sa sempre dove mira d’arrivare anche quando, in buonafede, è persuaso di… non esserne persuaso.

KELLER          -  (autenticamente scandalizzato) Enorme. No!

JUNGHER       -  (imperturbabile) Hai tutto il tempo: non t’è figlio: approfittane… lascia o consuma.

KELLER          -  (c.s.) Ma come puoi, come potrei?

JUNGHER       -  Si finisce col poter sempre ciò che si desidera. Dipende dal grado del desiderio… E’ come la febbre. Quando supera i quaranta è febbre; meno, è solo innocua temperatura. (che, poi, non è nemmeno vero).

KELLER          -  (meditabondo, eppur, chissà, già tentato) Mi domando fin dove saresti capace di arrivare, tu.

JUNGHER       -  (candido) Domandati, piuttosto, fin dove son capace di scherzare oppure no. Quanto alla meta del mio viaggiare: più in là, sempre una stazione più in là. Il gran segreto sta nel non arrivar mai.

KELLER          -  Se tu fossi la metà buon soldato quanto sei corrotto, Ivonne!... Quale eroina saresti!

JUNGHER       -  Me lo faresti un piacere?

KELLER          -  Mille, mia cara.

JUNGHER       -  Cambia aggettivo: non mi va “corrotto”.

KELLER          -  Quale?

JUNGHER       -  Lo devi trovar tu, altrimenti, che gusto c’è?

KELLER          -  Perverso?

JUNGHER       -  Non è che un sinonimo, appena un po’ meno volgare di corrotto.

KELLER          -  Non me ne vengono in mente altri… e tu non sei mai contento.

JUNGHER       -  E’ questo il guaio… Fantasia,

KELLER          - ; esci, una volta, dalla tua parte. Sintonizzati sulla nostra lunghezza d’onda. La percepisci pure, te la senti correre lungo ogni nervo. Metti un po’ di coraggio dentro alle tue divise vuote… Ah, Kel, ragionare l’irragionevole: che sogno!... Ma non è precisamente ciò che stanno facendo?

KELLER          -  Detto così, col sorriso sulle labbra?!... Ma si può? Scusa se son costretto a ripetere le battute.

JUNGHER       -  E come, sennò?... Mi dona?... Dì che mi dona. Non c’è che il sorriso in grado di dar ali al Male, “colonnello”. Dei cosacchi, al momento. Sforzati. Più fantasia, per piacere, se vogliamo che l’immaginazione diventi realtà.

KELLER          -  (duro, nello stacco subitaneo) E va bene: consumo. Ipotesi. Che ci guadagnerei?

JUNGHER       -  (una sghignazzata insultante)… Che c’entra? Ci guadagno io; è una prova d’affetto che ti chiedo. A te, posso chiederla. Unico al mondo… Non farmi quella faccia, non ti dona… Adesso, te lo spiego. Che tu – tu, tu: l’altro me stesso – lo “conosca”, non c’è altra maniera, per me, come posso dire?... di penetrare, di sfondare il “mistero” di mio figlio che m’è precluso… (aereo) Conoscerei, finalmente, alcunché del mio neo, se tu non me lo avessi raccontato?... Ecco. Fa conto. (altrettanto repentinamente serio nella volubilità della costante leggerezza) Cinque minuti – ma nemmeno: “quell’attimo” – di sesso partecipato insieme, -anche da due sconosciuti – riesce ad inoltrarsi più in profondità di vent’anni di vita normale in comune… Il caso di noi due fa testo.

KELLER          -  (imbarazzato) Non c’è di che… Però…

JUNGHER       -  Ahinoi. Non hai l’impressione che si sia già perso tempo abbastanza a forza di però. Il freno del però!... Per la facciata dovrebbe essere sufficiente, tanto già, alla nostra esibizione, i fischi non li toglie nessuno. Noi – io – stiamo facendo del manierismo dialogico accademico, fine a se stesso. Ma esiste anche il gusto d’un raffinato onanismo della chiacchiera perversa, no?...

KELLER          -  …Solo, per cortesia, più lentamente. Al tuo ritmo non ti tengo dietro. Una marcia in meno, se non ti dispiace: un figlio non è un neo, solo per questo.

JUNGHER       -  Credi? (e più lento sia) Abbi pazienza, chi altri, se non te, dal profondo inesplorato della tua brutale sensualità – io, che l’ho stanata, la conosco più di te stesso la tua sensualità, puritanamente repressa, intendo – saprebbe condividere, educare, suscitare, al caso; e trasmettere la languida vertigine, il fiore fragrante, di quel chiuso enigma ancora tutto da investigare intus et in cute?

KELLER          -  Et?

JUNGHER       -  (un’ebbrezza istrionica che sorvola sulla provocazione)… in cute, caro: anima e corpo. (non manca neanche il kitsch… spirituale le cui pompe non sono meno libidinosamente gratificanti. Dovevamo arrivare a quello) Ti raffiguri l’estasi di inconfessate comunioni, cioè varietà occulte violentate, riferendone, punto per punto, come un segreto diario, ogni trasalimento, al più intimo, caro e complice dei tuoi amici: me, “nato colpevole”… Tal quale lo conoscessi io stesso: membro medesimo – un po’ vergognoso – del mio corpo, che tutto sa… col solo rammarico di essergli rimasto impenetrato, unicamente lui… E senza averlo toccato: “illibatamente”. Arcane e soavi “affabulazioni” (sferzante): compensate appena dal… piacere “à rebours” della vergogna, da te sentito tanto profondamente… e tanto poco in me… Una chiave d’oro: te, ad aprirmi i cancelli del labirinto coi suoi… conturbanti orrori (ormai lanciato)… Ah, c’è da svenirci su al solo pensiero… (da strozzare) Nous nous entendons entre nous, mon colonel, n’est ce pas? au dehors de la parole.

KELLER          -  (gli sta scappando di bocca) Un… un… per interposta persona… e, per giunta, “innaturale”, te ne rendi conto?

JUNGHER       -  (ricorrente lazzo della finta delusione) Uno dei tuoi difetti, e non l’ultimo, Ben, è una brutalità di linguaggio: da caserma, se non appreso nella steppa… Mai imparato a sfumare, tu: una delle insostituibili risorse del linguaggio… Quindi, adesso, per carità di patria e rispetto del dizionario, evitiamo di castrarci colle nostre mani pronunciando una certa parola… Suvvia, reingoiala, non sputarla, è nell’interesse di entrambi.

KELLER          -  (tanto per dir qualcosa) Ma che orrore…!

JUNGHER       -  (inagitato e placido: la celia d’un angelo) Talvolta non c’è nulla di meglio dell’orrore per contemplare il fondo di se stessi e fornirsi la prova che gli innocenti non esistono… o che lo si è tutti, a scelta e a turno. Ma chi è convinto di essere? Il cangiante serpente durante quell’estenuante crepuscolo di maggio, avvinto al melo, ed Eva ipnotizzata ai piedi con qualcosa di Adamo sonnecchiante in mano? Non s’accorgono della bufera che monta dalla platea? (vago e sognante, una remota cantilena, si fa per dire)… Al caso… in seguito, ma non c’è urgenza… può venire anche a te la fantasia, no?... (un velluto) io, se credi, potrei… restituirti il favore… Il tuo ragazzo… un così aitante granatiere… - Tieni, pur, anche tu, un figlio… da allevare… (un soffio) “e non m’è figlio” (pare che muti discorso, mentre non fa che approfondirlo) … Potrebbero essere gemelli t’è mai passato per la mente? È un ‘idea che m’ha sempre affascinato. Due specchi a specchio… (intimi, dopo una sospensione che non finisce più)… “Noi sappiamo come si fa”… Lo stesso mistero non può non inquietare anche un’anima sensibile e delicata come te. (lento, lento, lento) Io non sono da meno a captare, a condividere, a comunicare; pensa, stavo per dire a educare; forse, modestamente, più attento e delicato… petulante ancora (appenato? Ma, forse, e sinceramente, non fa parte che del plagio. Quanto lo deve odiare. E amare. Ah Eros, Eros) Pesano,

KELLER          - , i misteri dei figli, i loro turbamenti… Sui padri pesano: gli eterni esclusi – (ribadito) “ e noi sappiamo come si fa”. Ah, non ci si inoltra mai abbastanza all’interno delle proprie creature!... (molto discorsivamente sfumato) Sarebbe, sarà, l’estremo anello della catena, a saldare l’indissolubilità di un’amicizia impareggiabile… alla quale – se permetti – mai fatto caso? Una cosa sola è sempre mancata…

KELLER          -  (a conoscenza di tutto quanto han combinato insieme) Dici?... E ché, ché?...

JUNGHER       -  (l’ambiguità assisa sulle sue labbra) Un segreto, Kel, entre nous: tutto per noi: “inconfessabile”… almeno uno: un tradimento – vero – da perdonarci (quasi non si sente) … da non assolvere mai e da punire sempre… La rivolta contro l’ultimo tabù.

KELLER          -  (cauto) Dalle tue parole, sembrerebbe una necessità.

JUNGHER       -  (epico da far contento il Brecht e immalinconire il Pasolini) Come il terzo atto di una commedia in tre atti: coerente e inevitabile (detto, oppur pensato, fa lo stesso) … nonché, sincero, possibilmente… E adesso? Il surreale, l’assurdo: da automa, contemporaneamente replicato, come obbediente a un misterioso tropismo, preso al rallentatore, - una vertigine – han cominciato a sfilarsi gli indumenti – mentre semplice e disinvolto – ignaro – prosegue verso la conclusione il discorso. E poi, e poi… sempre che tu sia d’accordo, che tu… ci tenga all’ “espiazione”… che “senza” l’esperimento…

KELLER          -  (affascinato, o siamo lì) E poi?...

JUNGHER       -  Ti va di conoscere il termine del mio impalesato ideale per ribadire il cerchio d’un’aristocrazia destinata, un giorno, a soggiogare il mondo? (siamo al delirio?) Par di no.

KELLER          -  (nemmeno mica tanto più sconcertato) Dì su, dài. Anche se ancora sconcertato, son curioso.

JUNGHER       -  Ecco. Restaci:… Vorrei, con tutto… l’essere (perché non lo chiama cuore?), vorrei che i nostri figliuoli… diventassero amici.

KELLER          -  (proprio così candido?) Perché? Non lo sono già, come lo sono le nostre mogli?

JUNGHER       -  Certo: come lo sono i nostri suoceri, e i nostri cognati, le nostre cuoche, i nostri autisti, i nostri colleghi: le nostre esemplari famiglie… Ma, Fabio e Teo, vorrei che diventassero amici come noi: me e te. (con feroce durezza)… e che, tra di essi, a loro volta, i ragazzi si ”confidassero” i loro papà: la medesima effusione di intima sensualità… Lunghissimo silenzio; se non fossero attesi a cena, anche un’ora. (circospetto) Eh?...!

KELLER          -  Eh…

JUNGHER       -  … Nella vita, l’amicizia è un punto più di tutto, l’iniziazione sacra di una conquista demoniaca. Si… fanno sempre più rari gli iniziati che lo sanno. Il buon seme non deve andar disperso… Eh?... Non hai nulla da dire? Affabuliamo insieme, Kel! Due braccia si allungano, due mani si stringono in silenzio. …Cosa stai pensando? Lo trovo talmente insolito che tu pensi.

KELLER          -  (checca! Chi ha orecchio per accorgersene, lo usi) Scusa, ne parli come fosse una filosofia.

JUNGHER       -  (serio e perfin autorevole) Ma lo è: vivere l’eccezione come si trattasse della regola. Di colpo, totale capovolgimento di tono.

KELLER          -  Affabuliamo!... Battuto. Bene, perdio. Superbo. Complimenti. Hai superato te stesso: il mio

JUNGHER       - !... (fin troppo discorsivo) Non ti si tiene dietro. E tutto all’improvviso. Che istrione! Da Oscar.

JUNGHER       -  Bontà tua.

KELLER          -  Lascia andare. Geniale… trovo ammirevole, soprattutto, sai cosa?... Nella tua relativa ignoranza, l’astuzia di mettere a frutto, magari a capocchia, le quattro approssimative cognizioni classiche che sei riuscito a racimolare sui banchi di scuola.

JUNGHER       -  Per carità.

KELLER          -  Sul serio. Aldilà di ogni aspettativa. Per tanto disprezzo deve essere anche maggiore la stima. E nemmeno adesso lo coglie il sospetto che i termini disprezzo e stima andrebbero letti odio e amore. Pazienza, così è fatto. Ti ho “sentito”. Dappertutto, in ogni senso e i ogni momento. E non è escluso che proprio così sia stato. Hai vinto tu. Non possono esistere dubbi. Il premio era prematuro e abusivo. Spettava a te.

JUNGHER       -  (lusingato fino alla volgarità) Scommettici le chiappe, colonnello!

KELLER          -  Comunque, non mi dò per vinto. La rivincita al prossimo scontro; pago pegno e passo la mano.

JUNGHER       -  Inteso. Psicodramma contro psicodramma, e, ognuno, punti, lealmente, le proprie artiglierie. (e, nell’improvviso scarto di, finalmente, inequivoca sincerità) Ma è tutto vero,

KELLER          - . L’unica fatica che ci ho speso, per una volta, è stato il coraggio della franchezza. (sarà stato proprio così?)

KELLER          -  (ma ci crede?) Cosa sei!... Ivonne!...

JUNGHER       -  (gli cascano le braccia. Un pizzico di tristezza) Il mio cosacco stanco…! (al posto di “stanco” va inteso “fesso”)

KELLER          -  (di sorpresa in sorpresa. Esaltandosi disinibito)… Soldato è bello, lascia andare.

JUNGHER       -  (piuttosto preoccupato, probabilmente reinfilatosi in un loro vecchio gioco diventato una seconda natura)… Sì, va bene,, però distanti da drammi, da problemi e da… esecuzioni capitali. Non è la tonalità che va bene per noi: souplesse: la verità ha il respiro lieve e sereno… (estenuandosi) Ambiguità, Ben, ambiguità… essere e non essere: e, mica o: e. Capito? O è un errore di stampa. Si rende conto che sta correggendo Shakespeare? Gli pare il caso?

KELLER          -  (perché impaziente?) Basta là. A proposito, è ora che mi tolga le scarpe.

JUNGHER       -  Sempre distratto come in battaglia, il mio Kel. Te le ho già tolte io. E infatti, sta da un po’, prono, a sfogliargli le dita dei piedi come i petali d’una margherita, mi ama non mi ama… Quindi, si rialza ridente, galante e mansueto. Ah, è ritornato – restituito – anche il biondo. Ora, ha indosso una sgargiante vestaglia di seta, verde a draghi ed a pennuti, evidentemente non sua. Sta lì, vicino, da un bel po’, a guardare ad ascoltare affascinato, tutto dalla parte del serpente. Hai aspettato abbastanza

KELLER          - . Seconda ripresa. Ora tocca a me per te.

KELLER          -  Non aver timore di sciuparmi. Nel mio paradiso, i maggiori gaudii costeggiano l’agonia (?!)

JUNGHER       -  Non darti pensiero. Non è la pratica che mi manca: i castighi erano la mia incombenza, alla Bandiera. Stacca un elegante frustino da una delle panoplie rigurgitanti di triboli – altrettanto fa con un secondo che mette in mano al biondo, non eccessivamente stupito, accompagnato dall’istruzione: “E’ lavoro di polso: lentamente ma con energia. Il tempo di respirare per assaporare il castigo” – e dopo aver accarezzato l’atletica schiena nuda al suppliziando, e, fors’anche depostogli un bacio sulle labbra frementi – però non fu riferito e i ragazzi, ora trentacinquenni, non ne fecero parola mai, comincia a farlo sibilare scudisciando l’aria, mentre recupera un antico pensiero. …Ma la chimera suprema è destinata a rimaner irraggiungibile…

KELLER          -  E sarebbe?

JUNGHER       -  Eh… l’onore di inventare la gloria del proprio disonore.

KELLER          -  Spiegarsi!

JUNGHER       -  (sfumando nell’irrealtà)… Fare… (due sole parole impercettibili sussurrategli all’orecchio) …a… (concluso con un gesto dell’indice ad indicare, inequivocabilmente, il cielo).

IL BIONDO     - (che ha capito al volo; esclamativo, piacevolmente esterrefatto) Oh, Gesù!... Urca, tutto dipende se ci sta.

JUNGHER       -  (il solo fremito delle labbra) Non ci sta. È questo il suo limite…

KELLER          -  (inattesa esclamazione) Snobista!

JUNGHER       -  (la modestia fatta persona) Mon coté mistique; al solo fine di dimostrare l’incarnazione, beninteso… non di altro.

KELLER          -  Piuttosto estremista e blasfemo come stile di vita, se vogliamo.

JUNGHER       -  (sarà veritiero? Siamo sempre lì) Nessuno, in fondo, è più religioso di colui che bestemmia, non si stancava di ripetermi, un giovane pope, duro, selvaggio ed aspro e forte, devastato dalla “colpa di non sentirsi colpevole”, col quale me la vidi in Russia, durante la ritirata, (lirico? A suo modo) nel gelo delle notti, stretti, riscaldandoci corpo a corpo, sotto il fulgore delle pleiadi… Lo sguardo sterminato invaso di paura, dei suoi occhi immensi, più grandi della bocca…! (un esiguo riso libertino)

KELLER          -  I soliti russi, traviati da Dostoevskij!

JUNGHER       -  Aveva anche altre idee sue, empie e interessanti: “sanno far bene l’amore, usava dire, solo coloro che non sono belli”…

IL BIONDO     - (toccato sul vivo) Non è vero!

JUNGHER       -  Parlava in generale… o per sé… Chissà, anelito all’espiazione in una rinuncia umiliante: i sofisticati piaceri della colpa… Lui era orribile.

KELLER          -  Come mai, più bravi i meno belli?

JUNGHER       -  I belli, l’amore se lo “lasciano” fare, i non belli lo “sanno” fare.

KELLER          -  E perché? perché?

JUNGHER       -  Per farsi perdonare – per compensare – di non essere belli… e per “punire” – forse – coloro che lo sono.

IL BIONDO     - (c.s.) Sarà stato perché non era bello lui.

JUNGHER       -  Tanto poco da risultar affascinante: un volto da galera capace di tutto, con un’espressione d’angelo. Ma non impermalirti: “ad onta”, (della bellezza) son sicuro che tu lo sai fare benissimo. Non c’è regola senza eccezione… (rapito nel ricordo) Vladimiro… le mie dita ne sono ancora tiepide… Quant’era biondo, Vladimiro il biondo, dappertutto biondo… sotto il sole bianco della Russia!...

IL BIONDO     - Ti piacciono, dunque, i biondi!

JUNGHER       -  (jena) Anche. Non ho pregiudiziali per i colori: l’arcobaleno è mio.

IL BIONDO     - Me, chi mi prende per biondo, chi mi prende per bruno. So’ castano.

JUNGHER       -  L’importante è esser presi, caro; il colore è secondario.

KELLER          -  E che fine ha fatto il tuo profeta biondo.

JUNGHER       -  Morto assiderato nella steppa.

KELLER          -  Così impara… Ah, chiariscimi, piuttosto, ancora una cosa: la tua sacrilega chimera: padre, figliolo, o nonno? Quello là?

JUNGHER       -  (e non cessa l’irritante fluire del suo ambiguo sorridere) Si domanda, Kel? Figliuolo, si capisce, ho pur ricevuto l’acqua del battesimo, no?... (equanime nell’umiltà) Modestia permettendo, non rimarrebbe insoddisfatto… e tu lo sai… se vuoi esser sincero.

KELLER          -  Presuntuoso!

IL BIONDO     - E poi, era biondo, lo sanno tutti.

JUNGHER       -  …Ma l’ideal fu sogno: ognora i conti colla realtà.

IL BIONDO     - (preceduto da un fischio che forerebbe una lamiera)… Hai detto un prospero! Questo qui non è da perdere.

KELLER          -  Per te, non esiste nulla di sacro.

JUNGHER       -  (ormai è un’altalena dalle oscillazioni incomprensibili) Metti che si tratti del prezzo richiesto all’uomo per l’acquisto della libertà: metti!

KELLER          -  Una curiosità: perché me l’hai mormorato che non si udisse, te, tanto coraggioso, con tutto il tuo scandalistico snobismo?

JUNGHER       -  (spingendolo alla ribalta ed indicandogli la platea rovente) Prova tu a confessarlo ad alta voce, occhi negli occhi colla belva in calore, se te la senti. Io ti aspetto di fuori.

KELLER          -  (lo fa? Non lo fa?... Non lo fa) Probabilmente, non hai torto: ancora non è venuto il momento. Come si fa?... Scostati. Mi stai incorporando nella tua chimera. E mi preoccupa.

IL BIONDO     - (smagandosi) Schifosa vacca, io avrei rischiato!

KELLER          -  (malevolo) Tu parli troppo per il poco che costi.

IL BIONDO     - Lo so: mi svendo.

JUNGHER       -  Non dargli retta, ragazzo: il domani è tuo. E non è lontano. Hai davanti a te la vita. Non perderne un attimo: bene e male, mai porti la domanda: non nascono colla lettera maiuscola. È la nostra… prudenza che gliel’appiccica. Unicamente la vita ce l’ha, ed è riconoscendogliela che la si rende preziosa.

IL BIONDO     - (poco più d’un sussurro, ricambiato da un sorriso appena) Qua si mette mica male, vacca, se mi eccita! Ho trovato l’uomo da tre palle, cacchio!...

JUNGHER       -  … Riuscire a gestire e saper amministrare la propria follia… Confessare tutto ciò che è “decente” tener nascosto… e oltre. Solo come gioco, la vita può osare di osarlo.

KELLER          -  E brava la nostra Ivonne! Un repentino silenzio lacerante come il mistero crudele del momento immediatamente precedente una decapitazione:

JUNGHER       -  Grazie, lo so. Il giorno che compivo quattordici anni, ebbi in dono una bicicletta; allo scopo di ricambiarlo, nella mia testa, onde rimanesse nella mia testa, e v’è rimasto e rimane, io rinchiusi un piano minuzioso e preciso per far fuori mio padre – mio padre, sì -. Mi stava antipatico. La fissazione, sapete, del delitto perfetto. E perfetto era, come perfetto è rimasto: non un particolare da mutare: da brevetto… Sta qua, sempre buono, utilizzabile ogni momento, voglio dire, chi ne avesse la necessità, l’opportunità… la fantasia… Poi, mio padre mi sorpassò morendo dispettosamente in proprio. Ma se…? Domanda: se quell’uomo sempre di fretta, per una volta, avesse avuto un po’ di pazienza, che sarebbe stato del mio piano sempre rimasto presente e vivo?... Quel che venne dopo, voglio dire, è il meno: venialità… I nostri figli hanno già qualche anno in più di quattordici anni,

KELLER          - .

KELLER          -  E il diritto di pensare, naturalmente, vero?

JUNGHER       -  (sibillino) Non è il tempo che gli manca. Eccezione?... L’umanità è lenta di riflessi, arriva sempre qualche generazione dopo… però arriva (e fissando ostentatamente il biondo)… Quando non arriva prima… (che fa? Si mette pure a parlar tra sé?)… Smarrirsi nell’ebbrezza di azioni tali che il giorno si oscurerebbe dovendo illuminarle per quello che veramente sono. (come lo direbbe Paola Borboni, sola giustificazione) Me la lasci chiamare un’ “epifania”?

IL BIONDO     - (tra sé, ma che si senta) Quanto mi gusterei un’epifania con quel duro lì!

KELLER          -  (oddio, s’arrabbia) Travestiti: in maschera, pervertiti dell’immaginazione, bell’affare, grazie tante. A pigliarti sul serio faresti paura. Sempre fuori dalla realtà.

JUNGHER       -  Non capisci un cazzo,

KELLER          - .

KELLER          -  (la modestia consapevole del Giusto) Se c’è un rimprovero che non mi merito, è codesto.

JUNGHER       -  (pieno di rispetto) Non mi permetterei mai (sempre laPaola). La mia osservazione era solo decriminalizzante: a futura memoria (puntando il dito verso il biondo) diretta a quella generazione lì. Eh, tu che ne dici? Il giovanotto non ha bisogno di parole; risponde con un eloquente gesto di disponibilità allargando le braccia. Vedi, Kel, il fascino irresistibile dell’innocenza sta nel parer peccato.

KELLER          -  (finalmente) E viceversa.

JUNGHER       -  E viceversa. Non è mai il caso d’andar troppo in fondo: ci si rimette… Ci sei arrivato. Questo va cacciato bene nella testa. Le reclute non attendono che il “march” per porsi in moto a viso scoperto.

KELLER          -  Ma noi?... Che ti salta in mente? Teniamo famiglia, cavaliere. (?)

JUNGHER       -  Ah, già. Me ne scordo sempre, commendatore. (?) (in realtà, io sono – forse)

KELLER          -  S’era d’accordo, no? Non è ancora tempo. Bisogna star attenti: dal dire al fare c’è di mezzo… il focolare.

JUNGHER       -  Guai, però, anche se ci si dovesse accorgere, per prudenza o per viltà, che il tempo è già passato e non s’è saputo approfittarne.

KELLER          -  Cosa sarebbe? L’apocalisse?

JUNGHER       -  (mordace) Non aspettarti un granché nemmeno dall’apocalisse. Si dice, si dice, e poi, magari, è il solito bidone. (e, perdendosi nell’ultima chiacchiera. Ma può anche limitarsi a tenerselo dentro. Se qualcuno non gli mette l’alt, chissà quanto tira in lungo, quello lì)… Gli orrori conosciuti non fanno paura. Rendono vivi, ti fanno sentir qualcuno. Solo gli orrori imprevisti, che non si conoscono, recano spavento. Sono la morte e non sai più chi sei. L’orrore è un amico suscettibile, Kel, va meritato. Occorre imparare il coraggio di convivere coll’orrore… E’ il solo modo di esorcizzarlo. (con accentuata intenzionalità) E a chi lo merita – ne è degno – farne dono (tenero) con affettuosa crudeltà.

KELLER          -  (se annoiato, non guasta) Sai chi mi stai facendo venire in mente?

JUNGHER       -  Senza dubbio, qualcuno in cui non mi riconosco.

KELLER          -  Mi stai facendo venire in mente uno di quei marci intellettuali domiciliati nei film di Antonioni. Solo un po’ meno noioso; è la loro fine.

JUNGHER       -  Come dovevasi dimostrare. Evidentemente, o hai sbagliato autore tu, o ho sbagliato autori io. Succede spesso colle proprie… guide spirituali. Tutto da rifare. Sarà per il prossimo week-end. Quel che importa è il pretesto per arrivare al momento al quale si deve arrivare… e, oggi si è perso più tempo del solito. Domando scusa. L’altro non ha tempo a balbettare una qualsiasi risposta, che, gloriose e fiere, le fruste esultano finalmente, ghiotte della carne cruda, ricominciando a scudisciare l’aria. Il seguito a sipario giù, appena intravisto come un’allucinazione, l’applauso, silente e au ralenti, d’enigmatica approvazione, dei giovani indossatori affascinati, tra fragorosi fischi e lancio contundente di proiettili impropri, provenienti dalla platea in tumulto, mentre, da nonsisadove, Milly ci prova a giocondare l’atmosfera intonando, in levare, “Si fa ma non si dice” di Mendes e Mascheroni…

FINE

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