Veglia d’armi

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VEGLIA D’ARMI

Rappresentazione in due parti e l’intermezzo

di DIEGO FABBRI

PERSONAGGI

I rappresentanti della compagnia

IL DIRETTORE

FARRELL

HUDSON

« PEDRO »

«STEFANO»

«ALESSIO»

Gli ospiti e il personale dell'albergo

MONSIGNORE

LA STRANIERA

UN VIAGGIATORE

LA SIGNORA DEL BALLO - (Ada)

IL SUO COMPA­GNO - (Gino)

MAITRE D'HOTEL

SECONDO MAITRE

Cameriere

Barman - Lift - Telefonista - altri ospiti

LA VICENDA

Ha luogo oggi in un grande al­bergo di una capitale europea

Il sipario si apre su un fondale che raffigura le sagome caratteristiche della grande città in cui si svolge l’azione. E' se­ra e la città è animata dall'allucinante palpitare di variopinte luci al neon. Nella «colonna sonora», oltre a un sottofondo di « rumori » tipici (clacson, rombo di auto, fischi di vigili, sibili di sirene..,), si alternano musiche di vita notturna: jazz o da cabaret (anche cantate) con l’introduzione, brusca, poco prima dell'inizio dell'azione di un fraseggiare d'or­gano su un tema religioso, quasi litur­gico. La frase liturgica non introduce, però, nell'azione scenica, ma viene so­praffatta da una folata di jazz che tocca un acme e, d'improvviso, si spezza di schianto. Il fondale della città si apre e scompare, e vediamo la scena.

La scena raffigura lo « spaccato » dì un grande albergo: si può leggere, infatti, al sommo della scena la scritta luminosa: «Grand Hotel». La parte centrale e dominante della scena, in cui si svolgerà principalmente l'azione, è costituita da un appartamento dell'albergo composto di «saloncino » e camera da letto; la camera da letto, però, si intravede soltanto attraverso la porta di comunicazione con il saloncino. Porta d'ingresso che conduce al corridoio dove si aprono le porte delle -altre stanze e dove passa la gabbia dell'ascensore. Una finestra, vasta, si apre sulla città.

L'arredamento dell'appartamento è quello solito dei grandi alberghi. In mezzo, un lampadario di cristallo. Dovunque, tappeti colorati che annullano completamente il rumore dei passi. Questo « appartamento » è contrassegnato col numero 252-254. La scena lascia vedere anche la camera attigua- (quella del numero 256): di questa si nota distintamente la porta, chiusa, che collega i due appartamenti. In primo piano- (proscenio), il corridoio che attraversa tutta la scena con la « guida » rossa. A de­stra- (sempre di proscenio) la gabbia dell'ascensore che si vedrà salire e scendere secondo la necessità dell'azione. Sempre a destra, ma ancora più verso il pubblico- (se fosse possibile sistemata addirittura nella cavea dei musicanti), la caratteristica cabina della telefonista, col quadro luminoso delle varie linee e dei telefoni delle numerose stanze sempre in fermento.

Dopo che si sarà suggestivamente precisato dove ci si trova, la luce si fermerà nell'appartamento 252-254, lasciando il resto in penombra. Silenzio, per un istante. Poi la «rappresentazione » ha inizio.

 

PARTE PRIMA

(La porta che comunica con la camera da letto si dischiude e nel « saloncino » entra il Direttore. E' un signore di mezza età, sicuro nei suoi movimenti. Porta occhiali e veste di scuro. Ha i capelli tagliati corti. Dà un'occhiata all'orologio che tiene nella tasca dei calzoni, e va decisamente al telefono. Alza il ricevitore).

Il Direttore                      - Per favore: il 719. (Pausa) «Fe­dro »? Buon viaggio? Sì, il Direttore della compagnia sono io. Avvertite voi il 425 e il 427... devono es­sere già lì. Non ho controllato, ma devono esserci. Americani. Salite tutti da me. Diteglielo in latino-La mia è la camera 252... Non servitevi tutti dell'ascensore, è più prudente... (Depone il ricevitore; rimane un momento assorto. Guarda ancora l'oro­logio e si mette a passeggiare per la stanza. Dopo aver fatto qualche passo e aver nuovamente consul­tato l'orologio, si avvicina lentamente al telefono e rialza con una reticenza il ricevitore) La disturbo ancora, mi scusi... Vorrei, adesso, il... 374. Sì, tre-sette-quattro. E' molto gentile. (Pausa) «Stefano »? Buon viaggio? Sì, il Direttore della compagnia sono io. (Pausa) Come mai siete solo? (Aggrotta la fronte) Venite subito da me. Camera 252. (Depone brusca­mente il ricevitore e si allontana dal telefono. Va alla porta d'ingresso, la apre lasciandola accostata; e rimane in piedi, in attesa. Dopo un momento la porta sì apre ed entra un giovanotto poco più che trentenne: dito, biondiccio, vestito di velluto pe­sante, capelli tagliati corti. E' « Stefano ») Come mai siete venuto solo?

Stefano                            - Ho aspettato alla frontiera fino a sta­notte. Non s'è visto. Allora sono venuto solo.

Il Direttore                      - Si poteva avvertirmi subito, ap­pena siete arrivato qui!

Stefano                            - Non sapevo di chi chiedere. Non figu­rava nelle istruzioni. (Con un po' d'ironia) E poi a che avrebbe servito?

Il Direttore                      - Con «Alessio», l'accordo era chiaro?

Stefano                            - Chiarissimo. Ci siamo visti durante la festa degli stabilimenti. Una gara di canti, cori. Ab­biamo parlato a lungo, senza dare nell'occhio. Intesa perfetta.

Il Direttore                      - Non c'è da pensare a un errore o a un equivoco.

Stefano                            - Assolutamente no. Il luogo dell'incon­tro era quello.

Il Direttore                      - Un viaggio pericoloso il suo?

Stefano                            - Non particolarmente.

Il Direttore                      - Che cosa poteva avere su di sé di... distintivo?

Stefano                            - Niente! Soltanto il piccolo crocifisso. (Si toglie dalla tasca dei calzoni un crocifisso) L'ab­biamo tutti... ortodosso... molti contadini, però, lo portano ancora con sé. Non è un distintivo com­promettente.

Il Direttore                      - Altri documenti, no?

Stefano                            - Escludo. Gli consegnai, è vero, l'itine­rario di questa riunione: città, albergo, camera... tutto, insomma, secondo le istruzioni ricevute; ma quando è partito non aveva certamente addosso que­ste carte. Si distruggono sempre.

Il Direttore                      - Credete, dunque, che possa an­cora arrivare?

Stefano                            - Non credo niente di preciso. Può be­nissimo arrivare... come può essere accaduto anche il peggio. Le frontiere sono sorvegliate... (Suonano alla porta, il Direttore fa un gesto per dire che quel discorso è chiuso. Poi va ad aprire. Entrano tre per­sone: uno spagnolo, piuttosto anziano, quello che il Direttore ha chiamato « Fedro » al telefono; un si­gnore dai capelli bianchi, dall'aria assorta, quasi di­stratta, Farrell; e un negro, giovane, muscoloso, con occhiali d'oro, Hudson. I tre vanno, a uno a uno, verso il Direttore e gli baciano la mano. «Pedro», prima dì baciargliela, lo guarda bene negli occhi. « Stefano » va soltanto adesso al baciamano, insieme agli altri. Il Direttore fa cenno che si mettano a se­dere. Tutti si accostano chi a una sedia, chi a una poltroncina, chi al divano, ma nessuno prende posto. Il Direttore si siede in un angolo e comincia a guar­dare attentamente i suoi uomini; poi, come se rica­pitolasse).

Il Direttore                      - Manca soltanto... Roma. (Ha un sorrisetto) Ma verrà, comunque, più tardi... Almeno spero... (Un'altra brevissima reticenza).

Stefano                            - (borbottando) Se la prendono sempre comoda, loro... (I due americani sorridono; lo spa­gnolo è severo).

Il Direttore                      - Non è che se la prendano proprio comoda, è che... (II Direttore lo fissa con una certa insistenza, ma non con severità; poi riprende) Ho rilevato che manca Roma, e manca, poi, un al­tro... compagno, che avrebbe dovuto giungere in­sieme al... (e indica Stefano) Confidiamo che giun­ga ancora in tempo... con l'aiuto di Dio. (Gli altri guardano Stefano) Comunque cominciamo noi. (Si alza. Sì toglie dalla tasca interna, dove abitualmente si tiene il portafoglio, un piccolo crocifisso, e lo posa sul tavolinetto da tè. Gli altri si sono alzati pronta­mente; lo spagnolo con una certa fatica: deve essere malandato in salute. Il Direttore inizia la preghiera) Veni Sancte Spiritus Reple tuorum corda fidelium... (Mentre questi cinque uomini mormorano, raccolti, la loro invocazione allo Spirito Santo, appare, in al­to, a sinistra, luminoso, l'ascensore. Viene dai piani superiori e scende lentamente. Ci sono, oltre al lift in divisa, due persone. L'ascensore si ferma al piano in cui si svolge l'azione: si apre il cancello. Le due persone sono: il Maitre d'hotel, in smoking, e un viaggiatore alto e distinto che indossa un soprabito grigio ferro, nuovissimo, ma di taglio antiquato: sem­bra perfino un personaggio in costume. Il Maitre lo precede attraversando tutta la scena fino alla stanza adiacente a quella in cui si svolge la riu­nione).

Il Maitre                          - (apre, entra, accende la luce) Ecco, è la vostra. E' confortevole. Mi sono personalmente preoccupato di scegliercela in buona posizione... Ve­drete. (Tirando le tende della finestra) C'è anche un'ottima vista.

Il Viaggiatore                  - Grazie. (E' quasi commosso) Vi siete ricordato di quel mio certo estetismo gio­vanile. (Il Maitre allora gli tende la mano e il viag­giatore gliela stringe) Che consolazione rivedervi do­po tanto...

Il Maitre                          - (facendo cenno di tacere) Ssst... non ora. Parleremo più tardi.

Il Viaggiatore                  - Come volete. (Le mani, rimaste strette si sciolgono. Il Maitre ha ancora un sorriso più che di saluto, di promessa; poi si allontana. En­tra nel corridoio e scompare in silenzio. Il viaggia­tore depone il bastone, si toglie il soprabito, e anche nel vestire appare sempre di più come un perso­naggio in costume. Si guarda attorno, ed è subito attratto dal bisbiglio che proviene dalla stanza ac­canto; si avvicina alla porta divisoria e presta ascolto. Poi, è preso come da una subitanea spossatezza e si lascia andare su una poltrona, vicinissimo alla porta, e rimane lì, immobile. Il «Veni Sancte Spi­ritus» è terminato. I cinque uomini si sono rimessi a sedere).

Il Direttore                      - Qui, mi pare, le presentazioni sa­rebbero perfino inutili. Comunque: (indicando Fe­dro) dalla Spagna; dall'America (e accenna al negro e al signore dai capelli bianchi) e da oltre cortina, proprio dalla Russia           (e indica Stefano).

Pedro                               - (preoccupato) Anche l'altro confratello che aspettiamo deve giungere dalla...

Stefano                            - Sì, lavoriamo nella stessa terra. (Tutti, adesso, guardano con insistenza e apprensione Ste­fano che, cernie intimidito, china la testa. Poi, di colpo, la rialza e rimane con gli occhi fissi alla porta che comunica con la camera da letto. Si è spalan­cata e da un istante in piedi sulla soglia c'è, fermo, il Maitre. Gli occhi fissi di Stefano attirano l'atten­zione anche degli altri che si voltano).

Il Maitre                          - (senza muoversi, indicando appena la finestra) La tenda. E' rimasta aperta. Bisogna chiudere la tenda. (Al Direttore) E' stato lei a raccomandarsi di chiuderla... (E va a tirare la tenda) E' doveroso.

Il Direttore                      - Sì, sì, grazie... l'avevo detto al cameriere, credo. Non volevo incomodare lei, il Maitre.

Il Maitre                          - Fa lo stesso. Ma... ho forse distur­bato?

Il Direttore                      - Siamo rimasti un po' sorpresi per­ché non l'abbiamo sentito entrare.

Il Maitre                          - Mi scusino. Sono entrato, difatti, col «passe-partout». Non volevo incomodare. E inve­ce... Mi scusino... (Poi volgendosi, decisamente con intenzione) Buon lavoro. (Fa per avviarsi, invece si ferma e guarda il crocifisso, lungamente. Poi alza gli occhi sul volto dei presenti e li guarda a uno a uno facendo ad ognuno una specie di inchino e di sorriso. Tutti sono rimasti un po' senza fiato. Final­mente il Maitre si decide ad andarsene. Ma non ha ancora varcato la soglia che si volta nuovamente) Desiderano che faccia portare qualcosa da bere?

Il Direttore                      - (rispondendo per tutti) No, gra­zie. Chiameremo noi se occorre. (Il Maitre esce. Il Direttore si alza. Va a vedere se la porta è ben chiusa; poi getta un'occhiata alla stanza da letto. Rien­tra, e mormora) E' passato di là... E ha guardato il crocefisso... l'avrete notato.

Stefano                            - Certo. L'ha visto! (Lievemente sprez­zante) Tanti misteri per... niente! (Il Direttore pren­de il crocifisso e sembra abbia intenzione di rimet­terlo in tasca. Stefano, brusco) Oramai, lo lascerai dov'è! Si poteva fare a meno di esporlo, penso, ma ormai che è esposto lasciamolo lì. Rimetterselo in tasca, adesso, mi sembrerebbe viltà. (Tutti guar­dano Stefano con una certa ammirazione. Il Diret­tore ha posato il crocifisso sul tavolinetto da tè. Stefano improvvisamente umile, alzandosi e in­chinandosi) Chiedo scusa, Direttore, del mio tono. Siamo diventati arroganti a furia di sforzarci di essere naturali.

Il Direttore                      - Siete scusato. Sta a noi, però, giudicare fino a che punto le precauzioni prese sia­no state utili o no.

Stefano                            - Chiedo ancora scusa, ma, come vedete, in questo caso le precauzioni si sono dimostrate fin dal primo momento inutili o insufficienti. (Diretto) Perché poi riunirci qui, con questa... messinscena? (Anche gli altri hanno un mormorio di approva­zione).

Il Direttore                      - Ci siamo ritrovati qui e non in uno dei « nostri soliti luoghi » perché tutti noi, in questa particolare circostanza, dobbiamo essere sol­tanto dei comuni viaggiatori che si ritrovano casual­mente in un albergo. La nostra presenza qui, e quel­lo che ci diremo, non impegnano nessun altro che noi, personalmente. Ricordiamolo bene. Se c'è un rischio da correre lo corriamo noi, personalmente. Potremo essere smentiti, diffidati, perfino puniti se sarà necessario farlo, per dimostrare che la Compa­gnia è estranea a questo incontro.

Pedro                               - Eppure, avete detto prima, verrà anche... Roma.

Il Direttore                      - Dovrebbe venire.

Stefano                            - Finora però...

Il Direttore                      - Ma anche per Roma sarà una presenza... e basta!

Stefano                            - (senza smettere il tono ironico) Clan­destina.

Pedro                               - Tutto in incognito, insomma.

Il Direttore                      - Esattamente.

Stefano                            - Ho capito! E alla fine, dite, nessuno ci avrà visto, nessuno saprà niente. (Scuote la testa) E' incredibile! Avete potuto pensare seriamente che la riunione di quattro cinque... sette gesuiti - quanti siamo? quanti saremo? non lo so - arrivati dalle varie parti del mondo passerà inosservata per il sem­plice fatto che anziché svolgersi in una delle « no­stre solite case» o in una sacrestia qualunque, si svolge in un grande albergo della capitale. Oh! E questa, secondo voi, sarebbe una riunione clande­stina! Io che la esercito da cinque anni almeno e con un certo rischio, posso dirvi che non credo più alla clandestinità.

Il Direttore                      - Nessuno però, vi ha finora rico­nosciuto scoperto!

Stefano                            - Come no! Mi hanno invece ricono­sciuto. La prima mia preoccupazione, anzi, è stata proprio quella di farmi riconoscere dalla gente in mezzo a cui lavoro. Mi sono fatto degli amici... non mi hanno denunciato. Tutto qui... ma sanno chi sono. Esattamente. Vivo, cioè, allo scoperto, non clandestinamente come credete! Perché gli uomini possono, sì, resistere alla tentazione, anche se van­taggiosa, di una denuncia, ma non resisteranno mai a sopportare il mistero dell'identità di una persona. Mai! Sono gli isolati, perciò, i clandestini, appunto, che si perdono. E voi vorreste che... qui... Figurarsi! Ci saranno già cento occhi, cento orecchie che ci spiano; oltre tutto perché siamo strani, perché dia­mo nell'occhio, così come siamo fatti! Del resto l'ab­biamo visto! Ci sono già le... apparizioni. Ah! E' una trappola il vostro grande albergo! Sarà una trap­pola!

Farrell                              - Per quanto mi riguarda sono certo di essere stato seguito durante il viaggio. Non so da chi, ma sono certo. Dopo le famose «fughe», non possiamo muovere un passo senza che qualcuno si occupi di noi. (Gli altri lo guardano).

Il Direttore                      - E' il Padre Farrell, il nostro più illustre studioso di fisica nucleare. E' ammesso ai laboratori della città atomica.

Farrell                              - Per questo ho dovuto chiedere un per­messo speciale al Dipartimento di Stato.

Il Direttore                      - E non è stata una sufficiente ga­ranzia il fatto che siete un gesuita?

Farrell                              - No. E' una qualifica che non inte­ressa la sezione speciale di polizia. E non mi stu­pirei se qualcuno, che ha avuto l'incarico di... custo­dirmi, avesse già preso alloggio nella stanza qui ac­canto.

Hudson                            - (di rincalzo) Perché poi ci tenete tanto alla clandestinità? Oltre tutto la clandestinità è una posizione anticristiana. Il cristianesimo quand'è au­tentico è o scandalo o martirio! E tutto il resto di­venta manovra, abile se volete, utile, talvolta, ma pure sempre manovra!

Il Direttore                      - Il Padre Hudson: è l'anima del nostro apostolato tra la gente di colore.

Farrell                              - O siamo forse qui per... manovrare?

Il Direttore                      - Non sareste voi i convocati se ci fossimo proposti di manovrare. Vi consideriamo non uomini di... manovra, ma di... rottura: cioè di scandalo o di martirio, per riprendere le vostre (a Hudson) parole del resto giustissime.

Pedro                               - Ma rimaniamo pur sempre dei gesuiti!

Stefano                            - (ironico) Certamente! Ed è stato, forse, proprio per ricordarcelo che si è applicata alla no­stra riunione questa... etichetta qui: una clandesti­nità di questo genere (borbotta) da servizio segreto da quattro soldi!

Il Direttore                      - (secco) Non avreste per caso... paura, voi?

Stefano                            - (colpito) Potrebbe anche darsi! E' un lusso che potrei forse permettermi! Avere un po' di paura! (Pausa).

Il Direttore                      - (non guardando Stefano) Sono finite le critiche e le ironie preventive? Ammesso che si sia, forse, agito con un certo dilettantismo, ubbidendo alla segreta tentazione di volersi ade­guare ai tempi...

Stefano                            - (borbotta) Ci vuol altro.

Il Direttore                      - (si interrompe) Ammettiamolo, dico! Vogliamo o no cominciare a discutere la sostanza degli argomenti previsti, piuttosto che irri­tarci con questioni di forma?

Pedro                               - Ma chi si irrita!

Stefano                            - E poi non sono questioni di forma! (Eccitato) L'altro che non arriva... Dov'è? Dove sarà? E io? Io dovrò pur tornare di là a riunione termi­nata... E le chiamate questioni di forma?

Pedro                               - Anch'io sono preoccupato per la mia presenza qui. Solamente adesso so che la riunione è clandestina, segreta, insomma. Se l'avessi imma­ginato prima forse...

Il Direttore                      - Non sareste venuto?

Pedro                               - Non lo so.

Il Direttore                      - Avreste disubbidito!

Pedro                               - Ma voi, Direttore, conoscete bene la mia particolare posizione?

Il Direttore                      - La conosco.

Pedro                               - E i superiori giudicano opportuno espor­la per un incontro di questo tipo?

Il Direttore                      - Evidentemente.

Pedro                               - Vorrei almeno sapere, per sentirmi di più a mio agio, con « chi » mi trovo, oltre i padri Farrell e Hudson...

Stefano                            - (si alza di scatto) Vuol sapere chi sono io!

Il Direttore                      - (col gesto frena Stefano; si è alzato e dice con una certa veemenza a Pedro) Vi tro­vate sempre con dei vostri confratelli! E deve ba­starvi!

Pedro                               - Ci terrei invece a chiarire.

Il Direttore                      - Avete già chiarito abbastanza!

Pedro                               - Non vorrei compromettere la mia...

Il Direttore                      - Mantenete l'incognito, e gli altri manterranno il loro. Vi chiameremo Fedro e lo chia­merete Stefano. L'altro che deve giungere rispon­derà al nome di Alessio! Così nessuno saprà niente sulla vostra identità. Compromettervi... Vi ricordo comunque che dovreste essere sempre disposto a compromettervi se occorresse e se i superiori ve lo chiedessero.

Pedro                               - Non è la mia personale compromissione che difendo, ma quella della specialissima posizione che ricopro.

Il Direttore                      - Se la vostra posizione risultasse compromessa dopo questa riunione, un altro' pren­derebbe il vostro posto. I gesuiti non mancano in 1 Spagna! Ecco! E in ogni caso, prima si ubbidisce, poi, se è necessario, si chiarisce.

Pedro                               - Se siamo qui senza sapere quasi niente di questo incontro, vuol dire che abbiamo già ubbidito.

Il Direttore                      - Allora aspettate in ubbidienza che i giungano i chiarimenti. (Pausa).

Farrell                              - (a bocca chiusa si mette a mormorare un motivo della « Quinta » di Beethoven) Poro-pò, po-pò... (Tutti si fermano e lo guardano stupiti, ma l'americano continua).

Il Direttore                      - Cantate? (Farrell annuisce con la testa ed ha un'espressione di beatitudine) Ma che succede?

Farrell                              - Mi annoio. Questi discorsi mi anno­iano. Tanto più che ho qualcosa di preciso da dire. Confesso di non essere affatto interessato alle altre chiacchiere. Colpa mia, certamente. Potrei anche tornare più tardi... (E si alza).

Il Direttore                      - (fermo) Sedete. Restate!

Stefano                            - Dev'essere proprio il luogo a renderci così... distratti e irrequieti. (Stacco. Diretto) Se sa­pessimo esattamente perché siamo qui... Ditecelo!

Il Direttore                      - (si concentra) La nostra è una riu­nione eccezionale. Che sia una novità assoluta per la Compagnia lo si può vedere proprio da certi errori di ingenuità che possono essere stati commessi. Ri­peto: riunione eccezionale. Poiché... E' o non è ec­cezionale l'ora che il mondo attraversa? E quelli che vediamo attorno a noi, su noi, dentro di noi, sono o no i segni dell'Apocalisse? E se l'ora del mondo è - non lo so se lo sia: è soltanto un'ipotesi - se è, dicevo, l'ora dell'Apocalisse, qual è, oggi, la forza della Compagnia per affrontare quest'ora? Quale do­vrebbe essere? Quale potrebbe essere? Dobbiamo dir­lo noi, qui. Ecco. Voi, sopratutto; io, tra poco, en­trerò nell'ombra e mi contenterò di annotare. Ma voi, « voi » parlerete. Perché si vuole proprio la vo­stra parola, e non quella d'altri. Non dei padri pro­vinciali e dei padri assistenti, e nemmeno dei nostri cosiddetti esperti, ma proprio la vostra. Già cono­sciamo il loro pensiero. Le conclusioni che questi uomini ci hanno offerto sono, come chiamarle, conclusioni ordinarie: preziosissime, forse anche esatte, ma ordinarie. I superiori giudicano che occorra an­che altro. Sì! Per fronteggiare l'Apocalisse occorre altro! E che cosa? Voi ce lo dovete dire, noi spe­riamo che voi ce lo diciate. (I gesuiti si guardano l'un l'altro con un muto stupore) Voi non vi cono­scete, e non è forse nemmeno indispensabile che vi conosciate di più: quel che dovete sapere di voi, l'un dell'altro, è il legame, la nota comune che, per noi, vi unisce. Tutti voi, chi più chi meno, siete stati richiamati dai vostri diretti superiori e anche dalla curia generalizia alla disciplina e all'obbedien­za. Siete stati irrequieti, tormentati e, quel che .è più serio, inquietanti. Però, non vi abbiamo mai fer­mati, perché, forse per ispirazione della Provviden­za, noi presentivamo che forse sarebbe venuta un'ora del mondo in cui la Compagnia avrebbe avuto bi­sogno anche di voi, proprio di voi, degli irrequieti. Perché se - dico « se » - i segni che vediamo oggi nel mondo fossero proprio quelli dell'Apocalisse, chi potrebbe fermare gli sfrenati cavalieri della fame, della pestilenza, della nequizie se non altri cavalieri altrettanto indomiti e sfrenati: cavalieri come voi? Noi, pur avendovi fino ad oggi richiamati e, spesso, anche mortificati, noi vi abbiamo continuamente se­guito con trepidazione, con tremore, in quelle linee avanzate in cui voi stavate quasi soli, esposti. Oggi vi abbiamo convocati. Abbiamo convocato voi, e non altri, perché forse voi siete il cuore palpitante della Compagnia. (Tutti sono visibilmente colpiti). '

Stefano                            - Siamo qui.

Hudson                            - Una società che nell'ora del pericolo fa appello ai suoi uomini più irrequieti... tormentati, è una società che non può perire. Io sono fiero di essere un gesuita!

Pedro                               - Tutti, penso, ci sentiamo fieri. Soltanto io non vedo ancora, e mi scuso di insistere, in che modo io possa considerarmi un irrequieto... un tor­mentato, tanto da essere convocato qui, insieme...

Stefano                            - Insieme a me, per esempio? Spiegate­glielo, altrimenti non riusciremo ad andare avanti.

Il Direttore                      - (a Pedro) Lo capirete certamente alla fine della riunione, o anche prima, spero. Non possiamo attardarci in altre questioni personali. Ve ne prego.

Pedro                               - (chinando un po' la testa) Va bene.

Il Direttore                      - Vi ringrazio. Tanto più che io sono impaziente di portare a termine il mio com­pito di Direttore della riunione, per diventare uno> come voi, tra voi. (Sguardo dei gesuiti) Da questo momento, e per tutto il tempo' che durerà questo incontro, sarete sciolti dal dovere dell'ubbidienza. Voglio dire, sarete - saremo - liberi di esporre e di sostenere i vostri convincimenti senza nessuna pre­concetta prudenza e senza timore alcuno. E con questa concessione di libertà, io ho finito. (Si alza dal suo posto e fa per andare in mezzo agli altri; ma Pedro lo ferma a. mezza strada).

Pedro                               - Qualcuno dovrà ben restare a quel posto per condurre il discorso e tenerne le fila!

Il Direttore                      - Se restassi vorrebbe dire mante­nere un'autorità maggiore degli altri; e la discus­sione deve invece svolgersi senza subordinazione di sorta.

Pedro                               - Ma con ordine!

Il Direttore                      - Mi sembrerebbe farvi torto se du­bitassi che non riusciremo a dare un ordine alle discussioni senza che io, di lì, batta la musica... Oh, no, no! Mi siedo qui. (Si siede in mezzo agli altri) Ecco! (Bussano alla porta. Il Direttore non dice « avanti » e gli altri aspettano che lo dica il Diret­tore. Poi Pedro si decide a dirlo).

Pedro                               - Avanti! (Entra il Maitre sorridente con un fascio di cartoncini in mano che comincia a di­stribuire).

Il Direttore                      - Ma è... una festa?,

Il Maitre                          - Sì, signore. E' la festa annuale dell'albergo.

Il Direttore                      - E quando sarebbe?

Il Maitre                          - Stasera, come si può vedere dall'invito. Tra poco cominceranno le musiche, giù, nei saloni, in basso. Tutti i nostri ospiti sono invi­tati, e dovrebbero onorarci della loro presenza.

Pedro                               - Credo che nessuno di noi potrà venire.

Il Maitre                          - Mi dispiace: almeno qualcuno po­trebbe scendere.

Pedro                               - E' assai difficile. Questa riunione ci as­sorbirà interamente per molte ore.

Il Maitre                          - Lascio giudicare a loro dell'oppor­tunità...

Pedro                               - Quale opportunità?

Il Maitre                          - Farsi o non farsi vivi...

Pedro                               - Io, piuttosto, lascio giudicare a voi, voi dell'albergo, sull'opportunità di disturbare per tutta una notte il sonno dei vostri ospiti!

Il Maitre                          - Perché disturbare?

Pedro                               - Avete parlato di musiche!

Il Maitre                          - La musica non disturba mai, signo­re, è accertato.

Farrell                              - (sorridendo) E' vero, la musica non di­sturba il sonno.

Il Maitre                          - Buon divertimento! (Esce).

Pedro                               - E' anche ironico!

Farrell                              - Faremo una riunione con accompagna­mento musicale...

Pedro                               - Fatto estremamente irritante.

Farrell                              - Dipende.

Stefano                            - Si comincia o no? Sembra che si ab­bia paura di cominciare! Avanti! Incominciamo.

Farrell                              - (si è già tolto di tasca un foglio e lo sta esaminando; poi come se parlasse da solo) Il pri­mo punto, qui, sarebbe: situazione della vita asso­ciata. Ci sono i rapporti? (Tutti sì tolgono di tasca dei fogli, tranne lo scienziato. Pedro ha un grosso fascicolo; Hudson alcune pagine che sfoglia quasi volesse ripassarsele mentalmente; il Direttore ha an­che luì il suo rapportino: solamente Stefano ha un solo foglietto).

Stefano                            - Non ho rapporto. Ho buttato giù due idee in queste ore di attesa, prima di venire qui... Chi parla per primo? Chi ha il rapporto, o chi ha soltanto due idee? Non vorrei che i vostri rapporti me le confondessero, poi. Parlo per primo io... se me lo permettete..

Il Direttore                      - Senz'altro, per quel che mi ri­guarda; ma...

Pedro                               - Parlate pure.

Farrell e Hudson              - Va bene.

Il Direttore                      - (facendo con la mano il gesto di a-spettare un momento) ...ma vorrei, prima, che si ponessero i termini del problema. Qual è la posi­zione della Compagnia di Gesù nella vita associata dei vari paesi. (E guarda Stefano).

Stefano                            - Di là... da noi: niente, si può ben ca­pire.

Il Direttore                      - Terra di missione...

Stefano                            - No, no: non ho detto questo! Al con­trario.

Pedro                               - Al contrario?

Stefano                            - Ho detto al contrario. Sì! Non infe­deli, c'è la fede! Ma la Compagnia con la rego­lare vita, associata: zero. Nessun rapporto. A meno che questo rapporto non sia tenuto indirettamente (con un sorriso) clandestinamente... non so... Roma... Avrebbe potuto dircelo il rappresentante di Roma, se fosse stato qua.

Pedro                               - Forse non l'avrebbe detto.

Il Direttore                      - Ho capito.

Stefano                            - Ma sotto un certo aspetto, meglio così!

Il Direttore                      - Meglio così, come?

Stefano                            - Allora parlo. Autorizzatemi a parlare, e spiegherò!

Il Direttore                      - Avete ragione, scusate. Fra un minuto parlerete. (A Pedro) Spagna?

Pedro                               - Siamo al centro della vita associata.

Stefano                            - La dirigete?

Pedro                               - La influenziamo seriamente.

Il Direttore                      - Esponendovi come gesuiti?

Pedro                               - Anche, talvolta.

Il Direttore                      - C'è, quindi, un avallo nostro da­to al...?

Stefano                            - Regime!

Pedro                               - Beh, proprio avallo... Ma, data la situa­zione, si è deciso di correre un certo rischio.

Il Direttore                      - Va bene.

Stefano                            - (ironico) Si vedrà poi se va bene.

Il Direttore                      - Non era d'approvazione il mio «va bene».

Stefano                            - (sorridendo come un bambino) L'ave­vamo ben capito.

Il Direttore                      - America? Stati Uniti? (Farrell si volge al negro con un gesto come per dire: parlate voi, io non ne so niente).

Hudson                            - Nessun rapporto diretto con gli uo­mini di governo: perciò nessuna influenza diretta. Però, siamo egualmente presenti attraverso la classe dirigente che si orienta sempre più verso di noi: università, associazioni di cultura, collegi... Per que­sto, da noi, sono gli uomini politici che ci fanno l'occhietto, e noi fingiamo di non vedere... Gli sarà entrato un moscerino nell'occhio, facciamo finta di credere... Vuole che glielo tolga? Indipendenza as­soluta. Anche dall'autorità ecclesiastica, finché si può... Cardinali, Monsignori... beh, insomma, l'au­torità. Indipendenti. Contiamo proprio per questa indipendenza.

Il Direttore                      - Europa. (Sfoglia un rapporto che ha davanti) Italia, Francia, Olanda, Belgio, Germa­nia, Austria... Il nostro è un atteggiamento misto: cioè influenza di tipo americano, vale a dire indi­retta; e compromissione di tipo spagnolo. Il quadro è questo. (A Stefano e agli altri) E adesso, faccia­molo parlare.

Farrell                              - (facendo un cenno) Una domanda, perché il quadro sia completo. E a Roma? La Com­pagnia che posizione tiene, che influenza ha a Roma?

Il Direttore                      - (facendosi avanti, ma come scusan­dosi) Devo rispondere io. (Con un sorriso) Beh, il rappresentante di Roma verrà qui da un momento all'altro...

Farrell                              - Ho capito. (Rimane un po' sovrappensiero) E se verrà, quando verrà, credete che terrà conto delle « nostre » conclusioni?

Il Direttore                      - Credo sia disposto a tenerne con­to. Diversamente non verrebbe.

Hudson                            - Beh, per questo! Un atto di presenza non costa poi molto. (Un momento di imbarazzo; poi Stefano rompe il silenzio).

Stefano                            - (rivolgendosi a Hudson) Volevo chie­dervi a proposito della vostra indipendenza ameri­cana. Lo fate per tattica, o vi siete convinti che la conquista dei capi finisce per essere lavoro sprecato per quel che veramente ci proponiamo?

Hudson                            - Forse lo facciamo con tattica... per po­tercene meglio servire.

Stefano                            - E' questo, per me, il punto; il punto su cui si dovrebbe parlare apertamente.

Il Direttore                      - Apertissimamente.

Stefano                            - Noi abbiamo avuto dal Fondatore un comando: quello di fare cristiana la storia. Conve­niamo di aver fallito? (Silenzio) No? Io direi pro­prio che è fallito! (Ancora un più profondo silenzio) Si deve o no parlare liberamente?

Il Direttore                      - Sì, sì. Ma siamo anche liberi di non approvare!

Stefano                            - Beninteso! Dovevamo farla sì o no que­sta storia cristiana? Beh, anziché fare la storia noi abbiamo preferito intervenire nella storia, che è un'altra cosa! Perché intervenire significa, nel più ottimistico dei casi, subire da altri l'impostazione dei problemi e talvolta perfino' le soluzioni. Ci siamo accontentati di essere degli abili restauratori anziché dei geniali costruttori delle fondamenta. E anche per questo il nostro intervento è sembrato, oltre tutto, quello di gente subdola e furbesca che vuole intru­folarsi e impadronirsi al momento buono di cose già avviate...

Pedro                               - Non è vero!

Stefano                            - Non vi pare che noi, i gesuiti, siamo piuttosto odiati che amati?

Pedro                               - Direi temuti, il che può talvolta essere un vantaggio.

Stefano                            - Umanamente, sarà un vantaggio. Non discuto. Infatti, e lo sappiamo benissimo tutti, attraverso questa diplomazia della conquista delle posi­zioni per patteggiamento, per avvolgimento, per pro­gressivo assorbimento si sono allargate notevolmente le dimensioni aritmetiche e geometriche del rag­gruppamento cristiano; ma, alla fine, al momento della resa dei conti, quanto ci sono costate, quanto ci costano certe rinunce, certi silenzi, certe omis­sioni, certe complicità? Qui si parla di storia cri­stiana, cioè di storia della persuasione, di storia dell'amore a Cristo, non dell'altra!

Hudson                            - (di rincalzo a Pedro) Non c'è dubbio che ci conoscono male, perché siamo conosciuti più per i nostri difetti che per le nostre virtù.

Pedro                               - Forse, ma sono cose che non mi preoc­cupano! Ho detto, prima, «non è vero » perché vo­levo ricordarvi che noi abbiamo già tentato di fare, abbiamo, anzi, già fatto un « pezzo di storia » dalle fondamenta, come voi vorreste: esperimento del Paraguay. Terra vergine, uomini allo stato naturale, non corrotti dalla civiltà. Noi i padroni assoluti: reggitori e maestri.

Stefano                            - Avevamo creato uno stato perfetto.

Pedro                               - Forse troppo perfetto. Sapete com'è fi­nita.

Stefano                            - Lo so. E' finita bene, anche!

Pedro                               - Se vi pare che sia finita bene. Deporta­zioni, uccisioni, distruzioni, cancellazione dalla carta geografica.

Stefano                            - D'accordo! Ma doveva finire in altro modo. Per questo dico «anche».

Pedro                               - Quale altro modo?

Stefano                            - Non cedere, o ricominciare. In un al­tro luogo, in cento altri luoghi. Si è fatto di quei nostri confratelli quasi dei martiri di un errore, invece di farne i martiri della prima, vera, autentica terra cristiana, ricrocifissa dai detentori del potere. Il nostro errore consiste proprio in questo: aver cre­duto che per fare una storia cristiana, la strada mi­gliore fosse quella di associarsi ai cosiddetti capi del­la storia, agli uomini dominanti. Tutte le nostre sconfitte sul piano cristiano' derivano da qui. Aver seriamente, tenacemente sperato, creduto di poter influenzare i capi, i condottieri, i regnanti, gli uo­mini politici. Non sono servite le esperienze cata­strofiche del passato... Veniamo a oggi. (Accenna a Pedro) Continuano... incorreggibili, siamo... (A Pedro) Se da voi avvenisse un mutamento qualunque, un rivolgimento. Possibile, no?

Pedro                               - Possibile.

Stefano                            - La vostra, la nostra sorte?

Pedro                               - Non sarebbe per il tradimento dei capi, nel nostro caso.

Stefano                            - Peggio! Sarebbe per il risentimento del popolo, anche, badate, del buon popolo cristiano.

Pedro                               - Abbiamo già avuto dei martiri. Ne a-vremmo altri.

Stefano                            - Non sono turbato tanto dall'idea del sangue di altri martiri, ma dal dubbio della inutilità di quel martirio.

Pedro                               - II martirio non è mai inutile!

Stefano                            - Per chi lo subisce, personalmente, mai. Ma per la causa, alcune volte, sì. Non serve. Avete cristianizzato di più il popolo in questi anni di in­fluenza?

Pedro                               - Non lo so, lo speriamo.

Stefano                            - E' la sola cosa, invece, che dovreste sapere.

Pedro                               - Abbiamo forse difeso la presenza di Cri­sto: le chiese che si moltiplicano, la parola di Dio che viene pronunciata liberamente, l'insegnamento della verità che viene impartito nelle scuole... Sono i segni sensibili della presenza di Dio.

Stefano                            - D'accordo. Segni sensibili! Ma la vera presenza di Cristo non ha bisogno della nostra di­fesa! Ha solo bisogno, semmai, della nostra testimo­nianza perché già c'è, ormai, nel mondo, in tutto il mondo! Non si cancella più. Anche da me... c'è. E in questo senso non credo che la Russia sia meno cristiana della Spagna.

Pedro                               - Come!

Stefano                            - Ho detto cristiana, non cattolica!

Pedro                               - Ma anche cristiana!

Stefano                            - Chi può misurare la carica d'amore cristiano che riempi i meandri della chiesa delle ca­tacombe? Chi può misurarlo? L'amore non si cal­cola a unità, ma a intensità. Vedrete quel che acca­drà solo che un segno appaia... E già qualcosa è apparso! Le nevi delle steppe si scioglieranno per il grande amore che quella gente porta al corpo martoriato di Cristo! Io li amo, tutti! E l'amore an­che quando è scomposto com'è il mio, non ha bi­sogno di domandar perdono a nessuno. (Un lungo momento di silenzio).

Il Direttore                      - Noi, veramente, sì parlava di capi.

Stefano                            - Già. Ho detto che proseguiamo nell'er­rore di corteggiare i capi. E i capi ci tradiscono. Non possono che tradirci, a un certo momento, l'avete visto! Chi ci ha cacciato? Le nazioni cattoliche, spes­so. I loro capi. Capi, capi, sempre capi! Non possono mai essere con noi, dalla nostra parte. E noi conti­nuiamo a frequentarli! Possibile che non li abbiamo conosciuti! Gli uomini politici, anche quelli cristia­ni, personalmente, non possono, a un certo momento, agire più da cristiani! Agiranno fatalmente da poli­tici, e il primo ad essere tradito è proprio il sangue cristiano, la midolla cristiana!

Il Direttore                      - (rivolgendosi a Pedro) Voi, non protestate?

Pedro                               - Non protesto.

Stefano                            - Mi giudicate un fantasioso apocalittico a cui non vale nemmeno la pena di rispondere?

Pedro                               - Al contrario. (Pausa, poi grave) Avete ragione. (Movimento di stufare di tutti) Non esistono, oggi, nel mondo, uomini politici cristiani. Esistono uomini politici che sono, personalmente, cre­denti o no, cristiani o meno, e basta. Sono quasi vent'anni che avvicino i capi delle nazioni, di tutte le nazioni, o ufficialmente o segretamente. (Rivol­gendosi a Stefano) Intratteniamo rapporti anche con i rappresentanti russi e dei paesi al di là... tutti, in­somma. Ebbene: la tecnica della vita politica non contempla alcuna istanza, alcuna effettiva misura che possa dirsi cristiana. I modi di essere della vita politica sono, purtroppo, ben altra cosa. E sono qual­cosa di autonomo, che fanno a meno di tutte le conquiste cristiane o, peggio, se ne servono per dei fini non certamente cristiani. Io penso che quel che di diabolico opera, oggi, nel mondo, sia proprio lo spi­rito politico fine a se stesso. E non lo avvertiamo nemmeno, tanto ci siamo immersi dentro! E' una realtà di per se stessa anticristiana. La si avvicina, la si può toccare, la si può perfino esercitare - quanti uomini politici cristiani! - ma non si giunge mai ad impossessarsene, a conquistarla, a permearla; non la si può modificare, almeno finora! E' impermeabile! Talvolta penso perfino che il demonio ci sia anni­dato li, e si manifesti, oggi, con questo camuffa­mento politico. Tutti ne siamo presi. Si è annidato, in questo modo, anche dentro di noi dal momento che immaginiamo e pensiamo e operiamo ogni gior­no di più in termini politici. E' il dèmone, è il cor­ruttore moderno! (Come se si torcesse interiormente) Io lotto ogni giorno con questo dèmone, mi batto con lui, ma debbo confessare che ne sento tutte le tentazioni e le voluttà che sono infinitamente più profonde e deliranti delle tentazioni della carne. Ne sento tutte le attrattive degli svariati camuffamenti ideologici e morali: la generosità, l'altruismo, il do­minare, non per noi stessi, ma per gli altri, essére a servizio degli altri, del popolo... Sono in gran parte mascherature: c'è sotto l'ambizione sfrenata, pres­soché intoccabile, tant'è protetta e fasciata da appa­renza di virtù. La politica è il gioco più terribilmente diabolico e ingannatore che possa essere fatto dall'uomo. E' il gioco fatto senza Dio... senza limiti, perciò senza freni... è, vi dico io, l'aridità di Dio, poiché è l'orgoglio del dominio, del comando, del potere esercitato su altre creature vive... anime. Alla sera, spesso, dopo una giornata passata tra le tenta­zioni di questo gioco senza soste, estenuante, io mi sento senza Dio, e Lo cerco, Lo chiamo, e spesso non mi risponde... perché mai come in questo gioco Dio sembra allontanarsi. (Sottovoce) E' il peccato contro l'amore, è il peccato contro lo Spirito Santo. (Si prende la testa fra le numi, poi, come se questa confessione fosse stata una dolorosa parentesi di sin­cerità dovuta ai suoi confratelli, riprende) Eppure, dopo aver riconosciuto tutto questo, la mia ferma persuasione è che si debba continuare ad operare in mezzo a questo mondo, a stringere quelle mani. Il nostro rischio è questo e dobbiamo correrlo: bat­terci a faccia a faccia col Maligno, non lasciarlo ope­rare da solo, tentare, dove si può, di fermarlo, di stringerlo, di imprigionarlo.

Stefano                            - (violentemente deluso) No! no! e no! Li considero martiri inutili, questi! Abbandoniamo questo genere di intrigo che non è più per noi! But­tiamoci da tutt'altra parte!

Il Direttore                      - Vorreste che ci mettessimo ad osteggiare gli uomini politici?

Stefano                            - No: che li ignorassimo, vorrei. E vor­rei soprattutto togliere loro l'alibi di sapersi in no­stra compagnia, di poter contare quando lo vogliono sul nostro silenzio O' sulla nostra tacita complicità. Non devono più pensare di poterci comprare a prez­zo di questa o di quella concessione! Se gli uomini politici cercano di coinvolgerci, di comprometterci nella «loro» storia, noi sappiamo invece di poter costruire la « nostra » storia: non, cioè, scegliere una delle varie soluzioni che loro ci propongono, ma trovarne e imporne, invece, un'altra completamente diversa, la nostra, la cristiana. Facciamo la nostra storia!

Pedro                               - E' bello! Ma sarebbe un voler ritornare volontariamente ai tempi delle catacombe. Capisco che la vostra particolare esperienza vi spinga... vi porti a...

Stefano                            - Non la mia esperienza, ma la vostra, da quel che ci avete detto, dovrebbe portarvi alle mie conclusioni!

Farrell                              - Perché discutere tanto sugli uomini politici? Non ne vai proprio la pena... Tra poco non nuoceranno più! Hanno i giorni contati...

Pedro                               - I giorni contati? Siete un uomo di spirito, vedo!

Farrell                              - Anni si capisce! Dico, tra cinquanta, settant’anni, forse anche meno, saranno dei dèmoni addomesticati, se pur sono davvero dei dèmoni co­me credete voi: animali da pollaio, diventeranno. E' già nato chi li metterà da parte. Non saranno più loro a governare gli uomini. (Pedro ha un sorriso) Non dovete sorridere, confratello, a meno che non sorridiate di compiacimento al pensiero dei dèmoni scacciati.

Pedro                               - E chi li scaccerà dal potere?

Farrell                              - Noi.

Pedro                               - Voi... chi?

Farrell                              - (divertendosi un po') Anch'io, per e-sempio.

Il Direttore                      - Meno male che il potere resterà sempre... in famiglia.

Farrell                              - Vedo che non mi prendete molto sul serio.

Il Direttore                      - Mi scuso.

Farrell                              - Per carità... (Si distrae, comincia a canticchiare la sua Quinta Sinfonia, poi ritorna bruscamente all'argomento) Perché governeranno i fi­sici, i biologi, insomma gli studiosi. E gli uomini politici non potranno aspirare ad essere nemmeno assistenti di laboratorio. Potremo spaventarli o con­solarli con una parola, con una formuletta; potremo perfino giocare con loro, se vorremo. Già s'è comin­ciato un po' a giocare con loro... ma tra qualche de­cennio, vedrete! Governeremo. A loro verrà lasciata l'ordinaria amministrazione. Burocrati. Degradazio­ni... (Serio) Non perdiamo, dunque, troppo tempo, a parlare di questi signori ormai decaduti.

Il Direttore                      - (severo) Sono stupito della vostra sicurezza, ma soprattutto della vostra ironia.

Farrell                              - Cercate di non esserlo. Sono sicuro perché sono, come si dice, documentato. E sono un po' ironico perché ho orrore della eccessiva gravità di questa riunione.

Pedro                               - (al Direttore) Non vi preoccupate per me: i politici sono molto spesso anche più grosso­lani. (A Farrell) Voi dunque, illustre confratello, siete persuaso che si sia entrati nell'era della scienza, delle scoperte. Non. è una tesi nuova.

Farrell                              - Non ho detto che sia nuova. Mi sono seccato un po' nel vedere che ci si preoccupa troppo di un mondo in agonia.

Pedro                               - Ammettiamolo pure. Le vostre previsioni?

Farrell                              - Non sono un profeta. Sono un gesuita e un fisico.

Fedro,                              - Avrete dunque una prospettiva?

Farrell                              - L'ho, certamente; ma ho soprattutto l'intuizione di un ritmo, il ritmo del mondo nuovo. Sarà un ritmo rapido, stretto. Non ci saranno, vo­glio dire, troppe resistenze. Per affermare certe con­quiste non ci sarà bisogno di tanti comizi e di tanti trattati. Perché verrà offerto quel che gli uomini aspettano.

Pedro                               - Cioè?

Farrell                              - Quel certo benessere materiale... Io non sono un esperto e dirò forse cose un po' gene­riche...

Pedro                               - Dite, dite... Quel certo benessere mate­riale?

Farrell                              - Ci sarà. Potrà essere offerto a molti. E poi: l'abolizione del ricorso alla guerra, la pro­gressiva scomparsa delle barriere tra paese e paese, tra popolo e popolo. Ma soprattutto l'imporsi, direi automatico, di un nuovo tipo di uomo di comando o di governo, se vi piace di più.

Pedro                               - L'uomo di studio, lo... scopritore, l'in­ventore? (Farrell annuisce) E perché nuovo?

Farrell                              - Avete osservato che noi - gli studiosi -finiamo prima o poi per non avere più una nazio­nalità come, a un certo momento, non ha più nazionalità una grande scoperta? Ecco: nuovi in questo senso. E per questo saremo accolti da tutti con sim­patia, non odiati dagli uni e idolatrati da altri come succede per voi, reggitori politici. Questo tipo di uomo porterà il mondo all'unità e forse alla pace.

Il Direttore                      - Sicché secondo voi - e noi non abbiamo motivo di dubitare delle vostre previsioni di studioso - secondo voi, dicevo, noi, allora, dovrem­mo auspicarlo questo giorno? Mi rivolgo con que­sta domanda allo scienziato, ma soprattutto al ge­suita. Dobbiamo sperare o addirittura pregare che venga presto?

Farrell                              - Scienziato, gesuita. Beh, non posso mi­ca sdoppiarmi! C'è una risposta sola alla vostra do­manda.

Il Direttore                      - Ditela.

Farrell                              - Lo auspichiamo o no, questo giorno verrà. Viene. E' ineluttabile! In questo senso mi sembra un giorno provvidenziale. Allora bisogna aspettarlo; non osteggiarlo, ma andargli incontro quando sentiremo che è alle porte. Ecco.

Pedro                               - Perché non osteggiarlo? Lo si potrebbe anche osteggiare, se si giudicasse pericoloso per i principi e la prassi della vita cristiana. Lo si dovrebbe osteggiare, anzi, in questo caso!

Farrell                              - Si commetterebbe uno dei soliti errori storici che noi abbiamo il cattivo gusto di commet­tere!

Il Direttore                      - Noi... Chi?

Farrell                              - Anche noi gesuiti ne abbiamo com­messi di questi errori, non parliamo poi dei cattolici in genere.

Il Direttore                      - Ma dovremo ben sapere a « chi », a « che cosa » andiamo incontro.

Farrell                              - Certamente. Lo sapremo.

Il Direttore                      - insomma, secondo voi, quello che giungerà sarà il tempo di Cristo o dell'Anti­cristo? (Farrell rimane a testa bassa, silenzioso).

Pedro                               - (ironico) Già comprendiamo dal vostro imbarazzo - e lo sapevamo da soli - che non sarà il tempo di Cristo.

Stefano                            - (ansioso, appassionato) Dite che sarà il tempo dell'Anticristo?

Il Direttore                      - Questo mondo nuovo governato dalle rivelazioni della scienza, diretto dai fisici, dai biologi, dagli studiosi, sarà o no un mondo senza Dio?

Farrell                              - Avevo ben capito il senso della vostra domanda. Pensavo a come formulare la risposta. (Breve pausa) Dio, intanto, ci sarà. (Stefano ha un sorriso. Farrell agitando le mani e tracciando in aria gesti geo-metrici) Lo studioso moderno - tranne po­che eccezioni - e lo affermo per la conoscenza diretta, vorrei dire per l'amicizia che ho per molti di questi uomini, lo studioso moderno ha sempre il senso vivo, spesso acuto, talvolta addirittura mistico, dico mistico! della religiosità di Dio, dunque. E neces­sariamente, direi, perché noi operiamo ogni giorno di più costeggiando continuamente il mistero o inol­trandoci nel suo regno un po' alla cieca... cioè con gli strumenti che ci sono serviti nel viaggio pre­cedente. Ad ogni nuova indagine è come se ci inol­trassimo su un legno sempre più fragile entro un gran mare sconosciuto o troppo buio, o addirittura fosforescente, o assolutamente immobile, o paurosa­mente sconvolto.

Pedro                               - Proprio per questo la religiosità di questi uomini può essere sospetta.

Farrell                              - Sospetta?

Pedro                               - Potrebbe spiegarsi come l'istintivo biso­gno di protezione, di rifugio contro il tremore, lo sbigottimento da cui siete continuamente invasi ad ogni nuova indagine, ad ogni nuovo viaggio.

Il Direttore                      - (di rincalzo) E' vero, è verissimo! Il giorno in cui si liberassero da questo sbigotti­mento, da questo tremore, verrebbe meno, forse, anche quel certo bisogno di protezione e di rifugio ,che voi chiamate, adesso, religiosità, Dio. Quel giorno giungeremmo ad una spiegazione meccani­cistica della vita, o energetica, che è poi lo stesso... insomma, a un nuovo e più compiuto  materialismo.

Farrell                              - Se è questa la paura che avete, rassi­curatevi. Non sarà! Il pericolo, semmai, non è que­sto. Ho parlato di studiosi ricchi di religiosità? Avrei dovuto parlare di scienza. Avete ragione. So­no le strade, sono le conclusioni delle ricerche e delle scoperte nuove ad essere religiose, indipenden­temente dalle persuasioni e dagli atteggiamenti per­sonali degli scienziati. E' la scienza, oggi, che porta all'idea di Dio. L'antica inconciliabilità di scienza e fede era soltanto frutto di ignoranza. Oggi non esiste più, al punto che è addirittura la scienza a postulare la fede e a concludersi nella fede.

Il Direttore                      - Siete persuaso che la scienza por­terà il mondo verso Dio?

Farrell                              - (soprappensiero) Sì... sì... c'è, però, un pericolo, un pericolo nuovo.

Il Direttore                      - Quale?

Farrell                              - Sarà addirittura il... pericolo di Dio. Di questo Dio intravisto, intuito, raggiunto per queste vie insolite, le vie della scienza.

Il Direttore                      - Ogni via che ci porta a Dio è provvidenziale.

Farrell                              - Forse non questa della scienza, almeno per il mondo cristiano! E' vero: la via di questa indagine fisica e biologica ci porta direttamente all'idea, alla presenza di Dio, della sua realtà onni­potente e infinita, ma senza che si sia necessaria­mente indotti a passare per Cristo. Mi capite? Si attinge, cioè, direttamente a Dio saltando Cristo... Sembra che Cristo non sia quel supremo personaggio che si è costretti ad incontrare durante il tra­gitto per giungere a Dio. Si stabilisce invece un ponte diretto tra l'uomo e Dio, e il mediatore non è più chiamato in causa. Sembra che si possa perve­nire a Dio senza di Lui, senza divinizzare la sua sublime storia d'amore, di sangue, di morte, di Redenzione. Senza Cristo, fino a ieri, voleva quasi sempre dire anche senza Dio: oggi sta per nascere un uomo religioso, credente, che potrà perfino non essere cristiano.

Il Direttore                      - (sbigottito) Ma... è mostruoso!

Hudson                            - Toccherà a noi impedirlo, noi che siamo la Compagnia di Gesù! Toccherà a noi difen­dere Gesù!

Stefano                            - Io non credo al vostro mondo, illustre confratello! Ci potrà essere un mondo senza Dio, mai un mondo senza Cristo. Io ne sono il testimone, ogni giorno, ogni ora. Finché ci sarà la sofferenza e l'amore, gli uomini avranno sempre bisogno di Cristo.

Farrell                              - Speriamolo. Però, io non sarei così si­curo della vostra equazione. Potrebbero acconten­tarsi di Dio il giorno in cui le sofferenze fossero mitigate.

Stefano                            - Le sofferenze dell'animo e dell'amore non le mitigherà il Dio della scienza!

Il Direttore                      - Un Dio che sarebbe nient'altro che un'energia più potente. Ritorneremo al Moloch.

Farrell                              - No. Non semplifichiamo per non voler guardare in faccia alla realtà. Il Dio di cui parlo non è solo potenza illimitata, ma ordine supremo.

Hudson                            - Ma è anche amore?

Farrell                              - Dipende da quel che credete sia l'a­more, in Dio!

Il Direttore                      - Qualunque cosa possiate pensare dell'amore di Dio, non potrete ridurlo solamente al timore di Dio!

Farrell                              - Non lo riduco...

Il Direttore                      - Ma sì! Lo sbigottimento, la paura. (Angosciato agli altri) Lo capite il pericolo nuovo, tremendo? Perché, oltre tutto, loro, saranno creduti, saranno seguiti, perché faranno vedere, faranno toc­care, e tutti, piegando la testa dallo1 sbigottimento, crederanno senza più bisogno di una vera fede; la fede in quel che si vede e si tocca, non è la Fede! E se Cristo si dovesse a poco a poco allontanare, ditemi che cosa diventerà il mondo?

Hudson                            - In quel giorno, ritornerà. Io sono certo che se questo dovesse accadere, Cristo ricomincerà ad apparire qui o là... tornerà a farsi vedere a noi uomini!

Stefano                            - E a farsi riconoscere come Cristo?

Hudson                            - Non lo so, ma sarà il momento in cui ricomincerà a fare i suoi miracoli.

Il Direttore                      - No. I miracoli non li farà più! Perché i miracoli, allora, li avranno già fatti loro, gli scopritori, gli inventori! Cristo, se dovesse ritor­nare, non farebbe più i miracoli, sceglierebbe altri segni per manifestarsi!

Stefano                            - Quali? Quali?

Farrell                              - Perché non potrebbe riaprirsi l'epoca del Padre, secondo le parole dell'Apocalisse! Il Pa­dre, cioè il Pensiero.

Pedro                               - L'epoca della manifestazione del Padre si è conclusa. Sarebbe eresia supporne il ritorno.

Farrell                              - O il tempo dello Spirito Santo!

Pedro                               - No, no! Tutta, tutta la rivelazione si è conclusa con Cristo! Non potrà accadere!

Hudson                            - Perché non potrà? Se tempo dello Spi­rito Santo volesse dire avvento del Puro Amore?

Stefano                            - Quale amore? Quale amore sarebbe?

Hudson                            - Cristiano... di Cristo...

Pedro                               - Non può essere! Perché, come faremmo, allora, a distinguere Cristo dall'Anticristo? Sarebbe la confusione.

Il Direttore                      - La Torre di Babele.

Pedro                               - Chi ci direbbe: è Lui, « è proprio Lui! ». E' Gesù ch'è ritornato? Nessuno!

Il Direttore                      - E nemmeno noi - i sacerdoti -potremmo essere di aiuto. Non potremmo più inse­gnare al popolo dei fedeli in che modo riconoscerlo, da quali segni, perché nemmeno noi lo sapremmo. Io mi domando: può il Signore permettere tale confusione per il suo popolo?

Stefano                            - Perché confusione? In quel tempo ognuno sarà chiamato a scoprirlo, a riconoscerlo da solo, come ai tempi degli Apostoli. A suo rischio: dire è Lui o non è Lui, seguirlo o respingerlo se­condo l'ispirazione del suo cuore e l'uso della sua libertà! Ecco il miracolo nuovo! Sarà questo! Il mi­racolo per ognuno! Perché spaventarsi tanto se ciò dovesse accadere?

Il Direttore                      - Ma l'insegnamento di tanti secoli, le certezze di milioni di uomini, tutto andrebbe distrutto. Ah! Sarà la prova più tremenda che mai si sia dovuto affrontare!

Stefano                            - Non avete parlato in principio di segni dell'Apocalisse? E allora? Che c'è da tremare?

Farrell                              - C'è, c'è da tremare! Io, prima, ho tre­mato quando il confratello spagnolo ci ha confidato - ed io gliene sono grato come a un amico di sof­ferenza - di sentirsi svuotato di Dio in certe sere, dopo giornate e giornate di estenuanti trattative po­litiche. Anch'io in certe sere, dopo settimane, dopo mesi di ricerche, dopo essermi avventurato e, spesso, sperduto sulla traccia di un fragile e complicatis­simo sentiero di numeri, entro quelle acque stermi­nate e paurose, ripiegandomi su me stesso, mi sono sentito tremare trovandomi non svuotato, ma troppo pieno di Dio, e nello stesso tempo troppo vuoto di Cristo: senza più quell'amore, scaldato soltanto, se così posso esprimermi, dalla fredda, immensa, luce di Dio, energia prima, luce accecante entro cui riu­scivo a tenere aperta per un istante la mia umana pupilla. Luce inebriante... Ma l'immagine di Cri­sto non mi veniva più spontanea, nemmeno quella struggente della Crocifissione. Eccolo, il mio stra­zio... mio di sacerdote e di studioso. Ve. lo confido... E se mi sforzo con un supremo atto di volontà di richiamare quella Presenza sofferente, è un'imma­gine sfuocata che viene, una presenza che non si in­serisce più con l'antica violenza nelle fatiche della mia anima... quasi rimpianto d'un bene supremo che vado perdendo. E mi domando tremante come un fuscello, mi domando: se questa civiltà che si sta già aprendo un varco direttamente sulla gran luce di Dio dovesse un giorno commemorare il sacrificio di Cristo come il...  perdonatemi la parola bla­sfema... perdonatemi - come il... mito d'una civiltà passata? (Un lunghissimo silenzio).

Pedro                               - (si alza, mette una mano sulla sfalla di Farrell, e parla per primo rompendo quell'atmosfera di totale sbigottimento) Come fronteggiare questo pericolo nuovo, al di fuori, s'intende, dei... casi personali? Il pericolo può essere immenso, d'accordo; ma si deve nel tempo stesso riconoscere che non è imminente.

Farrell                              - Se è già in atto! In atto!

Pedro                               - Per voi, lo so; per pochi come voi, non - fortunatamente - per le masse. E voi, gli scien­ziati, non vi siete ancora liberati di noi, i vituperati politici, noi vi teniamo ancora sotto il nostro sguar­do, sotto la nostra autorità di uomini egoisti, ambi­ziosi, maliziosi, ma concreti. Forse si presenta un caso in cui proprio questi difetti possono tornare estremamente utili! Voi non potete ancora comu­nicare direttamente con la massa, ma dovete pas­sare attraverso il nostro setaccio... Vi controlliamo. Per quanto ancora? Non lo so. Avete parlato di un certo numero di anni... (gesto di Farrell). Comun­que riconoscete che non accadrà domani. Dunque. C'è il tempo per studiare in che modo si può fron­teggiare il pericolo di un allontanamento da Cristo in nome di Dio... o almeno di un certo Dio. E' que­sto, schematicamente, il pericolo. (Gli altri annui­scono) Che c'è da fare? Cominciamo subito, adesso, qui, a vedere praticamente, come... si può...

Il  Direttore                     - Adesso, dite? Forse non adesso... Mi pare...

Stefano                            - Perché non adesso? Ogni minuto po­trebbe essere prezioso!

Hudson                            - Vorreste rimandare?

Il Direttore                      - Non è che voglia rimandare, ma mi rendo conto che siamo rimasti tutti così scon­volti da questa nuova spaventosa prospettiva, che i nostri discorsi, le nostre proposte non sarebbero forse sufficientemente meditate e seréne. Per quan­to mi riguarda - almeno personalmente - vorrei riflettere un momento. Fare una pausa, un istante di raccoglimento o di distrazione. E proprio per non essere vittime di un particolare stato d'animo, di questa atmosfera che s'è creata. (A Pedro) Non vi pare?

Pedro                               - Forse. Non potremo, però, dormirci so­pra come s'è soliti fare in questi casi.

Il Direttore                      - Oh, no! no, no! Tirare un re­spiro... Potremmo bere qualcosa, mi sento un'ar­sura... (Gli altri annuiscono) Quello che doveva es­sere il Direttore, il condottiero, dà prova, come ve­dete, di debolezza! Perdonatelo.

Stefano                            - Cominciate a piacermi da questo mo­mento, e proprio per la... debolezza! I troppi cam­pioni di fortezza e di inflessibilità che ci sono tra noi, finiscono per irritarmi!

Il Direttore                      - Allora... chiamo?

Pedro                               - Chiamate.

Il Direttore                      - (ha appena allungato la mano per premere il bottone del campanello, quando si sente bussare alla porta. Non solo ' il Direttore, ma tutti sono stupiti e si rifanno tesi) Avanti! (Entra il Maitre che accompagna il barman e un cameriere che spinge un carrello dì rinfreschi. Col suo sorriso di complicità).

Il Maitre                          - Almeno bere qualcosa, se proprio non si sentono di scendere a basso... (I gesuiti sì guardano stupiti).

Il Direttore                      - S'era infatti pensato proprio adesso di bere qualcosa, ma...

Il Maitre                          - E' la direzione dell'albergo che, sta­sera, offre ai suoi ospiti... (Offre all'uno e all'altro. Dalla porta lasciata aperta giunge distinta la musica dei saloni. I gesuiti in preda ad una certa circospe­zione sorseggiano. Il Maitre Vi guarda quasi per raccogliere la loro approvazione) E' di loro gradi­mento?

Pedro                               - Strano sapore!

Hudson                            - E' deliziosa... ma disseta?

Il Maitre                          - Bevuta a piccoli sorsi, toglie comple­tamente la sete. Chi beve di questo liquore non avrà più sete.

Il Direttore                      - (al Maitre) Mi dica: Lei ha sen­tito il richiamo del campanello... o...?

Il Maitre                          - Noi... si sente tutto, proprio tutto.

Stefano                            - Ma non poteva aver sentito, Direttore... E in ogni caso non c'era il tempo materiale per ve­nire da noi.

Pedro                               - A meno che non spiasse...

Il Maitre                          - Oh! (Con un sorriso) Faccio il giro delle varie stanze... Sono accontentati? Vogliono altro? (A Hudson) Lei? Ancora un bicchiere? (Av­viandosi dietro il barman e il cameriere) E suonino per ogni necessità. Si cercherà di provvedere a tutto. (Esce).

Il Direttore                      - Strano... sempre più strano! (Fa per andare alla porta a vedere. Stefano posa il bic­chiere, si alza di scatto e si precipita verso la porta. Il Direttore lo ferma) Che c'è?

Stefano                            - Lasciatemi andare... uscire. Voglio che quest'uomo mi spieghi. Voglio  sapere esattamente chi è! Perché tiene questo tono?

Il Direttore                      - Non mettiamoci in agitazione... e non richiamiamo l'attenzione più del necessario.

Stefano                            - Un momento! S'era o non stabilito di fare una pausa? E allora?

Pedro                               - Ma sì, lasciatelo andare. (A Stefano) In­formatevi un po', vedete se fa con tutti così.

Hudson                            - (borbotta) Chi beve di questo liquore, non avrà più sete.

Farrell                              - Che dite?

Il Direttore                      - (più agitato) Che ha detto?

Hudson                            - Nulla... nulla. Sembra uno slogan.

Stefano                            - (è uscito dalla stanza; è sbucato nel cor­ridoio. Guarda di qua e di là: il Maitre è scemi-parso. C'è invece - uscito proprio in quell'istante dalla sua stanza 256 - il Viaggiatore d'Oriente. E' vestito in nero, elegantissimo. Stefano, dopo aver cercato invano il Maitre, si rivolge al Viaggiatore) Avete visto per caso passare il cameriere... o il Maitre col carrello dei liquori, delle bibite?

Il Viaggiatore                  - Sì, è sceso!

Stefano                            - Con l'ascensore?

Il Viaggiatore                  - Credo. (Stefano si precipita verso l'ascensore) Aspettate. Scendo anch'io. Venite alla festa?

Stefano                            - No... no...

Il Viaggiatore                  - Credevo voleste vedere anche voi. Vedere un ballo. Dopo tanto! Curiosità. Noi che veniamo di là, e balli non se ne vedono più.

Stefano                            - (volgendosi bruscamente) Come... di là? Che cosa ne sapete?

Il Viaggiatore                  - Ma come? Se abbiamo fatto anche un tratto di viaggio insieme! Non mi rico­noscete? A «quella sosta», oltrepassata la frontiera, io vi ho anche detto: « Se non prendete questo treno non ne troverete altri fino a domattina».

Stefano                            - Eravate voi?

Il Viaggiatore                  - (annuisce) Devo dirvi che un momento fa, quando vi siete rivolto a me come a un estraneo, ho pensato che aveste qualche motivo particolare per non volermi ricollegare con...

Stefano                            - (con una certa fretta) Nessun motivo particolare. Non vi avevo riconosciuto, semplice­mente.

Il Viaggiatore                  - Eravate piuttosto agitato alla stazioncina di confine!

Stefano                            - Ero molto agitato, sì! Tanto che devo aver sentito la vostra voce senza quasi vedervi.

Il Viaggiatore                  - Si sarebbe detto che aspettavate Qualcuno.

Stefano                            - Invece non aspettavo nessuno.

Il Viaggiatore                  - Oh! Le apparenze! Ecco l'ascen­sore. Arrivederci. (Il lift spalanca l'ascensore, entra il Viaggiatore e lo richiude, e fa per metterlo in moto).

Stefano                            - Aspettate! Scendo anch'io. (Il lift ria­pre la porta e fa passare Stefano dopo averlo squa­drato nel vestito. L'ascensore si mette in moto, scom­pare verso il basso. I gesuiti intanto sono rimasti nella stanza. Hanno finito di bere; qualcuno sì è alzato: Pedro è andato alla finestra e ha scostato la tenda per vedere fuori, la città di notte. Il Di­rettore ha gettato un'occhiata alla sua camera da letto; Farrell ha tirato fuori dei sigari, ne ha offerto uno a Hudson, e s'è messo a fumare in disparte, assorto, del tutto staccato. Pedro avvicinandosi al Direttore che rientra dalla camera da letto).

Pedro                               - Volete che vada anch'io a dare un'oc­chiata?

Il Direttore                      - Eh, no... finiremo per allontanarci tutti, a uno a uno.

Pedro                               - Aspettiamolo, allora. (E si rimette a se­dere. Appena. Stefano e il Viaggiatore d'Oriente sono scomparsi con l'ascensore, il Maitre è apparso pre­cedendo una ragazza straniera, Monda, con un im­permeabile grigio, verso la cabina della telefonista).

Il Maitre                          - (alla Telefonista) Chiamate il 252. (ha Telefonista innesta la spina e accenna alla ra­gazza un ricevitore. La Straniera lo prende acco­standolo all'orecchio. Il telefono squilla nella stanza dei gesuiti).

Pedro                               - (che è il più vicino all'apparecchio alza il ricevitore) Chi è?

La Straniera                     - Stefano! (Silenzio) Stefano è lì?

Pedro                               - (rivolgendosi al Direttore e chiudendo il mi­crofono con la palma della mano) Chiedono di Stefano. Una voce di donna.

Il Direttore                      - (prende lui il ricevitore) Pronto?

La Straniera                     - Stefano?

Il Direttore                      - Chi lo vuole?

La Straniera                     - Non mi conosce. Devo parlare subito con Stefano.

Il Direttore                      - Per il momento non è qui. Mi spiace.

La Straniera                     - (decisa) Ah...

Il Direttore                      - Dovrebbe tardare pochi minuti. Voi dove siete?

La Straniera                     - In albergo. Qui, lo' aspetto nella « hall ».

Il Direttore                      - Non viene da fuori. Potreste an­che salire se avete urgenza di parlargli. Tra poco sarà da me.

La Straniera                     - Vengo. Camera 252, vero?

Il Direttore                      - Sì. (Depone il ricevitore; agli altri) Sale.

La Straniera                     - (al Maitre) Salgo. (Il Maitre fa il gesto dell'« accomodatevi»)

Il Direttore                      - Ma sarà meglio che la riceva uno solo perché non sospetti di niente.

Pedro                               - Chi la riceve?

Il Direttore                      - Solo io, credo, so chi è Stefano. Voi potreste passare di là. (E indica la camera da letto) Lasciate pure la porta socchiusa. Non ci sono segreti. (I gesuiti sì avviano verso la camera da letto). Vi chiedo scusa.

Farrell                              - Non c'è niente da chiedere scusa! E' che, all'improvviso, siamo caduti giù di tono. Il poli­ziesco non lo sopporto!

Il Direttore                      - Lo capisco, è mortificante anche per me, ma non si può sempre navigare nei... vostri mari! Accettiamo anche questo piano secondario -l'avventura quotidiana - questa trama minore della nostra vicenda terrena.

Farrell                              - Aspetteremo, comunque... (E va di là).

Pedro                               - (avvicinandosi al Direttore, un fo' in disparte)

                                        - Chi sarebbe Stefano? Si può sapere?

Il Direttore                      - Viene da una nobile famiglia polacca, i Koromanski... (Vorrebbe probabilmente proseguire, ma bussano alla porta; il Direttore fa cenno di andare dentro. Entrano, accostano la porta. Voi va ad aprire. Appare la Straniera).

La Straniera                     - Permesso?

Il Direttore                      - Accomodatevi.

La Straniera                     - (guardando i mobili, i bicchieri) Siete sicuro che venga qui?

Il Direttore                      - Lo aspetto.

La Straniera                     - Allora è qui la riunione. (Il Di­rettore la fissa in silenzio) So' che Stefano deve par­tecipare ad una riunione. (Il Direttore fa un gesto. La Straniera guarda con insistenza i bicchieri) E' già cominciata?

Il Direttore                      - Non vi basta sapere che, qui, siamo suoi amici?

La Straniera                     - Lo sapevo, questo. Altrimenti non sarei salita.

Il Direttore                      - Sarete, magari, una parente. (Adesso è la Straniera a non rispondere) So che Ste­fano ha parenti anche in Francia.

La Straniera                     - Io, però, non vengo dalla Francia.

Il Direttore                      - (accattivante) Conosco' bene le... vicende della famiglia Koromanski: non dovete dif­fidare.

La Straniera                     - (un po' seccata, ma sincera, netta)

                                        - Non sono una parente. (Pausa).

Il Direttore                      - (riprendendo) L'avevate cono­sciuto prima?

La Straniera                     - Non sono qui per subire un in­terrogatorio. (Pausa) Non lo conosco, questo Ste­fano... (il Direttore ha un moto di stupore) ...ma lo riconoscerò. (Dicendo un po' macchinalmente dei dati a memoria) Alto, biondiccio, occhi grigi... Va bene così?

Il Direttore                      - (serio, immobile) Vi... mandano.

La Straniera                     - Non ricominciamo, ve ne prego.

Il Direttore                      - Quando avete telefonato c'erano altre persone in questa stanza. (La Straniera si fai più dura) Le ho allontanate perché ho pensato che preferiste...

La Straniera                     - Dunque la riunione è incominciata?

Il Direttore                      - Adesso sono di là che aspettano. Posso richiamarle giacché Stefano tarda.

La Straniera                     - No, aspettate... Chi sono?

Il Direttore                      - Non preoccupatevi... Vedrete. (Va alla porta e fa un cenno. Gli altri gesuiti che erano usciti rientrano salutando variamente la ragazza stra­niera).

La Straniera                     - (ha fissato la porta con sempre mag­giore agitazione, come se da un momento all'altro dovesse vedere apparire qualcuno di cui teme la presenza lì. Dopo che sono tutti entrati, chiede con voce in cui si sente l'allarme) E... non c'è più nessuno?

Il Direttore                      - Di là, nessuno. Anche noi aspet­tiamo Stefano.

La Straniera                     - Ah. (E ha come un accascia­mento).

Il Direttore                      - Vi sentite male?

La Straniera                     - No! Anzi... mi sento meglio. Sono così stanca! Non preoccupatevi di me. Aspetto qui.

Pedro                               - (dopo una reticenza, con galanteria un po' spagnolesca) Peccato che non abbiamo niente da offrirvi... bisognerebbe richiamare quel...

La Straniera                     - Non importa.

Pedro                               - (fissandola, come continuasse un interroga­torio di cui è stato testimone) Siete polacca an­che voi?

La Straniera                     - (con un sorriso) No, no.. (Bus­sano alla porta).

Il Direttore                      - Eccolo. (E si muove per aprirla).

La Straniera                     - (si alza anche lei vivacemente e dice al Direttore, vicino alla porta) Parleremo un momento nel corridoio... è cosa di un momento.

Il Direttore                      - Come volete. (E apre. Sulla porta appaiono il Maitre con un gesuita in abito talare. . E' bruno. Come età, ha poco più dì Stefano, ma al contrario di lui, forse per l'abito che indossa, i; suoi modi sono evidentemente ecclesiastici, quasi studiatamente tali. Dopo alcuni minuti si dovrebbe potere esclamare: «è proprio un gesuita!-». Parlerà piuttosto sottovoce, senza mai scomporsi, rimanendo a lungo negli stessi atteggiamenti, dando ai suoi discorsi o una sottile allusività o una articolazione dì logica che sottintendono una formazione ben pre­cisa e una mentalità ormai formata. La Straniera fissa il gesuita e ha un vivo trasalimento. Il Diret­tore a sua volta fissa la Straniera e osserva la sua reazione).

Farrell                              - (come venendole in soccorso) Non è lui. Non facciamo tante storie!

La Straniera                     - (con un'occhiata riconoscente a Far­teli) Lo vedo bene che non è lui. (Il Maitre, stavolta, non ha parlato. Sì accontenta di fare en­trare con un gesto il nuovo venuto).

Alessio                             - (ancora vicino alla porta) «Alessio».

Il Direttore                      - (ripete ormai macchinalmente la sua formula) Buon viaggio? Il Direttore della Com­pagnia sono io. (Alessio mette il ginocchio a terra e con molto stile bacia la mano al Direttore) Siete in ritardo. Stefano vi ha aspettato a lungo alla fron­tiera.

Alessio                             - (cercando gli occhi della ragazza straniera, con una certa inquietudine) Già, Stefano?

Il Direttore                      - (cercando dì interpretare lo sguardo di Alessio alla Straniera, interviene) La signora non fa parte, evidentemente, della nostra riunione. Aspetta soltanto Stefano. (Al Maitre) Deve aver par­lato con voi, prima... dove lo avete lasciato?

Il Maitre                          - Con me? No.

Pedro                               - (seccato) Ma si! Appena siete uscito di qui... dopo averci offerti i rinfreschi. Ebbene, vi ha seguito.

Il Direttore                      - Si tratta di quel nostro amico. Il più giovane tra noi.

Il Maitre                          - Ho ben capito: Stefano. No, non ci siamo parlati. Se avete bisogno di lui potremmo cer­carlo.

Pedro                               - (intervenendo, brusco)  Non importa, gra­zie! E adesso, abbiate la compiacenza di uscire.

Il Maitre                          - Subito. Non avete molta simpatia per me, signore. Si vede.

Pedro                               - Né molta, né poca: non ho l'abitudine di farmi guidare dalla simpatia. Semplicemente. E mi fa piacere che si veda.

Il Maitre                          - Eppure nel nostro caso... Noi siamo della stessa terra. Anch'io sono spagnolo... di origine.

Pedro                               - Non si direbbe.

Il Maitre                          - E' vero. Ho ormai perduto certi carat­teri; mi sono - come dire - internazionalizzato. Que­sta vita! (Brusco) Vi lascio la vostra libertà! (Ed esce).

Pedro                               - Anche spagnolo, adesso! Mah!

Il Direttore                      - Accomodatevi, Alessio. Non rima­nete in piedi. (Alessio si siede verso- il proscenio, il Direttore gli va vicino, si china su dì lui e gli dice piuttosto sottovoce) Vi metteremo subito al corrente delle nostre discussioni. Non appena rientra Stefano e quando avremo potuto dare una risposta a... quel­la ragazza.

Alessio                             - Quando è arrivata?

Il Direttore                      - Poco prima di voi.

Alessio                             - ...e perché proprio Stefano mi aspettava alla frontiera?

Il Direttore                      - (stupito) Non lo so... ma pare che fosse nelle vostre intese.

Alessio                             - Vostre... di chi?

Il Direttore                      - Vostre con Stefano.

Alessio                             - lo non conosco Stefano. Chi sarebbe?

Il Direttore                      - Non conoscete?... (Chiama gli al­tri) Sentite... per favore... (E se li raccoglie attorno) Non conosce Stefano... (Alessio rimane impassibile sotto gli sguardi degli altri confratelli) Ma chi vi consegnò le istruzioni?

Alessio                             - (pronto) Ilario. « Unicuique suum », mi disse.

Il Direttore                      - Esatto. « Unicuique suum».

Pedro                               - Stefano potrebbe chiamarsi anche Ilario.

Alessio                             - (lanciando un'altra occhiata alla Straniera) E' possibile. Vedremo.

Pedro                               - (che ha notato lo sguardo di Alessio alla Straniera, prende con una certa vivacità il Direttore per un braccio, lo porta al proscenio, il più avanti possibile e gli dice sottovoce) Non si può conti­nuare questo discorso in presenza di estranei. Non si può, assolutamente... (E si volge a guardare la Straniera).

La Straniera                     - (si alza di scatto, fa per attraversare la scena) Vi lascio liberi anch'io, signori! Esco, Lo troverò da sola!

Alessio                             - (andando verso il Direttore) Non lascia­tela uscire. Non mi pare opportuno.

Il Direttore                      - (fermo) Mi spiace. Ma ormai do­vrete aspettarlo qui.

La Straniera                     - E perché?

Il Direttore                      - Ci sono alcuni punti che deside­riamo chiarire insieme, di fronte a tutti. Ritornate a sedervi e, laggiù, per favore. (E le indica una pol­trona vicino alla finestra nell'angolo più remoto del­la scena. La Straniera fremente, va a sedersi dove le ha indicato il Direttore. Il Direttore, preso da un certo orgasmo) Possibile che sia sparito così proprio pochi momenti prima che giungesse la... (E accenna alla Straniera).

Pedro                               - Non è poi una lunga assenza. Vorrà ren­dersi conto con esattezza...

Alessio                             - (curioso) Di che?

Pedro                               - (lo guarda) Della identità di una persona, qui nell'albergo... (E si dirige all'angolo dove è. se­duta la Straniera; con un tono confidenziale e per­fino leggermente mondano) Gli amici di Stefano saranno anche i vostri amici?

La Straniera                     - Cioè?

Pedro                               - (accennando ad Alessio) Lo conoscete?

Alessio                             - (che ha seguito la manovra di Pedro e si è avvicinato, interviene) Oh, no!

Pedro                               - Non voi, lei; ma mi è parso che la signora vi conoscesse. No? Guardatelo, guardatelo bene.

La Straniera                     - (afona, impassibile) Non lo co­nosco.

Pedro                               - (ridiscende la scena a fianco di Alessio. D’improvviso, toccandogli la veste) Perché... questa? L'avete solo voi, ve ne sarete accorto.

Alessio                             - (con una certa tensione) L'ho indossata appena varcata la frontiera.

Pedro                               - (insistendo, col figlio di un esperto in certi interrogatori) Si era consigliato altrimenti. Ve­dete, tutti noi! Avete letto le istruzioni?

Alessio                             - Mi sono detto che era forse il solo modo di passare inosservato se qualcuno- - di là - accorgen­dosi della mia scomparsa, mi avesse segnalato... di qua. Le istruzioni, caro confratello, vanno anche in­terpretate, non seguite passivamente.

Pedro                               - Veramente dovrebbero essere soltanto eseguite, e se è necessario anche passivamente. La vostra spiegazione, però, mi convince.

Alessio                             - Ma... si è certi dell'identità di questo Stefano?

Pedro                               - Chiedetelo al Direttore. (Al Direttore) Dice se si è certi dell'identità di Stefano.

Il Direttore                      - Fino a un momento fa ne eravamo certi.

Alessio                             - E... si è parlato, finora, nella riunione di argomenti importanti, compromettenti?

Il Direttore                      - Importanti, sì. Importantissimi. Compromettenti... Beh!

Alessio                             - Rivelazioni, documenti?

Il Direttore                      - No. L'esame dei rapporti non è stato fatto. Anche perché manca ancora... Roma.

Alessio                             - Sia ringraziato il cielo... e per quel che devo dire io meglio, forse, che Stefano non sia presente, almeno fino a quando certi dubbi che sembrano essere sorti... (Si infila una mano in una tasca interna e ne toglie un fascicolo di carta finis­sima che, sfogliato, è composto da un numero in­sospettato di pagine. Alessio sottolinea tutto ciò con molta cura, poi appagando la curiosità dei confra­telli) E' un rapporto segreto... sulla situazione reli­giosa di là. Ci sono tracciate le basi per un possi­bile accordo... (E porge al Direttore il fascicolo).

Il Direttore                      - (lo apre, ne legge alcune righe, lo sfoglia, butta l'occhio qui o lì, poi corre alle con­clusioni. Sembra estremamente soddisfatto) Non vi abbiamo fatto certo l'accoglienza che questo rap­porto meritava!

Alessio                             - Non sono qui per ricevere delle « ac­coglienze». Occorre essere disposti a tutto, anche a non essere... riconosciuti dai «nostri», a essere magari accolti con sospetto... (Guarda Pedro) Sem­pre per la maggiore gloria di Dio! (lì Direttore va a prendere il tavolino da tè, lo porta più avanti verso il proscenio, accende la lampada, apre il fa­scicolo e si mette a leggere. Gli altri gesuiti gli sono accanto, stretti l'uno all'altro, chi in piedi, chi se­duto. Alessio, che è rimasto un po' staccato, volge lentamente il capo e fissa la Straniera, ha Straniera risponde allo sguardo di Alessio, poi senza alcuna espressione ha un cenno di diniego col capo, e ri­prende la sua immobilità. Fuori, l'ascensore si apre lasciando uscire Stefano e il Viaggiatore d'Oriente. Stefano è estremamente stanco, e addirittura un po' brillo, e si sorregge al braccio del Viaggiatore).

Il Viaggiatore                  - Non preoccupatevi. Entrate un momento da me... (ed entra insieme a Stefano nella sua camera n. 256) Stendetevi qui... e riposate uni po'.

Stefano                            - (balbettando) Ma... mi aspettano.

Il Viaggiatore                  - Arriverete al momento' giusto, non dubitate. (Stefano si assopisce sul divano. Nella stanza 252-254 ì gesuiti sono assortì nella lettura del rapporto di Alessio. Il Maitre, fuori, sta scam­biando qualche parola con il lift; poi si dirige verso la stanza della riunione. Bussa).

Il Direttore                      - A... avanti.

Il Maitre                          - (appare: si ferma sulla soglia) Sono in grado di dirvi che il vostro amico è stato visto a! ballo in compagnia di... di un altro ospite del-: l'albergo.

Il Direttore                      - Di chi?

Il Maitre                          - Mi chiedete un'informazione che non potrei darvi. Non si rivela mai l'identità degli ospiti. Però... Si tratta di un viaggiatore che viene dall'Oriente.

Il Direttore                      - Credete che siano ancora nei saloni?

Il Maitre                          - Forse.

Il Direttore                      - La... festa continua?

Il Maitre                          - Oh, sì! Fino all'alba.

Il Direttore                      - Credo che si debba scendere anche noi... Trovarlo.

Il Maitre                          - (ha un sorriso di approvazione) Tanto più...

Il Direttore                      - (avvicinandoglisi) Tanto più?...

Il Maitre                          - (tirandolo un po' da parte, con tono di complicità) ... Tanto più che la vostra assenza è già stata notata. Siete i soli ospiti che abbiano disertato la festa. Potrebbero ricollegare...

Il Direttore                      - Ricollegare... che cosa?

Il Maitre                          - Voi volete passare inosservati, se ho ben capito. Non aspettate troppo prima di scendere. Credete a me... Io ho a cuore la sorte dei! nostri ospiti. Specialmente la vostra...

Il Direttore                      - Non capisco perché specialmente la... nostra. (Allontanandosi, agli altri) Comunque...; Si scende, allora...

Alessio                             - Non vorrei scendere con quest'abito.

Il Direttore                      - Potete non scendere, voi.

Il Maitre                          - (ad Alessio) La vostra stanza è già pronta, reverendo Padre. Settecentosettantotto: piani alti.

La Straniera                     - (si alza) Maitre, pregate questi...; signori di lasciarmi andare.

Il Maitre                          - Mah!

Il Direttore                      - Certamente. Scenderete con me, signora. (Il Direttore si infila il rapporto in una tasca interna).

Il Maitre                          - Una compagnia che non mancherà di interessarvi. (Occhiata delusa di Alessio alla Stra­niera).

Alessio                             - Dunque, io vado.

Il Direttore                      - Tra un'ora. Qui.

Alessio                             - Va bene. Tra un'ora. (Esce. Poi escono nell'ordine: Farrell e Hudson, insieme; Fedro e, per ultimi, il Direttore e la ragazza straniera. Il Maitre rimane solo nella stanza; va alla finestra, apre le tende, spalanca i vetri, si vede tutta la città. Poi va alla porta divisoria con la camera 256. Batte due colpi leggeri con le nocche. Dopo un istante altri due colpi gli rispondono).

Il Maitre                          - (dalla porta) Buon lavoro!

Il Viaggiatore                  - (accanto alla porta) Anche a voi! Buon lavoro! (Il Maitre sorride e si allontana. Esce dalla stanza- 252-254, passa nel corridoio, ne percorre un tratto, poi si ferma di fronte al pub­blico).

Il Maitre                          - (con un sorriso) Sono riuscito a man­dare al ballo... i Reverendi Padri della Compagnia di Gesù! E andiamo a sorvegliarli... (Esce).

INTERMEZZO

Durante l'intervallo si è udita la musica prove­niente dai saloni, in basso, dove si svolge la festa. Si vede l'ascensore salire. Ne escono il Maitre e una coppia di giovani in abito da sera. Si tengono per mano; sono innamorati).

Il Maitre                          - (dirigendosi verso la camera 252-254) Una camera piuttosto famosa... (E si appresta ad aprire con il passe-partout).

La Ragazza                      - (curiosa) Chi c'è stato?

Il Maitre                          - Oh! Penso che un giorno questa camera sarà ricordata...

La Ragazza                      - (accanendosi un poco) Ma perché?

Il Giovanotto                   - E che t'importa? Non hai capito che vuol chiacchierare? (I due entrano).

La Ragazza                      - Ma... non è libera?

Il Maitre                          - E' stata occupata fino a mezz'ora fa. Adesso... è liberissima. Manderò la cameriera a far le pulizie.

Il Giovanotto                   - No, no... Non voglio che ci disturbino, adesso.

Il Maitre                          - Va bene. (E fa per uscire).

Il Giovanotto                   - (raggiungendolo sulla porta e dan­dogli una mancia, sottovoce) Fate davvero in modo che nessuno ci disturbi.

Il Maitre                          - Grazie. (Esce. Il giovanotto chiude la porto dall'interno; poi raggiunge la sua compagna sul divano. Il Maitre va lentamente verso la stanza 256, apre con il passe-partout. Dentro c'è Stefano, ancora addormentato sul sofà, e il Viaggiatore che lo assiste come un angelo custode. Anche il Maitre si china per un momento sul sonno di Stefano, poi prendendo per la mano il Viaggiatore lo porta fuori, nel corridoio, verso il proscenio) Gli ospiti si sentono soddisfatti... giù alla festa. Mi sono ac­ corto che la loro vera pena è doversi rinchiudere nelle stanze - sono celle, celle - soli. Hanno bisogno di compagnia. Allora cominciano le chiamate: cam­panelli, telefono. Vogliono vedere gente, sentire voci anche di notte... Proprio di notte! Mi piace, per questo, interrogare il personale notturno, sono tutti d'accordo: chiamano per ragioni futili... inesistenti, niente! Qualcuno ha il coraggio di ammet­terlo. Altri: la minerale, la finestra o la tenda che non chiude, il rumore dell'acqua nel lavandino... La verità: hanno paura del buio... del sonno. Non possono, o non vogliono dormire, come i bambini. Verso l'alba comincia il tempo dell'abbandono, du­ra meno di tre ore. Finisce col sole... Stanotte, in­ vece, si fanno tutti compagnia... (Musica. Da una laterale entra Alessio: è circospetto. Si dirige verso la camera della riunione, prova ad aprire; poi si toglie dalla tasca una, chiave e prova ad aprire con quella. La porta resiste; hanno chiuso' di dentro. Il Maitre continua a parlare, con naturalezza, pur seguendo l'azione di Alessio) Solamente l'amore basta a se stesso. Tende, anzi, a sfuggire le compagnie. Si isola, si nasconde, come avesse timore d'essere sco­perto... e guastato. (Ironico) L'amore si chiude... e non sente più. Non ha più né occhi, né orecchie... (Alludendo alla stanza) Non sentono... e non dor­mono. Anzi, sono al massimo della vita... ma ogni altro segno di vita - attorno a loro - s'è annullato... (Alessio tenta ancora di aprire, dì scuotere la porta; e fa rumore. Il Maitre, dal suo angolo, non visto) Ssst! Ssst! (Alessio si ferma bruscamente, si guarda attorno, poi si allontana in fretta. Il Maitre, conti­nuando) Porta bene la veste... da vero gesuita...

Il  Viaggiatore                  - Che avrà voluto?

Il Maitre                          - Non può star solo... (Poi rivolgendosi con un sorriso al Viaggiatore) Dunque! Vi ha stu­pito il richiamo?

Il Viaggiatore                  - Un poco. Ma non troppo. Un giorno o l'altro avremmo pur dovuto avere un in­contro in cui dirci... tutto! Chiarire, spiegare...

Il Maitre                          - Quando ci lasciammo, e voi parti­ste per l'Oriente il mio dolore fu così grande che mi resi conto solamente allora quanto fosse pro­fonda la nostra amicizia.

Il Viaggiatore                  - (vivace) Ma se foste voi ad allontanarmi.,, così bruscamente, così risolutamente!

Il Maitre                          - E feci bene!

Il Viaggiatore                  - AI punto che, per gli altri, la mia partenza sembrò una fuga... o una cacciata. Lo lasciai che credessero così...

Il Maitre                          - Vi rifiutaste perfino di scrivermi, nei primi tempi...

Il Viaggiatore                  - Non è che mi rifiutassi. Avrei voluto scrivere tanto, troppo, e troppo... umana­mente, forse. Ecco. Preferivo, allora, il silenzio. (Breve pausa).

Il Maitre                          - Come... andarono le cose? Non l'ho. mai saputo! Dal viaggio... in poi...

Il Viaggiatore                  - Dopo essere rimasto tramortito dal viaggio e dalla lontananza, cominciai a muo­vermi in quei paesi sterminati e sconosciuti. Giap­pone, India... Talvolta camminavo, di notte, per delle pianure immobili e gialle come la luna, e mi mettevo a cantare, cantare a piena voce... da solo...

Il Maitre                          - Che cosa cantavate?

Il Viaggiatore                  - Quello che mi veniva su... dal cuore...

Il Maitre                          - Quella vostra canzone francese?... «La couleur d'une rose...».

Il Viaggiatore                        - Sì, anche quella... ma poi can­zoni d'amore della mia giovinezza spensierata: «L'amour aux yeux cachés».

Il Maitre                          - Ah! (E l'accenna. Il Viaggiatore si unisce a lui e il canto d'amore diventa a due voci). E quella canzone spagnola che v'insegnai...

Il Viaggiatore                  -  « El fu ego »?

Il Maitre                          - (annuisce) «El fuego»!

Il Viaggiatore                  - Oh! (E sottovoce canta le -prime note di «El fuego») I milioni e milioni di uo­mini che mi circondavano non mi hanno mai tenuto tanta compagnia come questi canti... Allora, per non essere preso dallo sconforto, mi son messo a viaggiare e a parlare. Viaggiavo e parlavo... freneti­camente: avevo fatto la voce roca. Cambiavo con­tinuamente luogo. Devo dire che non mi resi mai esattamente conto se le mie parole fossero intese per il loro giusto verso. Le facce di quei popoli non parlavano... Mi circondavano, mi erano vicini, ma non sapevo che cosa significasse la loro vicinanza dopo che avevo provato la vostra... Ancora la sen­tivo a migliaia e migliaia di chilometri lontano... Un giorno, mentre ero in viaggio su una barca, mi ammalai di febbri... mi condussero a terra, in una isoletta della Cina, proprio di faccia a Canton, e mi ricoverarono in una capanna. La barca doveva continuare il suo viaggio; mi lasciarono solo... Fu lì, in quella solitudine e in quella gran febbre che io, ricordandomi più disperatamente di voi, mi rim­proverai di non avervi mai chiesto il perché!

Il Maitre                        - Quale perché?

Il Viaggiatore                - Il perché del mio allontana­mento! Ci doveva ben essere un perché, ed io non lo sapevo. Ero stato tanto orgoglioso da non voler chiedervelo mai. Ma adesso mi sentivo... morire, e il non saperlo era sofferenza e punizione troppo grande. Perché, ancora, non potevo capacitarmi... capire...

Il Maitre                          - Che si possa allontanare ciò che sii ama, e proprio nel momento in cui si ama di più? Era questo, in fondo, che non capivi?

Il Viaggiatore                - Sì! E al pensarci mi ribellavo, e mi ribello ancora! Inumano, mi sembra. Mostruoso! Perché?

Il Maitre                        - Perché quest'amore non rimanga solo per noi, ma spezzandosi, rompendosi per il gran! dolore, per lo strazio che si prova, dilaghi nel mondo e inondi anche gli altri. Non ti rendi conto, Francesco, che dovunque, sempre, è lo stesso amore, quando si ama! E allora si deve amare non sol­tanto col nostro amore, ma anche con quello degli altri; donando non solo il nostro, ma anche quegli altri amori ch'erano per noi, destinati a noi, che avremmo voluto unicamente per noi... E invece si donano, si mettono in comune!

Il Viaggiatore                - (come per una rivelazione) Oh, questa sublime circolarità d'amore! Un po' inumana, però...

Il Maitre                        - Forse. Più che umana, certo.

Il Viaggiatore                - Non l'avevo capito! Non avevo capito niente! Perdonatemi... Io deliravo e tremavo per la febbre... ero alla fine... senza aver capito la cosa più importante! Non sono degno! Tutto quel che ho fatto laggiù, quel che ho sofferto vale ben poca cosa... perché il mio cuore non era liberato da questo peso, da queste scorie.

Il Maitre                        - Non t'inquietare, Francesco. Tu non I avevi ancora capito, è vero, ma avevi già operato,  « così », come se avessi già inteso. Per questo, amico mio, quando decisi di tornare qua, feci cenno a te - a te - e non ad altri. E tu venisti a tenermi. compagnia.

Il Viaggiatore                - Come avete potuto ritornare ! dopo... tanto, a questo lavoro?

Il Maitre                        - Ti dirò che ho sempre avuto una \ \ gran nostalgia di seguire quel che un giorno avevo creato e avviato. Il riposo, talora, non ci basta. Si ha l'impressione di essere stati messi a riposo troppo presto... E... sono qui.

Il Viaggiatore                - Nuovamente insieme! A com­piere una straordinaria opera di amicizia!

Il Maitre                        - Sì, sì... di amicizia...

Il Viaggiatore                - Non sono, forse, tutti amici?

Il Maitre                        - Tutti amici, ma... così distratti. Non sono stati sfiorati nemmeno da un dubbio, da un sospetto vedendomi... e non una, ma tre, cinque volte... niente! Almeno un trasalimento interiore, avessero avuto, sentendomi tra loro... (Scuote la testa un po' sconsolatamente).

Il Viaggiatore                - Ma perché?

Il Maitre                        - Perché, l'hai visto, sono dominati dal timore, dalla paura umana, e, allora, non ve­dono più niente. Dalla paura, e anche da un certo orgoglio. E' quasi sempre l'orgoglio che genera la paura...

Il Viaggiatore                - Ma... vi riconosceranno?

Il Maitre                        - Speriamo... speriamo che almeno alla fine... ci riconoscano. (Pausa. Bruscamente) E ades­so, rimettiamoci a lavorare. (Guarda l'orologio) S'è fatto tardi.

Il Viaggiatore                 Sono pronto. «

Il Maitre                        - Rientrate, e tenetegli semplicemente compagnia. Su, su, andiamo! (Il viaggiatore si avvia. Il Maitre è in piedi in mezzo alla scena. La mu­sica è a un culmine di fragore. Il Maitre si con­centra, poi rivolto al pubblico, batte due volte le mani con una certa forza, un po' al modo dei pre­stigiatori. La musica sì interrompe di colpo. Al pubblico, dopo un brevissimo silenzio) La festa è finita! La Direzione dell'albergo ringrazia tutti i suoi ospiti! Buon riposo... (Le luci si abbassano).

PARTE SECONDA

(Dall'ascensore e dal corridoio giungono vari ospiti che si incrociano e vanno verso le loro stanze. Qual­cuno fischietta un ballabile, qualche altro ride con un compagno. Pedro e Farrell arrivano insieme par­lottando e si fermano davanti alla stanza 252-254. Poi si vede Hudson in compagnia di un vecchio signore negro che saluta. Ed ecco il Direttore con la Straniera).

Il Direttore                    - Scusatemi. Abbiamo voluto dare un'ultima occhiata ai saloni mezzi vuoti... macché! Non si trova! (E intanto infila la chiave nella ser­ratura e la fa girare).

Pedro                             - La cosa comincia a diventare... insolita.

Il Direttore                    - Preoccupante... (E insiste nell'apri­re la porta) Come mai?... Resiste, questa porta! (Fa ancora girare la chiave).

Pedro                             - E se Stefano fosse già qui, chiuso den­tro? Potrebbe essere risalito mentre noi eravamo a basso... (Batte con le nocche alla porta. Silenzio. Batte più forte con il palmo della mano). Il Viaggiatore - (si affaccia dal 256) Cosa c'è? Manca la chiave? .

Il Direttore                    - Mi scusi... la chiave c'è... Abbiamo l'impressione che qualcuno si sia chiuso dentro.

Il Viaggiatore                - Chiamino il Maitre...

Pedro                             - Oh, quello! (E dà un colpo più forte alla porta. Anche il lift sì è avvicinato e il Direttore gli dice).

Il Direttore                    - Chiamatemi il Maitre, subito. (II lift corre via).

Pedro                             - (accostando l'orecchio alla porta) Ssst...

Il Direttore                    - C'è... qualcuno?... (Pedro annui­sce e fa cenno dì tacere; poi all'improvviso batte un altro colpo alla porta che si apre dì colpo. Appare il Giovanotto e dietro di lui la Ragazza).

Il Giovanotto                - Sono loro che battono in que­sto modo?

Il Direttore                    - Siamo noi. Desidero rientrare nel­la mia stanza. Lei come si trova qui?

Il Giovanotto                - Mi è stata assegnata!

Il Direttore                    - E da chi?

Il Giovanotto                - Dal Maitre... da qualcuno dell'albergo... che ci ha condotto...

Pedro                             - Questa poi!

La Ragazza                   - Ma glielo giuro!

Il Direttore                    - Non importa che giuri, signora. Ci sarà stato un equivoco, allora. Lo vedremo. (An­che gli altri, a uno a uno, sono entrati nella stanza; Il Viaggiatore si ritira nella sua camera).

La Ragazza                   - Ma qui mi pare che si cresca! Che è tutta questa gente! Tutti a vedere noi? Oh, oh! E quanti ne devono entrare ancora? (il  Direttore si è toccato la tasca interna; e, preso da un improv­viso orgasmo, s'è messo a guardare attorno come chi cerca qualcosa un po' convulsamente) Che ha da guardare? Manca forse qualcosa?

Il Giovanotto                - Nessuno ha toccato niente, stia pur tranquillo. Non abbiamo nemmeno avuto il tempo di... sistemarci. Saremo entrati un quarto d'ora... venti minuti fa...

Il Direttore                    - (a Fedro) Ma io non trovo più... il rapporto... Chi lo ha preso? Io?

Pedro                             - (accennando al tavolino) Quando sono uscito era ancora lì sopra.

Il Direttore                    - (ai due, senza controllarsi) Qui sopra c'erano delle carte... dei documenti! Dove sono?

La Ragazza                   - Ma si figuri! Che importa a noi dei suoi documenti! Avevamo altro da... pensare. (E ride) Ma vedi un po' quel che deve succedere... (Al Giovanotto) E chiama, tu! Chiama... quello!

Il Direttore                    - Non si disturbi! E' già fatto.

La Ragazza                   - Dico io, se... Ha mai visto dei ladri di documenti che si fanno trovare chiusi dentro... a chiave! (Appare il Maitre) Eccolo! (Aggredendolo) Ma lei... dico lei... in che pasticcio ci fa trovare!

Il Maitre                        - (cercando di calmarli) Un momento... Vediamo...

La Ragazza                   - Questi signori dopo tutto hanno ragione... E' la loro camera. Ma anche noi che colpa abbiamo? Mancano dei documenti, dicono!

Il Maitre                        - Un fascicolo?

La Ragazza                   - E che ne sappiamo!

Pedro                             - Sì, proprio un fascicolo.

Il Maitre                        - E' in direzione.

Pedro                             - Come mai?

Il Maitre                        - Il lift l'ha trovato nell'ascensore. Forse qualcuno di... loro l'avrà smarrito.

La Ragazza                   - Oh! Li doveva sentire, un minuto fa! Ma noi, come ci siamo... qui?

Il Maitre                        - (con un vago sorriso) Come ci siete?

Il Giovanotto                - Sì, come ci siamo!

La Ragazza                   - E non rida sotto i baffi, lei, per­ché il vero responsabile di tutto l'incidente è pro­prio lei.

Il Maitre                        - (al Direttore) Li facciamo uscire su­bito, mi scusino... Un increscioso equivoco. (Alla coppia) Tra quanto possono lasciare la stanza?

La Ragazza                   - Oh, per questo noi facciamo in un momento... (Indicando un soprabito e una sciarpa) Prendi un po' lì sopra, Gino... no... sul letto...

Il Direttore                    - Sul letto?

La Ragazza                   - Eh, sì... perché?

Il Direttore                    - E' estremamente seccante tutto questo... estremamente...

La Ragazza                   - Ma se le dice che c'è stato un equivoco... una stanza per un'altra... non sarà poi la fine del mondo. A me, a dire il vero, m'era sem­brato che fosse occupata... E gliel'avevo detto... Dam­mi anche la borsa, tesoro... è lì, nel bagno... (Si infila il soprabito, si mette un po' a posto).

Il Direttore                    - (nervoso, vedendola indugiare da­vanti allo specchio) Si sbrighi, signora, che ab­biamo da fare.

La Ragazza                   - Un momento... Ci vorrà il suo tempo, no! Oh! Gino, anche il rossetto, porta... è sul lavabo... (Gli occhi di tutti sono fissi su di lei) E che c'è poi da guardare a quel modo? Che siamo nati oggi?

Il Direttore                    - (al Maitre) Lei conoscerà i nomi, penso...

La Ragazza                   - I nostri? Sicuro che li conosce! E che ci vuol fare con i nomi?

Il Direttore                    - Potrebbe non finire così! La Ragazza - Ah, dice di no? E che potrebbe succedere? Ce lo dica un po' che ci piace saperlo... (Si mette a ridere) Che ha intenzione di fare: una denuncia? Violazione di... domicilio?

Il Giovanotto                - Ada, Ada, lasciali perdere!

La Ragazza                   - Eh, no! Mi son ritornati i nervi, adesso; m'erano passati, ma con questo qui mi ritor­nano! Credono di mettermi paura con le allusioni... i nomi... Ah! ah! Lei spera che mi metta a pian­gere e la scongiuri in ginocchio di chiuderla qui, questa faccenda... per lo scandalo che potrebbe ve­nir fuori... Avermi trovato in una camera d'albergo con un giovanotto, eh? Ma lei ha proprio capito male! Lei non mi conosce proprio per niente! Io, secondo lei, dovrei... vergognarmi, secondo voi, ve lo vedo scritto in faccia. Vergognarmi di chi? Di loro? E perché?

Il Direttore                      - (al Maitre) La faccia far finita... Noi dobbiamo... riunirci...

La Ragazza                   - Non sia nervoso anche lei: un minuto, un minutino solo! Tanto per spiegarci! Per­ché poi, domani, quando l'andrà a raccontare fuori, non dica che ci ha cacciato via a male parole! No... no... Vi riunite tra un minuto... non sarà la morte di nessuno. E' una riunione molto importante? A quest'ora di notte? Siete forse dei politici... o degli industriali? Ho indovinato, scommetto... (AI Di­rettore) S'immagini se non la conosco, la gente co­me loro! Di gente come loro è piena tutti i giorni la casa di mio padre: colazioni, pranzi, ricevimenti.., Ne ho fin qui! Per l'importanza che si danno, dall'alto, guardano!

Il Direttore                    - Noi non siamo né politici... né industriali.

La Ragazza                   - Ah! E' già qualcosa. (Si alza) Sa­ranno medici o professori... (Il Maitre bisbiglii qualcosa all'orecchio del Direttore ed esce. La Ragazza, continuando) Se ne fanno tanti di congressi! di questo genere! Meglio, dopo tutto! Ma cinque minuti si possono perdere Io stesso.

Hudson                         - Siamo sacerdoti, signora.

La Ragazza                   - Sacerdoti? Preti, vuol dire?

Hudson                         - Sì.

La Ragazza                   - Preti... dei nostri? Cattolici? (Hud­son annuisce) Ah! Non si sarebbe detto! E' vero, Gino, che non si sarebbe detto? Vestiti così... e, con una ragazza, anche... Io, almeno, non l'avrei detto! Mi dispiace!

Farrell                            - (ridendo) Perché le dispiace, poi!

La Ragazza                   - Mi scusino... ho detto così... ma vo-j levo dire un'altra cosa... Mi dispiace che siano preti perché se fossero stati altra gente... più... come. dire... più alla mano... più bassa... mi sarebbe piaciuto prendermi una soddisfazione.

Farrell                            - Ma se la prenda lo stesso!

La Ragazza                   - Oh, con loro... Benché senza ilvestito io non senta nessuna...

Farrell                            - Dica, allora, se non sente nessuna... som sezione!

La Ragazza                   - Volevo dire: questa riunione importante che cosa sarà mai? Pensavo alle elezioni. se si fosse trattato di politici, o a degli accordi di danaro, se foste stati industriali... Che sarà mai  questa riunione? Cose importanti, eh! Io non di credo che siano poi cose tanto importanti nemmeno le loro, benché siano preti... (Verso Gino) Almeno non saranno così importanti come le nostre... come il bene che ci vogliamo noi due... Bene concreta sapete! Non a chiacchiere! (Alla Straniera) Lei forse mi capisce... che è donna! Disapprova? Qual è un'altra cosa più importante del bene, dell'amore? Ditela! Avanti! Guardiamoci in faccia, non abbas­siamo gli occhi, signori miei. Va bene che loro sono preti, e certe cose, magari, non le possono nemmeno capire fino in fondo, perché non le pos­sono sapere... me ne rendo conto... siete come ta­gliati fuori... ma...

Hudson                         - Si sbaglia! Non siamo affatto tagliati fuori! Noi, anzi, siamo i soli che potrebbero capire!

La Ragazza                   - I soli, poi! Come fate a capire. voi che siete... puri? (Silenzio imbarazzante) Perché siete proprio puri, è vero? Non c'è mica malizia in quel che dico! Sì, o no? E allora! Come fareste...

Hudson                         - Lei pensa che noi... anche noi non amiamo?

La Ragazza                   - (un po' smarrita) Io veramente pensavo... A meno che... lei non voglia dire... amore, in generale. Quando si dice: amiamoci... ci dob­biamo amare... in tanti... tutti... Io, se debbo essere proprio sincera, ho sempre creduto e credo ancora, che siano parole... senza una base reale. Che vuol dire, praticamente, amiamoci tutti. Che vuol dire? (A Hudson) Lei, per esempio, mi ama?

Hudson                         - Sì!

La Ragazza                   - Dice di sì... così per dire... dal mo­mento che si ragiona, si discute. Vede i suoi amici? Ce ne qualcuno che sorride... (A Farrell) Come potrebbe amarmi, veramente...

Hudson                         - Veramente, invece! Se ho detto che solo noi - noi - e ci guardi bene in faccia, sappiamo che cosa sia l'amore!

La Ragazza                   - Sarà!

Il Giovanotto                - (sottovoce, prendendola un po' da forte) Eh, sì... anche se son... staccati dalla don­na... perché non potrebbero sapere... quel che è l'amore? L'amore non è mica solo... quello!

La Ragazza                   - Sì, vero. (Al negro) Lei dice « amo­re» e intende dire quel sentimento che fa andare verso la gente per consolarla... per aiutarla?... Voi, mi ricordo, voi dite anche « salvare il mondo con l'amore»... ma intendete di certo un'altra cosa!

Hudson                         - No. Sempre quella! Se è amore, è amore!

La Ragazza                   - Oh! Parrebbe anche a me! Non ce ne potranno mica essere di tre, di cinque... di dieci qualità; quello di su e quello di giù, quello di prima e quello di dopo. E' sempre uno! Approva? E se approva, io mi chiedo: e allora? Perché en­trando qui, e anche adesso, fate quelle facce? A parte un certo disappunto, che comprendo... succe­derebbe anche a me, ma poi, adesso, che avete ca­pito... Perché? Se è lo stesso amore, non c'è più niente da vergognarsi; e se non è, allora si spiega perché la gente non sa che farsene di voi nove volte su dieci... Avete detto «amore», ed è restata una parola... vi siete subito vergognati ogni volta che l'avete davvero incontrato, come stasera.

Hudson                         - Chi si vergogna!

La Ragazza                   - Lei, no. Sarà a causa... mi perdoni, della razza. Magari lei ha più slancio... è più im­pulsivo... ma gli altri?

Hudson                         - Noi siamo tutti d'una razza che uc­cide per amore... è un istinto che si tramanda di padre in figlio, sempre.

La Ragazza                   - Non si direbbe!

Hudson                         - Io, prima, ho detto che ti amo. E' vero! (Movimento di Fedro e del Direttore) E' vero! Se tu sapessi quanto!

La Ragazza                   - Ma... se un momento fa non ci si conosceva nemmeno di vista.

Hudson                         - Appena t'ho veduta e t'ho sentita par­lare, è scoppiato... voce del sangue. Ho detto che vengo da famiglia sanguinaria... T'ho vista... e ho sentito che avrei dovuto amarti già prima... prima di incontrarti... Perché tu, già prima, mi avevi fatto soffrire con questo tuo cattivo amore...

Il Giovanotto                - (va verso il Direttore) Ma chi è? Che gli prende? Come si permette? Fatelo smet­tere. (II Direttore gli prende una mano).

Farrell                            - Lasciatelo dire.

Hudson                         - (esaltandosi) E avevi già messo in gran pena tutta la mia famiglia... Eri te che chiama­vamo... quando insieme si cantava... (E si mette a cantare uno « spiritual »; va più vicino alla ragazza fino quasi a sfiorarle le mani).

La Ragazza                   - (al suo Giovanotto e agli altri, men­tre Hudson le si accosta) Io... comincio ad aver timore... ho un po' di paura... Ma siete proprio sicuri che sia un... (Gli altri annuiscono).

Hudson                         - (alla ragazza) Lui t'ama... veramente?

Il Giovanotto                - (andandogli vicino) Sì. E non s'immischi! Sicuro che l'amo!

La Ragazza                   - Gino! Non fare così...

Hudson                         - Sei mai arrivato a percuoterla per amore?

La Ragazza                   - (entrando nel gioco) Oh, sì!

Il Giovanotto                - Ma no! Che dici!

Hudson                         - Un giorno forse ti... percuoterà.

La Ragazza                   - - E io gli perdonerò... perché sarà per. amore! Che m'importa!

Hudson                         - Brava! E se ti percuoterà ancora?

La Ragazza                   - Ho detto che perdonerò...

Hudson                         - Sempre?

La Ragazza                   - Sempre! O mi rivolterò! Secondo quel che succede...

Hudson                         - E sarà sempre per amore... Finché du­rerà l'amore!

La Ragazza                   - Durerà sempre!

Hudson                         - Speriamo... e se non durasse sempre... e lui non ti amasse più... o ti amasse meno?

La Ragazza                   - Io l'amerei di più... l'amerei ancora.

Hudson                         - Sempre?

La Ragazza                   - Sempre, sempre e sempre!

Hudson                         - Sempre... Aspetta. Finché lui non si stacca da te e incomincia ad amare un'altra donna...

La Ragazza                   - L'amerei... sempre...

Hudson                         - Più bella di te... e comincia a passeg­giare con lei... e tu l'incontri per i sentieri della fo­resta... e lo scopri, poi, sulla collina d'erba... disteso con lei... e t'avvicini lentamente a piedi nudi per spiarli... e senti passare per l'aria le tue stesse pa­role d'amore... quelle che udisti un giorno dette per te... e i canti anche... (Canta un motivo d'amore) Tu continui ad amarlo?

La Ragazza                   - Forse. Ma farei di tutto per cavarle gli occhi...

Hudson                         - All'altra?

La Ragazza                   - A lei, sì!

Hudson                         - E... a lui?

La Ragazza                   - Anche a lui!

Hudson                         - E poi?

La Ragazza                   - E poi... Non l'amo più... Me Io strappo dal cuore. Lo odio, lo odio! Vado via!

Hudson                         - Dove vai? Vedi com'era fragile il tuo nido d'amore tra la chioma del sicomoro! Non era nemmeno saldo e vivo e radicato come uno dei mi­lioni di foglie che spuntano sui rami... Quando fini­sce, fugge via... più niente. E dici che t'era entrato nel sangue? Non è vero! Se ti fosse entrato, come tu dici, nel sangue... sarebbe ormai diventato carne tua, pelle, sangue, appunto... e anche capelli... e tremore delle mani e carezze delle dita... Se una foglia del sicomoro ti carezza la fronte è tutto l'al­bero che un po' ti accarezza... E se stacchi una fo­glia spunta un grumo fresco di saliva sul picciuolo reciso... Butta linfa... Butta sangue tutto il sicomoro perché soffre un po' per la foglia che s'è staccata. Tu no! Perché come te lo toglieresti dal sangue, dalla pelle, dalla carne, dalle dita, dai capelli se l'avessi amato davvero, per sempre! se ti fosse dav­vero entrato dentro? Svenarti, dovresti, per toglier­telo dal sangue; toglierti tutto il sangue! Solo così potresti: morire uccisa! Io t'ho detto che sono di famiglia sanguinaria che uccide o si uccide sempre per amore... (E riprende a mugolare un altro « spi­ritual»).

La Ragazza                   - (voltandosi verso il suo compagno) Però... non deve mica essere un vero prete, se parla così!

Hudson                         - E invece sono un vero prete! Negro, sì, ma un prete vero!

La Ragazza                   - Non li ho mai sentiti parlare così! Mai!

Hudson                         - Non sarai stata attenta, fanciulla!

La Ragazza                   - No! Io sto sempre attenta quando si parla d'amore, sempre!

Hudson                         - (più 'piano) Forse hai ragione. Siamo in pochi che parliamo così, d'amore.

La Ragazza                   - E perché? Se è così bello sentire dei preti parlare d'amore!

Hudson                         -  Abbiamo paura dell'amore... E do­vremmo, invece, parlarne principalmente noi... perché l'abbiamo inventato noi, quest'amore!

La Ragazza                   - Voi? E come mai ve lo siete la­sciati portar via? Che errore! Che sbaglio avete fatto!

Hudson                         - Lo so! Perché era stato Lui - il sangui­nario - ad inventarlo! Io gli sono corso dietro pei questo: perché mi volevo imbrattare del suo sangue! Tu lo sai, bambina, fanciulla, quel che successe?. Eh? Te lo voglio dire io. Le cose andarono così. Lo uccisero, quella sera. Ferito a morte. Il sangue gli usciva dal costato, dentro si vedeva ancora il cuore battere come quello d'un povero, innocente agnello sgozzato; il sangue colava giù per il petto, giù per le gambe, giù a inzuppare la terra, la polvere della terra... E la terra beveva, beveva quel sangue... Lui si svuotava del sangue, e a ogni goccia che cadeva moriva un po'... Finché dissero: è morto! Agoniz­zava... Non è morto. Lo seppellirono, non era morto! Resuscitò! Non era mai morto! Non è più morto,-da allora. Agonizza ancora... butta sempre gocce dì' sangue... E da quel giorno è cominciata la grande inchiesta: chi l'ha ucciso? E tutti, tutti noi, siamo stati coinvolti in quel ferimento, in quel delitto di sangue e d'amore... Ci siamo entrati dentro in questa storia che non si chiude mai, che si rinnova sem­pre... Non ne usciamo più! Tutti! Anche tu che non: lo sai... che non ci pensi... ti dico tutti! Per questo, se: amerai quel sangue nessuno ti potrà più abbandonare! Ti potranno far soffrire, morire, ma mai abbandonare.

La Ragazza                   - Ma perché?

Hudson                         - Chi entra nella storia di quel delitto non sarà più solo! Diventi testimone anche tu, testimone e parte in causa! Diventi foglia, o ramo, o corteccia, o radice di quell'albero che è stato piantato da Gesù, sanguinante. (Sfidando) Credevano  di piantare una Croce, e non sapevano di piantare» un albero! E' diventato immenso... Tutto fiorito..,! piantato, così, nel cuore del mondo... il gran cuore del mondo dal sangue negro e aspro... ma c'è l'albero che succhia il sangue negro e aspro e lo rifai chiaro e dolce ogni giorno! Diventa anche tu albero! Ogni tuo pensiero, ogni tua gioia, ogni tua sofferenza d'amore, non è più tua, di tutti diventa come i milioni di foglie sono tutte dell'albero, come l'immenso albero è di ogni singola foglia... e ci si scambia tutto questo immenso patrimonio dilinfe d'amore... comunanza senza limite... gioie che vanno a compensare i dolori... meriti che entrano a colmare le colpe... bilancia misteriosa di sangue d'a­more... Tu che ami così, tu che dici d'amare tanto, non tardare ad innestarti nell'albero!

La Ragazza                   - (agitata, convulsamente) Ma come si fa? Che debbo fare? (E scoppia a piangere).

Il Giovanotto                - (a Hudson, con risentimento) E'questo che voleva? Farla piangere... (Le va vicino, via lei lo scosta con il braccio e continua a singhioz­zare. Entra Alessio: li trova tutti assorti e silenziosi).

Alessio                          - Ho fatto un po' tardi... (Alludendo al­la ragazza) Che c'è?

Il Direttore                    - (sottovoce, aiutandosi col capo) No... no...

Alessio                          - (la Ragazza leva la testa e guarda Alessio)

                                      - Mi scusino... se sono entrato...

La Ragazza                   - (asciugandosi gli occhi) Ci scusi lei... Ce ne andiamo subito, sa... Ci siamo trattenuti più del previsto... il discorso ha preso una certa pie­ga... Mi sono un po' emozionata... (Si alza, va verso la porta; poi a Hudson) Noi... non c'incontreremo più... (E scuote la testa).

Hudson                         - L'albero!

La Ragazza                   - (voltandosi) Come si chiama?

Hudson                         - Sicomòro, ma... è Cristo!

La Ragazza                   - II... sicomòro... (Esce con il gio­vanotto nel corridoio).

Il Direttore                    - (a Hudson) Avete un po' esage­rato, confratello... almeno nelle immagini...

Hudson                         - Si sapeva che questa non era una riu­nione di conformisti! Dopo tutto... che avrò mai detto! Ho voluto parlare a quelle due creature della Comunione dei Santi... del corpo mistico di Cristo!

Il Direttore                    - Mistico!

Hudson                         - Eh, beh! Prima di essere mistico non era forse stato, il corpo di Cristo, un corpo fisico! Ed era pur sempre, anche allora, il corpo di Dio! Tutto. Intero. Vero Dio e vero Uomo. E allora! Non avremo mica paura del corpo? Del corpo vero di Cristo... Paura di chiamarlo col suo nome... di enumerare i suoi attributi reali?

Farrell                            - (sta già "borbottando da gualche istante)

                                      - Paura... paura di tutto... si ha ormai paura di tutto... Po-ro-popò, popò... (Pausa. Canto di Farrell).

Il Direttore                    - (a Pedro) Beh, vediamo di ripren­dere i nostri discorsi... (Fa il gesto di prendere posto; tutti si siedono lentamente, quasi svogliatamente).

La Ragazza                   - Non devono mica essere preti veri, sai, gli altri! Quello, hai visto! S'è capito subito ap­pena è entrato... che lo era! (Allontanandosi) E poi dicono che l'abito non fa il monaco! Lo fa, sì! Altro se lo fa... (E si allontanano).

Il Direttore                    - (alla Straniera) Potrebbe accomo­darsi di qua? Dobbiamo riprendere la riunione. (E indica la camera da letto; la Straniera si avvia dietro al Direttore e scompare nella stanza da letto. Nel corridoio, prima che la coppia scompaia, entra il Maitre. Ha in mano il famoso fascicolo smarrito; al­la coppia che forse non l'ha visto).

Il Maitre                        - Tutto bene?

La Ragazza                   - (avvicinandosi) Oh, sì! Che gente strana, però!

Il Maitre                        - Se ne incontrano di tutti i colori!

La Ragazza                   - (raggiungendo il Maitre quasi davanti alla porta del 254) E' vero che... quel negro è un prete? Lei lo dovrebbe sapere!

Il Maitre                        - Sì, è un prete.

La Ragazza                   - Ma... prete prete, con la veste?

Il Maitre                        - (annuisce) Si chiama Padre Charles Hudson, gesuita, americano.

La Ragazza                   - (senza rispondere si allontana, va verso il suo compagno e dice) Mi hanno proprio preso qui, le sue parole. Scommetto che i santi - quelli veri - parlavano a quel modo. Per avere il successo che hanno avuto! Io ci credo! E non capisco nem­meno... ma ci credo... (Ritira fuori il fazzoletto' per­ché le ritorna il pianto; esce di corsa. Il Maitre ha bussato).

Pedro                             - (in assenza del Direttore ha detto) Avanti. (Il Maitre entra).

Il Direttore                    - (rientra in quel momento dalla ca­mera da letto, chiude a chiave) Che... c'è ancora? (E' un po' sostenuto, quasi seccato).

Il Maitre                        - E' il fascicolo' che cercavate?

Il Direttore                    - (avanza, prende il fascicolo; poi teso, sottovoce) Grazie. Ma bisogna assolutamente ri­trovare Stefano! E' una sparizione che comincia a preoccuparci...

Pedro                             - Non ci vediamo del tutto chiaro... (duro) Se fosse successo qualcosa di spiacevole... si ricordi che l'albergo, sarebbe certamente coinvolto! E' usci­to per parlare con lei... lei ci aveva lasciato da pochi minuti.

Il Maitre                        - Che cosa doveva dirmi?

Pedro                             - Non si sa. Cioè: si sa benissimo!

Il Maitre                        - Allora?

Pedro                             - Voleva sapere chi siete veramente! Ecco! Il vostro contegno ci aveva insospettito... e continua a insospettirci! E' bene giocare a carte scoperte!

Il Maitre                        - Chi credete che io sia?

Pedro                             - Dovete dircelo voi!

Il Maitre                        - lo? Ma io... (alludendo al vestito) ho i segni distintivi. Nessuno ha mai dubitato di me!

Pedro                             - E invece noi dubitiamo...

Il Maitre                        - Proprio voi!

Pedro                             - Perché « proprio noi »?

Il Maitre                        - Perché vi ho usato molti riguardi! Vi ho fatto qualche cortesia.

Pedro                             - Noi avremmo fatto a meno dei vostri ri­guardi, credetelo. Ci hanno... disturbato! Noi desideriamo soltanto il rispetto di certe regole di un gran­de albergo. E basta! E voi, invece, eccedete... troppo zelo. Forse è vero che siete spagnolo! Dovete invece stare al vostro posto! Sapere quali sono i vostri li­miti! Altrimenti... E cooperare in quelle poche cose per cui vi si chiede la cooperazione...

Il Maitre                        - Cioè?

Pedro                             - (arrabbiandosi) Stefano! Avete il dovere di darci notizie di lui! Cioè'? Altrimenti si dovrà ricorrere all'autorità...

Il Maitre                        - Quale altra autorità c'è, qui, oltre la mia?

Pedro                             - La polizia! Potremo...

Il Maitre                        - Liberissimi. Non avrei però mai cre­duto...

Pedro                             - Non dovete credere niente! Dovete fare soltanto quel che vi si chiede. E se non potete, dir­lo: «non so, non posso... non voglio!». Chiaro. Questo è il vostro... mestiere! E non perdete tempo! Stefano, Stefano! (Il Maitre esce lentamente, col volto doloroso) Bisogna usare la maniera forte, tal­volta, con gente come quella. Io, del resto, so come trattarli i miei connazionali...

Alessio                          - Non... arrivare, però, alla polizia.

Pedro                             - Non ci ho mai pensato. L'ho soltanto detto.

Alessio                          - Non ho passaporto, io.

Pedro                             - (fissandolo) State tranquillo. Non verrà nessuno a disturbarci. (Pausa) Dunque... (Al Diret­tore) Si riprende?

Farrell                            - (intervenendo, nervoso) Che dunque! Chi può riprendere in questo stato d'animo! Una dopo l'altra ne succedono!

Il Direttore                    - E' vero. Ci siamo distratti, di­spersi interiormente. Stentiamo a ritrovare il nostro tono. Direi di concentrarci un momento: pensare in silenzio, intensamente. Preghiera mentale. Baste­ranno pochi minuti...

Farrell                            - Potremmo recitare un Pater Noster « re­spirato». E' una pratica ch'è caduta un po' in di­suso, ma Ignazio aveva le sue buone ragioni per consigliarla. (E comincia) Pater Noster... (un respiro) qui es... (un altro respiro) in coelis... (Tutti lo se­guono. Qualcuno per concentrarsi meglio assume, anche esteriormente, atteggiamenti dì preghiera. Questa preghiera fatta di parole e di colmi, profondi respiri ha qualcosa di singolare. Il Maitre è uscito sul corridoio, ed è rimasto lì, diritto, disfatto). Il Viaggiatore          - (s'è affacciato alla porta della sua camera) Sono accecati! (Il Maitre gli si avvicina, e china la testa sulla sua spalla) Che fate? Pian­gete? Non dovete piangere...

Il Maitre                        - Talvolta non rimane che piangere. Mi fanno piangere! (I Padri hanno finito la preghiera e si scuotono. Il Maitre e il Viaggiatore entrano nella stanza del Viaggiatore).

Farrell                            - Come ci sentiamo, eh? S'è placato! quello sbigottimento che le mie parole avevano suscitato? No? no?

Pedro                             - Perché dovrebbe essersi placato? Se nul­la è mutato! Permane, a mio avviso, nella sostanza, nei fatti.

Farrell                            - Non dovrebbe invece più permanere,; perché qualcosa è mutato. Non avete orecchio se sostenete che nulla è mutato! Altra musica... Ci eravamo dimenticati di includere, qui, negli argomenti di discussione, l'amore! E la... la Provvidenza s'è incaricata di farcelo trovare a domicilio, in camera! Uh, uh, uh! E lui, lui - Hudson - ha parlato. Ei come! Ha anche cantato. L'albero... Ci dimentichia­mo troppo spesso dell'albero, se pensassimo sempre! all'albero... io per primo, mi batto il petto! Tutti siamo nell'albero, e dunque! Se innesto dell'inquietudine riceverò, per vie misteriose, un'altra pacai Vi ringrazio... (si inchina agli spettatori) ringrazio-tutti... tutti quelli che senza saperlo pregano anche per me... E allora, se si mette tutto in comune, basti con la prudenza! Basta! A che serve parlare piano, sottovoce? A che vale? Se cominciassimo invece a parlare più forte, a gridare! Ascoltino pure, gli spio­ni! Ascoltino tutti! Ascoltino tutto quel che diciamo, tutto! Che giova parlare sottovoce, bisbigliare, se oramai anche i suoni minimi, impercettibili all'orec­chio umano possono essere dilatati e registrati da apparecchi che stanno dentro... a un... (E si tocca coll'indice l'orologio da polso) Dovremmo tacere! E poi, anche tacere... Tra poco non basterà nemmeno tacere. Si saprà ugualmente quel che si pensa... perché si giungerà a registrare anche i pensieri... e allora!

Pedro                             - Siamo sempre allo stesso punto! Dite: accadrà così e così, e vi arrendete. No! Ci si oppone anche se dovesse accadere proprio così! Perché seaccadesse sarebbe un violare certi limiti posti daDio.

Farrell                            - Da Dio? Chi ha detto che il segreti del pensiero è un limite posto da Dio? Dov'è detto! Dov'è scritto?

Pedro                             - Solo il Signore potrà conoscere i nostri profondi pensieri: è la Scrittura, confratello!

Farrell                            - Sentimenti... profondi sentimenti, confratello! Anzi, trasalimenti del cuore... Non facciamo confusione! Si parla di certi abissi misteriosi del cuore, nella Scrittura. Altra cosa!

Pedro                             - Ma non sarà più arduo registrare i pensieri dei sentimenti?

Farrell                            - Non credo. Sarà certamente più arditi localizzare i sentimenti. I pensieri sì, si potrà; i sentimenti no. Dio è geloso dei sentimenti, solo luivi può posare lo sguardo entro la profondità del  cuore, ma non è altrettanto geloso dei nostri pen­sieri. Li vedano pure, i pensieri! In fondo, sono vei­coli, sono strumenti... un pensiero dopo l'altro... una catena di pensieri... Si può costruire, no? ma il sen­timento? E' un punto di partenza e d'arrivo; è una realtà compiuta in sé, una sfera! (Quasi abbraccian­do Hudson) Per questo tu, più di loro, mi hai con­solato... la sua certezza... sanguinaria, non il vostro spavento. E ho capito ancora una cosa dopo averlo sentito parlare, questo figlio della foresta! (Sotto­voce) Anche quando molto sarà svelato e conosciuto, una cosa rimarrà comunque segreta, e la cosa se­greta e celata diventerà la sola cosa veramente pre­ziosa... che continuerà ad inquietarci. (Ha una reti­cenza) L'amore, quell'Amore... (Stringe ancora fer­vorosamente le mani di Hudson. Da qualche istante Fedro e Alessio si chinano uno verso l'altro e si scambiano a bassa voce qualche parola).

Alessio                          - Mi scuso... ma forse perché non ho presenziato alla prima parte della riunione, non mi è possibile partecipare, e direi comprendere piena­mente, il fervore di questi... alti ragionamenti e di queste squisite emozioni... Vorrei però che ci si ren­desse anche conto che se si stima in qualche modo interessante questo documento, non si dovrebbe tar­dare troppo ad esaminarlo per poi, magari... (Come scusandosi con Farrell) Una parentesi, niente di più che una parentesi...

Farrell                            - (allargando un po' le braccia come fa lui) Per me... (E va verso Hudson, sorridendogli).

Il Direttore                    - (estrae dalla tasca interna il fasci­colo e dice) Giusto: facciamo una parentesi... (Bussano alla porta).

Pedro                             - (irritato, prima che il Direttore abbia avuto tempo di dire «avanti») Ma non è possibile con­tinuare così! Dovremo cambiare stanza!

Il Direttore                    - Può anche darsi che si debba cambiare stanza... Avanti. (Ci si aspetta di rivedere il Maitre; invece sulla porta compare il lift che forge un vassoio su cui spicca la macchia gialla e rossa di un telegramma. Il Direttore si alza, legge l'indirizzo senza ancora toccare il telegramma; poi h prende) E'... per me. (Il lift esce. Il Direttore guarda ì suoi che lo fissano prima di decidersi ad aprirlo; poi lo strappa. Legge, rilegge. Lo ripiega. Non parla).

Pedro                             - Ci... riguarda? (Il Direttore tace).

Hudson                         - Cattive notizie?

Il Direttore                    - (distogliendo lo sguardo da Pedro e rivolgendosi ad Hudson) Roma... non verrà.

Alessio                          - (ha un gesto di stizza) Ah!

Il Direttore                    - Eh, lo so: sarebbe stato molto utile che anche Roma vedesse almeno il rapporto... il documento...

Farrell                            - Io non ho mai sperato che venisse, e per essere sincero, non ci tengo nemmeno gran che! Po-ro-popò...

Alessio                          - Voi! Ma qui... (E accenna al rapporto) Roma... qui., avrebbe potuto... Che dice?

Il Direttore                    - (riaprendo a malincuore il telegramma) Beh, la forma... non badate alla forma...

Pedro                             - Sarà la solita...

Il Direttore                    - (legge, senza tono) « Altre cure nostro ufficio ci fanno ravvisare opportunità rinviare incontro con voi altra data ed altro luogo più pro­pizio punto preghiamo pertanto onnipotente per fe­condità vostro soggiorno et pieno ristabilimento sa­lute vostra et persone a voi care punto benedicen­do... » (E ripiega).

Pedro                             - Chi firma?

Il Direttore                    - (lasciando cadere la domanda) Non importa chi firma... (Un lungo silenzio scon­fortato) Da questo silenzio pieno di evidente ama­rezza posso misurare quanto, tutti noi, tenessimo alla presenza di Roma, quale valore noi tutti attri­buissimo a questa visita.

Hudson                         - Credo che meritassimo questo conforto, questa prova di vicinanza... materna... credo!

Farrell                            - Si lavora e si soffre tutti perché lo stesso Regno di Dio si compia... Ma loro... Uhm! Po-ro-popò, popò...

Alessio                          - Pensate che l'incontro fosse giudicato troppo compromettente?

Il Direttore                    - Ma si sapeva

Pedro                             - Anche... chi avrebbe presenziato... si sa­peva?

Il Dlrettore                    - Tutto. (Ributtando l'occhio sul telegramma) « ...ci fanno ravvisare l'opportunità rin­viare incontro con voi altra data et altro luogo più propizi... ». In fondo c'è una esplicita promessa... E quella preoccupazione... quella vicinanza materna che voi domandate... forse c'è... a guardar bene...

Hudson                         - Dove?

Il Direttore                    - «... pieno ristabilimento salute vo­stra (sottolineando) et persone a voi care... ». C'è!

Hudson                         - A... «voi»?

Il Direttore                    - (si china sul telegramma) Aspet­tate... a « voi » o a « noi »? Guardate... (I Padri ven­gono attorno al Direttore).

Hudson                         - (raggiante) A noi! Dice «a noi care». Un errore...

Pedro                             - Indubbiamente, qui, c'è stata una cor­rezione... «Noi», «voi»... ma non si sa se «voi» sia stato corretto in «noi» e... viceversa... Non potrei impegnarmi... D'altra parte, « noi » o « voi » che sia...

Farrell                            - Eh, no! Cambia! Fate un po' vedere anche a me questo telegramma. (Prende il tele­gramma dalle mani di Pedro e lo esamina. All'improvviso, furtivamente, senza il minimo rumore, en­tra nella stanza il Monsignore. Sì direbbe che è scivolato o è volalo dentro. Ha il vestito col filetto rosso agli orli, il cappello in mano alzato quasi fino al volto: se lo muove contro la faccia non si sa se per farsi vento o per nascondersela. E' un po' recli­no, quasi rattrappito. Nell'altra mano ha un fazzo­letto bianco con cui sembra asciugarsi la fronte o il naso: i suoi movimenti sono netti, disinvolti, ma di destinazione incerta. Da principio i Padri non s'ac­corgono nemmeno della sua presenza. Il primo ad avvedersene è Alessio).

Alessio                          - Oh! (Anche gli altri si volgono. Allora il Monsignore improvvisamente si distende e, direi, si espande: alza la testa, allarga il petto, si eleva in tutta la sua statura. E' un uomo di alta e robusta complessione. Riempie la stanza. Guarda. Poi parla).

Il Monsignore                - Vengo da Roma. (Alessio gli va vicino e gli bacia la mano).

Farrell                            - (alzando il telegramma che stava leggendo) Ma come? E questo?

Il Monsignore                - (tende la mano verso Farrell e gli sfila con due dita il telegramma) Ah! E' arrivato. (Butta l'occhio sul telegramma) La mia presenza conferma, e nello stesso tempo corregge la comuni­cazione.

Farrell                            - Roma ama giocare alla doccia scozzese, a quel che vedo.

Il Direttore                    - Bene arrivato, comunque. Però, non erano queste le intese!

Il Monsignore                - Si saranno dovute modificare, evidentemente.

Il Direttore                    - Ma si poteva anche avvertire in tempo!

Il Monsignore                - (muovendo il telegramma) Si era appunto avvertito.

Il Direttore                    - Ma ecco che voi arrivate nel cuo­re della notte... come Nicodemo da Nostro Signore.

Il Monsignore                - Lasciamo... lasciamo le analo­gie, poiché io potrei ben accettare il posto di Nico­demo, ma voi dovreste assumervi quello di Nostro Signore, il che mi sembra per lo meno avventato. Sono venuto. S'è deciso all'ultimo1 momento. La mia destinazione è altra. Ho approfittato. Sono qui... tra due treni. Proseguo subito.

Il Direttore                    - Non vi pare che ci vorrebbe mag­gior riguardo per questi confratelli venuti... Ame­rica, Spagna...

Il Monsignore                - (fermandolo col gesto) So, so...

Il Direttore                    - (continuando e accennando ad Ales­sio) Russia!

Il Monsignore                - (più vivace e perentorio) Ssst! (Un silenzio, poi sottovoce) Voi dalla Russia. Ah! Siete voi. (Accennando alla veste) E... come mai? Travestimento a rovescia... Eccellente. Arrivo al mo­mento conclusivo, spero.

Il Direttore                    - Arrivate in un momento di estre­ma tensione.

Il Monsignore                - Ma conclusivo! Sì o no? Io pensavo già di raccogliere, insomma, portarmi via! almeno le conclusioni pratiche.

Farrell                            - Non assumete questo tono, ve ne prego. Io avrei cominciato col chiedere scusa per i voltafaccia e per i ritardi. L'autorità non dà il diritto di offendere nessuno.

Il Monsignore                - Scusate.

Farrell                            - E se avevate tanta fretta potevate anche non venire. Il telegramma ci aveva già... appagato! Dov'è? Dov'è?

Il Monsignore                - (che se lo era già messo premurosamente in tasca) E' qui... (E si appoggia la palma della mano sulla coscia) Non serve più. Annullato. Rientrato. (Sorride).

Farrell                            - Ma io non ammetto questi metodi...

Il Direttore                    - Padre Farrell!

Farrell                            - Niente Padre Farrell! (Al Monsignore) Qui, siete un ospite. Sedetevi... Adesso, qui, non sii fa questione di autorità, ma di sostanza. (Rivolgendosi al Direttore) E' vero? Altrimenti... uno di noi due dovrà uscire. (Al Monsignore) Vi sta bene?

Il Monsignore                - Mi sta... benissimo. (Lentamente, quasi umilmente, si toglie il soprabito, poi il cappello e nasconde nel pugno il fazzoletto bianco; si siede).

Farrell                            - (che ha seguito i gesti del Monsignore) ' Beh, scusatemi... (E si allontana nella stanza mugolando qualcosa).

Il Monsignore                - Di niente. Vi dirò che mi piace' questa franchezza addirittura ruvida. La preferisco….

Pedro                             - La preferite, a che?

Il Monsignore                - Eh, sì, la preferisco alle schie­ne curve e ai colli torti... e a certi sorrisi della pelle, nemmeno della faccia, ma proprio della pelle che sono costretto a vedere continuamente attorno a me. Che fastidio! Preferisco così.

Farrell                            - (scoppia in una franca risata) Bene! allora... prendete... (E gli offre un sigaro).

Il Monsignore                - Al sigaro, no!... non ci posso arrivare... manco d'abitudine. (Farrell se ne mette in bocca uno e comincia ad accenderlo).

Pedro                             - Parliamo, su!

Il Monsignore                - (guarda Pedro, riconoscente) I fatti pratici, se fosse possibile: le conclusioni pra­tiche. In altra sede, poi, le disquisizioni.

Farrell                            - (guarda il Direttore ed Alessio) Pra­tiche?

Il Monsignore                - Eh, sì! Noi, a Roma, siamo sensibili alle proposte, ai risultati concreti. Come potremmo giudicare, altrimenti, prendere delle de­cisioni? Abbiamo bisogno di dati concreti! (A Far­rell) Voi no? E allora! Mettetevi un po' al mio posto, dietro un tavolo alla Segreteria di Stato, temi loggia, in Vaticano... Con tutte le voci che passano, se non ci si attaccasse, ai dati concreti... incontro­vertibili... (Allarga le braccia).

Alessio                          - Io ho, appunto, un rapporto concreto.

Il Monsignore                - Vediamolo. Avanti. Dov'è? (Il Direttore lo porge al Monsignore. Il Monsignore con maggiore attenzione) L'avete voi... (Lo prende).

Pedro                             - E'... nostro. Frutto, voglio dire, della atti-. vita nostra in quelle terre. Lavoro della Compagnia.

Il Monsignore                - Nessuno pensa a togliervi dei meriti.

Il Direttore                    - (cercando di spiegare al Monsignore l'intromissione di Pedro) E' il nostro esperto...

Il Monsignore                - So. So. Spagna. Ssst. (Si mette gli occhiali, legge) « Per un ritorno al culto cattolico nei paesi... ». Oh, oh! Cose grosse. Si spara alto, qui. Uhm! (E quasi non vorrebbe andare avanti. Fissa Alessio) Voi siete... lì. Operate lì?

Il Direttore                    - (risponde per Alessio che ha an­nuito) Sì.

Il Monsignore                - Sarebbe uno dei due. L'altro?

Il Direttore                    - Si è allontanato un momento. Lo aspettiamo.

Il Monsignore                - (si rimette a leggere e intanto dice un po' macchinalmente) E' certamente di alto merito quello che fate in quei paesi... di altissimo merito... (Continua a leggere; ogni tanto si interrompe e corruga la fronte) Io vi porto la benedi­zione... e la solidarietà dì tutto il mondo cattolico... et eziandio la... la... (Mugola una parola che non si sente; poi alzando gli occhi su Alessio) Scusate: è un progetto vostro, oppure...

Alessio                          - Oppure?

Il Monsignore                - Voglio dire: rispecchia soltanto una vostra personale persuasione, oppure...

Alessio                          - Non soltanto una mia persuasione.

Il Monsignore                - (si rimette a sfogliare) Voi, cioè, supponete che anche certe persone responsabili, sa­rebbero forse disposte su questa base a...

Alessio                          - Non lo suppongo: lo so di certo.

Il Monsignore                - Avete dunque potuto avvicinare queste persone responsabili? (Fissandolo) Come mai? Come avete fatto?

Alessio                          - (lievemente infastidito) E' come se le avessi avvicinate.

Il Monsignore                - Avete fatto un... buon lavoro! Non c'è dubbio... Certi passi, però, certe frasi, al­meno... ho perfin l'impressione di averli già letti... me li ritrovo... Dite che non può essere?

Alessio                          - Credo sia davvero impossibile.

Il Monsignore                - Non furono, per caso, fatte al­tre «avances» su queste stesse basi, per altra via?

Alessio                          - Escludo.

Il Monsignore                - Escludete. Bene. (Chiude bruscamente il fascicolo) E le condizioni generali, las­sù? Il clima che s'è creato?

Alessio                          - Nuovo.

Il Monsignore                - Nuovo?

Alessio                          - Credetemi.

Il Monsignore                - Uhm! Ma... propizio? Sì o no?

Alessio                          - Senz'altro, propizio.

Il Monsignore                - Escludete, dunque, la possibi­lità di una manovra a più vasto raggio.

Alessio                          - Escludo.

Il Monsignore                - Escludete sempre.

Alessio                          - (cercando di trattenere l'irritazione) Ma sì! Perché dovrebbe esserci manovra?

Il Monsignore                - Perché no?

Alessio                          - Dove sarebbe il vantaggio? Non lo vedo.

Il Monsignore                - Questo - permettete - non è sempre un criterio, sicuro: non vederne il vantaggio. Potrebbe esserci e non vederlo. Anche noi, a Roma, molte volte non lo vediamo, proprio come dite voi; però aspettiamo egualmente, lasciamo che passi un po' di tempo... Oh, il tempo! E può acca­dere, anzi accade spesso,, che all'improvviso si veda quel che prima non s'era visto. E allora, tutti, in coro, a dire che noi avevamo già tutto previsto gra­zie alle nostre informazioni segrete. Macché! Nien­te! Non avevamo previsto niente. Abbiamo solo aspettato.

Farrell                            - Ma non si può sempre aspettare.

Il Monsignore                - (Pronto) Verissimo. Eccomi qui. Pronto. (Cambia, batte due dita sul fascicolo) Che pretende questa gente? Vediamo un po'... (Ad Ales­sio) Avvicinatevi. (Legge) Questa premessa... Non c'è dubbio... io la conosco. (Guarda Alessio) Esclu­dete? Mah! Poi c'è, diciamo, il capitolo delle per­secuzioni... (Sfoglia) Benissimo... cioè, mi scuso... (Sfoglia) Ed ecco... ecco... ecco qui! Ci siamo! (Pun­ta l'indice su una pagina) Venite più vicino... ecco: vedete? Da pagina 23... (Sfoglia) a... a... pagina 26. Tre paginette. Tutto questo qui... Per queste poche pagine... Direi per queste pochissime frasi... è vero? Ho trovato o no il punto giusto? (Appassionandosi) Vedete: il merito, in queste pratiche...  se poi me­rito c'è - il merito consiste nell'arrivare al punto giusto senza essersi, prima, dispersi o stancati troppo. Giungervi non estenuati, ma chiari. Allora è più difficile essere vittima di confusione, cadere in certi inganni... Stavolta ci siamo arrivati subito... Leg­giamo... Volete o no venirmi più vicino? (Legge. Intanto il Maitre e il Viaggiatore sono- rimasti ac­canto a Stefano. Il Maitre gli passa una mano sulla fronte. Stefano comincia a svegliarsi. Guarda fisso il Maitre).

Il Maitre                        - I vostri amici mi hanno ordinato di portarvi da loro... subito. Hanno urgente bisogno di voi.

Stefano                          - Ma... perché sono qui?

Il Viaggiatore                - In confidenza... se non vi offen­dete... vi è bastato un sorso di quel liquore per met­tervi in questo stato.

Stefano                          - Oh, mi scuso proprio.

Il Maitre                        - Ora vi sentite meglio?

Stefano                          - Sì. Abbastanza bene.

Il Maitre                        - Cercate di sentirvi molto bene. Vo­lete che andiamo?

Stefano                          - Sì, sì. (Si alzano, escono. Davanti al 252-254, il Maitre bussa, apre la porta, introduce Stefano e, senza entrare, si allontana. Stefano sulla porta).

Farrell e  Hudson          - (volgendosi insieme) Ste­fano! (Il Monsignore e Alessio alzano gli occhi).

Il Direttore                    - Ssst! (accennando alla camera da letto) Dobbiamo chiarire anzitutto noi... senza in­terventi estranei. (A Stefano) Venite avanti. (Ad Alessio) Lo conoscete?

Alessio                          - (fa per alzarsi) No.

Il Monsignore                - Non vi muovete da prenderemo subito. Ho bisogno di voi.

Il Direttore                    - E tutto questo tempo?

Stefano                          - (mortificato) Ho bevuto un liquore... ed ho dormito. La verità. Sono umiliato. Non so quel che mi sia successo... perché non ricordo nem­meno...

Il Direttore                    - (indicando il Monsignore) Intanto è arrivato... da Roma... e c'è anche il vostro... amico. (Indicando Alessio) Non lo riconoscete? E' Alessio.

Stefano                          - (pronto) Non è Alessio.

Il Direttore                    - (ad Alessio, indicando Stefano) Sa­rebbe, per caso, quell'Ilario che vi consegnò le istru­zioni?

Alessio                          - Oh, no!

Il Direttore                    - E allora?

Stefano                          - (si avvicina ad Alessio; lo guarda; poi ri­volgendosi ai suoi amici) Non ci siamo mai visti.

Alessio                          - E' verissimo. Mai.

Il Monsignore                - Dunque: come si spiega?

Stefano                          - Non si spiega. Io, almeno, non me lo spiego.

Il Monsignore                - Se il... nuovo confratello non è Alessio, chi ci assicura che voi siate davvero Ste­fano? Dubbio per dubbio.

Stefano                          - (allarmato) Ma come! Che cosa pen­sate di me? Ditelo! Sospettate? Forse la mia assenza ve ne ha dato motivo... Siamo a questo?

Il Direttore                    - Non siamo a niente. State calmo.

Farrell                            - (al Direttore e a Monsignore) Perché complicare sempre le cose! Perché voler a tutti i costi trasformare questa riunione seria in un intrigo poliziesco!

Il Monsignore                - Ma nessuno di noi vuole...

Farrell                            - Allora aprite quella porta, e chiamate la ragazza.

Il Monsignore                - Ragazza?

Stefano                          - Quale ragazza?

Farrell                            - Lina ragazza. Vi cerca.

Stefano                          - Me?

Alessio                          - (verso il Monsignore) Non vorrei però! che si finisse per dar troppo credito alle parole m una ragazza. Sconosciuta, oltre tutto! (A Farrell) Siete voi, mi pare, che desiderate le avventure e.., gli intrighi!

Farrell                            - Si vedrà. (Al Direttore) Volete aprire sì o no? Non è mica la gabbia dei leoni! (Il Direttore va ad aprire; dopo un istante entra la Straniera.  La Straniera guarda Stefano, poi Alessio che le  fa con gli occhi cenni disperati).

Il Direttore                    - (a Stefano) La conoscete?

Stefano                          - No.

La Straniera                   - L'ho già detto che non mi conosce; E' Stefano. (Dopo una reticenza, senza guardare in faccia Alessio, ma indicandolo con la mano) Ma lui? non è Alessio. E non è nemmeno un prete! E' tra' vestito. L'Alessio vero è stato fermato al confine Lui ha preso il suo posto.

Stefano                          - E ora... dov'è, Alessio? (La straniera china la testa. Stefano ad Alessio, sibilante) Assassini!

Alessio                          - Non datele retta! L'abbiamo soltanto fatto parlare. Era necessario perché io potessi venire qua preparato. Prima di interrogarlo ancora aspet­teranno il mio ritorno. Alessio non è ancora un martire, state tranquilli.

Il Direttore                    - Non fate dell'ironia!

Alessio                          - Non abbiamo più intenzione di farne dei martiri.

Il Monsignore                - Sia ringraziato Iddio, se fosse! vero!

Alessio                          - E' vero. (Furente) Ma tu, perché sei venuta? Che t'ha preso?

La Straniera                   - Mi manda... Alessio.

Alessio                          - Ottimamente! Questo vostro Alessio deve saper fare i miracoli... per convincere una come... lei!

La Straniera                   - Che miracoli! Alessio non aveva raccontato tutto. Semplicemente. (Ad Alessio) Tunon sapevi che Stefano doveva incontrarti al confine. Me l'ha detto Alessio, dopo, e mi ha persuaso che la tua sostituzione avrebbe finito, oltre tutto per essere inutile. Saresti stato scoperto. Avresti rischiato per niente. Com'è avvenuto. (I Padri dm condono i due. Il Monsignore è rimasto seduto)

Il Direttore                    - (volgendosi al Monsignore) Facciamo intervenire... l'autorità?

Il Monsignore                - Non precipitiamo. Lasciatemi capire bene... (Si rivolge alla ragazza) Voi... perché siete venuta?

La Straniera                   - Perché sono stanca di veder gente che si sacrifica per niente.

Il Monsignore                  - E allora?

La Straniera                     - Sono volata qui perché questa riunione servisse almeno a qualche cosa!

Alessio                             - (ironico) Volata...

La Straniera                     - Volata! Materialmente volata! Ti ho preceduto!

Il Monsignore                  - (facendo cenno dì tacere) Vor­reste far credere che vi stava a cuore la riuscita di questa riunione?

Stefano                            - Come vi chiamate? (Silenzio) Siete una delle?... Siete una di... quelli che hanno pro­messo di immolarsi... per... (ha fissa).

La Straniera                     - No, no! Non sono di quelli! Non pensate che io sia dei... vostri! Sono dei loro. Senza che voi lo sappiate io, proprio io, vi ho dato molto filo da torcere. Ma a un certo momento, in tutte le cose, ci vuole un perché. Non vengo mica a chiedere che mi si perdoni qualcosa, no, no! Ho fatto tutto credendo che ci fosse un perché. I cin­que gesuiti entrati attraverso la Polonia... li ho sco­perti io, li ho fatti catturare io. E' stata oltre tutto una bella operazione.

Il Monsignore                  - Dove... sono adesso?

La Straniera                     - Credo che non ci siano... Eppure non ne ho rimorso... vedete...

Il Direttore                      - Dovreste averne.

La Straniera                     - E se non ne ho! C'era un per­ché... allora. Ma adesso, qui, non ci sarebbe stato alcun vero perché. Benché io sia figlia di un pope... non mi sento nemmeno cristiana. Eppure da que­sta riunione io... credo... spero qualcosa, non so che cosa, ma spero... almeno speravo...

Il Direttore                      - Se non vi sentite nemmeno cri­stiana, che speranza potete avere?

La Straniera                     -  Mi è presa una gran paura del vuoto, del niente! Voi, vi ho ascoltato parlare, avete una crisi di... sazietà. Troppo, troppo... Dio, Cristo, Roma... e poi anche gli uomini... come noi... e li volete, come noi, riempire, saziare... Dio, Cristo, Roma... Ma noi ci siamo accorti che volevamo anzi­tutto fare il vuoto, il niente, dentro... per poi riem­pirli. Ma intanto che facevamo il vuoto... scoppiavano... Pom! pom! E c'è preso paura! Proprio paura! Allora ho detto: meglio una fede falsa... una fede qualunque, del niente... Ah! V'ho detto che son la figlia d'un pope... Si crede d'aver tutto cancellato... macché... Una notte, che non si dorme, ti ritorna agli occhi un'immagine di una icona... Via! E' soltanto un'immagine... Ma poi le parole di mio padre... quelle stupide parole! Ah, ah! Pa­role stupide che mi forzano le orecchie... E gli oc­chi acquosi di mio padre quando gli dico: Sciocco... vecchio sciocco... raccontatore di favole... Rivedo quegli occhi pieni di pianti... Insomma! Si anna­spa... Lui è qui perché si annaspa per aggrapparsi a qualcosa che non sia il niente... Io sono qui per­ché cerco, se c'è, un punto d'appoggio di qua... da voi... Siete sospettosi? Avete ragione, mille volte ragione! Credete a un intrigo, a una manovra... chi può darvi torto? Eppure vi... assicuro che siamo qui per tentare un appiglio... aggrapparci... e non tanto con le unghie... ci si graffia soltanto, con le unghie. Ci si strappa la pelle, la carne... no, no, ma con le mani... mani nelle mani... Datecela la vostra mano... E' forse un rischio... ci vuole forse una generosità... illimitata... una specie di stupi­dità. Che sciocchi, vi potranno dire... mettere la mano nella gabbia del leone... Lo capisco, e può perfino essere giusto... Ma io mi ricordo quelle in­comprensibili, inaccettabili, stupide... stupende pa­role di mio padre... « Chi vuol salvarsi si perderà... chi vuol invece perdersi si salverà... ». Vogliate per­dervi... vogliate perdervi, se volete veramente sal­varvi!

Il Monsignore                  - Ma voi eravate venuta per av­vertirlo... (Alessio) perché non fosse scoperto, sma­scherato...

La Straniera                     - Anche. Ma soprattutto ero ve­nuta per avvertire Stefano. Loro due        - (Stefano e Alessio) avrebbero dovuto anzitutto parlarsi... Que­sto mi aveva detto Alessio. Cercate di Stefano, è cosi, così, e così... perché Stefano è la nostra guida, quassù... Io ho cercato Stefano... ma... lo sapete com'è andata!

Alessio                             - (freddo) Consolati, perché non avrei mai parlato con questo... Stefano. Non potrei avere... rapporto alcuno con lui. Sono della « Sezione per gli affari religiosi di occidente».

Il Monsignore                  - Uno specializzato, cioè. Eppu­re... io ho capito subito che non eravate... genuino... non appena avete esibito questo rapporto! Io avevo già letto alcuni... passi di questo rapporto giuntomi per altra via. Mi sono messo subito in sospetto.

Pedro                               - Anche perché si può dissentire da Ste­fano, mai crederlo... un delatore.

Il Monsignore                  - Il vostro scopo, qui?

Alessio                             - Introdurmi al posto di Alessio per trat­tare. Sapere fino a che punto e su quali basi si voleva trattare, concretamente. Meglio, allora, se mi aveste creduto dei vostri.

Il Direttore                      - Toglietevi almeno quella veste, adesso!

Alessio                             -  Troppo giusto... (Si toglie la veste; ri­mane in calzoni e con un grosso maglione nero) Ecco... (Butta la veste sulla poltrona. A Pedro) Dunque... si chiude così questo incontro?

Pedro                               - Come vorreste chiuderlo?

Alessio                             - Tronchiamo definitivamente i discorsi incominciati, oppure...

Il Monsignore                  - Dipende! Voi mantenete que­sto rapporto?

Alessio                             - Certamente.

Il Monsignore                  - Non era soltanto un... «ballon d'essai » legato a... quella veste?

Alessio                             - Affatto. Così, anzi, tratto dalla mia vera veste.

Il Monsignore                  - (rivolgendosi al Direttore) Al­lora non vedo il perché non si dovrebbe proseguire il discorso...

Alessio                             - Con la sola preghiera di non tener conto alcuno degli sfoghi, del tutto personali, della nostra antica collaboratrice... piombata evidente­mente in una crisi... mistica che nessuno di noi avrebbe sospettato.

Il Monsignore                  - D'accordo. Si può benissimo prescindere... dai casi personali. Rispettarli, ma pre­scinderne. Allora... riprendiamo. (Alessio annuisce, ma guarda Stefano e la Straniera. Il Monsignore che capisce) Vorrei pregare voi... voi e... voi (Stefano, Hudson e Farrell) di lasciarci per un momento soli. E anche la signora... può andare dove crede, per me...

Farrell                              - Non c'è nessuno, qui, che abbia l'auto­rità di farmi uscire!

Il Monsignore                  - Direttore!

Il Direttore                      - No. Nemmeno io li ho dispen­sati...

Il Monsignore                  - Nessuno vuole usare di un'au­torità che non ha. Scusatemi. Usciremo noi... (Si avvia verso la camera da letto seguito da Alessio e Fedro).

Stefano                            - (quasi sbarrandogli il passo) Ma come! Vorreste estraniarmi da una trattativa che mi ri­guarda direttamente? Io solo posso giudicare sulla sincerità... e sulle vere condizioni...

Il Monsignore                  - Che c'entra, figliolo! In un trattato non si pretende mica di autenticare una sincerità, ma di stabilire in modo chiaro certe con­dizioni pratiche e concrete. Soltanto. Voi rimanete sempre l'acqua viva, l'essenza: a voi spetta sempre il compito di persuadere a uno a uno i fedeli, di cristianizzarli nel cuore a prezzo anche del san­gue... Ma lasciateci il compito di creare i canali, le condutture perché l'acqua viva possa scorrere meglio e meglio irrigare. (Ad Alessio) Noi ci limi­teremo al problema delle condutture, è vero? Que­sto signore è disposto, pare, a studiare con me la possibilità di una rete, è vero?, di un sistema, è vero? Con me? Sì o no?

Alessio                             - Esattamente.

Il Monsignore                  - Con Roma? (Alessio annuisce) E allora! Preferisco trattare con uno come voi! Direi che il nostro incontro è... provvidenziale. Se non ci fossimo incontrati, così, per caso... queste proposte non avrebbero mai potuto essere prese in considerazione, ufficialmente! Forse è la Provvi­denza! (Ad Alessio e agli altri) La nostra rimane una trattativa diretta... ma segreta. Su, allora, an­diamo... (Entra con Alessio e Fedro nella camera da letto, il Direttore rimane incerto, non sapendo se seguire il Monsignore o rimanere con Stefano, Farrell e Hudson, ma il richiamo del Monsignore lo scuote) Venite, Direttore. Urge. (Il Direttore i allora si decide a seguire il Monsignore. Lascia peni aperta la porta della camera da letto, di modo che, si intravvedono, nello sfondo, alcune fasi della trattativa diplomatica).

Stefano                            - Perché ci si deve trattare così! Avete I visto il Direttore? Non una parola!

Farrell                              - Vogliono far bella figura con quello di Roma!

Hudson                            - Credo che ci si voglia piuttosto umiliare di proposito!

Farrell                              - Non lo credo. E' perché diffidano di noi, un po' di tutti noi tre. Ci giudicano... esa­gerati... Troppo tormentati, gente di cui non o si può fidare, in certi casi. E questo è il caso! (Men­tre stando parlando, la porta divisoria con il n. 256 si è aperta e il Maitre ha messo dentro' la testa, poi è entrato senza fare alcun rumore. Farrell h scorge per primo). Ah, è così, allora! Ascoltate dalla camera accanto. Per questo intervenite sempre al momento giusto... per questo sapete tutto! Ma me­glio voi che... l'altro, dopotutto!

11 Maitre                         - Ssst! Non ascolto... dovete credermi.., Volevo solamente incontrarvi mentre eravate in­sieme, voi tre, soltanto voi tre. Ssst! Vi vedo volen­tieri, insieme... Tormentati, eh! Divisi, zoppicate un po'... qualche nota falsa c'è, voglio dire, e poi ognuno suona soltanto la sua musica... Monocordi! Ma insieme! Come dirvelo? Armonia, equilibrio, anzi, una sfera, una bella, splendida sfera...

Farrell                              - Che è questa storia della sfera? Dite, dite pure liberamente! Debbo confessarvi che i vo­ stri interventi non m'hanno mai disturbato. Anzi!

Il Maitre                          - L'ho capito! Ho l'occhio e l'orecchio per certe cose... (A Stefano) Voi mi siete anche corso dietro, no? (A Hudson) E voi siete stato il solo ad apprezzare quel mio delizioso liquore...

Hudson                            - Oh, squisito.

Il Maitre                          - Noi, sapete, si vive anche di que­ste piccole soddisfazioni: un pensiero, una minima riconoscenza, un sorriso... Perché si sono voluti privare della cosa più importante mettendovi da parte? Voi tre, insieme, siete la... sostanza... siete il fuoco... « El fuego... el fuego». (Accenna al mo­tivo di « El fuego » già accennato nell'«Intermezzo» dal Viaggiatore d'Oriente).

Farrell                              - Chi, tra noi, è il fuoco? Io... lui... o lui? Avete udito quel mio...

Il Maitre                          - Ho udito! (Breve stacco) Ho udito quel vostro pensiero che vola diritto alla conquista Dio. Volo sublime... (A Stefano) E voi pure, ho udito... Voi che dite - e lo fate, anche - che con­tano le idee e i programmi se non sono incarnati in una realtà viva... il pensiero deve farsi carne operare, è vero? (A Hudson) E voi... bellissimo! Bravo, bravo! Voi che ne fate soltanto e sempre una questione d'amore, sempre d'amore! Io vi guar­do, così divisi, distinti, ognuno col proprio carat­tere, col proprio calore... Campioni! Però, potreste battere anche una strada sbagliata, essere richiamati all'ordine! Eh, sì... Da soli! (Come vedendo un'altra realtà) Ma insieme! Prendetevi per mano... Provate a prendervi per mano! Stretti! Così! Oh! Insieme... (A Farrell) Il vostro pensiero sublime di Dio... che s'incarna nella sua (di Stefano) attività eroica e sal­vatrice, sotto il calore del vostro (di Hudson) ine­sausto amore che pervade i pensieri e circola con­tinuamente nelle opere perché nessun atomo della vita resti senza quel palpito, senza quel soffio! In­sieme rappresentate... la «Verità», siete la «Ve­rità della Realtà!». E se resterete uniti, voi tre, sempre, operanti l'uno con l'altro, io vi dico che voi appiccherete il fuoco al mondo... E brucerà, il mondo, del vostro gran fuoco... El fuego! El fuego! E potrete inaugurare un'altra storia! Da oggi! Di qui! Un'altra storia cristiana!

Stefano                            - (sbigottito) Ma... voi, chi siete?

Il Maitre                          - Che t'importa sapere chi sono, se le mie parole ti riempiono il cuore! (Stefano fa per parlare, ma il Maitre gli fa cenno dì tacere, e in­tanto fissa qualcuno dietro le loro spalle. Il Mon­signore è infatti apparso sulla soglia della camera da letto; dietro di lui, il Direttore, Fedro e Alessio).

Il Monsignore                  - Chiedete ancora chi sia? E' la spia! (Direttamente al Maitre) Vi sono sfuggito a fatica, a basso. Sono riuscito a salire da solo nonostante le vostre premure, le vostre insistenze per accompagnarmi... e rieccovi qui! A far che?

Stefano                            - No... no... e qualcuno che ci conosce profondamente... e intende guidarci...

Il Monsignore                  - Come no! (Imperioso) Lascia­temi solo con lui. Uscite tutti. (Il Maitre ha un movimento) Fermo voi. Non cercate di fuggire... (Agli altri) Aspettate fuori... e fate la guardia. (Tut­ti escono) Ne abbiamo già scoperto uno degli spioni, e stiamo per trarne un certo vantaggio. Avanti, al­lora! Anche voi, via! Via i travestimenti. La verità. Chi siete?

Il Maitre                          - Se fossi in voi, a questo punto, pro­cederei con maggior cautela. (Una sospensione) Po­trei essere il Padre Generale venuto in incognito per sorvegliare i miei.

Il Monsignore                  - Conosciamo bene il Padre Ge­nerale.

Il Maitre                          - E invece lo sono.

Il Monsignore                  - Ma chi siete?

Il Maitre                          - Il primo Padre Generale, per grazia di Dio. (Si avvicina al Monsignore, spalle al pubblico: si apre lo smoking, si sbottona un po’ il panciotto bianco e lo sparato e si scopre una parte del petto, dal lato del cuore. Il Monsignore, che si è sporto in avanti aguzzando lo sguardo come dovesse spiare da un pertugio, si sfigura in volto per il gran stupore, poi allunga la mano tremante) Toccate... toccate pure... E' il segno di fuoco.

Il Monsignore                  - Ignazio?

Il Maitre                          - Voi, per primo, mi avete riconosciuto.

Il Monsignore                  - Di Loyola?

Il Maitre                          - Nacqui a Loyola.

Il Monsignore                  - (arretra come freso da un subita­neo tremito; ma poi rapidamente si riprende) Che, che! (Come tra sé) Il demonio s'è travestito spesso anche da santo...

Il Maitre                          - E' vero, e si presentava ai santi in angelici atteggiamenti per tentarli nell'orgoglio. Questo, però, non è il caso.

Il Monsignore                  - (si mordicchia le labbra) De­monio... o... santo che siate, questo è un incontro che desideravo avere da tempo.

Il Maitre                          - Voi lo desideravate, io sapevo con certezza che l'avrei avuto. Sono qui anche per questo.

Il Monsignore                  - Incontrarvi con me? (Il Maitre annuisce). Sapete chi sono?

Il Maitre                          - So. E so anche chi diventerete, presto.

Il Monsignore                  - Non dovete tentarmi nell'or­goglio, adesso. Abbiamo convenuto che non sono un santo.

Il Maitre                          - Sarete presto una guida, forse su­prema. Ma siete già una guida importante, molto più importante di quanto non abbiate fatto credere ai miei.

Il Monsignore                  - E allora discorriamo... discor­riamo, vorrei dire, se non lo stimate troppo irri­verente, discorriamo da uomo a uomo.

Il Maitre                          - Non lo stimo irriverente. Uomo del tutto non potrò diventarlo, ma vi prometto che non farò miracoli per vincere a tutti i costi la partita con voi!

Il Monsignore                  - Oh, la vostra antica lealtà! Vi ringrazio. Ebbero torto a non credervi sempre sulla parola e alla lettera.

Il Maitre                          - Forse. Ci si sarebbe risparmiati tanti equivoci.

Il Monsignore                  - D'accordo. Sentite: è inutile che ce lo nascondiamo, io e voi almeno. Conti­nuiamo a contenderci il comando: noi a Roma, voi un po' dappertutto. Ci sono stati alti e bassi, mo­menti di auge e di disfatta, uomini illuminati si sono alternati a uomini mediocri e sordi... dalle due parti, d'accordo... Ma le posizioni sono rimaste, in fondo, le stesse anche dopo che voi saliste al cielo. Si sperò, scomparso voi, che eravate un genio e un santo, si sperò di ammansirvi, di assorbirvi; di pene­trare nella vostra cittadella o di accogliervi stabilmente nella nostra. Invece, dopo quattro secoli, siamo, si può dire, allo stesso punto. Eppure le posi­zioni furono chiare fin da principio, e non vi si può certo accusare d'essere stato impreciso o sub­dolo, come qualcuno ha detto. Ci accorgemmo su­bito che ci avreste dato molto filo da torcere... che ci avreste procurato molti fastidi, voi e i vostri. Ma vi abbiamo lasciato crescere senza intervenire. Sba­gliammo. Sì, perché si doveva subito ristabilire la gerarchia. Fummo... imprudenti!

Il Maitre                          - Benedetta imprudenza. Seguiste la voce dello Spirito! Cercate di ricordare lo sfacelo di allora! La crisi era scoppiata proprio perché si era creduto, a un certo momento, di non dover più avere del filo da torcere... di potersi sottrarre ai fastidi. Gesù Cristo, il nostro Divino Maestro1, era venuto a inaugurare un'epoca di sublimi fastidi, e un certo giorno, invece, si pensò di poterli age­volmente scansare... Io venni a ributtarveli tra i piedi, anzi, nel cuore! Violentemente! E anche con scaltrezza, non ho motivo di nasconderlo. Poiché tutte le armi dovevano essere usate in quel tempo di disfatta.

Il Monsignore                  - Oh! Non fraintendetemi, santo polemico e battagliero. Non parlo già dei fastidi della santità! A quella mi inchino umilmente. Alla santità vostra... e a quella dei vostri che la prati­carono in grado eroico... mi inchino. (Piega il gi­nocchio, poi, mentre continua a parlare, si rialza lentamente) Intendo parlare della... rivoluzione che avete operato d'un sol colpo nella struttura sensi­bile della Chiesa di Roma, nella gerarchia dell'au­torità e del comando, nella ideazione e nella im­posizione di strutture nuove. Protestando e mo­strando di voler soltanto servire e ubbidire pren­deste le redini del comando.

Il Maitre                          - Per ubbidire e servire Cristo, lo fa­cemmo. Forse sbagliammo, talvolta, ma l'intenzione fu quella, soltanto.

Il Monsignore                  - Ma ubbidire e servire Cristo, quaggiù, vuol dire ubbidire e servire soltanto noi.

Il Maitre                          - E non ubbidimmo, forse? Non vi ubbidiamo?

Il Monsignore                  - Formalmente, certo. Ma nella sostanza... Oh, lo sapete bene! Avete costruito una chiesa entro la Chiesa, voi, la Compagnia di Gesù: una cittadella indipendente, salda, impenetrabile entro i confini larghi e sempre un po' fluttuanti della Chiesa.

Il Maitre                          - Se questo che dite ha qualche appa­renza di vero, fu fatto per servire meglio la Chiesa.

Il Monsignore                  - Per dirigerla, non per servirla!

Il Maitre                          - La si può servire, talora, dirigendola! Comunque noi ci imponemmo quell'isolamento pro­prio per poter essere un lembo intatto della Chiesa, non contaminato dalle tentazioni degli onori e dei posti di comando. Rinunciammo per sempre, da allora, ad essere vescovi, cardinali, papi.

Il Monsignore                  - Non fu certo un atto di umiltà, ma un mezzo più abile di comando. Per dirigere meglio, per comandare meglio, lo faceste! Abbiamo toccato il punto! Ci siete spesso riusciti a comandare; e ancora oggi siete voi che spesso dirigete, ma agli occhi del mondo chi sopporta concretamente la responsabilità dei vostri orientamenti e delle vostre azioni siamo noi. E perché? Perché voi non siete, non avete voluto essere né vescovi, né cardinali, né papi! Così, per secoli e secoli, voi ci avete messo nell'alternativa di ubbidirvi o di sconfessarvi. Talvolta vi abbiamo anche sconfessato, mal il più delle volte siamo stati indotti ad ubbidirvi.» Ora questa situazione deve finire. Dobbiamo giungere ad una totale identificazione.

Il Maitre                          - Non vi pare che proprio questa separazione dei corpi e fusione dei cuori e degli! spiriti sia un servire meglio la Chiesa? Riflettete.

Il Monsignore                  - No. Finora non ci è parso. E non ci pare. Servire è anzitutto ubbidire, e voi avete spesso disubbidito apertamente, e quando avete ubbidito è stato con un rincrescimento, con una resistenza interiore così viva da apparirci più dolorosa della stessa disubbidienza!

Il Maitre                          - (fermo e accorato) Abbiamo disubbidito tutte le volte che la Chiesa, nell'intimo del suo cuore, ha desiderato che qualcuno si assumesse il rischio di disubbidire a certi consigli che lei era indotta - o costretta - a dare, perché sollecitata dal convenienze o premuta da necessità... umane, storiche! La Chiesa chiede spesso la generosa disubbidienza piuttosto che la cieca obbedienza. Il suo cuore cerca spesso il figlio fedele che le disobbedisca con amore perché, in omaggio alla lettera, la verità profonda e spirituale non sia mortificata e umiliata. Voi lo sapete. Ebbene noi, sì, ci siamo as­sunti forse più spesso degli altri l'ingrato compito di questa eroica disubbidienza. Per questo siamo stati - o siamo - sgraditi anzitutto ai nostri. Talvolta avremo anche errato... vi chiediamo perdono. (Chi­na la testa davanti al Monsignore) Ma voi sapete bene che chi ha troppo temuto i pericoli dell'errore, non temerà mai abbastanza quelli dell'indifferenza!

Il Monsignore                  - Ma voi, in fondo, non avete fi­ducia che in voi stessi, nei vostri metodi, nei vostri uomini! Ditemelo apertamente!

Il Maitre                          - Non dimenticate come sorgemmo! Per arginare l'eresia dilagante, per fronteggiare la riforma vittoriosa, per ristabilire la saldezza dell'edi­ficio ecclesiastico che franava. Anzitutto! Ma...

Il Monsignore                  - Ma?

Il Maitre                          - Sapevamo però troppo bene che difendere la Chiesa non doveva assolutamente voler dire difendere le sue mondane corruzioni, i suoi in­trighi temporali... No! Assolutamente, no. Noi era­vamo per la Chiesa, ma vedevamo ben chiaro il ma­le della Chiesa! Abbiamo dunque dovuto difenderci anche dalla parte umana e corrotta della Chiesa stessa! Non potevamo innestarci impunemente in quel corpo così com'era, non potevamo nell'atto di restaurarlo correre il rischio di contaminarci. Per questo ci rinchiudemmo entro un recinto invalica­bile!

Il Monsignoke                 - (scosso) Allora. Ma adesso? Og­gi? Le condizioni sono mutate.

Il Maitre                          - E' vero. Adesso è mutato molto. Non tutto, ma molto. E che avete da dolervi di noi? Non vi pare che ormai vi ubbidiscano sempre, in tutto? Direi che vi ubbidiscono perfino troppo! Vi sono ormai tanto vicini e vi abbracciate così strettamente che non vorrei che finiste per soffocarli! Non so che cosa possiate pretendere di più. Forse dovreste invi­tarli qualche volta a quell'antica, fervida, tenace di­sobbedienza che servì a sanare certe piaghe della Chiesa... Solo così si mette a fuoco il mondo! E ce ne bisogno, più bisogno che mai! E voi - voi - lo sapete bene. Se non lo sapeste nell'intimo del vo­stro cuore, lo Spirito di Amore e di Verità non guar­derebbe con compiacenza anche a voi. Io lo' so. Voi, alla sera, quando vi inginocchiate ai piedi del vostro letto di ferro, dopo aver attraversato quella fila in­terminabile di sale dorate... voi vi battete il petto, chiedete pietà, pietà a Dio: « Domine non sum dignus... Domine non sum dignus...». Avete lavorato, sofferto, seminato per il Regno di Dio, ma qualcu­no, forse molti vi hanno sottratto la buona sementa per andare a fecondare il campo del maligno... Per­ché, perché è così poca la messe? Come mai? E piangete... Non vi resta che piangere... Anche a voi! Io lo so. Ho sentito le vostre preghiere. Visto e asciu­gato le vostre lacrime. Perché il giorno dopo avete timore di mostrare al mondo che avete pianto? Per­ché cedete alla tentazione di voler apparire un uomo forte tra gli uomini smarriti? Vi ho detto che vi guardo, e vi vedo in virtù di quella vista arcana che mi viene dalla beatitudine. Ora io vi dico -e se può essere motivo di consolazione, consolatevi pure! - che questa mia vista beata, anziché volgersi sempre verso la Luce altissima che ci dà godimento, si china, forse più spesso del prescritto, su voi, su tutti quanti operano in quei palazzi solenni... e in­dugia trepidante, ansiosa o esultante... e insieme al mio lo sguardo di altri beati... stormo di anime beate che vi segue col suo volo perché vi vuole trionfanti! Dovete far cristiano il mondo! Dovete innamorarlo delle letizie e delle sofferenze di Cristo! Date al mondo il fastidio di Cristo! Inquietatelo! Non lasciatelo un momento in pace! Tutto il resto non conta! Davvero! Non conta. Non sperate, con altri mezzi, di giungere a quel fine!

Il Monsignore                  - (già da qualche istante è inginoc­chiato davanti al Maitre) Come... come fare con­cretamente! Una guida... vi scongiuro... vi supplico una guida!

Il Maitre                          - (solenne) Avete tra voi i santi, e non li sapete vedere. Imparate a riconoscere i santi che sono tra voi. Appoggiatevi a loro. Cristo vi parla an­cora per bocca loro. E' l'amore! l'amore! l'amore! Fa­te la crociata dell'amore... Non ditelo soltanto, fa­telo! Rischiate di farvi dire: folli, pazzi... ma qual­cuno si chiederà: e se ci fossero invece i santi? E che tutto il resto si perda pure... cada in rovina... ma che il vostro amore si veda, si senta... risplenda, bruci tutto! Da quello vi riconosceranno... e vi se­guiranno a legioni... popoli interi vi seguiranno... Per quello soltanto: l'amore! (Il Monsignore è ades­so con la fronte foggiata alla terra) E adesso leva­tevi. (Il Monsignore si alza, il Maitre lo abbraccia) Ora li chiamo. Ma voi non dovete dire chi sono. Da soli, dovranno riconoscermi. Chissà... (Va alla porta e l'apre) Entrate pure. (Entrano e guardano il Mon­signore che è a capo chino, disfatto e illuminato nello stesso tempo).

Il Monsignore                  - (sentendosi addosso quegli sguar­di) Non è la spia. E' il Maitre. E'... le grand Maitre.

Il Maitre                          - E adesso spero di non disturbarvi proprio più. Resto, comunque, agli ordini. Non a-vrete che da chiamare, suonare... e io sarò tra voi. (Fa un cenno di saluto ed esce).

Il Monsignore                  - (senza dir parola, si infila il soprabito, prende il cappello) Devo riprendere il viaggio...

Alessio                             - Ma il trattato... non s'è concluso!

Il Monsignore                  - Concludetelo con loro... con lui (Stefano) se crederanno... (E fa per avviarsi),

Il Direttore                      - E ci lasciate... così? Vi siamo di­spiaciuti?

Il Monsignore                  - No, no... ma sono accadute tante cose... di cui non posso ancora parlare... lascia­temi andare...

Farrell                              - Ma qual è, in fondo, il pensiero di Roma sulla nostra riunione, su voi? Ne abbiamo bi­sogno!

Il Monsignore                  - (supplichevole) Permettetemi di non esprimere nessun pensiero...

Stefano                            - Almeno un... sentimento!

Il Monsignore                  - Un sentimento... Sì! (Si ferma e si volge) Ho avuto l'impressione stando qui questo poco tempo... di essere ai tempi delle catacombe... (Animandosi, commuovendosi) Voi, voi siete l'anima, il cuore della Chiesa... voi che avete il dono di sof­frire e di sperare... dunque di vedere! Non venite meno, voi! Non vacillate, voi! Coraggio, coraggio... perché siete voi che dovrete pagare per tutti! Re­state uniti, saldi... Non scioglietevi, non uscite di qui... senza rivedere il Maitre... chiamatelo! Ascolta­telo! Mi raccomando... E' Roma che ve lo racco­manda... E pregate anche per me... Ne abbiamo tanto bisogno. Saluto... Benedico... (Col gesto della benedizione esce).

Stefano                            - Chiamiamolo subito, dunque!

Tutti                                 - (meno Pedro) Sì, subito!

Il Direttore                      - (volgendosi ad Alessio e alla Stra­niera) Se voi volete uscire, uscite pure... ma se volete restare...

Alessio                             - Resto (La Straniera annuisce).

Il Direttore                      - (va al telefono, alza il ricevitore) Chiamatemi subito il Maitre... Che salga da noi, per cortesia. Ma subito, per favore. Lo aspettiamo tutti con grande impazienza. Grazie. (Depone il ricevi­tore) Manda immediatamente. (Tutti sono immo­bili, senza fiatare, in attesa che la porta si apra. Nel corridoio, dal 256 esce il Viaggiatore d'Oriente: è vestito da viaggio esattamente come è entrato all'inizio dell'azione; attraversa lentamente tutto il cor­ridoio, si dirige verso l'ascensore e sembra aspettare che giunga. Intanto da un laterale un funzionario dell'albergo con galloni e distintivi, traversa, quasi correndo, il corridoio, saluta, incrociandolo, il Viag­giatore e va a bussare alla porta del 252). Avanti!

Il secondo Maitre            - Desiderano?

Il Direttore                      - Avevamo chiesto del... Maitre.

Il secondo Maitre            - Sì. Agli ordini.

Il Direttore                      - Del Maitre... in persona.

Il secondo Maitre            - Sono io. Sono il solo Maitre dell'albergo. Perché, ne conoscono un altro?

Il Direttore                      - (guarda gli altri) Beh, sì... ne co­noscevamo un altro...

Il secondo Maitre            - Allora deve esserci stato sen­za dubbio un errore, un equivoco. Vogliono che fac­cia chiarire subito?

Il Direttore                      - No, non importa. Credo sarebbe inutile...

Il secondo Maitre            - Ma perché? Io posso in un momento...

Il Direttore                      - Deve essere stata colpa nostra...

Stefano                            - (commosso) E' stato senz'altro colpa nostra!

Farrell                              - Sì... colpa nostra.

Il secondo Maitre            - (contraddetto, senza capire) Allora... Io...

Il Direttore                      - Ci scusiamo.

Il secondo Maitre            - Non c'è di che! Posso…. (Il Direttore annuisce. Il secondo Maitre esce).

Stefano                            - (rompendo, dopo una pausa, quell'atmosfera di sgomento, un po' infantilmente) E che so? Dove sarà? (Nel corridoio l'ascensore è giunto in questo momento: si apre la porta, ne esce il Maitre che indossa un soprabito nero, il cappello e tiene infilato nel braccio un ombrello).

Il Viaggiatore                  - Siamo pronti?

Il Maitre                          - Sì, pronti... (Ma si avventura di qualche passo nel corridoio, si avvicina alla famosa camera e quasi davanti alla porta dice) Com'è... sempre triste lasciare quelli a cui vogliamo bene e in fondo, ci vogliono bene... (Salutando con la mano) Ci si rivedrà... Ci rivedremo... Ci rivedremo... (Rientra bruscamente nell'ascensore, e lo fa partire verso l'alto. L'ascensore sì alza, luminoso; si sente con una musica arcana).

Farrell                              - Sentite? (Tutti ascoltano).

Pedro                               - Chi credete che fosse?

Stefano                            - Che m'importa saper chi veramente fosse! Qualcuno che era tra noi... e non l'abbiamo saputo vedere... sentire... Solamente troppo tardi ce ne siamo accorti. Questo mi importa...

Il Direttore                      - (a Pedro) Era spagnolo come voi Impetuoso e altero! conoscessimo... forse ricordate.

Stefano                            - Ignazio!

Hudson                            - Amore mio..

Il Direttore                      - Se lo avremmo riconosciuto!

Farrell                              - Era lui! Quegli occhi di fuoco!

Hudson                            - Noi l'abbiamo sentito parlare...

Il Direttore                      - Che vi ha detto?

Hudson                            - Insieme... incendieremo il mondo„ « el fuego»... Noi tre faremo un'altra storia cristia­na... Ma uniti, uniti, insieme!

Il Direttore                      - (prendendo una decisione improvvisa) E allora prendetevi per mano... e precedenti. Noi vi verremo dietro. Camminate... Avanti (Hudson prende la veste buttata da Alessio su poltrona e se la mette attorno al braccio. I tre si avviano verso il proscenio seguiti dal Direttore e Pedro. Alessio fa qualche passo verso di loro, poi si ferma sulla porta. La ragazza straniera, invece, si avvia al seguito dì Stefano).

FINE

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