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NUVOLA

Radiogramma

di SERGIO SURCHI

Trasmesso dalla rai con la regia di Umberto Benedetto

PERSONAGGI

ALFINA

L’UOMO COL CANNOCCHIALE

IL PORTIERE Ovidio

Commedia formattata da

In distanza, confusa, vivace, malinconica, la grande del «luna park».  Una musichetta aspra e ne assorbe le grida e le risate; ma anch'essa è lontana e confusa:  oltre la finestra, in basso. Im­ito, vivacissimo, il trillo d'un campanello elei-Di nuovo la voce del « luna park ». Di nuovo il campanello, con insistenza).

Alfina                            - (voce di signorina sopra i trenta, composta, benevola, che sa divenire però curiosa e brillante.  Eccomi, eccomi. (Una porta che si apre; U voce del «luna park » è per un attimo più vicina. Sorpresa) Oh, mi scusi.

L'Uomo                         - (voce senza squilli e senza durezze, d'un di età indefinibile o addirittura senza età)  Perché?

Alfina                           -  Credevo fosse Ovidio.

L’uomo                         -  Ovidio?

Alfina                            -  Sì, il portinaio.

L’uomo                         -  L'ho visto, da basso. E m'ha detto di salire.

Alfina                            -  A lei? A lei Ovidio ha detto di salire? :  

L’uomo                         -  Lo trova molto strano?

Alfina                            -  Oh, no. Non volevo dir questo.

l’Uomo                          -  Si può entrare?

Alfina                            -  Mi scusi: mi stavo vestendo. 

L’uomo                         -  Non importa.

Alfina                            - (ride)  E' divertente.

L’uomo                         -  Che cosa la diverte?

Alfina                            -  Nulla.

L’uomo                         -  Sono un animale così raro?

Alfina                            -  No, no. Penso a Ovidio.

L’uomo                         -  Ebbene, non ci pensi. Si può entrare?

Alfina                            -  Ma sì, venga. Passi di qua. (La porta chiusa. La voce del « luna park » si fa lontana  (Buissima).

I Uomo                         -  E' grazioso qui.

Alfina                            -  E' un complimento.

L’uomo                         -  No, no: è veramente grazioso qui.

Alfina                            -  E io le dico, signore, che è solo un commento.

 L’uomo                        -  Sa che lei è una ragazza straordinaria?

Alfina                            -  Lo, so.

L’uomo                         -  Io le dico che qui mi piace.

Alfina                            -  Anche lei è straordinario.

L’uomo                         -  Credevo fosse una soffitta.

Alfina                            -  Lo è.

L’uomo                         -  Invece non lo è.

Alfina                            -  Ma sì.

L’uomo                         -  E' la sala da pranzo, questa?

Alfina                            -  Sala «à tout faire».

L’uomo                         -  Capisco.

Alfina                            -  Segga, se crede.

L’uomo                         -  Ecco fatto. E lei mi segga davanti.

Alfina                            -  Perché davanti?

L’uomo                         -  Voglio vederla mentre parla.

Alfina                            -  E' lei che deve parlare: io ascolto.

L’uomo                         -  Che cosa devo dire?

Alfina                            -  Mi dica chi la manda, e la ragione della sua visita.

L’uomo                         -  Già. La ragione della mia visita.

Alfina                            -  Non le chiedo il suo nome, per ora.

L’uomo                         -  Sarebbe inutile. Per ora.

Alfina                            -  Anche lei avrà un nome, spero.

L’uomo                         -  Certo, ma non serve. Per ora. Il suo nome è...

Alfina                            -  Lasci stare.

L’uomo                         -  Infatti non ricordo.

Alfina                            -  Dove l'ha letto?

L’uomo                         -  Sul cartello. Mi manda,  appunto, il cartello.

Alfina                            -  L'ho messo io, il cartello', sulla porta. Lei è il primo che lo legge.

L’uomo                         -  Chi sa.

Alfina                            -  Perché chi sa?

L'Uomo                         -   Molti  altri   possono  averlo  letto:   è bene in vista, sulla porta. E' ingenuo e dà molto nell'occhio.

Alfina                            -  Ma lei è il primo che sale.

L’uomo                         -  Appunto. Perché gli altri, forse, non avevano bisogno d'una  casa:   di questa casa.  Io, invece, ne ho bisogno.  Ho letto:   «si affitta»,  e sono salito.

Alfina                            -  Ora tutto è molto chiaro.

 

INSERIRE PAGINA 52

 

 Alfina                           -  Dunque lei lavora così?

L’uomo                         -  Non le piace? Non le sembra serio?

Alfina                            -  Non dico questo.

L’uomo                         -  Non ho una tariffa fissa. Spesso, anzi, chi ha guardato la luna si dimentica di pagare. E io non reclamo.

Alfina                            -  Lei viaggia coi baracconi, allora?

L’uomo                         -  Una mia baracca non ce l'ho.

Alfina                            -  « Luna park ».

L’uomo                         -  «Luna park», appunto.

Alfina                            -  Chiudiamo la finestra per stare un po' tranquilli. (Una finestra che si chiude. Il rumore del «luna park» svanisce) Mi dica: che ci farà in questa stanza?

L’uomo                         -  In questa stanza?

Alfina                            -  Sì, se verrà ad abitare qui.

L’uomo                         -  Già, dimenticavo. Qui farò il salotto. E' bello, il salotto, con la terrazza sulla piazza. Non le pare? E poi c'è tanta luce. Mi faccia vedere le altre stanze. (Pausa).

Alfina                            -  La stanza « à tout faire ».

L’uomo                         -  Giusto. La posizione mi piace. Una stanza centrale, che serve per tutto.

Alfina                            -  Cioè?

L’uomo                         -  Per ricevere gli amici, per parlare; per mangiare, per stare un po' in famiglia, zitti zitti, sereni.

Alfina                            -  E' un po' fredda d'inverno. Ma io la riscaldo con una piccola stufa.

L’uomo                         -  Faremo così anche noi.

Alfina                            -  Ma la sua signora dovrà prima vederla, questa casa.

L’uomo                         -  La mia signora? Sì, certo. Ce l'ac­compagnerò.

Alfina                            -  I mobili non fanno figura, qui.

L’uomo                         -  Oh, i nostri mobili sono modesti. Ab­biamo tutte le comodità, ma senza inutili eleganze:. Ci metteremo delle piante, come ha fatto lei, e la stanza diventerà bella. (Altra pausa. Il vocìo del «luna park», sempre distante, ricompare).

Alfina                            -  E questa è la mia camera da letto. Apro la finestra, se vuole.

L’uomo                         -  No, non importa. E' grande. Ci faremo anche noi la nostra camera da letto.

Alfina                            -  Ha bambini il signore?

L’uomo                         -  Bambini? Sì, sì, certo.  Un bambino. Piccolo, ancora. Ma così bello, mi creda. Grasso. E con certi occhi neri. Quelli di sua madre, si ca­pisce. Dorme nella culla, ancora.

Alfina                            -  Qui c'è posto, per la culla, guardi.

L’uomo                         -  Ma sì, e per il lettino quando' sarà più grande. E quando crescerà ancora, dovremo fargli una camera tutta per lui e allora andremo in un'al­tra casa. Ci sono tante case, ho visto. Del prezzo discuteremo dopo. Mi piace questa bell'aria, quassù. E questa luce. Non sarà grande, la casa, ma è sana. Il mio bambino ci starà bene. Delle scale da salire a piedi, non importa.

Alpina                           - (seccamente)  Dunque, la vuole proprio?

L’uomo                         -  Sì. Io sì. Ma, come le ho detto, dovrà prima vederla mia moglie.

Alfina                            -  Capisco.

L’uomo                         -  E' strano: alle volte pare che lei non la voglia cedere.

Alfina                            -  Mi ci sono un po' affezionata, è vero. Ma guardi qua la cucina. La signora, se la vedrà, scapperà inorridita. Venga. Non vede che bugigat­tolo? D'estate, poi, si muore.

L’uomo                         -  E' un po' piccola, infatti. Ma non so se mia moglie vorrà rinunciare per questo.

Alfina                            -  Sua moglie dovrà vivere molto più di lei, in cucina. E questa non è consigliabile, glielo assicuro io.

L’uomo                         -  Torniamo di là, per favore. (Altra pausa. Il « luna park » sempre in distanza).

Alfina                            -  Ma lei come potrà vivere in questa casa, se deve seguire il « luna park »?

L’uomo                         -  Io? Sì, ha ragione. Ma vivrà mia moglie, qui, col nostro bambino.

Alfina                            -  E dove sono ora?

L’uomo                         - : Dove sono? In un'altra casa, natural­mente. Mi aspettano. E lei è sola qui?

Alfina                            -  Come vede.

L’uomo                         -  Lavora?

Alfina                            -  Lavoro.

L’uomo                         -  Un lavoro più serio del mio, immagino.

Alfina                            -  Non saprei. Lavoro.

L’uomo                         -  Lei non mostra la luna alla gente. O le stelle, o le nuvole.

Alfina                            -  No, niente di tutto questo. Non ho cannocchiale.

L’uomo                         -  Vuole che andiamo sul terrazzino a vedere qualcosa?

Alfina                            -  Con quello strumento?

L’uomo                         -  Si capisce.

Alfina                            -  Non sono curiosa.

L’uomo                         -  Si possono guardare anche le foglie degli alberi, gli uccelli, la gente.

Alfina                            -  No, non m'importa. Mi spiace per il suo cannocchiale.

L’uomo                         -  Si figuri.

Alfina                            -  Vuole sapere che lavoro faccio io?

L’uomo                         -  Mi interessa.

Alfina                            -  Giarrettiere.

L’uomo                         -  Giarrettiere?

Alfina                            -  Giarrettiere. Per uomo e per signora. Articoli andanti e articoli fini. Guardi su quel ta­volo. Ci sono per tutti i gusti. I brillanti non sono veri, naturalmente. Servono per certe signore raf­finate, quelle. Guardi qua: elastico di qualità «ex­tra». Sa che cosa vuol dire «extra»?

L’uomo                         -  Non so, ma indovino.

Alfina                            -  Sono molti anni che fabbrico giarret­tiere. E non no concorrenti temibili.

L’uomo                         -  Non è stato inventato uno strumento per fabbricare giarrettiere?

Alfina                            -  Non so, ma credo sia stato inventato. Ad ogni modo, i miei articoli sono senz'altro i mi­gliori. Più curati.

L’uomo                         -  Credo in lei.

Alfina                            -  Le mercerie più rinomate della città sono mie clienti.

L’uomo                         -  Mi fa piacere.

Alfina                            -  Vuole un campione? Ecco. Durata dieci anni e resistenza massima. No, non importa che lo paghi.

L’uomo                         -  Allora grazie.

Alfina                            -  Ha detto di aver letto il mio nome?

L’uomo                         -  Sul cartello.  Quinto piano,  quattro stanze, acqua corrente, illuminazione elettrica, bella posizione, signorina... signorina?

Alfina                            -  Alfina.

L’uomo                         -  Alfina?

Alfina                            -  Alfina. Basta così.

L’uomo                         -  L^l marca di fabbrica?

Alfina                            -  No, i miei prodotti non hanno ancora un marchio depositato.

L’uomo                         -  Anonimi?

Alfina                            -  Anonimi. Ma ben riconoscibili.

L’uomo                         -  Alfina. Mi pareva, infatti, un nome che sapesse di fili e di aghi.

Alfina                            -  Soltanto?

L’uomo                         -  E di qualche cosa che... che finisce, ecco. Non se ne offende?

Alfina                            -  Anzi.

L’uomo                         -  Ovidio, il suo portiere, m'ha chiesto se volessi vedere l'appartamento. « Sì » dico. E lui : «Salga».

Alfina                            - (ride)  E' divertente.

L’uomo                         -  Le pare? (Un silenzio) Sì, la casa mi piace;  ma, come le ho detto,  passerà  anche mia moglie. Col bambino, può darsi.

Alfina                            -  Li aspetterò. Non c'è fretta.

L’uomo                         -  E da quella finestra che cosa si vede?

Alfina                            -  Un'altra strada. Venga, apriamo. (Una finestra che si capre; poi, improvviso, il rumore d'una strada, con le sue trombette, i suoi campanèlli, le sue voci, ma non più il « luna park ») Del rumore anche da questa parte.

L’uomo                         -  La strada, si sa.

Alfina                            -  Rumore da per tutto.

L’uomo                         -  Musica.

Alfina                            -  Penso che lei dovrà fare attenzione, ogni sera, a quando si leva la luna.

L’uomo                         -  Appunto. E tra poco devo scappare perché le giornate si sono accorciate.

Alfina                            -  Molti clienti?

L’uomo                         -  Abbastanza.

 Alfina                           -  Qualificabili?

L’uomo                         -  Innamorati, soldati, ragazzi. Qualche volta delle vecchie signore.

Alfina                            -  Pare che la città respiri.

L’uomo                         -  Respira, infatti.

Alfina                            -  Non le sembra che quei tetti si solle­vino e s'abbassino?

L’uomo                         -  Certo. Come i muri e come gli alberi. Come quella panchina laggiù.

Alfina                            -  E quali clienti preferisce?

L’uomo                         -  Gli innamorati.

Alfina                            -  Pagano meglio?

L’uomo                         -  Sì, sono più puntuali. Ma anche per altre ragioni. Mi chiedono la luna con molta gen­tilezza.

Alfina                            -  E i soldati?

L’uomo                         -  Sono distratti.

Alfina                            -  E i ragazzi?

L’uomo                         -  Alle volte mi ridono sul naso. E io non reclamo.

Alfina                            -  E le vecchie signore?

L’uomo                         -  Non la vedono più, la luna. Neanche col mio cannocchiale.

Alfina                            -  Le piace quel cedro del Libano?

L’uomo                         -  E' la pianta che prediligo.

Alfina                            -  Sa cosa c'è in quell'edificio?

L’uomo                         -  Un orfanotrofio, è chiaro.

Alfina                            -  Come ha fatto a capire?

L’uomo                         -  Sono molto esperto nel riconoscere gli orfanotrofi.

Alfina                            -  E là cosa c'è?

L’uomo                         -  La biblioteca.

Alfina                            -  Giusto. (Ancora il rumore della strada; poi di nuovo le due voci, leggermente mutate) Ma non si stanca, lei, a camminare tanto?

L’uomo                         -  No.

Alfina                            -  Le piace veramente?

L’uomo                         -  Sì e no.

Alfina                            -  E quando verrà, in questa casa, se deve sempre camminare?

L’uomo                         -  A periodi. Per riposarmi.

Alfina                            -  Di giorno, dunque, lei guarda le nuvole?

L’uomo                         -  Non sempre. Alle volte vado al tribu­nale e seguo i processi. Alle volte vado al museo. Spesso cammino per i giardini; e ancora più spesso mi fermo sulla strada a guardare gli operai che sca­vano per le tubature, o costruiscono le case, o le demoliscono.

Alfina                            -  Meraviglioso.

L’uomo                         -  Sì. Meraviglioso.

ALPINA                       - (improvvisa)  E la sua signora? Il suo bambino? (Un silenzio. Il rumore della strada sol­tanto, poi il rumore della strada si fa a poco a poco più lontano:  si intuisce che i due si allontanano dalla finestra. Infine, non si sente più alcun rumore ma soltanto le due voci).

L’uomo                         -  Senta, Alfina, non dica che sono pazzo.

Alfina                            -  Non glielo dico.

L’uomo                         -  La mia signora non c'è. E nemmeno il bambino.

Alfina                            -  Non ci sono?

L’uomo                         -  No: non esistono. E non sono mai esistiti. (Pausa).

ALPINA                       - (con semplicità)  Capisco.

L’uomo                         -  Io lo sapevo che lei avrebbe capito.

Alfina                            -  E che cosa esiste, allora?

L’uomo                         -  Un cannocchiale. Soltanto.

Alfina                            -  E l'appartamento che cerca?

L’uomo                         -  Lo cerco veramente, mi creda: non ho mentito. Lo cerco per me e per loro:  che non ci sono. Che non ci siamo.

Alfina                            -  Lo cerca in tutte le città, penso.

L’uomo                         -  Dovunque. Dove leggo  «si affitta», salgo e guardo. Vedo le mie stanze:  il salotto, la cucina, la terrazza... E sono già soddisfatto.

Alfina                            -  Dunque non si fermerà mai. Di notte vende la luna e di giorno prende le nuvole per sé. E ci costruisce sopra.

L’uomo                         -  Casa e castelli. E una moglie, un bam­bino; tutto. La sua casa, per esempio, mi va a genio. E' molto chiaro, quassù. E' faticoso salirci, ma quando ci siamo ci si riposa bene. Il mio bambino respira un'aria sana, qui.

Alfina                            -  E ci si scambiano volentieri quattro parole.

L’uomo                         -  E dalla finestra si vede la città.

Alfina                            -  Sul terrazzino si possono allevare delle piante.

L’uomo                         -  Lei non sa, Alfina, come stanca cono­scere tante città; anche se ci si ferma quattro giorni soltanto.

Alfina                            -  O proprio per questo, forse.

L’uomo                         -  Ha scoperto. E bisogna fermarsi: o credere di essere fermi. In casa: con qualcuno che ci appartenga. C'è la polvere, sulla piazza, d'estate. E, se fa cattivo tempo, c'è il fango che ci seppellisce. (il trillo improvviso del campanello elettrico).

Alfina                            -  No, non si muova. Questa volta è cer­tamente Ovidio.

L’uomo                         -  E' un portiere affezionato?

Alfina                            -  Mi porta il latte. Tutte le sere a quest'ora. (Porta che s'apre; rumore del «luna park», con la musichetta).

Ovidio                           - (voce di buon vecchio)  La saluto, si­gnorina.

Alfina                            -  Novità, Ovidio?

Ovidio                           -  Non ce ne sono.

Alfina                            -  Grazie ugualmente.

Ovidio                           -  Il signore è qui per la casa?

Alfina                            -  L'hai fatto salire tu, Ovidio.

Ovidio                           -  E cos'è quel grosso involto che porta dietro?

 

Alfina                            -  Un giocattolo.

Ovidio                           -  Formidabile.

Alfina                            -  E' fresco questo latte?

Ovidio                           -  Il signore ha trovato certamente la casa di suo gradimento.

Alfina                            -  Non direi. Questa casa non fa per lui e cercherà ancora.

Ovidio                           -  Non bisogna sgomentarsi.

Alfina                            -  E' sempre bene in mostra il mio cartello, Ovidio?

Ovidio                           -  Certamente, signorina. Solo che pochi si fermano a leggerlo.

Alfina                            -  Non avranno bisogno d'un appartamento.

Ovidio                           -  La ragione è un'altra:   nessuno pensa più all'appartamento se si diverte alle baracche.

Alfina                            -  Che seccatura.

Ovidio                           -  Auguri, signore.

L’uomo                         -  Auguri, mi dice?

Ovidio                           -  Certo. Perché ogni giorno deve essere celebrata una festa.

L’uomo                         -  Non è sempre il compleanno.

Ovidio                           -  Appunto. Non c'è ragione che il tempo sia misurato in anni.  Gli uomini lo dividano in giorni, e ad ogni nuovo giorno che compiono fac­ciano festa.

L’uomo                         -  Curioso. Non ci avevo mai pensato.

Alfina                            - E' fresco questo latte?

Ovidio                           -  Molti non ci pensano, ma è uno dei segreti della felicità umana. La saluto, signorina. (La porta che si richiude. Un silenzio).

L’uomo                         -  Un bel tipo.

Alfina                            - (con mal celata intensità)  Non mi dice pazza, signore?

L’uomo                         -  Non glielo dico, Alfina.

Alfina                            -  Le confido un segreto.

L’uomo                         -  Ascolto.

Alfina                            -  E poi dica che la mia fantasia non è pari alla sua.

L’uomo                         -  Non so di che si tratti.

Alfina                            -  Però mi assicuri che non ne parlerà con nessuno.

L’uomo                         -  Parola.

Alfina                            -  Io non rivelerò a nessuno che sua moglie e suo figlio sono una invenzione...

L’uomo                         -  Ma nemmeno io rivelerò il suo segreto. Giuro.

Alfina                            -  Ebbene, questa casa non si affitta.

L’uomo                         -  Non si affitta?

Alfina                            -  Le dico che non si affitta.

L’uomo                         -  E il cartello?

Alfina                            - Storie.

L’uomo                         -  E Ovidio? E i cittadini che possono salire per visitare l'appartamento?

Alfina                            -  Tutti illusi.

L’uomo                         -  Non avrei mai immaginato.

Alfina                            -  Vede? Lei comincia a stupirsi.

L’uomo                         -  Ma no. Io non mi stupisco affatto. Soltanto non vedo la ragione di quel cartello.

Alfina                            -  Lasci stare, il cartello. L'ho messo io, sulla porta. E lei è il primo che è salito.

L’uomo                         -  Ci sono cascato?

Alfina                            -  No, non voglio dir questo. Mi lasci spiegare.

L’uomo                         -  Non so come lei potrebbe togliersi d'impaccio se un cittadino, dopo averle visitate, tro­vasse queste stanze di suo gusto e chiedesse l’ap­partamento.

Alfina                            -  Tutto previsto. L'appartamento non può piacere a nessun cittadino perché le scale fanno venire il fiatone e la cucina è un piccolo inferno. Io, poi, come ha notato, non facilito il gradimento della casa.

L’uomo                         -  E perché ha fatto questo?

Alfina                            -  Non c'è una ragione precisa. Come non c'è per lei.

L’uomo                         -  Oh, bella.

Alfina                            -  Volevo vedere qualcuno, ecco.

L’uomo                         -  E non può vedere gente dalla finestra?

Alfina                            -  Avevo bisogno di parlare: di scambiare le quattro parole. Lei non sa, signore del cannoc­chiale, che nessun cittadino ha mai salito queste scale da dieci anni a questa parte. Tranne Ovidio, s'intende, che mi porta il latte, la posta, il pane, le bollette, la verdura, il carbone, la cartella delle im­poste. Tranne un medico che è venuto qui tre anni e mezzo fa per curarmi d'un raffreddore. Credevo fosse una cosa seria: una polmonite, o- peggio. E invece no: raffreddore. Decisamente, io non sono nata per le cose serie,

L’uomo                         -  E i suoi clienti? Non salgono le scale i suoi clienti? Volano, forse?

Alfina                            -  No, non volano. Ma io spedisco loro le giarrettiere, bene involtate, per mezzo d'un panie­rino che calo giù da quella finestra. Poi tiro su il panierino e ci trovo i soldi. Qualche volta non ci. trovo niente; non ce li hanno messi. Ma io non reclamo. (Un silenzio) Le pare vita, questa? (Altro breve silenzio).

L’uomo                         -  No. Non mi pare.

Alfina                            -  E io ho cercato il modo di far salire qualcuno nella mia casa.

L’uomo                         -  Non si può dire che non sia ingegnoso.

Alfina                            -  Quasi quanto il suo modo di costruirsi appartamenti.

L’uomo                         -  Poteva affacciarsi alla finestra e gri­dare all'incendio.

Alfina                            -  Non molti avrebbero avuto premura. E poi avrei dovuto sacrificare al mio incendio qualche seggiola o qualche altro mobile.

L’uomo                         -  Non le piacciono i gatti?

Alfina                            -  Non mi fanno compagnia. Le ho detto che dovevo parlare con qualcuno.

 

L’uomo                         -  E così s'è creata anche lei la sua bugia.

Alfina                            -  Come dice?

L’uomo                         -  Una bugia.

Alfina                            -  Ah, sì. Ma eroica. Non trova?

L’uomo                         -  Ogni bugia, se non fa male a nessuno, è una nuvola dove si costruisce un castello.

Alfina                            -  E conto di avere ancora molti visitatori.

L’uomo                         -  Immagino.

Alfina                            -  Farò anche qualche amicizia.

L’uomo                         -  Immagino.

Alfina                            -  Gli appartamenti sono assai ricercati, in questo periodo.

L’uomo                         -  Lo so bene.

Alfina                            -  Così, farò ancora molte conversazioni piacevoli.

L’uomo                         -  Le è parsa piacevole la nostra con­versazione?

Alfina                            -  Certo.

L’uomo                         -  Questo mi fa molto piacere.

Alfina                            -  Lei è quasi un amico. (Di nuovo la musichetta e il vocio confuso del « luna park ». I due si avvicinano a una finestra aperta).

L’uomo                         -  Vede come respira anche il  « luna park»?

Alfina                            -  Si è già accesa una fila di lampadine.

L’uomo                         - (con improvvisa sorpresa, quasi con un grido di gioia)  E guardi lassù! Io devo scappare!

Alfina                            -  Che succede?

L’uomo                         -  La luna.

Alfina                            -  Di già?

L’uomo                         -  Naturalmente. E guardi come ride.

Alfina                            -  I suoi clienti saranno già ad aspettarla.

L’uomo                         -  Fidanzati, soldati, ragazzi, saranno già a chiedere di comprarne la loro parte.

Alfina                            -  E qualche volta delle vecchie signore.

L’uomo                         -  E qualche volta delle vecchie signore.

Alfina                            -  Vada dunque ad offrirla.

L’uomo                         -  Devo correre. Non si può mai conclu­dere una conversazione piacevole.

Alfina                            -  Ma decisamente questa casa non fa per lei, signore, e deve cercare ancora.

L’uomo                         -  Auguri, se tutti i giorni deve essere festa.

Alfina                            -  Auguri. (Pausa, il rumore e la musica delle baracche. La porta che si richiude. La voce del « luna park » sempre più vicina e clamorosa. Infine, sul vocio indistinto, la musica. Non si sen­tirà che la musica, ultimo richiamo di ottimismo. La musica invade la casa di Alfina, le bugie, tutto il mondo).

FINE

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